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Articolo 629 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n.1398)

Estorsione

Dispositivo dell'art. 629 Codice penale

Chiunque, mediante violenza [581 2] o minaccia (1), costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa (2), procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno (3), è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000(4).

La pena è della reclusione da sette a venti anni e della multa da da euro 5.000 a euro 15.000 (5), se concorre taluna delle circostanze indicate nell'ultimo capoverso dell'articolo precedente [c. nav. 1137].

Note

(1) La violenza o la minaccia devono essere dirette a coartare la volontà della vittima affinchè questa compia un atto di disposizione patrimoniale, rimanendo indifferenti le modalità con cui queste condotte si realizzano. Nello specifico la minaccia può concretarsi anche in un comportamento omissivo come nell'ipotesi in cui il proprietario di un immobile rifiuti la conclusione di un contratto di locazione in caso di mancato pagamento di un canone superiore a quello stabilito dalla legge.
(2) La costrizione può avere ad oggetto il compimento di un atto di disposizione patrimoniale positivo (come ad esempio la donazione di una somma di danaro) o negativo (si pensi alla remissione di un debito), anche annullabile, ma necessariamente produttivo di effetti giuridici (gli atti radicalmente nulli non integrano la fattispecie in esame).
(3) Il profitto non ha rilevanza solo economica o patrimoniale, ma può quindi trattarsi di un diverso vantaggio, a differenza del danno che deve invece essere esclusivamente di natura patrimoniale.
(4) L'ammontare della multa, prima fissato tra i 516 e i 2.065 euro, è stato modificato dalla l. 27 gennaio 2012, n. 3.
(5) L'ammontare della multa, prima fissato tra i 1.032 e i 3.098 euro, è stato modificato dalla l. 27 gennaio 2012, n. 3.

Ratio Legis

Tale disposizione trova il proprio fondamento non solo nella necessità di tutelare il patrimonio individuale, ma anche la libertà di autodeterminazione del singolo.

Spiegazione dell'art. 629 Codice penale

Il bene giuridico tutelato è di natura plurioffensivo, avendo ad oggetto sia il patrimonio che la libertà di autodeterminazione.

Trattasi di reato comune che, se commesso da pubblico ufficiale, integra il reato di concussione (art. 317), sempre che vi sia abuso dei poteri.

La condotta incriminata è quella di chi, con violenza o minaccia, costringa taluno a fare od omettere qualcosa, procurando a sé o ad altri un ingiusto profitto ed arrecando un danno al soggetto passivo.

La minaccia deve essere concretamente idonea a ledere la libertà di autodeterminazione della vittima, non essendo, per contro, necessario, che si determini una sua effettiva intimidazione.

Per minaccia va invece intesa la prospettazione di un male ingiusto e notevole, proveniente dal soggetto minacciante (se prospettato come proveniente da soggetti terzi non aventi rapporti con il colpevole o per via di eventi naturali sarà configurabile la truffa). Essa può essere attuata esplicitamente ed anche implicitamente, purché in maniera idonea a coartare la volontà del soggetto passivo.

La minaccia può anche consistere nella prospettazione di un comportamento omissivo se sul soggetto minacciante gravi un obbligo giuridico di impedire un evento. Può anche avere ad oggetto l'esercizio di un diritto o di una facoltà legittima, qualora siano strumentalizzati per un fine diverso ed ulteriore rispetto a quello riconosciuto dall'ordinamento.

La violenza deve invece essere tale da non coartare completamente la volontà della vittima, configurandosi altrimenti il più grave delitto di rapina (art. 628). Il soggetto passivo deve dunque avere un margine di autodeterminazione, nel senso di poter scegliere se cedere all'estorsione o subire il male minacciato.

La norma richiede il dolo generico, e non il dolo specifico, dato che il conseguimento del profitto con altrui danno rappresenta l'evento stesso del reato.

Massime relative all'art. 629 Codice penale

Cass. pen. n. 6824/2017

Ai fini dell'integrazione del concorso di persone nel reato di estorsione è sufficiente la coscienza e volontà di contribuire, con il proprio comportamento, al raggiungimento dello scopo perseguito da colui che esercita la pretesa illecita; ne consegue che anche l'intermediario, nelle trattative per la determinazione della somma estorta, risponde del reato di concorso in estorsione, salvo che il suo intervento abbia avuto la sola finalità di perseguire l'interesse della vittima e sia stato dettato da motivi di solidarietà umana. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto corretta la qualificazione alla stregua di concorso in estorsione della condotta dell'imputato, il quale, su sollecitazione della vittima di un furto, aveva prontamente individuato gli autori del fatto, mettendoli in contatto con la stessa, ed aveva poi provveduto alla fissazione e comunicazione a quest'ultima del prezzo del riscatto, nonché alla predisposizione di studiate modalità di rinvenimento del bene in modo che apparisse casuale).

Cass. pen. n. 4936/2017

Integra la condotta del delitto di estorsione la richiesta, rivolta da uno dei partecipanti ad un'asta giudiziaria ad un altro concorrente, di una somma di denaro come compenso per l'astensione dalla partecipazione, in quanto la prospettazione dell'esercizio del diritto di prendere parte alla gara, siccome finalizzato al conseguimento di un ingiusto profitto, assume connotazioni minacciose.

Cass. pen. n. 3934/2017

In tema di estorsione, la costrizione, che deve seguire alla violenza o minaccia, attiene all'evento del reato, mentre l'ingiusto profitto con altrui danno si atteggia a ulteriore evento, sicché si configura il solo tentativo nel caso in cui la violenza o la minaccia non raggiungano il risultato di costringere una persona al "facere" ingiunto.

Cass. pen. n. 53610/2016

Ai fini della distinzione tra estorsione e truffa per incusso timore di un pericolo immaginario, assume fondamentale rilievo il fatto che il male ingiusto sia percepito dalla vittima come direttamente o indirettamente proveniente dal reo, a fronte di un eventuale rifiuto della pretesa da quest'ultimo avanzata, ovvero venga percepito come proveniente da terzi, ravvisandosi nella prima di dette ipotesi l'estorsione e nella seconda la truffa. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che bene fosse stata affermata la sussistenza dell'estorsione in un caso in cui l'imputato, spacciandosi falsamente come agente di polizia, aveva indotto la vittima a versargli danaro onde evitare di dover pagare delle multe).

Cass. pen. n. 51013/2016

In tema di estorsione, si ha consumazione, e non mero tentativo allorché la cosa estorta venga consegnata dal soggetto passivo all'estorsore, e ciò anche nelle ipotesi in cui sia predisposto l'intervento della polizia giudiziaria che provveda immediatamente all'arresto del reo ed alla restituzione del bene all'avente diritto.

Integra il delitto di estorsione, e non quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, la condotta minacciosa che si estrinsechi in forme di tale forza intimidatoria da andare al di là di ogni ragionevole intento di far valere un preteso diritto, con la conseguenza che la coartazione dell'altrui volontà assume di per se i caratteri dell'ingiustizia, trasformandosi in una condotta estorsiva.

Cass. pen. n. 46288/2016

Il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione, pur caratterizzati da una materialità non esattamente sovrapponibile, si distinguono in relazione all'elemento psicologico del reato in quanto nel primo, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione non meramente astratta ed arbitraria, ma ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria; nel secondo, invece, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia. (In motivazione la Corte ha precisato che l'elevata intensità o gravità della violenza o della minaccia di per sé non legittima la qualificazione del fatto ex art. 629 cod. pen. - potendo l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni essere aggravato, come l'estorsione, dall'uso di armi - ma può costituire indice sintomatico del dolo di estorsione).

In tema di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ai fini della configurabilità del reato, occorre che l'autore agisca nella ragionevole opinione della legittimità della sua pretesa, ovvero ad autotutela di un suo diritto suscettibile di costituire oggetto di una contestazione giudiziale, anche se detto diritto non sia realmente esistente; tale pretesa, inoltre, deve corrispondere perfettamente all'oggetto della tutela apprestata in concreto dall'ordinamento giuridico, e non mirare ad ottenere un qualsiasi "quid pluris", atteso che ciò che caratterizza il reato in questione è la sostituzione, operata dall'agente, dello strumento di tutela pubblico con quello privato.

Cass. pen. n. 32/2016

In tema di estorsione, integra la circostanza aggravante del c.d. metodo mafioso, prevista dall'art. 7 D.L. n. 152 del 1991, conv. nella L. n. 203 del 1991, la condotta di chi usa implicita ma inequivoca minaccia per pretendere dalla persona offesa il pagamento di non meglio precisate somme di denaro a motivo dell'ubicazione dell'attività commerciale della medesima in un territorio sottoposto al controllo di una cosca criminale. (Fattispecie in cui la Corte ha censurato l'ordinanza del riesame di annullamento parziale del provvedimento applicativo di misura custodiale per estorsione limitatamente alle circostanze aggravanti di cui agli artt. 628, comma terzo, numero 3, cod. pen. e 7 D.L. n. 152 del 1997, cit., per aver svalutato l'indicazione logistica contenuta nella frase: "Vedi che ti trovi in una zona dove devi pagare qualcosa", indirizzata dall'indagato alla persona offesa, titolare di un esercizio sito in un quartiere dominato da una nota 'ndrina).

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Consulenze legali
relative all'articolo 629 Codice penale

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Giosuè chiede
martedì 04/12/2018 - Sicilia
“Sono imputato del reato di estorsione. Il pm ritiene di aver acquisito, dalle intercettazioni e da interrogatorio alla persona offesa, che non si è costituita parte civile, prove che dimostrerebbero che: ho prestato soldi alla donna per ottenerne in cambio una prestazione sessuale e che non vedendomela concessa ho chiesto la restituzione dei soldi. Ritiene perciò applicabile il 2035 cc e conseguentemente consumato il reato di estorsione. La somma è stata consegnata tramite bonifico e restituita dopo sette giorni sempre tramite bonifico, sostiene il pm, perché la donna ha ricevuto la minaccia di invio delle sue foto nude al marito. A mio favore ci sono le dichiarazioni della signora durante le indagini difensive di aver ricevuto un prestito che è servito per un suo intervento in una clinica, che lo ha restituito, così come altre volte è avvenuto, perché giusto, che non si è mai sentita minacciata. In ogni caso, anche volendo dare ragione al pm, come può configurarsi il profitto ingiusto ed il danno patrimoniale e quindi il conseguente reato di estorsione?”
Consulenza legale i 05/12/2018
Nel rispondere a questo parere non possiamo che rimetterci alla precedente consulenza già espletata per il medesimo fatto che, oltre ad analizzare brevemente il funzionamento del rito abbreviato e i rischi connessi ad una ipotetica condanna, affronta i temi la cui analisi è sollecitata dalla presente richiesta.

Per praticità richiamiamo di seguito per esteso il testo del precedente parere.

«Il giudizio abbreviato previsto dagli articoli 438 e seguenti del codice di procedura penale è un particolare rito che consente al giudice per l’ udienza preliminare di decidere “allo stato degli atti” e dunque sulla base dell’intero compendio istruttorio offerto dal Pubblico Ministero e dall’ imputato. Il vantaggio che presenta detto rito è la diminuzione di 1/3 dell’eventuale pena che il giudice comminerebbe in concreto quale “premio” per la riduzione dei tempi processuali.
L’abbreviato in genere è un rito molto rischioso e generalmente viene scelto dall’indagato solo allorché gli elementi presenti nel fascicolo depongano fortemente a vantaggio dell’innocenza dell’imputato, come sembra emergere nel caso di specie.
Va premesso che una delle caratteristiche del reato di estorsione è, appunto, quella di determinare a danno della persona ricattata una situazione di forte sudditanza psicologica tale per cui quest’ultima è disposta a cedere a qualsiasi ricatto dell’aggressore il quale, dal canto suo, ottiene un ingiusto profitto.
Nel caso di specie, stando a quanto rappresentato, davvero non sembra sussiste nessuno degli elementi costitutivi del reato previsto è punito dall’articolo 629 del codice penale.
Sembra non sussistere infatti l’elemento dell’ingiusto profitto visto che la somma di 500 euro sarebbe il prodotto di un semplice prestito non già di un ricatto (come si evincerebbe anche dalla documentazione agli atti); allo stesso modo non sembra sussistere il mezzo tramite il quale sarebbe stata perpetrata detta estorsione visto che non è mai stata reperita dagli agenti di Polizia Giudiziaria la foto utilizzata per il ricatto.
Più di tutto, il fatto che la persona offesa stessa abbia ammesso di non essersi mai sentita minacciata fa venire meno alla radice l’elemento cardine per la sussistenza del reato che, come anzidetto, consiste proprio in quella sudditanza in cui questa versa in esito al ricatto estorsivo.
Rispondendo dunque alla domanda, sembra davvero inverosimile che con un simile quadro processuale il giudice possa condannare l’imputato.
Nella – davvero – denegata ipotesi in cui questo dovesse accadere, è verosimile ritenere che il giudice condanni l’imputato al minimo edittale della pena, ulteriormente diminuita per le circostanze attenuanti e per la scelta del rito tenendosi sul limite dei due anni al fine di concedere la sospensione condizionale della pena ai sensi dell’art. 163 del codice penale».

Stando così le cose, sulla base di quanto esposto si rimarca che è davvero difficile configurare nel caso di specie l’ingiusto profitto e il danno patrimoniale richiesti per la sussistenza della fattispecie.

Un ultimo inciso va fatto in relazione all’art. 2035 c.c. che, di fatto, disciplina l’impossibilità di ripetizione di quanto pagato in caso di prestazione contraria al buon costume. Tale circostanza non è assolutamente influente rispetto alla sussistenza del reato di estorsione disciplinando l’articolo in esame soltanto i rapporti civilisti tra le parti che non determinano assolutamente né la sussistenza del reato né l’insussistenza dello stesso. In altre parole, non ha alcun rilievo ai fini del caso di specie il fatto che il soggetto indagato non potesse richiedere la restituzione del denaro prestato in quanto il prestito predetto sarebbe stato finalizzato ad una prestazione contraria al buon costume.

Anonimo chiede
mercoledì 25/10/2017 - Sicilia
“Sono indagato per estorsione perché il Pm sostiene che ho minacciato una persona dicendole che avrei mandato al marito le foto di lei nuda se non mi avesse fatto un bonifico di 500 euro. Il bonifico me è stato in realtà fatto dal marito. Omette il Pm di considerare che non sono in possesso di nessuna foto e che avevo fatto,sempre al marito e sempre dallo stesso conto, un bonifico di 500 euro del quale ho chiesto la restituzione. Come posso aver commesso il reato di estorsione?”
Consulenza legale i 02/11/2017
Il reato di estorsione è previsto dall’art. 629 c.p. che punisce la condotta di chi, mediante violenza o minaccia, costringa taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procurando a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.
Le modalità della condotta sono quindi la violenza o la minaccia.
Gli eventi tipici del reato sono l’ingiusto profitto per il reo o altra persona unitamente al danno per la vittima.

Circa l’ingiusto profitto, con sentenza n. 11979 del 17 febbraio 2017 la Cassazione Sezione II penale ha confermato un orientamento consolidato sostenendo che: “l'elemento dell'ingiusto profitto si individua in qualsiasi vantaggio, non solo di tipo economico, che l'autore intenda conseguire, e che non si collega ad un diritto o è perseguito con uno strumento antigiuridico, o ancora con uno strumento legale ma avente uno scopo tipico diverso”.

L’estorsione quindi è un reato di evento, cioè sussiste quando tutti gli eventi previsti nella norma (l’ingiusto profitto ed il danno altrui) si sono verificati. Si avrà invece un tentativo di estorsione qualora il profitto non sia stato conseguito e/o il danno non sia stato inflitto. Rispetto all'elemento soggettivo, è sufficiente il dolo generico, ossia la coscienza e volontà di usare violenza o minaccia per costringere la vittima a porre in essere una condotta che procurerà l'ingiusto profitto.

Fatte queste brevi premesse, veniamo ora a rispondere ai quesiti posti.

I dati forniti sono troppo scarni per poter dare un parere esaustivo. Non sappiamo se vi sia stata già una istruttoria dibattimentale o solo un rinvio a giudizio. Non è neanche specificato, tra l’altro, a che titolo sia stato effettuato il bonifico di euro 500 menzionato nel quesito e del quale poi è stata richiesta la restituzione.

Ad ogni modo, ipotizzando si sia trattato di un prestito di denaro (circostanza che andrà provata dall’imputato) parrebbe che nel caso di specie non vi siano gli elementi tipici del reato di estorsione previsti dall’art. 629 c.p. Mancherebbe infatti l’ingiusto profitto: se i soldi erano stati dati in prestito, si è poi legittimamente richiesta la loro restituzione. Mancherebbe parimenti anche l’altrui danno: se il marito della signora era debitore di chi ha effettuato il prestito, era tenuto ad adempiere alla sua obbligazione debitoria. Oltretutto, nel capo di imputazione si assume che il danno patrimoniale sarebbe stato nei confronti della moglie del soggetto debitore: il che non si è verificato sia perché la presunta vittima sarebbe stata semmai il di lei marito, sia perché comunque quest’ultimo non avrebbe subito alcun danno essendo debitore dell’imputato.

Se effettivamente i fatti si fossero svolti così come abbiamo tentato di ricostruirli, l’imputato andrebbe assolto perché il fatto non sussiste (art. 530 I comma c.p.p.) o, al peggio, per prova insufficiente o contraddittoria.
Ricordiamo infatti che nel processo penale, per aversi una sentenza di condanna l’imputato deve risultare -all’esito dell’istruttoria- colpevole “al di là di ogni ragionevole dubbio”, come prevede l’art. 533 c.p.p.
In ipotesi di sentenza di assoluzione, si potrebbe forse anche ipotizzare un reato di calunnia (art. 368 c.p.) a carico della signora che aveva sporto la denuncia querela.


Paolo M. chiede
sabato 11/03/2017 - Toscana
“Domando se la frase di un giornalista iscritto all'albo, riferita a chi legittimamente chiede il pagamento di una fattura, che il giornalista contesta, del tipo "io non vi devo nulla ..... omissis .... sto valutando di fare un inchiesta giornalistica sulla vostra azienda" oppure "posso far saltar fuori notizie ... essendo io un giornalista con grande capacità mediatica" , frasi sibilline, dette e scritte con il chiaro intento di far desistere la parte dalla richiesta del pagamento della fattura medesima, possano configurarsi come reato di minaccia, e se nello specifico vi siano altri abusi che tale condotta configura.”
Consulenza legale i 16/03/2017
Nel caso di specie, in base agli elementi esposti, può configurarsi il reato di estorsione (art. 629 c.p.: chiunque mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000) oppure il reato di violenza privata (art. 610 c.p.: chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni).

Gli elementi su cui focalizzare l’attenzione sono la prospettazione di un danno ingiusto (la minaccia) e l’ingiusto vantaggio del soggetto agente.

Se la minaccia ha rappresentato il mezzo per ottenere la prestazione da parte della società, si configura un'estorsione.
Se invece la minaccia è successiva alla prestazione della società ed è funzionale a non versare il corrispettivo dovuto, si configura il reato di violenza privata di cui all'art. 610 c.p..

Circa la distinzione tra i due reati, la Cassazione con la sentenza n. 5668/2013, ha stabilito che: “è configurabile il delitto di estorsione e non quello di violenza privata, nel caso in cui l'agente, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, faccia uso della violenza o della minaccia per costringere il soggetto passivo a fare od omettere qualcosa che gli procuri un danno economico. (Fattispecie nella quale l'imputato aveva costretto, mediante violenza e minaccia, la p.o. a fornirgli cibo e bevande senza pagare il corrispettivo, così procurandosi un ingiusto profitto con danno della p.o. stessa). Dichiara inammissibile, App. Venezia, 06/03/2012”.

In un'ottica processuale, sarebbe importante o registrare le frasi di tale giornalista o avere un testimone, possibilmente terzo rispetto agli interessi in gioco.

Circa la prospettata opportunità di registrare le frasi del giornalista, si precisa che la registrazione di una conversazione tra presenti è pacificamente ammessa.

In questo senso Cass.Pen. 50986/2016: "La registrazione fonografica di una conversazione telefonica effettuata da uno dei partecipi al colloquio costituisce una forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, utilizzabile in dibattimento quale prova documentale, rispetto alla quale la trascrizione rappresenta una mera trasposizione del contenuto del supporto magnetico contenente la registrazione (in motivazione, la Corte ha precisato che la registrazione della conversazione tra presenti non è riconducibile alla nozione di intercettazione anche se operata dal soggetto partecipe su suggerimento o incarico della polizia giudiziaria)".

In breve, è vietato registrare la conversazione tra soggetti terzi a distanza, possiamo registrare il nostro interlocutore (col telefonino, con un registratore vocale, etc.)


Daniele P. chiede
domenica 25/09/2016 - Emilia-Romagna
“ho un appartamento di proprietà per il quale pago un mutuo. un cielo terra su 2 piani con ingresso principale dal civico e un ingresso sul retro che da sul giardino. tempo fa essendo troppo grande l’appartamento ho deciso di tirare su un muro interno (di legno) per dividerlo come se fossero 2 appartamento più piccoli, pertanto avendo già prima 2 ingressi uno principale dal civico e uno dal cortile privato tali sono rimasti ma l'ingresso dal civico ora si ha accesso solo per il primo piano dove sto io attualmente e dall'ingresso secondario sul retro si accede all'appartamento del pt dove è stata per diversi anni la mia mamma; di questo muro che ha diviso l'abitazione non ho fatto nessuna comunicazione al comune ecc. essendo un muro interno non portante. Quest’anno il 9 di luglio ospito una coppia di giovani 23enni fidanzati con i quali redigo una scrittura privata per cui li ospito a titolo gratuito per un tempo indeterminato dietro una cauzione di €1200 per eventuali danni che avrebbero potuto arrecare all’immobile, loro ricevono le chiavi di casa della porta sul retro (l’intenzione e l’accordo a voce era che io avrei percepito un rimborso spese mensile da loro, ovviamente non documentato), i ragazzi si stabiliscono al pterra ed entrano dall'ingresso secondario dal retro diciamo della casa che rimane separata dalla mia zona dal famoso muro di legno. i ragazzi si rivelano presto avere problemi con la legge sono soggetti a controlli serali da parte dei carabinieri e pertanto non mi sono piaciuti ne a me ne ai vicini con i quali hanno avuto svariate discussioni (è certo che provengono da famiglie che sono seriamente invischiate nella criminalità organizzata e sono originari della campania), pertanto il 31 di luglio comunico a voce che avrebbero dovuto andarsene quanto prima non appena avrebbero trovato e che non avrei percepito da loro alcun rimborso spese, l’importante e che sarebbero andati via. In data 25 settembre mi trovo con loro i quali a seguito di una discussione durata oltre 1 ora nella quale mi dicono che hanno già parlato con i loro avvocati i quali li hanno detto che avrebbero potuto rovinarmi per il discorso del civico.. il muro… e non conformità per il comune…., mi dicono che non se ne vanno e mi danno 2 scelte o per vie legali o chiedono che li dia 7000€ per andarsene. Sono preoccupato, chiedo il Vs. aiuto per favore consigliatemi cosa posso fare”
Consulenza legale i 01/10/2016
Esistono, nel caso di specie, per il proprietario dell’immobile, alcuni rischi.

In primo luogo quelli legati alla situazione di “abuso edilizio” in cui egli versa.
Il Testo Unico sull’edilizia (D.P.R. n. 380/2001) prescrive, infatti (articoli 10 e 22), la necessità di ottenere un permesso di costruire o comunque di comunicare l’intervento alla Pubblica Amministrazione a mezzo SCIA (“segnalazione certificata di inizio attività”) in tutti i casi in cui si realizzino interventi di “manutenzione straordinaria”, ovvero interventi che così si potrebbero riassumere: "le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino la volumetria complessiva degli edifici e non comportino modifiche delle destinazioni di uso. Nell'ambito degli interventi di manutenzione straordinaria sono ricompresi anche quelli consistenti nel frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari con esecuzione di opere anche se comportanti la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l'originaria destinazione d'uso”.
Un esempio concreto è dato proprio dall’abbattimento di muri divisori interni (però non portanti) così come la loro costruzione (come nel caso di specie), e ciò indipendentemente dal materiale utilizzato (legno o altro).

Se vengono realizzati interventi in assenza o in difformità della SCIA viene solamente applicata una sanzione amministrativa pecuniaria (pari al doppio dell'aumento di valore dell'immobile conseguente alla realizzazione degli interventi stessi, con un minimo di € 516,00); inoltre, se l'intervento è comunque conforme al piano urbanistico locale e alle norme edilizie, il responsabile dell'abuso o il proprietario dell'immobile possono ottenere una "sanatoria" versando una somma stabilita dall'ufficio comunale in relazione alla variazione di valore dell'immobile, e variabile da € 516,00 ad € 5.164,00.

Tuttavia, anche ai nostri fini, va tenuto presente che la mancata presentazione della SCIA non comporta, in alcun caso, l'applicazione di sanzioni penali.

Il secondo rischio in cui concretamente incorre il proprietario nel caso di specie è quello legato alle conseguenze dell’instaurazione – di fatto – di un rapporto con i due ragazzi avente ad oggetto l’utilizzo dell’immobile. Anche nel caso di comodato d’uso gratuito del bene, infatti – e pure quando il contratto sia concluso verbalmente – sussiste l’obbligo della registrazione in misura fissa.

In caso di tardiva registrazione (ovvero oltre 20 giorni dalla stipula del contratto), viene applicata una sanzione, il cui importo viene calcolato in percentuale sull’imposta di registro dovuta. Le percentuali da utilizzare dipendono del tempo trascorso tra la data di stipula e la data di registrazione; sono dovuti inoltre gli interessi legali, sempre calcolati sull’importo della tassa di registro.

In conclusione, quindi, se i due ragazzi decidessero di adire le vie legali, ciò che potrebbe accadere al proprietario dell’immobile è di dover pagare alcune sanzioni pecuniarie, parte a motivo degli abusi edilizi, parte a motivo della violazione delle norme fiscali in tema di registrazione dei contratti aventi ad oggetto il godimento di immobili.

Nonostante il concreto rischio evidenziato, non vanno, tuttavia, ad avviso di chi scrive, assolutamente assecondate le minacce dei due ragazzi, che con il loro comportamento si sono resi colpevoli del reato di tentata estorsione di cui all’art. 629 cod. pen..

Quest’ultimo reato si configura in tal modo: “Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.
La pena è della reclusione da sei a venti anni e della multa da euro 5.000 a euro 15.000, se concorre taluna delle circostanze indicate nell'ultimo capoverso dell'articolo precedente”.

Nel caso concreto in esame il reato (che è sinora rimasto a livello di tentativo, dal momento che si consuma solo con la consegna del denaro da parte del minacciato all’estorsore) si presenta, poi, nella sua forma aggravata (con sensibile aumento di pena), dal momento che è stato commesso da “più persone riunite” (art. 628 cod. pen.): erano infatti simultaneamente presenti entrambi i ragazzi al momento della minaccia.
Afferma in proposito la giurisprudenza: “In tema di estorsione, la circostanza aggravante delle "più persone riunite" non si identifica con una generica ipotesi di concorso di persone nel reato, ma richiede la simultanea presenza di non meno di due persone nel luogo e nel momento in cui si realizza la violenza o la minaccia, in quanto solo in tal modo si verificano quegli effetti fisici e psichici di maggior pressione sulla vittima, che ne riducono significativamente la forza di reazione e giustificano il rilevante aumento di pena.” (Cassazione penale, sez. VI, 21/10/2010, n. 41359).

In considerazione di quanto sopra, pertanto, il proprietario non si dovrà lasciar intimorire dai due giovani e non dovrà pagare loro alcuna somma: potrà, anzi, avvisarli della facoltà di presentare una denuncia-querela nei loro confronti per le minacce subite. Quand’anche i due, poi, non dovessero spaventarsi per la possibile denuncia penale, il rischio che il proprietario correrebbe, come già detto, sarebbe quello di incorrere nelle citate sanzioni amministrative, il cui importo però non si ritiene di entità tale da giustificare il versamento della ben maggiore somma di € 7.000,00.

Anna M. chiede
venerdì 11/03/2016 - Campania
“Salve, il nostro problema riguarda un posto barca. Avendo comprato lo scorso anno una barchetta abbiamo deciso di fittare un posto barca, abbiamo prenotato da aprile 2015 ma purtroppo la barca ci è stata consegnata ad agosto. Appena ritirata ci siamo recati subito presso la ditta dell'ormeggio, la quale non ci ha mai dato alcun contratto, ma noi pagammo circa 1700 euro anche perché ogni volta che chiedevamo il contratto non era pronto e ci dicevano di ripassare. Dopo qualche giorno iniziarono a tempestarci di telefonate a tutte le ore che volevano altri soldi,
gli portammo altri 1000 euro. Il contratto fantasma scade ad aprile ma la signorina del pontile ci ha già minacciati che per il 25 marzo dobbiamo pagare tutto! Come dobbiamo agire?
È legale tutto ciò? Il prezzo complessivo annuale è di 5000 euro+ iva cosa dobbiamo fare? Grazie”
Consulenza legale i 17/03/2016
L'accordo descritto dallo scrivente rientra nella figura del contratto di ormeggio, il quale rappresenta un contratto atipico, non essendo disciplinato in modo espresso dal nostro ordinamento. Ciò, peraltro, non è contro legge, infatti l'art. 1322 c.c. consente ai privati di concludere anche contratti non previsti dal codice civile, purché realizzino un interesse ritenuto meritevole di tutela da parte dell'ordinamento giuridico.

Nella sua configurazione più "basilare" dovrà prevedere almeno la messa a disposizione delle strutture del porto o porticciolo con l'assegnazione di un delimitato e protetto spazio acqueo dove poter ormeggiare l'imbarcazione (così Cass. 13 febbraio 2013, n. 3554)

Ciò premesso, il "contratto di ormeggio" potrà avere poi contenuti più o meno ampi. Oltre al minimo essenziale sopra indicato, infatti, possono comparire i seguenti servizi:
- il servizio di custodia dell’imbarcazione,
- il diritto ad avere a disposizione lo spazio acqueo pur in assenza della barca (se la barca momentaneamente non c'è perché fuori in mare, quel posto non potrà essere occupato dal altro natante, dovendo rimanere sempre e comunque a disposizione).
- il diritto ad usare bitte o anelli d’ormeggio messi a disposizione all'oupo dalla struttura
- il diritto di allacciarsi alle prese d’acqua e di energia elettrica o alla rete telefonica/dati.

Tutti questi diversi contenuti fanno ciascuno riferimento a un diverso tipi di contratto tipico (i.e.: previsto e normato dalla legge):
- il contratto di locazione, per quanto concerne la messa a disposizione di un tratto di molo o banchina e del relativo spazio acqueo;
- il contratto di deposito, qualora, nello schema negoziale, la struttura portuale si assuma anche l'obbligo di custodire il natante (cosa, pertanto, che non è affatto scontata);
- il contratto di somministrazione, per tutti i casi in cui vengano erogati anche servizi quali acqua, energia elettrica, rete telefonica/dati, etc.


Tutto ciò premesso, pur non essendo specificato nel quesito che tipo di servizi sono stati concordati, sembra che nel caso di specie si sia in presenza di un contratto di ormeggio, al quale sarà quindi applicabile la disciplina della locazione o del deposito, a seconda di quanto pattuito dai contraenti.
Essendo, come già detto, un contratto atipico, esso non necessita della forma scritta, pertanto potrà concludersi anche per effetto del solo consenso dei contraenti manifestato per fatti concludenti, e cioè anche attraverso l'accettazione da parte dell'utente dell'attività propria dell'ormeggiatore, la quale potrà eventualmente estendersi anche alla custodia dell'imbarcazione, oltre che alla messa a disposizione del necessario spazio acqueo (così da ultima Cass., 21 settembre 2011, n. 19201).

In entrambi i casi prima descritti (sia, cioè, che si applichi la disciplina della locazione, sia che si applichi quella del deposito) il creditore, per pretendere il proprio pagamento, dovrà agire ai sensi dell'art. 1219 ss. c.c., e cioè mettere in mora il debitore. Il che si fa scrivendogli e intimandogli formalmente di pagare quanto dovuto. Qualora l'intimazione non dovesse produrre effetti allora il creditore potrà fare ricorso al giudice al fine di ottenere coattivamente il soddisfacimento delle proprie pretese.

Il creditore non può legittimamente ricorrere ad altri mezzi, oltre a quelli appena elencati, per il conseguimento dei propri diritti. Pertanto, quanto alle minacce di pagamento ricevute tramite continue telefonate, esse non risultano idonee per una regolare messa in mora del debitore.
Peraltro, poiché lo scrivente non ha descritto nel dettaglio la condotta tenuta dalla società portuale (parlando genericamente di minacce e di ripetute telefonate), può anche affermarsi che, qualora le telefonate ricevute siano continue, protraendosi magari durante tutto l'arco della giornata e ingenerando conseguentemente un perdurante stato di ansia e paura in chi le riceve, potrebbe configurarsi il reato di “stalking” di cui all'art. 612 bis c.p. La giurisprudenza è infatti pacifica nell'affermare che tale delitto si configuri ogniqualvolta il comportamento minaccioso o molesto, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato un grave e perdurante stato di turbamento emotivo, essendo sufficiente che gli atti abbiano avuto un effetto destabilizzante sulla serenità e l'equilibrio psicologico di chi li subisce (Cass., 1 dicembre 2010, n. 8832; Cass., 12 gennaio 2010, n. 11943).

In conclusione, può affermarsi che le parti hanno concluso un contratto di ormeggio il quale non necessita per la sua conclusione della forma scritta. Tuttavia, se il contraente che usufruisce del posto per ormeggiare la barca risulta in ritardo nel pagamento del canone concordato, il creditore potrà agire nei suoi confronti solo con i mezzi indicati dall'ordinamento (e, cioè, mediante lettera di messa in mora ed eventuale ricorso all'autorità giudiziaria), non essendo sufficienti a tale scopo le sole telefonate. Qualora poi queste ultime avessero assunto una connotazione ripetuta e minacciosa, tale da aver provocato nella vittima un perdurante stato di ansia e paura, si andrebbe a configurare il reato di stalking di cui all'art. 612 bis c.p.

Per completezza va precisato che il ritardo nella consegna della barca non è circostanza addebitabile alla struttura ospitante. Se era stato convenuto che lo spazio acque sarebbe stato occupato da aprile, ricade sul diportista (propietario del natante) il peso economico del mancato sfruttamento dello spazio per i mesi di aprile, maggio, giugno e luglio.

Ad oggi sono stati pagati 1700 + 1000 euro. Al saldo mancano 2300 euro (+iva). La richiesta di saldo da parte della ditta non è fuori luogo.
Si consiglia, peraltro, di condizionare il saldo della partita in sospeso alla sottoscrizione di un contratto scritto (con tutte le cose ben precisate) per la nuova stagione entrante. Patti chiari (e scritti nero su bianco), amicizia lunga.

Raniero A. chiede
domenica 29/06/2014 - Lazio
“Da circa 2 anni sto combattendo con la Soc. ACEA (Roma) avendo ricevuto a suo tempo una fattura per consumi elettrici (solo stimati e mai rilevati effettivamente) enormemente superiore ai consumi reali. Pur avendo contestato la fattura (anche per il tramite di una delle principali Associazioni di consumatori) ACEA non ha mai riscontrato le richieste di misurazione obiettiva dei consumi e della conseguente regolarizzazione contabile. Nel frattempo sono continuate ad arrivarmi mensilmente fatture di pagamento a titolo di "rateazione" (da me mai richiesta) che ho sempre pagate, con minacce di sospensione della fornitura di energia. E' chiaro che, a parte un modo di agire censurabile sotto ogni profilo, siamo in presenza di un ingiusto profitto.
Domanda: è configurabile nella specie un reato di estorsione? (Preciso che sarei intenzionato ad agire civilmente, ma i tempi sono molto lunghi e per un'azienda delle domensioni di ACEA si tratterebbe niente più che di un leggero solletico). Grazie per l'attenzione.”
Consulenza legale i 04/07/2014
La vicenda narrata nel quesito è purtroppo tristemente nota e si ripete ormai costantemente per tutti i tipi di utenza domestica. Le sanzioni delle autorità competenti ai colossi dell'energia sono all'ordine del giorno, ma ciò sembra non placare le situazioni di disagio per i cittadini, che si moltiplicano anziché diminuire.

Venendo alla domanda proposta, si deve innanzitutto descrivere il reato di estorsione, per capire se nel caso di specie ne siano ravvisabili tutti gli elementi.
L'art. 629 del c.p. stabiliche che commette estorsione chi, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.
Analizziamo i singoli elementi:
- costrizione: può avere ad oggetto il compimento di un atto di disposizione patrimoniale positivo, come ad esempio la dazione di una somma di danaro;
- ingiusto profitto con altrui danno: è ravvisabile nel caso di specie, poiché è chiaro che una parte si arricchisce ingiustamente a danno dell'altra. Ciò però non può solo essere meramente affermato nel giudizio penale, ma dovrà essere oggetto di rigorosa prova, per dimostrare che effettivamente il consumo stimato è molto lontano da quello effettivo, con conseguente illegittima richiesta di esoso pagamento;
- mediante violenza o minaccia: la violenza può senz'altro escludersi. Per "minaccia", la giurisprudenza intende quella posta in essere in qualunque forma o modo, potendo essere "manifesta o implicita, palese o larvata, diretta o indiretta, reale o figurata, orale o scritta, determinata o indeterminata, purché comunque idonea, in relazione alle circostanze concrete, a incutere timore ed a coartare la volontà del soggetto passivo (Cass. pen., sez. VI, 26.1.1999 n. 3298). Più recentemente, possiamo leggere nella sentenza della Cassazione, sez. VI, n. 33741 del 16.9.2010: "La giurisprudenza ha avuto modo di precisare che anche una minaccia dall’esteriore apparenza di legalità può costituire illegittima intimidazione idonea a integrare l’elemento materiale del reato di estorsione nel caso in cui è finalizzata ad ottenere un profitto ingiusto e dunque non la controprestazione dovuta; nella specie, la valenza intimidatoria della minaccia è costituita anche dalla rilevata sproporzione tra credito originario e somma pretesa, situazione che trasforma la richiesta di una prestazione in un risultato iniquo perché ampiamente esorbitante rispetto a quanto si sarebbe conseguito attraverso l’esercizio del diritto, che viene strumentalizzato per uno scopo contra ius".
Nel caso di specie, è possibile ipotizzare che l'elemento della minaccia sia rappresentato dalle lettere con cui la società erogatrice intima il pagamento avvisando che in mancanza sarà sospesa la fornitura di energia elettrica.

Poiché il delitto di cui all'art. 629 c.p. è procedibile d’ufficio, la parte offesa non presenterà una querela, bensì una semplice denuncia (che si consiglia comunque di presentare a mezzo di un legale).
Va ricordato, infine, che la norma penale colpisce solo le persone fisiche, per cui il denunciante dovrà chiedere che l'autorità giudiziaria persegua le persone che la stessa individuerà come fisicamente responsabili del fatto invocato come reato.

In via astratta, quindi, è ipotizzabile un reato di estorsione, anche se non sembra così facile che si possa agevolemente giungere ad un rinvio a giudizio. In giurisprudenza, non sono emersi precedenti significativi tali da consigliare senza indugi la presentazione di una denuncia.

La strada del processo civile, certo più lunga e meno "efficace", sembra palesarsi come quella giuridicamente migliore, in quanto l'utente, una volta dimostrato l'esborso di somme non dovute, potrà appellarsi semplicemente alla normativa sull'ingiustificato arricchimento, senza dover provare il dolo o la colpa altrui, che sono oggetto di una istruttoria sempre molto complessa.

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