Brocardi.it - L'avvocato in un click! CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 337 ter Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Provvedimenti riguardo ai figli

Dispositivo dell'art. 337 ter Codice civile

Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all'articolo 337 bis, il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e all'educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all'interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l'affidamento familiare. All'attuazione dei provvedimenti relativi all'affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel caso di affidamento familiare, anche d'ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.

La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento.

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

  1. 1) le attuali esigenze del figlio.
  2. 2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.
  3. 3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore.
  4. 4) le risorse economiche di entrambi i genitori.
  5. 5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L'assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi (1).

Note

(1) Articolo aggiunto dall'art. 55 del D. lgs. 28/12/2013 n. 154, il quale riporta, con modificazioni, il contenuto della versione previgente dell'art. 155.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 337 ter Codice civile

Cass. civ. n. 15240/2018

In tema di rimborso delle spese straordinarie sostenute nell'interesse dei figli minori, il genitore collocatario non è tenuto a concordare preventivamente e ad informare l'altro genitore di tutte le scelte dalle quali derivino tali spese, poiché l'art. 155, comma 3, c.c.(oggi art. 337-ter c.c.) consente a ciascuno dei coniugi di intervenire nelle determinazioni concernenti i figli soltanto in relazione "alle decisioni di maggiore interesse", mentre, al di fuori di tali casi, il genitore non collocatario è tenuto al rimborso delle spese straordinarie, salvo che non abbia tempestivamente addotto validi motivi di dissenso.

Cass. civ. n. 12954/2018

In tema di affidamento dei figli minori, il criterio fondamentale cui deve attenersi il giudice nel fissare le relative modalità, in caso di conflitto genitoriale, è quello del superiore interesse della prole, stante il preminente diritto del minore ad una crescita sana ed equilibrata, sicché il perseguimento di tale obiettivo può comportare anche l'adozione di provvedimenti – quali, nella specie, il divieto di condurre il minore agli incontri della confessione religiosa abbracciata dal genitore dopo la fine della convivenza – contenitivi o restrittivi di diritti individuali di libertà dei genitori, ove la loro esteriorizzazione determini conseguenze pregiudizievoli per il figlio che vi presenzi, compromettendone la salute psico-fisica o lo sviluppo.

Cass. civ. n. 11689/2018

Il carattere sostanzialmente alimentare dell'assegno di mantenimento a beneficio dei figli, in regime di separazione, comporta la non operatività della compensazione del suo importo con altri crediti. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso la compensazione tra credito per spese di lite e credito derivante dal mancato pagamento di ratei dell'assegno di mantenimento cumulativamente dovuto per l'ex moglie e le figlie).

Cass. civ. n. 4811/2018

A seguito della separazione personale dei coniugi, nel quantificare l'ammontare del contributo dovuto dal genitore non collocatario per il mantenimento del figlio minore, deve osservarsi il principio di proporzionalità, che richiede una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori, oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio ed del tenore di vita da lui goduto. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione della corte d'appello per non aver effettuato un'adeguata indagine circa le risorse patrimoniali e reddituali di ciascuno dei genitori, ed avere pure espressamente trascurato la maggiore capacità patrimoniale del padre, comunque accertata nel caso concreto).

Cass. civ. n. 27153/2017

Il procedimento ex art. 337 ter c.c. si instaura nel luogo di residenza abituale del minore, da identificarsi in quello in cui costui ha consolidato, consolida o potrà consolidare una rete di affetti e relazioni, tali da assicurare un armonico sviluppo psicofisico, sicché, nei casi di recente trasferimento, occorre una prognosi sulla probabilità che la nuova dimora diventi l'effettivo, stabile e duraturo centro di affetti e di interessi del minore e che il cambiamento della sede non rappresenti un mero espediente per sottrarlo alla vicinanza dell'altro genitore o alla disciplina generale sulla competenza territoriale. (Nella specie, la Corte ha escluso che la minore, di pochi mesi, avesse consolidato una rete di affetti nella città in cui aveva vissuto con la madre dalla nascita e ha dichiarato la competenza territoriale del tribunale della città in cui si trovava la nuova sede lavorativa della madre e dove quest’ultima aveva iscritto la figlia in un asilo, così dimostrando la chiara intenzione di un definitivo trasferimento suo e della minore).

Cass. civ. n. 25055/2017

In tema di separazione personale tra coniugi e di divorzio - ed anche con riferimento ai figli di genitori non coniugati - il criterio fondamentale cui devono ispirarsi i relativi provvedimenti è rappresentato dall'esclusivo interesse morale e materiale dei figli (previsto in passato dall'art. 155 c.c. e ora dall'art. 337 ter c.c.) con la conseguenza che il giudice non è vincolato alle richieste avanzate ed agli accordi intercorsi tra le parti e può quindi pronunciarsi anche "ultra petitum".

Cass. civ. n. 977/2017

La regola dell'affidamento condiviso dei figli è derogabile solo ove la sua applicazione risulti «pregiudizievole per l'interesse del minore», il che si verifica nell’ipotesi in cui il genitore non collocatario si sia reso totalmente inadempiente al diritto di visita perché residente all’estero, essendo tale comportamento indicativo dell’inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l'affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente.

Cass. civ. n. 25723/2016

Ove il coniuge separato, che abbia incontestabilmente tenuto con sé il figlio, azioni giudizialmente il diritto di regresso nei confronti dell’altro coniuge al fine di ottenere il rimborso della quota parte delle spese straordinarie sullo stesso gravanti, queste ultime, in assenza di un pregresso provvedimento giudiziale che abbia determinato la misura del concorso dei genitori al mantenimento, non vanno ripartite in ragione della metà, secondo il principio generale vigente in materia di debito solidale, ma tenendo conto del duplice criterio delle rispettive sostanze patrimoniali disponibili e della capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascuno di essi dettato dall’art. 148 c.c. (nel testo applicabile “ratione temporis”).

Cass. civ. n. 18559/2016

In tema di affidamento dei figli minori, la grave conflittualità esistente tra i genitori e la commissione di reati da parte dell'uno nei confronti dell'altro costituiscono fatti dotati di rilevante influenza sul regime di affidamento più consono, in virtù della preminenza che riveste in tali procedimenti l'interesse del minore, da intendersi come riferito alle sue fondamentali ed imprescindibili esigenze di cura, educazione, istruzione e sana ed equilibrata crescita psicologica, e possono, pertanto, fondare la domanda di affidamento esclusivo.

Cass. civ. n. 14728/2016

In tema di affidamento dei minori, il criterio fondamentale, cui deve attenersi il giudice della separazione, è costituito dall'esclusivo interesse morale a materiale della prole, previsto in passato dall'art. 155 c.c. ed oggi dall'art. 337 quater c.c., il quale, imponendo di privilegiare la soluzione che appaia più idonea a ridurre al massimo i danni derivanti dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore, richiede un giudizio prognostico circa la capacità del singolo genitore di crescere ed educare il figlio, da esprimersi sulla base di elementi concreti attinenti alle modalità con cui ciascuno in passato ha svolto il proprio ruolo, con particolare riguardo alla capacità di relazione affettiva, nonché mediante l'apprezzamento della personalità del genitore. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, ritenendo che la scelta spirituale di uno dei genitori di aderire ad una confessione religiosa diversa da quella cattolica, quella dei Testimoni di Geova, non potesse costituire ragione sufficiente a giustificare l'affidamento esclusivo dei minori all'altro genitore, in presenza di emergenze probatorie per le quali entrambi i coniugi risultano legati ai figli e capaci di accudirli nella quotidianità).

Cass. civ. n. 14175/2016

In materia di separazione personale dei coniugi, la formazione di una nuova famiglia e la nascita di figli dal nuovo partner, pur non determinando automaticamente una riduzione degli oneri di mantenimento dei figli nati dalla precedente unione, deve essere valutata dal giudice come circostanza sopravvenuta che può portare alla modifica delle condizioni originariamente stabilite in quanto comporta il sorgere di nuovi obblighi di carattere economico.

Cass. civ. n. 16175/2015

Non è configurabile a carico del coniuge affidatario un obbligo di informazione e di concertazione preventiva con l'altro in ordine alla determinazione delle spese straordinarie (nella specie, spese di arredamento della cameretta, stage per l'apprendimento della lingua inglese), trattandosi di decisione "di maggiore interesse" per il figlio e sussistendo, pertanto, a carico del coniuge non affidatario, un obbligo di rimborso qualora non abbia tempestivamente addotto validi motivi di dissenso. Ne consegue che, nel caso di mancata concertazione preventiva e di rifiuto di provvedere al rimborso della quota di spettanza da parte del coniuge che non le ha effettuate, il giudice è tenuto a verificare la rispondenza delle spese all'interesse del minore mediante la valutazione della commisurazione dell'entità della spesa rispetto all'utilità e della sostenibilità della spesa stessa rapportata alle condizioni economiche dei genitori.

Cass. civ. n. 9633/2015

Il coniuge separato che intenda trasferire la residenza lontano da quella dell'altro coniuge non perde l'idoneità ad avere in affidamento i figli minori, sicché il giudice deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all'interesse della prole il collocamento presso l'uno o l'altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario.

Cass. civ. n. 6132/2015

Il decreto della corte di appello, contenente i provvedimenti in tema di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio e le disposizioni relative al loro mantenimento, è ricorribile per cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost. poiché già nel vigore della legge 8 febbraio 2006, n. 54 - che tendeva ad assimilare la posizione dei figli di genitori non coniugati a quella dei figli nati nel matrimonio - ed a maggior ragione dopo l'entrata in vigore del d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 - che ha abolito ogni distinzione - al predetto decreto vanno riconosciuti i requisiti della decisorietà, in quanto risolve contrapposte pretese di diritto soggettivo, e di definitività, perché ha un'efficacia assimilabile "rebus sic stantibus" a quella del giudicato.

Cass. civ. n. 18869/2014

Il coniuge separato o divorziato, già affidatario del figlio minorenne, è legittimato "iure proprio", anche dopo il compimento da parte del figlio della maggiore età, ove sia con lui convivente e non economicamente autosufficiente, ad ottenere dall'altro coniuge un contributo al mantenimento del figlio. Ne discende che ciascuna legittimazione è concorrente con l'altra, senza, tuttavia, che possa ravvisarsi un'ipotesi di solidarietà attiva, ai cui principi è possibile ricorrere solo in via analogica, trattandosi di diritti autonomi e non del medesimo diritto attribuito a più persone.

In tema di divorzio, il contributo al mantenimento dei figli minori, quantificato in una somma fissa mensile in favore del genitore affidatario, non costituisce, in mancanza di diverse disposizioni, il mero rimborso delle spese sostenute da quest'ultimo nel mese corrispondente, bensì la rata mensile di un assegno annuale determinato, tenendo conto di ogni altra circostanza emergente dal contesto, in funzione delle esigenze della prole rapportate all'anno. Ne consegue che il genitore non affidatario non può ritenersi sollevato dall'obbligo di corresponsione dell'assegno per il tempo in cui i figli, in relazione alle modalità di visita disposte dal giudice, si trovino presso di lui ed egli provveda in modo esclusivo al loro mantenimento.

Cass. civ. n. 11412/2014

In tema di separazione personale tra coniugi, il giudice della separazione è competente, anche "ultra petitum", ad assumere i provvedimenti relativi alla prole, con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva disposto l'affidamento del minore al servizio sociale, in ragione della consumata violazione del suo diritto alla bigenitorialità e della conflittualità in atto tra i genitori).

Cass. civ. n. 20139/2013

In tema di separazione personale dei coniugi, il giudice può legittimamente imporre a carico di un genitore, quale modalità di adempimento dell'obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, il pagamento delle rate del mutuo contratto per l'acquisto della casa familiare, trattandosi di voce di spesa sufficientemente determinata e strumentale alla soddisfazione delle esigenze in vista delle quali detto obbligo è disposto.

Cass. civ. n. 18538/2013

La determinazione del contributo che per legge grava su ciascun coniuge per il mantenimento, l'educazione e l'istruzione della prole, a differenza di quanto avviene nella determinazione dell'assegno spettante al coniuge separato o divorziato, non si fonda su di una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge. Pertanto, le maggiori potenzialità economiche del genitore affidatario concorrono a garantire al minore un migliore soddisfacimento delle sue esigenze di vita, ma non comportano una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell'altro genitore.

Cass. civ. n. 18131/2013

La regola dell'affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall'art. 155 c.c. con riferimento alla separazione personale dei coniugi, non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori (nella specie, la madre) e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l'altro genitore.

Cass. civ. n. 17089/2013

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, stabilito dall'art. 147 c.c., obbliga i coniugi a far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all'assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione - fino a quando la loro età lo richieda - di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Tale principio trova conferma nel nuovo testo dell'art. 155 c.c., come sostituito dall'art. 1 legge 8 febbraio 2006, n. 54, il quale, nell'imporre a ciascuno dei coniugi l'obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, individua, quali elementi da tenere in conto nella determinazione dell'assegno, oltre alle esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza e le risorse economiche dei genitori, nonché i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

La condotta antidoverosa del coniuge, cui va riferito l'addebito della separazione, non contrasta in alcun modo con la collocazione del minore presso lo stesso, tenuto conto che la violazione dei doveri del matrimonio (nella specie, per condotte aggressive, irrispettose ed infedeli della moglie verso il marito) può non tradursi anche in un pregiudizio per l'interesse del minore, non nuocendo al suo corretto sviluppo psico-fisico, né compromettendo il suo rapporto con il genitore.

Cass. civ. n. 2/2012

In tema di mantenimento della prole, devono intendersi spese "straordinarie" quelle che, per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall'ordinario regime di vita dei figli, cosicchè la loro inclusione in via forfettaria nell'ammontare dell'assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dall'art. 155 c.c. e con quello dell'adeguatezza del mantenimento, nonchè recare grave nocumento alla prole, che potrebbe essere privata, non consentendolo le possibilità economiche del solo genitore beneficiario dell'assegno "cumulativo", di cure necessarie o di altri indispensabili apporti; pertanto, pur non trovando la distribuzione delle spese straordinarie una disciplina specifica nelle norme inerenti alla fissazione dell'assegno periodico, deve ritenersi che la soluzione di stabilire in via forfettaria ed aprioristica ciò che è imponderabile e imprevedibile, oltre ad apparire in contrasto con il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere preventivamente quantificato, introduce, nell'individuazione del contributo in favore della prole, una sorta di alea incompatibile con i principi che regolano la materia.

Cass. civ. n. 5108/2012

In tema di separazione personale, la mera conflittualità tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti separatizi, non preclude il ricorso al regime preferenziale dell'affidamento condiviso solo se si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, mentre assume connotati ostativi alla relativa applicazione, ove si esprima in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l'equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli, e, dunque, tali da pregiudicare il loro interesse.

Cass. civ. n. 17191/2011

L'art. 1, comma primo, della legge 8 febbraio 2006, n. 54, che ha novellato l'art. 155 c.c., nel prevedere il diritto dei minori, figli di coniugi separati, di conservare rapporti significativi con gli ascendenti (ed i parenti di ciascun ramo genitoriale), non attribuisce ad essi un autonomo diritto di visita, ma affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell'articolazione di provvedimenti da adottare in tema di affidamento, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto non censurabile la motivazione della corte territoriale che, provvedendo alla concreta regolazione di tale questione nella suddetta prospettiva, ha ritenuto idonea a realizzare, nella specie, l'interesse della minore la possibilità per la medesima di vedere i nonni paterni in occasione delle visite al padre, anche tenuto conto della attiguità delle rispettive abitazioni).

Cass. civ. n. 2182/2009

In tema di separazione personale dei coniugi, poiché l'art. 155 cod. civ., nel testo in vigore prima della modifica apportata con la legge n. 54 del 2006, consente al coniuge non affidatario di intervenire nell'interesse dei figli soltanto con riguardo alle "decisioni di maggiore interesse", non è configurabile a carico del coniuge affidatario alcun obbligo di previa concertazione con l'altro coniuge sulla determinazione delle spese straordinarie, nei limiti in cui esse non implichino decisioni di maggior interesse per i figli; tuttavia, tale principio non è inderogabile, essendo sempre possibile che il giudice, ai sensi del secondo e del terzo comma della norma citata, determini, oltre che la misura, anche i modi con i quali il coniuge non affidatario contribuisce al mantenimento dei figli, in modo difforme da quanto previsto in linea di principio dalla legge.

Cass. civ. n. 18187/2006

L'affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori - previsto dall'art. 6 della legge sul divorzio (1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dall'art. 11 della L. 6 marzo 1987, n. 74), analogicamente applicabile anche alla separazione personale dei coniugi - è istituto che, in quanto fondato sull'esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l'obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l'istituto stesso implichi, come conseguenza "automatica", che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze. (Nell'enunciare il principio in massima, la S.C. ha rilevato come esso trovi conferma nelle nuove previsioni della L. 8 febbraio 2006, n. 54, in tema di affidamento condiviso, peraltro successiva alla sentenza impugnata).

Cass. civ. n. 14840/2006

In materia di affidamento dei figli minori, il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale - posto, per la separazione, nell'art. 155, primo comma, c.c. e, per il divorzio, dall'art. 6 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, rappresentato dall'esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo - i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. L'individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione di genitore singolo, giudizio che, ancorandosi ad elementi concreti, potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché sull'apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell'affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale deve avere come parametro di riferimento l'interesse del minore e, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità. (Nella specie, la Corte ha tassato con rinvio, la sentenza d'appello, la quale aveva ritenuto di dover affidare la figlia minore alla madre facendo leva, soprattutto, sul fatto che «il cristiano - e il marito e la moglie con la scelta del matrimonio religioso avevano esplicitato alla società di esserlo - conosceva le ultime parole del Cristo e sapeva che non era dato al cristiano togliere la madre al figlio né il figlio alla madre», laddove la sentenza di primo grado - ancorata alle risultanze di una consulenza tecnica collegiale - aveva disposto l'affidamento alla zia paterna ed al di lei coniuge e l'allontanamento dalla madre, la quale - mossa esclusivamente dal desiderio di soddisfare il suo istinto distruttivo della figura paterna-maschile- aveva determinato l'esaurimento di tutti i meccanismi difensivi fisiologici della bambina, con il rischio di scivolamento dallo stato premorboso ad uno stato psicotico di difficile o impossibile remissione).

Cass. civ. n. 10119/2006

In materia di assegno di mantenimento per il figlio, poiché si verte in tema di conservazione del contenuto reale del credito fatto valere con la domanda originaria, deve ammettersi la possibilità, per il genitore istante, di chiedere un adeguamento del relativo ammontare, alla stregua della svalutazione monetaria o del sopravvento di altre circostanze, verificatesi nelle more del giudizio, in particolare relative alle mutate condizioni economiche dell'obbligato ovvero alle accresciute esigenze del figlio. Ne deriva che la proposizione, in primo grado o in appello, di simili istanze o eccezioni non ricade sotto il divieto di ius novorum né con riguardo al giudizio di primo grado (art. 183, quarto comma, c.p.c.), né con riguardo al giudizio di appello (art. 345, primo comma, c.p.c.).

Cass. civ. n. 4203/2006

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, secondo il precetto di cui all'art. 147 c.c., impone ai genitori, anche in caso di separazione, di far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, certamente non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma inevitabilmente estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, alla assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione, sempre che su tale obbligo incida la eventuale prestazione di assistenza di tipo coniugale da parte del convivente more uxorio del coniuge affidatario, la quale può assumere rilievo solo per escluderne oppure ridurne lo stato di bisogno, e, quindi, al fine di valutare la esistenza e la consistenza del diritto all'assegno di mantenimento. Ne consegue che la circostanza che il coniuge affidatario utilizzi quale abitazione un appartamento condotto in locazione dal proprio convivente non assume rilievo al fine di ridurre la portata dell'obbligo di contribuire al mantenimento del figlio minore posto a carico del coniuge non affidatario, il quale non può giovarsi di eventuali condizioni di favore esistenti fra il coniuge affidatario ed il convivente (o terzi), tenuto anche conto della precarietà di tale eventuale rapporto favorevole, privo, com'è, di tutela giuridica.

Cass. civ. n. 3747/2006

In tema di separazione personale tra coniugi, l'obbligo di mantenimento dei figli minori (ovvero maggiorenni non autosufficienti) può essere legittimamente adempiuto dai genitori mediante un accordo che, in sede di separazione personale o di divorzio, attribuisca direttamente – o impegni il promittente ad attribuire – la proprietà di beni mobili o immobili ai figli, senza che tale accordo (formalmente rientrante nelle previsioni, rispettivamente, degli artt. 155, 158, 711 c.c. e 4 e 6 della legge n. 898 del 1970, e sostanzialmente costituente applicazione della regula iuris di cui all'art. 1322 c.c., attesa la indiscutibile meritevolezza di tutela degli interessi perseguiti) integri gli estremi della liberalità donativa, ma assolvendo esso, di converso, ad una funzione solutorio-compensativa dell'obbligo di mantenimento. Esso, comporta l'immediata e definitiva acquisizione al patrimonio dei figli della proprietà dei beni che i genitori abbiano loro attribuito o si siano impegnati ad attribuire, di talché, in questa seconda ipotesi, il correlativo obbligo, suscettibile di esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c., è senz'altro trasmissibile agli eredi del promittente, trovando titolo non già nella prestazione di mantenimento – che, nei limiti costituiti dal valore dei beni attribuiti o da attribuire, risulta ormai convenzionalmente liquidata in via definitiva, – ma nell'accordo che l'ha estinta.

Cass. civ. n. 10197/2005

In sede di separazione personale tra coniugi, al fine di determinare l'ammontare dell'assegno di mantenimento dovuto per i figli nati in costanza di matrimonio, il giudice non può trascurare di considerare, nel valutare la capacità patrimoniale del genitore, anche gli obblighi di natura economica che incombono per legge sul medesimo genitore per il mantenimento di altro figlio, nato fuori dal matrimonio.

Cass. civ. n. 2088/2005

L'obbligo di mantenimento nei confronti della prole può essere adempiuto con l'attribuzione definitiva di beni, o con l'impegno ad effettuare detta attribuzione, piuttosto che attraverso una prestazione patrimoniale periodica, sulla base di accordi costituenti espressione di autonomia contrattuale, con i quali vengono, peraltro, regolate solo le concrete modalità di adempimento di una prestazione comunque dovuta. Ne consegue che la pattuizione conclusa in sede di separazione personale dei coniugi non esime il giudice chiamato a pronunciare nel giudizio di divorzio dal verificare se essa abbia avuto ad oggetto la sola pretesa azionata nella causa di separazione ovvero se sia stata conclusa a tacitazione di ogni pretesa successiva, e, in tale seconda ipotesi, dall'accertare se, nella sua concreta attuazione, essa abbia lasciato anche solo in parte inadempiuto l'obbligo di mantenimento nei confronti della prole, in caso affermativo emettendo i provvedimenti idonei ad assicurare detto mantenimento.

Cass. civ. n. 6074/2004

In sede di separazione personale dei coniugi, ai fini della determinazione dell'assegno di mantenimento a favore del figlio minore, è legittimo tenere conto delle esigenze economiche che l'affidamento comporta per il coniuge affidatario, e in particolare anche della voce di spesa costituita dall'importo del canone necessario per la locazione della casa di abitazione. Nè assume rilievo il fatto che il coniuge affidatario utilizzi a tal fine un appartamento di proprietà del proprio fratello, non potendo il coniuge tenuto a versare l'assegno di mantenimento giovarsi di eventuali condizioni di favore esistenti fra il coniuge affidatario ed il fratello di quest'ultimo, anche tenuto conto della precarietà di tale eventuale rapporto favorevole, privo, com'è, di tutela giuridica.

Cass. civ. n. 270/2004

Nel giudizio di separazione e divorzio, i provvedimenti necessari alla tutela degli interessi morali e materiali della prole, tra i quali rientrano anche quelli di attribuzione e determinazione di un assegno di mantenimento a carico del genitore non affidatario, possono essere adottati d'ufficio, essendo rivolti a soddisfare esigenze e finalità pubblicistiche sottratte all'iniziativa e alla disponibilità delle parti.

Cass. civ. n. 586/2003

Il decreto con cui il tribunale dichiara la propria incompetenza territoriale sulla domanda di modifica delle condizioni della separazione personale dei coniugi con riguardo alle modalità di affidamento del figlio minore, non è impugnabile con il regolamento di competenza (come non è impugnabile con il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost. ), non avendo al pari del provvedimento di merito da adottarsi su tale domanda carattere decisorio, neanche in ordine alla negazione della competenza, atteso che la negazione o l'affermazione di questa (come pure della giurisdizione ) è preliminare o strumentale alla decisione di merito e non ha una sua natura specifica, diversa da quest'ultima, tale da giustificare un diverso regime di impugnazione, né “fa giudicato” sulla competenza se non all'interno di quello specifico procedimento che termina con il decreto camerale.

Cass. civ. n. 13065/2002

In ipotesi di separazione personale dei coniugi, la esclusione della possibilità per il coniuge affidatario di figli minori di fruizione della casa familiare legittima l'incremento della misura dell'assegno di mantenimento.

Cass. civ. n. 9484/2002

Avverso i provvedimenti emanati dalla corte d'appello in sede di reclamo, concernenti la modifica della statuizione riguardante il contributo per il mantenimento dei figli, è inammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111 della Costituzione, trattandosi di provvedimenti che in quanto modificabili in ogni momento, ai sensi dell'art. 155, ult. comma, c.c., anche indipendentemente dal sopravvenire di circostanze nuove, e perciò insuscettibili di passare in giudicato sono privi del carattere della decisorietà e definitività.

Cass. civ. n. 299/2002

In tema di "diritto di visita" dei minori (che riceve riconoscimento sia dall'art. 30, comma primo, Cost., sia dall'art. 147 c.c.), la Convenzione dell'Aja e la legge n. 64 del 1994 sono applicabili non solo nei casi in cui manchi un provvedimento statale regolatore del diritto stesso, ma anche nei casi in cui si invochi la tutela dell'esercizio effettivo di un diritto già riconosciuto e disciplinato dal giudice competente, al fine di rimuovere gli ostacoli frapposti dal genitore affidatario alla sua attuazione. Tale ultimo accertamento compete al giudice di merito, con apprezzamento in fatto che, se congruamente e logicamente motivato, non è suscettibile di censura da parte del giudice di legittimità. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto correttamente motivato il giudizio di merito secondo cui la remissione al padre affidatario della regolamentazione degli incontri delle figlie minori con la madre residente in altro Stato non integrava una sostanziale denegazione del diritto di visita, né valeva di per sé a determinare un effettivo ostacolo al suo esercizio).

Cass. civ. n. 13872/2001

Con l'opposizione al precetto relativo a crediti maturati per il mancato pagamento dell'assegno di mantenimento, determinato a favore del figlio in sede di separazione, possono proporsi soltanto questioni relative alla validità ed efficacia del titolo, mentre non possono dedursi fatti sopravvenuti da farsi valere col procedimento di modifica delle condizioni della separazione di cui all'art. 710 c.p.c.

Cass. civ. n. 12136/2001

L'art. 6, undicesimo comma, della legge n. 898 del 1970 (come sostituito dall'art. 11 della legge n. 74 del 1987) - il quale prevede che il giudice dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio, nel fissare la misura dell'assegno di mantenimento relativo ai figli, determina anche un criterio di adeguamento automatico dello stesso, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria - è applicabile, in via analogica, anche all'assegno previsto dall'art. 155 c.c. in favore dei figli di coniugi separati. (Sulla base del principio di cui in massima, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza del giudice del merito, la quale aveva negato l'adeguamento automatico agli indici monetari del contributo fissato a favore dei figli in sede di separazione muovendo dall'erroneo rilievo che la possibilità di un aumento avrebbe potuto essere riesaminata soltanto in sede di modificazione delle condizioni di separazione ove le esigenze dei figli fossero divenute pressanti).

Cass. civ. n. 566/2001

In tema di separazione personale dei coniugi, deve ritenersi che, in mancanza di diverse disposizioni, il contributo al mantenimento dei figli minori, determinato in una somma fissa mensile in favore del genitore affidatario, non costituisca il mero rimborso delle spese sostenute dal suddetto affidatario nel mese corrispondente, bensì la rata mensile di un assegno annuale determinato, tenendo conto di ogni altra circostanza emergente dal contesto, in funzione delle esigenze della prole rapportate all'anno; ne consegue che il genitore non affidatario non può ritenersi sollevato dall'obbligo di corresponsione dell'assegno per il tempo in cui i figli, in relazione alle modalità di visita disposte dal giudice, si trovino presso di lui ed egli provveda pertanto, in modo esclusivo, al loro mantenimento.

Cass. civ. n. 15065/2000

A seguito della separazione o del divorzio, la prole ha diritto ad un mantenimento tale da garantirle un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia ed analogo, per quanto possibile, a quello goduto in precedenza; il solo cambiamento della condizione familiare dei genitori tenuto all'assegno, per la formazione di una nuova famiglia, e le sue accresciute responsabilità non legittimano di per sé una diminuzione del contributo per il mantenimento dei figli nati in precedenza, poiché la costituzione di un nuovo nucleo familiare è espressione di una scelta e non di una necessità e lascia inalterata la consistenza degli obblighi nei confronti della prole (nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza d'appello che aveva diminuito l'assegno fissato in primo grado per aver il padre contratto nuovo matrimonio, da cui era nato un bambino, con donna disoccupata).

L'art. 6, comma nono, L. n. 898 del 1970, come l'art. 155, comma settimo c.c. in materia di separazione, disponendo che i provvedimenti relativi all'affidamento dei figli ed al contributo per il loro mantenimento «possono essere diversi rispetto alle domande delle parti o al loro accordo, ed emessi dopo l'assunzione di mezzi di prova dedotti dalle parti o disposti d'ufficio dal giudice», opera una deroga alle regole generali sull'onere della prova, attribuendo al giudice poteri istruttori di ufficio per finalità di natura pubblicistica, con la conseguenza che le domande delle parti non possono essere respinte sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano e che i provvedimenti da emettere devono essere ancorati ad una adeguata verifica delle condizioni patrimoniali dei genitori e delle esigenze di vita dei figli esperibile anche di ufficio (nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza del giudice d'appello che aveva ritenuto superate le esigenze prospettate dalla madre nel richiedere l'aumento dell'assegno per il figlio per aver il padre dichiarato, che questi non frequentava più la piscina, non era più iscritto a un istituto privato e non necessitava più di baby sitter, in assenza di una specifica contestazione della madre).

Cass. civ. n. 14360/2000

A seguito della separazione tra coniugi, la potestà sui figli rimane ad essi comune, l'esercizio esclusivo della medesima è attribuito all'affidatario, che deve attenersi alle condizioni fissate dal giudice, e le decisioni di maggior interesse (tra cui la scelta della scuola) devono essere adottate da entrambi i genitori, in mancanza di accordo, compete al giudice ordinario ai sensi dell'articolo 155, comma terzo, c.c., accertare la congruità rispetto all'interesse del minore della decisione assunta dall'affidatario, avvalendosi a tal fine dei poteri ufficiosi di cui all'articolo 155, comma settimo, c.c. e integrando all'occorrenza le condizioni della separazione; benché la norma attribuisca il potere d'iniziativa al genitore non affidatario, analogo potere spetta anche all'affidatario il quale, in presenza di contrasto con l'altro coniuge, anziché decidere può chiedere direttamente al giudice di adottare i provvedimenti necessari.

Cass. civ. n. 8417/2000

Al procedimento di revisione del contributo di mantenimento dei figli è applicabile la disciplina sulla sospensione dei termini processuali nel periodo feriale, in quanto il diritto dei figli al mantenimento da parte dei genitori, anche dopo la separazione od il divorzio, previsto rispettivamente dagli artt. 155 c.c. e 6 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, non ha assolutamente natura alimentare (artt. 433 ss. c.c.) né ad essa assimilabile.

Cass. civ. n. 2210/2000

In tema di separazione personale tra coniugi, l'adottabilità d'ufficio, da parte del giudice, ex art. 155 c.c., dei provvedimenti necessari alla tutela morale e materiale dei figli minori (provvedimenti caratterizzati da esigenze e finalità pubblicistiche e sottratti, per l'effetto, all'iniziativa ed alla disponibilità delle parti) condiziona la stessa applicazione dell'art. 345 c.p.c. in tema di ius novorum in appello, nel senso che una richiesta di parte al riguardo formulata per la prima volta in sede di gravame si risolve pur sempre nell'allegazione di una omessa pronuncia di provvedimenti che rientravano nei poteri d'ufficio del primo giudice. (Nell'affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha così confermato la sentenza d'appello che, a fronte di una richiesta di modifica del provvedimento di affidamento congiunto del minore - con residenza privilegiata presso la casa paterna - avanzata dalla madre, che chiedeva, invece, l'affidamento esclusivo del minore stesso, aveva ampliato il diritto di visita riconosciuto alla ricorrente pur in assenza di una specifica richiesta in tal senso).

Cass. civ. n. 5262/1999

In tema di separazione personale, l'art. 155 c.c., nel rimettere alle determinazioni di entrambi i coniugi «le scelte di maggior interesse per i figli», non impone, riguardo ad esse, alcuno specifico onere di informazione al genitore affidatario, dovendo tale onere ritenersi implicitamente gravante su quest'ultimo (sempre che il suo adempimento non rischi di risolversi in un danno per il minore in relazione alla indifferibilità della scelta) nel solo caso in cui l'informazione sia necessaria affinché il genitore non affidatario possa partecipare alla decisione con riguardo ad eventi eccezionali ed imprevedibili. Ne consegue che, nelle scelte «di maggior interesse» della vita quotidiana del minore - quali, di regola, quelli attinenti alla sua istruzione, in relazione ai quali l'art. 155 citato prevede espressamente un dovere di vigilanza del coniuge non affidatario - ciascun genitore, in ogni caso ed in ogni tempo, ha un autonomo potere di attivarsi nei confronti dell'altro per concordarne le eventuali modalità, e, in difetto, ricorrere all'autorità giudiziaria (principio affermato in relazione ad una vicenda in cui il genitore non affidatario, tenuto a corrispondere un contributo pari al 50 per cento delle spese scolastiche del minore - così come disposto dalla sentenza di separazione - aveva contestato il diritto al rimborso della somma pretesa a tal titolo dal coniuge affidatario con riferimento alle spese sostenute per l'iscrizione del figlio presso un istituto scolastico privato non previamente concordata: la S.C., premessa l'irrilevanza della inesistenza di un accordo tra i coniugi circa tale scelta scolastica, ha ritenuto sufficiente, per la sussistenza dell'obbligo di rimborso, l'esistenza del titolo giudiziale e la mancata, tempestiva adduzione da parte del genitore non affidatario di validi motivi di dissenso circa la scelta della scuola, a prescindere dalla circostanza che l'altro coniuge gli avesse o meno comunicato tale determinazione).

Cass. civ. n. 9606/1998

Lo stato di tossicodipendenza del genitore non affidatario non può rivelarsi - di per sé - ostativo al riconoscimento - al medesimo - del diritto di tenere con sé il minore in tempi stabiliti, non potendosi per ciò solo negare, al genitore non affidatario, di conservare e rafforzare i rapporti affettivi con il figlio, nonché di seguire - al tempo stesso - la sua crescita, la sua educazione e la sua vita, qualora risulti accertata l'utilità di tali rapporti per il minore medesimo.

Cass. civ. n. 9028/1998

Nei giudizio di modifica delle condizioni della separazione, la rideterminazione del contributo dovuto dal coniuge onerato va effettuata con riferimento alla situazione in atto al momento della decisione, ed, a tal fine, deve essere considerata anche l'evoluzione delle condizioni economiche delle parti nel corso del giudizio. A tal riguardo il giudice è tenuto ad ancorare la decorrenza della nuova determinazione del contributo, al momento dell'effettivo verificarsi del mutamento di dette condizioni, ed ad eventualmente modulare, nel tempo, l'ammontare dell'assegno, attraverso uno scaglionamento degli incrementi o delle diminuzioni, in relazione al loro progressivo variare.

Cass. civ. n. 8046/1998

Il provvedimento emesso dalla corte d'appello ai sensi dell'art. 739 c.p.c. su reclamo avverso il decreto del tribunale in materia di modificazione dei provvedimenti di separazione riguardanti i coniugi, dichiarato espressamente non reclamabile ai sensi del citato art. 739, è caratterizzato dagli elementi della decisorietà e definitività ed è perciò ricorribile per cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost., diversamente da quanto accade per i provvedimenti di separazione riguardanti la prole, atteso che tali provvedimenti, essendo modificabili, a norma dell'art. 155 ult. comma c.p.c., senza bisogno che per la modifica sia dedotto un mutamento delle circostanze esaminate dal giudice sono privi del carattere della definitività e insuscettibili di passare in cosa giudicata.

Cass. civ. n. 11025/1997

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, secondo il precetto di cui all'art. 147 c.c., impone ai genitori, anche in caso di separazione, di far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, certamente non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma inevitabilmente estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, alla assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione, mentre il parametro di riferimento, ai fini della corretta determinazione del rispettivo concorso negli oneri finanziari è costituito, giusto disposto dell'art. 148, non soltanto dalle «rispettive sostanze», ma anche dalla rispettiva capacità di lavoro, professionale o casalingo, di ciascun coniuge, con espressa valorizzazione non soltanto delle risorse economiche individuali, ma anche delle accertate potenzialità reddituali. Ne deriva che la fissazione, da parte del giudice di merito, di una somma (nella specie, cinquecentomila lire mensili) quale contributo per il mantenimento di un figlio minore (nella specie, dell'età di nove anni) può legittimamente venir correlata non tanto alla quantificazione delle entrate derivanti dall'attività professionale svolta dal genitore non convivente, quanto piuttosto ad una valutazione complessiva del minimo essenziale per la vita e la crescita di un bambino dell'età suindicata.

Cass. civ. n. 9339/1997

La soluzione del contrasto fra i genitori, in ordine alla scelta od al mutamento del nome del figlio minore, è affidata, in pendenza di causa di separazione personale al giudice della separazione stessa, ai sensi dell'art. 155 terzo comma c.c., le cui disposizioni prevalgono, nel corso di detta causa, sulla regola generale della devoluzione al tribunale per i minorenni delle questioni di particolare importanza che insorgano nell'esercizio della potestà genitoriale (artt. 316 c.c. e 38 disp. att. c.c.).

Cass. civ. n. 2993/1997

Nello stabilire l'ammontare dell'assegno di mantenimento dei figli minori in favore del coniuge (separato o divorziato) affidatario – assegno che ha lo scopo di assicurare ai figli, per quanto possibile, anche in regime di separazione, un tenore di vita proporzionato alle possibilità economiche della famiglia – il giudice deve tenere presente non le sole esigenze di mantenimento e di istruzione del minore, ma altresì il reddito dei genitori, ancorché in relazione alle maggiori spese derivanti a ciascuno di essi dalla separazione.

Cass. civ. n. 10813/1996

In tema di separazione personale dei coniugi, l'ordine al terzo di versare direttamente agli aventi diritto parte delle somme di denaro periodicamente dovute all'obbligato può estendersi anche all'assegno in favore di figli minori, nonostante l'art. 156 c.c. richiami il precedente art. 155 solo nel quarto comma (dove è prevista l'imposizione di idonee garanzie reali e personali), in quanto l'assegno a favore del coniuge affidatario è di regola comprensivo sia delle somme dovute a titolo di mantenimento del coniuge privo di adeguati redditi propri, sia di quelle dovute a titolo di contributo nel mantenimento della prole, e, quand'anche consista solo in quest'ultimo contributo, rappresenta pur sempre un credito dell'altro coniuge e la sua corresponsione da parte dell'obbligato si inserisce, necessariamente, nella disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi, salva restando la destinazione delle relative somme.

Cass. civ. n. 10268/1996

In sede di separazione giudiziale, il giudice deve stabilire la misura e le modalità con cui il coniuge non affidatario deve contribuire al mantenimento, istruzione ed educazione dei figli, avendo come esclusivo riferimento la realizzazione dei loro interessi morali e materiali, seguendo il criterio di cui all'art. 148, primo comma, c.c. - secondo cui i genitori devono adempiere i predetti doveri verso i figli in proporzione delle loro sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale e casalingo - e compiendo le indagini e gli accertamenti relativi anche d'ufficio; senza che assuma rilievo, ai fini della determinazione dell'indicato contributo, la «posizione sociale» dei figli, in quanto il contributo medesimo è finalizzato alla realizzazione di interessi non soltanto materiali della prole.

Cass. civ. n. 7644/1995

Ai fini della determinazione dell'assegno di mantenimento a favore del figlio minore le buone risorse economiche dell'obbligato hanno rilievo non soltanto nel rapporto proporzionale col contributo dovuto dall'altro genitore, ma anche in funzione diretta di un più ampio soddisfacimento delle esigenze del figlio, posto che i bisogni, le abitudini, le legittime aspirazioni di questo, e in genere le sue prospettive di vita, non potranno non risentire del livello economico-sociale in cui si colloca la figura del genitore.

Cass. civ. n. 706/1995

Ai fini della determinazione dell'assegno dovuto ai figli minori o comunque non ancora autosufficienti, ancorché maggiorenni, la valutazione della capacità economica di ciascun genitore, separato o divorziato, deve essere effettuata considerando la complessiva consistenza del patrimonio di ciascuno di essi, quale espressa da ogni forma di reddito od utilità, e quindi anche dal valore intrinseco di beni immobili, siano essi direttamente abitati o diversamente utilizzati.

Cass. civ. n. 6548/1994

In tema di separazione personale dei coniugi, il diritto del genitore non affidatario dei figli a vedersi assicurata una sufficiente possibilità di rapporti con i minori affidati all'altro coniuge, per quanto non abbia carattere assoluto, essendo subordinato ai preminenti interessi dei minori, nondimeno non può essere del tutto escluso per un periodo più o meno lungo di tempo se non in presenza di gravi motivi, che non possano essere ricondotti unicamente alla pregressa condotta del genitore, occorrendo invece a tal fine aver riguardo anche e soprattutto all'impatto psicologico sui minori delle vicende dalle quali si fa derivare la sospensione del diritto di visita ed al conseguente pregiudizio psico-fisico per questi ultimi.

Cass. civ. n. 3363/1993

In tema di separazione personale dei coniugi, l'obbligo della corresponsione dell'assegno per il mantenimento di un minore (art. 155 c.c.) non può essere subordinato al rispetto delle prescrizioni relative alla visita del figlio al genitore non affidatario ed ai soggiorni presso quest'ultimo, atteso che la corresponsione dell'assegno e la regolamentazione degli incontri costituiscono strumenti per la realizzazione di diritti indisponibili del minore, ben distinti tra di loro, e che, pur se la regolamentazione degli incontri soddisfa al tempo stesso anche il diritto (e dovere) del genitore non affidatario di vedere ed avere con sé il figlio, per contribuire alla sua educazione ed istruzione (secondo comma, art. 155 cit.), tuttavia l'esercizio del diritto del genitore è comunque subordinato alla tutela del diritto del figlio, tanto da poter essere escluso o limitato in presenza di un pregiudizio per il minore. Ne consegue che, nel caso in cui il genitore non affidatario sia privato, a causa di un comportamento anche colpevole del genitore affidatario, della possibilità di incontrare il minore (nella specie, residente all'estero), egli non può sospendere l'erogazione dell'assegno per il figlio, nemmeno quando l'assegno sia diretto ad assicurare esigenze di vita del minore superiori a quelle minime, ma ad un mantenimento tale da garantirgli un tenore di vita corrispondente alle possibilità economiche della famiglia ed analogo, per quanto possibile, al tenore di vita goduto dallo stesso minore prima della separazione dei genitori.

L'assegno a favore del minore, fissato in via temporanea nella fase presidenziale del procedimento di separazione personale dei coniugi – ed eventualmente modificato dal giudice istruttore o dal collegio nel corso del giudizio – è diretto al soddisfacimento delle esigenze di mantenimento del minore durante il procedimento di separazione. Pertanto, è esclusa la ripetibilità, anche in parte, delle somme erogate prima della pronuncia definitiva sul punto, dovendosi presumersi che il genitore affidatario le abbia utilizzate tutte per il mantenimento del minore, come era suo dovere.

Cass. civ. n. 12212/1990

L'assegno dovuto al coniuge separato o divorziato, per il mantenimento dei figli ad esso affidati, non può subire riduzioni o detrazioni in relazione ad altre elargizioni del coniuge obbligato in favore dei figli medesimi, ove queste risultino effettuate per spirito di liberalità per soddisfare esigenze ulteriori rispetto a quelle poste a base del predetto assegno, sicché restino ricollegabili ad un titolo diverso.

Cass. civ. n. 8109/1990

Con i provvedimenti riguardanti il figlio minore, il giudice della separazione dei coniugi deve assicurare, in difetto di specifiche situazioni ostative, il mantenimento dei rapporti fra il figlio medesimo ed il genitore non affidatario, nei limiti compatibili con la frattura del nucleo familiare, tenuto conto che l'equilibrato sviluppo della prole, cui devono tendere detti provvedimenti, abbisogna, di regola, dell'apporto di entrambi i genitori.

Cass. civ. n. 5135/1989

Il coniuge affidatario del figlio minorenne ha diritto, ai sensi dell'art. 211 della L. 19 maggio 1975, n. 151, a percepire gli assegni familiari corrisposti per tale figlio all'altro coniuge in funzione di un rapporto di lavoro subordinato di cui quest'ultimo sia parte, indipendentemente dall'ammontare del contributo per il mantenimento del figlio fissato in sede di separazione consensuale a carico del coniuge non affidatario, salvo che sia diversamente stabilito in modo espresso negli accordi di separazione. Gli assegni familiari per il coniuge, invece, in mancanza di una previsione analoga al citato art. 211, spettano al lavoratore – cui sono corrisposti per consentirgli di far fronte al suo obbligo di mantenere il coniuge ex artt. 143 e 156 c.c. – con la conseguenza che, se nulla al riguardo è stato pattuito dalle parti in sede di separazione consensuale (ovvero è stato stabilito dal giudice in quella giudiziale), deve ritenersi che nella fissazione del contributo per il mantenimento del coniuge si sia tenuto conto anche di questa particolare entrata.

Cass. civ. n. 6786/1988

Il dovere di contribuire al mantenimento dei figli, posto a carico di uno dei coniugi separati, con l'obbligo di versare all'altro coniuge, affidatario della prole, un assegno mensile, deve ritenersi assolto quando l'obbligato provveda in modo esclusivo al mantenimento degli stessi figli, nel tempo in cui è autorizzato a tenerli presso di sé, sicché, per il relativo periodo, egli non è tenuto a versare detto assegno.

Cass. civ. n. 3060/1986

Il principio statuito dall'art. 155 (richiamato dall'art. 317) c.c. – per cui le decisioni di maggior importanza per il minore devono essere adottate da parte di entrambi i genitori (ancorché separati o divorziati), con correlativo intervento del giudice minorile in caso di loro disaccordo – trova limite nell'ipotesi in cui sia «diversamente stabilito», come nel caso in cui, per determinati aspetti o momenti della vita del minore (nella specie vacanze all'estero con uno dei genitori) sia stata preventivamente dettata una certa disciplina dal giudice dello scioglimento del matrimonio, nell'ambito dei «provvedimenti relativi alla prole» che egli può adottare, ex art. 6 della L. 1970, n. 898.

Notizie giuridiche correlate all'articolo

Tesi di laurea correlate all'articolo

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: una volta effettuato il pagamento sarà possibile inviare documenti o altro materiale relativo al quesito posto; indicazioni sulle modalità dell'invio verranno fornite via email.

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Consulenze legali
relative all'articolo 337 ter Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Andrea P. chiede
giovedì 04/07/2019 - Campania
“Buongiorno.
La mia domanda è relativa ai rischi legati all'affidamento minore in caso di separazione.

Cerco di riassumere brevissimamente la situazione. Da 3 anni ho intrecciato una relazione con una donna sposata, madre di una bimba di 4 anni. Il rapporto tra noi è serio e sto affrontando insieme a lei le difficoltà e le paure legate alla separazione.
Il rapporto con il marito è in una situazione di separazione di "fatto" ormai da tempo, ma manca tutta la parte concreta legata alla formalizzazione della separazione stessa. Insieme hanno, per il momento, abbozzato un accordo verbale di separazione consensuale. Premetto che il marito è certamente contrario alla separazione, ma conscio dei continui litigi e problemi nella coppia.

Il problema ora (ed il focus della mia richiesta) è che lei, all'insaputa del marito a cui ha fornito delle scuse (ferie insieme ad amici), ha trascorso dei giorni di vacanza al mare con me e la bambina (giorni di assoluta serenità e felicità per la bimba). Ora c'è la seria possibilità che il marito possa venire a conoscenza di questi giorni e quindi appellarsi in qualche modo in fase di separazione a questo episodio. Lui sospetta da tempo la nostra relazione e da giorni "interroga" la bimba per carpire dettagli circa la vacanza.

Qualora scoprisse di questa settimana trascorsa dalla moglie e dalla figlia insieme a me (ripeto il marito era d'accordo a lasciare che la bimba passasse una settimana al mare con la madre, era a conoscenza del luogo dov'erano alloggiate, ma non che ci fossi io con loro), quali sarebbero i rischi in caso di separazione? Non tanto per quanto riguarda l'eventuale addebito per colpa della separazione stessa, quanto legato all'affidamento della piccola?
C'è il rischio concreto che il padre possa ottenere l'affidamento ESCLUSIVO a causa di questo episodio?

Aggiungo che lei è una madre esemplare in ogni cosa per la piccola, giudizio universalmente riconosciuto da amici e parenti. Non esistono quindi episodi di alcun tipo in senso contrario a cui il padre eventualmente possa appellarsi. Lei è amatissima dalla figlia e che la bimba con me ha un bellissimo rapporto.

Sono a conoscenza che quando ci sono dei minori di mezzo in fase di separazione, ogni situazione è particolare e va valutata con attenzione caso per caso, ma esiste una casistica similare nella giurisprudenza? L'episodio della vacanza, seppur unico, può costituire motivazione concreta per concedere l'eventuale affido esclusivo al padre?
Grazie per la risposta.”
Consulenza legale i 10/07/2019
La disciplina dell’affidamento dei figli in caso di crisi della coppia genitoriale (sia essa unita o meno in matrimonio) è ispirata al principio cosiddetto della bigenitorialità.
Ciò si desume innanzitutto dall’art. 337 ter del c.c., il quale prevede che “il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.
La norma prosegue precisando che i provvedimenti relativi alla prole devono essere adottati dal giudice “con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa”.
Per questo è previsto che il giudice valuti “prioritariamente” la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori.
L’art. 337 quater del c.c. stabilisce invece che il giudice può disporre l'affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga, con provvedimento motivato, che l'affidamento all'altro sia contrario all'interesse del minore.

Pertanto, nel sistema giuridico vigente, l’affidamento condiviso costituisce la regola, mentre l’affidamento esclusivo si presenta come extrema ratio, cui si può ricorrere solo quando l’affidamento anche all’altro genitore risulti potenzialmente dannoso per il figlio.
La giurisprudenza (si veda la recente Cass. civ., Sez. I, 6535/2019), ha affermato che alla regola dell'affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti "pregiudizievole per l'interesse del minore", con la duplice conseguenza che l'eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell'altro genitore.
Oppure Cass. Civ., Sez. I, 27/2017 ha precisato che l'affidamento dei figli minori ad entrambi i genitori costituisce il regime ordinario di affidamento, che non è impedito neppure dall'esistenza di una conflittualità tra i coniugi, tranne quando tale regime sia pregiudizievole per l'interesse dei figli.
Nel caso in esame, la condotta della madre, la quale - pur in una situazione di separazione di fatto protrattasi da diverso tempo - ha portato la figlia, all’insaputa del padre, in vacanza insieme al nuovo compagno, certamente non appare caratterizzata né da correttezza né da quella prudenza cui devono essere improntate tutte le delicate scelte in materia di rapporti tra genitori e figli.
Tuttavia, non appare nemmeno probabile che questo solo episodio possa, di per sé, spingere il giudice a decidere nel senso di un affidamento esclusivo della bambina al padre. Infatti, l’affidamento ad un solo genitore non è una sanzione per comportamenti eventualmente “scorretti” tenuti da un genitore, ma si rivela una scelta obbligata solo quando l’affidamento condiviso possa causare pregiudizio ai figli.
In questo caso, la tenera età della bambina, il buon rapporto di questa con la madre, ed il fatto che si tratti di episodio isolato contribuiscono ad allontanare lo "spettro" di un affidamento esclusivo.
Naturalmente, è opportuno che i genitori della bambina provvedano a formalizzare quanto prima la loro separazione, possibilmente in via consensuale, concordando tempi e modalità di frequentazione della minore; ed è naturalmente auspicabile che episodi come quello riferito non si ripetano all’insaputa del padre.

Anonimo chiede
martedì 02/07/2019 - Veneto
“Buongiorno.

Convivo con il mio compagno, separato e padre di due bambine di 10 e 14 anni, dal quale ho avuto una figlia che ora ha 2 anni. Purtroppo la nostra relazione si è deteriorata in maniera irrecuperabile a causa di incomprensioni insormontabili, a partire dal fatto che non intende rinunciare alle "canne" che fuma ogni sera. Sono dunque arrivata alla dolorosa decisione di separarmi, tuttavia mi trovo prigioniera della situazione perché, pur convinta che mia figlia debba mantenere il naturale rapporto con il padre, l'idea che debba pernottare da sola presso la sua abitazione mentre è completamente inebetito dalla droga mi terrorizza. Il mio compagno è consapevole di questa mia paura e la usa come arma di ricatto per tenermi con sé. La moglie, da cui sta divorziando, non ha mai citato nella causa la sua tossicodipendenza, non so se perché lo ignori (dubito!) o per scelta, per cui le due bambine vengono e dormono a casa nostra a weekend alterni: nonostante la presenza delle figlie maggiori, consuma regolarmente le sue "canne" preoccupandosi solo di non farsi vedere. È evidente che, se succedesse qualcosa mentre lui è sotto l'effetto della droga, l'unica persona in grado di agire sarei io - è già capitato che non mi abbia potuto accompagnare al Pronto Soccorso con la bambina che stava male perché "fatto". Ovviamente proietto questa preoccupazione nel momento in cui dovessi lasciare mia figlia da sola a pernottare dal padre.

È possibile che, se ci separassimo, nonostante questa sua condizione di tossicodipendenza abbia comunque il diritto di tenere a dormire la bambina, come mi ha prospettato la psicologa a cui ci eravamo rivolti? Non ho proprio alcun strumento per impedirlo, consentendogli di vederla solo durante il giorno? Finora mi sono procurata alcuni video, ripresi di nascosto, in cui il mio compagno si prepara le canne e le fuma, ma non so se possano avere qualche utilità. Sarò costretta a vivere con lui finché la bambina non sarà sufficientemente grande?

Vi ringrazio sin d'ora.

Consulenza legale i 04/07/2019
L’art. 30 della Costituzione stabilisce dei principi generali in tema di responsabilità genitoriale sancendo che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio ai quali la legge assicura tutela giuridica e sociale.

La L. 54/2006 ha introdotto poi per la prima volta la regola generale del cd. affido condiviso: in caso venga meno l’unione dei genitori (sia che si tratti di genitori coniugati che di famiglia di fatto) la legge tende a garantire al minore un rapporto equilibrato sia con il padre che con la madre.
Ciò è stabilito espressamente all’art. 337 ter ter del codice civile secondo cui: “il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”
Tale regola generale non esclude, tuttavia, che possa essere previsto anche un affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori qualora il giudice “ritenga con provvedimento motivato che l'affidamento all'altro sia contrario all'interesse del minore.”
Del resto, ciascuno dei genitori può, in qualsiasi momento, chiedere l'affidamento esclusivo.
Sul punto, la Suprema Corte con sentenza n. 14728/2016 ha infatti sottolineato che: “In tema di affidamento dei figli minori il criterio primario cui deve attenersi il giudice della separazione o del divorzio è costituito dall'esclusivo interesse morale o materiale della prole il quale, imponendo di privilegiare la soluzione che appaia più idonea a ridurre al massimo i danni derivanti dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore, richiede un giudizio prognostico in ordine alla capacità del padre e della madre di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione di genitore singolo, da esprimersi sulla base di elementi concreti attinenti alle modalità con cui ciascuno di essi ha svolto in passato il proprio ruolo e, in particolare, alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, comprensione, educazione, disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché mediante l'apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente che è in grado di offrire al minore”.

Ciò premesso, venendo al caso in esame si osserva quanto segue.

La situazione in cui versa il Suo compagno, padre di Sua figlia, appare in astratto legittimare una richiesta di affido esclusivo in Suo favore della bambina.
Una pronuncia di merito di qualche anno fa (Trib. Catania, ord. Del 25.09.2014) ha, ad esempio, disposto un affido esclusivo alla madre in quanto il padre era dedito all’uso della cannabis e non era quindi affidabile nei confronti della prole.

Alla luce di ciò, gli strumenti legali che Lei ha a disposizione possono essere esercitati tramite un ricorso in tribunale ai sensi dell’art. 316 del codice civile nel quale, illustrando la situazione descritta nel quesito, potrà richiedere un affidamento esclusivo della bambina in Suo favore specificando altresì che il padre potrà vedere la figlia solo durante il giorno e motivando tale richiesta (provando la circostanza anche con testimoni) con lo stato di dipendenza da droghe leggere del Suo compagno.

Del resto, anche in situazioni “normali” la Corte di Cassazione (sentenza n. 19594/11) ha sottolineato che appare corretto ridurre ad una sola notte a settimana il pernottamento del minore col padre, almeno fino al compimento dei 4 anni di età del bambino.

Anonimo chiede
lunedì 28/05/2018 - Veneto
“Buongiorno,

ho alcune questioni che desidererei chiarire per poter togliermi dei dubbi ed essere già ampiamente informato riguardo a delle decisioni che sto valutando se intraprendere o meno, e le conseguenze che potrebbero comportare le stesse.

Cercherò di spiegarle il problema il più dettagliatamente possibile, in modo che Lei possa valutare con gli elementi che le fornirò tutte le possibili strade percorribili ed i vari probabili scenari che mi si potrebbero porre dinanzi.

Sono un ragazzo di 30 anni, io e la mia attuale compagna abbiamo una bambina di 20 mesi compiuti. Io e la mia compagna non abbiamo nessun legame giuridico, non siamo sposati né risultiamo effettivamente conviventi. Io posseggo la residenza al mio paese di origine, allo stesso indirizzo da quando sono nato. Residenti con me risultano essere anche entrambi i miei genitori, regolarmente sposati. La casa è indipendente (non alloggiamo in condomini o villette a schiera o similari), disposta su tre piani. Quello centrale è il piano dove alloggiano i miei genitori, il piano sottotetto si trova allo stato grezzo ed il pianterreno attualmente dispone di cucina, una camera da letto, un bagno, cantina, garage e locale caldaia, ed è libero. La casa è di proprietà di mio padre, e si trova in un piccolo comune in provincia di (omissis). Sono figlio unico.

La mia compagna risiede a sua volta nei pressi del suo paese d’origine, ed attualmente è residente in una casa in affitto da circa 10 anni o poco più. Il contratto di affitto è intestato unicamente a lei. Assieme a lei risultano residenti la nostra bambina e l’altra figlia di lei, di quasi 13 anni, avuta da una precedente relazione. La relazione che ha avuto con il padre di questa bambina è simile alla mia, non sono stati sposati. Il padre della bambina abita a circa 4 km dalla residenza della mia compagna ed ha già da parecchi anni regolamentato l’affidamento della figlia assieme alla mia compagna. Lei risiede in un paesino in provincia del (omissis). La distanza in termini stradali tra la mia residenza e la sua è di circa 460 Km.

La nostra bambina di 20 mesi è regolarmente riconosciuta da entrambi ed è in salute.

Io ho un contratto di lavoro a tempo indeterminato con un’impresa di costruzioni in provincia di Torino, con mansione di impiegato tecnico. Lavoro con questa impresa da 10 anni continuativi, ed ho un salario mensile regolare. Lavoro attivamente in cantieri edili di vario tipo, in svariate località. Generalmente i cantieri hanno durate che spaziano da qualche mese ad un anno o due, e possono trovarsi un po’ ovunque. Negli ultimi dieci anni ho lavorato sempre in Italia, ad eccezione di un cantiere in Francia che dista circa 30 Km dal confine italiano. Generalmente, salvo eccezioni indotte da particolari esigenze lavorative, posso contare su turni lavorativi che vanno dalla settimana lavorativa standard (quindi lavoro dal lunedì al venerdì e sabato e domenica rientro a casa) a periodi di 10 gg consecutivi di lavoro seguiti da 4 gg consecutivi di riposo a casa. Chiaramente come avrà intuito, nei giorni di lavoro sono assente da casa ed alloggio nelle strutture messe a disposizione dall’impresa ed a carico dell’impresa, nei pressi del cantiere in corso. Al termine dei miei turni lavorativi rientro presso la mia abitazione, o comunque posso assentarmi dal cantiere e trascorrere i miei giorni di riposo nella località che preferisco.

Attualmente, nella maggior parte dei week end (o comunque nei periodi di riposo che mi sono normalmente concessi), com’è logico, rientro alla casa della compagna (dove per l’appunto risiede anche la nostra bambina) e trascorro i riposi in loro compagnia.

La compagna ha un lavoro a tempo indeterminato presso una cooperativa di pulizie vicino casa. Lavora con un orario ridotto (non a tempo pieno) comprendente qualche ora al giorno, e si gestisce quasi autonomamente i locali nei quali deve fare le pulizie. Il suo raggio lavorativo rientra sulla decina di km dall’abitazione, raramente a 20-30 Km. Si può trovare in casa per buona parte della giornata, in orari diversi in base al giorno della settimana.

Io e la compagna non possediamo nulla di co-intestato, né il conto corrente bancario, né immobili, né vetture, né quant’altro. Tutto quello che riguarda la sua abitazione (attualmente in affitto), compreso quindi bollette luce gas ecc, è intestato a lei.
Per quanto riguarda la presa in carico fiscale della bambina, possiede lei il 100% della figlia a carico, e ne percepisce gli assegni famigliari.

Su iniziativa personale, e senza nessun obbligo di legge, con cadenza mensile trasmetto tramite bonifico bancario un certo importo alla compagna, quale supporto per il giusto mantenimento congiunto di nostra figlia, circa da quando ha compiuto il terzo mese di vita in avanti.

Negli ultimi mesi sono iniziati alcuni dissapori tra me e la compagna, che stanno minando la nostra relazione. Non avendo nessun vincolo giuridico con lei, chiaramente non sono sottoposto a casi di divorzio o quant’altro.

Principalmente questo comporterebbe ad una “separazione” in termine di rapporti umani, per la quale io desidererei ricondurre la mia vita al mio paese d’origine o comunque in altro ambiente, e non più con lei. Ora l’unico vincolo a tutto ciò riguarda l’affidamento della bambina e, più correttamente parlando, la regolamentazione del tempo che può/deve trascorrere con me, sotto la mia diretta giurisdizione, ed il tempo che può/deve trascorrere con la madre, oltre che all’aspetto economico per il sostentamento della bimba.

La mia richiesta quindi vèrte su vari punti che vorrei chiarire prima di intraprendere azioni legali per la regolamentazione di tutto ciò:

- Alla luce della situazione attuale che le ho presentato e di tutti gli elementi forniti, che spero siano sufficienti per definire un giudizio più realistico possibile, verosimilmente la bambina potrebbe, con cadenza regolare, venire affidata a me per i giorni che ho a disposizione di riposo dal lavoro (e che quindi mi permettono di assentarmi dal cantiere per tornare alla mia abitazione)?

Per “affidamento” intendo prelevare la bambina dalla sua abitazione attuale presso la madre e portarla alla mia abitazione od al mio alloggio che andrò a definire successivamente, e trascorrere con lei il tempo e le giornate che mi sono concesse dalla sentenza del tribunale, in caso di azione legale.

- La stessa richiesta vale per periodi particolari dell’anno quali feste nazionali e religiose, o periodi prolungati di ferie che ho a mia disposizione come ad esempio il periodo natalizio e le ferie estive, quindi si parla di periodi che possono anche variare tra la settimana ed i 10-15 gg consecutivi. Verosimilmente in questi periodi come viene generalmente disposta la permanenza della bambina presso uno o l’altro genitore?

- Supponendo che io riesca o comunque voglia ricondurre la mia vita presso il mio paese d’origine, posso pensare di prelevare la bambina dalla sua abitazione presso la madre, per farle trascorrere qualche giorno dove risiedo (e risiedono i nonni della mia bambina, ovvero i miei genitori), per poi riportarla da lei? Se sì, con quale cadenza? Tenendo presente che con probabilità proseguirei comunque a svolgere la mia attività lavorativa attuale.

- In maniera più generica, richiedendo una regolamentazione presso il tribunale per il mantenimento di nostra figlia, da genitori non conviventi quali noi siamo, quale scenario mi si potrebbe facilmente porre davanti? E quali diritti e di conseguenza obblighi? Tenendo in considerazione tutti gli elementi che le ho fornito ed in particolar modo il mio indirizzo di residenza attuale, al quale terrei portare la bambina nei giorni che mi sono eventualmente concessi, chiaramente in maniera autonoma e senza la presenza della madre.

Chiaramente tutte le richieste riguardano la facoltà di trascorrere del tempo con mia figlia, senza la presenza della madre e non presso la sua abitazione, avendo così piena giurisdizione sulla bambina per i periodi che mi sono concessi, compresi periodi di più giorni consecutivi e quindi con il pernottamento della bambina presso il mio alloggio.

- Tutto ciò si può ottenere da subito o ci sono delle tempistiche legate all’età della bambina o ad altri fattori particolari del caso, presenti nella mia situazione specifica?

- Cosa si può ottenere o cosa difficilmente sarà ottenibile da una sentenza del tribunale su richiesta consensuale per la regolamentazione di affidamento della bambina?

Ringraziando per l’attenzione ed auspicando di riuscire a definire uno scenario futuro più chiaro e realistico possibile, nel caso decidessi di intraprendere le vie legali che le ho prospettato, colgo l’occasione per porgere

Cordiali Saluti.

Consulenza legale i 05/06/2018
La materia dell’affidamento dei figli in caso di crisi del vincolo matrimoniale o, come in questo caso, della coppia di fatto, è governata dal principio della bigenitorialità, introdotto già con L. n. 54/2006, ovvero del diritto del figlio minore di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale (art. 337 ter del c.c., introdotto con D.Lgs. n. 154/2013).
Con le riforme degli ultimi anni, infatti, si è cercato di superare il rigido schema dell’affidamento ad un solo genitore, che vedeva il genitore non affidatario spesso poco coinvolto (e poco responsabilizzato) nelle scelte riguardanti la vita e la crescita dei figli e spesso visto come mero “erogatore” di un contributo mensile per il mantenimento, in favore del sistema c.d. dell’affidamento condiviso.

Secondo la disciplina ora in vigore, al fine di realizzare il principio di bigenitorialità, il giudice, nell’adottare i relativi provvedimenti, deve seguire come criterio esclusivo di riferimento l'interesse morale e materiale della prole.
A tale scopo, il giudice valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori, oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e all'educazione dei figli.
Il giudice può prendere atto degli eventuali accordi intervenuti tra i genitori, purché non contrari all'interesse dei figli.

Ai sensi dell’art. 337 quater del c.c., l'affidamento esclusivo (cioè ad uno solo dei genitori) può essere disposto solo qualora il giudice ritenga che l'affidamento all'altro sia contrario all'interesse del minore. Le ragioni di tale scelta vanno comunque esposte in un provvedimento motivato.
In caso di affidamento esclusivo, è il genitore affidatario che, salva diversa disposizione del giudice, ha l'esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale sui figli; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che non sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.


Invece nell’ipotesi “fisiologica” dell’affidamento condiviso la responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo dai genitori tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.
Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento.


Per quanto riguarda gli aspetti economici, salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:
1) le attuali esigenze del figlio
2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori
3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore
4) le risorse economiche di entrambi i genitori
5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.
L'assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Esaurita la necessaria premessa, occorre precisare come, in questa sede, non sia possibile fornire una prognosi certa circa i provvedimenti che potrebbero venire assunti dal giudice competente che, in questo caso, è il tribunale ordinario in composizione collegiale (e non più il tribunale per i minorenni, avendo le recenti riforme equiparato anche in questo i figli nati fuori dal matrimonio a quelli nati da coppie sposate).
Molto dipende, infatti, dalla valutazione che verrà fatta dal tribunale sulla base dell’interesse della minore (che costituisce il criterio esclusivo di valutazione della congruità delle condizioni di affidamento richieste).
Alla luce degli elementi forniti nel quesito, è verosimile che, non risultando ragioni ostative, venga disposto l’affidamento condiviso della minore, la quale con ogni probabilità risiederà in via prevalente presso la madre.

Certamente il padre potrà richiedere che la figlia trascorra con lui i giorni in cui egli è libero dal lavoro, da determinarsi preventivamente (es. fine settimana), ovvero da concordare con la madre a seconda di eventuali turni variabili di lavoro.
Analogo discorso può farsi per le festività (normalmente si prevede che il minore trascorra parte delle festività rispettivamente con l’uno o con l’altro genitore, ad anni alterni), e si potrà altresì disporre e/o concordare una permanenza della bambina presso il padre in occasione delle vacanze estive.
La frequentazione con tali modalità da parte del padre non è in linea di principio preclusa dall’eventuale trasferimento di quest’ultimo presso il proprio paese d’origine (situato a notevole distanza dalla residenza della madre ed attuale residenza della bambina): anche in questo caso, tuttavia, occorre adottare come esclusivo parametro di riferimento l’interesse della minore. Ad esempio, le modalità di frequentazione da parte del padre non dovranno interferire con la frequenza scolastica della bambina e con gli impegni di quest’ultima (chiaramente, le esigenze di questo tipo aumenteranno nel corso degli anni).


Per quanto riguarda il mantenimento, si è visto come il sistema attualmente vigente, fondato sull’idea del mantenimento diretto, escluda, in linea di principio, ogni automatismo nella previsione di un assegno, che appare anzi meramente eventuale e con il solo scopo di riequilibrare il differente apporto economico delle parti (che deve essere proporzionale alle capacità di ciascuno).
Nella pratica, tuttavia, la previsione di un contributo fisso mensile, da corrispondersi al genitore col quale il figlio trascorre la maggior parte del tempo, costituisce ancora l’ipotesi più frequente. La misura dell’assegno mensile dipenderà, naturalmente, dalla valutazione che il tribunale opererà riguardo alle condizioni economiche dei coniugi.


Normalmente in aggiunta all’importo fisso mensile viene stabilita la ripartizione tra i genitori al 50% delle spese che non possono ritenersi comprese nel concetto di “mantenimento” ordinario.
In proposito, il Consiglio Nazionale Forense ha elaborato, in tempi recenti (29 novembre 2017), una serie di linee guida per la regolamentazione del mantenimento dei figli nelle cause di diritto familiare.

Secondo le citate linee guida, costituiscono spese comprese nell’assegno di mantenimento quelle relative a: vitto, abbigliamento, contributo per spese dell'abitazione (utenze incluse), spese per tasse scolastiche (ad eccezione di quelle universitarie) e materiale scolastico di cancelleria, mensa, medicinali da banco (compresi antibiotici, antipiretici, medicinali per la cura di patologie ordinarie e stagionali), spese di trasporto urbano (tessera autobus e metro), carburante, ricarica cellulare, uscite didattiche, organizzate dalla scuola in ambito giornaliero; baby sitter, se già esistenti nell'organizzazione familiare); prescuola e doposcuola, se già presenti nell'organizzazione familiare prima della separazione o conseguenti al nuovo assetto determinato dalla cessazione della convivenza, a condizione che si tratti di spesa sostenibile; trattamenti estetici (parrucchiere ed estetista), attività ricreative abituali (cinema, feste, attività conviviali), spese per la cura degli animali domestici dei figli (salvo che questi siano stati donati successivamente alla separazione o al divorzio).

Costituiscono, invece, spese extra assegno obbligatorie, per cui non è richiesta la previa concertazione tra i genitori, quelle riguardanti: libri scolastici, spese sanitarie urgenti, acquisto di farmaci prescritti ad eccezione di quelli da banco, spese per interventi chirurgici indifferibili (sia presso strutture pubbliche che private), spese ortodontiche, oculistiche, e sanitarie effettuate presso il S.S.N. in difetto di accordo sulla terapia con specialista privato; spese protesiche; spese di bollo e di assicurazione per il mezzo di trasporto quando acquistato con l'accordo di entrambi i genitori.


Da ultimo, vi sono spese extra assegno subordinate al consenso di entrambi i genitori, che a loro volta possono suddividersi in diverse categorie.
In quelle scolastiche rientrano: iscrizioni e rette di scuole private; iscrizioni, rette ed eventuali spese alloggiative per fuori sede di università pubbliche e private; ripetizioni; frequenza del conservatorio o di scuole formative; master e specializzazioni post universitari; spese per la preparazione agli esami di abilitazione o alla preparazioni di concorsi (acquisto libri, dispense ed eventuali pernottamenti fuori sede); viaggi di istruzione organizzati dalla scuola, prescuola, doposcuola; servizio baby sitting laddove l'esigenza nasca con la separazione e debba coprire l'orario di lavoro del genitore che lo utilizza; viaggi studio e d'istruzione, soggiorni all'estero per motivo di studio; corsi per l'apprendimento delle lingue straniere.
Nelle spese di natura ludica o parascolastica rientrano: corsi di attività artistiche (musica, disegno, pittura), corsi di informatica, centri estivi, viaggi di istruzione, vacanze trascorse autonomamente senza i genitori, spese di acquisto e manutenzione straordinaria di mezzi di trasporto (mini car, macchina, motorino, moto); conseguimento della patente presso autoscuola private. Invece, nelle spese sportive rientrano le attività sportive comprensive dell'attrezzatura e di quanto necessario per lo svolgimento dell'eventuale attività agonistica.
Chiudono l'elenco le spese per l'organizzazione di ricevimenti, celebrazioni e festeggiamenti dedicati ai figli, nonché le spese medico sanitarie che comprendono: spese per interventi chirurgici, spese odontoiatriche, oculistiche e sanitarie non effettuate tramite S.S.N., spese mediche e di degenza per interventi presso strutture pubbliche o private convenzionate, esami diagnostici, analisi clinici, visite specialistiche, cicli di psicoterapia e logopedia.

Tutte le spese extra assegno, subordinate o meno al consenso dei genitori, dovranno essere debitamente documentate.

Testi per approfondire questo articolo

  • Profili patrimoniali della potestà genitoriale

    Editore: Giuffrè
    Collana: Famiglia
    Data di pubblicazione: marzo 2013
    Prezzo: 28,00 -5% 26,60 €

    Il volume analizza i profili patrimoniali della potestà genitoriale, con specifico riferimento alla responsabilità dei genitori, al sistema di rappresentanza ed amministrazione, al minore imprenditore e ai nascituri, tenendo conto delle più recenti pronunce giurisprudenziali e dei principali contributi dottrinali, nonché dei risvolti applicativi in materia, derivanti dalla nuova legge n. 219/2012 sulla filiazione naturale. L'opera esamina il vigente diritto... (continua)