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Articolo 2946 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Prescrizione ordinaria

Dispositivo dell'art. 2946 Codice civile

Salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni (1).

Note

(1) Si tratta di una cosiddetta norma di chiusura, applicabile pertanto se non è stabilito un termine più breve o più lungo. Un periodo più lungo, ventennale, è ad esempio previsto in armonia con il termine per l'usucapione, (v. art. 1158), per l'estinzione dei diritti reali su cosa altrui dagli artt. 954, 970, 1014, 1073. Altre prescrizioni ultradecennali risultano poi quelle di superficie ex art. 952, enfiteusi ex art. 957, usufrutto ex art. 978, uso ex art. 1021, abitazione ex art. 1022 e ipoteca ex art. 2808. Le prescrizioni con termini più brevi, perciò infradecennali, sono richiamate dagli artt. 2947-2953, ma possono ricordarsi anche quelle dettate in tema di annullamento dei negozi (v. art. 1442).

Ratio Legis

La norma è posta al fine di stabilire la cosiddetta prescrizione ordinaria decennale, applicabile in tutti i casi in cui la legge non disponga altrimenti.

Spiegazione dell'art. 2946 Codice civile

Prescrizione decennale. Eccezioni

Se il regolamento della prescrizione è, nel nuovo codice, sostanzial­mente identico a quello del codice del 1865, diverso è invece, il periodo prescrizionale, giacché dai trenta anni dell'art. 2135 esso è stato ridotto a dieci. La facilità e la celerità dei mezzi di comunicazione e, di conguenza, la possibilità di essere rapidamente informati di quanto avviene anche lontano da noi e di provvedere ai propri interessi, la maggiore attivitá degli scambi e l'aumentato ritmo della vita economica avevano fatto riconoscere, già da tempo, l'eccessiva lunghezza del termine di trenta anni e la necessità di abbreviarlo. D'altra parte il rilievo che in diversa materia la prescrizione era inizialmente più breve (materia commerciale) o in seguito era stata ridotta ad un periodo meno lungo aveva costituito — in accoglimento di voti auspicati non solo da giuristi ma da una larga corrente dell'opinione pubblica – il motivo di un disegno di legge per la riduzione della prescrizione a dieci anni che, presentato dal guardasigilli Rocco al Senato nella lo applica sia a materie civili che a quelle commerciali, evitando in tal modo il sorgere di controversie, non infrequenti per la determinazione di prescrizioni relative a particolari rapporti giuridici.

Ma la riduzione del periodo prescrizionale non è assoluta in quanto sono fatti salvi casi, previsti nello specifico, nei quali un diritto si estingue in un tempo superiore al decennio: ciò avviene per una categoria di diritti di rilevante importanza, quelli reali su cose altrui, ai quali la prescrizione decennale non si applica, data la loro particolare natura ; essi sono disciplinati dal libro della proprietà e propriamente dagli articoli 954, ult. comma, 970, 1073, comma 1, c.c.


Prescrizione dell'actio iudicati

Fatta eccezione per questi (ed altri) casi espressamente considerati da norme positive e richiamato il contenuto del secondo comma dell'art. 2934, la portata dell'articolo in esame è generale ; esso colpisce ogni diritto, quindi anche nello derivante dal pro iudicato. Il codice nulla ice su a punto,' ma sul principio non pare che possa sussistere dubbio alcuno ; oggi, eliminata la distinzione tra prescrizione civile e commerciale, è venuto meno il fondamento di una delle più dibattute controversie sotto gli abrogati codici civile e commerciale : l'applicabilità o meno al giudicato riguardante materia regolata da quest'ultimo dell'ordinaria prescrizione trentennale disciplinata dal cod. civile ; la migliore e prevalente dottrina si eta pronunciata nel primo senso sul giusto rilievo che, una volta emessa la sentenza, il diritto da questa riconosciuto ed affermato era identico, qualunque fosse stata la materia su cui quella aveva deciso : il diritto derivante dall'actio iudicati, perciò, poteva essere colpito solo dalla prescrizione trentennale. Piuttosto un dubbio sulla prescrittibilità, in generale, dell'actio iudicati dopo il decorso di dieci anni, si potrebbe profilare oggi per il fatto che il nuovo codice ha espressamente escluso l'applicabilità della prescrizione decennale ad alcuni diritti, l'estinzione dei quali invece si compie, come s'è visto, dopo un periodo di tempo maggiore ; ora, dicevamo, si potrebbe dubitare se pure il giudicato su tali diritti si prescriva in dieci anni, quando i diritti stessi sono, sottoposti ad una più lunga prescrizione ; per l'ipotesi inversa, cioè di un diritto soggetto a prescrizione più breve dell'ordinaria decennale , il codice (art. 2953) ha precisato che l'actio iudicati si prescrive in dieci anni ; nulla dice per il caso di cui sopra ; noi, però, pensiamo che qualunque possa essere la natura del diritto oggetto del giudicato, la prescrizione da cui questo sarà colpito, debba essere sempre quella decennale non solo per le considerazioni innanzi svolte, ma anche per il rilievo che non si giustificherebbe il diverso trattamento fatto ad un caso che, se non è identico a quello previsto dal codice, al pari di questo, però, deve essere considerato perché, fondata sui medesimi principi, si delinea chiara l'eadem ratio decidendi.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

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Consulenze legali
relative all'articolo 2946 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Angelo F. chiede
lunedì 05/09/2016 - Lombardia
“Nel 2006 vado in pensione (settore spedizioni). decido di farmi liquidare il fondo del settore (F.A.S.C.). All atto della liquidaz. sottoscrivo il loro prospetto dove sono evidenz.:rivalutazione, interessi e quota azienda; oltre alla clausola 'non avrei altro a pretendere per qualsiasi titolo o causa'. Nel NOV.15 il FASC con rr mi chiede la restituzione di Euro 564,19; frutto di una revisione cont. (della soc.Parimetrica) che ha riconciliato tutti i conti degli iscritti al fondo; intimandomi di restituire entro 15 gg. Dopo mi sollecito mi viene inviato il prospetto con i conteggi degli interessi oggetto di revisione. Tale richiesta viene giust. dal fatto che il FASC mi ha corrisposto una prestazione previdenziale superiore all importo realmente dovutomi, il tutto sulla ''base di criteri contabili più prudenti, ecc.''. Il quesito è il seguente: a prescindere dalla leggittimità di tale richiesta, i termini di prescrizione sono di 5 o 10 anni?
Grazie.”
Consulenza legale i 14/09/2016
Trattandosi di fondo privato e non di INPS, il termine di prescrizione per la richiesta di restituzione di somme erogate in eccedenza è di dieci anni.
Non vi sono, infatti, eccetto che per l'INPS (per il quale, ad esempio, è quinquennale il termine di prescrizione per la richiesta delle differenze dovute a seguito di riliquidazione dei ratei di pensione: art. 38 del Decreto Legge n. 98/2011), discipline particolari che deroghino, in punto di prescrizione, all'art. 2946 cod. civ. (prescrizione ordinaria decennale).

Irma D. chiede
martedì 30/08/2016 - Sardegna
“Amministro una società di movimento terra ( scavi, demolizioni ecc ) e, nel 2012, ho eseguito lavori per un cliente che ha pagato, con assegno postale, un acconto pattuito in € 5.000 come in fattura emessa.
Sotto sua richiesta, ho atteso ad emettere fattura per saldo ( circa € 17.000 ) dal momento che si trattava anche di un amico di vecchia data. Nonostante abbia, più volte, richiesto indicazioni circa la possibile data presunta per il pagamento, non ho mai ricevuto risposte certe.
Mi veniva continuamente domandato di attendere a causa dell'insorgenza di problemi.
Non avendo ricevuto nuovi importi, non ho emesso altre fatture anche perchè, se l'avessi fatto avrei dovuto versare l'iva di legge attingendo dalle casse della Società.
Vorrei sapere come posso fare per richiedere in maniera decisa il saldo dovuto.
Temo di poter rientrare nei termini di prescrizione.
Ho provato ad informarmi, leggendo l'articolo 2934 c.c. ma non capisco, in base alla tipologia di lavoro che la società svolge, quale sia il tempo massimo per la richiesta di cui sopra.
Ringraziando anticipatamente, porgo cordiali saluti.

Consulenza legale i 06/09/2016
Partendo dall’ultima domanda posta nel quesito, va subito detto non è ancora decorso il termine di prescrizione per la richiesta di pagamento del saldo.

Infatti, si tratta – così è lecito intuire - di inadempimento ad un contratto di appalto, in forza del quale, a seguito dell’esecuzione integrale della prestazione da parte dell’appaltatore, quest’ultimo non ha però ricevuto integralmente il prezzo pattuito da parte del committente.

Tale situazione non rientra in nessuna di quelle per le quali la legge stabilisce una prescrizione breve (uno, tre o cinque anni), pertanto la domanda di adempimento sarà soggetta alla prescrizione ordinaria decennale di cui all’art. 2946 cod. civ. (nel caso concreto, se i lavori sono terminati nel 2012 – e si presume da contratto che il saldo dovesse avvenire a lavori conclusi – il creditore avrà dieci anni di tempo per richiedere il pagamento).

Per evitare, in ogni caso, il maturare del termine di prescrizione, occorrerà porre in essere un atto interruttivo della stessa, il cui risultato è che la prescrizione ricomincerà a decorrere ex novo dal momento dell’atto interruttivo.

Per rispondere al quesito, in concreto, l’appaltatore dovrà in primo luogo inviare una raccomandata (postale o a mezzo p.e.c.) di messa in mora al debitore, ovvero una comunicazione nella quale si richiede il pagamento del prezzo e degli interessi di mora (dovuti per il ritardo) entro un certo termine, che si ritiene essenziale; va poi dato avviso che in difetto di pagamento entro il termine, il creditore si attiverà per la tutela dei propri interessi. Tale comunicazione può essere sottoscritta dal creditore direttamente oppure (e ciò di solito conferisce maggiore incisività alla richiesta) da un legale per suo conto.

Se il debitore, nonostante la messa in mora e l’intimazione di pagamento, non adempie comunque, il creditore sarà costretto ad intraprendere un determinato percorso che – purtroppo – è inevitabile in quanto obbligatorio per legge, anche se non sempre si rivela rapido ed efficace.

Da qualche anno, nel caso di controversie riguardanti richieste di pagamento di somme di denaro non eccedenti il valore di € 50.000,00 non ci si può rivolgere direttamente all’Autorità Giudiziaria, ma si deve necessariamente ricorrere prima (ovvero quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale) al procedimento di “negoziazione assistita” di cui alla legge (D. Lgs n. 132/2014).

Tale procedimento inizia con una comunicazione che una parte (in questo caso sarebbe il creditore) invia all’altra per il tramite del proprio legale (l’assistenza degli avvocati, uno per ogni parte, è indispensabile) e contenente l’invito a stipulare una convenzione di negoziazione. Tale invito deve essere debitamente sottoscritto e indicare l'oggetto della controversia e l'avvertimento che in caso di mancata risposta entro trenta giorni o di rifiuto ciò costituirà motivo di valutazione da parte del giudice ai fini dell'addebito delle spese di giudizio.

La c.d. convenzione di negoziazione non è altro che un accordo tramite il quale le parti convengono “di cooperare in buona fede e lealtà”, al fine di risolvere in via amichevole una controversia, tramite l'assistenza di avvocati.
La convenzione deve contenere sia il termine concordato dalle parti per l'espletamento della procedura (sono infatti queste ultime che si accordano sui tempi di svolgimento della stessa), che non può essere inferiore a un mese e superiore a tre (salvo proroga di 30 giorni su richiesta concorde delle parti), sia l'oggetto della controversia.

La convenzione deve essere redatta poi, a pena di nullità, in forma scritta e deve essere conclusa con l'assistenza di uno o più avvocati, i quali certificano l'autografia delle sottoscrizioni apposte all'accordo sotto la propria responsabilità professionale.

In buona sostanza, il procedimento sopra descritto è di natura amichevole e transattiva e dovrebbe servire – secondo le intenzioni del legislatore – ad evitare il giudizio.
Nel caso però lo scopo non sia raggiunto (perché la controparte non aderisce all’invito o perché l’accordo non si raggiunge), il creditore potrà adìre l’Autorità Giudiziaria.

Nel caso di specie, purtroppo, non essendo stata ancora emessa fattura per il saldo, difficilmente si potrà ricorrere al rapido procedimento per ingiunzione (che consente di ottenere un decreto ingiuntivo in poco tempo sulla base di idonea prova scritta, tra cui si ritengono sufficienti le fatture), ma si dovrà procedere con una causa ordinaria.

Calogero B. chiede
martedì 22/03/2011 - Lombardia
“Desidero sapere entro quali termini mi posso opporre per difendermi da una "sanzione disciplinare" che mi è stata stata inflitta dal Dirigente Scolastico dell'Istituto Superiore dove insegno!
Ritengo che sia una sanzione ingiusta e persecutoria.
Grazie!
Prof, Calogero Buscarino”
Francesca B. chiede
venerdì 29/10/2010
“L'ordine dei geologi, al quale sono iscritta, mi chiede di pagare la quota del 1994. Sono passati 16 anni ed io non ho la ricevuta (non so se non ho pagato o se l'ho persa). Dopo quanto tempo va in prescrizione l'obbligo di conservare le ricevute dellla quota degli ordini professionali?
Grazie e saluti”
Consulenza legale i 29/10/2010

Il diritto al pagamento è senz'altro prescritto. In materia di prescrizione dei contributi dovuti agli enti previdenziali dai liberi professionisti, come già chiarito dalla Suprema Corte di Cassazione in più pronunce, si applica non già la disposizione dell'art. 2934 del c.c. bensì le norme di cui ai commi 9 e 10 dell’art. 3 della L. n. 335/95 che prevedono un tempo di prescrizione di addirittura di 5 anni, laddove, invece, la disposizione citata del codice civile fissa il tempo in 10 anni. Non rileva, pertanto, il fatto di aver perduto la ricevuta. Se la richiesta di pagamento è intervenuta dopo 16 anni questa è da considerarsi del tutto prescritta.


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