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Articolo 111 Costituzione

Dispositivo dell'art. 111 Costituzione

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge (1).
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale (2). La legge ne assicura la ragionevole durata (1) (3).
Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l'interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell'accusa e l'acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo (1) (4).
Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore (1).
La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell'imputato o per accertare impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita (1) (5).
Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati (6).
Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge (7). Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra (8).
Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione [360 c.p.c.; 606 c.p.p.].

Note

(1) Questo comma è stato inserito dalla L.Cost. 23 novembre 1999, n. 2. Si vedano anche il D.L. 7 gennaio 2000, n. 2 convertito, con modifiche, nella l. 25 febbraio 2000 n. 35 (sul giusto processo) e gli artt. 2 ss. l. 24 marzo 2001, n. 89 (c.d. legge Pinto sulla riparazione per violazione del principio di ragionevole durata del processo).
(2) Questa prima parte della disposizione introduce già alcuni importanti principi inerenti il processo quale quello del contraddittorio. Esso implica la necessità che le parti si contrappongano esponendo ciascuna le proprie ragioni. Questo, inoltre, deve avvenire in modo che siano garantite sia le stesse possibilità ad entrambe (almeno astrattamente) sia la terzietà del giudice, cioè la sua equidistanza dai contendenti. A completamento del principio in esame si devono considerare sia la garanzia della difesa anche per i meno abbienti (D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 sul patrocinio a spese dello Stato) sia il generale diritto di difesa di cui all'art. 24 della Costituzione.
(3) In attuazione di tale principio è stata emanata la c.d. legge Pinto (l. 24 marzo 2001, n. 89) che disciplina il diritto ad una riparazione per il pregiudizio derivante dall'eccessivo protrarsi del giudizio civile. Il principio in esame è contenuto anche nell'art. 6 CEDU e nell'art. 47, comma 2 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.
(4) A riguardo si suole parlare di principio di concreta possibilità di difesa, in base al quale deve essere garantito all'imputato (di un processo penale) il diritto alla prova, anche testimoniale ed il diritto di capire quanto accade nel processo anche mediante eventuale assistenza di un interprete linguistico.
(5) Questo comma disciplina le eccezioni al principio accusatorio che caratterizza il processo penale. In base ad esso non solo le parti hanno diritto all'acquisizione in giudizio delle prove ma anche a che le prove stesse si formini in contraddittorio tra accusa e difesa, cioè mediante la contrapposizione dialettica tra di esse. Nel tempo, hanno costituito risvolti importanti del principio sia la disciplina delle dichiarazioni dei coimputati (in particolare la novella dell'art. 513 comma 2 c.p.p. ad opera della Corte Costituzionale) che quella delle indagini difensive (l. 7 dicembre 2000, n. 397 che ha introdotto l'art. 327 bis c.p.p. e gli art. 391 bis ss. c.p.p.).
(6) La motivazione del provvedimento si sostanzia nell'enucleazione del ragionamento logico e giuridico che ha guidato il giudice verso la decisione adottata. Esso costituisce una conquista fondamentale per le parti del processo e, in special modo, per quella soccombente che, presa visione della motivazione, può scegliere se sottoporre la decisione all'esame di un giudice superiore. Si noti, peraltro, che il c.d. doppio grado di giurisdizione costituisce un principio che la Costituzione contempla solo per le sentenze del giudice amministrativo (art. 103 comma 1 Cost.) e per altre specifiche ipotesi (quali i provvedimenti limitativi della libertà personale per violazione di legge: vedi comma 7 della disposizione in commento) mentre non è previsto quale principio generale.
(7) Essi, inoltre, sono soggetti a riesame nel merito dinnanzi il tribunale della libertà.
(8) La deroga in esame si giustifica proprio a causa della particolarità della situazione e dei reati in questione.

Ratio Legis

La ratio della disposizione, profondamente mutata a seguito della riforma operata con L. Cost. 23 novembre 1999, n. 2, è quella di garantire il c.d. giusto processo, cioè un processo che tenga conto dei diritti delle parti e li garantisca.

Brocardi

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Quesiti degli utenti
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Pasquale T. chiede
lunedì 18/12/2017 - Puglia
“Attraverso una scrittura privata stipulata il 2012, quindi atto di compravendita, ho acquistato un 50% di un terreno indiviso, di proprietà altrui. La sig.ra cedente, con delle scuse ha sempre rinviato l'atto notarile. Io in questi anni pur avendo nell'atto di compravendita la clausola dell'immissione del possesso sin da subito, purtroppo non l'ho mai esercitato. Ottobre 2016, ho chiamato in giudizio la sig.ra, per essere stata inadempiente. Dopo diversi tentativi di mediazione, a gennaio 2018 inizierà la causa, mi dicono che i tempi possono essere anche lunghi 6/7 anni. Io ho bisogno del terreno, come posso fare per ottenerlo, considerando che non ho mai esercitato il possesso.”
Consulenza legale i 27/12/2017
Se la scrittura privata del 2012 è effettivamente qualificabile come atto di compravendita, allora in base a quanto esposto la parte alienante (venditrice) si è resa doppiamente inadempiente:
  1. con riferimento all’obbligo assunto di ripetere il consenso già espresso nella scrittura privata innanzi al notaio affinché tale scrittura potesse assumere forma idonea alla trascrizione;
  2. e con riferimento alle obbligazioni principali del venditore, tra le quali segnatamente, ai sensi dell’art. 1476 c.c., quella di “consegnare la cosa al compratore”.

Non è facile preventivare la durata di un procedimento benché fondato su valide e legittime ragioni.

Il tempo necessario ad ottenere una pronuncia favorevole può variare in base ad una molteplicità di fattori quali ad esempio la facilità delle questioni da trattare, gli elementi probatori da analizzare e le prove che occorre assumere, l’assegnazione della causa ad un Giudice piuttosto che ad un altro, dal ruolo – inteso come carico di lavoro - del Giudice e dal suo calendario di udienze ecc. .

Quel che però può dirsi è che in quasi tutta Italia, il tempo medio per la decisione di una controversia non dovrebbe essere superiore a 3 anni per i giudizi di primo grado.
A seguito della modifica introdotta dalla legge costituzionale n. 2 del 23 novembre 1999 in tema di “Giusto Processo”, si è provveduto a costituzionalizzare il principio della ragionevole durata del procedimento prevedendo all’art. 111 Cost. anche che “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”.

In tale contesto, è stata approvata la c.d. legge “Pinto” del 24 marzo 2001, n. 89, che ha introdotto nel nostro ordinamento un rimedio giurisdizionale contro l’eccessiva durata dei processi: qualora il processo si protragga oltre un cerco lasso temporale, superiore ai tre anni per un processo civile di primo grado, è assicurato al cittadino il diritto ad un equo indennizzo per l’irragionevole protrarsi del giudizio.

Questo ha portato gli uffici giudiziari ad adeguarsi alle tempistiche individuate dalla L. 89/2001 per evitare i numerosi ed ingenti indennizzi che altrimenti sarebbero costretti a liquidare.
Pertanto, tendenzialmente, è possibile affermare che il procedimento che la vede coinvolto in veste di attore dovrebbe durare al massimo 3 anni, e che, in caso contrario, avrà ragione di chiedere ed ottenere l’indennizzo per il ritardo nell’ottenere giustizia.

Preme infine segnalare che il Codice di procedura civile ha approntato specifici rimedi e tutele volti ad evitare che prima del processo o durante il tempo necessario al processo, vengano irrimediabilmente pregiudicate le condizioni o i beni utili al fruttuoso esercizio di un'azione e che il tempo occorrente ad ottenere un provvedimento giudiziale, torni a danno di colui che chiede giustizia.
Il riferimento è alle misure cautelari, rimedi specifici adottati dal Giudice all’esito di procedimenti sommari e che possono concludersi nell’arco di un paio di mesi, nei casi in cui si dimostri la sussistenza del 1) fumus boni iuris (la probabile esistenza della ragione vantata) e del 2) periculum in mora (il pregiudizio che si subirebbe a causa del ritardo nella decisione.

Dunque qualora nel caso specifico ricorrano le condizioni per richiedere una misura cautelare, allora i tempi per ottenere un provvedimento favorevole si ridurrebbero drasticamente.