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Articolo 374 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Frode processuale

Dispositivo dell'art. 374 Codice penale

Chiunque, nel corso di un procedimento civile o amministrativo (1), al fine di trarre in inganno il giudice in un atto d'ispezione o di esperimento giudiziale, ovvero il perito nella esecuzione di una perizia, immuta artificiosamente lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone, è punito, qualora il fatto non sia preveduto come reato da una particolare disposizione di legge, con la reclusione da uno a cinque anni [375, 384] (2).

La stessa disposizione si applica se il fatto è commesso nel corso di un procedimento penale, anche davanti alla Corte penale internazionale (3), o anteriormente ad esso; ma in tal caso la punibilità è esclusa, se si tratta di reato per cui non si può procedere che in seguito a querela [120], richiesta [8, 9 2 - 3, 10, 11 2, 12 2, 127, 131 4] o istanza [9, 10], e questa non è stata presentata [375, 384] (4).

Note

(1) Per quanto riguarda i procedimenti civili e amministrativi, si ritiene necessario che questi siano già in corso, a differenza di quelli penali, rispetto ai quali la condotta criminosa viene a integrarsi anche anteriormente al loro inizio, dal momento che si tratta di situazioni dove più forte è l'esigenza di garantire la genuinità della prova.
(2) Comma modificato dall'art. 1, L. 11 luglio 2016, n. 133 con decorrenza dal 2 agosto 2016.

Immutare artificiosamente significa operare una qualsiasi modificazione, alterazione o trasformazione di una cosa, fraudolentemente, al fine di ingannare.
Alcuni autori ritengono possibile anche la frode omissiva, qualora l'agente (si pensi al custode) sia garante della conservazione dello stato dei luoghi o delle cose.
(3) L'art. 10, comma 6, L. 20 dicembre 2012, n. 237 ha inserito il riferimento alla Corte penale internazionale.
(4) Si applicano poi le circostanze aggravanti di cui all'art. 375 e l'esimente dell'art. 384.

Ratio Legis

Il legislatore introducendo tale disposizione ha voluto così tutelare il buon funzionamento della giustizia, relativamente al profilo delle acquisizioni probatorie.

Brocardi

Immutatio loci, rerum, personae

Spiegazione dell'art. 374 Codice penale

La norma è diretta a tutelare la genuinità delle fonti tramite le quali si fonda o si può fondare il convincimento del giudice in ordine a determinati elementi di prova.

La condotta di rilevanza penale consiste nell'artificiosa alterazione o trasformazione materiale dello stato dei luoghi, delle cose o delle persone, al fine di trarre in inganno il giudice nel corso delle ispezioni giudiziali, degli esperimenti giudiziali, ovvero nell'espletamento dell'attività peritale. L'elencazione è peraltro tassativa, non potendosi dunque estendere ad altri momenti processuali.

Data la connotazione in termini di reato di pericolo, l'alterazione o l'immutazione non devono necessariamente trarre in inganno il giudice, ma solamente essere in grado di farlo. La concretezza dell'idoneità esclude per contro la rilevanza penale dell'alterazione grossolana, in quanto tale assolutamente inidonea a trarre in inganno il giudice.

La norma prevede una differente rilevanza del momento in cui l'attività ingannatoria è posta in essere. Essa, infatti, nel processo penale, rileva anche se commessa prima dell'inizio del procedimento.

Si precisa ce la giurisprudenza ha negato il concorso del delitto in esame con la truffa di cui all'art. 640, dato che nella frode processuale manca l'elemento costitutivo dell'atto di disposizione patrimoniale, nonostante al termine del processo vi possano sicuramente essere delle conseguenze patrimoniali negative per il soggetto passivo della frode processuale. Tuttavia, tali conseguenze patrimoniali sono “mediate” dal giudice tratto in inganno.

Massime relative all'art. 374 Codice penale

Cass. pen. n. 51681/2017

Il reato di frode processuale, previsto dall'art. 374 cod. pen., non è configurabile qualora la condotta ingannatoria consista nella consegna al consulente tecnico d'ufficio di documentazione fraudolentemente modificata che, tuttavia, risulti irrilevante rispetto all'oggetto dell'accertamento e, pertanto, inidonea ad incidere sulle concrete valutazione e determinazioni del consulente.

Cass. pen. n. 20454/2009

In caso di favoreggiamento, l'esimente di cui all'art. 384 c.p. è applicabile anche quando lo stato di pericolo - per la libertà o per l'onore - sia stato cagionato volontariamente dall'agente. (Fattispecie in cui, dopo un incidente sul lavoro occorso ad un dipendente, il caposquadra aveva mutato lo stato dei luoghi, così da far apparire una diversa dinamica dei fatti ed il rispetto delle norme antinfortunistiche. La Corte ha ritenuto che l'agente, oltre che per favorire il suo datore di lavoro, aveva agito per evitare una imputazione di concorso nel reato di lesioni personali).

Cass. pen. n. 5009/2008

Non è legittimato a proporre opposizione alla richiesta di archiviazione colui che ha presentato denuncia per il delitto di frode processuale, trattandosi di fattispecie incriminatrice lesiva dell'interesse della collettività al corretto funzionamento della giustizia, relativamente al quale l'interesse del privato assume un rilievo solo riflesso e mediato, tale da non consentire l'attribuzione della qualità di persona offesa, ma solo quella di persona danneggiata dal reato.

Cass. pen. n. 45583/2007

Non integra la condotta del delitto di frode processuale in vista di un procedimento penale ancora da iniziarsi la ripulitura della scena del delitto (in specie, omicidio), posta in essere con la rimozione grossolana e maldestra delle tracce di sangue, facendo difetto in tali atti ogni potenzialità ingannatoria.

Non integrano il delitto di frode processuale gli atti di immutazione dei luoghi, delle cose o delle persone posti in essere nel medesimo contesto spazio-temporale dell'autore di una condotta criminosa (nella specie, omicidio), non potendosi ad essi attribuire autonomo rilievo al fine della configurazione del concorso materiale di reati, per la sostanziale contiguità e il difetto della necessaria alterità rispetto alla condotta precedente.

Cass. pen. n. 23615/2005

Il delitto di frode processuale, reato di pericolo a consumazione anticipata, è integrato da qualsiasi immutazione artificiale dello stato dei luoghi o delle cose, commessa al fine di inquinare le fonti di prova o di ingannare il giudice nell'accertamento dei fatti. Costituendo tale finalità il dolo specifico e non un elemento oggettivo del reato, il fatto che il giudice non abbia ancora disposto l'assunzione del mezzo di prova non assume alcuna rilevanza ai fini della configurabilità del reato.

Cass. pen. n. 41931/2003

Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 374, primo comma c.p. (frode processuale), nella nozione di procedimento civile vanno compresi non solo il procedimento di cognizione e quello di esecuzione, ma anche i procedimenti cautelari che servono a predisporre e a garantire i mezzi probatori del processo definitivo (in applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto corretta la configurazione del reato de quo in un caso in cui era stato immutato artificiosamente lo stato dei luoghi di uno stabile in costruzione prima dell'espletamento dell'accertamento tecnico disposto dal presidente del tribunale ex art. 696 c.p.c.)

Cass. pen. n. 37409/2001

Non integra il reato di frode processuale la produzione di falsa documentazione a sostegno di un ricorso al prefetto avverso l'ordinanza-ingiunzione di pagamento di una sanzione amministrativa per la violazione delle norme sulla circolazione stradale, giacché tale reato richiede per la sua configurazione che il fatto sia compiuto al fine di trarre in inganno il giudice in un atto di ispezione o di esperimento giudiziale ovvero il perito nell'esecuzione di una perizia.

Cass. pen. n. 4026/2000

Una volta esclusa, almeno allo stato degli atti, l'inquadrabilità del fatto nello schema dell'illecito penale, non può legittimamente paralizzarsi l'esecuzione di un provvedimento giurisdizionale civile, attraverso l'attivazione di uno strumento tipico del processo penale. Pertanto, il sequestro preventivo non può essere utilizzato per fini diversi da quelli previsti dalla norma, ovvero non può surrogare altri istituti propri del diritto civile: in particolare, non può tutelare i privati interessi del debitore esecutato i quali possono trovare rimedio nei mezzi civilistici che l'ordinamento appresta. (Nella specie la Corte ha annullato senza rinvio il provvedimento di sequestro preventivo, emesso dal Gip, di una rilevante somma di denaro assegnata al creditore nell'ambito di una procedura esecutiva civile a carico del debitore, il quale aveva denunciato il creditore per il reato di truffa in suo danno commesso attraverso l'induzione fraudolenta in errore delle «competenti autorità giudiziarie», che avevano concesso il decreto ingiuntivo in favore dello stesso creditore: i giudici di legittimità hanno affermato il principio dopo avere precisato che non integra gli estremi dell'illecito penale l'induzione in inganno il giudice con artifici e raggiri al fine di conseguire con una decisione favorevole un ingiusto profitto a danno della controparte, non essendo prevista come reato la cosiddetta «truffa processuale», atteso che il giudice, con la propria decisione, va a incidere sul patrimonio altrui non con un atto di disposizione, ma sulla base di un potere pubblicistico; d'altra parte, la frode processuale assume rilievo penale solo nei ristretti limiti tipizzati dall'art. 374 c.p.).

Cass. pen. n. 13645/1998

In tema di frode processuale, prevista dall'art. 374 c.p., l'immutazione dei luoghi non integra il reato solo quando sia talmente grossolana e così agevolmente percepibile a prima vista da non essere idonea a indurre in errore nessuno, non comportando il pericolo implicato dalla norma incriminatrice, pericolo che esiste invece ogni qual volta l'immutazione sia percepibile soltanto a un esame non superficiale e possa sfuggire a un occhio non particolarmente esperto. (Fattispecie riguardante un immobile sul quale era stata disposta perizia per l'accertamento di vizi redibitori, derivanti da difetti dell'impianto idrico causativi di umidità nei muri, immobile del quale l'imputato aveva provveduto a ritinteggiare le pareti, così da occultare dette tracce, rilevabili solo da un occhio esperto e a seguito di attento esame).

Cass. pen. n. 8699/1996

In caso di frode processuale l'esimente di cui all'art. 384 c.p. è invocabile dal soggetto che abbia commesso l'immutazione allo scopo di eludere le investigazioni e di evitare un procedimento penale, in virtù del principio non esplicito, ma immanente al sistema, nemo tenetur se detegere. Tale causa di non punibilità è applicabile anche quando lo stato di pericolo - per la libertà o per l'onore - sia stato cagionato volontariamente dall'agente.

Cass. pen. n. 10386/1989

Il peculato per appropriazione di denaro o cosa mobile, appartenenti alla P.A., si realizza ogni qualvolta il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che ne ha il possesso per ragioni di ufficio, converta nelle proprie disponibilità — per un tempo minimo, purché apprezzabile — la cosa stessa anche se ciò avvenga con l'intenzione di restituirla e che poi effettivamente sia restituita. Qualora, invece, il pubblico funzionario prelevi il denaro o la cosa mobile e contestualmente li sostituisca con denaro dello stesso valore nominale o con cose aventi la medesima attitudine funzionale, viene a mancare l'elemento materiale del reato de quo, perché il predetto funzionario nulla converte nel proprio patrimonio e nessun interesse dello Stato-Amministrazione è correlativamente intaccato, salvo a realizzare con la predetta condotta, a seconda dello scopo illecito che si prefigga di raggiungere un diverso titolo di reato, ove ne ricorrano i presupposti. (Nella fattispecie un geometra dell'ufficio tecnico di un comune si era appropriato della testina rotante a carattere Livius di una macchina da scrivere elettrica, di cui si era valso per la redazione di uno scritto anonimo, sostituendola con un'altra testina a carattere Silvia, al fine di poter conservare l'anonimato, potendo attraverso la perizia dattilografica disposta dal giudice di merito, essere individuato quale autore dell'anonimo realizzandosi così l'ipotesi della frode processuale ex art. 374 c.p. e non già quella di peculato per appropriazione).

Cass. pen. n. 4467/1989

Il reato di frode processuale si configura non con una generica immutazione dei luoghi, ma solo con quella che abbia attitudine a generare l'inganno o il pericolo dell'inganno stesso.

Cass. pen. n. 1438/1986

L'ipotesi delittuosa della immutazione artificiosa dello stato delle cose anteriormente all'inizio di un procedimento penale, di cui all'art. 374 c.p., richiede, sotto il profilo oggettivo, che venga apportata allo stato delle cose una modificazione materiale tale da implicare il pericolo di una diversa interpretazione del fatto, a causa dell'alterazione delle sue componenti probatorie, come nel caso di una pistola sottratta, prima dell'arrivo dell'autorità giudiziaria, a persona deceduta in un conflitto a fuoco; sotto il profilo soggettivo esige il fine, nella specie rivelato dallo stesso comportamento dell'agente che ha taciuto della sottrazione e non ha dato altre motivazioni alla sua azione, di trarre in inganno l'autorità giudiziaria.

Cass. pen. n. 9075/1985

In tema di reati previsti dall'art. 374 c.p., l'assoluta inidoneità dell'immutazione dei luoghi a generare la frode processuale si verifica solo quando la condotta è talmente grossolana da rivelare ictu oculi l'artificio, sì da togliere qualsiasi potenzialità ingannatrice all'immutazione stessa con una valutazione da effettuare ex ante, in base agli strumenti apprestati o alla loro oggettiva capacità offensiva. Ne consegue che il compimento delle operazioni di ripristino e di ripulitura di un terreno agricolo in vista della coltivazione dello stesso, effettuate per contrastare lo stato di fatto presentato al sopralluogo dell'autorità giudiziaria in un procedimento di reintegra possessoria, peraltro consistente in una condizione di completa incoltura dell'area di terreno, configura l'elemento materiale del delitto de quo, essendo idoneo a far apparire, contrariamente alla realtà, che i terreni non erano in stato di abbandono, ma anzi preparati per le opportune colture.

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Consulenze legali
relative all'articolo 374 Codice penale

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Virgilio M. chiede
venerdì 12/05/2017 - Lazio
“già 3 volte ho fruito delle vostre consulenze - la domanda è "se un Avv. mentendo platealmente, ed lo posso ampiamente dimostrare, si può denunciare ed a chi ???”
Consulenza legale i 21/05/2017
Un avvocato può commettere il reato di frode processuale, reato previsto dall’art. 374 del c.p. che punisce “chiunque, nel corso di un procedimento civile o amministrativo, al fine di trarre in inganno il giudice in un atto d'ispezione o di esperimento giudiziale, ovvero il perito nella esecuzione di una perizia, immuta artificiosamente lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone". Il reato preve come pena la reclusione da uno a cinque anni.

Nel caso di specie non si rappresenta la produzione di una prova falsa, ma solo di un rogito errato, vale a dire di una prova sbagliata.

A prescindere da come il legale di controparte può aver descritto tale documento era un dovere del Giudice valutarlo correttamente, l’errore pare, quindi, più che altro imputabile al Giudice.

Peraltro, la successiva C.T.U. pare aver rimediato all’errore sopraccitato.

Silvio C. chiede
venerdì 11/12/2015 - Toscana
“In corso di causa civile intentata da una Banca nei confronti del sottoscritto volta alla escussione di una garanzia fidejussoria è stato presentato in giudizio dalla stessa un documento fideiussorio dal me rilasciato ma reso nullo e/o superato da una successiva fideiussione sostitutiva sottoscritta per identico importo e motivo. Ne è conseguito che l’importo che volevasi garantire con l’atto fidejusorio è risultato raddoppiato rispetto all’effettivo impegno assunto.
Il Giudice adito ha di conseguenza emesso decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo a seguito del quale sono stati effettuati dalla banca disposizioni patrimoniali a carico del sottoscritto fideiussore mediante incameramento di somme e titoli presenti presso la banca de quo nonché atti ipotecari su beni immobili di proprietà.
Vorrei conoscere se il comportamento della Banca sia penalmente perseguibile, quali reati debbano ascriversi a tale comportamento truffaldino e quali azioni possano essere intraprese nei confronti della banca e di chi la rappresenta volte al ristoro degli ingenti danni procurati al sottoscritto”
Consulenza legale i 22/12/2015
La condotta descritta nel quesito è stata oggetto di analisi da parte delle giurisprudenza in relazione alla fattispecie della c.d. truffa processuale, quale particolare ipotesi del reato di truffa (art. 640 del c.p.).

In sintesi, perché la truffa si configuri è necessario che un soggetto agisca mediante artifizi (trasfigurazioni della realtà) o raggiri (azioni e dichiarazioni che fanno credere vero ciò che è falso); questi devono indurre la vittima in errore, cioè ad una falsa rappresentazione della realtà, idonea ad incidere sulla sua volontà, e a portarla a porre in essere un atto di disposizione patrimoniale per lui dannoso. Tale condotta deve procurare all'agente (o a terzi) un profitto ingiusto e determinare un danno altrui.

Un'ipotesi particolare che è stata prospettata è, appunto, quella della c.d. truffa processuale, che si avrebbe a causa della condotta di una parte che, con artifici o raggiri, portando all'errore il giudice, consegua un provvedimento a se favorevole ed un danno alla parte avversa.

La giurisprudenza maggioritaria, tuttavia, tende oggi ad escludere che la condotta descritta possa essere ricondotta al reato in esame: questo perché mancherebbe un elemento tipico della fattispecie, ovvero il compimento di un atto di disposizione patrimoniale da parte dell'ingannato. Infatti, il giudice che decide non esercita un potere di disposizione sui beni della parte ma si limita ad esercitare una funzione pubblica. Infatti se anche prende una decisione che ha ad oggetto i beni del soggetto non esprime, in questo modo, una sua volontà, ma esercita un potere che l'ordinamento gli attribuisce (Cass. 21868/2002; Cass. 29929/2007). Il raggiro del giudice può rilevare solo nella diversa ipotesi (che qui non è integrata) di frode processuale ex art. 374 del c.p..

Questa posizione è stata espressa anche in un caso analogo a quello in esame, avente ad oggetto l'emissione di un decreto ingiuntivo: "La condotta di chi, inducendo in errore il giudice in un processo civile o amministrativo mediante artifici o raggiri, ottenga una decisione favorevole non integra il reato di truffa, per difetto dell'elemento costitutivo dell'atto di disposizione patrimoniale, anche quando è riferita all'emissione di un decreto ingiuntivo, perché quest'ultima attività costituisce esercizio della funzione giurisdizionale" (Cass. 39314/2009).

Peraltro, va dato atto che alcune pronunce (seppur minoritarie) sono dell'avviso opposto, stabilendo che non può a priori escludersi la truffa quando il soggetto ingannato sia il giudice (Cass. 6335/1999). In ogni caso, perché sussista il reato devono ricorrere tutti gli elementi costitutivi.

La condotta della banca potrebbe rilevare, però, nel senso di configurare una responsabilità aggravata ex art. 96 del c.p.c.. Dispone il secondo comma che: "Il giudice che accerta l'inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale, o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l'esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata condanna al risarcimento dei danni l'attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza".

Nello specifico, il primo comma della norma disciplina la responsabilità della parte che agisce o resiste con mala fede o [def ref=1489]colpa grave[7def]; il secondo comma, sanziona la condotta di chi intraprenda una delle azioni descritte senza che sussista il relativo diritto e senza agire con la normale prudenza. Quindi, mentre nel primo comma è necessario il dolo, nel secondo è sufficiente anche la colpa lieve (Cass. 8872/1987). La normale prudenza con cui deve agire la parte (nel caso la banca) dovrà essere valutata avendo riguardo a varie circostanze, ad esempio quelle in cui era sorto il credito che si è rivelato inesistente, nonché i comportamenti prudenziali da tenere in situazioni analoghe.

Quanto all'inesistenza del diritto (ciò che deve essere accertato dal giudice), la Cassazione ha riconosciuto che essa si ha anche in caso di sproporzione notevole tra quanto si accerta che è dovuto e le misure (nel caso trattato erano conservative) ottenute per lo scopo (Cass. 3075/1994).

Sul piano processuale, secondo la giurisprudenza la domanda con cui si vuole far valere il danno per l'illegittima esecuzione forzata deve essere fatta valere davanti al giudice dell'opposizione all'esecuzione, cui spetta la competenza sia sull'an che sul quantum (Cass. 10960/2010). Il danno può essere liquidato anche in via equitativa dal giudice ma resta fermo che la parte che lo chiede deve allegare quantomeno gli elementi di fatto necessari alla liquidazione stessa (Cass. S.U. 7583/2004).

In conclusione, si ritiene che la condotta della banca difficilmente possa integrare il reato di truffa processuale, mentre, al ricorrere dei relativi presupposti, si potrebbe eventualmente valutare se determini responsabilità aggravata ex art. 96 co. 2 c.p.c..

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