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Articolo 287 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Casi di correzione

[ABROGATO]

Dispositivo dell'art. 287 Codice di procedura civile

La Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di questo articolo con sentenza n. 335 del 10 novembre 2004.

[Le sentenze contro le quali non sia stato proposto appello e le ordinanze non revocabili [177 n. 2 c.p.c.] (1) possono essere corrette, su ricorso di parte, dallo stesso giudice che le ha pronunciate, qualora egli sia incorso in omissioni o in errori materiali o di calcolo (2).]

Note

(1) Oltre alle ordinanze irrevocabili disciplinate dall'art. 177 del c.p.c., vi sono anche quelle del giudice dell'esecuzione.
Quanto alla correzione delle sentenza della Corte di cassazione, la disciplina è contenuta all'art. 391 bis del c.p.c..
(2) L'omissione è una dimenticanza da parte del giudice di un elemento formale necessario per legge, come la mancata indicazione, nella sentenza, del nome di una parte (se dal contesto della sentenza risulti chiaramente l'identità).
Anche l'errore materiale è dovuto ad una svista o dimenticanza del giudice, che ad esempio indichi erroneamente la data di deliberazione della sentenza.
L'errore di calcolo, invece, non è altro che una scorretta applicazione di regole matematiche o aritmetiche.
La norma fa riferimento agli errori del giudice, ma si ritiene che la disposizione sia applicabile anche a quelli causati dalla parte o nei quali sia incorso il cancelliere.

Brocardi

Error in iudicando
Error in procedendo

Massime relative all'art. 287 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 22275/2017

L'omessa o inesatta indicazione del nome di una delle parti nell'intestazione della sentenza va considerata un mero errore materiale, emendabile con la procedura di cui agli artt. 287 e 288 c.p.c., quando dal contesto della sentenza risulti con sufficiente chiarezza l'esatta identità di tutte le parti e comporta, viceversa, la nullità della sentenza qualora da essa si deduca che non si è regolarmente costituito il contraddittorio, ai sensi dell'art. 101 c.p.c., e quando sussiste una situazione di incertezza, non eliminabile a mezzo della lettura dell'intero provvedimento, in ordine ai soggetti cui la decisione si riferisce. (Nella specie, in riferimento a procedura promossa dal curatore del fallimento di società di persone, la S.C. ha stabilito che, sebbene la dichiarazione di fallimento avesse riguardato anche il socio in proprio, che non risultava però indicato nell’intestazione della sentenza, non sussisteva alcuna situazione di incertezza, né un’ipotesi di violazione del contraddittorio, perché parte sostanziale del giudizio risultava essere il fallimento, che era stato parte del contratto oggetto di controversia).

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Consulenze legali
relative all'articolo 287 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

ALFREDO C. chiede
mercoledì 08/02/2017 - Lazio
“A seguito di una notifica di una cartella di Equitalia abbiamo impugnato il documento sia nel merito che in diritto.
Non abbiamo richiesto la Pubblica Udienza. È uscita la sentenza dandoci torto ma crediamo che la stessa si riferisca ad altri soggetti in quanto dalla lettura si evincono fatti non riferibili a noi. Inoltre, visionando il fascicolo di udienza non ci sono controdeduzioni nè di Equitalia nè dell'Agenzia delle Entrate.
Stiamo predisponendo l'Appello: cosa possono fare Equitalia e l'Agenzia se in prima istanza non si sono costituiti?
Poi come possiamo agire per fatti non riferibili a noi nella sentenza?
Grazie e cordiali saluti.

Consulenza legale i 11/02/2017
Ai sensi dell’art. 2909 c.c. (che si riferisce alla sentenza c.d. passata in giudicato, vale a dire non più impugnabile con i mezzi ordinari), la sentenza dispiega i suoi effetti nei confronti delle parti. Nel caso di specie, parrebbe che la sentenza sia affetta da vizio in quanto non si riferisce a fatti di causa, ma a fatti diversi. In questi casi, è possibile far valere tali motivi in sede di appello, chiedendo la revisione della statuizione di primo grado.
In ogni caso, laddove tale riferimento ad altri fatti possa essere considerato un mero errore materiale, vale a dire una mera svista che non inficia l’iter logico-giuridico seguito dal Giudice, è ben possibile procedere con le forme di correzione. Infatti, tanto l’art. 287 c.p.c. quanto l’art. 86 del codice del processo amministrativo prevedono la correzione degli errori materiali. Per il giudizio ordinario (art. 287 c.p.c.), si prevede testualmente che “Le sentenze contro le quali non sia stato proposto appello … possono essere corrette, su ricorso di parte, dallo stesso giudice che le ha pronunciate, qualora egli sia incorso in omissioni o in errori materiali o di calcolo”. (Una precisione: la Corte Costituzionale – sent. n. 335 del 10/11/2004 – ha esteso la possibilità di correzione anche alle sentenze sottoposte ad appello, con la specificazione che “il procedimento di correzione non può essere utilizzato per emendare vizi che costituiscano motivi di impugnazione”).
Lo stesso dicasi per il processo amministrativo e tributario, per cui l’art. 86 del codice del processo amministrativo afferma testualmente che “ove occorra correggere omissioni o errori materiali, la domanda per la correzione deve essere proposta al giudice che ha emesso il provvedimento, il quale, se vi è il consenso delle parti, dispone con decreto, in camera di consiglio, la correzione. In caso di dissenso delle parti, sulla domanda di correzione pronuncia il collegio con ordinanza in camera di consiglio. La correzione si effettua a margine o in calce al provvedimento originale, con indicazione del decreto o dell'ordinanza che l'ha disposta”. In altre parole, sarebbe sufficiente una semplice istanza al Giudice che ha pronunciato la sentenza (ed autore della “svista”) al fine di correggere tale errore.

Se invece (come pare essere il caso di specie) non si trattasse di una semplice svista, ma di un errore nella ricostruzione (ed attribuzione) dei fatti oggetto di causa, è bene proporre appello.

Non è chiaro se in primo grado sia stata dichiarata la contumacia di Equitalia (si parla di mancata costituzione, senza nulla specificare). Evidentemente, se si è giunti alla sentenza non vi sono stati problemi di notificazione del ricorso e – forse – ne è stata dichiarata la contumacia.
In ogni caso, nulla quaestio: l’appello è comunque proponibile e da notificarsi, esattamente come il ricorso di primo grado. Spetterà poi a Equitalia (o all’Agenzia delle Entrate) valutare una costituzione in appello oppure continuare la contumacia.
Naturalmente, per il caso di costituzione in appello, la controparte incontrerà determinate preclusioni: non potrà – ad esempio – sollevare eccezioni non rilevabili dal giudice, né richiedere prove nuove che non siano state richieste in primo grado. Infatti, non avendo svolto difese durante il primo giudizio, tutto ciò che l’ex contumace potrà fare in appello è contestare la non corretta interpretazione dei fatti da parte del giudice di primo grado.

william chiede
mercoledì 06/11/2013 - Veneto
“Dopo una prima istanza di correzione di errori materiali, essendomi accorto che la richiesta del legale comprende solo i denari riferiti al Decreto Ingiuntivo, tralasciando le somme versate in primo grado di giudizio è ripetibile la richiesta di correzione dell’errore materiale? Cosa posso fare in alternativa?
Per chiarezza, evidenzio che il giudice riporta nelle motivazioni: "Stante l’accertato inadempimento del geom ………, va revocato il decreto ingiuntivo emesso a suo favore e disposta, la restituzione delle somme percepite". Mentre nel dispositivo non riporta questo.
Il legale chiede invece: "Per gli stessi motivi, ossia in quanto, pur affermando la sentenza in motivazione, che a seguito della responsabilità accertata del Geom ……., doveva essere revocato il decreto ingiuntivo emesso a suo beneficio, e disposta la restituzione al Sig R.......... di quanto già pagato per effetto di esso, tali espressioni non sono state poi riportate nel dispositivo, e va quindi corretta la sentenza della Corte d’Appello nella parte in cui, nel dispositivo, si limita a disporre la revoca del decreto ingiuntivo e non anche la condanna del Geom ……. alla restituzione di quanto fino ad ora pagato dal Sig R....... per effetto del provvedimento monitorio”.
Concludendo le somme percepite sono tutte non solo quelle del D.I. quindi anche quelle date inerente la sentenza. Ma ciò non viene chiesto espressamente dal legale.”
Consulenza legale i 12/11/2013
Premesso che non è possibile in questa sede discutere sul significato di espressioni utilizzate all'interno di atti giudiziali, estrapolate dal loro contesto, sulla questione processuale relativa al procedimento di correzione delle sentenze si rileva quanto segue.
Ai sensi dell'art. 287 del c.p.c. le sentenze che, in generale, non possano più essere revocate, possono essere corrette, su ricorso di parte, dallo stesso giudice che le ha pronunciate: ciò quando egli sia incorso in omissioni o in errori materiali o di calcolo.
Supponiamo che la sentenza contenga due errori, ma che con l'istanza di correzione si chieda che venga regolarizzato solo il primo dei due. Come si può far rilevare anche il secondo errore?
L'art. 288 del c.p.c. disciplina il procedimento di correzione e dice che, una volta presentato il ricorso, il giudice adito fissa con decreto (da notificarsi insieme col ricorso alla controparte) l'udienza nella quale le parti debbono comparire davanti a lui.
L'ordinanza con cui si pronuncia il giudice all'esito del procedimento è un provvedimento amministrativo, che ha la funzione di ripristinare la corrispondenza tra quanto la sentenza ha inteso dichiarare e quanto formalmente ha dichiarato: pertanto, con l'istanza di correzione non si dà vita ad un giudizio di cognizione ordinaria, bensì ad un procedimento che si sviluppa (di regola) in una sola udienza.
Il codice non prevede termini di decadenza per la presentazione dell'istanza, salvo naturalmente il termine decennale di prescrizione dell'azione che può essere esperita in base alla sentenza (ad esempio, azione di restituzione delle somme già pagate).
Pertanto, è verosimile ritenere che, attesa l'inesistenza di termini di decadenza per la proposizione dell'istanza, sia possibile integrare la domanda già formulata nel ricorso in occasione dell'udienza fissata dal giudice per il contraddittorio sulla richiesta di correzione.
Nel caso di specie, peraltro, sembra che l'ulteriore profilo di errore individuato sia comunque ricollegato all'errore per cui si procede, ovvero il mancato inserimento nel dispositivo della condanna alla restituzione delle somme indebitamente percepite dal soccombente. Quindi, si reputa ammissibile che all'udienza il ricorrente precisi la propria istanza facendovi rientrare tutti i profili di errore rilevabili.

Venerando C. chiede
mercoledì 02/03/2011 - Puglia

“Nell'accogliere con sentenza un ricorso a cartella esattoriale, il Giudice Di Pace ha sbagliato nell'indicare il numero della cartella. Si puo' fare istanza di correzione anche se siamo ancora nei termini per l'appello?
Ringrazio e saluto.”

Consulenza legale i 02/03/2011

In pendenza del termine per l'impugnativa, l'errore materiale in cui si assume essere incorso il giudice di primo grado, che sia emendabile con la procedura di correzione di cui all'art. 287 del c.p.c. e all'art. 288 del c.p.c. deve essere denunciato come motivo di appello, atteso che il riesame effettuato in questa sede assorbe anche quello volto alla correzione.


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