Brocardi.it - L'avvocato in un click! CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 283 Codice di procedura civile 2020

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Provvedimenti sull'esecuzione provvisoria in appello

Dispositivo dell'art. 283 Codice di procedura civile 2020

(1) Il giudice d'appello su istanza di parte, proposta con l'impugnazione principale o con quella incidentale, quando sussistono gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilita' di insolvenza di una delle parti (2), sospende in tutto o in parte l'efficacia esecutiva o l'esecuzione della sentenza impugnata, con o senza cauzione (3).

Se l’istanza prevista dal comma che precede è inammissibile o manifestamente infondata il giudice, con ordinanza non impugnabile, può condannare la parte che l’ha proposta ad una pena pecuniaria non inferiore ad euro 250 e non superiore ad euro 10.000. L’ordinanza è revocabile con la sentenza che definisce il giudizio.

Note

(1) Con l. 28 dicembre 2005, n. 263 l'espressione "gravi motivi" è stata sostituita da "gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti".
Il secondo comma, invece, è stato aggiunto con l. 12 novembre 2011, n. 183.
(2) Alcune ipotesi di sussistenza di "gravi e fondati motivi" si hanno: nel caso - specificato nella norma - in cui sia possibile l'insolvenza di una delle parti; se vi sia una ragionevole probabilità di accoglimento dell'appello; se vi sia il fondato timore che l'immediata esecuzione della sentenza causi all'appellante un pregiudizio irreparabile.
(3) Nel sistema attualmente vigente, il giudice di secondo grado può soltanto sospendere la provvisoria esecutività disposta dalla legge: il provvedimento di sospensione può riguardare l'intera sentenza o soltanto alcuni suoi capi.
La sospensione può:
- arrestare anche il procedimento esecutivo già iniziato, operando tuttavia ex nunc con salvezza degli atti già compiuti;
- impedire l'inizio della procedura esecutiva non già intrapresa.

Ratio Legis

La facoltà concessa alla parte di chiedere la sospensione della provvisoria esecutorietà della sentenza mira a riequilibrare la tutela delle parti, preservando il principio teso ad evitare i rischi derivanti dalla eccessiva durata del processo.

Spiegazione dell'art. 283 Codice di procedura civile 2020

A seguito della riforma del 2005, l'accoglimento dell'istanza di sospensione prevista da questa norma è subordinata all’esistenza di motivi non soltanto “gravi”, ma anche “fondati”, con la precisazione che tali motivi possono riguardare la “possibilità di insolvenza di una delle parti” e che l'inibitoria può essere concessa “con o senza cauzione”.

Parte della dottrina ha affermato che i motivi posti a base dell'intervento legislativo debbano rinvenirsi nella volontà di tutelare l'appellante dinanzi ad una decisione, provvisoriamente esecutiva, che si riveli prima facie suscettibile di riforma; sotto questo profilo, la sussistenza di “fondati motivi” postulerebbe che dinanzi al giudice di appello, nella decisione preliminare (e sommaria), possa venire in rilievo anche la fondatezza dello stesso appello; diversamente, la valutazione della possibilità di insolvenza troverebbe la sua giustificazione nell'esigenza di evitare che l'eventuale riforma della sentenza gravata si riveli inutile per la impossibilità di ripetere le somme che possono essere state pagate ingiustamente a seguito della esecuzione forzata intrapresa dalla parte appellata.

Per quanto riguarda il riferimento alla “possibilità di insolvenza di una delle parti”, espressione che lascia presupporre una condanna al pagamento di una somma di denaro, si è sostenuto che la possibile (futura) insolvenza del creditore, in prospettiva di una eventuale riforma della sentenza di primo grado con conseguente obbligo di restituzione, sia stata tipizzata come “grave motivo”, idoneo da solo a sorreggere l'accoglimento dell'istanza di inibitoria.
Tuttavia, considerato che la norma fa genericamente riferimento ad “una delle parti”, anche il rischio della futura insolvenza del debitore (cioè dell’appellante) potrebbe venire in rilievo quale valida ragione per negare la sospensione dell'esecuzione.

E’ stata ritenuta del tutto innovativa la possibilità concessa al giudice d'appello di subordinare la concessione dell'inibitoria alla prestazione di una cauzione, la quale sembrerebbe legata all'accoglimento della richiesta di inibitoria, così da dover gravare esclusivamente sul debitore istante (con tale strumento si mira evidentemente ad assicurare che il soddisfacimento delle ragioni del creditore non venga concretamente pregiudicato durante il tempo occorrente per arrivare alla decisione sull'appello).

La lettera della norma fa intendere che l'istanza possa essere formulata solo congiuntamente all'atto di gravame principale od incidentale.
Prima delle modifiche introdotte con la L. 26.11.1990, n. 353, dottrina e giurisprudenza si mostravano divise in ordine alla ammissibilità di una istanza di inibitoria autonoma e successiva rispetto all'atto di gravame: da una parte vi era chi la escludeva, dall'altra, invece, vi era chi la affermava, sul rilievo che l'interesse alla inibitoria potesse sopravvenire alla proposizione dell'appello principale o incidentale, qualora a quel momento l'esecuzione forzata non fosse stata già iniziata.

A seguito del nuovo sistema introdotto dal legislatore del 1990, improntato ad una generalizzata ed automatica esecutività, la dottrina sembra concorde nel ritenere definitivamente sottratto ogni spazio all'ipotesi della indebita concessione della provvisoria esecutività nei riguardi delle sentenze.
Pertanto, considerata l’ormai generale esecutorietà della sentenza di primo grado, non si pone più un problema di concessione indebita della clausola di provvisoria esecuzione, ed è per tale motivo che il nuovo testo dell'art. 283 non parla più di revoca e fa piuttosto riferimento al concetto di sospensione discrezionale, distinguendosi correttamente fra sospensione della “efficacia esecutiva” e sospensione della “esecuzione” in entrambi i casi della sentenza impugnata (il confine fra le due ipotesi, pertanto, risulta essere di natura esclusivamente cronologica).

E’ stata poi osservato che, mentre l'inibitoria della efficacia esecutiva della sentenza potrà avvenire prima dell'inizio dell'esecuzione e ne impedirà irreversibilmente l'avvio sulla base di quella sentenza, la sospensione dell'esecuzione già iniziata può condurre solo ad un arresto del procedimento esecutivo, e non alla caducazione degli atti esecutivi già compiuti.
Prima delle modifiche del 2005, in dottrina non vi era un orientamento unitario in ordine ai presupposti per la concessione dell'inibitoria.
La tesi prevalente riteneva che la formula “gravi motivi” dovesse comprendere non solo gravi e seri pregiudizi per la parte soccombente (periculum in mora), ma anche la necessità di una delibazione della correttezza della sentenza di primo grado (fumus boni iuris).
Alcuni autori attribuivano al requisito del fumus un ruolo fondamentale ai fini della concessione della inibitoria, perfino a prescindere dall'esistenza del periculum; altri sembravano riconoscere rilievo esclusivo al periculum, ritenendo che la sua sola esistenza potesse autonomamente giustificare l'istanza di sospensione.

A seguito della L. 263/2005, parte della dottrina ha posto in evidenza che la formula “gravi e fondati motivi” sia volta a rendere più severa la delicata verifica devoluta al giudice di appello, avvalorando l'impostazione secondo cui debbano essere valutati sia il periculum in mora che il fumus boni iuris.

Si è affermato, pertanto, che il giudice, nel valutare se concedere o meno la sospensione, dovrà operare una sorta di sommatoria, e concedere l'inibitoria anche quando nessuno dei due sia particolarmente rilevante, ma nel loro insieme appaiano sufficienti per inibire la prosecuzione del processo esecutivo.

E’ stato tuttavia sottolineato che solo la fondatezza dell'impugnazione sembrerebbe avere autonomo rilievo, in quanto mentre dinanzi ad una impugnazione palesemente infondata si può prescindere dalla rilevanza del danno per negare l'inibitoria (è da escludere che vi possa essere un danno ingiusto dall'esecuzione di una sentenza destinata alla conferma), al contrario, se l'appello è destinato ad un sicuro accoglimento, la sospensione potrà essere disposta anche se non vi sono profili di periculum consistenti, e ciò al fine di evitare un'esecuzione destinata a divenire illegittima all'esito dell'impugnazione.

Per quanto concerne la valutazione della insolvenza di una delle parti, si ritiene che debba essere esaminata solo la possibile attuale situazione di insolvenza, restando irrilevante il rischio di una possibile insolvenza futura, soprattutto in mancanza di indici di dissesto patrimoniale già presenti nel momento in cui viene assunta la decisione sull'istanza inibitoria.

Circa, infine, la possibilità di subordinare il provvedimento sospensivo al rilascio di una cauzione, secondo alcuni autori tale strumento può essere imposto solo a carico della parte istante, che ottiene la provvidenza richiesta.
Vi è tuttavia chi ha proposto una lettura estensiva della norma al fine di permettere la possibilità di porre una cauzione a carico di tutte e due le parti, e dunque sia in ipotesi di concessione che di rigetto dell'istanza.

E’ stato evidenziato in dottrina che, se dopo la pronuncia dell'ordinanza ex art. 186 quater del c.p.c., il convenuto non chieda espressamente la sentenza per le vie ordinarie, tale ordinanza si converte velocemente in sentenza e diviene da lui appellabile nei modi consueti, con una efficacia esecutiva sospendibile ai sensi della norma in esame.
L'art. 27, L. 12.11.2011, n. 183 (cd. legge di stabilità), con l'intento di disincentivare le istanze di sospensione dell'efficacia esecutiva o dell'esecuzione della sentenza di primo grado, ha previsto l'irrogazione di una pena pecuniaria non inferiore a 250 euro e non superiore a 10.000 euro per la parte che abbia proposto la relativa istanza, quando questa sia inammissibile o manifestamente infondata.

Il legislatore ha inteso così responsabilizzare la parte soccombente che pretestuosamente richieda la sospensione dell'efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, al sol fine di ritardare la soddisfazione in via esecutiva della parte vittoriosa.
Si tratta di una sanzione pecuniaria assimilabile a quella prevista dall'art. 408, soltanto che nel caso previsto dalla norma in esame il legislatore ha omesso di precisare se la sanzione pecuniaria è a favore della Cassa delle Ammende o della controparte.

Massime relative all'art. 283 Codice di procedura civile 2020

Cass. civ. n. 2671/2013

L'istanza di sospensione dell'efficacia esecutiva o dell'esecuzione della sentenza impugnata, formulata ai sensi dell'art. 283 c.p.c., mette capo ad un subprocedimento incidentale, privo di autonomia rispetto al giudizio di merito, sicché la regolamentazione delle spese ad esso relative deve essere disposta, al pari di quella concernente le spese del procedimento principale, con il provvedimento che chiude quest'ultimo, tenendo conto del suo esito complessivo. Pertanto, ove la sentenza impugnata sia stata riformata "in toto" dal giudice d'appello, la liquidazione delle spese relative a tale subprocedimento non può essere esclusa sul presupposto che l'istanza di sospensione fosse stata, "medio tempore", rigettata.

Cass. civ. n. 4024/2007

L'ordinanza, emessa ai sensi dell'art. 283 c.p.c., con la quale venga accolta l'istanza di sospensione dell'efficacia della sentenza di primo grado, ha carattere provvisorio e cautelare e, pertanto, non pregiudica in nessun caso la decisione definitiva sull'appello, fondata sulla piena cognizione di tutte le acquisizioni processuali dalla quale è destinata ad essere assorbita, con la sua conseguente inidoneità ad incidere su diritti soggettivi con efficacia di giudicato.

Cass. civ. n. 4060/2005

La sospensione della provvisoria esecuzione della sentenza di primo grado che il giudice d'appello, ai sensi dell'art. 283 c.p.c., nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990 può disporre in presenza di «gravi motivi» è rimessa ad una valutazione globale d'opportunità, poichè tali motivi consistono per un verso nella delibazione sommaria della fondatezza dell'impugnazione e per altro verso nella valutazione del pregiudizio patrimoniale che il soccombente può subire (anche in relazione alla difficoltà di ottenere eventualmente la restituzione di quanto pagato) dall'esecuzione della sentenza, che può essere inibita anche parzialmente se i capi della sentenza sono separati. Ne consegue che il potere discrezionale riconosciuto al giudice d'appello dagli articoli 283 e 351 c.p.c. dopo la suddetta novella è più ampio di quello riconosciuto al medesimo giudice con riferimento alla sentenza impugnata con ricorso per Cassazione ovvero alla sentenza di primo grado favorevole al lavoratore o a quella di condanna relativa a rapporti di locazione, comodato e affitto d'immobili, per la sospensione dell'esecutività delle quali è rispettivamente richiesta l'esistenza di un «grave e irreparabile danno» ovvero di un «gravissimo danno».

Cass. civ. n. 13617/2004

Poiché, ai sensi dell'art. 283 c.p.c. riformato, l'istanza diretta ad ottenere la sospensione, in tutto o in parte, dell'efficacia esecutiva o dell'esecuzione della sentenza di primo grado deve essere proposta con l'impugnazione principale o incidentale, la decisione di inammissibilità dell'appello (nel caso di specie, appello con riserva dei motivi) fa venir meno anche gli effetti dell'inibitoria.

Cass. civ. n. 11143/1995

Le somme pagate in esecuzione della sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva, ai sensi del previgente art. 282 c.p.c., che, in conseguenza della riforma di detta sentenza da parte del giudice d'appello, debbono essere restituite costituiscono debito di valuta, sicché trova applicazione il principio nominalistico in base al quale l'obbligazione deve essere adempiuta mediante la restituzione della medesima quantità di moneta, salvo oltre agli interessi legali il diritto al risarcimento del «maggior danno», ai sensi dell'art. 1224 comma secondo c.c. Detto risarcimento non può, peraltro, essere chiesto allo stesso giudice d'appello, ostandovi il principio del doppio grado di giurisdizione.

Cass. civ. n. 4647/1985

La declaratoria di difetto di giurisdizione, resa dal giudice d'appello, privando di ogni efficacia la sentenza di primo grado, ne elimina anche l'eventuale valore provvisoriamente esecutivo (nella specie, trattandosi di condanna al pagamento di crediti di lavoro) e comporta quindi il potere-dovere del medesimo giudice d'appello di disporre la restituzione di quanto ricevuto in forza di detta provvisoria esecutività, senza che si renda in proposito necessaria, trattandosi di pronuncia di natura conseguenziale, una istanza della parte interessata.

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli 29,90 €

Nel caso si necessiti di allegare documentazione o altro materiale informativo relativo al quesito posto, basterà seguire le indicazioni che verranno fornite via email una volta effettuato il pagamento.

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Consulenze legali
relative all'articolo 283 Codice di procedura civile 2020

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Giuseppe M. chiede
lunedì 15/04/2019 - Puglia
“In una causa civile presso il Tribunale di (omissis), sono risultato soccombente in un processo di sfratto. Il Giudice ha depositato il dispositivo di sentenza a gennaio 2018, riservandosi il deposito delle motivazioni entro 60 giorni. Nel dispositivo liquidava le spese legali in circa € 7000, a carico del soccombente, a favore del procuratore legale dell’altra parte, dichiaratosi distratta rio.
Alla notifica del dispositivo, al fine di evitare azioni esecutive nei miei confronti, provvidi a corrispondere all’avvocato la somma determinata dal Giudice.
A seguito del deposito delle motivazioni della sentenza, provvidi ad inoltrare ricorso in appello, richiedendo la sospensione della provvisoria esecuzione della stessa sentenza, che mi è stata concessa.
Ho diritto alla restituzione di quanto versato all’avvocato?”
Consulenza legale i 18/04/2019
La sospensione della provvisoria esecutività della sentenza impedisce che, per tutto il corso del processo, la stessa possa produrre i suoi effetti e quindi che la parte vittoriosa la metta in esecuzione per conseguire quanto le è dovuto.
Com’è noto, infatti, da tempo le sentenze sono tutte provvisoriamente esecutive e per “bloccarne” gli effetti, come è stato fatto nel caso di specie, è necessario presentare apposita istanza, istanza che dev’essere motivata perché devono giustificarla gravi e fondati motivi, non sempre sussistenti.

Ebbene, se la sentenza non può essere messa in esecuzione ciò significa che la parte vittoriosa non può pretendere che la controparte vi ottemperi: nel caso in esame, in particolare, non sarebbe stato necessario corrispondere al legale avversario le spese di lite.

Ora che queste ultime sono già state corrisposte, tuttavia, può essere problematico recuperarle: in effetti il pagamento è avvenuto in un momento in cui la sentenza era a tutti gli effetti esecutiva ed in cui il soccombente era tenuto a pagare, proprio ad evitare l’esecuzione forzata.
Alla richiesta di restituzione controparte potrebbe, di conseguenza, legittimamente opporre che nel momento del versamento la sua pretesa era del tutto fondata e lo era in forza di un titolo esecutivo a tutti gli effetti.

Il diritto alla rifusione definitiva delle spese di lite può maturare, in realtà, solo al termine del processo di appello: non esistendo alcuna norma che regola questa situazione in particolare, si sconsiglia di assumere iniziative di recupero del credito in questione e si consiglia, invece, di pazientare fino al termine del giudizio di impugnazione.

L. G. chiede
martedì 27/10/2015 - Estero
“l'art. 283 del c.p.c. contiene un riferimento alla possibile insolvenza di una delle parti, credete che sia applicabile nel caso di una sentenza di separazione che assegni un mantenimento?”
Consulenza legale i 02/11/2015
L'art. 283 del codice di rito prevede che per "gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti" possa essere emesso dal giudice di appello, su richiesta di parte, un provvedimento 'paralizzante' la provvisoria esecuzione di un dictum di primo grado.

La norma trova applicazione in tutti i procedimenti civili ordinari di cognizione, pertanto non vi sono ragioni per escludere che essa disciplini anche il processo in cui si discuta della separazione personale tra i coniugi, in particolare degli aspetti patrimoniali: si tratta, infatti, di un contenzioso davanti al giudice istruttore regolato dalle norme sul processo ordinario di cognizione, con la particolarità di essere preceduto da una fase processuale che si svolge innanzi al Presidente del Tribunale.

Ad esempio, la Corte d'appello di Roma, sez. feriale, con ordinanza del 7 agosto 2013, ha affrontato proprio il caso di un provvedimento emesso dal Tribunale di Roma, con il quale - in accoglimento di una richiesta della modifica dei provvedimenti separativi - era stato disposto in capo alla moglie l’onere dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge richiedente. L'onerata aveva reclamato il decreto chiedendo, ex artt. 283 e 351 c.p.c., che venisse, prima della discussione sul merito del reclamo, disposta la sospensiva dell’efficacia esecutiva del provvedimento, dolendosi delle modalità di espletamento della c.t.u. sui redditi del marito.

Chiarito che l'art. 283 c.p.c. è applicabile al procedimento giudiziale di separazione dei coniugi, va da sé che anche la norma relativa alla possibilità di insolvenza di una delle parti sia invocabile.

Il concetto di 'possibilità di insolvenza' è stato introdotto dal legislatore al fine di tutelare principalmente colui che, condannato a pagare in primo grado, rischiava di vedere pregiudicata in appello la possibilità di ottenere il rimborso nei confronti dell'appellato, divenuto insolvente.

Appare necessario che l'applicazione della sospensiva richieda una delibazione, da parte del giudice, circa, alternativamente:
- la possibilità che la parte appellata (quindi vittoriosa in primo grado) presenti un grado di insolvenza tale da non garantire l'eventuale restituzione di quanto l'appellante sia condannato a pagare in prime cure;
- oppure, la possibilità che insolvente rischi di diventarlo il soccombente in primo grado, nel qual caso dovrà essere mantenuta l'esecutività della sentenza impugnata.

Nel caso dei coniugi, se ipotizziamo che il marito impugni la sentenza che lo condanna al mantenimento della moglie al fine di ottenere che l'assegno sia ridotto o direttamente revocato, egli dovrà dar prova che la moglie non sarebbe in grado - a causa del rischio di insolvenza - di restituire le somme che lui le dovrebbe versare in base al provvedimento di primo grado.
Il giudice dovrà tenere in attenta considerazione la natura particolare del credito, in quanto il mantenimento è una prestazione che serve in primis a garantire un sostentamento al coniuge, privo di propri redditi o insufficienti per adempiere alle proprie necessità (in virtù del persistente dovere di assistenza materiale che permane in capo ai coniugi separati, v. art. 156 del c.c.). Pertanto, è difficile ipotizzare che la misura sospensiva venga concessa solo sulla base del fatto che il coniuge titolare dell'assegno non sarebbe in grado di restituire quanto ricevuto per averlo utilizzato per la propria sopravvivenza: margini di ragionamento potranno esserci, invece, qualora il mantenimento sia talmente elevato da garantire un alto tenore di vita, esorbitando da quelle che sono le necessità primarie della persona (vitto, alloggio, vestiario, cure mediche).

Attenzione, naturalmente, al fatto che l'insolvenza non sarà l'unico elemento che il Giudicante dovrà porre alla base della sua decisione: egli dovrà tenere conto anche della probabile fondatezza dell'impugnazione proposta (il cosidetto "fumus boni iuris").

TERESA D. chiede
mercoledì 02/04/2014
“Mi riferisco alla risposta da Voi data al mio quesito n°9985/2014 per precisarVi che il testamento successivo a quello annullato in primo grado (1996-perchè recante data falsa e trovato fra "le sue carte"successivamente alla sentenza sfavorevole) risale al 1993 e contiene disposizioni del de cuius diverse da quelle indicate nel testamento successivo(indicazione di un solo erede). Vi chiedo se il
testamento (1993), precedente a quello già conosciuto(1996), di cui l' appellante ne chiede il riconoscimento nel giudizio di appello "in subordine" possa essere considerato superato proprio perchè precedente.
Sempre in riferimento al caso di specie ed all'art.283 cpc, il giudice d'appello ha sospeso la esecuzione della sentenza di cui sopra.
Considerato che la sospensiva viene concessa in presenza di gravi e fondati motivi e cioè quando il giudice già dopo una prima valutazione ritenga fondate le ragioni della appellante e quindi probabile l' accoglimento dell' appello, mi è stato riferito tuttavia che nella prassi è più frequente che la inibitoria sia concessa in presenza di un grave pregiudizio economico specie laddove alla gravità del sacrificio da imporre all' appellante non corrisponde un consistente vantaggio per l'appellato nel perseguire l' esecuzione provvisoria.Nel caso di specie l'appellante, molto anziana ed in cattive condizione di salute ed economiche, sarebbe stata costretta ad abbandonare l' immobile dove abita.”
Consulenza legale i 07/04/2014
Il primo quesito posto riguarda la possibilità del testatore di revocare con un testamento successivo - invalido-, un testamento precedente (supponendo che questo, invece, sia valido).
Come noto, il testamento è un atto essenzialmente revocabile, in quanto la volontà del testatore è tutelata dall'ordinamento al punto di consentirgli di mutare idea sino all'ultimo istante della sua vita (art. 697 del c.c.). I modi e le forme con cui si può revocare o modificare un precedente testamento sono quelli indicati tassativamente dalla legge.
L'art. 680 del c.c. prevede che la revocazione di un testamento può farsi espressamente solo con un altro testamento oppure con un atto ricevuto da notaio, in presenza di due testimoni.
L'art. 682 del c.c., poi, stabilisce che può esservi anche una revoca c.d. tacita, con un testamento posteriore che contenga delle disposizioni incompatibili con il testamento precedente (ad es.: non è scritto "Revoco il testamento del 1993 con cui lasciavo l'immobile X a Tizio", bensì semplicemente "Lascio l'immobile X a Caio").
La revoca mediante nuovo testamento può aversi indipendentemente dalla forma del testamento: un testamento pubblico può essere revocato da un più semplice testamento olografo (cioè scritto di pugno dal testatore senza l'intervento di un notaio).
Ma se il testamento successivo è invalido, la revoca è efficace?
La risposta è negativa.
Ciò si deduce in base sia ai principi generali in materia di successione, sia alla luce dell'art. 683 del c.c., che stabilisce i casi in cui la revocazione rimane efficace anche se il testamento posteriore risulta privo di effetti: con ciò escludendo che la revocazione possa essere efficace se il testamento successivo sia invalido (nullo o annillabile).
Pertanto, nel caso di specie, si deve escludere che il testamento del 1993 possa essere stato revocato dal testamento annullato del 1996, anzi: se quest'ultimo è stato dichiarato invalido, quello precedente potrebbe essere invece efficace (sempre che non sia a sua volta invalido per altri motivi).

Quanto al secondo quesito, l'art. 283 del c.p.c. prevede che l'esecutorietà della sentenza di primo grado possa essere sospesa se sussistono "gravi e fondati motivi". Con questa espressione il legislatore ha inteso riferirsi a tutta una serie di motivazioni, che contemplino, però, la contemporanea presenza del fumus boni iuris (parvenza di fondatezza dell'appello) e del periculum in mora. La norma non utilizza tali espressioni, anzi, sino alla riforma del processo civile entrata in vigore nel 2006 (l. 263/2005) l'art. 283 c.p.c. parlava esclusivamente di "gravi motivi". La giurisprudenza di merito prima della riforma sosteneva: " [...] i motivi di merito connessi all’esame della fondatezza dell’appello devono essere valutati con la cognizione sommaria propria di un provvedimento inibitorio urgente che viene emesso a modifica di un provvedimento – sentenza – conseguente ad un procedimento a cognizione piena; le ragioni connesse alla gravità, vanno invece esaminate con valutazione comparativa della posizione di entrambe le parti, tenendo presente rispettivamente non solo l’entità del beneficio e del pregiudizio immediato che deriverebbero alle parti dall’esecuzione della sentenza ma soprattutto l’eventuale rischio di entrambe di non poter riottenere gli utili effetti derivanti dalla decisione (ad esempio, per provata o presumibile possibilità di dispersione del patrimonio e per l’intrinseca natura della decisione)" (App. Firenze, ord. 19.11.95).
Dottrina e giurisprudenza, a seguito della novella legislativa, non hanno preso una posizione netta (anche se da più parti si è sostenuto che l'aggiunta del termine "fondati" non costituisca una grande innovazione della norma), ma in genere hanno ritenuto che il giudice d'appello debba effettuare una sommaria ricognizione della causa, valutando l'esistenza di entrambi i requisiti, sia fumus che periculum, potendo bilanciare la loro presenza secondo la teoria dei vasi comunicanti (è sufficiente un fumus più flebile se il periculum in mora è molto evidente).
Tuttavia, si registrano posizioni discordanti sul tema: parte della dottrina sostiene che sarebbe preponderante la necessità del fumus; per altri, è solo il periculum a risultare decisivo, in particolare in seguito alla riforma del processo civile del 2006, che ha aggiunto all'articolo in commento anche l'espressione "anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti".
E' difficile, quindi, dare conto di una precisa posizione in tema di sospensione dell'esecuzione provvisoria in appello.
La prassi delle Corti d'appello è quella di valutare sia la fondatezza dell'appello che l'esistenza del pericolo derivante dall'eventuale esecuzione della sentenza, operando una analisi comparativa della sussistenza dei due requisiti e accettando che l'uno risulti sacrificato (ma dovendo sussistere seppur in minima parte) all'altro, se questo secondo risulti particolarmente evidente.
Nel caso di specie, le condizioni di età e di salute dell'appellante comportavano che, in caso di esecuzione della sentenza e quindi di allontamento della signora dalla sua abitazione, quest'ultima avrebbe potuto subire un danno irreparabile, visto che, se la sentenza di appello fosse poi risultata a lei favorevole, avrebbe potuto nelle more aggravarsi o addirittura decedere. E' quindi possibile ipotizzare che il Giudice d'appello abbia preferito dare maggiore importanza a tale aspetto, indagando in maniera meno approfondita sulla fondatezza dell'appello, ritenendo comunque che l'impugnazione non fosse del tutto priva di fondamento.
E' bene ricordare che il provvedimento con cui la Corte d'appello sospende l'esecutorietà della sentenza non è impugnabile, né ricorribile per Cassazione, né reclamabile ex art. 669 terdecies del c.p.c.: essa non avrà mai efficacia di giudicato, rimanendo assorbita nella sentenza d'appello definitiva (Cass. civ., 1 marzo 2005, n. 4299).

Lorenzo chiede
mercoledì 14/03/2012 - Marche
“E' possibile proporre istanza di sospensiva dell'esecuzione di una sentenza di primo grado con atto separato (e temporalmente successivo) da quello di impugnazione principale?
Grazie”
Consulenza legale i 21/03/2012

L'istanza di sospensione dell'efficacia esecutiva della sentenza appellata deve essere inserita, a pena di inammissibilità, nell'atto di appello. L'istanza di inibitoria della provvisoria esecuzione o esecutorietà della sentenza di primo grado risulta, infatti, ancorata alla previa proposizione dell'appello e, in coerenza con il nuovo sistema teso ad una maggiore concentrazione, va formulata nel corpo dell'atto di gravame, con conseguente inammissibilità di una inibitoria chiesta con atto successivo e diverso dall'appello (sul punto si vedano anche App. Trieste, ord. 19.02.03; nonchè App. Napoli 12.06.2002).


Luigi chiede
lunedì 21/03/2011 - Veneto

Oggetto:riforma della sentenza n...pronunciata il....dal tribunale di Venezia.
Vista l'istanza con la quale l'appellante ha chiesto la sospensione dell'esecutività della sentenza impugnata; ritenuto che l'art.283c.p.c. consente la sospensione dell'esecutività della sentenza quando ricorrono gravi motivi;
ritenuto che i motivi di appello, pur nella sommarietà della presente delibazione,non risultano privi di qualche fondamento,
P.Q.M.
sospende l'efficacia esecutiva della sentenza impugnata e rinvia la causa per la precisazione delle conclusioni all'udienza del 21.1.2014.
Cortesemente gradirei una spiegazione in merito a questa sospensione.
Ringrazio e saluto cordialmente”

Consulenza legale i 30/06/2011

Secondo l’art. 283 del c.p.c. l’inibitoria è subordinata al vaglio della sussistenza di “gravi e fondati motivi”; tali motivi possono consistere anche nella “possibilità di insolvenza di una delle parti”; infine, l’inibitoria può essere subordinata a cauzione.

La valutazione che la Corte d’appello è chiamata ad effettuare riguarda la gravità e la fondatezza dei motivi, cioè il periculum e il fumus boni juris.

Prima della l. 263/2005 che ha modificato l'articolo, la dottrina e la giurisprudenza di gran lunga prevalenti ritenevano che al giudice d’appello spettassero i più ampi poteri nella valutazione dell’opportunità dell’inibitoria; e, all’occorrenza, non avevano mancato di attribuire rilevanza alla probabile difficoltà per il soccombente di recuperare quanto versato in esecuzione della sentenza che fosse stata successivamente riformata in appello.

Nel caso di specie, si è basata la valutazione unicamente sul fumus boni iuris cioè sulla verosimile fondatezza del gravame, criterio considerato come rientante a pieno titolo tra le valutazioni rilevanti ai fini della sospensione della sentenza appellata.

Una riflessione è d'uopo. Non par dubbio, però, che i motivi di cui discorre l’art. 283 c.p.c. siano quelli dell’inibitoria (i medesimi cui si riferisce anche l’aggettivo «gravi» e cui si riferiva il previgente testo della norma) e non certo i motivi dell’impugnazione.


Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli 29,90 €

Nel caso si necessiti di allegare documentazione o altro materiale informativo relativo al quesito posto, basterà seguire le indicazioni che verranno fornite via email una volta effettuato il pagamento.

Testi per approfondire questo articolo