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Articolo 91 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Condanna alle spese

Dispositivo dell'art. 91 Codice di procedura civile

Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell'altra parte (1) e ne liquida l'ammontare insieme con gli onorari di difesa [disp. att. 75, 151 2, 152] (2) (3) (4). Se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell’articolo 92.

Le spese della sentenza sono liquidate dal cancelliere con nota in margine alla stessa; quelle della notificazione della sentenza, del titolo esecutivo e del precetto sono liquidate dall'ufficiale giudiziariocon nota in margine all'originale e alla copia notificata.

I reclami contro le liquidazioni di cui al comma precedente sono decisi con le forme previste negli articoli 287 e 288 dal capo dell'ufficio a cui appartiene il cancelliere o l'ufficiale giudiziario.

Nelle cause previste dall'articolo 82, primo comma, le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice non possono superare il valore della domanda(5).

Note

(1) Il criterio della soccombenza contemplato nella norma in esame va riferito all'esito finale della lite. La condanna alle spese consiste in una pronuncia accessoria e consequenziale alla definizione del giudizio, potendo, tra l'altro, essere pronunciata anche se la parte vittoriosa non ne abbia fatto esplicita richiesta, a meno che non vi sia un'esplicita volontà contraria di quest'ultima.

(2) Con l'abolizione delle tariffe forensi avvenuto con la l. 27/2012 il difensore non è più obbligato ad unire al fascicolo di parte la nota delle spese.
(3) Nell'ipotesi di cessazione della materia del contendere si applica, ai fini della liquidazione delle spese in favore dell'una o dell'altra parte, il principio della c.d. soccombenza virtuale, in base al quale il giudice deve valutare se la domanda proposta sarebbe stata accolta o rigettata.
(4) Nell'ipotesi di inesatta liquidazione delle spese si potrà ricorrere al rimedio della correzione e non all'impugnazione della sentenza. La correzione ai sensi dell'art. 288 viene operata, su ricorso di parte, dallo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza.
(5) Il governo nell'ottica di favorire il ricorso al nuovo istituto della mediazione ha convertito in legge il D.L. 22 dicembre 2011, n. 212, con L. 17 febbraio 2012, n. 10. nel quale si prevede l'inserimento del presente comma all'interno della norma in esame.

Ratio Legis

La disposizione in esame trova il suo fondamento nel principio di soccombenza, in virtù del quale «la necessità di ricorrere al giudice non deve tornare a danno di chi abbia ragione». Tuttavia, la condanna alle spese non costituisce una sanzione per la parte soccombente ma rappresenta, piuttosto la logica conseguenza della soccombenza stessa.

Brocardi

Victus victori

Spiegazione dell'art. 91 Codice di procedura civile

Con la locuzione “spese” il codice di procedura civile opera un generico ed indistinto riferimento a tutti gli esborsi che, considerati nel loro insieme, rappresentano il costo del processo.
In linea generale, tali oneri, di natura estremamente diversa, possono distinguersi in due diversi tipi:
- esborsi che assumono il carattere di veri tributi (esempio: contributo unificato per l'iscrizione a ruolo della controversia) o di pagamento di diritti per prestazioni espletate da funzionari statali (cancellieri ed ufficiali giudiziari); si tratta in questo caso di corrispettivo (c.d. costi giudiziali) per la prestazione del servizio giustizia ad opera dell'apparato statuale;
- compensi versati a soggetti privati (c.d. costi stragiudiziali) per attività da questi espletate nel corso o in relazione al processo (ci si riferisce a difensori, consulenti tecnici, custodi).

Nella disciplina delle spese giudiziali vige il principio secondo cui il costo del processo non può farsi gravare sulla parte vittoriosa, altrimenti si verrebbe a ledere la pienezza e l’effettività del diritto di azione e di difesa tutelato dall'art. 24 Cost..
Poiché, però, dell’esito della lite si avrà contezza solo al momento della decisione, sorge la necessità di predisporre un criterio sulla base del quale suddividere tra le parti, in via temporanea, i costi processuali sostenuti sino a quel momento.
E’ questa la ragione per cui la disciplina relativa alle modalità di distribuzione delle spese giudiziali si presenta abbastanza articolata, e viene anche distinta in due diversi momenti del processo, ossia:
  • un regolamento provvisorio, ispirato al principio dell'anticipazione;
  • un regolamento definitivo, improntato al principio della soccombenza.

Nel regolamento provvisorio principio applicabile è quello della anticipazione.
L ‘art. 8 del Testo unico spese di giustizia (D.P.R. 30.05.2002 n. 115), nel quale è stato integralmente trasfuso l’abrogato art. 90 c.p.c. è quello che stabilisce il principio dell'anticipazione, applicabile estensivamente ad ogni tipo di processo (di cognizione o esecuzione, in forma contenziosa o camerale, diretto all'emanazione di provvedimenti cautelari o definitivi); secondo tale principio, fino al momento della decisione definitiva, su ciascuna parte deve farsi gravare il costo degli atti che compie e di quelli che chiede, così come il costo degli altri atti che risulteranno necessari per il processo e che dovranno compiersi in forza di legge o per disposizione del giudice.

Tale meccanismo dell'anticipazione, il quale non può che avere funzione deterrente nei confronti della litigiosità tra privati, risponde all’esigenza di garantire, in via prioritaria e immediata, allo Stato di incassare i costi necessari per rendere il servizio di tutela giurisdizionale, e si fonda sostanzialmente sul criterio dell'interesse processuale: per gli atti ad iniziativa di parte, la spesa non può che farsi gravare sulla parte che compie o chiede l’atto, mentre quando un atto viene disposto dal giudice, si deve considerare l'interesse non alla richiesta, bensì all'esito dell'atto, con riguardo cioè a quale parte abbia reso necessario l'atto stesso.

Sotto il profilo oggettivo, si distinguono le seguenti categorie di atti:
1. atti che compie la parte: vi rientrano gli esborsi per gli atti di parte (dattilografia, fotocopia), bollatura dei documenti prodotti in giudizio o spese per il rilascio degli atti nonché, principalmente, compensi ai difensori e consulenti tecnici di parte;
b) atti che la parte chiede: vi rientrano le spese per gli adempimenti espletati su istanza di una delle parti da soggetti appartenenti all'ufficio giudiziario, e quindi i depositi di cancelleria (ora il contributo unificato per l'iscrizione a ruolo della causa), i diritti degli ufficiali giudiziari, le spese di notifica di atti a richiesta di parte, le indennità di trasferta al cancelliere per atti compiuti fuori dalla sede, i diritti per il rilascio di copie di atti processuali, le spese per l'esibizione in giudizio di documenti di cui la parte richieda l'acquisizione;
c) altri atti necessari al processo: si tratta degli esborsi occorrenti per il compimento di attività disposte di ufficio, quali i compensi per i consulenti tecnici di ufficio, i custodi e gli altri ausiliari del giudice.

In ordine agli atti disposti di ufficio, il giudice può disporre l'anticipazione anche in solido o pro quota tra più parti, e ciò qualora l'interesse faccia capo ad ognuna di esse; la sua valutazione ha carattere discrezionale, è insindacabile e non richiede espressa motivazione.
Per quanto concerne la natura giuridica dell'anticipazione e gli effetti che possono derivare dalla sua violazione, si discute, in particolare, se essa debba qualificarsi come un onere (la cui inosservanza impedisce il compimento dell'atto e ne cagiona la inefficacia o inutilizzabilità), oppure come un obbligo giuridico (il quale non avrà alcuna ripercussione sulla validità dell'attività processuale).

A tal proposito, una chiaro indice di riferimento lo si può rinvenire nell'art. 16, D.P.R. 30.5.2002, n. 115, il quale stabilisce che l'omesso o insufficiente versamento del contributo unificato determini l'avvio di una procedura di riscossione coattiva dell'importo dovuto, senza incidenze sulle attività processuali.
Da ciò se ne può far discendere che l'anticipazione delle spese concreta un vero e proprio obbligo, il cui inadempimento produce effetti negativi sul patrimonio dell'obbligato, ma non condiziona lo svolgimento del processo.

Passando adesso ad occuparci del regolamento definitivo delle spese, si è visto che per esso vale il principio della soccombenza.
Sarà la parte soccombente tenuta a sopportare in via definitiva le spese da lei anticipate ed a rimborsare le spese sostenute dalla controparte vittoriosa.
Tale regola contribuisce a realizzare la pienezza ed effettività del diritto di azione e di difesa costituzionalmente garantito nell’art. 24 cost; infatti, la condanna del soccombente alle spese risponde alla necessità di evitare una diminuzione patrimoniale in danno della parte che abbia dovuto svolgere un'attività processuale per vedere riconosciuto un proprio diritto.
Soltanto la parte completamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno in minima quota, al pagamento delle spese, mentre, nell’ipotesi abbastanza frequente di soccombenza reciproca, è rimesso all'apprezzamento del giudice (non sindacabile in sede di legittimità), decidere se ed in quale misura debba farsi luogo a compensazione.

Deve dirsi, comunque, che si sono sviluppate significative divergenze interpretative in ordine alla nozione di soccombenza; così, secondo una tesi tutt’ora maggioritaria, soccombente è la parte le cui domande non siano state accolte, pur se per motivi diversi dal merito, o che veda accolte domande od eccezioni sollevate dalla controparte e, più precisamente, la parte:
a) alla quale è stato negato il riconoscimento, in tutto o in parte, della situazione giuridica dedotta;
b) nei confronti della quale è stata dichiarata l'esistenza di una situazione giuridica altrui.
In generale, la soccombenza si concretizzerebbe nella pura e semplice difformità tra la richiesta della parte (risultante da domande e eccezioni e come definitivamente fissata in sede di precisazione delle conclusioni) e il contenuto della pronuncia del giudice.

Secondo altra teoria, definita della c.d. causalità, il fondamento della condanna alle spese risiede nell'antigiuridicità del comportamento preprocessuale della parte; soccombente, dunque, è la parte che, lasciando insoddisfatta una altrui fondata pretesa o azionando una pretesa accertata infondata o, più in generale, con la sua condotta anteriore al giudizio, ha provocato l'insorgere della controversia.
Più di recente, parte della dottrina ha individuato a base della condanna al rimborso delle spese una fattispecie di responsabilità processuale; si afferma che la regola stabilita dall'art. 91 ha carattere tipicamente risarcitorio, in quanto è volta a sanzionare l'abuso dello strumento processuale, ovvero la condotta colposa della parte che violi doveri o obblighi regolanti il singolo atto processuale o l'intero processo.
Di contrario avviso sembra essere la giurisprudenza di legittimità, la quale ha precisato che la condanna alle spese processuali non trova il suo fondamento in un credito risarcitorio, e ciò perchè l'esercizio del diritto di difesa non costituisce un comportamento illecito, ma trova la sua ragione nella volontà del legislatore di evitare che le spese processuali sostenute dalla parte vittoriosa gravino su di essa.

Nei casi in cui, poi, appare difficile individuare una soccombenza in senso tecnico, la giurisprudenza ricorre, nella disciplina delle spese, al criterio dell'interesse della parte destinataria del provvedimento giudiziale; così per i giudizi divisori, sono poste a carico della massa (ovvero sono ripartite tra le parti in ragione della misura delle rispettive quote) le spese di causa per gli atti che servono a condurre il giudizio al termine nel comune interesse dei condividenti, mentre trova applicazione il principio della soccombenza quando sia necessario dirimere una controversia sorta tra i condividenti.

Passiamo adesso ad esaminare quali sono i provvedimenti che possono contenere una condanna alle spese.
In linea generale può dirsi che, stando al contenuto letterale dell’art. 91, la condanna del soccombente alla refusione delle spese deve essere contenuta nella sentenza che chiude il processo davanti al giudice che la emette.
Una interpretazione rigorosamente letterale, però, è apparsa discutibile, in quanto limiterebbe la possibilità di recuperare le spese sofferte soltanto all'esito di un processo di cognizione e con la sentenza che lo definisce.
In giurisprudenza, infatti, è stata elaborata una interpretazione piuttosto elastica di questa norma ed individuate numerose ipotesi derogatrici.
Afferma la Suprema Corte che la statuizione sul riparto delle spese deve essere adottata in ogni pronuncia con cui il giudice, decidendo su posizioni contrapposte, concluda il procedimento o una fase del procedimento innanzi a lui, indipendentemente dalla natura e dal rito del procedimento, dalla forma del provvedimento (sentenza, ordinanza oppure decreto) e dalla attitudine di esso a costituire cosa giudicata in senso formale o sostanziale.
Ciò che si richiede è che i provvedimenti contenenti la condanna alle spese presentino due connotati:
a) la decisorietà su diritti (o altre situazioni giuridiche) in posizione di contrasto;
b) la definitività, cioè la idoneità a concludere il procedimento innanzi al giudice.
In tal modo, l’art. 91 diviene norma di portata generale, applicabile a tutte le tipologie di procedimenti.
In conformità a quanto appena detto, dunque, non possono disporre sulle spese, perchè prive del carattere della definitività:
a) le sentenze non definitive di cui al n. 4 del secondo comma dell'art. 279 del c.p.c. (che decidono parzialmente sul merito oppure risolvono questioni preliminari o pregiudiziali senza definire il giudizio);
b) le sentenze di condanna generica, salve le ipotesi in cui esse assumano natura definitiva, cioè quando l'attore abbia limitato la richiesta alla sola pronuncia sull'an, con riserva di liquidazione in separata sede.

Per quanto riguarda le pronunce sulla competenza, l'abrogazione operata dalla L. 18.6.2009, n. 69 dell'ultimo periodo dell'art. 91, 1° co., che sanciva l'obbligo di statuire sulle spese nella pronuncia che regolava la competenza, non esclude che, in sede di regolamento di competenza, la Corte di Cassazione sia tenuta a liquidare le spese in caso di accoglimento così come di rigetto del ricorso, in quanto entrambe le pronunce decidono su posizioni giuridiche contrastanti e definiscono una fase procedimentale; diverso è il discorso per il caso di regolamento di competenza di ufficio, nel qual caso non vi è luogo a provvedere in ordine alle spese processuali, essendo la relativa liquidazione devoluta alla sentenza che definisce l'intero giudizio (nella procedura incidentale prevista dall'art. 45 del c.p.c., le parti assumono la veste di partecipanti coatti, sicché, in relazione a tale fase, non è ravvisabile una soccombenza).

Per le altre pronunce sulla competenza, il criterio discretivo è sempre quello della definitività, il che comporta che il riparto delle spese accede solo ad una decisione in senso declinatorio, con rimessione della causa al giudice dichiarato competente; analogo principio viene esteso alle decisioni sulla litispendenza, continenza e connessione, nelle quali il giudice è tenuto alla liquidazione solo se dichiari una di tali situazioni, spogliandosi della controversia.

Passando all’esame dei provvedimenti resi in forma diversa dalla sentenza, in forza del criterio della definitività può affermarsi che la pronuncia sulle spese di lite va resa con le ordinanze:
- di convalida di sfratto per morosità o per finita locazione;
- che dichiarano l'inammissibilità, improcedibilità o estinzione dell'appello;
- che dichiarano la inammissibilità del ricorso per cassazione.
Specifiche disposizioni legislative sono dettate per altri tipi di provvedimenti.
Così, ex art. 641 del c.p.c., ultimo comma, il decreto ingiuntivo deve recare anche la condanna al pagamento delle spese di lite in quanto, considerata la eventualità della opposizione, il provvedimento monitorio è di per sé potenzialmente idoneo a definire il giudizio.
Qualora dovesse essere proposta opposizione, poiché quest'ultima e la fase monitoria fanno parte di un unico processo, l'onere delle spese processuali è regolato in base all'esito finale del giudizio ed alla complessiva valutazione del suo svolgimento.
In particolare, il giudice, nel decidere sulle spese, potrebbe anche scindere i due momenti del procedimento: se viene riconosciuta la illegittimità del decreto ingiuntivo, perché reso in carenza delle condizioni di legge, l'opponente vittorioso sul punto ma soccombente nel merito può essere condannato alle sole spese della fase a cognizione piena; se, al contrario, il giudizio di opposizione si chiude con l'accertamento che la prestazione richiesta dal ricorrente ed oggetto del provvedimento monitorio è soltanto parzialmente dovuta, è legittima la compensazione delle spese dell'intero giudizio).

Particolare attenzione meritano anche le ordinanze anticipatorie introdotte dalla novella della L. 26.11.1990, n. 353, versandosi in tema di provvedimenti (c.d. interinali di condanna) che non pongono termine alla lite.
Al riguardo, la legge prevede che il giudice provveda alla condanna alle spese con l'ordinanza-ingiunzione ex art. 186 ter del c.p.c. e con l'ordinanza post-istruttoria ex art. 186 quater del c.p.c..
In questi casi, la statuizione sulle spese (da liquidare in misura globale, cioè con riguardo a tutta l'attività processuale sino a quel momento svolta, e non solo agli esborsi relativi al subprocedimento) si giustifica in ragione della potenziale definitività dell'ordinanza post istruttoria (acquisendo efficacia di sentenza tramite il peculiare meccanismo della rinuncia alla sentenza) e per la sua idoneità a sopravvivere all'estinzione della ordinanza ingiunzione (la disciplina positiva sembra riferire la decisione sulle spese solo alle ordinanze di accoglimento delle istanze ex artt. 186 ter, 186 quater).

In assenza di una espressa indicazione da parte del legislatore, non può contenere statuizione sulle spese l’ordinanza di pagamento di somme non contestate ex art. 186 bis del c.p.c., la quale, al pari della omologa figura regolata dall'art. 423 del c.p.c., non è atta a definire il giudizio.
Nel caso di provvedimenti emessi in camera di consiglio, la statuizione sulle spese ex art. 91 presuppone un procedimento camerale di natura contenziosa, svolto in contraddittorio, in cui sia configurabile una soccombenza di una parte rispetto all'altra, e da ciò l'esigenza di ristorare il soggetto vittorioso degli oneri sopportati per l'attività processuale svolta.
Per converso, la condanna alle spese va esclusa in tutti i procedimenti camerali non aventi carattere contenzioso (quali quelli relativi a correzione degli errori materiali; decadenza dalla potestà parentale; adozione dei provvedimenti necessari per l'amministrazione della cosa comune ex art. 1105 del c.c.).
In tali casi, il rimedio avverso la eventuale pronuncia di statuizione sulle spese, è stato individuato nel ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost., assumendo in concreto il provvedimento in discorso carattere decisorio e definitivo.

La norma in esame, nello stabilire che “il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente” configura una vera e propria regola di competenza (di natura funzionale): proposta domanda giudiziale, il giudice innanzi al quale si radica la controversia deve provvedere sulle spese.
Da tale nesso di interdipendenza tra la statuizione in punto spese e la decisione sul merito della causa, derivano significative incidenze dal punto di vista processuale, ovvero:
  1. il giudice ha l'obbligo di pronunciare di ufficio sulle spese, senza necessità di un'apposita istanza della parte vincitrice (la condanna alle spese è conseguenza dovuta dell'accoglimento o del rigetto della domanda).
L'eventuale omissione della pronuncia sulle spese non configura un errore materiale, ma un vizio della decisione da far valere con gli ordinari mezzi di impugnazione.
  1. il diritto alla refusione delle spese di lite non può essere oggetto di un autonomo e separato giudizio, ma deve essere necessariamente tutelato nell'ambito del processo dal quale i medesimi esborsi traggono origine; una deroga a tale principio ricorre soltanto nell'ipotesi di pronuncia sulla controversia resa da giudice straniero, nel qual caso è proponibile innanzi il giudice italiano la domanda di liquidazione delle relative spese, oggetto da parte del giudice straniero di una condanna generica in ossequio alle regole processuali di quell'ordinamento.

In conseguenza della accessorietà del capo della decisione relativo alle spese rispetto a quello che definisce il merito della lite, per lungo tempo la giurisprudenza di legittimità ha attribuito efficacia provvisoriamente esecutiva alla condanna alle spese conseguente ad una decisione principale di natura condannatoria.
In contrario si è posta la dottrina maggioritaria, favorevole alla tesi secondo cui ogni sentenza di condanna, anche alla sola refusione delle spese di lite, pur se dipendente da decisioni di natura diversa, cioè non condannatoria (costitutive o dichiarative) sia provvisoriamente esecutiva ex lege fin dalla pubblicazione della sentenza di primo grado, senza necessità di attendere il passaggio in giudicato.
Da ultimo si è consolidato nella Suprema Corte l'indirizzo ermeneutico che, valorizzando la portata innovativa della novella dell'art. 282 c.p.c., afferma la immediata ed automatica efficacia esecutiva di tutti i capi delle sentenze di primo grado aventi portata condannatoria, tra cui anche il capo recante la condanna alle spese processuali, ancorché accessorio a sentenze di accoglimento di azioni non di condanna oppure di rigetto di qualsiasi tipo di azione.

La statuizione sulle spese, anche se avente carattere accessorio e dipendente, costituisce comunque capo autonomo della sentenza, distinto dai capi principali; in quanto tale può formare oggetto, oltre che di impugnazione congiunta, anche di impugnazione in via autonoma e separata; va tuttavia precisato che il gravame della sola pronuncia sulle spese non ha riflessi sugli altri capi della sentenza non impugnati.
Inoltre, in quanto accessoria, la pronuncia sulle spese deve essere impugnata con lo stesso mezzo previsto per la sentenza nella quale è contenuta; unica eccezione si ha nell'ipotesi in cui la statuizione sulle spese acceda ad una pronuncia declinatoria di competenza.
In questo caso, infatti, se si intende contestare la sola decisione sulle spese, va proposta, sia dalla parte soccombente che dalla parte vittoriosa sulla questione di competenza, impugnazione nei modi ordinari, e non regolamento necessario di competenza.

Il provvedimento di condanna deve avere ad oggetto soltanto le spese ripetibili ed effettivamente sopportate dalla parte.
In linea generale, sono ritenute ripetibili le spese:
- relative ad atti funzionali all'attività difensiva;
- quelle versate all'erario per imposta di registro per atti prodotti in giudizio e soggetti ad imposta in caso d'uso, escluse le spese per atti da registrarsi in termine fisso (l'imposta di registro relativa alla sentenza rientra tra le spese giudiziarie da porre a carico della parte soccombente, la quale è riscossa per la fruizione del servizio pubblico dell'amministrazione della giustizia e trova, quindi, causa immediata nella controversia);
- le spese successive all'emissione della sentenza, per la sua registrazione e trascrizione;
- le spese per gli accessori fiscali al difensore (Iva e contributo cassa avvocati);
- il rimborso forfetario per spese generali stabilito in misura percentuale sull'importo di diritti ed onorari.

Qualora, poi, la parte sia stata ammessa al gratuito patrocinio, ricorrendone i presupposti di legge, le spese che l'assistito sia condannato a pagare alla controparte risultata vittoriosa non sono a carico dello Stato, perché gli onorari e le spese sono solo quelli dovuti al difensore della parte ammessa al beneficio, che lo Stato, sostituendosi alla stessa parte, si impegna ad anticipare, in considerazione delle sue precarie condizioni economiche e della non manifesta infondatezza delle relative pretese.

Determinata la soccombenza, unitamente alla condanna del soccombente, il giudice deve anche quantificare gli importi da rimborsare alla parte vittoriosa (una condanna senza liquidazione integra un vizio di omessa pronuncia, deducibile con le impugnazioni ordinarie e non con la procedura di correzione degli errori materiali).
Il giudice deve liquidare in modo distinto spese ed onorari in relazione a ciascun grado del giudizio, poiché solo tale specificazione consente alle parti di controllare i criteri di calcolo adottati e, dunque, le ragioni per le quali sono state eventualmente ridotte le richieste presentate nelle note spese.

Nella determinazione delle spese processuali (in senso comprensivo di diritti ed onorari) poste a carico della parte soccombente, il giudice non può che fare riferimento all'epoca di adozione del provvedimento.
In relazione ai momenti successivi alla pronuncia, ferma la individuazione del soggetto obbligato al rimborso in virtù della statuizione giudiziale, il compito di liquidare le spese viene assegnato ad altri soggetti appartenenti all'ufficio giudiziario, proprio perché trattasi di esborsi correlati ad adempimenti da loro espletati su istanza di parte.
In particolare, il 2° co. della norma stabilisce che, con note in margine agli atti stessi, il cancelliere liquida le spese della sentenza (es. spese per apposizione della formula esecutiva, per il rilascio delle copie) e l'ufficiale giudiziario liquida le spese della notificazione della sentenza, del titolo esecutivo e del precetto.
La ratio della disposizione si ravvisa nella esigenza di evitare, per la quantificazione di tali spese, la necessità di un altro provvedimento giurisdizionale.
Qualora dovessero sorgere contestazioni sulle liquidazioni operate dal cancelliere o dall'ufficiale giudiziario, è fatta salva la possibilità di adire l'autorità giudicante (precisamente il capo dell'ufficio) nelle forme dei procedimenti per la correzione degli errori materiali.

Integrando il contenuto precettivo del 1° co. dell'art. 91, la L. 18.6.2009, n. 69 ha inserito una ulteriore deroga al principio della soccombenza, con la previsione, in caso di accoglimento della domanda in misura non superiore all'eventuale proposta conciliativa, della condanna della parte che abbia senza giustificato motivo rifiutato la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta stessa, salvo il disposto del 2° co. dell'art. 92 del c.p.c..

Più precisamente, quando il provvedimento che definisce il giudizio corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice esclude la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice che ha rifiutato la proposta; qualora, invece, il provvedimento che definisce il giudizio corrisponda solo parzialmente al contenuto della proposta, il giudice, a condizione che ricorrano gravi ed eccezionali ragioni, può comunque escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice per l'indennità corrisposta al mediatore e per il compenso dovuto all'esperto di cui il mediatore medesimo si sia avvalso.

Si configura pertanto una peculiare ipotesi di condanna alla refusione delle spese pronunciata in danno della parte vittoriosa, che si aggiunge a quella già prevista dal 1° co. dell'art. 92 (condanna alle spese per trasgressione al dovere di lealtà e probità); trattasi di fattispecie eccezionale, e quindi da interpretare in maniera rigorosa e non estensiva.

Massime relative all'art. 91 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 13767/2018

In tema di regolamento delle spese di lite, nella vigenza del regime giuridico introdotto con la novella dell'art. 92 c.p.c. recata dall'art. 2, comma 1, lett. a), della l. n. 263 del 2005, l'espressa motivazione della compensazione delle spese processuali è sottoposta al sindacato di legittimità in ordine alla verifica dell'idoneità in astratto delle ragioni poste a fondamento della pronuncia. Ne consegue che la radicale incoerenza tra la giustificazione esplicita dei "giusti motivi" posti a base della compensazione, nella specie dovuta alla peculiarità e controvertibilità delle questioni oggetto del contendere, e le ragioni del di rigetto della domanda, derivante da accertato difetto di allegazione e prova costituiscono violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.

Cass. civ. n. 13693/2018

Il rimborso c.d. forfetario delle spese generali (nella specie ai sensi dell'art. 1, comma 2, del d.m. n. 140 del 2012) costituisce una componente delle spese giudiziali, la cui misura è predeterminata dalla legge, e compete automaticamente al difensore, anche in assenza di allegazione specifica e di apposita istanza, che deve ritenersi implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali che incombe sulla parte soccombente.

Cass. civ. n. 13498/2018

Poiché, ai fini della distribuzione dell'onere delle spese del processo tra le parti, essenziale criterio rivelatore della soccombenza è l'aver dato causa al giudizio, la soccombenza non è esclusa dalla circostanza che, una volta convenuta in giudizio, la parte sia rimasta contumace o abbia riconosciuto come fondata la pretesa che aveva prima lasciato insoddisfatta, così da renderne necessario l'accertamento giudiziale.

Cass. civ. n. 11601/2018

In tema di liquidazione delle spese processuali, ai sensi dell'art. 4, comma 1, d.m. n. 55 del 2014, il giudice può scendere anche al di sotto o salire pure al di sopra dei limiti risultanti dall'applicazione delle massime percentuali di scostamento, purché ne dia apposita e specifica motivazione.

Cass. civ. n. 30658/2017

In tema di spese processuali le regole della soccombenza e della causalità della lite prevalgono, come norme speciali attinenti al processo, sulla regola generale dell'art. 2033 c.c. in ordine agli interessi. Pertanto, in relazione al principio dell'integrale ripristino dell'equilibrio patrimoniale violato dalla decisione rivelatasi ingiusta, gli interessi sulle somme delle quali il giudice abbia disposto la restituzione, quali spese di soccombenza relative ai precedenti gradi del giudizio erogate alla parte allora vittoriosa, sono dovuti con decorrenza non dalla relativa domanda giudiziale, ma dal momento anteriore del loro esborso.

Cass. civ. n. 30286/2017

In tema di liquidazione delle spese processuali successiva al d.m. n. 55 del 2014, non sussistendo più il vincolo legale della inderogabilità dei minimi tariffari, i parametri di determinazione del compenso per la prestazione defensionale in giudizio e le soglie numeriche di riferimento costituiscono criteri di orientamento e individuano la misura economica "standard" del valore della prestazione professionale; pertanto, il giudice è tenuto a specificare i criteri di liquidazione del compenso solo in caso di scostamento apprezzabile dai parametri medi, fermo restando che il superamento dei valori minimi stabiliti in forza delle percentuali di diminuzione incontra il limite dell'art. 2233, comma 2, c.c., il quale preclude di liquidare somme praticamente simboliche, non consone al decoro della professione.

Cass. civ. n. 29145/2017

In tema di liquidazione delle spese giudiziali, il limite del valore della domanda, fissato dall'art. 91, comma 4, c.p.c., vale solo per il primo grado di giudizio celebrato davanti al giudice di pace e nei limiti della sua competenza equitativa, ma non per l'appello e ciò a prescindere dal fatto se si tratti di appello puro e semplice o a motivi vincolati.

Cass. civ. n. 27758/2017

In materia di liquidazione dei compensi al c.t.u., poiché tanto il provvedimento di anticipazione quanto quello di liquidazione finale emesso a conclusione del giudizio fanno parte del processo in cui questi è nominato, la parte che ha anticipato il compenso non può promuovere un separato giudizio per il recupero delle somme ad essa spettanti, ma è tenuta a far valere le proprie ragioni nella stessa sede, eventualmente chiedendo al giudice anche il rimborso delle spese sostenute per sollecitarne la restituzione dalle altre parti.

Cass. civ. n. 22991/2017

In tema di liquidazione delle spese processuali, ove la richiesta degli onorari di avvocato, benché non accompagnata dal deposito di una nota specifica, sia formulata in relazione ai minimi previsti dalla tariffa forense, la loro riduzione senza motivazione è illegittima, in quanto si pone in contrasto con il principio della inderogabilità dei minimi edittali sancito dall'art. 24 della l. n. 794 del 1942.

Cass. civ. n. 19613/2017

In tema di condanna alle spese processuali, il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto la parte interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse. Con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di cassazione è pertanto limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale sindacato, e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, sia la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, tanto nell’ipotesi di soccombenza reciproca, quanto nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi, sia provvedere alla loro quantificazione, senza eccedere i limiti (minimi, ove previsti e) massimi fissati dalle tabelle vigenti.

Cass. civ. n. 18905/2017

In tema di spese giudiziali, il giudice deve liquidare in modo distinto spese ed onorari, in relazione a ciascun grado del giudizio, per consentire alle parti di controllare i criteri di calcolo adottati e, in presenza di una nota spese specifica prodotta dalla parte vittoriosa, non può rideterminare globalmente i compensi in misura inferiore a quelli esposti, ma deve motivare adeguatamente l’eliminazione o la riduzione delle singole voci.

Cass. civ. n. 17393/2017

Ove più eredi di una parte processuale deceduta si costituiscano e facciano valere la medesima posizione processuale, ognuno nominando un diverso difensore, non possono essere poste a carico della controparte soccombente le spese connesse alla pluralità di legali, ma deve essere liquidato un unico importo complessivo, eventualmente aumentato in base ai criteri di cui all’art. 4 del d.m. n. 55 del 2014.

Cass. civ. n. 16990/2017

Le spese di assistenza legale stragiudiziale, diversamente da quelle giudiziali vere e proprie, hanno natura di danno emergente e la loro liquidazione, pur dovendo avvenire nel rispetto delle tariffe forensi, è soggetta agli oneri di domanda, allegazione e prova secondo le ordinarie scansioni processuali. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la statuizione di inammissibilità per tardività della domanda avente ad oggetto le spese stragiudiziali, formulata, per la prima volta, nella memoria ex art. 180 del r.d. n. 1775 del 1933, in quanto introduttiva di nuovi temi d'indagine nel giudizio dinanzi al tribunale regionale delle acque pubbliche).

Cass. civ. n. 7010/2017

Nel processo a cognizione ordinaria, il giudice di merito, quando declina la competenza con l'ordinanza di cui all'art. 279, comma 1, c.p.c., deve provvedere sulle spese giudiziali, in quanto la decisione chiude il processo davanti a lui e considerato che il riferimento alla sentenza, contenuto nell'art. 91, comma 1, c.p.c., è da intendere nel senso di provvedimento che chiude il processo davanti al giudice che lo pronuncia.

Cass. civ. n. 4187/2017

In tema di liquidazione degli onorari di avvocato, il principio per il quale, ove siano state proposte più domande, alcune di valore indeterminabile ed altre di valore determinato, la controversia deve essere ritenuta, nel complesso, di valore indeterminabile, opera solo laddove l'applicazione dello scaglione tariffario previsto per le cause di valore indeterminabile consenta il riconoscimento di compensi superiori rispetto a quelli che deriverebbero facendo applicazione dello scaglione applicabile in ragione del cumulo delle domande di valore determinato.

Cass. civ. n. 2386/2017

In tema di liquidazione delle spese processuali successiva al d.m. n. 55 del 2014, non trova fondamento normativo un vincolo alla determinazione secondo i valori medi ivi indicati, dovendo il giudice solo quantificare il compenso tra il minimo ed il massimo delle tariffe, a loro volta derogabili con apposita motivazione.

Cass. civ. n. 1666/2017

Ai fini della liquidazione degli onorari professionali dovuti dal cliente in favore dell’avvocato, nel caso di transazione di una causa introdotta con domanda di valore determinato e, pertanto, non presunto in base ai criteri fissati dal codice di procedura civile, il valore della causa si determina avendo riguardo soltanto a quanto specificato nella domanda, considerata al momento iniziale della lite, restando irrilevante la somma realizzata dal cliente a seguito della transazione.

Cass. civ. n. 9556/2014

In tema di liquidazione delle spese giudiziali, il limite del valore della domanda, sancito dal quarto comma dell'art. 91 cod. proc. civ., opera soltanto nelle controversie devolute alla giurisdizione equitativa del giudice di pace e non si applica, quindi, nelle controversie di opposizione a ordinanza-ingiunzione o a verbale di accertamento di violazioni del codice della strada, le quali, pur se di competenza del giudice di pace e di valore non superiore ai millecento euro, esigono il giudizio secondo diritto, ciò che giustifica la difesa tecnica e fa apparire ragionevole sul piano costituzionale l'esclusione del limite di liquidazione.

Cass. civ. n. 1633/2014

Il successore a titolo particolare nel diritto controverso, che partecipi al giudizio di appello, risultandovi soccombente insieme al dante causa, non può essere condannato per le spese del giudizio di primo grado, cui sia rimasto estraneo, in quanto la condanna alle spese può avere come destinatari solo le parti processuali.

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Consulenze legali
relative all'articolo 91 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Antonino M. chiede
mercoledì 19/06/2019 - Sicilia
“Con sentenza di I° grado del dicembre 2014 il tribunale civile di Siracusa dava parzialmente ragione al sottoscritto progettista di un complesso edilizio per 16 alloggi in cooperativa a villetta, a seguito di mio Decreto ingiuntivo per immotivata revoca in corso d'opera dell'incarico di direzione lavori riducendo in parte il mio onorario, respingendo la richiesta di danni a mio carico, ma accogliendone una parte minima il cui ammontare quantificato forfettariamente (?) lo decurtava dal mio compenso, imponendo però il pagamento del "danno" alla compagnia di assicurazione RC opportunamente da me chiamata in causa, COMPENSANDO interamente fra le parti le spese del giudizio e ponendo a carico dell'opponente le spese del procedimento monitorio. ( nel procedimento istruttorio iniziato con D.I. presentato dal sottoscritto nell'ottobre 2005, sono stati impegnati per incarico del tribunale ben n. 2 CTU entrambi ingegneri, uno dopo l'altro per ricusazione del primo da parte della Cooperativa,uno di Siracusa e un secondo da Catania).
In appello promosso dalla compagnia di assicurazioni il 31 dic 2015,e appellato incidentalmente dal sottoscritto e dalla cooperativa edilizia la corte di Appello di Catania si è avuto in dala 29 febbra 2019 la Sentenza di appello che ha correttamente escluso ogni e qualsiasi colpa e/o danno a me ascrivibile e perciò riconoscendo il mio diritto all'onorario stabilito a carico della cooperativa edilizia e perciò imponendomi la restituzione della quota di danno inesistente alla Assicurazione che mi aveva erogato le somme ora corretamente poste carico della cooperativa, e così è andato tutto a posto.
Ora però avviene che la sentenza di appello condanna la cooperativa alla refusione a favore delle controparti delle spese giudiziali poste, per quanto mi riguarda: in Euro 13.430 a mio dell'ing. Messina per il primo grado; e in Euro 9.515, oltre ad Euro 355 per spese vive, a favore dell'ing. Messina per per il secondo grado (analogamente riconosce la refusione delle spese legali, e spese vive, a favore della Compagnia di assicurazione).
QUESITO: Le spese legali riconosciute all'ing. Mressina dalla sentenza son tutte e soltanto appannaggio delle spese dell'avvocato nei due gradi di giudizio? oppure comprendono anche quelle sostenute dal sottoscritto ing. Messina quali ad esempio: anticipo di marche e/o bolli e/o spese di posta RR , e le competenze tecniche dovute e ai i miei colleghi che hanno svolto come Consulenti Tecnici di Parte durante lo svolgimento della causa (2005-2014) regolarmente nominati alla presenza dei CCTTUU che mi hanno assistito con presenza ai sopralluoghi in cantiere, con la redazione di Relazioni tecniche varie, e contro-relazioni, e contro-deduzioni, rilievi,ecc. nella persona di n. di 1 geometra e 2 ingegneri??
Non solo!, ma nell'appello mi sono stati riconosciuti gli interessi legali dalla data, ma non è stata riconosciuta la Rivalutazione monetaria richiesta in 1° e II° grado perchè, recita la sentenza: la domanda va rigettata per non avere il Messina ( ovvero l'avvocato) allegato i danni da svalutazione.
Posso chiedere al mio avvocato di non affrancarsi dell'intera somma liquidata per spese giudiziali? oppure no? Posso non pagare le parcelle, ancorchè modeste, dei miei CTP che sono stati 3, specialmente ora che abbiamo avuto vinta la causa piena in appello, anche se a distanza di 14 anni?

Consulenza legale i 02/07/2019
E’ opportuno innanzitutto sgomberare il campo da un primo punto fondamentale: i professionisti che hanno prestato la loro opera vanno pagati indipendentemente da quanto dispone la sentenza in merito alla refusione delle spese processuali a favore della parte vincitrice del processo.
Il rapporto professionale che si è instaurato con il legale e i ctp che compongo il collegio difensivo va tenuto distinto dalla liquidazione delle spese giudiziarie che la sentenza pone a carico della parte soccombente. È opportuno precisare, inoltre, che le spese giudiziarie liquidate devono considerarsi un credito del cliente vittorioso e non del legale che lo ha assistito; credito, che, sulla base degli accordi professionali intercorsi tra il professionista e il suo cliente, deve essere poi girato come compenso professionale all’avvocato, se tale compenso non è stato già precedentemente versato.
L’unica eccezione a quanto fin qui detto è il caso dell’avvocato che si dichiara antistatario previsto dal co.1° dell’art. 93 cpc, il quale prevede che: "Il difensore con procura può chiedere che il giudice, nella stessa sentenza in cui condanna alle spese, distragga in favore suo e degli altri difensori gli onorari non riscossi e le spese che dichiara di avere anticipate". Fattispecie che, comunque, non si è concretizzata nel caso proposto.

Venendo a trattare il caso specifico dei CTP (consulenti tecnici di parte), posto che gli stessi hanno, direi egregiamente, svolto l’incarico ad essi affidati e devono essere, quindi, puntualmente remunerati, non sono assolutamente chiare le motivazioni che hanno indotto il giudice di appello ad accollare le spese di CTU (consulente tecnico d'ufficio, ovvero nominato dal giudice) alla parte soccombente, dimenticandosi completamente di pronunciarsi in merito alle spese dei periti di parte, le cui sorti, a parere di chi scrive, dovevano seguire quanto già disposto per i compensi del tecnico nominato d’ufficio.
La Corte di Cassazione con sentenza n. 1771 del 28.01.2014 ha precisato, riprendendo già precedenti pronunce sul punto, che le spese dei CTP, come ovviamente quelle del CTU, devono essere rimborsate alla parte vittoriosa, trattandosi di una allegazione difensiva tecnica. Su questo aspetto della sentenza potrebbe anche teorizzarsi un possibile ricorso per cassazione, se non sono già decorsi i termini per impugnare.

Venendo a trattare il capitolo riguardante le spese legali, nel momento in cui si conferisce incarico ad un avvocato, oramai è prassi consolidata, stante la totale abolizione di qualsiasi tariffario ordinistico, sottoscrivere un contratto di conferimento d’opera professionale tra il professionista e il cliente, ove solitamente viene previsto l’importo complessivo del compenso, per ciascuno dei probabili gradi di giudizio, e le tempistiche di corresponsione dello stesso. Sotto questo aspetto si è soliti inserire nel contratto professionale due importanti clausole:
- la prima precisa che il compenso pattuito dovrà essere corrisposto anche se, in caso di vittoria della controversia, i compensi liquidati nella sentenza a favore del cliente, sono inferiori a quanto pattuito;
- la seconda precisa che, qualora le spese legali liquidate in sentenza siano più elevate di quelle concordate, la differenza sarà riconosciuta a favore dell'avvocato.

Dando per presupposto che anche il rapporto tra l’autore del quesito e il suo legale si sia svolto in un contesto similare, l’avvocato avrà diritto a pretendere la differenza tra quanto liquidato in sentenza e gli acconti che, eventualmente, sono stati versati prima delle varie fasi di giudizio. Oltre a ciò, il cliente dovrà corrispondere all’avvocato le spese che egli ha anticipato in nome e per conto del cliente (marche da bollo e contributo unificato in primis) oltre al rimborso spese generali al 15%, iva come da legge e Cpa 4%.
Per spese generali devono intendersi tutte quelle spese che il professionista sostiene nella sua quotidiana attività e non possono essere prontamente dimostrate al cliente (si pensi ad esempio alle spese delle fotocopie, spese telefoniche, benzina per eventuali trasferte ecc. ecc.); il C.P.A 4%,invece, è il contributo dovuto in fattura all’istituto previdenziale del professionista.

E’ importante precisare che, nonostante si inizi ad intravedere una certa evoluzione giurisprudenziale sul punto, la prestazione dell’avvocato rimane una obbligazione di mezzi ex art 1176 2°co. del c.c., e non di risultato: in altri termini il legale, salvo diverso accordo nel contratto professionale, non garantisce la vittoria della causa, ma si impegna a fornire al cliente tutte le sue competenze tecniche al fine di assistere al meglio il cliente durante la controversia. Da ciò discende che anche se una parte delle richieste del cliente non sono state accolte (il danno da svalutazione monetaria, nel caso specifico), ciò non giustifica il non pagamento degli onorari pattuiti da parte dell’assistito: non sempre infatti, per mille ragioni, il giudice ritiene assolto l’onere probatorio richiesto dalla legge per l’accoglimento della domanda giudiziaria, e in questi casi l’unico rimedio esperibile, se ancora possibile, è la proposizione di idoneo mezzo di gravame.
E’ opportuno però sottolineare che, analizzando la sentenza della Corte di Appello di Catania nel suo complesso, seppur alcuni aspetti, direi del tutto marginali nell’economia dell’intero giudizio, non sono stati accolti, e quindi sarebbe possibile anche proporre un ricorso in cassazione, ci si sente di sconsigliarlo in quanto una possibile impugnazione potrebbe sollecitare la controparte soccombente a proporre un ricorso incidentale per tentare di rimettere in discussione il complessivo esito del giudizio.

Pasquale C. chiede
giovedì 09/08/2018 - Campania
“In data 26/4/2017 ho subito una condanna, in sede civile, al pagamento di una somma di denaro, per una vicenda controversa, a favore di un avvocato. Alla luce di quella condanna mi è stato richiesto il pagamento di una somma comprendente sia l'accertato da parte del giudice che ulteriori oneri per l'assistenza legale.
In data 2/8/2017 abbiamo sottoscritto un "contratto di transazione stragiudiziale" in cui, l'articolo 2 riporta per esteso "Cavallo Pasquale intende estinguere, ed estingue, le proprie obbligazioni corrispondendo la somma omnicomprensiva di € 5.000,00 in favore dell. avv. (omissis), mediante vaglia circolare postale emesso da Poste Italiane il 31/7/2017 n. (omissis), anche a saldo e stralcio di ogni sua pretesa, diritto e azione nei confronti della menzionata avv. (omissis)".
Preciso che mi sono fatto assistere da un legale per la stipula di questo accordo. La mia condizione principale era che il versamento della somma estinguesse ogni ulteriore spesa per lo scrivente e che non vi fossero ulteriori obbligazione a mio carico.
Il legale che mi assistette rilevò che l'accordo andava in quella direzione.
Tuttavia a distanza di un anno mi è stato notificato un atto dell'Agenzia delle Entrate per il mancato versamento dell'imposta di registrazione della sentenza del giudice di pace per € 400,00 + Sanzioni e interessi per un totale di € 561,34. Co-obbligato risulta l'altra parte.
In virtù dell'accordo stipulato, in virtù dell'articolo citato, rilevato che è specificato che la somma versata è "omnicomprensiva", il pagamento dell'imposta di registrazione non sarebbe dovuta ricadere sulla parte opposta?
Non avendo ottemperato al versamento ho modo per far valere questo accordo?
In che modo potrei agire e con quale possibile esito e costi?

Cordiali saluti”
Consulenza legale i 21/08/2018
Esaminati sia la sentenza che il contenuto dell’accordo transattivo cui si accenna nel quesito si osserva come, purtroppo, nessuno di questi ultimi si sia espressamente pronunciato sull’imposta di registro.
Solo talvolta, purtroppo (non c’è una regola su questo) il Giudice, nella parte della sentenza in cui liquida le “spese di causa”, fa riferimento espresso anche all’imposta di registro e stabilisce a carico di chi quest'ultima debba essere posta.

Chiariamo in primo luogo di cosa si tratta.
Per molti provvedimenti giudiziari è previsto – dalla normativa tributaria – il pagamento, appunto, dell’imposta di registro, in misura fissa o in percentuale rispetto al valore della causa.
La regola generale è quella per cui tutte le parti del giudizio concluso con la sentenza da registrare sono tenute al pagamento di questa imposta: infatti, le parti del processo sono obbligate in solido.
“In solido” significa che l’Agenzia delle Entrate può chiedere le somme dovute sia all’una che all’altra parte, e che colui al quale viene inoltrata questa richiesta deve pagare l’intera cifra, salva poi la possibilità di chiedere all’altra parte la restituzione di tutto quanto versato.

Normalmente, anche il pagamento dell’imposta di registro segue la soccombenza, ovvero la parte che soccombe (che perde) nel giudizio sarà tenuta a pagare non solamente li compenso del/dei legale/i, ma anche le spese del giudizio, tra le quali vi è pacificamente anche l’imposta di registro.
Maggiori problemi si pongono quando le spese vengono invece compensate, ovvero vengano suddivise (al 50% o in diversa misura) tra le parti.
Nel caso di specie la soccombenza è evidente e totale a carico del convenuto: anche se, dunque, la sentenza non fa espresso riferimento all’imposta di registro, quest’ultima deve ritenersi integralmente posta a carico di questi, essendo stato egli condannato alle “spese del giudizio”.

Neppure l’atto transattivo, tuttavia, accenna a questo emolumento (il che sarebbe stato senz’altro opportuno, ad evitare ora controversie aggiuntive tra le parti), per cui, ad avviso di chi scrive, il ragionamento può condurre ad escludere che il debitore debba ora versare l’intero ammontare dell’imposta.

Nelle premesse dell’atto transattivo, infatti, si richiama la sentenza, si specifica che è quest’ultimo il titolo esecutivo che riconosce il credito all’avvocato vittorioso avanti al Giudice di Pace e si ricorda la somma per la quale il debitore è tenuto al pagamento, che è la medesima di cui alla sentenza stessa (€ 1.205,00 e le spese esenti liquidate).
Il debito di cui sopra è successivamente aumentato nel tempo a motivo della mora del debitore, per cui nell’atto di precetto e poi ancora nell’atto di pignoramento è divenuto pari ad oltre € 6.000,00.
Anche se non si è presa visione del contenuto di quest’ultimo atto esecutivo, è presumibile ritenere con sufficiente certezza che non sia stata specificata neppure in quella sede l’imposta di registro né che sia stato chiarito a carico di chi debba essere posta.

Esaurite le premesse, l’atto transattivo stabilisce che il debitore “intende estinguere le proprie obbligazioni” corrispondendo una somma “onnicomprensiva” concordata. Ebbene, la mancanza di ulteriori precisazioni, fa intendere che le “obbligazioni” di cui si parla siano quelle (e solo quelle) descritte in premesse (spese di giudizio, liquidate in € 1.205,00 oltre accessori e poi aumentate nei vari atti giuridici che si sono succeduti; spese esenti liquidate, che erano € 125,00; ulteriori spese di giudizio, tra le quali implicitamente, come si è detto sopra, è pacifico rientri anche l’imposta di registro) e che il versamento della somma concordata tra le parti sia satisfattivo dell’intero debito.
In conclusione, dunque, il pagamento dell’imposta di registro, proprio in forza dell’accordo transattivo, dovrà essere posto integramente a carico di controparte, che ha già ricevuto una somma forfettaria concordata al fine di non avere più debiti legati al vecchio contenzioso e chiudere la posizione con il legale precedente.

Chi ha posto il quesito deve, a questo punto, inoltrare la richiesta di pagamento ricevuta dall’Agenzia delle Entrate alla controparte (che presumibilmente avrà ricevuto le stessa richiesta) ed invitarla al pagamento, esplicitando le ragioni sopra illustrate.
Qualora, però, controparte non dovesse ottemperare all’invito, è bene sapere che l’Agenzia potrebbe agire esecutivamente per il recupero del 100% della somma nei confronti solo di chi ha posto il quesito, con aggravio di interessi.
Ad evitare questo, ad avviso di chi scrive, si potrebbe versare l’imposta – così bloccando il recupero del credito erariale a beneficio di entrambe le parti – e poi richiedere in rivalsa l’importo alla controparte.

L’azione dovrebbe essere una causa civile ordinaria di condanna; non è possibile, tuttavia, sbilanciarsi sull’esito di quest'ultima (infatti benché, lo si ripete, la si ritenga fondata non è certo che il Giudice concordi con il ragionamento esposto, per cui gli potrebbe semplicemente basarsi sul principio della soccombenza ignorando l’accordo transattivo), né è possibile quantificarne i costi (perché questi dipendono dal legale cui ci si affiderebbe per l’assistenza in giudizio).


Anonimo chiede
giovedì 20/04/2017 - Toscana
“In sentenza , il giudice per le spese processuali si e' cosi' espresso:
"pone le spese di causa , liquidate in € 6.000, oltre le spese forfettarie iva cpa, il 60% a carico del convenuto (che sono io) e compensa il residuo 40%."
Ho avuto interpretazioni contrastanti , pertanto chiedo :
Quanto dovrei pagare alla controparte ?
Quanto al mio avvocato secondo il giudice?
Mi scuso , ringrazio e saluto cordialmente.”
Consulenza legale i 27/04/2017
Al termine del giudizio, il Giudice ai sensi dell'art.91 c.p.c. liquida le spese legali in favore della parte vittoriosa, ponendole a carico della parte soccombente.
Chi perde la causa dovrà rifondere, a colui che ha vinto, le spese che ha sostenuto per pagare l'avvocato.
Chiaramente non può essere lasciata alla parte vittoriosa la quantificazione delle spese legali in quanto, con ogni probabilità, questi potrebbe auto attribuirsi compensi sperequati rispetto all'attività svolta.
E,' quindi, il Giudice che, al termine della controversia, liquida il dovuto.

In alcuni casi, come ad esempio per il non totale accoglimento delle conclusioni dell’una piuttosto che dell’altra parte, il Giudice può non adoperare la regola ordinaria e compensare, in tutto od in parte le spese legali in base al disposto di cui all'art.92 c.p.c..

Nel suo caso, appunto, il Giudice ha liquidato le sole spese della controparte quantificandole in € 6.000,00.
Tale somma rappresenta il compenso totale che spetta all'avvocato di controparte, oltre al contributo obbligatorio dovuto alla cassa forense (c.p.a) pari al 4% del compenso, le spese generali pari al 15% del compenso ed all'iva .
Di questa cifra lei è tenuto al pagamento del solo 60%, ovverosia di € 3.600,00 a titolo di compenso professionale, più il contributo previdenziale dovuto alla cassa forense (4%) per € 165,60, più le spese generali (15%) per € 540,00 più iva (22%) (se l'avvocato è soggetto a regime di tassazione ordinario) pari ad € 947,23.
Dovrà quindi corrispondere all'avvocato della controparte un totale di € 5.252,83.
Mentre per il restante 40% pari ad € 2.400, più c.p.a., spese generali e iva, del compenso dell'avvocato vittorioso sarà a carico del cliente stesso, e cioè della sua controparte.

Vi sono poi le spese vive e cioè quei costi, di solito esigui, che l'avvocato ha sostenuto e/o la parte ha anticipato per la controversia, come ad esempio il contributo unificato, le spese di spedizione di una raccomandata, le spese per la notifica ecc. .
In assenza di una previsione specifica del giudice anche queste dovranno essere ripartite in parte a carico suo (per il 60%) ed in parte a carico della controparte (40%).

Per quanto riguarda il compenso spettante al suo avvocato per l'attività prestata, invece, il Giudice nulla ha disposto.
Questo perchè ciascun soggetto può concordare liberamente con il proprio legale un compenso ai sensi dell'art. 13 della Legge 247/2012, al momento del conferimento dell'incarico.
Se però le Parti non hanno preventivamente discusso degli onorari, allora l'avvocato potrà chiedere al suo cliente un compenso commisurato ai parametri dettati in materia dal decreto ministeriale n. 55/2014.
Per avere un'idea dei compensi minimi e massimi che l'avvocato potrebbe richiederle per l'incarico svolto, in base ai parametri di legge, occorre tener conto della competenza -il Giudice innanzi al quale si è svolto il giudizio - e del valore della controversia.

Considerando che in linea di massima il compenso dovuto al suo avvocato sarà a grandi linee lo stesso che il Giudice ha liquidato alla controparte (quindi ulteriori 6000 euro), conoscendo il valore della controversia e la competenza, sul web può trovare numerosi siti che calcolano il compenso minimo, medio e massimo che può richiederle il suo avvocato in base ai criteri dettati dall'anzidetto DM. n.55/2014.

Salvatore M. chiede
mercoledì 23/11/2016 - Piemonte
“sono stato condannato alle "spese di procedura liquidate in complessivi €. 2.250,00 per competenze oltre accessori di legge"; l'avvocato della parte vittoriosa mi chiede, in aggiunta, il pagamento di €. 337,50 per "rimborso forfetario 15%", €. 103,50 per "cassa avvocati 4%", €. 592,02 per i.v.a. 22%", €. 98,00 per "cu iscrizione a ruolo (?)": il tutto per un totale di €.3.381,02.
io conto di pagare soltanto la somma di €. 2.250,00 direttamente alla parte vittoriosa, verso la quale mi considero debitore exart.91 c.p.p.; chiedo il Vostro parere, grazie”
Consulenza legale i 27/11/2016
Ai sensi dell’art. 91 c.p.c. il giudice condanna la parte soccombente in una causa civile alla rifusione delle spese processuali e degli onorari di difesa sopportati dalla parte vittoriosa.
Nel suo caso, il giudice ha provveduto a condannarla alla “competenze ed accessori di legge”.
Con la dicitura “accessori di legge” sono ricomprese: le spese generali (o spese forfetizzate), ai sensi dell’art. 13, comma 10, L. 247/2012, la cui misura è stabilita nell'art. 2 del D.M. n. 55/2014 al 15%; il 4% per la c.d. C.P.A. (vale a dire, la Cassa di Previdenza e Assistenza, la Cassa Forense); il rimborso delle spese fisse (nel caso di specie, la somma di € 98,00 per il contributo unificato necessario per procedere all’iscrizione a ruolo della causa che l’ha vista soccombente) ed infine l’IVA, nella misura del 22%.
In altre parole, la condanna alle spese prevede espressamente anche la rifusione degli accessori di legge, che dovranno essere rimborsati direttamente al legale della sua controparte nella misura stabilita dalla parcella, in aggiunta, quindi, alle competenze (compenso dell'avvocato della parte vittoriosa).
Se lei si limitasse a pagare solo i 2250 euro farebbe un adempimento parziale, e in qualunque momento potrebbe venirle richiesto il saldo, eventualmente anche con decreto ingiuntivo se decidesse di non adempiere spontaneamente.

Ruggero S. chiede
venerdì 22/05/2015 - Veneto
“In una causa di divorzio il Giudice mia ha "obbligato" a dare un assegno alla ex moglie solo per il mantenimento dell'unica figlia. Può la mia ex moglie scrivermi: "poichè sei stato condannato".......”
Consulenza legale i 22/05/2015
La parola "condanna" evoca nel comune sentire un processo penale e la commissione di un reato.

Tuttavia, anche nel diritto civile esiste la sentenza di condanna, che ha naturalmente un significato del tutto diverso.
La sentenza civile di condanna è il provvedimento con cui, su relativa domanda di parte, il giudice impone alla parte soccombente di dare qualcosa, o di fare o non fare qualcosa.

Si tratta di una delle tre tipologie di sentenze contemplate in ambito civile:
1. le sentenze, appunto, di condanna;
2. quelle di accertamento (rivolte a chiedere che il giudice accerti semplicemente l'esistenza del diritto);
3. quelle costitutive (cioè le sentenze che creano, modificano o estinguono una situazione giuridica).

In un'unica sentenza si possono, poi, avere diversi "capi", di natura anche diversa (es. uno di accertamento e uno di condanna): ciascun capo risponde ad una domanda posta dall'attore o dalle altri parti processuali.
Ad esempio, il capo di condanna che risulta presente in quasi tutte le sentenze, è quello relativo alle spese di giudizio, che vengono poste in capo alla parte soccombente (art. 91 del c.p.c.).

Si evince dal quesito che nel caso di specie si è trattato di un divorzio giudiziale. Di conseguenza, all'esito del giudizio non vi è stata l'omologazione del tribunale rispetto ad un accordo dei coniugi, ma una vera e propria sentenza, che può contenere, quindi, capi di condanna.

Quando il giudice dispone che venga corrisposto un assegno mensile a favore di un coniuge, a titolo di mantenimento del figlio minore, si ha una condanna (civile) dell'altro coniuge al pagamento.
L'effetto principale della sentenza di condanna è quella di consentire alla parte vittoriosa di agire con l'azione esecutiva (cioè con il pignoramento dei beni del debitore) quando il "condannato" non paga o non esegue spontaneamente l'ordine. Questo effetto risulta certamente ricollegato alla sentenza che, in una causa di divorzio giudiziale, ordina al coniuge il pagamento del mantenimento all'altro, anche se per il figlio.

Pertanto, nel caso in esame, la moglie ha correttamente utilizzato la parola "condanna", nel senso civilistico del termine.
Del resto, già i romani indicavano con condemnatio quella parte della formula (nel procedimento detto appunto formulare, di diritto privato) che conteneva l'attribuzione al giudice del potere di condannare al pagamento di una somma, tramite un discorso imperativo in forma alternativa, con cui gli si imponeva di condannare od assolvere.

rolando chiede
domenica 30/01/2011

“Il codice prevede un tempo massimo per il pagamento delle spese processuali?”

Consulenza legale i 02/02/2011

Ai sensi dell’art. 282 del c.p.c. la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva tra le parti, con la conseguenza che la parte soccombente deve pagare immediatamente l’importo liquidato per le spese processuali a favore della parte vincitrice, la quale, a sua volta, è tenuta a sollecitare, altrettanto velocemente detto pagamento. In mancanza di pagamento spontaneo, si procederà con l’intimazione a precetto ex art. 480 del c.p.c. e trascorsi 10 giorni (o un termine superiore, mai inferiore), dalla notifica fatta personalmente alla parte soccombente, si dovrà dare inizio all’esecuzione forzata. Tutto ciò sul presupposto che, nel frattempo, la parte soccombente non abbia impugnato la sentenza, formulando apposita istanza di inibitoria dell’efficacia esecutiva della sentenza ex art. 283 del c.p.c. e art. 351 del c.p.c. che, se accolta, osta alla prosecuzione della procedura di recupero di quanto dovuto.

In caso di totale inerzia del creditore/parte vincitrice del processo, il diritto di credito vantato, comunque, si prescrive in dieci anni ai sensi dell'art. 2946 del c.c.


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N.B.: una volta effettuato il pagamento sarà possibile inviare documenti o altro materiale relativo al quesito posto; indicazioni sulle modalità dell'invio verranno fornite via email.