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Articolo 610 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Violenza privata

Dispositivo dell'art. 610 Codice penale

Chiunque, con violenza [581] o minaccia (1), costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa (2) è punito con la reclusione fino a quattro anni (3).

La pena è aumentata [64] se concorrono le condizioni prevedute dall'articolo 339.

Note

(1) La violenza è qui un concetto ampio, comprensivo anche della violenza diretta alle cose o a soggetti diversi diversi dalla vittima. Ugualmente anche la minaccia comprende un ventaglio applicativo molto ampio, che prescinde quindi dal tipo di mezzi utilizzati o dal grado della minacci stessa.
(2) L'azione o omissione limitate dalla condotta violenta o minacciosa devono a loro volta essere determinate ovvero devono riguardare "qualche cosa", diversamente si applicano i reati di minaccia, percosse o lesioni.
(3) Alcuni autori riconoscono la necessità di ulteriore presupposto per la condotta di coartazione ovvero che questa dovrebbe essere illegittima, quindi non giustificata da alcun diritto (si pensi alle scriminanti degli artt. 51-54). Un caso discusso è quello del diritto di sciopero, garantito se non lede le altrui libertà, come nel caso delle cosiddette azioni di picchettaggio che consistono in atti diretti a costringere altri lavoratori ad astenersi dalla prestazione lavorativa, considerate penalmente rilevanti secondo la disposizione in esame.

Ratio Legis

Tale disposizione trova il proprio fondamento nell'esigenza di reprimere fatti di coercizione non contemplati in altre norme, così da tutelare la libertà morale, nonchè la libertà fisica e di locomozione dei soggetti.

Spiegazione dell'art. 610 Codice penale

Il bene giuridico oggetto di tutela è la libertà morale, e dunque la libertà psichica, contro ogni turbativa determinata anche semplicemente da attività di disturbo e molestia.

Per quanto riguarda il primo elemento costitutivo del reato, ovvero la violenza, essa va suddivisa in propria ed impropria. Per quest'ultima va intesa quando si utilizza un qualsiasi mezzo idoneo, esclusa la minaccia, a coartare la volontà del soggetto passivo, annullandone la capacità di azione o determinazione. Per violenza propria, si intende invece l'impiego di energia fisica sulle persone o sulle cose, esercitata direttamente o per mezzo di uno strumento. Non sussiste invece la violenza in casi di condotta meramente omissiva tenuta in relazione ad una richiesta altrui, anche quando la stessa si risolva in una forma passiva di mancata cooperazione al risultato voluto dal richiedente.

Per minaccia va invece intesa la prospettazione di un male ingiusto e notevole, eventualmente proveniente dal soggetto minacciante.

Per quanto riguarda l'elemento soggettivo, esso consiste nella coscienza e volontà di usare violenza o minaccia al fine di costringere la vittima a fare, tollerare od omettere qualcosa. Trattasi comunque di dolo generico e non specifico, dato che il fine di costrizione realizza il momento consumativo.

Il reato di violenza privata presenta una natura prevalentemente sussidiaria e viene assorbito da tutte le fattispecie che prevedono la violenza o la minaccia come elemento costitutivo.

Viene tuttavia ammesso il concorso con vari reati, come il sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630), quando la vittima sia costretta ad una particolare azione non rientrante e strumentale alla situazione di soggezione tipica del sequestro. Ammissibile è anche il concorso con il delitto di maltrattamenti (art. 572), quando la violenza o la minaccia reiterate siano finalizzate ad uno scopo ulteriore a quello vessatorio, mentre vi è solo violenza privata ove difetti l'abitualità delle vessazioni.

Massime relative all'art. 610 Codice penale

Cass. pen. n. 48369/2017

Integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che, nell'ambito di manifestazioni di protesta per impedire l'esecuzione di un'opera pubblica, impedisce agli operai incaricati di svolgere i lavori previsti, frapponendosi all'accesso ai macchinari con comportamenti tali da bloccarne l'utilizzo da parte loro, considerato che, ai fini della configurabilità del reato in questione, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l'offeso della libertà di determinazione e di azione.

Cass. pen. n. 17794/2017

Integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che occupa il parcheggio riservato ad una specifica persona invalida in ragione del suo "status", impedendone l'accesso, e, quindi, privandola della libertà di determinazione e di azione. (Fattispecie in cui l'imputato aveva abusivamente occupato il parcheggio riservato ad uno specifico disabile dalle 10,40 del mattino alle 2 di notte, ora in cui l'autovettura veniva coattivamente rimossa dalla polizia locale).

Cass. pen. n. 1786/2017

Ai fini dell'integrazione del delitto di violenza privata (art. 610 cod. pen.) è necessario che la violenza o la minaccia costitutive della fattispecie incriminatrice comportino la perdita o, comunque, la significativa riduzione della libertà di movimento o della capacità di autodeterminazione del soggetto passivo, essendo, invece, penalmente irrilevanti, in virtù del principio di offensività, i comportamenti che, pur costituendo violazioni di regole deontologiche, etiche o sociali, si rivelino inidonei a limitarne la libertà di movimento, o ad influenzarne significativamente il processo di formazione della volontà. (Fattispecie in cui la S.C. ha escluso la sussistenza del reato nella condotta dell'imputato che, al fine di fare rispettare il regolamento condominiale, aveva reiteratamente minacciato, aggredito ed ingiuriato alcuni minorenni che facevano rumori giocando nel cortile condominiale con dei palloni, ed aveva tagliato questi ultimi con un coltello, in quanto tale condotta non aveva impedito ai giovani di riprendere gli stessi giochi).

Cass. pen. n. 39541/2016

L'espianto di ovociti dall'utero di una donna, realizzato in ambiente ospedaliero contro la sua volontà, da personale medico, configura il delitto di violenza privata e non quello di rapina, in quanto gli ovociti, benché destinati ad essere espulsi o trasformati mediante la fecondazione, fanno parte del circuito biologico dell'essere umano e non possono essere considerati "cose mobili" solo temporaneamente detenute dalla donna all'interno del suo corpo.

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Consulenze legali
relative all'articolo 610 Codice penale

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Anonimo chiede
venerdì 08/09/2017 - Friuli-Venezia
“Mi trovo in una situazione matrimoniale difficile, con mia moglie i rapporti sono oramai inesistenti da anni; nonostante cio' lei continua a voler rimanere nella casa di mia proprietà nonostante sia residente formalmente in una casa che io le ho intestato 30 anni or sono.
Questa situazione poteva trovare una motivazione fino al mese scorso, in quanto in quella casa ci abitava mia figlia con la sua famiglia, ma ora la casa è libera e lei vuole venderla e rimanere a casa mia nonostante una situazione di convivenza insopportabile.
Sarebbe mia intenzione impedirle l'accesso, approffittando di una sua assenza, ed avendo la casa diversi ingressi, appendere cartelli su ognuno di questi con diffida ad entrare per chiunque minacciando, per i trasgressori, una azione legale per violazione di domicilio.
E' possibile una azione di questo tipo da parte mia?”
Consulenza legale i 14/09/2017
Non è possibile impedire a sua moglie l’accesso all’abitazione senza incorrere in conseguenze penali, e, segnatamente, nel reato di violenza privata previsto dall’art. 610 c.p., il quale punisce “chiunque con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa” (ex pluribus Cass. sent. n. 7214 del 21.03.2013).

Anche se l’abitazione è di sua proprietà, ciò non può comunque giustificare l’esclusione forzosa del coniuge, ovvero di altri membri della famiglia, che, attualmente, godono del diritto di utilizzarla.

Sua moglie, oltre a poter sporgere denuncia, potrebbe altresì tutelarsi in sede civile, proponendo un’azione possessoria e chiedendo di essere reintegrata nel possesso del bene, chiedendo il risarcimento dei danni patiti a causa dell'improvviso allontanamento forzoso da casa, ed addossando a leii costi, per nulla esigui, della procedura giudiziaria.

Pertanto la soluzione da lei prospettata è rigorosamente da escludere.

Ciò non significa che la legge non la tuteli, anzi.
Più semplicemente dovrà comunicare a sua moglie l’intenzione di separarsi e comprendere se anche lei è disponibile nel perseguire una soluzione consensuale.
In alternativa dovrà rivolgersi al Tribunale ed instaurare un procedimento per la separazione giudiziale della famiglia, nell’ambito del quale verrà il Giudice deciderà anche le sorti della casa coniugale.

La casa familiare viene comunque assegnata al genitore affidatario della prole minorenne o maggiorenne non autosufficiente.
Se, come in questo caso pare di capire, i figli sono oramai adulti ed autonomi, non c’è alcun motivo per il quale il Giudice dovrebbe affidare la casa a sua moglie, tanto più se essa ha un altro immobile di proprietà.

Da ultimo occorre sottolinearle che tale prospettazione varrà sintanto che sua moglie è ancora nella disponibilità del secondo immobile e quindi è utile che la domanda di separazione venga depositata con una certa celerità.

Anonimo chiede
lunedì 27/03/2017 - Puglia
“A una società, a fronte della legittima richiesta del pagamento di una fattura, viene risposto che non si deve nulla perché si era compensato il dovuto con un preesistente credito (inesistente e mai reclamato prima). L'amministratore informa di voler adire le vie legali per ottenere il dovuto a questo punto il creditore, pone in essere una serie di minacce, che vanno dal "voi non sapete chi sono, e le mie conoscenze, io posso sputtanarvi nel settore della meccanica" sino a minacce implicite all'autore della richiesta, quali "io non mi devo guardare le spalle quando torno a casa la sera". Tali minacce, non sono mai dette pretendendo il pagamento del supposto pre-esistente credito, (nel qual caso porrebbe in essere il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni) ma solo orientate ad impedire che la società possa adire le vie legali per ottenere soddisfazione, ben sapendo il debitore, che in sede di giudizio civile, soccomberebbe certamente, non esistendo alcun credito da compensare. L'ingiusto profitto che mira a ottenere è non solo, evitare di versare il dovuto, ma evitare di dover versare interessi, spese legali e altro, che verosimilmente sarebbe chiamato a pagare. Infatti non dice mai, "se non mi pagate il dovuto, o se non compensare il dovuto" ma sempre, "andate pure dall'avvocato e poi vedrete che.." Mi domando se sia configurabile il reato di violenza privata ai sensi dell'art. 610 c.p. o di estorsione ai sensi dell'art. 629 c.p.. Ho sentito parlare di violenza privata come reato “sussidiario”, nel senso che “esso è ravvisabile ogni qualvolta non si configuri, per quel determinato fatto, una diversa qualificazione giuridica” (Cass. n. 4996/1998; Cass. n. 2664/1986). Quindi se ho ben compreso, iper i fatti esposti, si configurerebbe l'estorsione, ed in subordine la violenza privata. Credo si posa escludere l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni.”
Consulenza legale i 04/04/2017
Nel caso di specie, in base agli elementi esposti, può configurarsi il reato di estorsione, nella forma del tentativo, si veda art. art. 629 del c.p., oppure il reato di violenza privata, art. art. 610 del c.p..

Per valutare quale delle due figure delittuose sia applicabile al caso di specie, si osserva che l’art. art. 610 del c.p. non contiene alcuna clausola di sussidarietà (“salvo che il fatto non costituisca un più grave reato”). Con tale espressione si fa riferimento alla volontà del legislatore di risolvere un “conflitto apparente di norme” che ricorre quando un medesimo fatto può essere ascritto a due diverse ipotesi di reato.

L’art. art. 629 del c.p. contiene un elemento costitutivo del reato, l’ingiusto vantaggio del soggetto agente, non previsto dal reato di violenza privata.

Gli elementi su cui focalizzare l’attenzione sono, quindi, la prospettazione di un danno ingiusto (la minaccia) e l’ingiusto vantaggio del soggetto agente.

Circa la distinzione tra i due reati, la Cassazione penale sez. VI 05 novembre 2014 n. 53429 , ha stabilito che: “il “discrimen” tra i delitti di tentata estorsione e di violenza privata si individua nel fatto che, nel primo reato e non nel secondo, la condotta minacciosa con la quale si pretenda il versamento di una somma di denaro dal soggetto passivo è preordinata a procurare al soggetto attivo un ingiusto profitto.”.

Per questo motivo, nel caso di specie, si ritiene possa configurarsi la tentata estorsione perché la minaccia è finalizzata a costringere la società a non tutelare le proprie ragioni e, così facendo, a procurare un danno ingiusto alla stessa (riscossione del proprio legittimo credito).

M. M. chiede
giovedì 21/11/2013 - Lazio
“Due miei cani scavano sotto la rete di recinzione attratti dai cani di cacciatori e sconfinano nel fondo contiguo. Il giorno dopo il vicino mi avverte che i cani sono presso di lui.Vado per ritirarli ma egli mi dice che essi hanno ucciso alcuni agnelli e che egli non intende darmi i cani se non firmo una accettazione del danno che egli faràù, poi, valutare da un suo perito. Faccio intervenire i carabinieri che intimano al vicino di consegnarmi i cani salvo risolvere la pretesa del danno in sede diversa. Il vicino si rifiuta ed essendo inutilmente trascorse 2 ore di discussione lascio questi a continuare per la riconsegna dei cani e vado via. Più tardi telefono ai CC ed essi mi dicono che il vicino ha ribadito la sua posizione di non consegnare i cani e, dunque, l'appuntato è tornato in caserma senza cani. Di ciò l'appuntato redige rapporto al comandante la stazione. Il giorno dopo il vicino mi convoca e alla presenza di due componenti la polizia provinciale -che, poi, so incompetenti in materia di animali domestici ma solo di animali selvatici- mi riconsegna i cani dopo un tentativo esperito, in presenza di mio testimone, da parte di uno dei poliziotti provinciali di farmi ammettere i presunti danni fatti dai miei cani.
Chiedo se (al di là del se i miei cani abbiano o no fatto il danno) si è consumato contro di me una violenza privata ed una indebita appropriazione e dunque il vicino sia per ciò stesso perseguibile. Grazie”
Consulenza legale i 02/12/2013
I due reati citati nel quesito sono l'appropriazione indebita (art. 646 del c.p.: Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a € 1.032, e la violenza privata (art. 610 del c.p.: Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a 4 anni).

Nel caso di specie, più che il delitto di cui all'art. 646 c.p., si ravvisa la fattispecie prevista dall’art. 647 del codice penale, “Appropriazione di cose smarrite, del tesoro o di cose avute per errore o per caso fortuito”: esso stabilisce che “è punito a querela della persona offesa con la reclusione fino ad un anno o con la multa da euro 30 ad euro 309: 1) chiunque, avendo trovato denaro o cose da altri smarrite, se li appropria, senza osservare le prescrizioni della legge civile sull’acquisto della proprietà di cose trovate"; e "3) chiunque si appropria di cose delle quali sia venuto in possesso per errore altrui o per caso fortuito”.
Nei casi preveduti dai numeri 1 e 3, se il colpevole conosceva il proprietario della cosa che si è appropriata, la pena è della reclusione fino a due anni e della multa fino a trecentonove euro.
Un'ipotesi simile è stata affrontata dalla Suprema Corte, sezione penale, con la recente sentenza 18749 del 29 aprile 2013 (in quel caso venne stabilito che colui il quale raccoglie dalla strada un cane, o qualsiasi altro animale, non commette reato di appropriazione indebita nel caso in cui esso non venga reclamato, dal legittimo proprietario, entro venti giorni da quando è stato scoperto: se il legittimo proprietario reclama l'animale, il reato invece sussiste).

La Cassazione ha precisato che gli animali devono essere considerati "cose", che quindi possono essere "smarrite", con susseguente applicabilità delle relative fattispecie penali (Cass., sez. V, 11.10.2011 n. 231).

Anche la violenza privata sembra configurabile. In tale reato, la minaccia (o la violenza fisica) ha funzione di mezzo a fine, occorrendo che essa sia diretta a costringere taluno a fare, tollerare od omettere una determinata cosa, con un evento, quindi, di danno, rappresentato dal comportamento coartato del soggetto passivo, dipendente dall'atto di intimidazione patito. La violenza privata richiede quindi un quid pluris rispetto alla semplice minaccia, dovendo la minaccia o la violenza esser rivolte ad ottenere dal soggetto passivo una particolare, determinata condotta. Nel caso di specie, la minaccia di non restituire i cani era originata dall'intenzione di ottenere dal loro proprietario il risarcimento di un presunto danno.

I fatti descritti potrebbero portare ad ipotizzare anche un delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 393 del c.p.: Chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza sulle cose, è punito, a querela della persona offesa con la multa fino a cinquecentosedici euro), ma sulla base di quanto esposto non si ravvisa una vera e propria violenza sulle cose.

Catanzaro chiede
martedì 26/03/2013 - Puglia
“Buongiorno.
L'articolo 610 c.p. prevede solo violenze private, come ad esempio, impedire ad una persona di entrare in casa oppure ostacolarla nel prendere i suoi effetti personali. L'articolo 581 c.p., invece, prevede la violenza fisica vera e propria. Gradirei sapere se sono giuste le mie osservazioni. Distinti saluti.”
Consulenza legale i 27/03/2013
Ai sensi dell'art. 610 del c.p.il bene-interesse protetto è la libertà morale, nello specifico la libertà di azione e di pensiero, ivi compresa la libertà fisica e di locomozione. Pertanto le condotte incriminate e che integrano la fattispecie della violenza privata consistono in quei fatti di coercizione diretti a far sì che altri compiano, tollerino o omettano una detarminata azione o comportamento.
Diversamente, il disposto normativo di cui all'art. 581 del c.p. tutela l'incolumità individuale e sanziona qualsiasi condotta che consista nel percuotere ovvero manomettere violentemente l'altrui persona fisica.
Pertanto, gli esempi indicati nel quesito si ritengono corretti.

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