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Articolo 315 bis Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Diritti e doveri del figlio

Dispositivo dell'art. 315 bis Codice civile

Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.

Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa (1).

Note

(1) Dall'entrata in vigore della L. 219/2012, tutte le disposizioni di legge ove si fa riferimento ai termini figli legittimi o naturali vengono sostituite dalla parola “figli”. Già dal punto di vista sistematico è variata l'architettura codicistica: il Titolo IX del libro I del codice civile non è più intitolato “Della potestà dei genitori”, bensì “Potestà dei genitori e diritti e doveri del figlio”. Nello specifico della nuova disposizione in esame, inserita con la L. 219/2012, si nota come venga riconosciuta maggior centralità al ruolo del minore tanto all’interno del processo che lo riguardasse (conferendo maggiori possibilità di ascolto del minore), quanto nella relazione con i genitori (implementando il concetto di responsabilità genitoriale).
L’art. 315 bis c.c. dedica i primi tre commi all’elencazione dei diritti del figlio (punto di arrivo di istanze comunitarie cui il legislatore italiano era da tempo sfuggito), ed il successivo quarto comma al dovere dello stesso di rispettare i genitori, di contribuire al mantenimento della famiglia, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze ed al proprie reddito, finché convive con essa.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 315 bis Codice civile

Cass. civ. n. 19327/2015

In tema di separazione personale tra coniugi, l'audizione del minore infradodicenne capace di discernimento - direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali - costituisce adempimento previsto a pena di nullità ove si assumano provvedimenti che lo riguardino, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l'esame manifestamente superfluo o in contrasto con l'interesse del minore. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata in quanto il giudice d'appello, confermando l'affidamento della minore ai servizi sociali, non aveva provveduto al suo ascolto, nonostante la stessa, all'epoca dei fatti di anni dieci, ne avesse fatto richiesta e fosse da ritenersi capace di discernimento, come da certificazione medica e relazione scolastica in atti).

Cass. civ. n. 18538/2013

L'art. 315 bis c.c., introdotto dalla legge 10 dicembre 2012, n. 219, prevede il diritto del minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore, ove capace di discernimento, di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano, e quindi anche in quelle relative all'affidamento ai genitori, salvo che l'ascolto possa essere in contrasto con il suo "superiore interesse". (Nella specie, la S.C., nell'enunciare il principio, ha rigettato la doglianza in ordine alla mancata audizione del minore ai fini della sua collocazione prevalente presso uno dei genitori, in quanto la stessa non era stata richiesta nel corso del giudizio di merito e la questione risultava proposta per la prima volta nella memoria ex art. 378 c.p.c. peraltro solo con riferimento al sopravvenuto art. 315 bis c.c.).

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Consulenze legali
relative all'articolo 315 bis Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Maria L. B. chiede
giovedì 25/05/2017 - Calabria
“Ho 2 quesiti:
1)Mio fratello- maggiorenne- è da tempo interdetto.La nuova tutrice,mia parente,laureta in lettere,(a differenza del precedente tutore,deceduto) per pura antipatia nei miei confronti si rifiuta di fornire qulunque notizia su mio fratello.(persino quelle "mediche " a me che medico ospedaliero sono).
Non intendendo seguire la strada della segnalazione al giudice tutelare x abuso di autorità, vorrei sapere in base a quali articoli di legge e/o sentenze del tribunale possa chiedere formalmente alla tutrice stessa collaborazione e informazioni .
2)Una mia parente, di 64 anni, vedova,invalida al 100/100,pensionata dal lavoro x patologia,autosufficiente ma con gravi difficoltà motorie,è stata "abbandonata" dall'unico figlio trentenne, che gira l'Europa x diletto e si rifiuta di occuparsi della madre.
Ha obbligo di assistenza morale e materiale nei confronti della madre,e in base a quali leggi?

Consulenza legale i 05/06/2017
Per quanto riguarda la prima domanda, si osserva come le norme che disciplinano la tutela degli interdetti facciano, per lo più, rinvio a quelle relative alla tutela dei minori (articoli 343 e seguenti del cod. civ.).
Né tra le prime, tuttavia, né tra le seconde esiste, purtroppo, alcuna norma che imponga al tutore di fornire informazioni ai parenti o altre persone in merito alla tutela: egli deve relazionarsi e rendere conto solo al giudice tutelare.
L’unico suggerimento che si può offrire nel caso di specie è quello di consultare periodicamente il registro delle tutele, tenuto presso il Tribunale: si tratta, infatti, di un registro pubblico, liberamente consultabile da chiunque, nel quale sono pubblicati anche i rendiconti periodici cui è tenuto il tutore, rendiconti che riguardano sia lo stato di salute che la situazione economico-patrimoniale dell’interdetto.

In ordine, invece, alla seconda domanda, esistono, in effetti, alcune norme che possono costituire un utile punto di riferimento per valutare e censurare il comportamento del figlio della zia invalida.
Viene in considerazione, in primo luogo, l’art. 315 bis cod. civ., secondo il quale: “(…) Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”.
Tale articolo, come si vede, impone al figlio maggiorenne innanzitutto il rispetto nei confronti dei genitori: si tratta di un obbligo cui il figlio, sia minorenne che maggiorenne, è tenuto senza limiti di tempo. Qualche commentatore ha precisato, in ordine al significato da attribuire al termine “rispetto”, che si deve trattare di un atteggiamento attivo, un dare sul piano personale, un prestare attenzione e comprensione per la personalità del genitore, sentimenti ed atteggiamenti tutti idonei a far consolidare e crescere il rapporto reciproco.

Il medesimo articolo, poi, impone altresì al figlio di contribuire al mantenimento della famiglia, qualora egli conviva con quest’ultima.
Nel caso in esame, bisognerebbe capire se il presupposto della convivenza sia integrato o meno: parrebbe evincersi tra le righe che il figlio in questione, benché si allontani anche per lunghi periodi dalla casa della madre a motivo dei suoi viaggi, rimanga pur sempre con quest’ultima convivente. In tal caso, se così fosse, il figlio avrebbe senz’altro l’obbligo di mantenimento nei confronti della madre.
I commentatori ritengono che per “convivenza” si debba intendere, in effetti, una coabitazione in senso meramente oggettivo e materiale, senza che vi debba essere in aggiunta una comunione di vita “spirituale” con la famiglia.

Sotto il profilo civilistico, in definitiva, si può dire che il figlio è senz’altro tenuto moralmente a non trascurare la madre, in virtù dell’obbligo di rispetto sancito dall’art. 315 bis cod. civ.; per quanto riguarda, invece, l’obbligo al mantenimento, la risposta è più incerta perché – come già detto – bisogna chiarire se esista una “convivenza” con la madre nel senso anzidetto e richiesto dalla norma oppure no (dal quesito non emergono ulteriori elementi che possano aiutare a dare una risposta nel merito).

Sotto il profilo penale, infine, mentre la condotta del figlio parrebbe non integrare gli estremi della fattispecie di reato di cui all’art. 570 c.p., poiché quest’ultima sanziona solamente l’ipotesi in cui il figlio faccia mancare alla madre i mezzi di sussistenza, si può invece ravvisare l’ipotesi dell’abbandono di persone incapaci, di cui all’art. 591 c.p..
Quest’ultimo recita infatti: “Chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.
(…) Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dall'adottato”.

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