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Articolo 545 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n.1443)

Crediti impignorabili

Dispositivo dell'art. 545 Codice di procedura civile

(1)Non possono essere pignorati i crediti alimentari, tranne che per cause di alimenti (2), e sempre con l'autorizzazione del presidente del tribunale o di un giudice da lui delegato e per la parte dal medesimo determinata mediante decreto (3) (4).
Non possono essere pignorati crediti aventi per oggetto sussidi di grazia o di sostentamento a persone comprese nell'elenco dei poveri, oppure sussidi dovuti per maternità, malattie o funerali da casse di assicurazione, da enti di assistenza o da istituti di beneficenza (5).
Le somme dovute da privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate per crediti alimentari nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da lui delegato (6) (7).
Tali somme possono essere pignorate nella misura di un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, ed in eguale misura per ogni altro credito.
Il pignoramento per il simultaneo concorso delle cause indicate precedentemente non può estendersi oltre la metà dell'ammontare delle somme predette.
Restano in ogni caso ferme le altre limitazioni contenute in speciali disposizioni di legge [c.c. 1881, 1923] (8) (9).
Le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell'assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge.
Le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate, per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quando l'accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l'accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dal terzo, quarto, quinto e settimo comma, nonché dalle speciali disposizioni di legge.
Il pignoramento eseguito sulle somme di cui al presente articolo in violazione dei divieti e oltre i limiti previsti dallo stesso e dalle speciali disposizioni di legge è parzialmente inefficace. L'inefficacia è rilevata dal giudice anche d'ufficio (10).

Note

(1) L'articolo in esame contiene un'elencazione che ha carattere tassativo. Si ritiene che la impignorabilità dei crediti ivi menzionati possa essere rilevata anche d'ufficio dal G.E., ferma restando, naturalmente, la possibilità di farla valere mediante opposizione all'esecuzione ex art. 615.
(2) Si segnale che in dottrina manca un'unanime opinione circa l'impignorabilità dei crediti alimentari in quanto, secondo alcuni, la disposizione andrebbe interpretata nel senso che la impignorabilità sarebbe stabilita in modo assoluto soltanto per i crediti alimentari di natura negoziale. Secondo altri, invece, sarebbero impignorabili soltanto gli alimenti dovuti ex lege. Altri ancora, intendono per crediti alimentari impignorabili sia i crediti aventi causa negoziale, sia quelli di natura legale.
Infine, si precisa che secondo l'orientamento giurisprudenziale prevalente sono comprese nella categoria degli alimenti anche le prestazioni dovute in base ad obblighi di mantenimento.
(3) Il giudice stabilisce con decreto anche il quantum pignorabile. Si tratta di un provvedimento necessario in quanto il pignoramento eseguito senza la preventiva autorizzazione del giudice è nullo.
(4) Tale comma è stato così sostituito ex art. 97, d.lgs. 19-2-1998, n. 51, a decorrere dal 2-6-1999. Il testo precedente del comma, in vigore fino al 1-6-1999, così disponeva: «Non possono essere pignorati i crediti alimentari, tranne che per causa di alimenti, e sempre con l'autorizzazione del pretore e per la parte da lui determinata mediante decreto.». Per la soppressione dell'ufficio del pretore si veda l'art. 8 del c.p.c..
(5) In questi casi si parla di crediti assolutamente impignorabili.
(6) Le parole «dal pretore» sono state sostituite dalle seguenti «dal presidente del tribunale o dal un giudice da lui delegato» ai sensi dell'art. 97, d.lgs. 19-2-1998, n. 51, a decorrere dal 2-6-1999. Per la soppressione dell'ufficio del pretore si veda l'art. 8 del c.p.c..
(7) In tali ipotesi, se manca il provvedimento autorizzativo del presidente del tribunale o del giudice delegato, non si determina la nullità del pignoramento ma soltanto la riduzione del quantum al valore ritenuto pignorabile dalla legge.
(8) In relazione ai degli enti pubblici occorre distinguere tra crediti di diritto pubblico e crediti di diritto privato. I primi, che scaturiscono dall'esercizio di pubbliche potestà (es.: i crediti derivanti da obbligazioni tributarie), sono assolutamente impignorabili. Sono invece pignorabili le entrate di diritto privato come ad esempio quelle connesse all'esercizio di un'attività d'impresa, salvo che la loro impignorabilità sia espressamente stabilita dalla legge o da un provvedimento amministrativo.
(9) Ad esempio, il pignoramento degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti dalle pubbliche amministrazioni resta regolato dagli articoli 1- 4 del d.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180.
(10) Ultimi tre commi aggiunti dal D.L. 27 giugno 2015, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla L. 6 agosto 2015, n. 132; per l’applicazione della disposizione, v. art. 23, comma 6 del medesimo D.L. 83/2015.

Massime relative all'art. 545 Codice di procedura civile

Cass. n. 14529/2013

In materia di pignoramento presso terzi, quando un titolo esecutivo giudiziale rechi la condanna di un Comune competente ad erogare i contributi previsti dalla legge 14 maggio 1981, n. 219, per interventi a sostegno della ricostruzione nei territori della Campania e della Basilicata colpiti dal sisma del 1980, sono pignorabili - in deroga al principio generale secondo cui i pignoramenti a carico degli enti locali si eseguono con atto notificato al solo tesoriere dell'ente - le somme giacenti nelle apposite contabilità speciali aperte presso le sezioni di tesoreria provinciale a favore dello stesso Comune, ai sensi dell'art. 3 del D.L.vo 3 marzo 1990, n. 76

Cass. n. 685/2012

In tema di espropriazione forzata presso terzi, le modifiche apportate dalle leggi 12 marzo 2004, n. 311 e 14 maggio 2005, n. 80 (di conversione del d.l. 14 marzo 2005, n. 35) al d.p.r. 5 gennaio 1950, n. 180 (approvazione del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti dalle pubbliche amministrazioni) hanno comportato la totale estensione al settore del lavoro privato delle disposizioni originariamente dettate per il lavoro pubblico. Ne consegue che i crediti derivanti dai rapporti di cui al n. 3 dell'art. 409 c.p.c. (nella specie, rapporto di agenzia) sono pignorabili nei limiti di un quinto, previsto dall'art. 545 c.p.c..

Cass. n. 15374/2007

Il limite della impignorabilità della retribuzione oltre il quinto non opera con riferimento all'esecuzione promossa dal creditore per contributo al mantenimento della prole, avendo questo funzione alimentare.

Cass. n. 4212/2007

Nell'espropriazione forzata, che si svolge con le forme del pignoramento presso terzi, il terzo pignorato non si identifica con il soggetto passivo dell'esecuzione e, per l'effetto, non essendovi assoggettato, non è neppure normalmente legittimato a proporvi opposizione, sotto alcuno dei possibili profili in cui questa può essere articolata. Di conseguenza, nell'espropriazione di crediti, il terzo debitore del debitore esecutato non è legittimato a far valere l'impignorabilità del bene, neanche sotto l'aspetto dell'esistenza di vincoli di destinazione, in caso di somme depositate presso istituto di credito tesoriere di un ente pubblico, poiché in tal caso la questione attiene al rapporto tra creditore procedente e debitore esecutato (il quale ultimo si può avvalere degli appositi rimedi oppositivi previsti dalla legge, con conseguente carenza di interesse del terzo a dedurre siffatta doglianza nella forma dell'opposizione agli atti esecutivi avverso l'ordinanza di assegnazione). Inoltre, la circostanza dell'indicazione dell'esistenza di un vincolo di destinazione in occasione della dichiarazione resa dal terzo ai sensi dell'art. 547 c.p.c. non fa venir meno il carattere di positività della dichiarazione stessa.

Cass. n. 2719/2007

I limiti di pignorabilità posti dall'art. 545, terzo e quarto comma, c.p.c., non sono estensibili alla esecuzione concorsuale, nella quale trova applicazione la normativa specifica dell'art. 46 legge fall., che affida al giudice il potere discrezionale di determinare la eventuale devoluzione al fallito, e conseguente sottrazione all'acquisizione all'attivo fallimentare, di una parte delle somme a lui dovute a titolo di pensione.

Cass. n. 963/2007

A seguito della sentenza 4 dicembre 2002, n. 506 della Corte costituzionale, non sussiste più l'impignorabilità assoluta dei trattamenti pensionistici a carico dello Stato, ma anche essi sono impignorabili (con le sole eccezioni previste dalla legge sui crediti qualificati) per la sola parte delle pensioni, indennità od altri trattamenti di quiescenza necessaria per assicurare al pensionato mezzi adeguati alle sue esigenze di vita, mentre sono pignorabili nei limiti del quinto della restante parte.

Cass. n. 15601/2005

Le somme di denaro della P.A. possono essere considerate impignorabili soltanto per effetto di una disposizione di legge o di un provvedimento amministrativo che nella legge trovi fondamento, non essendo sufficiente, a tal fine, la mera iscrizione nel bilancio, in quanto, al di là dei caratteri di neutralità e fungibilità propri del denaro, al quale non può ritenersi connaturata una specifica destinazione, la funzione amministrativa non può svolgersi in contrasto col principio, sancito dall'art. 2740, secondo comma c.c., secondo cui le limitazioni della responsabilità patrimoniale del debitore sono di stretta competenza del legislatore. Non sono quindi impignorabili i fondi accantonati da un ente pubblico per il trattamento di fine rapporto dei propri dipendenti, non essendo l'indisponibilità degli stessi prevista da alcuna norma, e non potendo estendersi ad essi né l'art. 545, terzo e quarto comma c.p.c. ed il D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180, i quali presuppongono che il debitore escusso sia il dipendente, né l'art. 2117 c.c., il quale, nel dichiarare impignorabili i fondi speciali per l'assistenza e la previdenza, detta una norma di carattere eccezionale, come tale non suscettibile di applicazione analogica.

Cass. n. 9950/2004

Le somme dovute da privati a titolo di stipendio, salario ed altre indennità inerenti al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a cagione di licenziamento, possono essere pignorate nella misura di un quinto per crediti di qualunque genere, a norma del quarto comma dell'art. 545 c.p.c.

Cass. n. 9904/2003

In base al combinato disposto degli articoli 1246, n. 3, c.c. e 545, n. 3 c.p.c., le somme dovute ai privati a titolo di crediti di lavoro sono pignorabili e compensabili nella limitata misura di un quinto; tale limite non opera quando i contrapposti crediti abbiano origine da un unico rapporto, sì che la valutazione delle singole pretese comporti solo un accertamento contabile di dare e avere e non una compensazione in senso tecnico. In particolare, il limite non vale quando il datore voglia compensare il credito risarcitorio per danni da prestazione lavorativa non diligente col credito retributivo vantato dal prestatore, tuttavia, essa torna ad operare, anche in caso di compensazione atecnica, qualora esista una clausola del contratto collettivo che lo preveda, salvo diversi accordi contenuti nel contratto individuale (in applicazione di tale principio di diritto, la S.C. ha cassato per difetto di motivazione la sentenza di merito, che non aveva dato adeguato conto dell'applicabilità o meno alla fattispecie concreta dell'art. 64 del contratto collettivo per le aziende di credito che escludeva la compensazione atecnica illimitata).

Cass. n. 9630/2003

In materia di espropriazione forzata e sequestro conservativo dei crediti, il limite stabilito dagli artt. 545, quarto comma, e 671, c.p.c., all'assoggettamento a pignoramento e sequestro dei crediti di lavoro previsti dall'art. 545, terzo comma, c.p.c., fissato nella misura di un quinto, rinviene la sua giustificazione nella imprescindibile esigenza di non pregiudicare la soddisfazione dei più elementari bisogni della vita del debitore e delle altre persone poste a suo carico e costituisce una situazione giuridica propria del titolare del credito, cosicché non è opponibile dal cessionario del credito ai suoi creditori.

Cass. n. 11345/1999

La parziale impignorabilità delle somme dovute a titolo di stipendio, salario e altre indennità derivanti dal rapporto di lavoro o di impiego sancita dall'art. 545 c.p.c., essendo disposizione intesa a tutelare la fonte esclusiva di reddito del lavoratore subordinato, non è suscettibile di interpretazione analogica; deve pertanto escludersi che l'indennizzo dovuto da una società assicuratrice privata al lavoratore per infortunio sul lavoro, ancorché in virtù di una polizza stipulata dal datore di lavoro in adempimento di un obbligo contrattuale, rientri nella previsione di cui ai commi terzo e quarto dell'art. 345 c.p.c., con la conseguenza che tale indennizzo non può ritenersi, neanche in parte, esente da pignoramento.

Cass. n. 5692/1995

La ritenuta mensile sullo stipendio o salario del prestatore di lavoro subordinato in regime di diritto privato per il pagamento rateale di un mutuo concessogli dal datore di lavoro, effettuata non a causa di una cessione volontaria del credito di lavoro da parte del dipendente, ex artt. 1260 ss. c.c., ma a titolo di compensazione legale di due crediti entrambi liquidi ed esigibili, ex artt. 1241 ss. c.c., va computata, ai sensi dell'art. 545, quinto comma, c.p.c., al fine dell'osservanza della misura massima della metà della retribuzione assoggettabile a pignoramento per il simultaneo concorso di più crediti azionati contro il debitore esecutato nelle forme della espropriazione mobiliare presso terzi.

Cass. n. 4488/1994

In tema di limiti alla pignorabilità e sequestrabilità degli stipendi dei pubblici dipendenti, quali risultanti dalle parziali declaratorie — di cui alle sentenze della Corte costituzionale n. 89 del 1987 e n. 878 del 1988 — di illegittimità costituzionale delle norme di previsione, qualora intervenga un pignoramento contenuto entro tali limiti (del quinto) successivamente ad una cessione di pari misura, regolarmente perfezionata e notificata, non è illegittima la coesistenza ed il cumulo delle due cause riduttive dello stipendio, non risultando superata la quota complessiva della metà dello stipendio medesimo, posta dall'art. 68 del D.P.R. n. 180 del 1950 quale limite assoluto per il concorso di cause siffatte.

Cass. n. 5378/1991

La parziale pignorabilità degli stipendi, salari ed altre indennità relative al rapporto di lavoro privato, è prevista dall'art. 545 c.p.c. in considerazione della natura di tali crediti; natura che non viene meno nel momento della cessazione del rapporto di lavoro che ne costituisce la fonte, come risulta dal terzo comma dello stesso art. 545 che, contemplando espressamente anche le indennità dovute a causa di licenziamento, conferma la derivazione dei limiti di pignorabilità dalla natura di dette indennità e così l'irrilevanza della persistenza o cessazione del relativo rapporto di lavoro.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 545 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Giuseppe G. chiede
domenica 11/03/2018 - Sardegna
“Un pensionato che riceve una pensione mensile di circa 1.600 € sulla quale grava un prelievo volontario del quinto di € 258, può essergli attivato un successivo pignoramento? E se sì, quale potrebbe essere il suo ammontare?
Grazie.”
Consulenza legale i 13/03/2018
La norma di riferimento in merito al pignoramento della pensione è l’art. 545 c.p.c. così come novellato dall’art. 13 del d.l. n. 83/2015 che ha introdotto un nuovo comma prevedendo che: “le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell'assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge”.
Inoltre, sempre nel predetto articolo leggiamo che: “le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate, per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quando l'accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l'accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dal terzo, quarto, quinto e settimo comma, nonché dalle speciali disposizioni di legge.

Ciò premesso, osserviamo quanto segue.
Ad un prelievo volontario della cessione del quinto, può seguire un pignoramento coattivo.
Quello che però occorre tenere presente sono i limiti entro i quali ciò possa avvenire.

Per individuare l’importo che non può essere pignorato occorre far riferimento alla misura dell’assegno sociale per l’anno in corso aumentato della metà.
Nel 2018 l’importo di tale assegno è pari ad euro 453,00.
Pertanto, l’importo non pignorabile sarà pari ad euro 679,50.

Nel caso in esame, abbiamo dunque la seguente situazione:
- importo pensione: euro 1600,00(che dobbiamo ritenere sia al netto di imposte e contributi);
- importo impignorabile: euro 679,50;
- importo residuo pignorabile: euro 920,50;
- cessione quinto precedente: euro 258,00.
L'importo residuo su cui calcolare il quinto da pignorare corrisponde quindi ad € 662,50.

Pertanto, in risposta alla domanda contenuta nel quesito, l’ulteriore quinto pignorabile mensilmente è pari ad euro 132,50.

Per completezza, occorre precisare che tale calcolo riguarda l’ipotesi del pignoramento effettuato direttamente presso l’ente pensionistico, cioè prima dell’eventuale accredito su un conto corrente.
Nel caso in cui, invece, il pignoramento riguardi una pensione già accreditata su conto bancario o postale intestato al debitore prima della notifica del pignoramento, potrà essere pignorato solo l’importo che eccede il triplo dell’assegno sociale pari ad euro 1359,00 (come disposto dall’art.545 cpc sopra riportato). Quindi, nel caso in esame, non sarebbe possibile effettuare alcun pignoramento.
Se invece l’accredito sul conto avviene successivamente al pignoramento, allora vale quanto sopra precisato.

Pietro L. chiede
martedì 20/02/2018 - Toscana
“Buongiorno, mia moglie ha una cifra cospicua di contributi arretrati con la cassa ENPAP alla quale fece l'ultimo versamento nel 1998, tra l'altro parziale e la loro richiesta ora ammonta a oltre 60.000,00 €. La sua attività era la libera professione, lavorava come consulente di piscologia aziendale per conto di una primaria (allora) ditta del settore: teneva come docente corsi a banche, grandi industrie, settori dei servizi, ecc. ecc.
I motivi del cessato pagamento furono diversi: in primis il cambio di residenza con conseguente cambio del commercialista: mentre quello che la seguiva prima le faceva di tutto, il successivo ignorò completamente la questione/contributi; poi,poco dopo il trasferimento nella nuova residenza, si ammalò di una grave malattia cronica debilitante che tuttora insiste sotto forma cronica. Questo le ha permesso di accedere alla pensione di invalidità civile (ca 280€ mensili) essendosi vista ricosciuta l'invalidità civile al 100,00%.
Detto quanto sopra e tenuto conto che non intende/ non intendiamo pagare certa cifra preciso: 1. che Lei (ovviamente) intende rinunciare alla pensione - 2. che non ha beni immobili intestati (siamo in separazione dei beni) 3. che l'unica rendita che riscuote è la suddetta pensione di invalidità.
Chiedo se,
- avendo ancora sua madre anziana in vita con una piccola abitazione popolare di proprietà, sarà sufficiente effettuare una dichiarazione di rinuncia all'eredità e se questa va fatta subito dopo il decesso o se è preferibile farla prima;
- in caso di premorienza di mia moglie, pur essendo con me i sep.ne beni, l'ente creditore può rivalersi anche su di me che sono intestario di beni immobili.
Grazie”
Consulenza legale i 04/03/2018
Al momento del matrimonio i coniugi possono scegliere il regime patrimoniale della famiglia, regolando così i futuri acquisti e la gestione del patrimonio, con riflessi sui crediti e sui debiti di ciascuno.

Senza dilungarsi troppo sui vari regimi patrimoniali esistenti, è bene chiarire che mentre la comunione legale implica una contitolarità e cogestione degli acquisti, e non di tutti i beni già esistenti nel patrimonio di uno dei coniugi, nel regime della separazione ognuno dei coniugi resta proprietario esclusivo dei beni acquistati durante la vita matrimoniale e conserva la proprietà esclusiva dei beni acquistati prima del matrimonio.

Il regime patrimoniale scelto, si diceva, ha implicazioni anche con riguardo ai debiti dei coniugi.
Se infatti i debiti sono stati contratti da uno dei coniugi per il perseguimento di interessi comuni alla famiglia, tra i quali potrebbe rientrarvi l’esercizio dell’attività lavorativa del coniuge finalizzata a percepire un reddito per la sussistenza della famiglia, i creditori possono aggredire sia i beni che fanno parte della comunione sia, in una ridotta misura, i beni personali dell’altro coniuge.

Non è così, invece, nel caso che i coniugi abbiano scelto la separazione dei beni: il coniuge estraneo al debito dell'altro, non è tenuto a garantire per lui; non è tenuto al pagamento del debito ed i creditori non possono rifarsi sui suoi beni.

Ciò fermo, bisogna poi analizzare la questione della pignorabilità o meno della pensione di invalidità, e cioè bisognerebbe comprendere se concretamente i creditori possono iniziare un’esecuzione forzata su quella somma, supponendo che il credito non sia altrimenti prescritto.

L’art. 545 c.p.c. sancisce che “Le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà”.
Si tratta della cosiddetta impignorabilità del “minimo vitale”, quella misura minima che serve ad assicurare al pensionato adeguati mezzi di vita.

Tale somma, per il 2018, è pari a 679,50 euro (453 euro pensione sociale + 1/2) e quindi nel caso specifico siamo ben al di sotto della soglia per la pignorabilità della pensione, circostanza per la quale l’Ente di Previdenza non potrà agire con il pignoramento sull’anzidetta pensione.

E’ però utile far concretamente attenzione al fatto che, sebbene non si possa utilmente esperire un pignoramento presso terzi presso l’INPS per pignorare l’assegno di invalidità, l’Ente creditore potrebbe sempre pignorare le somme che il debitore ha in deposito in banca per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quindi per € 1.359,00, se le somme sono state accreditate in data anteriore al pignoramento (art. 545 c.p.c.).
Quindi, se ad esempio il debitore avesse accumulato sul conto corrente € 2.000,00 derivanti da un risparmio della pensione, l’Ente potrebbe pignorare fino ad € 641,00 (ovvero la differenza tra 2.000 e 1.359).

Sicuramente pignorabile è invece il patrimonio mobiliare ed immobiliare acquisito a seguito della devoluzione dell’eredità da parte di un parente.

Tuttavia per evitare che l’Ente creditore venga a soddisfare le proprie ragioni su tali beni caduti in successione è utile fare una rinuncia all’eredità, necessariamente successiva alla morte della persona della cui eredità si tratta.
La rinuncia all’eredità, ai sensi dell’art. 519 c.c., è un atto formale: la relativa dichiarazione deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del Tribunale nel cui circondario si è aperta la successione, ed è bene che venga fatta in tempi rapidi.

Non è possibile rinunciare all’eredità prima ancora che una persona sia deceduta.

E’ pur vero che i creditori potrebbero impugnare la rinuncia all’eredità in quanto questo atto li lede, essendo anzi preordinato a far sì che gli stessi non soddisfino le loro ragioni creditorie sui beni acquisiti a seguito della devoluzione patrimoniale, e, per questo, possono farsi autorizzare dal Tribunale ad accettare l’eredità in nome e per conto del rinunciante (art. 524 c.c.), ottenendo così comunque quanto sarebbe spettato al debitore.
In questo senso la rinuncia appare pressoché inutile.

Per questo sembrerebbe più opportuno che l’anziana madre, consapevole dei debiti della figlia, con testamento devolvesse i suoi beni al genero oppure ai nipoti, sì da far in modo che almeno una parte dell’immobile non venga ad essere espropriata per mano dell’Ente di Previdenza.
In questo modo, al più, i creditori potrebbero spiegare le loro ragioni solo sulla quota legittima, cioè la quota “minima” che la Legge riserva alla figlia, ma non sull’intero immobile.
In alternativa si potrebbe pensare a una vendita per un prezzo di favore da fare già oggi. La madre, in questo modo, traferirebbe la proprietà dell'immobile per esempio al genero (riservandosi l'usufrutto per se), ed in cambio riceverebbe una somma di denaro, che poi potrebbe donare alla figlia.
Ci sono varie soluzioni, ma chiaramente occorrerebbe una disamina più approfondita del caso.

Sebastiano S. chiede
martedì 06/02/2018 - Sicilia
“Percepisco pensione di 2400 euro, con cessione del quinto di 472 euro, verso assegno all ex coniuge di 1230 euro, vorrei conoscere l'importo pignorabile per debiti verso finanziarie. Grazie”
Consulenza legale i 07/02/2018
Il pignoramento della pensione è disciplinato dall’art. 545 del c.p.c., il quale, nel testo attualmente in vigore (come risultante a seguito delle modifiche introdotte con D.L. 83/2015, conv. in L. 132/2015), prevede l’impignorabilità delle somme dovute a titolo di pensione per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell'assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile per crediti alimentari nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da lui delegato nonché nella misura di un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, ed in eguale misura per ogni altro credito.
In caso di simultaneo concorso delle cause indicate precedentemente il pignoramento non può estendersi oltre la metà dell'ammontare delle somme predette, ferme le altre limitazioni contenute in speciali disposizioni di legge.
Al fine di individuare la somma in concreto assoggettabile a pignoramento occorre, innanzitutto, detrarre dall’importo della pensione l’ammontare corrispondente alla misura mensile dell’assegno sociale (che per il 2018 è pari ad € 453,00), aumentato della metà: dunque la quota impignorabile, per l’anno corrente, sarà pari ad € 679,50.
Pertanto nel caso in esame la situazione sarà la seguente:
- Importo pensione (da intendersi quale pensione netta): € 2.400,00
- Importo impignorabile ex art. 545 c.p.c. (c.d. “minimo vitale”): € 679,50
- Importo pignorabile: € 1.720,50
- Precedente cessione del quinto: € 472,00
- Residuo su cui calcolare il quinto pignorabile: € 1.248,50
- Quinto pignorabile: € 249,70.
L'obbligo di corrispondere l'assegno divorzile non incide, in questo caso, sul calcolo della quota pignorabile.
Si precisa che quanto sopra esposto vale nel caso di pignoramento effettuato direttamente presso l’Ente pensionistico, e dunque prima dell’accredito su conto corrente: questa infatti sembrerebbe l’ipotesi descritta nel quesito.
Nel caso in cui, invece, il pignoramento riguardi la pensione già accreditata su conto bancario o postale intestato al debitore (e quindi sia effettuato presso la banca o le poste), le relative somme potranno essere pignorate nei seguenti limiti:
- per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quando l'accredito ha avuto luogo in data anteriore al pignoramento;
- nei limiti descritti nella prima parte del presente parere, quando l'accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente.
Da ultimo, il pignoramento della pensione, laddove eseguito senza osservare i divieti e i limiti di legge, è parzialmente inefficace (cioè è inefficace limitatamente all’importo pignorato in violazione dei predetti divieti e per la parte eccedente i predetti limiti). L'inefficacia è rilevata anche d'ufficio dal giudice.

Giuseppe C. chiede
domenica 23/04/2017 - Lazio
“Per un debito sto subendo il pignoramento della mia pensione. Già in sede di dichiarazione del terzo pignorato (Inps) la trattenuta in via cautelare era stata di 1/5 della mia pensione pari a Euro 339,29. Dopo circa due anni il Giudice dell’esecuzione con sentenza Rep. 774/16, ha stabilito che il terzo pignorato debba corrispondere al mio creditore sino alla concorrenza della somma precettata un importo pari a 1/5 della differenza mensile tra l’importo percepito a titolo di pensione e l’ammontare dell’assegno sociale aumentato della metà. In esecuzione di detta sentenza l’Inps sta ora (pensione di Aprile 2017) corrispondendo al mio creditore l’importo mensile di Euro 212,60, calcolato come previsto in sentenza. Dal mio cedolino di pensione del mese di Aprile 2017, risulta che l’Inps abbia corrisposto al mio creditore anche tutte le somme accantonate in via cautelare, prima della sentenza, pari a Euro 6.446,51.
QUESITO.
E’ corretto che l’Inps abbia corrisposto al mio creditore anche le somme accantonate in via cautelare senza una specifica prescrizione in sentenza ????

Consulenza legale i 01/05/2017
La risposta è negativa.

Va in primo luogo chiarito il motivo di quanto stabilito dal Giudice in sentenza, ovvero il motivo per cui il calcolo effettuato all’esito del procedimento risulta diverso da quello effettuato in via cautelativa in sede di pignoramento, quando è stato trattenuto 1/5 dell’importo della pensione.

Con il Decreto Legge n. 83 del 27 giugno 2015 è intervenuta un’importante modifica dell’art. 545 del codice di procedura civile, il quale nel nuovo testo stabilisce: “Le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell'assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge.
Le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate, per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quando l'accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l'accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dal terzo, quarto, quinto e settimo comma, nonché dalle speciali disposizioni di legge.”

L’importo massimo pignorabile, dunque, non è sempre uguale poiché dipende dalla misura annua della pensione sociale: quest’ultima è un parametro fissato dalla legge per determinare fino a quanto si può spingere il pignoramento del debitore.

Ogni anno è l’INPS a fissare con apposita circolare la misura dell’assegno sociale per l’anno in corso.

Il pignoramento massimo consentito è di “un quinto” del netto della pensione, detratto dunque il cosiddetto «minimo vitale», somma garantita al pensionato per consentirgli un’esistenza dignitosa. Il minimo vitale è pari all’assegno sociale erogato dall’Inps aumentato della metà.

Le nuove norme introdotte dal decreto citato sono entrate in vigore immediatamente, il 27/6/2015, ed hanno trovato applicazione, dunque, anche con riferimento ai procedimenti già pendenti a quella data.

Da quel che si può facilmente evincere dal quesito, la procedura esecutiva in oggetto è iniziata prima del 2015, mentre la sentenza che ha chiuso il procedimento è intervenuta successivamente alla modifica legislativa di cui sopra. Ragione per cui il Giudice ha dovuto applicare la nuova norma e ricalcolare l’importo spettante al creditore procedente.

Ciò chiarito, per quel che riguarda la questione posta nel quesito, va detto che il pignoramento è efficace sin da subito, e quindi costringe il terzo che è nel possesso delle somme oggetto di esecuzione a lasciarle nelle condizioni in cui si trovano al momento della notifica dell’atto, per cui egli, da quest’ultimo momento, non può più disporne liberamente.
L’esatta precisazione del credito del creditore procedente e la determinazione esatta delle somme pignorate da liquidare a quest'ultimo (o da accantonare a suo favore) viene fatta, tuttavia, solamente in un secondo momento e diviene definitiva e vincolante con l’ordinanza di assegnazione giudiziale (o con la sentenza, se interviene all’esito di un processo di merito) che conclude il procedimento.
Fino a quel momento, poiché – come detto – il creditore procedente è impossibilitato a disporre delle somme pignorate, in via del tutto cautelativa le trattiene, di norma, interamente; nel caso – come quello in esame – della pensione, prima del 2015 si accantonava non il 100% del pignorato ma la misura di un quinto, perché era certo che più di quella misura non si sarebbe potuto pignorare al debitore.

Per tornare al quesito e rispondere - essendo intervenuta la sentenza definitiva che ha precisato la misura esatta dell’ammontare da trattenere sulla pensione INPS del debitore esecutato - non è stato corretto che l’INPS riconoscesse al creditore tutte le somme in precedenza accantonate, perché si trattava di importi calcolati in via solamente prudenziale ed approssimativa, in quantità, in effetti, maggiore rispetto a quella poi riconosciuta come legittima dal Giudice.
La parte di somme, in definitiva, liquidate in eccedenza dall’INPS al creditore procedente dovranno essere senz’altro restituite al debitore esecutato.

Gian P. G. chiede
lunedì 21/11/2016 - Emilia-Romagna
“Buongiorno Egregi Avvocati.
Ho un' amica di nome Cinzia, che mi chiede di porvi questo quesito :
Cinzia è separata dal marito da tanti anni, separata consensualmente, Cinzia percepisce dal marito 400 euro mensili, 4.800 euro l' anno di mantenimento. ( ha solo questo reddito.)
Cinzia ha ultimamente chiesto al marito , ( non sono ancora divorziati) di poter avere un aumento di circa , 200 - 300 euro mensili, per arrivare a percepire circa 8.000 euro annui.
Il marito è d' accordo, ma Cinzia ha questo problema :
Cinzia ha delle vecchie cartelle di Equitalia non pagate, per molte migliaia di euro, in più avendo perso una Causa Civile, con un suo creditore al quale deve tante migliaia di euro, Cinzia domanda,... sia Equitalia che il creditore, per il momento sono stati fermi con le azioni giuridiche, per pignorare eventualmente 1 quinto o 2 quinti del suo redditto, che è solo di 4.800 euro annui, non ha altri redditi.
Ed è un reddito che possiamo chiamare di " povertà",
ma se il reddito diventa invece di 8.000 euro annui, cosa succede.?
Se Equitalia o il creditore si rivolgono al Giudice, il Giudice, a fronte di un reddito, di 8.000 euro annui, può concedere il pignoramento di 1 quinto, o 2 quinti, degli alimenti che Cinzia andrebbe a percepire dal marito.? Grazie Cordiali Saluti.”
Consulenza legale i 28/11/2016
Va primaditutto ricordato che l’assegno di mantenimento che l’ex coniuge o il coniuge separato versa mensilmente al debitore esecutato può essere pignorato, a differenza dei crediti alimentari. Teoricamente, potrebbe essere pignorato anche per l’intero, se il beneficiario godesse di ulteriori fonti di reddito che gli garantissero un adeguato sostentamento.

Nei casi come quello di specie – in cui l’assegno costituisce l’unica fonte di reddito e di sostentamento del beneficiario – il pignoramento potrà essere eseguito solo nella misura in cui la parte residua (quella che non è stata pignorata) continui a garantire le esigenze primarie di vita del soggetto che ne beneficia.
I crediti alimentari, infatti, non vanno confusi con i crediti finalizzati al mantenimento. L'assegno di mantenimento non presuppone una situazione di bisogno del soggetto che ne beneficia ed ha lo scopo di soddisfare tutte le esigenze di vita (non solo la sopravvivenza). L'assegno di mantenimento, infatti, viene quantificato al fine di garantire all'ex coniuge, ed eventualmente ai figli affidati, la conservazione dello stesso tenore di vita economico goduto prima dell'intervenuta separazione, e pertanto potrebbe ben superare, nell’importo, le strette esigenze di vita dei beneficiari.
Al contrario, il credito alimentare dovrebbe garantire esclusivamente le esigenze di vita primarie del beneficiario, insomma la sua sopravvivenza.

Non vi sono, tuttavia, percentuali predeterminate costituenti il limite della pignorabilità dell’assegno, ma è il giudice che decide in merito e che può disporre il pignoramento solo di quella parte del mantenimento che non sia destinata a soddisfare le strette esigenze di vita del beneficiario.
Infatti l’assegno di mantenimento non rientra in nessuna delle fattispecie specifiche elencate nell’art. 545 c.p.c. relativo ai crediti impignorabili: non è, come già detto, un credito alimentare, non è una pensione, non è stipendio, salario o altra indennità relativa al rapporto di lavoro o di impiego.

In conclusione, nel caso in esame, si può affermare ragionevolmente che l’aumento dell’importo del mantenimento annuale renderà probabilmente più facile per il creditore procedente il pignoramento: se infatti € 400,00 costituiscono un importo difficilmente riducibile – se si intende lasciare al debitore pignorato quanto gli è necessario per vivere (basti pensare che il limite di pignorabilità per le pensioni è parametrato all’assegno sociale, che per il 2016 è di € 448,07) - € 700,00 costituiscono una somma – se pur di poco – maggiormente aggredibile.

Maurizio S. chiede
giovedì 03/12/2015 - Umbria
“1) Un dipendente ha lavorato per una società dal 01/04/2008 al 31/10/2013 e sul suo conto corrente personale sono stati accreditati solo bonifici relativi alle buste paga.
Vorrei sapere nel caso di pignoramento da parte di Equitalia, a quanto ammonta la quota che verrebbe pignorata nel c/c bancario, considerando anche attualmente l’ex dipendente è ancora disoccupato, come da circolare interna di Equitalia n° 4404/2013. Infatti nella circolare dicono che “tali azioni saranno attivabili solo dopo che sia stato effettuato il pignoramento presso il datore di lavoro e/o ente pensionistico e che, in ragione delle trattenute accreditate, il reddito da stipendio / pensione risulti pari o superiore a 5 mila euro mensili”.
Come si comporterà Equitalia per il disoccupato?

2) “La pignorabilità oltre che degli stipendi può essere eseguita anche sulle pensioni e sul TFR dei lavoratori dipendenti pubblici che privati purché titolari di un contratto di lavoro di durata non inferiore a 3 anni”.
Ovvero in caso di durata del contratto di lavoro sotto i 3 anni non può esserci il pignoramento?

3) “Per i lavoratori a tempo determinato e per i collaboratori la cessione dello stipendio non può eccedere il periodo di tempo rimanente per la scadenza del contratto in essere, mentre i lavoratori parasubordinati sono legittimati alla cessione solo se il proprio rapporto di lavoro ha una durata non inferiore ai 12 mesi.”
Ovvero in caso di durata del contratto di lavoro come parasubordinato sotto i 12 mesi non può esserci il pignoramento?”
Consulenza legale i 09/12/2015
1) In base ai dati forniti nel quesito, si comprende che la persona debitrice di Equitalia è attualmente disoccupata. Il suo patrimonio (immaginando che non vi siano beni immobili) è dato solo dal denaro depositato presso un conto corrente bancario, denaro proveniente da una sua precedente occupazione come dipendente.

Il limite al pignoramento dello stipendio ha ad oggetto, appunto lo stipendio: questo può essere oggetto di esecuzione solo nei limiti previsti dall'art. 545 del c.p.c. (di regola, un quinto).

La nota interna di Equitalia cui si fa riferimento nel quesito (Circolare n. 2013/4404 del 22/04/2013) ha stabilito che non si debba procedere a pignoramenti sui conti correnti bancari e postali sui quali vengono versati stipendi e pensioni; più precisamente, la circolare dispone che "nelle more degli approfondimenti che si rendono necessari all’esito delle problematiche emerse in merito ai pignoramenti di conti correnti sui quali affluiscono stipendi/pensioni, si dispone, con decorrenza immediata, che per i contribuenti lavoratori dipendenti e/o pensionati non si proceda, in prima battuta, a pignoramenti presso istituti di credito/poste. Tali azioni saranno attivabili solo dopo che sia stato effettuato il pignoramento presso il datore di lavoro e/o ente pensionistico e che, in ragione delle trattenute accreditate, il reddito da stipendio/pensione risulti pari o superiore a 5 mila euro mensili".

La ratio è quella di evitare lo svuotamento dei conti correnti dove affluiscono i redditi da lavoro dipendente o pensione fino a che non sia previamente esperita la strada del pignoramento del quinto dello stipendio, al fine di tutelare il lavoratore.

Nel nostro caso, però, la circolare non trova applicazione.
Difatti, nel caso in esame il pignoramento non avrebbe ad oggetto lo stipendio, che attualmente non è percepito: si tratterebbe, invece, di un ordinario pignoramento presso terzi (artt. 543 e seguenti c.p.c.) del conto corrente bancario, per il quale non è previsto alcun limite particolare.

Anche la nuova disciplina introdotta nell'art. 545 c.p.c. non viene in nostro aiuto (né è applicabile, visto che nel nostro caso - si ripete - non si tratterebbe di pignorare lo stipendio). Essa stabilisce che le somme presenti su conto corrente - ricevute in relazione ad un rapporto di lavoro in essere - possono essere pignorate per l’importo che eccede il triplo dell’assegno sociale se sono state acceditate in data anteriore al pignoramento, mentre se l’accredito in banca ha una data uguale o posteriore rispetto a quella del pignoramento le predette somme possono essere pignorate entro i limiti stabiliti dalla legge ovvero nella misura concessa dal giudice e, in ogni caso, mai oltre il quinto.

Nel caso di specie, quindi, Equitalia potrà procedere a pignorare il conto corrente del disoccupato per l'intera somma dovuta come debito nei confronti del fisco. E' irrilevante la provenienza del denaro depositato in banca dall'accredito di stipendi relativi a un precedente lavoro.

Va sottolineato che il pignoramento avrà ad oggetto le somme che si trovano sul conto intestato al debitore al momento della notifica dell'atto di pignoramento alla Banca: quindi, se il conto è a saldo zero, Equitalia non troverà alcun bene da pignorare e la procedura si estinguerà (resta salvo ovviamente il diritto del creditore di promuovere una nuova azione esecutiva quando troverà altri beni da pignorare).

2) Quanto al secondo punto, la frase riportata è un estratto delle disposizioni modificate con l'art. 1, c. 137, della legge n. 331/2004 (Legge finanziaria 2005), la quale ha esteso le disposizioni previste per i dipendenti pubblici riguardanti l’insequestrabilità, il pignoramento e la cessione degli stipendi (Testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180), ai lavoratori privati, e stabilisce che questi lavoratori, purché titolari di un contratto di lavoro di durata non inferiore a 3 anni, abbiano la possibilità di estinguere eventuali prestiti contratti attraverso la cessione della propria retribuzione, ma solo in misura non superiore ad un quinto dello stipendio percepito, al netto di ritenute, per periodi non superiori a dieci anni.

Non è quindi corretto affermare che se il contratto di lavoro è inferiore ai tre anni non può esserci il pignoramento, in quanto la norma parla di cessione volontaria e non di esecuzione forzata.
La possibilità di pignorare lo stipendio è indipendente dalla durata del contratto di lavoro.

3) Anche il terzo punto riporta un brano relativo alla disciplina sulla cessione volontaria dello stipendio, in particolare in caso di richiesta di prestiti personali. La norma non si riferisce ai pignoramenti (cioè alle esecuzioni forzate promosse dai creditori contro la volontà del debitore), quindi risulta irrilevante a tal fine la durata del contratto di lavoro come parasubordinato.

Anna . G. chiede
mercoledì 09/11/2011 - Calabria
“Vorrei sapere cortesemente se la pensione di invalidità di E. 681.00 mensili di una persona di età 87 anni è pignorabile, se si in quale misura? Se questa persona viene a mancare i debiti vanno in eredità? Grazie e saluti.”
Consulenza legale i 03/01/2012

Originariamente, secondo le norme dell'art. 128 del r.d. 1827/1935, convertito, con modificazioni, nella l. 1155/1936, e gli artt. 1 e 2 del d.p.r. 180/1950, era esclusa la pignorabilità per ogni credito dell'intero ammontare di pensioni, assegni ed indennità erogati dall'INPS.

In seguito, con l'intervento della Corte Costituzionale (sentenza n. 506/2002), sono state dichiarate costituzionalmente illegittime, per contrasto con l'art. 3 della Costituzione, le norme sopra citate, nella parte in cui escludono la pignorabilità per ogni credito delle pensioni erogate dall'Inps anzichè prevedere: l'impignorabilità, con le eccezioni previste dalla legge per crediti qualificati, della sola parte della pensione, assegno o indennità necessaria per assicurare al pensionato mezzi adeguati alle esigenze di vita e la pignorabilità nei limiti del quinto del totale della residua parte.

Pertanto, se le somme dovute rientrano tra i crediti qualificati (come ad esempio i tributi dovuti allo Stato), la pignorabilità della pensione è da ritenere consentita, nei limiti di un quinto.

Per ciò che concerne i debiti, è sufficiente ricordare che, in caso di eredità, e dunque di successione a titolo universale, l'erede si sostituisce al de cuius nella totalità o in una quota dei sui rapporti attivi e passivi. L'erede è il continuatore della personalità del de cuius e come tale risponde anche dei suoi debiti.


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