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Articolo 2056 Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 30/09/2020]

Valutazione dei danni

Dispositivo dell'art. 2056 Codice Civile

Il risarcimento dovuto al danneggiato si deve determinare secondo le disposizioni degli articoli 1223(1), 1226(2) e 1227(3)(4).

Il lucro cessante è valutato dal giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso [1226].

Note

(1) Tale norma specifica che il danno patrimoniale consta del c.d. danno emergente (cioè le perdite economiche che il soggetto subisce) e del c.d. lucro cessante (che indica il mancato guadagno) che siano conseguenza immediata e diretta dell'illecito.
(2) L'articolo richiamato ammette una valutazione equitativa del pregiudizio ogni volta che non sia possibile stabilirne la misura precisa.
(3) Tale norma disciplina al primo comma il concorso di colpa del danneggiato, stabilendo che quando questo incide sulla causazione dell'evento il risarcimento deve essere diminuito; al secondo comma, invece, tratta l'ipotesi in cui la condotta aggravi i danni e sancisce che non sono risarcibili quelli evitabili con la diligenza ordinaria.
(4) Si noti che la norma non richiama l'art. 1225 del c.c., che stabilisce che, salvo il caso di dolo, sono risarcibili solo i danni prevedibili. Pertanto, l'illecito aquiliano ammette la risarcibilità tanto del pregiudizio prevedibile che di quello non prevedibile.

Ratio Legis

La volontà legislativa è quella di applicare all'illecito aquiliano, in tema di valutazione del danno, la medesima disciplina dettata per l'illecito contrattuale ma in modo più blando, stante il mancato richiamo dell'art. 1225 c.c., e ciò in quanto mentre l'illecito extracontrattuale esige l'assenza di un precedente contatto tra le parti, quello contrattuale lo presuppone, cosicché sono rilevanti anche i danni colposi non prevedibili.

Brocardi

Restitutio in pristinum

Spiegazione dell'art. 2056 Codice Civile

Richiamo alle norme generali. Danno emergente e lucro cessante

Col primo comma di quest'articolo il legislatore colma una la­cuna del precedente sistema, per quanto nella pratica, per la misura del risarcimento del danno, sotto l'imperio del codice del 1865, si facesse ricorso alla norma dell'art. 1227 che consacrava il principio romano del « quantum mihi abest quantumque lucrari potui ». Negli articoli 1223, 1226, e 1227, cui il presente si richiama, si afferma che il risarcimento del danno deve compren­dere cosi la perdita subita come il mancato guadagno, e si aggiunge, in quanto siano conseguenza « immediata e diretta », evitandosi le discussioni se anche l'art. 1229 del cessato codice fosse applicabile nei casi di responsabilità per colpa aquiliana, secondo si è già sopra accennato. La soluzione ora adottata è la più favorevole al danneggiante.

Danno emergente è la spesa occorsa per le cure alle persone (medici, medicine, più dispendioso nutrimento etc.), per la riparazione alla cosa, o, per la reintegra del suo valore, se perduta. Lucro cessante è la mancata o diminuita produttività delle persone o delle cose, in conseguenza delle le­sioni, o del guasto etc.

Se il danno non può essere precisato nel suo ammontare, è valutato dal giudice con criteri equitativi (art. 1226 del c.c.), principio anche questo entrato nella prassi, sotto l'imperio del codice del '65. Se ricorre concorso di colpe (debi­tore e creditore, il che vale qui danneggiante e danneggiato) il «risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate », mentre « il risarcimento non è dovuto pei danni che il danneggiato avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza» (art. 1227 del c.c.). Due massime, queste, riguardanti il concorso di colpe, che si traduce, come si è visto nel commento all'art. precedente, in una parziale compensazione di danni, ed in totale esonero dei maggiori danni dipendenti da colpa del danneggiato. Regole tutte rispondenti a criteri di ragione, fissate per le obbligazioni in generale, e richiamate espressamente per quelle derivanti da fatto illecito. Nel capoverso dell'articolo in esame si aggiunge che la valutazione del lucro cessante deve farsi dal giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso.


I due stadi del giudizio: accertamento del danno e liquidazione

Nella pratica il giudizio si suole dividere in due stadi, di accerta­mento e di liquidazione. L'accertamento, per quanto rivolto a stabilire l’esistenza del fatto, non può fare astrazione dall’esistenza pure di un danno oggettivo, che, se non contraddetto, si presuppone, essendo, nella maggior parte dei casi, ogni fatto violatore di una norma, o di una condotta ad essa conforme, produttivo anche di un pregiudizio. La determinazione del quantum richiede, più delle volte, complessità di prova, e viene demandato ad un secondo giudizio, onde le divisione in due stadi è necessità processuale. Parte della dottrina (Chironi) opinò che non bisogna confondere la causa (fatto illecito) con l'oggetto (risarcimento), onde ner primo stadio occorre tener presente solo l’esistenza di un illecito. Per altro, se si consideri, ed il nuovo sistema lo ha anche meglio determinato, che fatto « illecito » è quello che produce danno, giusta quanto si trova enunciato nell'art. 2043; se si considera altresì che la dottrina rilevò che, eccependosi nel primo stadio dì giudizio la mancanza del danno, viene meno la possibilità e la ra­gione di proseguirlo, appare chiaro che della presenza di esso estremo non si possa assolutamente fare astrazione.

Sulle somme dovute al danneggiato a titolo di risarcimento sono dovuti anche gl'interessi. Interessi compensativi, secondo la locuzione entrata in uso, o integrativi, rivolti, cioè, ad integrare l'indennizzo, il ripristino, del patrimonio del danneggiato, quale al momento dell'evento dannoso. Essi pertanto si calcolano dal momento in cui il danno venne prodotto, non dalla data della domanda giudiziale, e tanto meno dal giorno dell'avvenuta li­quidazione, tranne che nell'atto della liquidazione si sia già tenuto conto degli interessi del capitale sottratto al patrimonio del danneggiato sin dal momento della sottrazione. Si, osservato, in tema di danni alla persona, che gli interessi compensativi, pure derivando dalla data dell'evento dannoso, per le singole partite derivano dalla maturazione dei singoli titoli di danno: così, tra l'altro, per le spese di cura che una malattia abbia necessitato, gli interessi devono decorrere dai singoli esborsi. Calcolo, questo, indubbia­mente complesso e difficile, per il quale può soccorrere l' art. 1226 del c.c. che detta che se il danno non può provarsi nel suo preciso ammontare è liquidato dal giudice con criterio equitativo.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

801 L'art. 2056 del c.c. regola la valutazione dei danni con gli stessi criteri stabiliti nel caso di inadempimento di un'obbligazione preesistente. Il mancato richiamo dell'art. 1225 del c.c. crea però una differenza ed è questa: se l'inadempimento è colposo, non debbono essere risarciti i danni non prevedibili; invece, se il fatto illecito extracontrattuale è doloso o colposo, il danno, prevedibile o no, deve essere risarcito per intero, sempre che tra fatto o danno corra il nesso di causalità. Non si è accolto cosi il principio di commisurare il risarcimento al grado della colpa. Non si è ritenuto necessario dichiarare che sulle somme dovute a titolo di risarcimento decorrono gli interessi dalla data del fatto illecito, anche prima della loro liquidazione, perché tale decorrenza è legittimata dal principio che gli interessi concorrono a completare il risarcimento dovuto. Si è lasciata alla dottrina e alla giurisprudenza la determinazione del momento a cui devesi aver riguardo per la stima del danno; tale determinazione si deduce dal principio acquisito che si deve risarcire il danno certo, presente o futuro, e che le sopravvenienze sono rilevanti solo se integrano una causa di danno non considerata neppure genericamente nel primo accertamento, salve le disposizioni particolari, come in materia di infortuni sul lavoro.

Massime relative all'art. 2056 Codice Civile

Cass. civ. n. 2311/2007

In tema di risarcimento del danno alla persona, il danno da riduzione della capacità lavorativa generica (per la permanente riduzione della resistenza fisica al lavoro esercitato od alle chances lavorative), costituendo una lesione di un'attitudine o di un modo di essere del soggetto, si sostanzia in una menomazione dell'integrità psico-fisica risarcibile quale danno biologico. Ne consegue che il giudice è tenuto a «personalizzare» il danno biologico tenendo conto anche di tale sua componente essenziale.

Cass. civ. n. 2309/2007

In tema di risarcimento del danno da invalidità permanente conseguente a sinistro stradale, il criterio tabellare di capitalizzazione anticipata previsto ai sensi del R.D. 9 ottobre 1922, n. 1403, non è tassativo e inderogabile, ma può essere sostituito o integrato dal criterio equitativo di cui agli articoli 2056 e 1223 c.c., essendo fondato su situazioni future ed ipotetiche, conoscibili soltanto come probabili o possibili. È ammissibile, altresì, che il criterio equitativo venga contemperato con quello legale di capitalizzazione e che la norma di cui all'art. 4 del D.L. 23 dicembre 1976, n. 857 (convertito, con modif., nella legge 26 febbraio 1977, n. 39) - secondo la quale il reddito che occorre considerare agli effetti del risarcimento non può, comunque, essere inferiore a tre volte l'ammontare annuo della pensione sociale - può trovare applicazione anche nell'ambito di tale valutazione equitativa.

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