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Articolo 615 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n.1443)

Forma dell'opposizione

Dispositivo dell'art. 615 Codice di procedura civile

Quando si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata e questa non è ancora iniziata, si può proporre opposizione al precetto con citazione davanti al giudice competente per materia o valore e per territorio a norma dell'articolo 27 (1). Il giudice, concorrendo gravi motivi, sospende su istanza di parte l'efficacia esecutiva del titolo. Se il diritto della parte istante è contestato solo parzialmente, il giudice procede alla sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo esclusivamente in relazione alla parte contestata.

Quando è iniziata l'esecuzione (2), l'opposizione di cui al comma precedente e quella che riguarda la pignorabilità dei beni (3) si propongono con ricorso al giudice dell'esecuzione stessa [disp. att. 184]. Questi fissa con decreto l'udienza di comparizione delle parti davanti a sè e il termine perentorio per la notificazione del ricorso e del decreto [disp. att. 184, 185, 186] (4). Nell'esecuzione per espropriazione l'opposizione è inammissibile se è proposta dopo che è stata disposta la vendita o l'assegnazione a norma degli articoli 530, 552, 569, salvo che sia fodnata su fatti sopravvenuti ovvero l'opponente dimostri di non aver potuto proporla tempestivamente per causa a lui non imputabile(5).

Note

(1) Il primo comma della norma in analisi descrive la c.d. opposizione preventiva, che viene promossa quando l'esecuzione non è ancora iniziata, sottoforma di atto di citazione in seguito alla notifica del precetto. In tal caso, il debitore assumerà la veste di attore in opposizione ed il giudizio si concluderà con una sentenza soggetta alle ordinarie impugnazioni. L'opposizione all'esecuzione si promuove innanzi al giudice competente per materia o valore e per territorio (si v. artt. 17, 27 e 480 c.p.c.).
Diversamente, in materia di lavoro e previdenza, l'opposizione riveste la forma del ricorso.
(2) Nel caso in cui l'esecuzione sia già iniziata, l'opposizione si propone di fronte al giudice dell'esecuzione, organo giudiziario già individuato. In questo caso, l'opposizione assume la forma del ricorso. Il giudice fissa la data dell'udienza di comparizione delle parti avanti a sè, concedendo all'opponente il termine per notificare il ricorso e il pedissequo decreto con cui ha fissato l'udienza. Durante la prima udienza, il giudice decide in ordine all'eventuale istanza di sospensione dell'esecuzione (624).
(3) Sono impignorabili i beni che non possono essere sottoposti ad esecuzione per legge (514-516, 545) oppure quelli che non sono pignorabili perchè pertinenze di beni estranei all'esecuzione.
(4) Il giudizio di opposizione si chiude con una sentenza di accoglimento o di rigetto. Nel primo caso l'esecuzione subirà un arresto e, qualora, si accerti la mala fede o la colpa grave del creditore procedente, sarà condannato alle spese. Nella seconda ipotesi, l'esecuzione riprenderà il suo corso e sarà l'opponente ad essere condannato alle spese per aver resistito con mala fede o colpa grave (art. 96 del c.p.c.).
(5) Articolo così modificato dal D. L. 27 giugno 2015, n. 83 e dal D. L. 3 maggio 2016 n. 59.

Ratio Legis

Lo scopo del processo esecutivo consiste nella soddisfazione della pretesa del creditore nei confronti del debitore. Al contempo deve essere comunque tutelata la posizione dell'esecutato, che sia debitore o terzo esecutato, offrendogli la possibilità di difendersi laddove contesti l'ingiustizia della procedura. Infatti, l'opposizione all'esecuzione forzata si pone come una sorta di incidente nel processo esecutivo, che dà luogo ad un autonomo giudizio con cui si può contestare il diritto della parte istante ad agire in executivis, l'esistenza o la persistenza del titolo esecutivo, l'idoneità soggettiva del titolo esecutivo e l'ammissibilità giuridica della realizzazione coattiva del credito.

Massime relative all'art. 615 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 1984/2014

Qualora il soggetto nei cui confronti sia minacciata o esercitata la pretesa esecutiva, in forza di un titolo giudiziale privo di definitività in quanto ancora "sub iudice" nel processo di cognizione, ponga in dubbio la ricorrenza dei caratteri propri del titolo esecutivo, la relativa contestazione - inerendo l'esistenza del diritto ad agire "in executivis" - può assumere legittimamente la forma dell'opposizione ex art. 615 cod. proc. civ., ancorché il giudizio cognitivo nel quale detto titolo sia ancora in discussione contempli strumenti (artt. 283, 373, 649 cod. proc. civ. ed altri consimili) per sollecitare la sospensione dell'esecutività del titolo stesso. (Nella specie, la S.C., annullando la decisione di rigetto dell'opposizione adottata dal giudice dell'esecuzione, ha ritenuto che la simultanea presenza nel provvedimento monitorio - invocato come titolo esecutivo giudiziale, sebbene non ancora definitivo poiché oggetto di opposizione ex art. 645 cod. proc. civ. - dell'ingiunzione di "pagare senza dilazione" e dell'avvertimento del diritto del debitore "di proporre opposizione", in mancanza della quale il decreto "diverrà esecutivo", avrebbe dovuto portare il giudice di merito a disconoscere al provvedimento monitorio efficacia esecutiva, in base al rilievo che nella disciplina del decreto ingiuntivo la regola è nel senso che la sua emissione avviene in via non esecutiva, essendo le ipotesi contrarie tutte tipizzate e operando, dunque, in via di eccezione).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1984 del 29 gennaio 2014)

Cass. civ. n. 1465/2014

Ai sensi dell'art. 7 del r.d. 30 ottobre 1933, n. 1611, le cause di opposizione all'esecuzione proposte ex art. 615 cod. proc. civ. nei confronti della P.A. sono soggette alle regole contenute nell'art. 27 cod. proc. civ., e non a quelle di cui all'art. 25 dello stesso codice, restando devolute alla competenza del giudice nel cui circondario si trovano gli immobili oggetto dell'esecuzione, senza che assuma rilievo che l'opponente formuli una contestuale domanda di accertamento dell'usucapione del bene esecutato, trattandosi di domanda funzionalmente collegata all'esecuzione, e quindi rientrante tra i procedimenti per i quali l'art. 7 cit. esclude l'operatività del foro erariale.
(Cassazione civile, Sez. VI-3, sentenza n. 1465 del 24 gennaio 2014)

Cass. civ. n. 1123/2014

In sede di opposizione all'esecuzione nel caso in cui l'opposto abbia formulato una domanda riconvenzionale subordinata, volta ad ottenere nel caso di accoglimento dell'opposizione, un nuovo accertamento sulla situazione sostanziale consacrata nel titolo esecutivo, la controversia è soggetta alla sospensione feriale dei termini soltanto se la sentenza abbia accolto l'opposizione e, quindi, abbia deciso sulla riconvenzionale. Viceversa non vi resta soggetta nel caso di rigetto dell'opposizione, in quanto solo l'esito positivo dell'impugnazione della relativa decisione può comportare il successivo ingresso dell'esame della domanda riconvenzionale davanti al giudice d'appello o davanti al giudice di rinvio.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1123 del 21 gennaio 2014)

Cass. civ. n. 25638/2013

La denuncia dell'erronea apposizione della formula esecutiva configura opposizione agli atti esecutivi allorquando si faccia riferimento solo alla correttezza della spedizione del titolo in forma esecutiva (di cui non si ponga in dubbio l'esistenza), richiesta dall'art. 475 c.p.c., poiché in tal caso l'indebita apposizione della formula può concretarsi in una irregolarità del procedimento esecutivo o risolversi in una contestazione della regolarità del precetto ai sensi del primo comma dell'art. 617 c.p.c. Viceversa, allorché la denuncia sia motivata dalla contestazione dell'inesistenza del titolo esecutivo ovvero dalla mancata soddisfazione delle condizioni perché l'atto acquisti l'efficacia di titolo esecutivo, l'opposizione deve qualificarsi come opposizione all'esecuzione ai sensi dell'art. 615 c.p.c..
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 25638 del 14 novembre 2013)

Cass. civ. n. 19488/2013

In materia di opposizione ad esecuzione forzata, quando l'esecuzione sia già iniziata, l'individuazione del giudice competente deve essere effettuata, in applicazione dell'art. 17 c.p.c., sulla base del "credito per cui si procede" e, quindi, dell'importo del credito di cui al pignoramento e non dell'importo del credito di cui al precetto
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 19488 del 23 agosto 2013)

Cass. civ. n. 13811/2013

Nel giudizio di opposizione, il giudice può compiere nei confronti della sentenza esecutiva ex art. 431 c.p.c., posta alla base della promossa esecuzione, ed al pari della sentenza passata in giudicato, solo una attività interpretativa, volta ad individuare l'esatto contenuto e la portata precettiva sulla base del dispositivo e della motivazione, con esclusione di ogni riferimento ad elementi esterni, e tale interpretazione è incensurabile in sede di legittimità ove non risultino violati i criteri giuridici che regolano l'estenzione e i limiti del provvedimento esaminato e se il procedimento interpretativo seguito dai giudici del merito sia immune da vizi logici.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 13811 del 31 maggio 2013)

Cass. civ. n. 8936/2013

Il terzo che, in pendenza dell'esecuzione forzata e dopo la trascrizione del pignoramento immobiliare, abbia acquistato a titolo particolare il bene pignorato, soggiace alla disposizione di cui all'art. 2913 cod. civ., il quale, sancendo l'inefficacia verso il creditore procedente ed i creditori intervenuti delle alienazioni del bene staggito successive al pignoramento, impedisce che egli succeda nella posizione di soggetto passivo dell'esecuzione in corso, e, quindi, che sia legittimato a proporre opposizione all'esecuzione ai sensi dell'art. 615, secondo comma, cod. proc. civ.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8936 del 12 aprile 2013)

Cass. civ. n. 6102/2013

In tema di esecuzione forzata, la contestazione dell'intimato concernente le spese indicate in precetto (asseritamente non dovute perché non conformi alle tariffe professionali in vigore), investe il diritto sostanziale del creditore all'adempimento dell'obbligazione, sicché, ponendo in discussione quel diritto per come compiutamente riportato nel precetto, deve qualificarsi come opposizione all'esecuzione, e non agli atti esecutivi.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 6102 del 12 marzo 2013)

Cass. civ. n. 20989/2012

Oggetto dell'opposizione di cui all'art. 615 c.p.c. è, alla stregua dell'ampia formulazione di quest'ultimo, la contestazione, in ogni suo momento ed aspetto, del diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata (in ciò distinguendosi dal rimedio di cui all'art. 617 c.p.c. che investe, invece, il "quomodo" di tale esecuzione), in essa dovendosi ravvisare una richiesta di declaratoria di attuale insussistenza, perché originaria o sopravvenuta, del menzionato diritto (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, applicando l'art. 616 c.p.c., nella formulazione risultante dall'art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n. 52, aveva sancito d'ufficio, l'inammissibilità del gravame avverso la decisione di primo grado resa in una controversia ex art. 615 c.p.c.).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 20989 del 27 novembre 2012)

Cass. civ. n. 11169/2012

Ove sia intervenuta sentenza passata in giudicato che abbia accolto la domanda di pensione di invalidità e sia iniziata sulla base di tale sentenza l'esecuzione, è ammissibile l'opposizione all'esecuzione che faccia valere la mancata iscrizione del creditore nelle liste del collocamento obbligatorio, essendo questo un fatto modificativo successivo alla pronuncia che incide su uno degli elementi costitutivi della prestazione e rilevando il giudicato solo a situazione normativa e fattuale immutata.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 11169 del 4 luglio 2012)

Cass. civ. n. 29748/2011

In caso di espropriazione contro il terzo proprietario, ai sensi degli artt. 602 e seguenti c.p.c., nel giudizio di opposizione avente ad oggetto la determinazione dell'entità complessiva del credito, nonché dell'eventuale minor parte di esso, di cui debba rispondere lo stesso terzo, quand'anche proposto come opposizione agli atti esecutivi relativi a tale determinazione, è litisconsorte necessario anche il debitore originario o diretto, in quanto soggetto nei cui confronti l'accertamento della ricorrenza o meno dell'azione esecutiva contro il terzo è destinato a produrre effetti immediati e diretti. Ne consegue che la sentenza resa in un'esecuzione promossa sui beni del terzo, a conclusione di un giudizio di opposizione agli atti esecutivi concernente la suddetta determinazione, senza che sia stato evocato in causa anche il debitore originario o diretto, è "inutiliter data", e la conseguente nullità, ove non rilevata dai giudici di merito, deve essere rilevata d'ufficio dal giudice di legittimità con rimessione della causa al giudice di primo grado.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 29748 del 29 dicembre 2011)

Cass. civ. n. 23471/2011

Nel giudizio di opposizione all'esecuzione, promossa sulla base di un provvedimento con il quale, all'esito del procedimento camerale di revisione delle condizioni stabilite con la sentenza di divorzio, si sia provveduto alla rideterminazione dell'assegno di mantenimento dovuto in favore del figlio, il giudice non è chiamato a decidere in ordine alla decorrenza dell'obbligo di corrispondere l'importo dell'assegno, ma esclusivamente ad interpretare il titolo posto a fondamento dell'azione esecutiva per accertare quale sia la decorrenza in esso prevista, senza possibilità di introdurre censure riguardanti l'interpretazione di norme di legge (come quelle di cui agli artt. 6 e 9 legge n. 898 del 1970), la cui applicazione è coperta dalla definitività del provvedimento posto a fondamento dell'azione esecutiva.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 23471 del 10 novembre 2011)

Cass. civ. n. 22310/2011

La diversità tra l'opposizione di cui all'art. 615 c.p.c., proponibile anche nella fase della distribuzione del ricavato dalla espropriazione forzata, e l'opposizione di cui all'art. 512 c.p.c., è data dal differente oggetto delle due impugnazioni, l'una concernente il diritto a partecipare alla distribuzione (art. 512) e l'altra il diritto di procedere all'esecuzione forzata (art. 615), dovendosi ricercare l'ambito oggettivo ed i limiti di applicazione dell'art. 512 c.p.c. nel fatto che non possa formare oggetto di controversia in sede di distribuzione, ai sensi di tale norma, la contestazione del diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata. Pertanto, quando non occorra più stabilire, mediante l'opposizione di merito ex art. 615 c.p.c., se l'intero processo esecutivo debba venir meno in modo irreversibile per effetto di preclusioni o decadenze ricollegabili alla pretesa d'invalidità (originaria o sopravvenuta) del titolo esecutivo nei confronti del creditore procedente (o di quello intervenuto, quando anche questi, munito di titolo esecutivo, abbia compiuto atti propulsivi del processo esecutivo, inidonei a legittimarne l'ulteriore suo corso), e quando, perciò, la procedura sia validamente approdata alla fase della distribuzione e non sussista questione circa l' "an exequendum", ogni controversia che in tale fase insorga tra creditori concorrenti, o tra creditore e debitore o terzo assoggettato all'espropriazione, circa la sussistenza o l'ammontare di uno o più crediti, o circa la sussistenza di diritti di prelazione, al fine di regolarne il concorso ed allo scopo eventuale del debitore di ottenere il residuo della somma ricavata (art. 510, terzo comma, c.p.c.), costituisce una controversia prevista dall'art. 512 c.p.c., da risolversi con il rimedio ivi indicato.
(Cassazione civile, Sez. VI, sentenza n. 22310 del 26 ottobre 2011)

Cass. civ. n. 21293/2011

Mentre con l'opposizione all'esecuzione forzata fondata su un titolo esecutivo giurisdizionale possono farsi valere soltanto i fatti posteriori alla formazione del provvedimento costituente titolo esecutivo, non essendo ammissibile un controllo a ritroso della legittimità e della fondatezza del provvedimento stesso fuori dell'impugnazione tipica e del procedimento che ad essa consegue, la medesima esigenza, invece, non si riscontra allorché l'esecuzione forzata sia basata su un titolo di natura contrattuale: in tal caso, pertanto, il debitore può contrastare la pretesa esecutiva del creditore con la stessa pienezza dei mezzi di difesa consentita nei confronti di una domanda di condanna o di accertamento del debito, e il giudice dell'opposizione può rilevare d'ufficio non solo l'inesistenza, ma anche la nullità del titolo esecutivo nel suo complesso o in singole sue parti, non vigendo in materia il principio processuale della conversione dei vizi della sentenza in mezzi di impugnazione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 21293 del 14 ottobre 2011)

Cass. civ. n. 18110/2011

Nelle opposizioni esecutive il litisconsorzio processuale è necessario coi creditori che rivestano la qualità di procedente o di interventore al momento in cui la singola opposizione sia instaurata, non rilevando a tal fine gli interventi successivamente dispiegati. Tuttavia, la parte che eccepisce la non integrità del contraddittorio ha l'onere non soltanto di indicare le persone che debbano partecipare al giudizio quali litisconsorti necessari e di provarne l'esistenza, ma anche quello di indicare gli atti del processo di merito dai quali dovrebbe trarsi la prova dei presupposti di fatto che giustificano la sua eccezione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che tale duplice indicazione non fosse stata operata, non potendosi pertanto provvedere sull'eccezione di non integrità del contraddittorio, attesa soprattutto la necessità di verificare che la lamentata pretermissione si fosse verificata con riferimento a creditori che avevano assunto la qualità di intervenuti prima dell'instaurazione del giudizio di opposizione).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 18110 del 5 settembre 2011)

Cass. civ. n. 17795/2011

La solidarietà passiva dei confideiussori non determina, nell'opposizione a precetto intimato contro uno di essi, la necessità dell'integrazione del contraddittorio, avendo il creditore la possibilità di richiedere il pagamento dell'intero anche ad uno solo dei fideiussori. Ne consegue che il giudizio d'appello, trattandosi di causa scindibile, può legittimamente proseguire senza dover chiamare in causa tutti i fideiussori, dovendosi escludere la configurabilità di un litisconsorzio necessario sia sostanziale che processuale.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 17795 del 30 agosto 2011)

Cass. civ. n. 16610/2011

L'opposizione all'esecuzione a norma dell'art. 615 c.p.c. si configura come accertamento negativo della pretesa esecutiva del creditore procedente che va condotto sulla base dei motivi di opposizione proposti, che non possono essere modificati dall'opponente nel corso del giudizio. L'esistenza del titolo esecutivo con i requisiti prescritti dall'art. 474 c.p.c. costituisce, peraltro, presupposto indefettibile per dichiarare il diritto a procedere all'esecuzione. Ne consegue che il giudice dell'esecuzione ha il potere-dovere - con accertamento che esaurisce la sua efficacia nel processo esecutivo in quanto funzionale all'emissione di un atto esecutivo e non alla risoluzione di una controversia nell'ambito di un ordinario giudizio di cognizione - di verificare l'idoneità del titolo e di controllare la correttezza della quantificazione del credito operata dal creditore nel precetto, mentre in sede di opposizione l'accertamento dell'idoneità del titolo ha natura preliminare per la decisione dei motivi proposti anche se questi non investano direttamente tale questione.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 16610 del 28 luglio 2011)

Cass. civ. n. 9698/2011

In tema di qualificazione giuridica dei rimedi oppositivi all'esecuzione forzata, la negazione, da parte dell'intimato, della spettanza di una o più dei crediti indicati nel precetto integra la contestazione, sia pure in ordine al "quantum" ed in "parte qua", del diritto del creditore ad agire in via esecutiva. Tale azione, pertanto, può essere qualificata esclusivamente come opposizione all'esecuzione, con conseguente inapplicabilità di termini decadenziali di proposizione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9698 del 3 maggio 2011)

Cass. civ. n. 3688/2011

Il giudizio di opposizione all'esecuzione non è soggetto alla sospensione feriale dei termini, nemmeno quando l'opposto abbia formulato una domanda riconvenzionale subordinata finalizzata ad ottenere, nel caso di accoglimento dell'opposizione, la condanna del debitore opponente al medesimo credito portato dal titolo esecutivo, se tale domanda non sia stata presa in esame dal giudice a causa del rigetto dell'opposizione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3688 del 15 febbraio 2011)

Cass. civ. n. 3056/2011

L'impugnazione proposta dal solo cessionario del credito senza estendere il contraddittorio anche al cedente, in giudizio di opposizione all'esecuzione, è valida quando quest'ultimo non abbia impugnato la decisione e le controparti, senza formulare eccezioni sul punto o domande nei confronti del cedente stesso, abbiano accettato il contraddittorio nei confronti del solo cessionario, configurandosi in tal modo di fatto l'estromissione prevista dall'art. 111 terzo comma cod.proc. civ. e venendo meno, anche prima di una formale dichiarazione in tal senso, la qualità di litisconsorte necessario del cedente.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3056 del 8 febbraio 2011)

Cass. civ. n. 1328/2011

Nel giudizio di opposizione all'esecuzione ex art. 615 c.p.c., l'opponente ha veste sostanziale e processuale di attore; pertanto, le eventuali "eccezioni" da lui sollevate per contrastare il diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata costituiscono "causa petendi" della domanda proposta con il ricorso in opposizione e sono soggette al regime sostanziale e processuale della domanda. Ne consegue che l'opponente non può mutare la domanda modificando le eccezioni che ne costituiscono il fondamento, né il giudice può accogliere l'opposizione per motivi che costituiscono un mutamento di quelli espressi nel ricorso introduttivo, ancorché si tratti di eccezioni rilevabili d'ufficio. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva considerato tardiva l'eccezione di impignorabilità dei beni formulata dall'opponente in comparsa conclusionale, mentre la norma di legge che sanciva tale impignorabilità era già entrata in vigore al momento della proposizione dell'opposizione).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1328 del 20 gennaio 2011)

Cass. civ. n. 1152/2011

A norma dell'art. 616 c.p.c. - nel testo sostituito dall'art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n. 52 e sul punto rimasto immutato dopo la modifica operata dalla legge 18 luglio 2009, n. 69 -, l'introduzione del giudizio di merito nel termine perentorio fissato dal giudice dell'esecuzione, all'esito dell'esaurimento della fase sommaria di cui all'art. 615, secondo comma, c.p.c., deve avvenire con la forma dell'atto introduttivo richiesta in riferimento al rito con cui l'opposizione deve essere trattata quanto alla fase di cognizione piena; pertanto, se tale causa è soggetta al rito ordinario, detto giudizio di merito va introdotto con citazione da notificare alla controparte entro il termine perentorio fissato dal giudice, mentre l'eventuale concessione di un ulteriore termine per tale notifica o una nuova citazione ad iniziativa spontanea della parte sono ammissibili solo a condizione che, in relazione all'udienza di comparizione indicata dal giudice o indicata nel nuovo atto di citazione, venga rispettato il termine perentorio a suo tempo fissato dal giudice dell'esecuzione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1152 del 19 gennaio 2011)

Cass. civ. n. 760/2011

L'interpretazione del titolo esecutivo da parte del giudice dell'esecuzione si risolve in un apprezzamento di fatto, incensurabile in sede di legittimità, anche quando non derivi da una pronuncia passata in giudicato ma consista nella statuizione sulle spese di lite contenuta in un provvedimento cautelare (nella specie di rigetto), trattandosi comunque di un titolo di formazione giudiziale contenuto in un provvedimento emesso in un procedimento contenzioso.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 760 del 14 gennaio 2011)

Cass. civ. n. 517/2011

La vendita forzata trasferisce all'acquirente, ai sensi dell'art. 2919 cod. civ., tutti e solo i diritti già spettanti sulla cosa al debitore che ha subito l'espropriazione, mentre la tutela dei diritti che i terzi vantino sul medesimo bene (nella specie, sulla quota di un immobile già oggetto di comunione legale tra il debitore esecutato ed il terzo estraneo alla procedura) si realizza nel caso, come nella specie, di terzo altresì nel possesso del bene ancora non consegnato anche mediante l'opposizione all'esecuzione forzata, ex art. 615 cod. proc. civ., per far accertare in tale giudizio che il bene stesso non apparteneva (o non del tutto) al soggetto che ha subito l'espropriazione ma, in forza di titolo opponibile al creditore pignorante e agli intervenuti, apparteneva per intero o "pro quota" all'opponente, conseguendone, in caso di esito positivo, il difetto, in capo all'aggiudicatario del bene, del potere di procedere all'esecuzione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 517 del 12 gennaio 2011)

Cass. civ. n. 13928/2010

Anche a seguito dell'intervento riformatore di cui alla legge 24 febbraio 2006, n. 52, il procedimento di opposizione agli atti esecutivi (come, del resto, quelli relativi alle altre opposizioni in materia esecutiva) è sottratto all'operatività della disciplina della sospensione dei termini durante il periodo feriale prevista dalla legge n. 742 del 1969, sia con riferimento alla fase sommaria che con riguardo alla fase a cognizione piena, senza che abbia alcun rilievo che la consecuzione di questa abbia luogo mediante un'attività di iscrizione a ruolo del relativo affare agli effetti del suo svolgimento.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13928 del 9 giugno 2010)

Cass. civ. n. 9998/2010

In tema di sospensione dei termini processuali nel periodo feriale, anche a seguito della novella recata dalla legge 24 febbraio 2006, n. 52, la sospensione anzidetta continua a non trovare applicazione (art. 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742) a tutte le opposizioni in materia esecutiva, alla stregua della interpretazione dell'art. 92 del r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 (richiamato dal predetto art. 3), al quale deve attribuirsi portata omnicomprensiva là dove dispone che detta sospensione non riguarda i "procedimenti di opposizione all'esecuzione", tra i quali resta incluso, pertanto, anche quello di opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., la cui tipicità era apprezzabile anche nel regime previgente ed è stata soltanto ribadita dalla novella anzidetta.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9998 del 27 aprile 2010)

Cass. civ. n. 23667/2009

L'inammissibilità delle opposizioni all'esecuzione e agli atti esecutivi, sancita dall'art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973, riguarda, secondo quanto disposto dall'art. art. 29 della L. n. 46 del 1999, soltanto le entrate tributarie, per le quali la tutela giudiziaria è affidata, ai sensi dell'art. 2 del D.L.vo n. 546 del 1992, alle Commissioni tributarie. Sono, quindi, esperibili i rimedi previsti dagli artt. 615 e ss. c.p.c. avverso una cartella esattoriale con cui si richiede il pagamento di sanzioni irrogate dal Garante per la concorrenza ed il mercato, in quanto si tratta di materia diversa da quelle per cui sussiste la giurisdizione del giudice tributario.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 23667 del 9 novembre 2009)

Cass. civ. n. 16369/2009

In tema di esecuzione forzata, il provvedimento che chiude il procedimento esecutivo, pur non avendo efficacia di giudicato, stante la mancanza di contenuto decisorio, è tuttavia caratterizzato da una definitività insita nella chiusura di un procedimento esplicato col rispetto delle forme atte a salvaguardare gli interessi delle parti, incompatibile con qualsiasi sua revocabilità, sussistendo un sistema di garanzie di legalità per la soluzione di eventuali contrasti, all'interno del processo esecutivo, desumibile dagli artt. 485, 512 e 615 c.p.c. Ne consegue che i motivi di nullità della procedura esecutiva debbono essere fatti valere con gli strumenti giuridici previsti dalla legge, nel procedimento di espropriazione forzata, restando preclusa, altrimenti, l'esperibilità di un'autonoma azione delle parti interessate mediante separato giudizio.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 16369 del 14 luglio 2009)

Cass. civ. n. 10296/2009

Posto che la differenza fra opposizione all'esecuzione ed opposizione agli atti esecutivi deve essere individuata nel fatto che la prima investe l'"an" dell'azione esecutiva, cioè il diritto della parte istante a promuovere l'esecuzione sia in via assoluta che relativa, mentre la seconda attiene al "quomodo" dell'azione stessa e concerne, quindi, la regolarità formale del titolo esecutivo o del precetto ovvero dei singoli atti di esecuzione senza riguardare il potere dell'istante ad agire "in executivis", l'opposizione al precetto basata sulla mancata specificazione della somma dovuta, senza alcuna contestazione del diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo e per altra ragione di merito ostativa alla minacciata esecuzione, attiene alle modalità di redazione del precetto e, quindi, alla regolarità formale dell'atto, con la sua conseguente configurabilità come opposizione agli atti esecutivi.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10296 del 5 maggio 2009)

Cass. civ. n. 9784/2009

Il valore delle cause di opposizione a precetto va determinato, ai sensi dell'articolo 17, primo comma, c.p.c., con riferimento alla somma precettata nella sua interezza, che è il credito per cui esecutivamente si procede. (Nella fattispecie, relativa ad una opposizione a precetto fondato su titoli - un decreto ex art. 342 ter c.c. e un'ordinanza ex art. 708, terzo comma, c.p.c. - emessi in un giudizio, non ancora definito, di separazione tra coniugi, la S.C. ha dichiarato la competenza del giudice di pace e cassato la sentenza con cui il primo giudice aveva erroneamente negato la sua competenza applicando il criterio di determinazione del valore previsto dall'art. 13, primo comma, c.p.c., con riferimento all'importo dell'assegno mensile considerato per due anni).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9784 del 24 aprile 2009)

Cass. civ. n. 7360/2009

L'opposizione proposta dalla P.A. avverso il precetto intimato prima del decorso del termine, previsto dall'art. 14 d.l. 31 dicembre 1996 n. 669 (convertito in legge 28 febbraio 1997 n. 30), così come modificato dall'art. 147 della legge n. 388 del 2000, di centoventi giorni dalla notificazione del titolo esecutivo, deve qualificarsi come opposizione all'esecuzione e non come opposizione agli atti esecutivi. La disposizione citata pone infatti un intervallo tra la notifica del titolo esecutivo e quella del precetto, prima del quale l'esecuzione forzata non può essere intrapresa: pertanto, il decorso del termine legale diviene condizione di efficacia del titolo esecutivo, la cui inosservanza, per l'inscindibile dipendenza del precetto dall'efficacia esecutiva del titolo che con esso si fa valere, rende nullo il precetto intempestivamente intimato, con la conseguenza che la relativa opposizione si traduce in una contestazione del diritto di procedere all'esecuzione forzata e integra un'opposizione all'esecuzione ai sensi dell'art. 615, comma primo cod. proc. civ., non concernendo solo le modalità temporali dell'esecuzione forzata.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 7360 del 26 marzo 2009)

Cass. civ. n. 5396/2009

Quando nel giudizio di opposizione all'esecuzione sia eccepito dal debitore esecutato un controcredito ed esso sia contestato dal creditore procedente, se il valore del controcredito non eccede quello del credito per cui si procede, il cumulo di cause (quella di opposizione e quella di accertamento del controcredito) non resta soggetto alla sospensione dei termini per il periodo feriale, mentre, se il controcredito sia eccedente, opera la sospensione cui è soggetta la causa di opposizione all'esecuzione,
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5396 del 5 marzo 2009)

Cass. civ. n. 475/2009

L'impugnazione di un provvedimento giurisdizionale deve essere proposta nelle forme ed entro i termini previsti dalla legge rispetto alla domanda così come qualificata dal giudice, anche nell'ipotesi in cui l'impugnante intenda allegare l'erroneità di tale qualificazione. Ne consegue che ove il tribunale qualifichi come opposizione all'esecuzione ex art. 615 cod. proc. civ. l'impugnazione del precetto fondato su un lodo arbitrale, il termine per appellare la relativa sentenza non è soggetto alla sospensione feriale di cui alla legge 7 ottobre 1969 n. 742.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 475 del 13 gennaio 2009)

Cass. civ. n. 24752/2008

Il potere di cognizione del giudice dell'opposizione all'esecuzione è limitato all'accertamento della portata esecutiva del titolo posto a fondamento dell'esecuzione stessa, mentre le eventuali ragioni di merito incidenti sulla formazione del titolo devono essere fatte valere unicamente tramite l'impugnazione della sentenza che costituisce il titolo medesimo (come, nella specie, il prospettato obbligo dell'assicuratore di pagare, indipendentemente dalla sua mala gestio, il danno da sinistro stradale per l'intero, senza il limite del massimale, quale soggetto anticipatario, per la parte eccedente, dell'obbligo risarcitorio del danneggiante).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 24752 del 7 ottobre 2008)

Cass. civ. n. 23847/2008

L'omesso rilievo, nella sentenza che decide sull'opposizione esecutiva, dell'erronea qualificazione, da parte del ricorrente, dell'opposizione proposta come opposizione agli atti esecutivi e non come opposizione all'esecuzione (nella specie per avere il ricorrente contestato il diritto del creditore procedente ad introdurre nei suoi confronti un secondo procedimento esecutivo quale esatto duplicato di altro precedentemente introdotto), integra un vizio di violazione di norme sul procedimento, decisivo soltanto nei limiti in cui comporti concrete conseguenze sul contenuto della decisione, per aver impedito l'esame nel merito della domanda, ma non quando il merito sia stato esaminato e la relativa decisione sia conforme a diritto. (Nella specie, la S.C. ha escluso la rilevanza dell'omissione, per avere la sentenza affrontato e risolto con logica ed adeguata motivazione il merito dell'opposizione, evidenziando la sostanziale legittimità di più pignoramenti gravanti sugli stessi beni).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 23847 del 18 settembre 2008)

Cass. civ. n. 22402/2008

Nel giudizio di opposizione all'esecuzione è possibile contestare solo la regolarità formale o l'esistenza del titolo esecutivo giudiziale, ma non il suo contenuto decisorio. La violazione di tale regola da parte dell'opponente costituisce causa di inammissibilità, e non di infondatezza, dell'opposizione, e come tale è rilevabile d'ufficio dal giudice anche in grado d'appello.

Il potere di cognizione del giudice dell'opposizione all'esecuzione è limitato all'accertamento della portata esecutiva del titolo posto a fondamento dell'esecuzione stessa, mentre le eventuali ragioni di merito incidenti sulla formazione del titolo devono essere fatte valere unicamente tramite l'impugnazione della sentenza che costituisce il titolo medesimo (come, nella specie, il prospettato obbligo dell'assicuratore di pagare, indipendentemente dalla sua mala gestio, il danno da sinistro stradale per l'intero, senza il limite del massimale, quale soggetto anticipatario, per la parte eccedente, dell'obbligo risarcitorio del danneggiante).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 22402 del 5 settembre 2008)

Cass. civ. n. 10676/2008

Il giudice dell'opposizione all'esecuzione, ove ritenga che la corretta interpretazione del titolo esecutivo giudiziale comporti la riduzione della pretesa azionata in executivis dal creditore, non può pronunciare una sentenza di condanna del debitore al pagamento della minor somma così determinata, perché in questo caso si duplicherebbe il titolo esecutivo, ma deve limitarsi ad accertare quale sia l'esatto ambito oggettivo e soggettivo del suddetto titolo e, conseguentemente, pronunciarsi sulla legittimità o meno dell'esecuzione già intrapresa, configurandosi, per l'appunto, siffatto giudizio come causa di accertamento negativo, totale o parziale, dell'azione esecutiva esercitata.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10676 del 24 aprile 2008)

Cass. civ. n. 13069/2007

La denuncia dell'errata apposizione della formula esecutiva configura opposizione agli atti esecutivi allorquando si faccia riferimento solo alla correttezza della spedizione del titolo in forma esecutiva (di cui non si ponga in dubbio l'esistenza), richiesta dall'art. 475 c.p.c., poiché in tal caso l'indebita apposizione della formula può concretarsi in una irregolarità del procedimento esecutivo o risolversi in una contestazione della regolarità del precetto ai sensi del primo comma dell'art. 617 c.p.c. Viceversa, allorché la denuncia sia motivata dalla contestazione dell'inesistenza del titolo esecutivo ovvero dalla mancata soddisfazione delle condizioni perché l'atto acquisti l'efficacia di titolo esecutivo (come, ad esempio, quando si deduca la mancanza della prestazione della cauzione), l'opposizione deve qualificarsi come opposizione all'esecuzione ai sensi dell'art. 615 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13069 del 5 giugno 2007)

Cass. civ. n. 9912/2007

La compensazione, quale fatto estintivo dell'obbligazione, può essere dedotta come motivo di opposizione all'esecuzione forzata, fondata su titolo esecutivo giudiziale coperto dalla cosa giudicata, qualora il credito fatto valere in compensazione, rispetto a quello per cui si procede, sia sorto successivamente alla formazione di quel titolo, mentre in caso contrario resta preclusa dalla cosa giudicata, che impedisce la proposizione di fatti estintivi od impeditivi ad essa contrari; nè ha alcun rilievo il fatto che anche il credito del debitore esecutato sia assistito da titolo esecutivo giudiziale, quest'ultimo non privando di efficacia esecutiva il titolo del creditore esecutante in quanto non vale a estinguerne il credito.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9912 del 24 aprile 2007)

Cass. civ. n. 8061/2007

Ai fini della legittimità dell'esecuzione forzata, è sufficiente che il titolo esecutivo sussista quando l'azione esecutiva è minacciata o iniziata e che la sua validità ed efficacia permangano durante tutto il corso della fase esecutiva, sino al suo termine finale. Ne consegue che, così come è inammissibile per tardività una opposizione ex art. 615 c.p.c. proposta dopo il materiale compimento dell'esecuzione forzata, allo stesso modo non è possibile travolgere gli atti di una procedura esecutiva assistiti sino al suo termine finale da valido titolo esecutivo e rispetto alla quale la successiva caducazione del titolo esecutivo non può avere valenza retroattiva per inferirne la invalidità di una procedura legittimamente iniziata e portata a definitivo compimento (fattispecie in cui l'azione esecutiva era stata iniziata ed ultimata sulla base di un decreto ingiuntivo revocato dopo che l'esecuzione era stata completata).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8061 del 31 marzo 2007)

Cass. civ. n. 6940/2007

Nelle cause e nei procedimenti indicati dagli artt. 1 e 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, e dell'art. 92 dell'ordinamento giudiziario non si applica la sospensione feriale dei termini processuali, al fine di assicurare ad esse una decisione celere, senza tener conto delle articolazioni assunte dai procedimenti nelle varie fasi del giudizio: pertanto, la causa di opposizione agli atti esecutivi si sottrae alla sospensione dei termini anche quando unica questione controversa sia quella dell'attribuzione delle spese al procuratore anticipatario.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 6940 del 22 marzo 2007)

Cass. civ. n. 977/2007

La ditta individuale coincide con la persona fisica titolare di essa e, perciò, non costituisce un soggetto giuridico autonomo, sia sotto l'aspetto sostanziale che sotto quello processuale, senza che, perciò, nell'ambito delle opposizioni esecutive proposte dalla ditta individuale, possa ritenersi configurabile un'ipotesi di litisconsorzio necessario nei confronti del titolare di essa. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell'enunciato principio, ha cassato con rinvio l'impugnata sentenza con la quale era stata dichiarata la nullità della sentenza di primo grado sull'erroneo presupposto della violazione dell'art. 102 c.p.c. per mancata partecipazione del titolare di una ditta individuale, ritenuto quale litisconsorte necessario in un giudizio di opposizione all'esecuzione avverso un preavviso di rilascio intentato dalla stessa ditta, dovendo, in contrario, rilevarsi che la decisione del primo giudice era, in effetti, da ritenersi emessa nei confronti del suo titolare).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 977 del 17 gennaio 2007)

Cass. civ. n. 20634/2006

La sopravvenienza, successivamente alla proposizione dell'opposizione al precetto, delle condizioni di esistenza della pretesa esecutiva non può essere presa in considerazione dal giudice dell'opposizione perché non rilevante al fine di decidere la domanda e, quindi, per statuire sul diritto che ne è oggetto, che è quello di veder acclarato, con un accertamento negativo, che al momento della notificazione del precetto non vi erano le condizioni di esistenza della pretesa esecutiva. Ne consegue che l'eventuale sopravvenienza delle condizioni dell'azione esecutiva non può configurarsi come un fatto principale e, quindi, come un'eccezione, rispetto ai fatti costituivi della domanda proposta con l'opposizione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 20634 del 22 settembre 2006)

Cass. civ. n. 8928/2006

Con l'opposizione avverso l'esecuzione fondata su titolo giudiziale, il debitore non può sollevare eccezioni inerenti a fatti estintivi od impeditivi anteriori a quel titolo, i quali sono deducibili esclusivamente nel procedimento preordinato alla formazione del titolo medesimo. Qualora, a seguito della parziale riduzione della condanna emessa in primo grado, come effetto del giudicato emerga quale fatto impeditivo il diritto alla restituzione di una parte di quanto pagato in esecuzione della prima pronunzia, la rilevanza di esso in sede di opposizione all'esecuzione non è esclusa, ancorché tale fatto non sia stato fatto valere mediante una domanda tesa alla ripetizione di quanto pagato oltre il dovuto. (Nella specie l'opponente era stato condannato da un lodo arbitrale al pagamento di una somma e aveva effettuato il pagamento di oltre settecento milioni di lire al fine di ottenere la sospensione della esecutività del lodo; in sede di appello, a seguito della declaratoria di nullità parziale del lodo, la somma dovuta era stata ridotta a poco più di cinquecento milioni di lire; la S.C., nel confermare la sentenza del giudice di merito che aveva accolto l'opposizione all'esecuzione immobiliare proposta dal debitore, ha precisato che la ripetibilità della somma versata in eccedenza poteva essere fatta valere in sede di opposizione all'esecuzione del titolo sostitutivo del lodo).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8928 del 18 aprile 2006)

Cass. civ. n. 5684/2006

Nelle controversie relative ad opposizione all'esecuzione non trova applicazione la sospensione feriale dei termini processuali, sicché, qualora sia stato proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza di rigetto di una opposizione all'esecuzione, il controricorso deve essere notificato, a pena di inammissibilità, entro il termine di cui all'art. 370 c.p.c., senza che si applichi la sospensione indicata dall'art. 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5684 del 15 marzo 2006)

Cass. civ. n. 4507/2006

In tema di esecuzione mobiliare, la tutela cognitoria data dall'opposizione all'esecuzione e la connessa tutela cautelare data dalla sospensione del processo esecutivo sono esperibili sino a quando il processo esecutivo non si chiuda, il che, nell'espropriazione forzata di crediti, avviene con l'emissione dell'ordinanza di assegnazione. Detto atto è suscettibile di opposizione agli atti esecutivi, ma soltanto per vizi suoi propri, restando escluso che il debitore, il quale non si sia tempestivamente avvalso dello specifico mezzo dell'opposizione all'esecuzione, possa far valere il suo diritto con il diverso strumento dell'opposizione agli atti esecutivi. (Fattispecie relativa a opposizione agli atti esecutivi proposta da P.A. — Università — sottoposta a esecuzione in relazione a debito condominiale, senza aver ricevuto preventiva notifica del titolo esecutivo, avendo il creditore notificato il decreto ingiuntivo divenuto esecutivo al solo condominio debitore).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4507 del 28 febbraio 2006)

Cass. civ. n. 1331/2006

La sospensione feriale dei termini processuali, prevista dall'art. 1 della legge n. 742 del 1969, non si applica ai giudizi in materia di opposizione all'esecuzione forzata, nozione da intendere nel senso più ampio, come categoria nella quale sono ricomprese anche le opposizioni relative alla distribuzione della somma ricavata.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1331 del 24 gennaio 2006)

Cass. civ. n. 21841/2005

L'opposizione avverso la cartella esattoriale rivolta alla riscossione delle spese di custodia liquidate dal giudice dell'esecuzione penale in favore del custode di un autoveicolo sequestrato e successivamente confiscato dal giudice penale deve essere proposta nelle forme degli artt. 615 e 617 c.p.c. dinanzi al giudice competente, che, a seguito della soppressione dell'ufficio del pretore, è il tribunale in composizione monocratica e non il giudice di pace.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 21841 del 10 novembre 2005)

Cass. civ. n. 18355/2005

Proposta opposizione avverso il precetto intimato sulla base di sentenza penale di condanna al pagamento di una provvisionale sprovvista di clausola di provvisoria esecuzione, è irrilevante la sopravvenuta esecutività, nel corso del giudizio di opposizione, della sentenza penale, atteso che non viene meno l'interesse alla prosecuzione del giudizio di opposizione, che è dotato di autonoma rilevanza ed implica l'accertamento dell'esistenza del titolo esecutivo all'atto dell'intimazione del precetto.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 18355 del 16 settembre 2005)

Cass. civ. n. 15036/2005

Il socio accomandatario, al quale sia intimato precetto di pagamento di un debito della società in accomandita semplice, può proporre opposizione a norma dell'art. 615 c.p.c. per fare valere il beneficio di preventiva escussione della società non appena gli sia notificato il precetto senza dovere attendere il pignoramento
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15036 del 15 luglio 2005)

Cass. civ. n. 14582/2005

In tema di opposizione all'esecuzione, ravvisabile anche nell'ipotesi in cui le contestazioni sollevate dall'opponente, pur concernendo il quomodo dell'azione esecutiva, investano l'an della stessa, nel senso che il debitore abbia fatto valere l'impossibilità giuridica o di fatto di procedere ad esecuzione forzata secondo le modalità concretamente prospettate, non è ammissibile una tesi difensiva dell'opponente fondata su un diritto non ancora costituito. (Nella specie, il proprietario di un edificio si era opposto all'esecuzione della sentenza di condanna alla rimozione di una condotta fognaria da lui costruita su un fondo confinante, facendo valere l'interclusione del proprio fondo, e quindi la possibilità di ottenere la costituzione di una servitù coattiva: la S.C., in applicazione del predetto principio, ha cassato la sentenza impugnata, che aveva qualificato la domanda come opposizione agli atti esecutivi e l'aveva dichiarata inammissibile in quanto tardiva, e, pronunciando nel merito, l'ha rigettata, rilevando che l'opponente non aveva chiesto la costituzione coattiva della servitù).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 14582 del 12 luglio 2005)

Cass. civ. n. 14106/2005

Nell'espropriazione presso terzi, il pignoramento impone al terzo di non compiere atti che determinino l'estinzione del credito o il suo trasferimento ad altri, sicché egli è interessato alle vicende processuali che riguardano la legittimità o validità del pignoramento in quanto possano comportare o meno la sua liberazione dal relativo vincolo. Ne deriva che nel giudizio di opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi il terzo pignorato non può in linea di principio ritenersi parte necessaria, perché per assumere tale qualità deve avere interesse all'accertamento della estinzione del suo debito — come nel caso in cui egli abbia soddisfatto il suo creditore prima della notifica del pignoramento e della opposizione agli atti esecutivi proposta dal creditore procedente avverso l'ordinanza del giudice dell'esecuzione che abbia respinto l'istanza di assegnazione del credito ed il terzo invochi l'inoppugnabilità di detta ordinanza — per non esser costretto a pagare di nuovo al creditore, mentre non può assumere la posizione di parte in relazione alla sua qualità di custode, ancorché interessato alle vicende del processo per adeguarvi il suo comportamento (e cioè pagare al suo creditore a processo estinto, ovvero al creditore indicato nell'ordinanza di assegnazione, se non ne è stata sospesa l'efficacia a seguito dell'opposizione).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 14106 del 1 luglio 2005)

Cass. civ. n. 2279/2005

Il terzo detentore di bene immobile per un titolo derivato da colui nei cui confronti il proprietario ha ottenuto, per occupazione abusiva, una sentenza di condanna al rilascio, può opporsi all'esecuzione, ai sensi dell'art. 615 c.p.c., ove sostenga di detenere l'immobile in virtú di un titolo autonomo, come tale non pregiudicato da detta sentenza.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2279 del 4 febbraio 2005)

Cass. civ. n. 841/2005

La competenza territoriale a decidere l'opposizione all'esecuzione, proposta prima dell'inizio di essa (art. 615, primo comma, c.p.c.), preannunciata in base a titolo giudiziale su una controversia concernente un rapporto di collaborazione di cui all'art. 409, n. 3, c.p.c., spetta esclusivamente al giudice nella cui circoscrizione si trova, o si trovava al momento della cessazione del rapporto, il domicilio del lavoratore, come stabilito dal quarto comma dell'art. 413 c.p.c. (nel testo introdotto dall'art. 1 della legge 11 febbraio 1992 n. 128, ispirato ad esigenze di tutela del medesimo). Infatti, nel caso di rapporto di lavoro già cessato al momento dell'instaurazione dell'opposizione, deve escludersi il domicilio del lavoratore a tale tempo, altrimenti sarebbe consentito a costui - in contrasto con l'art. 25, primo comma, Costituzione - di scegliersi il giudice competente, trasferendo preventivamente il proprio domicilio.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 841 del 18 gennaio 2005)

Cass. civ. n. 22430/2004

Il giudice dell'opposizione all'esecuzione è tenuto a compiere d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, ed anche per la prima volta nel giudizio di cassazione, la verifica sulla esistenza del titolo esecutivo posto alla base dell'azione esecutiva, potendo rilevare sia l'inesistenza originaria del titolo esecutivo sia la sua sopravvenuta caducazione, che entrambe — determinano l'illegittimità dell'esecuzione forzata con effetto ex tunc, in quanto l'esistenza di un valido titolo esecutivo costituisce presupposto dell'azione esecutiva stessa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito emessa nel giudizio di opposizione all'esecuzione che, a fronte di una esecuzione promossa sulla base di un decreto ingiuntivo e della definizione del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo con pronuncia di cessazione della materia del contendere, aveva dato atto del venir meno del titolo esecutivo sulla base del quale si era intrapresa l'esecuzione).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 22430 del 29 novembre 2004)

Cass. civ. n. 14601/2004

La sospensione dei termini processuali in periodo feriale indicata dall'art. 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742 non si applica ai procedimenti di opposizione all'esecuzione, come stabilito dall'art. 92 del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12 (ordinamento giudiziario), a quelli di opposizione agli atti esecutivi e di opposizione di terzo all'esecuzione, di cui agli artt. 615, 617 e 619 c.p.c., ed a quelli di accertamento dell'obbligo del terzo di cui all'art. 548 dello stesso codice; tale esclusione non è posta nell'interesse particolare del debitore esecutato, ma risponde alla finalità della pronta definizione della causa di opposizione, e, quindi, alla pronta realizzazione dei crediti, restando perciò irrilevante (ai fini dell'operatività di detta esclusione) che l'esecuzione sia stata o meno portata a compimento, perdurando le cause di opposizione che costituiscono fattori di ritardo nella definizione della procedura esecutiva.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 14601 del 30 luglio 2004)

Cass. civ. n. 11449/2003

Ove nel giudizio di opposizione all'esecuzione il debitore opponente, minacciato col precetto, deduca un suo credito, di entità superiore a quella del debito opposto, non soltanto al fine di impedire e paralizzare l'esecuzione in suo danno, ma anche allo scopo di ottenere la condanna dell'opposto al pagamento della differenza, tale domanda è ammissibile, salvo poi eventualmente a stabilire da parte del giudice dell'esecuzione che, essendo il maggior credito dedotto in compensazione di non pronta e facile liquidazione, il processo esecutivo non possa essere sospeso.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11449 del 23 luglio 2003)

Cass. civ. n. 9394/2003

In tema di procedimento di esecuzione, non è configurabile un tertium genus oltre ai rimedi dell'opposizione all'esecuzione e dell'opposizione agli atti esecutivi, essendo questi ultimi tipici e completi per il sistema processuale della tutela creditoria in executivis. (Nell'affermare il suindicato principio, la S.C. ha rigettato la tesi del ricorrente volta ad accreditare la configurabilità di una opposizione agli atti esecutivi «atipica», ontologicamente diversa da quella ex art. 617 c.p.c. là dove svincolata dai termini di decadenza ivi previsti).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9394 del 11 giugno 2003)

Cass. civ. n. 6448/2003

In tema dì riscossione coattiva delle entrate patrimoniali, la notificazione dell'ingiunzione di pagamento, che nell'esecuzione speciale disciplinata dal R.D. n. 639 del 1910 costituisce (anche) il titolo esecutivo, assolve a funzione non diversa da quella della notificazione del titolo esecutivo ex art. 479 c.p.c., sicché la sua mancanza di fatto o inesistenza giuridica determina (in relazione al profilo considerato) la nullità del pignoramento, da denunciarsi con opposizione agli atti esecutivi, nei cinque giorni successivi a quello del relativo compimento.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 6448 del 23 aprile 2003)

Cass. civ. n. 5507/2003

In caso di costituzione di ipoteca a favore di un debito altrui, se il terzo datore di ipoteca aliena i beni sui quali grava la garanzia reale, l'opposizione da lui proposta avverso il precetto notificatogli nella qualità di terzo datore di ipoteca, volta a far accertare di non essere obbligato al pagamento della somma indicata nel precetto, va dichiarata inammissibile per difetto di interesse se dal precetto non si evince l'intenzione del creditore di procedere ad esecuzione coattiva nei suoi confronti in relazione a beni diversi da quelli ipotecati, in quanto l'espropriazione non potrà che cadere sul bene ipotecato, ed a subirla non sarà il terzo datore di ipoteca, alienante, ma l'acquirente del bene ipotecato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5507 del 8 aprile 2003)

Cass. civ. n. 5368/2003

Il soggetto contro il quale è iniziata un'esecuzione forzata, anche se terzo pignorato, può, ai sensi degli artt. 615 e 617 c.c., sia contestare il diritto della parte istante a procedere a tale esecuzione sia far valere la nullità degli atti con cui è stata iniziata o che l'hanno preceduta.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5368 del 5 aprile 2003)

Cass. civ. n. 4379/2003

L'opposizione all'esecuzione in corso si propone (art. 615, secondo comma) con ricorso al giudice dell'esecuzione (qualora non sia proposta oralmente in una udienza del processo esecutivo) e va, in tal caso, notificata al creditore procedente insieme con il decreto del giudice dell'esecuzione che fissi l'udienza per la comparizione delle parti dinanzi a sé (e ciò nel termine perentorio che il giudice dell'esecuzione abbia stabilito), notificazione che ben può avere, come destinatario, il difensore del creditore procedente cui questi abbia conferito procura, atteso che, in difetto di limitazioni, tale atto abilita il difensore stesso a rappresentare la parte anche nei giudizi di opposizione. Ne consegue che, qualora il creditore procedente abbia azionato il processo esecutivo (mercé notificazione del precetto) dichiarandosi difensore di sé stesso — e stante, per l'effetto, la coincidenza tra parte e difensore — non si pone alcuna questione se il ricorso debba essere notificato alla parte personalmente, ovvero possa esserlo al suo procuratore, trattandosi, in tal caso, di notificare, puramente e semplicemente (come accaduto nella specie), il ricorso alla parte.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4379 del 25 marzo 2003)

Cass. civ. n. 3477/2003

Nel giudizio di opposizione all'esecuzione ex art. 615 c.p.c., l'opponente ha veste sostanziale e processuale di attore, pertanto le eventuali «eccezioni» da lui sollevate per contrastare il diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata costituiscono causa petendi della domanda proposta con il ricorso in opposizione e sono soggette al regime sostanziale e processuale della domanda. Ne consegue che l'opponente non può mutare la domanda modificando le eccezioni che ne costituiscono il fondamento, né il giudice può accogliere l'opposizione per motivi che costituiscono un mutamento di quelli espressi nel ricorso introduttivo, ancorché si tratti di eccezioni rilevabili d'ufficio (nella specie l'opponente non aveva addotto la formazione di giudicati a lui favorevoli e contrastanti con le ingiunzioni azionate nei suoi confronti, né aveva offerto in comunicazione i documenti idonei al rilievo ex officio di questi giudicati, producendo le relative sentenze dopo alcuni anni dal loro deposito).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3477 del 7 marzo 2003)

Cass. civ. n. 571/2003

Il giudizio di opposizione all'esecuzione a processo esecutivo iniziato, è ritualmente introdotto anche oralmente in istanza, ed anche — perciò — se il relativo ricorso non sia stato notificato personalmente alla parte ed il creditore ne abbia avuto conoscenza attraverso il suo procuratore; ciò sia in quanto l'opposizione può essere proposta senza l'osservanza della forma stabilita dall'art. 615, c.p.c. — quando tra le parti si è instaurato il contraddittorio sull'oggetto dell'opposizione e la parte contro cui è proposta è stata messa in condizione di difendersi — sia in quanto essa introduce un giudizio su di una questione incidentale, cosicché il potere di rappresentanza attribuito dal creditore procedente al difensore, in mancanza di limitazione, lo abilita a rappresentarla anche in questo giudizio di cognizione ed a ricevere per la stessa l'atto che lo instaura. (Nella specie, concernente un'espropriazione presso terzi, l'opposizione era stata proposta oralmente all'udienza fissata per la dichiarazione del terzo nella quale era presente il procuratore costituito per il creditore procedente, che aveva preso cognizione dei motivi dell'opposizione e del provvedimento con il quale l'opponente era stato invitato a formalizzare l'opposizione previa iscrizione a ruolo ed era stata altresì fissata l'udienza per la trattazione).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 571 del 16 gennaio 2003)

Cass. civ. n. 13757/2002

In materia di procedimento civile esecutivo, in caso di opposizione all'esecuzione già iniziata, il giudice (nel caso, il giudice di pace) individuato come competente per valore ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 615 e 17 c.p.c., è competente a decidere anche il merito della controversia; in quanto giudice dell'opposizione e non dell'esecuzione, esso è viceversa incompetente a decidere le domande di assegnazione o di restituzione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13757 del 20 settembre 2002)

Cass. civ. n. 11995/2002

Nella ipotesi di opposizione alla esecuzione proposto dopo che questa sia iniziata, ai sensi del secondo comma dell'art. 615 c.p.c., il giudice dell'esecuzione, se la causa non rientra nella competenza per valore dell'ufficio giudiziario al quale appartiene, è competente limitatamente alla prima fase, e cioè per l'esercizio dei poteri ordinatori di direzione del processo, dovendo invece rimettere la cognizione del merito al giudice competente, e, ove si tratti di rapporto la cui cognizione sia riservata al giudice del lavoro, a quest'ultimo giudice.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 11995 del 8 agosto 2002)

Cass. civ. n. 11659/2002

Qualora l'opposizione all'esecuzione sia proposta nel corso dell'udienza del procedimento esecutivo, non è necessaria la notifica del decreto di cui all'art. 615, secondo comma, c.p.c., atteso che il contraddittorio è ritualmente instaurato con la conoscenza dell'udienza di comparizione da parte del difensore del creditore procedente presente o, in sua assenza, dalla comunicazione da parte della cancelleria.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11659 del 3 agosto 2002)

Cass. civ. n. 10569/2002

La consegna al destinatario della notificazione di copia della sentenza in forma esecutiva priva della relazione peritale richiamata in dispositivo, quale parte integrante del provvedimento stesso per l'individuazione dell'oggetto della decisione, non dà luogo ad un vizio della notificazione, in quanto la notifica della sentenza in forma esecutiva è sufficiente a soddisfare il disposto dell'art. 479 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10569 del 19 luglio 2002)

Cass. civ. n. 9211/2001

La parte obbligata sulla base di un titolo esecutivo, può proporre opposizione all'esecuzione per chiedere che sia accertato che l'altra non ha diritto a proseguire l'esecuzione forzata per avere, in pendenza del processo esecutivo, ceduto il diritto della cui esecuzione coattiva si tratta; la pronuncia può avere il solo contenuto di un accertamento negativo del diritto della parte istante a proseguire il processo, se il successore è intervenuto nel processo esecutivo per farlo proseguire o nel giudizio di opposizione dichiarando di volerlo proseguire, e, comunque, non ha l'effetto di togliere al successore il diritto di tornare ad iniziare il processo esecutivo sulla base dello stesso titolo, se in seguito lo voglia. (Sulla base di tali principi, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva escluso la legittimazione della parte esecutante a procedere all'esecuqione forzata per la demolizione di una canna fumaria, avendo venduto l'immobile, a tutela della cui proprietà era stata ordinata la demolizione ed avendo i nuovi titolari del bene manifestato la loro intenzione che il processo non proseguisse).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9211 del 6 luglio 2001)

Cass. civ. n. 7784/2001

In forza del principio secondo il quale l'esecuzione forzata deve essere normalmente preceduta dalla notificazione del titolo in forma esecutiva e del precetto (art. 479 c.p.c.), il chiamato in garanzia, nei confronti del quale sia stata accolta la domanda di garanzia relativa a tutte le somme dovute dal convenuto garantito in relazione al titolo fatto valere, deve tenere indenne quest'ultimo anche dalle spese che il creditore abbia affrontato per ottenere la soddisfazione coattiva del credito (e che il debitore principale è tenuto a rimborsargli), a meno che egli non abbia direttamente adempiuto nei confronti del creditore stesso a mente dell'art. 1180 c.c. prima della notifica del precetto, ovvero non abbia tempestivamente fornito la provvista al garantito, così ponendolo in condizione di soddisfare il proprio creditore senza alcun onere economico, sicché non può dirsi viziata da ultrapetizione la sentenza che condanni il chiamato in garanzia a rimborsare al chiamante anche le spese del precetto (peraltro solo eventuali) che questi debba rimborsare al proprio creditore, quand'anche non esplicitamente richieste.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 7784 del 18 giugno 2001)

Cass. civ. n. 7399/2001

La competenza a decidere l'opposizione a precetto per il rilascio di un fondo rustico spetta alla sezione specializzata agraria se, in relazione ai motivi, è qualificabile come opposizione all'esecuzione; spetta invece al giudice dell'esecuzione se investe il quomodo dell'azione esecutiva, ed è quindi qualificabile come opposizione agli atti esecutivi, materia estranea a quella agraria, per cui non vi è ragione di attribuirla al giudice specializzato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 7399 del 30 maggio 2001)

Cass. civ. n. 5685/2001

La contemporanea proposizione, con unico ricorso, di opposizione all'esecuzione e di opposizione agli atti esecutivi, non sposta la competenza funzionale del giudice dell'esecuzione. Ne consegue che l'opposizione proposta davanti al giudice dell'esecuzione che sia diretta contestualmente a negare sia la regolarità formale dell'atto, sia il diritto all'esecuzione, spetta per la prima parte, integrante opposizione agli atti esecutivi, alla competenza per materia del giudice dell'esecuzione, mentre resta soggetta, per la seconda parte, costituente opposizione all'esecuzione, ai comuni criteri di competenza per valore.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5685 del 18 aprile 2001)

Cass. civ. n. 5077/2001

La denuncia dell'esistenza di un limite legale all'esercizio del diritto del creditore procedente di far espropriare i beni del debitore (nella specie, vincolo ex legge n. 230 del 1950) si configura come opposizione all'esecuzione, disciplinata dall'art. 615 c.p.c., in quanto essa è uno dei modi con i quali è svolta la contestazione del diritto del creditore di procedere all'esecuzione forzata. Detta opposizione, peraltro, può essere esperita senza alcun termine di preclusione fino a che non sia esaurito il processo esecutivo e cioè fino all'emissione dell'ordinanza di assegnazione con la distribuzione del ricavato. (Nella specie, la S.C. ha cassato la pronuncia di merito con la quale era stata dichiarata inammissibile la domanda proposta dall'E.R.S.A.P., rivolta a veder riconosciuta la non espropriabilità dei diritti degli assegnatari di terreni ex art. 14 legge n. 230 del 1950, in quanto opposizione tardiva agli atti esecutivi, rinviando al giudice del merito per l'applicazione del suddetto principio).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5077 del 5 aprile 2001)

Cass. civ. n. 3400/2001

Secondo i principi generali regolanti la materia delle opposizioni in seno al processo esecutivo, mentre l'opposizione all'esecuzione investe l'an dell'azione esecutiva (e ciò sia quando risulti contestata l'esistenza o la validità del titolo, sia quando venga posta in discussione la legittimità del pignoramento di alcuni beni), la opposizione agli atti esecutivi attiene al quomodo del procedimento, investendo la legittimità dello svolgimento dell'azione esecutiva attraverso il processo, ossia la regolarità formale del titolo esecutivo, del precetto, ovvero, infine, di tutti i successivi atti esecutivi. Deve, conseguentemente, ritenersi e qualificarsi come opposizione agli atti esecutivi quella con cui l'esecutato deduca la nullità dell'apposizione della formula esecutiva al titolo notificato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3400 del 8 marzo 2001)

Cass. civ. n. 15523/2000

L'opposizione al precetto fondato sulla sentenza della sezione specializzata agraria determinativa dell'indennità per i miglioramenti e le addizioni relativi al fondo rustico, oggetto del contratto agrario, va proposta, ai sensi degli artt. 615, primo comma, c.p.c. e 9 della legge 14 febbraio 1990, n. 29, davanti alle sezioni specializzate agrarie, dotate di competenza generale ed esclusiva in materia di contratti agrari (alla quale apportano limitata deroga l'eccezione espressa formulata dal secondo comma dello stesso art. 9, in tema di affrancazione delle enfiteusi rustiche, e quelle risultanti dal sistema, in ragione dell'attribuzione di assorbente competenza per materia ad altro giudice).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15523 del 7 dicembre 2000)

Cass. civ. n. 15083/2000

Il locatore può chiedere la risoluzione del contratto e la condanna al rilascio del bene nei confronti del conduttore anche nel caso in cui al momento della proposizione della domanda detto bene è detenuto da un terzo, immessovi dal conduttore, perché la sentenza di condanna al rilascio ha effetto anche nei confronti del terzo, il cui titolo presuppone quello del conduttore. Né d'altro canto rileva che il locatore ometta di notificare al terzo detta sentenza di condanna e il precetto, conosciuti pertanto solo al momento dell'accesso dell'ufficiale giudiziario, essendo soltanto lui che può adempiere l'obbligo di restituire il bene al locatore.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15083 del 22 novembre 2000)

Cass. civ. n. 14554/2000

Il giudizio conseguente all'opposizione all'esecuzione è un vero e proprio giudizio di cognizione, nel quale, non ostandovi i limiti stabiliti dalla legge, è consentito al creditore procedente (che ha veste sostanziale e processuale di convenuto) di proporre non soltanto le eccezioni dirette a rimuovere gli ostacoli frapposti alla realizzazione del suo diritto, ma anche di chiedere la condanna del debitore opponente per un titolo diverso, svolgendo all'uopo una domanda riconvenzionale diretta a costituire un nuovo titolo esecutivo che si aggiunge al primo.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 14554 del 9 novembre 2000)

Cass. civ. n. 9887/2000

Nell'esecuzione forzata condotta su beni già sottoposti ad ipoteca dal dante causa a garanzia del debitore originario, il terzo acquirente nei confronti del quale si svolga l'esecuzione stessa può far valere, con il rimedio dell'opposizione all'esecuzione, le ragioni che sarebbero spettate al proprio dante causa verso tutti gli altri fideiussori del debitore originario.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9887 del 27 luglio 2000)

Cass. civ. n. 4856/2000

Il terzo acquirente di un bene pignorato è legittimato a proporre in proprio, e non in via surrogatoria rispetto all'alienante, l'opposizione all'esecuzione a norma dell'art. 615 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4856 del 14 aprile 2000)

Cass. civ. n. 1339/2000

Il terzo pignorato è legittimato a proporre opposizione all'esecuzione per far valere la dichiarata improcedibilità del processo esecutivo nei confronti del suo creditore, sopravvenuta all'ordinanza di assegnazione di tale credito.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1339 del 7 febbraio 2000)

Cass. civ. n. 1337/2000

L'esistenza del titolo esecutivo costituisce la condizione necessaria dell'esercizio dell'azione esecutiva, e deve, indipendentemente dall'atteggiamento delle parti, essere sempre verificata d'ufficio dal giudice, il quale, pertanto, dovrà dichiarare la nullità del precetto ove questo risulti intimato sulla base di un assegno bancario privo di data e perciò nullo come tale ed inesistente come titolo esecutivo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1337 del 7 febbraio 2000)

Cass. civ. n. 687/2000

Le opposizioni all'esecuzione che si possono svolgere nell'espropriazione presso terzi sono caratterizzate dall'oggetto, costituito dalla contestazione del diritto di procedere ad esecuzione forzata per mancanza del titolo esecutivo o del credito e per impignorabilità dei beni. Consegue che gli unici soggetti legittimati a proporre l'opposizione sono il debitore esecutato o il creditore e non il terzo che ha reso la dichiarazione di cui all'art. 543 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 687 del 21 gennaio 2000)

Cass. civ. n. 12696/1999

In tema di opposizioni proposte in sede di esecuzione forzata, qualora il giudice di primo grado abbia (come nella specie) erroneamente qualificato la doglianza come «opposizione agli atti esecutivi ex art. 615 c.p.c.», si rende necessario, in sede di giudizio di legittimità — previa rilevazione di un errore che, nella sua patente contraddittorietà, si risolve in una sostanziale mancata qualificazione dell'opposizione proposta —, procedere ad autonoma qualificazione dell'opposizione stessa, tanto ai fini del merito, quanto a quelli della stessa ammissibilità dell'impugnazione, senza tener conto della terminologia adottata dalla parte, e considerato ancora che uno stesso atto di opposizione può sottendere entrambe le forme di opposizione, tanto all'esecuzione quanto agli atti esecutivi. Ne consegue che, nella parte in cui il giudice di primo grado abbia pronunciato su di una opposizione all'esecuzione, il ricorso per cassazione deve essere dichiarato inammissibile (potendo quel provvedimento essere legittimamente impugnato soltanto con l'appello), mentre, con riferimento alla eventuale parte contenente una vera e propria opposizione agli atti esecutivi (legittimamente ricorribile ex art. 111 Cost.), la Corte è, preliminarmente, chiamata ad una verifica di ammissibilità, sotto il profilo della tempestività, dell'opposizione stessa attraverso un esame diretto degli atti del processo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 12696 del 16 novembre 1999)

Cass. civ. n. 10187/1998

Sia per l'opposizione all'esecuzione che per l'opposizione agli atti esecutivi avanzate nel corso del procedimento esecutivo già iniziato, le forme previste dagli artt. 615 secondo comma e 617 secondo comma c.p.c. non sono richieste a pena di nullità e le predette opposizioni possono, pertanto, essere proposte anche oralmente nell'udienza davanti al giudice dell'esecuzione, ovvero mediante deposito, in tale udienza, di una comparsa di risposta, essendo anche tali forme idonee al raggiungimento dello scopo (costituzione del rapporto processuale cognitivo) proprio degli atti di opposizione predetti; ne consegue che, una volta proposta in uno dei predetti modi l'opposizione, non è necessario un formale atto di costituzione da parte dell'opponente, che deve ritenersi, anche in mancanza di esso, ritualmente presente e costituito nel processo instaurato a norma dell'art. 618 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 10187 del 15 ottobre 1998)

Cass. civ. n. 10028/1998

In tema di esecuzione forzata, quando il giudice dell'esecuzione adotta un provvedimento che nega alla parte istante di proseguire nel processo esecutivo, si è in presenza di un atto esecutivo, contro il quale è dato di reagire nelle forme dell'opposizione agli atti esecutivi, allo scopo di ottenere che l'espropriazione intrapresa possa continuare. Quando, invece, il giudice dell'esecuzione si limita ad adottare i provvedimenti in cui il processo esecutivo si articola, ancorché in ipotesi sia stato sollecitato a pronunziarsi sulla mancanza del diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata, la reazione contro tali provvedimenti non può essere rappresentata dall'opposizione agli atti esecutivi, ma dall'opposizione all'esecuzione, poiché la ragione della domanda è nella contestazione del diritto a procedere ad esecuzione forzata e il suo oggetto è una pronunzia che accerti che il processo esecutivo non poteva essere iniziato e, quindi, proseguito, cosicché l'annullamento dell'atto cui l'opposizione è rivolta è conseguenza mediata di quell'accertamento. (La S.C. ha cassato senza rinvio la sentenza che aveva omesso di dichiarare improponibile l'opposizione agli atti esecutivi avverso l'ordinanza di assegnazione, sul presupposto che la parte istante sarebbe stata priva di un titolo che le consentisse di procedere all'esecuzione).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10028 del 9 ottobre 1998)

Cass. civ. n. 6055/1998

Nel vigore dell'art. 45 della legge 27 luglio 1978, n. 392, se l'opposizione all'esecuzione per il rilascio dell'immobile è proposta dal debitore per sostenere che l'esecuzione non può essere promossa o proseguita perché egli ha diritto all'indennità per la perdita dell'avviamento e questa non è stata pagata e se la controversia si incentra sul punto dell'avere o no il debitore diritto a tale indennità non si è in presenza di due distinte cause — una di opposizione all'esecuzione e l'altra sulla spettanza del diritto all'indennità —, ma di una sola causa di opposizione all'esecuzione, la cui cognizione spetta non al giudice competente per valore (o materia) in relazione al diritto per cui si procede, ma al pretore quale giudice competente a conoscere della controversia sulla spettanza dell'indennità.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 6055 del 17 giugno 1998)

Cass. civ. n. 3735/1998

Dopo l'entrata in vigore dell'art. 9 legge 14 febbraio 1990, n. 29 anche l'opposizione all'esecuzione per rilascio di un fondo rustico spetta alla competenza della sezione specializzata agraria se l'opponente assume di detenerlo in qualità di componente di una famiglia coltivatrice e di non aver partecipato al giudizio di cessazione del contratto di affitto svoltosi tra il concedente e un altro componente della famiglia, perché la questione involge l'applicazione dell'art. 48 legge 3 maggio 1982, n. 203, e solo apparentemente i limiti del giudicato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3735 del 10 aprile 1998)

Cass. civ. n. 2638/1998

La contestazione del debitore il quale sostenga che con l'atto di precetto è stato chiesto il pagamento di interessi sulla somma capitale, non dovuti in tutto o in parte, si configura come opposizione all'esecuzione ai sensi dell'art. 615 c.p.c., il cui esame nel merito non può essere dichiarato assorbito dal rigetto dell'opposizione agli atti esecutivi fatta valere contestualmente dallo stesso debitore.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2638 del 10 marzo 1998)

Cass. civ. n. 9571/1997

Nell'espropriazione presso terzi, il pignoramento impone al terzo di non compiere atti che determinano l'estinzione del credito o il suo trasferimento ad altri, di guisa che il terzo è interessato alle vicende processuali che riguardano la legittimità o validità del pignoramento in quanto possono comportare o meno la liberazione del relativo vincolo. Ne consegue che il terzo pignorato è parte necessaria nei processi di opposizione all'esecuzione o di opposizione agli atti esecutivi in cui si contesti la validità del pignoramento, e deve essere chiamato in causa dall'opponente ed in mancanza il giudice deve ordinare l'integrazione del contraddittorio nei suoi confronti.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9571 del 1 ottobre 1997)

Cass. civ. n. 7170/1997

Il terzo indicato nell'art. 543 del codice di rito non può legittimamente ritenersi soggetto sottoposto all'esecuzione, rappresentando egli soltanto lo strumento necessario a consentire la prosecuzione del relativo procedimento nei confronti del debitore diretto (ovvero del terzo assoggettato all'esecuzione), con la conseguenza che andrà a lui riconosciuto il diritto di proporre opposizione agli atti esecutivi, ma non anche quello di proporre opposizione all'esecuzione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 7170 del 2 agosto 1997)

Cass. civ. n. 4234/1997

In tema di esecuzione per rilascio, già iniziata sulla base di titolo costituito da ordinanza di reintegrazione nel possesso, l'opposizione ex art. 615, secondo comma, c.p.c., mentre abilita, senz'altro, il giudice dell'esecuzione a provvedere sull'istanza di sospensione, deve, nel merito essere conosciuta dal giudice competente, anche per valore, da identificarsi in base alla dichiarazione di cui all'art. 14 c.p.c. ancorché resa solo implicitamente. Ne consegue che ove l'opponente abbia fatto istanza al pretore adito di provvedere sulla sospensione e di rimettere la causa al tribunale ratione valoris, tale seconda parte dell'istanza stessa equivale alla suddetta dichiarazione implicita di valore eccedente la competenza del giudice adito con l'opposizione ed impedisce l'operatività della presunzione (di competenza di tale giudice) di cui all'ultima parte del primo comma del citato art. 14, applicabile solo quando manchi la indicazione o dichiarazione di valore.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4234 del 14 maggio 1997)

Cass. civ. n. 6968/1996

Nell'ipotesi in cui venga proposta opposizione all'esecuzione mobiliare eseguita presso un terzo, ed il creditore opposto deceda e venga successivamente dichiarato fallito, cosicché il giudizio stesso venga riassunto nei confronti della curatela fallimentare, la competenza a decidere di tale opposizione non spetta funzionalmente al tribunale che ha dichiarato il fallimento. Nella specie, infatti, non ricorre né l'applicabilità dell'art. 51 l. fall. (in quanto oggetto dell'esecuzione non erano beni compresi nel patrimonio del fallito acquisiti al fallimento, ma beni appartenenti a terzi), né dell'art. 24 l. fall. (trattandosi di situazioni giuridiche preesistenti al fallimento).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6968 del 1 agosto 1996)

Cass. civ. n. 9219/1995

L'opposizione all'esecuzione (art. 615 c.p.c.), che ha per oggetto la contestazione del diritto di promuovere l'esecuzione forzata, è esperibile soltanto dal debitore e dal terzo assoggettato all'esecuzione, vale a dire il terzo proprietario del bene espropriando; con la conseguenza che non è legittimato attivamente all'indicata opposizione il promissario acquirente del bene immobile, che sia gravato da ipoteca per un debito altrui e che venga sottoposto ad esecuzione dal creditore ipotecario.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9219 del 1 settembre 1995)

Cass. civ. n. 6072/1995

L'opposizione all'esecuzione disciplinata dall'art. 615 c.c. è quella con la quale il debitore contesta l'azione esecutiva sotto i diversi profili del difetto originario di un titolo esecutivo, della sopravvenuta sua inefficacia, della contestazione del credito risultante dal titolo, della esercitabilità dell'azione esecutiva. In essa non rientra quindi l'ipotesi in cui, senza contestare l'esistenza originaria del titolo esecutivo, si faccia valere la sua mancata produzione nel processo, poiché in siffatta ipotesi, non richiedendosi tale produzione ai fini della verifica delle condizioni dell'azione esecutiva, si introduce una contestazione non dell'azione esecutiva ma del modo attraverso il quale essa è condotta, che configura opposizione agli atti esecutivi, da promuoversi nel termine di cinque giorni dalla notificazione del titolo esecutivo o del precetto.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 6072 del 30 maggio 1995)

Cass. civ. n. 3910/1995

Il proprietario acquirente di un bene sottoposto da un istituto di credito fondiario ad esecuzione forzata, fondata sul contratto di mutuo e svolta nei confronti del mutuatario, ha diritto di far valere l'estinzione del credito mediante opposizione all'esecuzione, anche quando non ha notificato all'istituto di credito la comunicazione del suo acquisto.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3910 del 3 aprile 1995)

Cass. civ. n. 9687/1994

Per le cause di opposizione all'esecuzione promosse ad esecuzione iniziata la competenza del giudice dell'esecuzione è circoscritta alla prima fase del processo, fino all'eventuale provvedimento di sospensione dell'esecuzione, mentre la fase cognitiva vera e propria è riservata al giudice competente per valore ex art. 17 c.p.c., salva la ricorrenza di un'ipotesi specifica di competenza per materia dello stesso giudice investito per l'esecuzione (ad esempio in tema di controversie di lavoro e previdenziali, agrarie, di locazione).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9687 del 16 novembre 1994)

Cass. civ. n. 195/1994

L'art. 9 della L. 14 febbraio 1990, n. 29 ha ricondotto tutte le controversie in materia di contratti agrari, sia sotto il profilo della genesi che del funzionamento ovvero della sua cessazione, alla competenza esclusiva della sezione specializzata agraria con la conseguenza che è venuta meno al riguardo la competenza del pretore ex art. 409 n. 2 c.p.c. per il giudizio di cognizione a favore del detto giudice specializzato, senza che, quindi, possa trovare applicazione l'art. 618 bis c.p.c., tal ché la competenza per l'opposizione all'esecuzione per rilascio di fondo rustico, spetta alla sezione specializzata agraria.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 195 del 10 gennaio 1994)

Cass. civ. n. 6135/1993

In tema di opposizione all'esecuzione, quando questa non sia stata iniziata, ancorché si tratti di esecuzione per rilascio di immobile, la competenza deve essere determinata, ai sensi del combinato disposto dagli artt. 615, primo comma e 27 c.p.c., secondo i normali criteri della materia, del valore e del territorio. Ne consegue che, qualora l'opposizione sia motivata dalla mancata corresponsione dell'indennità di avviamento commerciale alla quale il conduttore ritiene di aver diritto, la competenza deve essere attribuita al pretore, unico giudice funzionalmente competente a decidere la questione della spettanza e della quantificazione della indennità suddetta, ai sensi dell'art. 45, terzo comma, della L. 27 luglio 1978, n. 392.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 6135 del 2 giugno 1993)

Cass. civ. n. 5146/1991

In tema di espropriazione forzata legittimati passivi e litisconsorti necessari nelle cause di opposizione all'esecuzione sono soltanto il soggetto che ha proceduto al pignoramento ed i creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo che abbiano compiuto singoli atti del procedimento, diversamente dalle cause di opposizione agli atti esecutivi in cui sono passivamente legittimati e litisconsorti necessari non solo il creditore procedente, ma anche i creditori intervenuti e tutti gli altri interessati.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5146 del 8 maggio 1991)

Cass. civ. n. 10081/1990

Quando il soggetto, nei cui confronti è stato eseguito il pignoramento, deduca di non essere il soggetto destinatario dell'azione esecutiva, si è in presenza di una opposizione alla esecuzione ed il giudice è investito del potere di interpretazione del titolo in forza del quale si procede, anche se si tratti di titolo giudiziale, con la conseguenza in caso di accoglimento della opposizione che la decisione non può limitarsi all'affermazione della invalidità degli atti attraverso i quali si è avviato o si svolge il processo esecutivo, dovendo contenere la dichiarazione che il diritto di procedere ad esecuzione forzata sulla base di quel determinato titolo non esiste in danno del soggetto nei cui confronti l'esecuzione è stata preannunciata o esercitata.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10081 del 15 ottobre 1990)

Cass. civ. n. 9742/1990

Il giudizio di opposizione, instaurato dal debitore contro esecuzione intrapresa dal creditore e poi, a seguito del fallimento di quest'ultimo, proseguita dal curatore, non resta attratto nella competenza del tribunale fallimentare, ai sensi dell'art. 24 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, trattandosi di controversia inerente a diritto già esistente nel patrimonio del fallito.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9742 del 26 settembre 1990)

Cass. civ. n. 9352/1990

L'opposizione all'esecuzione per il rilascio di un immobile, ancorché proposta prima dell'inizio dell'esecuzione medesima, deve essere proposta davanti al giudice del luogo dove è sito l'immobile che è indicato nel precetto.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9352 del 11 settembre 1990)

Cass. civ. n. 5043/1990

Qualora la parte, alla quale sia stato notificato il precetto, proponga opposizione deducendo che la somma richiesta è superiore a quella effettivamente dovuta, si verte in tema di opposizione all'esecuzione e non di opposizione agli atti esecutivi, la quale concerne la regolarità formale del titolo e quindi non può attenere al quantum della pretesa; in tal caso, il valore della causa si determina, non in base alla somma contestata, ma, alla stregua del criterio stabilito dall'art. 17 c.p.c., con riferimento all'importo totale del credito per cui si procede, comprensivo del capitale, degli interessi e delle spese, ancorché la contestazione riguardi interessi o voci di spesa maturati successivamente al rilascio del titolo esecutivo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5043 del 29 maggio 1990)

Cass. civ. n. 2233/1990

Con riguardo al preavviso e precetto di rilascio di immobile in locazione, intimati in base ad un verbale di conciliazione esecutivo, per il mancato pagamento di canoni già scaduti, la deduzione da parte dell'intimato della nullità del detto verbale per inosservanza della legge n. 342 del 1978, come dell'avvenuto pagamento dei canoni, dà luogo ad un'opposizione all'esecuzione, la cui competenza si determina a norma dell'art. 17 c.p.c. in base al valore del credito per cui si procede e così in base all'importo della somma che nel precetto è stata indicata come dovuta.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2233 del 17 marzo 1990)

Cass. civ. n. 437/1987

Con riguardo all'esecuzione forzata per il rilascio di immobile in ipotesi di «generica» finita locazione, ai fini della determinazione del giudice competente per materia o valore in ordine all'opposizione al precetto con la quale si contesta il diritto del locatore a procedere all'esecuzione, la competenza va determinata non secondo la L. n. 392 del 1978, e conseguentemente non appartiene per materia al pretore, bensì secondo gli ordinari criteri di valore dettati dal codice di rito. Pertanto, ai fini suddetti, va considerato, ai sensi del secondo comma dell'art. 12 c.p.c. in relazione al primo comma dell'art. 17 c.p.c., il valore dell'ammontare del fitto per un anno (o per il periodo controverso) e, nel caso di controversia instaurata dopo l'entrata in vigore della L. 30 luglio 1984, n. 399, se detto valore sia o no superiore a lire cinque milioni (conseguendone, rispettivamente, la competenza del tribunale o del pretore).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 437 del 19 gennaio 1987)

Cass. civ. n. 6330/1985

Con riguardo all'esecuzione per consegna o rilascio la legittimazione all'opposizione all'esecuzione spetta pure al detentore reale del bene ancorché sia persona diversa da quella nominativamente indicata nel titolo esecutivo, atteso che la sua estraneità è soltanto formale, restando il titolo esecutivo efficace nei suoi confronti per essere lo stesso l'unico soggetto che può, con la restituzione del bene medesimo, soddisfare la pretesa esecutiva della parte istante. (Nella specie, la Suprema Corte ha confermato in base all'enunciato principio la statuizione del giudice del merito il quale aveva ritenuto legittimato all'opposizione ex art. 615 c.p.c. l'occupante di un immobile, cui era stato intimato il rilascio sulla base di un provvedimento di sfratto emesso nei confronti del conduttore dello stesso e che assumeva di avere stipulato con il locatore-esecutante un autonomo contratto di locazione).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 6330 del 14 dicembre 1985)

Cass. civ. n. 4840/1985

L'opposizione all'esecuzione e l'opposizione agli atti esecutivi formulate nel corso del procedimento esecutivo possono essere proposte anche oralmente in udienza, non essendo richieste a pena di nullità le forme di cui agli artt. 615, secondo comma, e 617, secondo comma, c.p.c.; in tali casi la notificazione dell'atto di opposizione si considera effettuata alle controparti, rappresentate dai rispettivi procuratori, nella stessa udienza nella quale l'opposizione è proposta, per cui l'opposto, se non si costituisce nel conseguente giudizio di cognizione, deve ugualmente ritenersi che sia stato parte in esso, ancorché contumace.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4840 del 7 ottobre 1985)

Cass. civ. n. 4612/1985

Qualora l'immobile pignorato venga trasferito con atto di vendita trascritto dopo la trascrizione del pignoramento, l'inefficacia relativa di tale atto, cioè la sua inopponibilità nei confronti del creditore procedente e dei creditori intervenuti (artt. 2644 e 2913 c.c.), non esclude che il terzo acquirente assume la veste di successore a titolo particolare nel diritto di proprietà sul bene staggito, e quindi di soggetto in cui pregiudizio si svolge il processo espropriativo. In tale situazione, pur non potendo trovare applicazione diretta l'art. 111 c.p.c., dettato per il processo di cognizione, devono ritenersi operanti i principi evincibili dalla norma medesima, previo adattamento con le caratteristiche del processo esecutivo, e deve conseguentemente riconoscersi, ferma restando la prosecuzione del processo stesso fra le parti originarie, la possibilità di detto terzo acquirente di svolgere le attività processuali inerenti all'indicato subingresso nella qualità di soggetto passivo, e, quindi, la facoltà di interloquire in ordine alle modalità dell'esecuzione, di proporre opposizione agli atti esecutivi, a norma dell'art. 617 c.p.c., di proporre opposizione all'esecuzione, ai sensi del secondo comma dell'art. 615 c.p.c., per impignorabilità del bene, nonché di proporre, in via di surrogazione al debitore esecutato, opposizione all'esecuzione per inesistenza o sopravvenuta cessazione del diritto di procedere all'esecuzione medesima, ai sensi del primo comma dell'art. 615 citato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4612 del 4 settembre 1985)

Cass. civ. n. 2913/1980

L'opposizione all'esecuzione per rilascio di un immobile promossa contro il terzo datore di ipoteca in forza di un decreto di trasferimento emesso dal giudice dell'espropriazione immobiliare, deve essere proposta, quando l'esecuzione sia già iniziata, con ricorso al giudice dell'esecuzione stessa (art. 615, secondo comma, c.p.c.) cioè al pretore, il quale, nel caso in cui la controversia ecceda la propria competenza per valore, provveda alla rimessione delle parti dinanzi al giudice competente per valore. In tal caso, pertanto, il ricorso al giudice della espropriazione immobiliare è inammissibile e non può trovare applicazione la sanatoria della intervenuta nullità a termini dell'art. 156 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2913 del 3 maggio 1980)

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 615 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Elena B. chiede
lunedì 11/09/2017 - Lombardia
“In qualità di fideiussore non mi sono opposta a decreto ingiuntivo nell'anno 2015.Il debito aziendale era certo. ora la finanziaria sta agendo contro i miei beni immobili, ma ho scoperto che hanno usato una fideiussione apocrifa e di importo superiore a quella da me rilasciata , di cui non ho copia , cosa fare per bloccare la procedura nei miei confronti, quale fideiussore? ( il debito aziendale ove io sono l'amministratore invece è certo ). grazie”
Consulenza legale i 08/10/2017
Ai sensi dell'art. 1936 del Codice Civile è fideiussore colui che, obbligandosi personalmente verso il creditore, garantisce l'adempimento di un'obbligazione altrui.

Più precisamente, la fideiussione è il contratto in forza del quale il fideiussore si obbliga a garantire l'obbligazione altrui, obbligandosi a propria volta nei confronti del debitore. Si tratta di una garanzia personale, cioè relativa alla persona del fideiussore, il quale si obbliga con tutto il proprio patrimonio, che produce la nascita di un nuovo rapporto obbligatorio, accessorio rispetto all'obbligazione principale, nel senso che l'obbligazione di garanzia esiste se e fintantoché esiste l'obbligazione principale garantita. Con la fideiussione si aggiunge al rapporto un ulteriore debitore, che con il suo patrimonio rafforza la garanzia del creditore.

La fideiussione, dunque, fa sorgere un rapporto giuridico unicamente tra il creditore e il garante, non essendo richiesto, ai fini della sua validità, neanche il consenso del debitore principale, il quale resta del tutto estraneo rispetto alla fideiussione.

Dal quesito emerge la falsità della sottoscrizione della fideiussione attivata dalla finanziaria.
Lasciando da parte la fideiussione originale, che è quella che può e deve essere attivata dalla finanziaria al fine di vedersi garantito il credito, il consiglio è quello di opporsi all'utilizzo della falsa fideiussione presentando richiesta di disconoscimento della sottoscrizione (oltre che di risarcimento dei danni subiti).

Essendo stato abrogato, con il Decreto Legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, art. 1, lettera a), l’articolo 485 del Codice Penale che prevedeva il reato di falso in scrittura privata, la fattispecie non è più considerata reato dalla legge; i fatti di falso in scrittura privata ora sono descritti quali illeciti civili dall’art. 4, co. 4, lett. a), c), d) ed e), del citato decreto, e per essi è prevista la sanzione pecuniaria civile da Euro 200 a 12.000.

Inoltre, per bloccare l'esecuzione contro i beni immobili, il consiglio è di proporre opposizione contestando il diritto del creditore a procedere: se l'esecuzione non è ancora iniziata, l'opposizione all'esecuzione si propone con opposizione al precetto quale atto prodromico all'esecuzione stessa. Tale istituto costituisce una tutela per il debitore opponente quando l'esecuzione gli sia stata soltanto preannunciata con la notifica del titolo esecutivo e del precetto. In questo caso, ai sensi dell'art. 615 c.p.c., l'opposizione deve essere formulata, con l'assistenza di un legale, con atto di citazione innanzi al giudice competente. In seguito a tale opposizione, nel processo di esecuzione si apre una parentesi di cognizione quale incidente per giudicare l'an dell'esecuzione, nella quale si consiglia di richiedere che la dichiarazione di nullità del precetto in quanto fondato su un titolo esecutivo, il decreto ingiuntivo, emesso sulla base di un contratto di fideiussione falso.


Enrico C. chiede
sabato 15/07/2017 - Lazio
“Vorrei cortesemente sapere come ci si possa opporre ad un'esecuzione forzata eseguita mediante pignoramento.”
Consulenza legale i 28/07/2017
Nel caso di pignoramento già eseguito (il quesito lascia presumere che la procedura sia già arrivata a questo punto), ovvero:

- nel caso di pignoramento mobiliare, l’ufficiale giudiziario si è già recato presso il luogo indicatogli dal creditore per l’esecuzione (è irrilevante che abbia trovato o meno dei beni da aggredire);
- nel caso di pignoramento immobiliare, l’atto di pignoramento che descrive esattamente quale sia l’immobile che dev’essere pignorato ai fini della vendita forzata e lo vincola (per cui il debitore esecutato/proprietario non può più disporne) dev’essere già stato notificato al debitore;
- nel caso di pignoramento presso terzi, l’atto di pignoramento che individua esattamente quale sia il credito che un terzo soggetto ha nei confronti del debitore esecutato e che lo vincola per metterlo a disposizione del creditore procedente, dev’essere già stato notificato sia al debitore che al terzo;

esistono solo due modi per opporsi, che dipendono dalle ragioni per le quali si ritiene che l’esecuzione non debba/non possa essere proseguita.

1) Ragioni di merito: ovvero se si ritiene (e soprattutto se si possa provare) che non è mai esistito o non esiste più il diritto di credito del procedente, per cui quest’ultimo non ha (o non ha più) alcun titolo per agire nei confronti del soggetto esecutato.

Lo strumento è dato dall’art. 615 c.p.c., secondo comma, in forza del quale si può presentare ricorso al Giudice dell’esecuzione, ricorso che aprirà, dunque, una vera e propria causa. Per proporre questo tipo di esecuzione c’è tempo fino all’esaurirsi della procedura stessa (fino, cioè, all’ultimo atto esecutivo, presumibilmente il pagamento del creditore con le somme ottenute attraverso l’esecuzione).

2) Ragioni di regolarità formale degli atti esecutivi: ovvero, quando si ritiene che vi siano delle irregolarità nella procedura (è stato “saltato un passaggio”, è scaduto un termine, ecc.) oppure dei vizi di forma nei vari atti dell’esecuzione (vizi dell’atto di precetto, dell’atto di pignoramento o degli atti del Giudice come l’ordinanza che dispone la vendita).

In questo caso il riferimento è l’art. 617 c.p.c., il quale consente di proporre opposizione, sempre al Giudice dell’Esecuzione, entro però – si noti bene - venti giorni “dal primo atto di esecuzione, se riguardano il titolo esecutivo o il precetto, oppure dal giorno in cui i singoli atti furono compiuti”.

Esiste, poi, una terza forma di opposizione (che non si ritiene riguardi, però, il caso di specie), che è quella dei terzi, disciplinata dall’art. 619 c.p.c.: “Il terzo che pretende avere la proprietà o altro diritto reale sui beni pignorati può proporre opposizione con ricorso al giudice dell’esecuzione prima che sia disposta la vendita o l’assegnazione dei beni”.

Carlo P. chiede
venerdì 07/10/2016 - Sardegna
“FATTO
1. Equitalia esegue un pignoramento pensione INPS sulla base di estratti di ruolo relativi ad una serie di vecchi tributi per tasse di registro, successione etc., tutti notificati per trascorsa giacenza, per i quali il pignorato contesta la mancata esibizione della cartella, da lui mai ricevuta, e la prescrizione del tributo e la presenza di tributi da lui non dovuti.

2. Nell’opposizione al pignoramento il giudice del Tribunale delle Esecuzioni emette ordinanza in cui dichiara la validità dei titoli presentati da Equitalia e assegna al pignorato un termine perentorio per instaurare il giudizio sul merito, previa iscrizione a ruolo.

3. Trattandosi prevalentemente di imposte di registro, il ricorso sul merito viene (erroneamente ?) presentato alla Commissione Tributaria Provinciale, anziché al Tribunale (ordinario o delle esecuzioni ?), con il risultato che detta Commissione Tributaria si dichiara incompetente e condanna alle spese di giudizio il pensionato.

4. Il termine fissato dal giudice dell’esecuzione per il ricorso sul merito è nel frattempo scaduto, sicché il pignoramento procede indisturbato.

QUESITO
A quale tribunale sarebbe dovuto essere presentato il giudizio di merito nei termini fissati dal giudice delle esecuzioni?
Quale via resta al pignorato per chiedere ad Equitalia il rimborso delle somme che vengono a lui pignorate e che egli afferma non essere dovute, perché prescritte e/o affette da errore ?”
Consulenza legale i 13/10/2016
Il giudizio di merito doveva essere presentato al Tribunale Ordinario (e non nuovamente al Giudice dell’Esecuzione).

In una prima fase, infatti – fase in cui la cartella di pagamento è già stata emessa e notificata e l’ente di riscossione ha già avviato la procedura esecutiva vera e propria procedendo, come in questo caso, con una richiesta di pignoramento - essendo in contestazione il diritto nel merito di procedere con l’esecuzione forzata (ad esempio perché la pretesa creditoria è infondata nel merito oppure ancora perché, nonostante sia fondata la pretesa, il credito si è prescritto) è corretto sollevare opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c.: “Quando si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata e questa non è ancora iniziata, si può proporre opposizione al precetto con citazione davanti al giudice competente per materia o valore e per territorio a norma dell'articolo 27.(…) Quando è iniziata l'esecuzione, l'opposizione di cui al comma precedente e quella che riguarda la pignorabilità dei beni si propongono con ricorso al giudice dell'esecuzione stessa (…)”.

Il giudizio sul merito successivo va, quindi, instaurato avanti al Giudice ordinario e non alla Commissione Tributaria. Ciò a norma del D.Lgs. 31 dicembre 1992 n. 546, art. 2, nel testo modificato dai successivi interventi normativi, per il quale appartengono alla giurisdizione tributaria tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie comunque denominati, compresi quelli regionali, provinciali e comunali e il contributo per il Servizio sanitario nazionale, nonché le sovrimposte e le addizionali, le sanzioni amministrative (aventi natura tributaria) irrogate da uffici finanziari, gli interessi e ogni altro accessorio, ad eccezione delle “controversie riguardanti gli atti dell'esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento" (Cassazione civile, sez. un., 29/04/2015 n. 8618).

Con la definitività della cartella di pagamento viene infatti meno la possibilità di formulare contestazioni che concernano il rapporto tributario ed i suoi elementi costitutivi, assegnate alla cognizione delle commissioni tributarie (Cass., sez. un., 18 febbraio 2014, n. 3773), appartenendo invece alla giurisdizione del giudice ordinario "gli atti posti in essere durante la successiva espropriazione forzata, atti che non propongono questioni di natura tributaria, ma riguardano le situazioni giuridiche tutelabili dinanzi al giudice dell'esecuzione" (come è correttamente avvenuto nel caso di specie).

Qualora, tuttavia, la parte (l’opponente) cui spetta la riassunzione del processo davanti al giudice del merito non rispetti il termine stabilito dal Giudice, non avrà, purtroppo, alcuna possibilità che la controversia venga riesaminata, appunto, nel merito della pretesa contributiva: nel caso di specie, in particolare, il termine è stato rispettato ma il giudizio è stato riassunto davanti ad un Giudice incompetente.
Ciò equivale ad aver “perso un’occasione", l’unica concessa, perché la norma (art. 616 c.p.c.: “Se competente per la causa è l'ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice dell'esecuzione questi fissa un termine perentorio per l'introduzione del giudizio di merito secondo le modalità previste in ragione della materia e del rito, previa iscrizione a ruolo, a cura della parte interessata, osservati i termini a comparire di cui all'articolo 163-bis, o altri se previsti, ridotti della metà; altrimenti rimette la causa dinanzi all'ufficio giudiziario competente assegnando un termine perentorio per la riassunzione della causa.”) parla espressamente di termine “perentorio” per la riassunzione, il che significa che se tale termine non viene rispettato o si commette un errore non si può più rimediare.

Francesco S. chiede
domenica 11/09/2016 - Lombardia
“Risiedo all estero ( Filippine) da circa otto anni a gennaio 2016 si e conclusa udienza per espropriazione presso tezi (INPS) PER 1/5 della mia pensione ed il sottoscrito mai avvisato ne informato e stato dichiarato "Contumace" nonostante INPS (BRESCIA) FOSSE A CONOSCENZA DA ANNI DI DOVE RISIEDO CON INRIRIZZO, NUMERO TELEFONICO E EMAIL.. ..NESSUNA CITAZIONE E A TUTTO OGGI NESSUNA NOTIFICAZIONE UFFICIALE MI E OPERVENUTA MA INPS STA ACCANTONANDO GIA DA GENNAIO 1/5 DELLA MIA PENSIONE . CHIEDO SE POSSO OPPORMI E RICORRERE E DIFENDERMI DA UN PROCESSO CELEBRATO IN MIA TOTALE ASSENZA E INSAPUTA DOVE ESISTONO TUTTI I PRESUPPOSTI PER PER PROVARE CHE LA CONTROPARTE ( UNA AZIENDA DI CREDITO) MI HA IMPOSTO TASSI SPESE E CONDIZIONI A DIRE IL ;POCO ANATOCISTICHE SE NON ATTIRITTURA DI USURA.TUTTO CIO TENUTO ALLOSCURO DAL GIUDICE CHE OVVIAMENTE IN MANCANZA DI CONTRADDITTORIO SI E LIMITATO AD ACCOGLIERE QUANTO L ACCUSA RICRIMINAVA. IN ATTESA SALUTO CORDIALMENTE”
Consulenza legale i 22/09/2016
Purtroppo si sono esaurite le possibilità di sollevare opposizione all’esecuzione in oggetto, dal momento che quest’ultima si è conclusa da mesi.

Andando con ordine, va innanzitutto osservato che la competenza territoriale del Giudice nei casi di esecuzione presso terzi nei confronti del debitore che risieda all’estero è questione ancora oggi molto dibattuta, a motivo dell’esistenza di una lacuna normativa nel codice di procedura civile.

Il Decreto Legge n. 132/2014, in vigore dall'11 dicembre 2014, in materia di esecuzione coattiva, con specifico riferimento agli artt. 543 e segg. c.p.c. e, pertanto, del pignoramento di crediti del debitore che risultino in possesso di terzi soggetti, ha rideterminato la competenza territoriale: ” b) dopo l'articolo 26 è inserito il seguente: «Art. 26-bis (Foro relativo all'espropriazione forzata di crediti). - Quando il debitore è una delle pubbliche amministrazioni indicate dall'articolo 413, quinto comma, per l'espropriazione forzata di crediti è competente, salvo quanto disposto dalle leggi speciali, il giudice del luogo dove il terzo debitore ha la residenza, il domicilio, la dimora o la sede. Fuori dei casi di cui al primo comma, per l'espropriazione forzata di crediti è competente il giudice del luogo in cui il debitore ha la residenza, il domicilio, la dimora o la sede.»”.

Il problema, già da molti sollevato, si pone nel momento in cui il debitore risulti residente (o con sede) all'estero e, tuttavia, si vogliano sottoporre a pignoramento crediti del debitore verso terzi o cose del debitore che siano in possesso di terzi, residenti o con sede in Italia.
L'art. 26 bis c.p.c., infatti, pur nella recente formulazione, non prevede la suddetta ipotesi (debitore con domicilio o sede estera e terzo con domicilio o sede in Italia).

Visto che la norma nella sua nuova formulazione è entrata in vigore da non molto tempo e che ancora oggi non vi sono quindi pronunce giurisprudenziali, considerato altresì che la competenza territoriale per l'esecuzione forzata, per espressa previsione normativa (art. 38 c.p.c.), non è derogabile, la questione è di primaria importanza.

Tra le varie soluzioni ipotizzate dai commentatori si è ritenuto fosse la migliore quella che richiama l'art. 26 c.p.c. – il cosiddetto “foro generale dell'esecuzione forzata” - nel quale viene esplicitamente previsto come: “Per l'esecuzione forzata su cose mobili (tra le quali il denaro e altri beni) o immobili è competente il giudice del luogo in cui le cose si trovano”.
Ciò posto, in caso di debitore residente (o con sede) all'estero, la competenza territoriale dovrebbe radicarsi, in virtù della norma di portata generale sopra richiamata (art. 26 c.p.c.), presso il giudice del luogo in cui i beni mobili si trovano e, quindi, in caso di pignoramento presso terzi, nel luogo in cui il terzo detiene i beni o le somme di denaro di pertinenza del debitore.

A favore di questa tesi, peraltro, vi è la ragione per cui la competenza territoriale per l'esecuzione forzata – come già detto - è inderogabile, per cui risulta preferibile l'applicazione della norma di riferimento in materia di esecuzione forzata in generale.

Ciò detto, pare che la scelta del creditore di rivolgersi – nel caso concreto al nostro esame - al Giudice italiano non sia, quindi, censurabile sotto il profilo logico/giuridico e del rispetto dei criteri generali dell’ordinamento, anche se, a rigore, non essendoci alcuna norma che lo prevede, ciò potrebbe costituire una fondata eccezione processuale.

Tuttavia, come già anticipato, non è purtroppo più possibile presentare opposizione all’esecuzione ai sensi dell’615 c.p.c. che recita: “Quando è iniziata l'esecuzione, l'opposizione di cui al comma precedente e quella che riguarda la pignorabilità dei beni si propongono con ricorso al giudice dell'esecuzione stessa. Questi fissa con decreto l'udienza di comparizione delle parti davanti a sé e il termine perentorio per la notificazione del ricorso e del decreto.

Formalmente, infatti, l’esecuzione presso terzi si conclude con l’emissione – da parte del Giudice – dell’ordinanza di assegnazione delle somme pignorate al creditore procedente; la giurisprudenza conferma che una volta conclusosi il procedimento, non è più possibile opporsi ai sensi della norma citata (tra tutte, si vedano Cassazione civile, sez. III, 07/07/2009, n. 15892 e Tribunale Milano, sez. III, 13/11/2012, n. 12499).

Si tenga presente, poi, che l’opposizione ad un’esecuzione, finalizzata, come nel caso di specie, a contestare non solo eventuali irregolarità processuali ma altresì l’inesistenza stessa del credito per cui si è proceduto, è possibile solo nelle forme sopra descritte (615 c.p.c.), non trovando applicazione in questa ipotesi nessun’altra norma del codice di procedura civile tra quelle che disciplinano l’esercizio, per così dire, tardivo dei propri diritti (consentendo, ad esempio, un’impugnazione o comunque l’apertura di un processo anche oltre il termine di legge).

Va infine precisato, per completezza, che a nulla rileva la circostanza per la quale l’INPS fosse a conoscenza del trasferimento di residenza e del nuovo indirizzo del debitore, dal momento che nel procedimento di esecuzione presso terzi l’onere di impulso processuale spetta al creditore, il quale probabilmente – nel caso di specie – non aveva alcun riferimento anagrafico diverso se non la vecchia residenza, presso la quale le notifiche non sono andate a buon fine. Si può, in effetti, solo ipotizzare (dal momento che non si ha copia degli atti del giudizio) che il Giudice abbia avuto sufficienti elementi per constatare e quindi dichiarare l’irreperibilità del destinatario delle notifiche, con conseguente dichiarazione di contumacia.

In ogni caso, ad avviso di chi scrive, sarebbe utile ed opportuno – poiché è ovviamente consentito alla parte processuale farlo ed anche in considerazione del fatto che non è trascorso che qualche mese dal pignoramento – rivolgersi all’archivio del Tribunale che ha trattato quel procedimento e recuperare copia del fascicolo di parte, se non altro per chiarire cosa sia accaduto.

Andrea P. chiede
venerdì 08/07/2016 - Sardegna
“FATTO
A distanza di 8-10 mesi uno dall’altro, Equitalia sta eseguendo due pignoramenti presso l’INPS sulla pensione di un pensionato per debiti fiscali di quest’ultimo. I due pignoramenti sono effettuati da Equitalia esattamente per gli stessi debiti (sembrano quasi fatti in fotocopia) e riguardano entrambi lo stesso bene (la pensione del debitore).

Si sta dunque cercando di pignorare due volte lo stesso bene per lo stesso debito ripetendo due volte la stessa procedura esecutiva in tribunale.

Da ambienti ben informati vicino al giudice, giunge voce che lo stesso giudice potrebbe approvare entrambi i pignoramenti disponendo così il pignoramento di somme in eccesso a quello di 1/5 massimo pignorabile sulla pensione, previsto dall’art. 545 del cpc.

QUESITO

Che arma resta al pensionato per opporsi

- alla ripetizione dello stesso procedimento esecutivo
e
- al pignoramento per debiti fiscali di somme di pensione in eccesso al massimo consentito dalla legge,

in una situazione in cui il giudice dell’esecuzione (che, per chissà quale motivo, appare favorire Equitalia) non eccepisce nulla contro la ripetizione dell’identico pignoramento, ed giudici del collegio sono pronti a ratificarne l’operato?”
Consulenza legale i 21/07/2016
Il pignoramento presso terzi è una delle procedure esecutive che consentono al creditore di aggredire somme di cui il debitore principale è a sua volta creditore direttamente nei confronti del debitor debitoris. Ciò in risposta ad un’esigenza di salvaguardia del creditore stesso.

La situazione prospettata nel caso di specie appare quantomeno fumosa: Equitalia sta eseguendo un nuovo pignoramento presso l’INPS nei confronti della pensione di un suo debitore, esattamente per lo stesso debito e per lo stesso importo.

La prima questione da affrontare è relativa all’esistenza di un secondo titolo esecutivo a favore di Equitalia nei confronti del pensionato: in caso di risposta positiva (ma non parrebbe il caso di specie, posto che si parla di “stesso debito”), il Giudice dell’Esecuzione dovrebbe comunque attenersi – nell’ordinanza di assegnazione delle somme in favore di Equitalia - al disposto dell’art. 545, comma 7 (in combinato disposto con il comma 8) c.p.c., il quale dispone che “le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge”. Per l’anno in corso, l’INPS ha fissato tale assegno in € 5.825,00 annui (€ 448,07 mensili per 13 mensilità), di talché la somma non pignorabile sarebbe pari a € 732,10 (si badi, somma questa al lordo delle imposte).

L’art. 545, comma 9 c.p.c. stabilisce inoltre che “il pignoramento eseguito sulle somme di cui al presente articolo in violazione dei divieti e oltre i limiti previsti dallo stesso e dalle speciali disposizioni di legge è parzialmente inefficace. L’inefficacia è rilevata dal giudice anche d’ufficio”. In caso di mancato rispetto di tale assunto, ben sarebbe possibile agire ai sensi dell’art. 617 c.p.c. per far valere l’inefficacia parziale del pignoramento così eseguito (sì come stabilito dalla Corte di Cassazione, sez. VI, sentenza 03/07/2015 n. 11493).

Il caso di specie parrebbe essere così prospettabile – anche se sarebbe necessario un approfondimento della questione, vista la carenza di elementi a disposizione e riguardanti i due pignoramenti – : uno stesso titolo esecutivo, una procedura esecutiva già iniziata (ed andata a buon fine, visto il pignoramento della pensione), una seconda procedura esecutiva intentata con lo stesso titolo esecutivo. Sembra appena il caso di accennare che lo stesso bene (la pensione) è comunque assoggettabile a più pignoramenti. Non così invece per quanto concerne uno stesso pignoramento per uno stesso debito scaturente dal medesimo titolo esecutivo.

Il rimedio è l’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 c.p.c. Occorre solo distinguere: qualora il secondo pignoramento sia già stato intentato, occorre procedere con ricorso di cui all’art. 615, secondo comma c.p.c., da depositare dinanzi al Giudice dell’Esecuzione, che fisserà l’udienza e il termine perentorio entro cui il debitore opponente dovrà notificare il ricorso ed il pedissequo decreto di fissazione udienza; qualora, invece, il secondo pignoramento non sia ancora iniziato (e quindi – come parrebbe nel caso di specie – è stato solo notificato il precetto), occorre procedere con un normale atto di citazione da depositarsi presso la cancelleria del Tribunale competente per l’esecuzione, ai sensi dell’art. 615, primo comma c.p.c.

In conclusione pertanto:
- il pensionato può esperire una opposizione all’esecuzione per quanto concerne il secondo pignoramento, facendo valere l’impignorabilità delle somme – in quanto già sottoposte a precedente pignoramento scaturito dallo stesso titolo esecutivo (stesso debito), con una richiesta specifica di sospensione dell’esecuzione stessa;
- il pensionato ben può esperire – anche nel caso del primo pignoramento, qualora questo ecceda i limiti del quinto della somma pignorabile in concreto – una opposizione agli atti esecutivi, facendo valere il limite della somma impignorabile ai sensi dell’art. 545, comma 7 c.p.c., pari – per l’anno 2016 – alla somma lorda di € 732,10. In estrema sintesi, dunque, la pensione potrà comunque essere pignorata, ma per una somma pari ad un quinto della somma pignorabile (data dall’ammontare lordo della pensione a cui si sottrae la somma di € 732,10).

Loredana S. chiede
domenica 03/04/2016 - Veneto
“nel 1996 sono stata vittima di un arbitrato irrituale truffladino, l'avv della controparte ha detto che i lavori edili sono stati effettuati dopo le fatture a saldo, falso, il gip nel 2007 ha affermato che i lavori non sono stati eseguiti ma prescrizione, sono stata soccombente in tutte le cause malgrado ll decreto del gip.la snc si e cancellata nel genn.2008,ho pagato i crediti.l'avv si e sempre reso dispionibile, in causa a consegnarmi la documentazione. dei lavori effettuati dopo le fatture a saldo, non l'ha mai fatto adducendo varie scuse, nelle cause ha sempre dichiarato che la snc e in liquidazione ma inattiva, abbiamo sempre depositato la visura della camera di commercio.in febb 2016 ricevo un precetto x pagare spese processuali ,(di una causa di appello inziata nel 2003 e conclusa nel 20011) ,intestato ai soci di una snc in liquidazione ma inattiva, societa con la stessa p.va di quella cancellata nel 2008 sic! il giudice non dice nulla anzi mi condanna a pagare dicendo che i crediti vanno in via successoria ai soci, ha mentito anche nelle precedenti cause sostenendo chela snc e in liquidazione ma inattiva. cosa posso fare legalmente contro questo avv e ex soci che continuano a torturarmi dicendo il falso.”
Consulenza legale i 14/04/2016
In primo luogo si ritiene che nel caso di specie - al fine di contestare la pretesa creditoria - non possa efficacemente eccepirsi la nullità del precetto notificato. Ciò perchè la parte istante non risulta essere la Società cancellata, bensì gli ex soci della medesima Società.
Infatti, in generale, in seguito alla riforma del diritto societario (attuata con il D.Lgs. n. 6/2003) la cancellazione della società produce l'effetto costitutivo dell'estinzione della società stessa, per cui, il precetto notificato su istanza di una società estinta sarebbe certamente nullo, poiché intimato da un soggetto inesistente.
In questo senso, si veda la sentenza del Tribunale Bari, Sez. II, 30 settembre 2015, n. 4125, secondo la quale: "il nuovo testo dell'art. 2495 c.c., comma 2, antepone al vecchio testo, che prevede le azioni dei creditori insoddisfatti nei confronti di soci e liquidatori, la proposizione "ferma restando l''estinzione della società"'. In tal modo il legislatore della riforma ha chiaramente manifestato la volontà di stabilire che la cancellazione produce l'effetto costitutivo dell'estinzione irreversibile della società anche in presenza di crediti insoddisfatti e di rapporti di altro tipo non definiti". Il precetto è stato notificato il 3.06.2014. nonostante che fin dal 24.05.2013 la società fosse già stata cancellata. Deve quindi dichiararsi la nullità del precetto perchè intimato da soggetto inesistente".
Nel caso di specie, però, il precetto - da quel che si intende - sembra essere stato notificato su istanza degli ex soci della Società cancellata. E ciò è corretto, alla luce del fatto che, in presenza di una Società estinta (sia di persone che di capitali), la Giurisprudenza ha affermato che gli ex soci diventano titolari dei rapporti giuridici facenti capo alla Società medesima.
Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, 12 marzo 2013, n. 6071, hanno chiarito tale fenomeno successorio tra la Società estinta e gli ex soci: "Dopo la riforma del diritto societario, attuata dal d. lgs. n. 6 del 2003, qualora all'estinzione della società, di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale:
a) l'obbligazione della società non si estingue, ciò che sacrificherebbe ingiustamente il diritto del creditore sociale, ma si trasferisce ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che, pendente societate, fossero limitatamente o illimitatamente responsabili per i debiti sociali;
b) i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa, con esclusione delle mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei crediti ancora incerti o illiquidi, la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un'attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale), il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato, a favore di una più rapida conclusione del procedimento estintivo".
Pertanto, nel caso di specie, si ritiene non potersi eccepire il vizio della nullità dell'atto di precetto, poiché quest'ultimo, invero, non è stato notificato da un soggetto inesistente, bensì dai soggetti effettivi titolari dei crediti sottesi allo stesso precetto (gli ex soci).
Lo strumento che, in astratto, sarebbe proponibile al fine di contestare il diritto degli ex soci a procedere ad esecuzione forzata, laddove questa non fosse ancora iniziata - come sembra essere nel caso di specie - è l'opposizione all'esecuzione ai sensi dell'art. 615, comma 1, del c.p.c., tramite atto di citazione davanti al giudice competente per l'esecuzione.
L'art. 615, comma 1, del c.p.c. prevede che:
"Quando si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata e questa non è ancora iniziata, si può proporre opposizione al precetto con citazione davanti al giudice competente per materia o valore [17] e per territorio a norma dell'articolo 27. Il giudice, concorrendo gravi motivi, sospende su istanza di parte l'efficacia esecutiva del titolo. Se il diritto della parte istante è contestato solo parzialmente, il giudice procede alla sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo esclusivamente in relazione alla parte contestata".
In sostanza, tramite l'opposizione alla esecuzione, si può contestare, in generale, sia l'importo indicato nel titolo (nel caso di specie, nella sentenza dell'appello), sia le spese legali richieste per il successivo atto di precetto (cfr. Tribunale Torre Annunziata, 9 settembre 2013, n. 919, secondo il quale "l'istante ha qualificato la domanda proposta come opposizione all'esecuzione e non agli atti esecutivi, atteso che viene in contestazione non già la regolarità formale del precetto, ma l'ammontare del credito in esso indicato, sia in relazione all'importo indicato nel titolo, sia in relazione alle spese legali richieste).
Pertanto, "ha natura d'opposizione all'esecuzione la domanda con cui la parte sostiene che è superiore a quella da lei dovuta la somma di cui le viene intimato il pagamento e per la cui realizzazione coattiva la controparte minaccia di procedere all'esecuzione forzata. Ciò anche se l'eccesso della somma richiesta rispetto a quella dovuta riguarda le spese successive alla sentenza o gli onorari e diritti relativi agli atti, compiuti con il ministero di difensore, compresi tra la pubblicazione della sentenza costituente titolo esecutivo e la notificazione del precetto (cfr. Cassazione Civile, sez. III, 7 dicembre 2000, n. 15533).
La contestazione del diritto a procedere ad esecuzione forzata, volta a negare l'esistenza di un valido titolo esecutivo a fondamento (della totalità o di parte) della pretesa creditoria, non è soggetta a particolari termini perentori, purché l'esecuzione non sia iniziata: "in materia di esecuzione forzata, l'opposizione a precetto con la quale la parte deduce che una parte delle somme chieste nell'atto di precetto in base al titolo esecutivo, ancorché relativa a spese legali successive alla formazione del titolo ed esposte nel precetto, non è dovuta, costituisce opposizione all'esecuzione, in quanto con essa la parte contesta, sia pure entro questi limiti, il diritto aprocedere a esecuzione forzata, adducendo che per detto credito manca un titolo esecutivo, e perciò l'opposizione deve ritenersi ammissibile anche qualora sia stata proposta oltre il termine di cinque giorni dalla notifica del precetto" (cfr. Cassazione Civile, Sez. III, 30 ottobre 2008, n. 26273).
In ogni caso, l'aspetto importante da evidenziare è che "in sede di opposizione all'esecuzione promossa in base a un titolo giudiziale, il debitore può invocare soltanto fatti estintivi o modificativi del diritto del creditore verificatisi posteriormente alla formazione del titolo, e non anche quelli intervenuti anteriormente, i quali siano deducibili esclusivamente nel giudizio preordinato alla formazione del titolo (Ciò vale naturalmente anche per la compensazione, quale fatto estintivo dell'obbligazione, la quale può essere dedotta come motivo di opposizione all'esecuzione forzata, fondata su titolo esecutivo giudiziale coperto dalla cosa giudicata, qualora il credito fatto valere in compensazione, rispetto a quello per cui si procede, sia sorto successivamente alla formazione del titolo, mentre in caso contrario resta preclusa dalla cosa giudicata, che impedisce la proposizione di fatti estintivi od impeditivi ad essa contrari), cfr. Tribunale Lucca, 22 dicembre 2015, n. 2197).
In senso conforme, si veda anche Tribunale Salerno, Sez. III, 16 ottobre 215, n. 4246: "Qualora il titolo in forza del quale si agisce coattivamente abbia natura giudiziale, il giudice investito dell' opposizione all' esecuzione non può effettuare alcun controllo intrinseco diretto ad inficiarne l'efficacia sulla base di deduzioni ed eccezioni che andavano formulate nel processo nel cui contesto è stato emesso, dovendo limitarsi esclusivamente a verificare l'eventuale validità ed esistenza del titolo, in modo da poter stabilire se esso costituisca effettivamente il fondamento della preannunciata o incardinata esecuzione forzata o sia venuto meno per fatti posteriori alla sua formazione".
Infine, in sede di citazione per opposizione alla esecuzione può essere formulata altresì l'azione di risarcimento per i danni subiti in seguito all'illegittimo esercizio dell'azione esecutiva (cfr. Tribunale Modena, Sez. I, 30 gennaio 2009, n. 112: "la domanda di ristoro del danno che si assume conseguente all'illegittimo esercizio dell'azione esecutiva, deve essere fatta valere davanti al giudice dell'esecuzione, il quale può procedere alla quantificazione del danno, ivi compreso quello ex art. 96 c.p.c., anche equitativamente ex art. 2056 e 1226 c.c.).

ATTILIO G. chiede
martedì 02/02/2016 - Sicilia
“Ho insegnato per oltre trenta anni e godevo della pensione. contemporaneamente
svolgo attività professionale ed ho un debito verso una ex dipendente per differenze di retribuzione. In seguito al contraddittorio secondo la legge Fornero, il giudice ha stabilito il debito a carico dello scrivente per € XXX. La banca mi ha pignorato la pensione. Lo scrivente ritiene ingiusto l'operato della banca. Lo scrivente ritiene che vi siano dei parametri per l'impignorabilità:come fare per riavere anche parte della pensione??”
Consulenza legale i 09/02/2016
Il quesito, nell'ambito del pignoramento presso terzi, fa riferimento a due profili della vicenda: il blocco del conto (su cui viene versata la pensione) da parte della banca ed il pignoramento della pensione da parte della creditrice ex dipendente.

L'istituto del pignoramento presso terzi comprende anche l'ipotesi di crediti che il debitore ha verso terzi.
Nell'ambito di un tale procedimento la banca è, appunto, terzo rispetto al rapporto sostanziale tra debitore e creditore perché è parte del procedimento solo agli effetti processuali. In quanto tale anche ad essa è notificato l'atto di pignoramento, ex art. 543 del c.p.c.. Dalla notifica la banca, che è debitrice del debitore (debitor debitoris), è soggetta agli obblighi del custode entro i limiti di cui all'art. 546 del c.p.c., cioè per essa tali somme sono indisponibili.

La legge individua in ogni caso dei limiti alla pignorabilità dei crediti (es. art. 524, 545 c.p.c.). Con recente riforma (d.l. 83/2015) il legislatore ha introdotto nuovi limiti alla pignorabilità di alcuni crediti, tra cui la pensione (v. art. 545 del c.p.c.).

Qualora il debitore ritenga che il pignoramento non rispetti tali limiti, si ritiene che debba procedere con opposizione all'esecuzione, secondo quanto dispone l'art. 615 co. 2 c.p.c.: "Quando e' iniziata l'esecuzione, l'opposizione di cui al comma precedente e quella che riguarda la pignorabilità dei beni si propongono con ricorso al giudice dell'esecuzione stessa. Questi fissa con decreto l'udienza di comparizione delle parti davanti a sé e il termine perentorio per la notificazione del ricorso e del decreto". Di ciò sembra trarsi conferma anche da quanto affermato dalla Cassazione: "Il processo di cognizione instaurato, ai sensi dell'art. 548 c.p.c., per l'accertamento dell'obbligo del terzo pignorato, in caso di sua mancata o contestata dichiarazione nel relativo processo esecutivo, è rivolto esclusivamente all'accertamento dell'esistenza e dell'ammontare del diritto alla consegna delle cose o al pagamento delle somme dovute; ne consegue che la sentenza con cui esso si conclude non spiega efficacia di giudicato su questioni estranee, come quelle attinenti alla esperibilità o alla validità del pignoramento o comunque ad una qualità del credito del debitore esecutato, come la sua impignorabilità, potendo esse costituire unicamente oggetto di opposizione all'esecuzione ex art. 615 c.p.c." (Cass. 1949/2009).

In conclusione, si consiglia di contattare un legale al fine di valutare la possibilità concreta, in relazione al caso specifico, di procedere alla suddetta opposizione.

Guido chiede
lunedì 17/11/2014 - Campania
“Nella causa di sfratto tra me e mia moglie, infatti mia moglie mi cita per occupazione abusiva di un fondo di sua proprietà sul quale di comune accordo ho costruito un circolo di tennis dal valore di circa 1000000,00 di euro. Detto circolo è stato costruito con i proventi istituzionali di una ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA SENZA SCOPO DI LUCRO. Il giudice letto le comparse sciogliendo la riserva scrive in data 20/04/2011 che i ricorsi sono inammissibili!!!!! Oltre a dichiarare i ricorsi inammissibili ritiene non necessaria la comparizione delle parti e che ASD ai sensi dell'ex art. 107 non pouò essre chiamata in causa. In data 14/12/2011 emette l'ordinanza, convoca le parti ammette le prove orali e sente come testi il fratello di mia moglie e sua zia. in data 2012 emette la sentenza e mi condanna al rilascio dell'immobile che detiene l'associazione.
L'ASSOCIAZIONE in fase di sfratto fa opposizione del terzo ed il giudice accoglie l'opposizione sospendendo l'esecuzione "inaudita altra parte". Mia moglie fa Reclamo ed il collegio lo accoglie e revoca la sospensione dell'esecuzione. Di fatto si condanna l'associazione dopo che il giudice aveva affermato che non faceva parte di quel giudizio.... E' possibile?”
Consulenza legale i 17/11/2014
Nella vicenda esposta vi sono:
(1) un giudizio per occupazione abusiva tra Tizio (presunto occupante abusivo) e Caia (proprietaria del fondo);
(2) una procedura esecutiva per il rilascio di beni immobili tra Tizio e Caia;
(3) un procedimento di opposizione all'esecuzione ex art. 615 e 619 c.p.c. da parte di un terzo (l'associazione);
(4) un reclamo ex art. 624, secondo comma, c.p.c., proposto da Caia, che si innesta nella procedura 2, sospesa.
Più precisamente, diciamo che il processo di esecuzione (2) è stato sospeso ai sensi del primo comma dell'art. 624 del c.p.c. in virtù dell'opposizione proposta dall'associazione (3) e, ai sensi del secondo comma dello stesso articolo, contro l'ordinanza che provvede sull'istanza di sospensione è stato proposto reclamo da Caia (4), che è risultata vittoriosa.

Nel primo processo (1), il giudice ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per una chiamata in causa dell'associazione da parte del giudice stesso: tale valutazione normalmente deriva dalla rilevata mancanza di una connessione oggettiva tra la posizione del terzo e quella delle originarie parti in causa. Nel nostro caso, il giudice ha ritenuto di non poter chiamare in causa l'associazione in quanto nessuna delle parti (nemmeno Tizio) aveva eccepito che il contratto di comodato fosse di titolarità di quest'ultima, mentre sia Tizio che Caia erano concordi nel sostenere che esistesse un rapporto di comodato solo tra loro.
Pertanto è ragionevole che il giudice, rilevando l'assenza di un collegamento tra l'associazione e l'oggetto della causa (cioé: quale soggetto detiene l'immobile?), abbia ritenuto non opportuno farla chiamare in causa.

Quanto al processo esecutivo, nel procedimento (2), che consiste nell’esecuzione per rilascio di beni immobili, è "terzo" il soggetto estraneo sia al titolo esecutivo sia alla procedura esecutiva, quindi colui che non è destinatario né del precetto né dell’avviso di rilascio ex art. 608 del c.p.c.. L'associazione è rimasta estranea al processo (1), quindi correttamente è inquadrabile come terzo.
Essa ha proposto opposizione ex art. 615 c.p.c. sostenendo di avere un autonomo titolo per detenere l'immobile. Tale circostanza però, come emerge dalla sentenza della causa (1), che non sembra corrispondere a realtà: quindi, il giudice del reclamo - giudizio (4) -, come si legge nell'ordinanza che lo accoglie, sostiene che, sebbene la sentenza conclusiva del giudizio (1) non possa estendere i suoi effetti all'associazione, contiene pur sempre un'affermazione obiettiva di verità, che "spiega efficacia anche nei confronti dell'associazione nei limiti in cui tale accertamento induce ad escludere l'esistenza di un rapporto di comodato autonomo ed indipendente" rispetto a quello intercorrente tra Tizio e Caia, in ordine al quale si è formato il giudicato.
Il collegio conclude sostenendo che l'opposizione all'esecuzione da parte dell'associazione non era ammissibile per mancanza di legittimazione, in quanto l'ente avrebbe dovuto opporsi ex art. 404 c.p.c. alla sentenza emessa all'esito del giudizio (1).

Rispetto alla vicenda esposta nel quesito, letti i provvedimenti emessi dai diversi giudici, non si può che ribadire che la sentenza emessa nel 2012 ha effetto ed è vincolante solo tra chi ha preso parte a quel giudizio (come stabilisce la regola generale dell'art. 2909 del c.c.), cioè Tizio e Caia. Va pertanto escluso che tale provvedimento possa esplicare una efficacia diretta nei confronti dell'associazione.
Correttamente, il giudice del reclamo non ha applicato direttamente la sentenza all'associazione: egli - che doveva valutare i presupposti di ammissibilità della sospensione dell'esecutorietà della sentenza - ha ritenuto di utilizzare il contenuto di quella sentenza come prova del fatto che l'associazione non avesse un titolo autonomo per la detenzione dell'immobile. Così facendo, il collegio è giunto alla conclusione che mancasse la legittimazione a proprorre l'opposizione all'esecuzione.
Su questo punto ci sembra di poter condividere la decisione del collegio.

Il fatto che nel giudizio (1) il giudice abbia ritenuto di non chiamare in causa l'associazione (si tratta di chiamata "sollecitata" da Tizio) è slegato alle sorti dell'esecuzione.
Difatti, molte erano le alternative diverse alla chiamata in causa da parte del giudice ex art. 107 c.p.c.: Tizio avrebbe potuto fare la chiamata di terzo ai sensi dell'art. 106 del c.p.c. (se fatto entro il termine di decadenza dell'art. 167, il giudice non avrebbe potuto negarla); l'associazione avrebbe potuto intervenire volontariamente nel giudizio ex art. 105 del c.p.c.; oppure, l'ente avrebbe potuto iniziare un altro giudizio nei confronti di Caia, avente ad oggetto lo stesso immobile, e chiederne poi la riunione con il procedimento (1); ancora (come suggerisce il collegio che si è occupato del reclamo), l'associazione avrebbe poi potuto, anzi, dovuto, proporre opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c., in quanto l'ente contesta il merito della causa (a chi spettava la detenzione dell'immobile? all'associazione o a Tizio?) e non la "regolarità" dell'esecuzione.

Pertanto, la domanda posta nel quesito parte dal presupposto - errato - che l'associazione non avrebbe potuto esercitare altra azione in sua difesa che non una opposizione all'esecuzione. Ciò non corrisponde al vero: essa avrebbe potuto agire in diversi modi per evitare il passaggio in giudicato della sentenza nel processo (1), ma non lo ha fatto. Scegliendo di muoversi solo sul piano dell'esecuzione, ha commesso un errore di strategia non attualmente rimediabile. Non si vedono infatti motivi per impedire allo stato attuale l'esecuzione della sentenza che condanna Tizio a rilasciare l'immobile.

Naturalmente, però, resta in piedi il procedimento di merito attivato ai sensi dell'art. 616 del c.p.c.. In quel giudizio, l'opponente associazione potrà provare le proprie ragioni e chiedere il risarcimento del danno che ad essa potrebbe essere derivato per l'esecuzione della sentenza tra Tizio e Caia.

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