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Articolo 337 sexies Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza

Dispositivo dell'art. 337 sexies Codice civile

Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli. Dell'assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell'articolo 2643.

In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all'altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l'avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto (1).

Note

(1) Articolo aggiunto dall'art. 55 del D. lgs. 28/12/2013 n. 154 il quale riporta, con modificazioni, il contenuto dell'art. 155 quater abrogato.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 337 sexies Codice civile

Cass. civ. n. 3015/2018

Il provvedimento di assegnazione della casa coniugale in sede di divorzio, come desumibile dall’art. 6, comma 6, della legge n. 898 del 1970 - analogamente a quanto previsto, in materia di separazione, dagli artt. 155 e, poi, 155 quater c.c., introdotto dalla legge n. 54 del 2006, ed ora 337 sexies c.c., introdotto dall’art. 55 del d.l.vo n. 154 del 2013 -, è subordinato alla presenza di figli, minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, conviventi con i genitori: tale “ratio” protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambito domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso cui non sussiste alcuna esigenza di speciale protezione.

Cass. civ. n. 1744/2018

Il provvedimento di assegnazione della casa familiare al coniuge (o al convivente) affidatario di figli minori (o maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa) è opponibile - nei limiti del novennio, ove non trascritto, o anche oltre il novennio, ove trascritto - anche al terzo acquirente dell'immobile solo finché perduri l'efficacia della pronuncia giudiziale, sicché l'insussistenza del diritto personale di godimento sul bene - di regola, perché la prole sia stata "ab origine", o successivamente divenuta, maggiorenne ed economicamente autosufficiente o versi in colpa per il mancato raggiungimento dell'indipendenza economica - legittima il terzo acquirente a proporre un'ordinaria azione di accertamento al fine di conseguire la declaratoria di inefficacia del titolo e la condanna dell'occupante al pagamento di una indennità di occupazione illegittima.

Cass. civ. n. 772/2018

Il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario della prole, immediatamente trascritto, sia in ipotesi di separazione dei coniugi che di divorzio, è opponibile al terzo successivo acquirente del bene, atteggiandosi a vincolo di destinazione, estraneo alla categoria degli obblighi di mantenimento e collegato all'interesse superiore dei figli a conservare il proprio "habitat" domestico. Ne deriva che il diritto di abitazione non può ritenersi venuto meno per effetto della morte del coniuge, trattandosi di diritto di godimento "sui generis", suscettibile di estinguersi soltanto per il venir meno dei presupposti che hanno giustificato il relativo provvedimento o a seguito dell'accertamento delle circostanze di cui all'art. 337 sexies c.c., legittimanti una sua revoca giudiziale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la pronuncia di merito, che aveva rigettato la domanda di rilascio della casa familiare, avanzata nei confronti del coniuge assegnatario da un terzo, il quale, avendo acquistato l'intero immobile dopo il provvedimento di assegnazione, sosteneva il travolgimento di quest'ultimo in virtù del sopravvenuto decesso dell'altro coniuge, suo dante causa).

Cass. civ. n. 7007/2017

Il coniuge, già comodatario della casa familiare ed assegnatario della stessa in forza di provvedimento giudiziale adottato nell’ambito di procedura di separazione personale, può opporre il proprio titolo – ma solo entro il limite del novennio decorrente dalla sua adozione – al terzo acquirente il medesimo bene, ancorché la trascrizione del titolo di acquisto di quest'ultimo sia anteriore a quella del menzionato provvedimento giudiziale.

Cass. civ. n. 19347/2016

In tema di separazione personale, l'assegnazione della casa familiare prevista dall'art. 155 quater c.c. è finalizzata unicamente alla tutela della prole e non può essere disposta come se fosse una componente dell'assegno previsto dall'art. 156 c.c., dovendo quest'ultimo essere inteso a consentire una tendenziale conservazione del tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio.

Cass. civ. n. 17843/2016

L'assegnazione del godimento della casa familiare, ex art. 155 c.c. previgente e art. 155 quater c.c., ovvero in forza della legge sul divorzio, non può essere considerata in occasione della divisione dell'immobile in comproprietà tra i coniugi al fine di determinare il valore di mercato del bene qualora l'immobile venga attribuito al coniuge titolare del diritto al godimento stesso, atteso che tale diritto è attribuito nell'esclusivo interesse dei figli e non del coniuge affidatario e, diversamente, si realizzerebbe una indebita locupletazione a suo favore, potendo egli, dopo la divisione, alienare il bene a terzi senza alcun vincolo e per il prezzo integrale.

Cass. civ. n. 8202/2016

L'assegnazione della casa familiare ad uno dei coniugi, cui l'immobile non appartenga in via esclusiva, instaura un vincolo (opponibile anche ai terzi per nove anni, e, in caso di trascrizione, senza limite di tempo ) che oggettivamente comporta una decurtazione del valore della proprietà, totalitaria o parziaria, di cui è titolare l'altro coniuge, il quale da quel vincolo rimane astretto, come i suoi aventi causa, fino a quando il provvedimento non sia eventualmente modificato, sicché nel giudizio di divisione se ne deve tenere conto indipendentemente dal fatto che il bene venga attribuito in piena proprietà all'uno o all'altro coniuge ovvero venduto a terzi.

Cass. civ. n. 3331/2016

La qualificazione giuridica di un immobile come "casa familiare", ai sensi dell'art. 155 quater c.c. (applicabile "ratione temporis"), postula, laddove non risulti in modo inequivoco che, prima del conflitto familiare, vi fosse una stabile e continuativa utilizzazione dello stesso da parte del nucleo costituito da genitori e figli, che la destinazione suddetta sia stata impressa dalle parti non solo in astratto (con l'acquisto in comunione), ma anche in concreto, mediante la loro convivenza nell'immobile. (In applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha ritenuto tale l'immobile acquistato in comproprietà dai genitori, che lì avevano iniziato la convivenza, prima della nascita del figlio, nella prospettiva di farne il luogo ove avrebbero vissuto insieme, ed ha escluso la rilevanza, al fine del mutamento di una siffatta destinazione, del temporaneo allontanamento dall'abitazione per il contrasto tra loro insorto dopo la nascita).

Cass. civ. n. 17971/2015

In presenza di figli minori nati da una relazione di convivenza "more uxorio", l'immobile adibito a casa familiare è assegnato al genitore collocatario dei predetti minori, anche se non proprietario dell'immobile, o conduttore in virtù di rapporto di locazione o comunque autonomo titolare di una situazione giuridica qualificata rispetto all'immobile, la cui posizione, peraltro, è comunque di detentore qualificato, assimilabile al comodatario (anche quando proprietario esclusivo sia l'altro convivente), attesa la pregressa "affectio familiaris" che costituisce il nucleo costituzionalmente protetto (ex art. 2 Cost.) della relazione di convivenza.

Cass. civ. n. 15367/2015

Ai sensi dell'art. 6, comma 6, della l. n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall'art. 11 della l. n. 74 del 1987), il provvedimento di assegnazione della casa familiare al coniuge (o al convivente) affidatario di figli minori (o maggiorenni non autosufficienti) è opponibile - nei limiti del novennio, ove non trascritto - anche al terzo acquirente dell'immobile, ma solo finché perdura l'efficacia della pronuncia giudiziale, sicché il venire meno del diritto di godimento del bene (nella specie, perché la prole è divenuta maggiorenne ed economicamente autosufficiente) legittima il terzo acquirente dell'immobile, divenutone proprietario, a proporre un'ordinaria azione di accertamento al fine di conseguire la declaratoria di inefficacia del titolo e la condanna degli occupanti al pagamento della relativa indennità di occupazione illegittima, con decorrenza dalla data di deposito della sentenza di accertamento.

Cass. civ. n. 15272/2015

In tema di separazione personale, allorché il giudice del merito abbia revocato il diritto di abitazione nella casa coniugale (nella specie, per raggiunta autosufficienza economica del figlio della coppia), la modifica dell'ammontare dell'assegno di mantenimento originariamente disposto a favore del coniuge economicamente più debole, rimasto privo di casa, pur dovendo considerare lo svantaggio economico conseguente, non deve essere, sempre e comunque, direttamente proporzionale al canone di mercato dell'immobile che il coniuge deve lasciare, potendo ipotizzarsi una diversa sistemazione, in abitazione eventualmente più modesta, ancorché decorosa.

Cass. civ. n. 20448/2014

Il coniuge affidatario della prole minorenne, o maggiorenne non autosufficiente, assegnatario della casa familiare, può opporre al comodante, che chieda il rilascio dell'immobile, l'esistenza di un provvedimento di assegnazione, pronunciato in un giudizio di separazione o divorzio, solo se tra il comodante e almeno uno dei coniugi (salva la concentrazione del rapporto in capo all'assegnatario, ancorché diverso) il contratto in precedenza insorto abbia contemplato la destinazione del bene a casa familiare. Ne consegue che, in tale evenienza, il rapporto, riconducibile al tipo regolato dagli artt. 1803 e 1809 cod. civ., sorge per un uso determinato ed ha - in assenza di una espressa indicazione della scadenza - una durata determinabile "per relationem", con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente, dunque, dall'insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari (nella specie, relative a figli minori) che avevano legittimato l'assegnazione dell'immobile.

Il coniuge separato, convivente con la prole minorenne o maggiorenne non autosufficiente ed assegnatario dell'abitazione già attribuita in comodato, che opponga alla richiesta di rilascio del comodante l'esistenza di una destinazione dell'immobile a casa familiare, ha l'onere di provare che tale era la pattuizione attributiva del diritto personale di godimento, mentre spetta a chi invoca la cessazione del comodato dimostrare il sopraggiungere del termine fissato "per relationem" e, dunque, l'avvenuto dissolversi delle esigenze connesse all'uso familiare.

Cass. civ. n. 8580/2014

In tema di separazione personale dei coniugi, il giudice può limitare l'assegnazione della casa familiare ad una porzione dell'immobile, di proprietà esclusiva del genitore non collocatario, anche nell'ipotesi di pregressa destinazione a casa familiare dell'intero fabbricato, ove tale soluzione, esperibile in relazione del lieve grado di conflittualità coniugale, agevoli in concreto la condivisione della genitorialità e la conservazione dell'"habitat" domestico dei figli minori. Qualora, peraltro, il genitore non collocatario muti residenza, vengono meno i presupposti applicativi di cui all'art. 155 quater cod. civ. e non trova più giustificazione il provvedimento di assegnazione parziaria, che sia fondato, erroneamente, sulla riconducibilità alla casa familiare, in mancanza di riscontri di fatto, della sola porzione occupata dal genitore collocatario e sulla sufficienza, alla luce dell'art. 1022 cod. civ., della titolarità, da parte del genitore non collocatario, della proprietà dell'intero fabbricato.

Cass. civ. n. 21334/2013

Il previgente art. 155 c.c. ed il vigente art. 155 quater c.c. (introdotto dalla legge 8 febbraio 2006, n. 54), facendo riferimento all'"interesse dei figli", subordinano il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, conviventi con i genitori: tale "ratio" protettiva, che tutela l'interesse dei figli a permanere nell'ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso cui non sussiste alcuna esigenza di speciale protezione.

Cass. civ. n. 18440/2013

In tema di separazione, l'assegnazione della casa coniugale non può costituire una misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma postula l'affidamento dei figli minori o la convivenza con i figli maggiorenni non ancora autosufficienti, mentre ogni questione relativa al diritto di proprietà di uno dei coniugi o al diritto di abitazione sull'immobile esula dalla competenza funzionale del giudice della separazione e va proposta con il giudizio di cognizione ordinaria.

Cass. civ. n. 12466/2012

L'assegnazione al coniuge affidatario dei figli, in sede di separazione, del godimento dell'immobile di proprietà esclusiva dell'altro non impedisce al creditore di quest'ultimo di pignorarlo e di determinarne la vendita coattiva.

Cass. civ. n. 4555/2012

La nozione di convivenza rilevante agli effetti dell'assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio presso l'abitazione di uno dei genitori, con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e con esclusione, quindi, della ipotesi di saltuario ritorno presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di mera ospitalità; deve, pertanto, sussistere un collegamento stabile con l'abitazione del genitore, benché la coabitazione possa non essere quotidiana, essendo tale concetto compatibile con l'assenza del figlio anche per periodi non brevi per motivi di studio o di lavoro, purchè egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile; quest'ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con quello della prevalenza temporale dell'effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese).

Cass. civ. n. 1367/2012

In tema di assegnazione della casa familiare, inizialmente disposta - come nella specie - con ordinanza del presidente del tribunale e poi oggetto di revoca, da parte del tribunale, con la sentenza che definisce il processo di separazione personale tra i coniugi, la natura speciale del diritto di abitazione, ai sensi dell'art. 155 quater c.c., è tale per cui esso non sussiste senza allontanamento dalla casa familiare di chi non ne è titolare e, corrispondentemente, quando esso cessa di esistere per effetto della revoca, determina una situazione simmetrica in capo a chi lo ha perduto, con necessario allontanamento da parte di questi; ne consegue che il provvedimento ovvero la sentenza rispettivamente attributivi o di revoca costituiscono titolo esecutivo, per entrambe le situazioni, anche quando l'ordine di rilascio non sia stato con essi esplicitamente pronunciato. (Omissis).

Cass. civ. n. 18863/2011

In tema di assegnazione della casa familiare, l'art.155 quater c.c., applicabile anche ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati, tutela l'interesse prioritario della prole a permanere nell'"habitat" domestico, postulando, oltre alla permanenza del legame ambientale, la ricorrenza del rapporto di filiazione legittima o naturale cui accede la responsabilità genitoriale, mentre non si pone anche a presidio dei rapporti affettivi ed economici che non involgano, in veste di genitori, entrambi i componenti del nucleo che coabitano la casa familiare oppure i figli della coppia che, nella persistenza degli obblighi di cui agli artt. 147 e 261 c.c., abbiano cessato di convivere nell'abitazione, già comune, allontanandosene.

Cass. civ. n. 14553/2011

L'assegnazione della casa familiare prevista dall'art. 155 quater cod. civ., rispondendo all'esigenza di conservare l'"habitat" domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell'immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi avessero la disponibilità e che comunque usassero in via temporanea o saltuaria. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, ha rigettato la domanda di assegnazione della "casa familiare", relativa ad immobile acquistato allo stato di rustico, oggetto di lavori di completamento ed occasionalmente utilizzato dalla famiglia, durante il matrimonio, nel solo periodo estivo).

Cass. civ. n. 9079/2011

L'art. 156, secondo comma, c.c. stabilisce che il giudice debba determinare la misura dell'assegno "in relazione alle circostanze ed ai redditi dell'obbligato", mentre l'assegnazione della casa familiare, prevista dall'art. 155 quater c.c., è finalizzata unicamente alla tutela della prole e non può essere disposta come se fosse una componente dell'assegno previsto dall'art. 156 c.c.; tuttavia, allorché il giudice del merito abbia revocato la concessione del diritto di abitazione nella casa coniugale (nella specie, stante la mancanza di figli della coppia), è necessario che egli valuti, una volta in tal modo modificato l'equilibrio originariamente stabilito fra le parti e venuta meno una delle poste attive in favore di un coniuge, se sia ancora congrua la misura dell'assegno di mantenimento originariamente disposto.

Cass. civ. n. 4735/2011

L'assegnazione della casa coniugale disposta sulla base della concorde richiesta dei coniugi in sede di giudizio di separazione, in assenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, non è opponibile né ai terzi acquirenti, né al coniuge non assegnatario che voglia proporre domanda di divisione del bene immobile di cui sia comproprietario, poiché l'opponibilità è ancorata all'imprescindibile presupposto che il coniuge assegnatario della casa coniugale sia anche affidatario della prole, considerato che in caso di estensione dell'opponibilità anche all'ipotesi di assegnazione della casa coniugale come mezzo di regolamentazione dei rapporti patrimoniali tra i coniugi, si determinerebbe una sostanziale espropriazione del diritto di proprietà dell'altro coniuge, in quanto la durata del vincolo coinciderebbe con la vita dell'assegnatario. (Nella specie la Corte ha confermato la pronuncia di merito che, in accoglimento della domanda di divisione, constatata la non comoda divisibilità dell'immobile e l'assenza di domande di assegnazione, aveva disposto la vendita all'incanto, dopo aver accertato l'inopponibilità al terzo, futuro acquirente, del provvedimento di assegnazione, peraltro trascritto successivamente alla domanda di divisione).

Cass. civ. n. 1491/2011

In tema di separazione personale dei coniugi, la disposizione di cui all'art. 155, quarto comma, c.c. (nella formulazione previgente), che attribuisce al giudice il potere di assegnare la casa familiare al coniuge affidatario che non vanti alcun diritto di godimento (reale o personale) sull'immobile, ha carattere eccezionale ed é dettata nell'esclusivo interesse della prole; pertanto, detta norma non é applicabile al coniuge, ancorché avente diritto al mantenimento, in assenza di figli affidati minori o maggiorenni non autosufficienti conviventi, potendo, in tal caso, il giudice procedere all'assegnazione della casa coniugale unicamente nell'ipotesi di comproprietà dell'immobile.

Cass. civ. n. 23591/2010

In tema di separazione, l'assegnazione della casa familiare postula l'affidamento dei figli minori o la convivenza con i figli maggiorenni non ancora autosufficienti; in assenza di tale condizione non può essere disposta a favore del coniuge proprietario esclusivo, neppure qualora l'eccessivo costo di gestione ne renda opportuna la vendita, se i figli sono affidati all'altro coniuge in quanto eventuali interessi di natura economica assumono rilievo nella misura in cui non sacrifichino il diritto dei figli a permanere nel loro habitat domestico.

Cass. civ. n. 26586/2009

In tema di separazione personale dei coniugi, l'art. 155, quarto comma, c.c. (nel testo, applicabile "ratione temporis", anteriore alle modifiche introdotte dall'art. 1 della L. 8 febbraio 2006, n. 54), il quale dispone che l'abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli, non detta una regola assoluta che rappresenti una conseguenza automatica del provvedimento di affidamento, ma attribuisce un potere discrezionale al giudice, il quale può pertanto limitare l'assegnazione a quella parte della casa familiare realmente occorrente ai bisogni delle persone conviventi nella famiglia, tenendo conto, nello stabilire le concrete modalità dell'assegnazione, delle esigenze di vita dell'altro coniuge e delle possibilità di godimento separato e autonomo dell'immobile, anche attraverso modesti accorgimenti o piccoli lavori.

Cass. civ. n. 24104/2009

Ai fini della sussistenza del vincolo pertinenziale tra bene principale e bene accessorio è necessaria la presenza del requisito soggettivo dell'appartenenza di entrambi al medesimo soggetto, nonchè del requisito oggettivo della contiguità, anche solo di servizio, tra i due beni, ai fini del quale il bene accessorio deve arrecare una utilità al bene principale e non al proprietario di esso; ne discende che l'assegnazione della casa coniugale deve intendersi estensibile al box, quale pertinenza della cosa principale, qualora questo sia oggettivamente al servizio dell'appartamento, essendo situato sullo stesso palazzo, ed entrambi gli immobili appartengano ad un solo coniuge.

Cass. civ. n. 10104/2009

In tema di separazione personale dei coniugi, il provvedimento di assegnazione della casa familiare determina una cessione "ex lege" del relativo contratto di locazione a favore del coniuge assegnatario e l'estinzione del rapporto in capo al coniuge che ne fosse originariamente conduttore; tale estinzione si verifica anche nell'ipotesi in cui entrambi i coniugi abbiano sottoscritto il contratto di locazione, succedendo in tal caso l'assegnatario nella quota ideale dell'altro coniuge.

Cass. civ. n. 9310/2009

L'assegnazione della casa familiare ad uno dei coniugi in sede di divorzio è atto che, quando sia opponibile ai terzi, incide sul valore di mercato dell'immobile; ne consegue che, ove si proceda alla divisione giudiziale del medesimo, di proprietà di entrambi i coniugi, si dovrà tener conto, ai fini della determinazione del prezzo di vendita, dell'esistenza di tale provvedimento di assegnazione, che pregiudica il godimento e l'utilità economica del bene rispetto al terzo acquirente.

Cass. civ. n. 9995/2008

In tema di separazione, e con riferimento al regime vigente in epoca anteriore all'entrata in vigore della legge 8 febbraio 2006, n. 54, l'instaurazione di una relazione more uxorio da parte del coniuge affidatario dei figli minorenni non giustifica la revoca dell'assegnazione della casa familiare, trattandosi di una circostanza ininfluente sull'interesse della prole, a meno che la presenza del convivente non risulti nociva o diseducativa per i minori, ed essendo l'assegnazione volta a soddisfare l'interesse di questi ultimi alla conservazione dell'habitat domestico, inteso come centro degli affetti, interessi e consuetudini nei quali si esprime e si articola la vita familiare. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato il decreto impugnato, con cui era stata revocata l'assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario della prole, avendo lo stesso intrapreso una convivenza more uxorioo in quella medesima casa, divenuta pertanto un centro di riferimento degli affari imprenditoriali del convivente).

Cass. civ. n. 24321/2007

In ragione della opponibilità al terzo - ancorché non trascritta - dell'assegnazione della casa familiare disposta in favore dell'altro coniuge in occasione della separazione, sia giudiziale che consensuale, o in sede di divorzio, la clausola della separazione consensuale istitutiva dell'impegno futuro di vendita dell'immobile adibito a casa coniugale, in quanto tale assegnata (in quella medesima sede) al coniuge affidatario del figlio minorenne, non è inscindibile rispetto alla pattuizione relativa all'assegnazione di detta abitazione, ma si configura come del tutto autonoma rispetto al regolamento concordato dai coniugi in ordine alla stessa assegnazione, riguardando un profilo compatibile con detta assegnazione in quanto sostanzialmente non lesivo della rispondenza di detta assegnazione all'interesse del figlio minorenne tutelato attraverso tale istituto; pertanto, detta pattuizione non è modificabile nelle forme e secondo la procedura di cui agli artt. 710 e 711 c.p.c.

Cass. civ. n. 16398/2007

In materia di separazione e divorzio, il disposto dell'art. 155 quater c.c., come introdotto dalla legge 8 febbraio 2006 n. 54, facendo riferimento all'«interesse dei figli» conferma che il godimento della casa familiare è finalizzato alla tutela della prole in genere e non più all'affidamento dei figli minori, mentre, in assenza di prole, il titolo che giustifica la disponibilità della casa familiare, sia esso un diritto di godimento o un diritto reale, del quale sia titolare uno dei coniugi o entrambi, è giuridicamente irrilevante, ne consegue che il giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa coniugale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito, il quale, in assenza di figli, ha negato che si potesse disporre in ordine all'assegnazione della casa coniugale, ed ha rinviato alle norme sulla comunione ed al relativo regime per l'uso e la divisione, essendo detta abitazione di proprietà comune di entrambi i coniugi).

Cass. civ. n. 6979/2007

Il previgente art. 155 c.c. ed il vigente art. 155 quater c.c. in tema di separazione e l'art. 6 della legge sul divorzio subordinano il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni non autosufficienti economicamente conviventi con i coniugi ; in assenza di tale presupposto, sia la casa in comproprietà o appartenga a un solo coniuge, il giudice non potrà adottare, con la sentenza di separazione, un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non essendo la medesima neppure prevista dall'art. 156 c.c. in sostituzione o quale componente dell'assegno di mantenimento. In mancanza di norme ad hoc, la casa familiare in comproprietà resta soggetta alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l'uso e la divisione.

Cass. civ. n. 6192/2007

In tema di imposta comunale sugli immobili, il coniuge affidatario dei figli al quale sia assegnata la casa di abitazione posta nell'immobile di proprietà (anche in parte) dell'altro coniuge non è soggetto passivo dell'imposta per la quota dell'immobile stesso sulla quale non vanti il diritto di proprietà ovvero un qualche diritto reale di godimento, come previsto dall'art. 3 del D.L.vo 30 dicembre 1992, n. 504. Con il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa comunale in sede di separazione personale o di divorzio, infatti, viene riconosciuto al coniuge un atipico diritto personale di godimento e non un diritto reale, sicché in capo al coniuge non è ravvisabile la titolarità di un diritto di proprietà o di uno di quei diritti reali di godimento, specificamente previsti dalla norma, costituenti l'unico elemento di identificazione del soggetto tenuto al pagamento dell'imposta in parola sull'immobile. Né in proposito rileva il disposto dell'art. 218 c.c., secondo il quale «Il coniuge che gode dei beni dell'altro coniuge è soggetto a tutte le obbligazioni dell'usufruttuario» in quanto la norma, dettata in tema di regime di separazione dei beni dei coniugi, va intesa solo come previsione integrativa del precedente art. 217 (Amministrazione e godimento dei beni), di guisa che la complessiva regolamentazione recata dalle disposizioni dei due articoli è inapplicabile in tutte le ipotesi in cui il godimento del bene del coniuge da parte dell'altro coniuge sia fondato da un rapporto diverso da quello disciplinato da dette norme, come nell'ipotesi di assegnazione (volontaria o giudiziale) al coniuge affidatario dei figli minori della casa di abitazione di proprietà dell'altro coniuge, atteso che il potere del primo non deriva né da un mandato conferito dal secondo, né dal godimento di fatto del bene (ipotizzante il necessario consenso dell'altro coniuge), di cui si occupa l'art. 218.

Cass. civ. n. 4188/2006

Nel caso di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, ai sensi dell'art. 155, comma quarto, c.c., in tema di separazione, e 6, comma sesto, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (come sostituito dall'art. 11 della legge 6 marzo 1987, n. 74), in tema di divorzio, deve escludersi qualsiasi obbligo di pagamento di un canone di locazione da parte dell'assegnatario per il godimento della stessa, poiché qualunque forma di corrispettivo snaturerebbe la funzione dell'istituto di cui si tratta, in quanto incompatibile con la sua finalità esclusiva di tutela della prole, ed inciderebbe direttamente sull'assetto dei rapporti patrimoniali tra i coniugi dettato dal giudice della separazione o del divorzio.

Cass. civ. n. 1545/2006

In materia di separazione o divorzio, l'assegnazione della casa familiare, pur avendo riflessi anche economici, particolarmente valorizzati dall'art. 6, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (come sostituito dall'art. 11 della legge 6 marzo 1987, n. 74), è finalizzata all'esclusiva tutela della prole e dell'interesse di questa a permanere nell'ambiente domestico in cui è cresciuta, e non può quindi essere disposta, come se fosse una componente degli assegni rispettivamente previsti dall'art. 156 c.c. e dall'art. 5 della legge n. 898 del 1970, per sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, alle quali sono destinati unicamente i predetti assegni. Pertanto, anche nell'ipotesi in cui l'immobile sia di proprietà comune dei coniugi, la concessione del beneficio in questione resta subordinata all'imprescindibile presupposto dell'affidamento dei figli minori o della convivenza con figli maggiorenni ma economicamente non autosufficienti: diversamente, infatti, dovrebbe porsi in discussione la legittimità costituzionale del provvedimento, il quale, non risultando modificabile a seguito del raggiungimento della maggiore età e dell'indipendenza economica da parte dei figli, si tradurrebbe in una sostanziale espropriazione del diritto di proprietà, tendenzialmente per tutta la vita del coniuge assegnatario, in danno del contitolare.

Cass. civ. n. 1198/2006

Al fine dell'assegnazione ad uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, nella quale questi abiti con un figlio maggiorenne, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorché essa era unita, ed inoltre che il figlio convivente versi, senza colpa, in condizione di non autosufficienza economica.

Cass. civ. n. 18476/2005

In tema di separazione personale, l'assegnazione della casa coniugale esonera l'assegnatario esclusivamente dal pagamento del canone, cui altrimenti sarebbe tenuto nei confronti del proprietario esclusivo (o, in parte qua del comproprietario) dell'immobile assegnato, onde, qualora il giudice attribuisca ad uno dei coniugi l'abitazione di proprietà dell'altro, la gratuità di tale assegnazione si riferisce solo all'uso dell'abitazione medesima (per la quale, appunto, non deve versarsi corrispettivo), ma non si estende alle spese correlate a detto uso (ivi comprese quelle, del genere delle spese condominiali, che riguardano la manutenzione delle cose comuni poste a servizio anche dell'abitazione familiare), onde simili spese – in mancanza di un provvedimento espresso che ne accolli l'onere al coniuge proprietario – sono a carico del coniuge assegnatario.

Cass. civ. n. 13664/2003

Il provvedimento di rilascio della casa familiare emanato nei confronti del coniuge, proprietario esclusivo dell'immobile, non può essere fatto utilmente valere nei confronti del terzo che si trovi nel godimento dell'immobile in forza di un titolo che gli assicuri un possesso autonomo incompatibile con la pretesa fatta valere in via esecutiva, e ciò sin quando il coniuge assegnatario procedente non si sia munito di un titolo esecutivo valido nei confronti del terzo, che cessi così di essere tale.

Cass. civ. n. 12705/2003

Nel caso di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, ai sensi degli artt. 155, comma quarto, c.c. – in tema di separazione personale –, e 6, comma sesto, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (come sostituito dall'art. 11 della legge 6 marzo 1987, n. 74) – in tema di divorzio –, il terzo acquirente del bene in epoca successiva al provvedimento di assegnazione è tenuto, negli stessi limiti di durata (nove anni dalla data dell'assegnazione, ovvero, nel caso di trascrizione, anche oltre i nove anni) nei quali è a lui opponibile il provvedimento stesso, a rispettare il godimento del coniuge del suo dante causa, nello stesso contenuto e nello stesso regime giuridico propri dell'assegnazione, quale vincolo di destinazione collegato all'interesse dei figli. Ne consegue che è escluso qualsiasi obbligo di pagamento da parte del beneficiario per tale godimento, atteso che ogni forma di corrispettivo verrebbe a snaturare la funzione stessa dell'istituto, in quanto incompatibile con la sua finalità esclusiva di tutela della prole, ed inciderebbe direttamente sull'assetto dei rapporti patrimoniali tra i coniugi dettato dal giudice della separazione o del divorzio.

Cass. civ. n. 13065/2002

L'assegnazione della casa familiare prevista dall'art. 155, quarto comma, c.c. risponde all'esigenza di conservare l'habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare. Ne consegue che l'istituto di cui si tratta presuppone indefettibilmente la persistenza, al momento della separazione dei coniugi, di una casa coniugale nell'accezione sopra chiarita. Pertanto, ove manchi tale presupposto, per essersi i figli già irrimediabilmente sradicati dal luogo in cui si svolgeva la esistenza della famiglia, non v'è luogo per l'applicazione dell'istituto in questione.

Cass. civ. n. 11096/2002

Ai sensi dell'art. 6, comma 6, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (nel testo sostituito dall'art. 11 della legge 6 marzo 1987, n. 74), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell'assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto - anche oltre i nove anni.

Cass. civ. n. 9071/2002

La disposizione dell'art. 6 della legge n. 898 del 1970, come sostituito dall'art. 11 della legge n. 74 del 1987 (dettata in materia di divorzio, ma applicabile anche alla separazione personale dei coniugi), ferma restando la tutela dell'interesse dei figli a permanere nell'ambiente domestico nel quale sono cresciuti, prevede, come presupposto necessario ai fini dell'assegnazione della casa coniugale, la valutazione delle condizioni economiche dei coniugi, tale disposizione, tuttavia, non impone l'assegnazione al coniuge economicamente più debole (che non vanti sulla stessa diritti reali o di godimento), neanche se a lui siano affidati figli minori o con lui convivano figli maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti, qualora l'equilibrio delle condizioni economiche dei coniugi e la tutela di quello più debole possano essere perseguiti altrimenti (la S.C. ha così cassato la sentenza che aveva sostenuto la decisione unicamente sulla «necessità» di garantire l'esigenza del figlio maggiorenne, incolpevolmente non autosufficiente, a permanere nell'abitazione originaria, insieme con il padre non proprietario della casa).

Cass. civ. n. 5857/2002

In tema di separazione personale tra coniugi, l'art. 155, comma 4, c.c. consente al giudice di assegnare l'abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull'immobile, solo se a lui risultino affidati i figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. La nozione di convivenza rilevante agli effetti di cui si tratta comporta, peraltro, la stabile dimora del figlio presso l'abitazione di uno dei genitori, con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e con esclusione, quindi, della ipotesi di saltuario ritorno presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di ospitalità, con conseguente esclusione del diritto del genitore ospitante all'assegnazione della casa coniugale in assenza di titolo di godimento della stessa, a prescindere dalla mancanza di autosufficienza economica del figlio, idonea, se mai, ad incidere solo sull'obbligo di mantenimento.

Cass. civ. n. 4558/2000

In ipotesi di separazione personale dei coniugi, l'assegnazione della casa familiare, in presenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, spetta di preferenza e ove possibile (perciò non necessariamente) al coniuge cui vengano affidati i figli medesimi, mentre, in assenza di figli, può essere utilizzata come strumento per realizzare (in tutto o in parte) il diritto al mantenimento del coniuge privo di adeguati redditi propri; nel primo caso, trattandosi di provvedimento da adottare nel preminente interesse della prole, il giudice può provvedere alla suddetta assegnazione anche in mancanza di una specifica domanda di parte, mentre, nel secondo caso, trattandosi di questione concernente il regolamento dei rapporti patrimoniali tra coniugi, la suddetta assegnazione presuppone un'apposita domanda del coniuge richiedente il mantenimento, onde non è configurabile in ogni caso un dovere (e un potere) del giudice di identificare ed assegnare comunque la casa familiare anche in assenza di qualsivoglia istanza in tal senso.

Cass. civ. n. 822/1998

Nell'ipotesi in cui la casa coniugale appartenga in comproprietà ad entrambi i coniugi, manchino figli minori o figli maggiorenni conviventi con uno dei genitori, ed entrambi i coniugi rivendichino il godimento esclusivo della casa coniugale, l'esercizio del potere discrezionale del giudice della separazione non può trovare altra giustificazione se non quella che, in presenza di una sostanziale parità di diritti, può essere favorito il solo coniuge che non abbia adeguati redditi propri, al fine di consentirgli la conservazione di un tenore di vita corrispondente a quello di cui godeva in costanza di matrimonio. Ne consegue che, laddove entrambi i coniugi comproprietari della casa familiare abbiano adeguati redditi propri, il giudice della separazione dovrà respingere le domande contrapposte di assegnazione del godimento esclusivo della casa stessa, lasciandone la disciplina agli accordi tra comproprietari, i quali, ove non riescano a raggiungere un ragionevole assetto dei propri interessi, restano liberi di chiedere la divisione dell'immobile dopo lo scioglimento della comunione familiare che consegue al passaggio in giudicato della sentenza di separazione.

Cass. civ. n. 8317/1997

In tema di provvedimenti temporanei ed urgenti, l'ordinanza del presidente del tribunale o del giudice istruttore in un processo di separazione personale tra coniugi attributiva, ad uno di essi, del diritto di abitare la casa familiare deve ritenersi soggetta, in mancanza di spontaneo adempimento, ad esecuzione coattiva in via breve (a mezzo del competente ufficiale giudiziario), ovvero alla normale procedura di esecuzione forzata, con la conseguenza che, nella prima ipotesi, giudice competente per l'esecuzione sarà quello che ha emesso il provvedimento (ovvero quello competente per il merito, se risulti iniziato il relativo giudizio), mentre, nella seconda, la competenza si radica in capo al giudice dell'esecuzione, secondo le regole ordinarie.

Cass. civ. n. 7680/1997

Il provvedimento di assegnazione della casa coniugale ad uno dei coniugi all'esito del procedimento di separazione personale non è idoneo a costituire un diritto reale di uso o di abitazione a favore dell'assegnatario, ma solo un diritto di natura personale, opponibile, se avente data certa, ai terzi entro il novennio ai sensi dell'art. 1599 c.c. ovvero anche dopo i nove anni se il titolo sia stato in precedenza trascritto. (V. Corte cost. n. 454 del 1989).

Cass. civ. n. 4061/1997

La decisione di attribuire la casa coniugale al coniuge che ne sia soltanto comproprietario, adottata nel corso del giudizio di separazione, ove non sia riconducibile al disposto dell'art. 155 c.c., deve intendersi adottata sul presupposto che il beneficiario abbia diritto al mantenimento, in quanto la prole vive in una città diversa da quella ove è ubicata la precedente casa familiare. Ne consegue che, ove difetti il diritto al mantenimento deve riconoscersi, nello stesso giudizio di separazione la possibilità di chiedere all'altro coniuge un corrispettivo adeguato al beneficio economico che ha ricevuto senza alcun titolo giustificativo.

Cass. civ. n. 9909/1996

L'art. 155, quarto comma, c.c., nel disporre che l'abitazione della casa familiare spetta di preferenza, e ove possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli, non vieta l'assegnazione della casa al coniuge che sia affidatario di uno solo dei figli, ma esclude soltanto che il coniuge non affidatario possa pretenderne l'assegnazione quando tutti i figli sono stati affidati all'altro coniuge. Pertanto, nel caso in cui entrambi i coniugi siano affidatari di figli, non potendo essere soddisfatto contemporaneamente l'interesse dei medesimi a rimanere nella casa coniugale, non può ritenersi inibito al giudice di procedere all'assegnazione della stessa, comportando tale situazione soltanto che debbano essere utilizzati altri criteri diversi da quello dell'«affidamento», insuscettibile di offrire adeguato parametro risolutore.

Cass. civ. n. 8058/1996

La norma di cui all'art. 155, quarto comma, c.c. – secondo cui in caso di separazione l'abitazione nella casa familiare spetta di preferenza e ove sia possibile al coniuge cui vengono affidati i figli – non è applicabile, neppure in via estensiva, all'ipotesi di separazione di coniugi con i quali conviva il figlio nato da un precedente matrimonio di uno di essi e non legato, quindi, da alcun vincolo di filiazione con l'altro coniuge.

Cass. civ. n. 12083/1995

In tema di separazione personale dei coniugi, la norma di cui all'art. 155, comma 4, c.c. prevede che l'assegnazione della casa familiare sia disposta «ove possibile» di preferenza al coniuge affidatario dei figli e quindi, lungi dal porre una regola assoluta che rappresenti una automatica conseguenza del provvedimenti di affidamento, esige una valutazione della necessità, o anche della semplice opportunità, di imporre al coniuge titolare del diritto reale o personale di godimento dell'immobile il sacrificio della sua situazione soggettiva per soddisfare l'interesse del figlio minore (o maggiorenne non autosufficiente) alla conservazione dell'habitat domestico, inteso come centro degli affetti, interessi o consuetudini nei quali si esprime e si articola la vita familiare.

Cass. civ. n. 7865/1994

A seguito della disposizione innovativa introdotta dall'art. 11 della L. 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio) – secondo cui l'abitazione della casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età, fermo restando che in ogni caso ai fini dell'assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole – applicabile anche alla separazione nonostante la dizione più restrittiva dell'art. 155, comma 4, c.c., l'assegnazione della casa coniugale va configurata non soltanto come strumento di protezione della prole, ma come mezzo atto a garantire anche il conseguimento di altre finalità, quali l'equilibrio delle condizioni economiche dei coniugi e la tutela del coniuge più debole, con la conseguenza che l'attribuzione del diritto di abitazione nella casa familiare costituisce un provvedimento di contenuto economico avente funzione alternativa o sussidiaria rispetto alla determinazione dell'assegno. Pertanto, la restituzione della casa familiare da parte dell'assegnatario all'altro coniuge, rappresentando una utilità economicamente valutabile in misura pari al risparmio occorrente per godere dell'immobile a titolo di locazione, giustifica un aumento dell'assegno di divorzio o di mantenimento dovuto dal beneficiario della restituzione al coniuge rinunciante.

Cass. civ. n. 11508/1993

Il diritto riconosciuto al coniuge, non titolare di un diritto di proprietà o di godimento, sulla casa coniugale, con il provvedimento giudiziale di assegnazione di detta casa in sede di separazione o divorzio, ha natura di diritto personale di godimento e non di diritto reale, essendo i modi di costituzione di questi ultimi tassativamente ed espressamente previsti dalla legge, e non rientrando tra essi un provvedimento del genere.

Cass. civ. n. 5793/1993

Allorquando uno dei coniugi, in sede di separazione o di divorzio, invochi il provvedimento di assegnazione della casa familiare, e l'altro contesti tale qualità all'immobile, ovvero al complesso di beni funzionalmente attrezzato per assicurare l'esistenza domestica della comunità familiare, spetta a chi chiede il predetto provvedimento dimostrare la sussistenza della contestata qualità; in difetto, al giudice è inibita l'applicazione delle speciali norme che disciplinano l'abitazione della casa familiare in caso di separazione o di divorzio, restando il rapporto assoggettato alla disciplina relativa ai diritti reali o personali di godimento degli immobili a seconda di quanto risulti dal titolo.

Cass. civ. n. 4108/1993

In tema di provvedimenti relativi alla separazione personale dei coniugi, l'art. 155, quarto comma c.c. – nel testo introdotto dall'art. 36 della L. 19 maggio 1975, n. 151 – secondo cui l'abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al coniuge affidatario di prole minore, anche nel caso in cui la proprietà sia dell'altro coniuge, non esclude che analogo sacrificio dell'interesse del coniuge proprietario possa essere disposto, in estensiva applicazione di quanto al riguardo previsto, con riferimento al divorzio, dall'art. 11 della L. 6 marzo 1987, n. 74, anche nel caso in cui non vi sia luogo alla detta pronunzia di affidamento, per essere i figli maggiorenni, ma si debba, nondimeno, in relazione alle specifiche circostanze – il cui apprezzamento va condotto con rigore proporzionalmente crescente per effetto dell'aumento dell'età e, comunque, presuppone la incolpevole mancanza di autosufficienza economica o anche soltanto psicofisica, da parte dei figli stessi – assicurare a questi ultimi la continuità dell'habitat domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si articola la vita della famiglia, con la convivenza con il genitore non proprietario della casa.

Cass. civ. n. 1258/1993

L'opponibilità, nei confronti del terzo titolare del diritto di proprietà, del provvedimento di assegnazione della casa al coniuge divorziato o separato, secondo le previsioni, rispettivamente, dell'art. 11 della L. 6 marzo 1987, n. 74 (modificativo dell'art. 6 della L. 1 dicembre 1970, n. 898), e dell'art. 155 c.c., nel testo risultante a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 454 del 1989 (e della successiva ordinanza della medesima Corte n. 20 del 1990), riguarda le ipotesi in cui detta titolarità sia stata acquisita dopo l'indicato provvedimento, mentre, nel caso in cui l'acquisto della proprietà stessa sia anteriore, il relativo diritto non può essere pregiudicato dall'assegnazione (salva restando la previsione dell'art. 6 della L. 27 luglio 1978, n. 392 sul subingresso nel rapporto di locazione del coniuge assegnatario).

Cass. civ. n. 6348/1991

Il provvedimento emesso dal presidente del tribunale in sede di separazione personale dei coniugi di assegnazione della casa coniugale ad uno di essi – ancorché di proprietà esclusiva dell'altro - conferisce al coniuge assegnatario un diritto personale di abitazione con tutte le facoltà ad esso inerenti con la conseguenza che lo stesso assegnatario può legittimamente provvedere al cambiamento della serratura della porta d'ingresso della detta abitazione senza che ciò possa configurare spoglio, risultando interdetto il godimento del coniuge non assegnatario quale debito e valutato effetto del provvedimento presidenziale di attribuzione del diritto di abitazione all'altro coniuge.

Cass. civ. n. 11787/1990

Il potere del giudice della separazione di assegnare l'abitazione della casa familiare, in deroga al normale regime privatistico, al coniuge affidatario dei figli minori (art. 155 quarto comma c.c., nel testo fissato dall'art. 36 della L. 19 maggio 1975, n. 151) include la facoltà di attribuire alcuni soltanto dei locali di detta casa, quando essi abbiano ampiezza sufficiente per soddisfare le esigenze di detti figli e del genitore cui sono affidati, ed altresì abbiano caratteristiche strutturali e funzionali tali da consentirne il distacco come autonoma unità abitativa, con modesti accorgimenti o piccoli lavori, senza opere edili di trasformazione (nella specie, trattandosi del piano di un villino, che poteva con facilità essere reso indipendente dal resto della costruzione).

Cass. civ. n. 1501/1989

In tema di separazione personale, l'art. 155, quarto comma (nuovo testo) c.c., secondo cui l'abitazione della casa familiare spetta di preferenza al coniuge affidatario dei figli, conferisce al giudice del merito, anche in sede di modificazione delle originarie condizioni della separazione, il potere di assegnare detta casa all'affidatario medesimo, pure se privo di diritti su di essa, ove ciò si renda indispensabile o comunque opportuno per assicurare adeguate condizioni di vita e formazione della prole minore.

Cass. civ. n. 878/1986

In tema di separazione personale dei coniugi, il godimento della casa familiare, oggetto di proprietà comune, può essere assegnato dal giudice della separazione anche al coniuge che non sia affidatario di figli minori (e quindi all'infuori del caso contemplato dall'art. 155 quarto comma, c.c.), qualora tale assegnazione trovi giustificazione in sede di regolamentazione dei rapporti patrimoniali fra i coniugi medesimi, nel senso che configuri una componente in natura dell'obbligo di mantenimento dell'uno in favore dell'altro).

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Consulenze legali
relative all'articolo 337 sexies Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Andrea S. chiede
lunedì 13/05/2019 - Lazio
“Sono papà di una bambina di 5 anni, in regime in affido condiviso con la mia ex compagna; a seguito del provvedimento ho dovuto cedere in assegnazione alla madre la casa di mia esclusiva proprietà (con annessi e connessi), unitamente ad un assegno di mantenimento ed una quota spese condominiali.
Ora la mia compagna (resasi disoccupata e tale presentatasi in giudizio) ha intrapreso nella casa "familiare" una attività di "nido"/baby sitting lungo orario, in cui accoglie, sembra, non meno di tre bambini, speso anche in ore serali.
Per far ciò ha riorganizzato la casa dotandola anche di letti a castello, in cui all'occasione dorme, con gli altri, anche mia figlia. Domando se tale utilizzo della casa sia lecito oppure violi gli accordi di affidamento anche solo sotto il profilo economico.”
Consulenza legale i 20/05/2019
Per rispondere al presente quesito è necessario fare una breve premessa sull’istituto dell’assegnazione della casa familiare e sulla sua funzione.
L’assegnazione della casa familiare è ora disciplinata dall’art. 337 sexies del c.c. La norma stabilisce, innanzitutto, che “il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli”.
Quindi, il criterio fondamentale che deve ispirare la decisione sull’assegnazione dell’abitazione familiare è quello dell’interesse della prole, che ha precedenza sia su quello del titolo di proprietà dell’immobile (ben potendo questo essere assegnato al coniuge non proprietario), sia su valutazioni di carattere economico.
In ogni caso, la norma prevede, quale correttivo, che il giudice tenga conto dell’assegnazione “nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà”.

Anche la giurisprudenza ha costantemente ribadito la preminenza dell’interesse dei figli. Così, ad esempio, fra le tante pronunce, Cass. Civ., Sez. VI, ord. n. 32231/2018, afferma che “in tema di separazione dei coniugi il godimento della casa familiare è attribuito tenendo conto dell'interesse dei figli e questo risponde all'esigenza, che ne costituisce al contempo l'unica ragione, di consentire ai figli di genitori separati di conservare l'habitat domestico, da intendersi come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare”.
Sempre l’art. 337 sexies c.c. precisa, inoltre, che il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso in cui l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio: questi sono dunque i motivi di revoca dell’assegnazione espressamente previsti dalla legge.

Detto questo, un utilizzo della casa familiare quale quello descritto nel quesito, in cui la madre della bambina avrebbe organizzato all’interno dell’abitazione un’attività imprenditoriale, non viola, di per sé, il provvedimento di assegnazione della casa familiare.
tuttavia è necessario verificare, in concreto, se l’attività in questione (nido - baby sitting) risulti in contrasto con quello che abbiamo visto essere il parametro fondamentale in tema di assegnazione della casa familiare, ovvero l’interesse della figlia minore.
In particolare, bisognerà valutare se non risulti frustrata o compromessa la ratio stessa dell’istituto, cioè la conservazione in favore del bambino dell’habitat domestico (verificando, ad esempio, gli ambienti che sono stati adibiti allo svolgimento dell’attività, l’eventuale “sottrazione” di tali spazi alla figlia, ecc.), nonché altri profili quali, ad esempio, l’età dei bambini ospitati (anche se il termine “nido” lascia supporre che si tratti di bambini in tenera età). Soprattutto, occorre verificare come tale situazione venga vissuta dalla figlia.
Naturalmente, si tratta di valutazioni che non possono essere effettuate in questa sede, ma devono essere compiute in concreto, con atteggiamento libero da pregiudizi, tenendo presente in primo luogo l’interesse della figlia, certo, ma anche l’interesse (comunque meritevole di una qualche tutela) della madre a rendersi economicamente indipendente, se del caso svolgendo una propria attività in ambito domestico, con il duplice beneficio di consentire un risparmio di spese e di permettere alla mamma di stare comunque fisicamente vicina alla bambina.

Quanto ai riflessi economici di tale nuova attività intrapresa dalla madre, qualora risulti che essa abbia comportato un miglioramente della sua situazione economica, ciò potrà costituire motivo di modifica delle condizioni di separazione. La modifica può essere concordata tra i coniugi: è però importante ricordare che non è ammessa alcuna autoriduzione dell’assegno di mantenimento né alcuna modifica unilaterale delle condizioni di separazione, giudiziale o consensuale che sia.
Sarà, invece, necessario rivolgersi al giudice per l’adozione dei provvedimenti di cui all’art. 710 del c.p.c., oppure, in alternativa, ricorrere alla procedura di negoziazione assistita prevista dall’art. 6 del D.L. n. 132/2014, convertito in L. n. 162/2014.

Giuseppe F. chiede
giovedì 14/03/2019 - Lazio
“Egr. Avvocato, sono un uomo di 46 anni single, quanto qui di seguito è la mia richiesta di consulenza legale:
Una mia amica con la quale mi sto frequentando da un po' di mesi è sposata in via di separazione dal marito, hanno 2 figli un bambino di un anno e mezzo ed una bambina di 7 anni.
L'appartamento dove vivono è di proprietà del padre di lei che non accetta la nostra relazione quindi l'ha minacciata di buttarla fuori di casa.
Ho preso in considerazione di ospitarla coi bambini a casa mia (vivo da solo in casa di mia proprietà anche se, ogni anno per sei mesi, ospito mia madre che è usufruttuaria. Mia madre vive sei mesi in Italia e sei mesi all'estero sebbene la residenza sia a casa mia).
La consulenza che le chiedo è: c'è il rischio che un domani, qualora io la ospiti con prole e la nostra storia finisca, che questa mia amica si rifiuti di uscire di casa mia ed io perda la mia casa finché i suoi figli non diventino maggiorenni ed autosufficienti?
specifico che:
1) la sto aiutando a trovare lavoro. finora ha fatto la casalinga sebbene abbia un mestiere
2) NON le farei fare il cambio di residenza sulla sua carta d'identità da dove vive adesso a casa mia
3) NON sono intenzionato a sposarla
Se c'è questo rischio, che contromisure preventive posso prendere al fine di poterla ospitare coi suoi bambini ma qualora la nostra storia finisca io possa farla uscire da casa mia?
Spero di esser stato esaustivo, attendo sua gradita consulenza e resto a sua completa disposizione per ulteriori, eventuali informazioni di cui dovesse aver bisogno.
Cordialmente
Giuseppe”
Consulenza legale i 20/03/2019
Innanzitutto, è possibile “tranquillizzare” chi pone il quesito rispetto al timore di dover ospitare in casa propria la fidanzata e i figli di lei finché questi ultimi non diventino maggiorenni ed autosufficienti.
Infatti nel caso in esame il proprietario dell’immobile, pur legato da un rapporto affettivo, a quanto sembra piuttosto stabile, con la madre dei bambini, non ha alcun obbligo giuridico nei confronti di questi ultimi. Diverso sarebbe ovviamente il caso in cui i bambini fossero figli di entrambi: in tale ultima eventualità opererebbe il combinato disposto degli artt. 337 bis e 337 sexies del c.c., che prevede l’assegnazione della casa familiare sulla base degli interessi della prole, anche in caso di crisi della coppia genitoriale non unita in matrimonio: ma, appunto,non è questa l'ipotesi che ci riguarda.
Il problema, semmai, è se il convivente more uxorio possa vantare un diritto a rimanere nell’abitazione di proprietà dell’altro anche dopo la “rottura” del rapporto tra le parti.
Peraltro, va precisato che il dato formale del mancato cambio di residenza della compagna non sarebbe decisivo, in quanto sarebbe comunque possibile per quest’ultima dimostrare il dato fattuale della convivenza (non ho la residenza anagrafica ma di fatto vivo lì).
Sulla questione ha avuto modo di pronunciarsi la Corte di Cassazione, Sez. II Civile, con la sentenza n. 7214/2013.
In tale pronuncia la Corte ha affermato che “la convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su un interesse proprio ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità” (con la conseguenza che, nel caso in cui uno dei conviventi venga estromesso dall’abitazione, contro la proprio volontà, per opera del partner, potrà esercitare la cosiddetta tutela possessoria, in particolare l’azione di spoglio prevista dall’art. 1168 del c.c.).
Inoltre, la Cassazione ricorda anche che, secondo la Corte Costituzionale, la famiglia di fatto rientra tra le formazioni sociali tutelate dall’art. 2 della Costituzione; pertanto “il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano della giuridicità è custodita dalla Costituzione, sì da assumere i connotati tipici della detenzione qualificata”.
Questo non significa, naturalmente, equiparare completamente la convivenza more uxorio al matrimonio, in quanto ciò contrasterebbe con la stessa volontà degli interessati, i quali hanno “liberamente scelto di non vincolarsi con il matrimonio proprio per evitare, in tutto o in parte, le conseguenze legali che discendono dal coniugio”.
Rimane, infatti, ferma la diversità della convivenza di fatto, fondata sull'affectio quotidiana - liberamente e in ogni istante revocabile - di ciascuna delle parti, rispetto al rapporto coniugale, caratterizzato da una maggiore stabilità e certezza.
Secondo la Cassazione, la convivenza di fatto è un’unione, sì, libera ma che tuttavia ha assunto - per durata, stabilità, esclusività e contribuzione - i caratteri di comunità familiare. Perciò il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell'altro convivente, non si fonda su un titolo giuridicamente irrilevante quale l'ospitalità, bensì su un accordo a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, come tale anche socialmente riconoscibile.
Per rispondere al quesito specificamente posto, in caso di fine della relazione affettiva la convivente non avrà diritto a continuare ad abitare l’immobile; d’altra parte, il convivente proprietario della casa non potrà ricorrere alle vie di fatto per estromettere l'altro dall'abitazione. Per citare la stessa sentenza appena esaminata, “il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che, cessata l'affectio, intenda recuperare, com'è suo diritto, l'esclusiva disponibilità dell'immobile, di avvisare il partner e di concedergli un termine congruo per reperire altra sistemazione”.
Naturalmente, qualora il partner rifiutasse di abbandonare l’immobile, pur invitato e in presenza di congruo preavviso, non rimarrebbe che ricorrere al giudice.

Daniele C. chiede
martedì 19/02/2019 - Lombardia
“Buon Giorno, premetto che mai sono stato sposato con alcuna e dalla mia convivenza ho avuto due Figlie sempre dalla medesima compagna. Anni fa la relazione è naufragata e da allora per disposizioni del tribunale (c'è stato il supporto per entrambi di Avvocati nel corso delle pratiche) la casa , dimora abituale della famiglia di fatto, e di mia esclusiva proprietà (100%) è stata affidata alla madre delle mie Figlie quale genitore collocatario delle Figlie minori.
Ora le mie Figlie una di 14 anni e l'altra tra un paio di mesi diciottenne , specificamente quest'ultima, mi comunicano che la loro madre vuole ( sembra che lo imponga ma io non ne ho la certezza! ) ospitare ogni week end il proprio fidanzato con cui si relaziona da anni e che in modo preciso, puntuale , sistematico trascorre insieme a lui due week end alterni al mese recandosi lei stessa a casa sua peraltro fuori regione.

Sulla scorta di quanto testé scritto alla madre delle mie Figlie compete ospitare ogni week end il proprio fidanzato nella casa di mia esclusiva proprietà, ove abitano le mie figlie, e a lei affidata quale genitore collocatario ?

Di fronte alle sollecitazioni delle mie Figlie che mi comunicano di non aver piacere ovvero di patire questa "convivenza del fine settimana" quali norme giuridiche possono incoraggiarmi a persuadere la madre a non procedere contro la volontà delle Figlie?

Ringrazio e Saluto Cordialmente.”
Consulenza legale i 22/02/2019
La materia dell’assegnazione della casa familiare è disciplinata ora dall’art. 337 sexies del c.c., che stabilisce, per quanto qui interessa, che “il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli. Dell'assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio”.
Occorre precisare che la disposizione è applicabile sia in caso di separazione e divorzio sia in caso di crisi della coppia non unita in matrimonio.
Dalla lettura della norma si evince che, in tema di assegnazione della casa familiare, il principale criterio di riferimento che deve orientare la scelta del giudice - ma anche il comportamento delle parti - è costituito dall’interesse dei figli, che pertanto risulta preminente persino rispetto all’eventuale titolo di proprietà.
Peraltro, sull’argomento si è pronunciata, pur se sotto la vigenza del “vecchio” art. 155 quater c.c., che regolava in precedenza la materia, anche la Corte Costituzionale con sentenza n. 308/2008. In particolare, la Consulta ha specificato che, nel nuovo regime, scomparso il “criterio preferenziale” per l’assegnazione della casa familiare costituito dall’affidamento della prole, l’attribuzione dell’alloggio viene espressamente condizionata all’interesse dei figli.
È poi da ricordare (prosegue la Corte) che la giurisprudenza di merito e di legittimità è concorde nel ritenere che, anche per l’assegnazione della casa familiare, vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo del provvedimento per fatti sopravvenuti. Tuttavia tale intrinseca provvisorietà non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti, nonché quello dell’accertamento dell’interesse prioritario della prole.
Da tale contesto normativo e giurisprudenziale emerge il rilievo che non solo l’assegnazione della casa familiare, ma anche la cessazione della stessa, è stata sempre subordinata, pur nel silenzio della legge, ad una valutazione, da parte del giudice, di rispondenza all’interesse della prole.
Pertanto la normativa deve essere interpretata nel senso che l’assegnazione della casa coniugale non viene meno automaticamente al verificarsi degli eventi di cui si tratta (instaurazione di una convivenza di fatto, nuovo matrimonio), ma la decadenza dalla stessa è comunque subordinata ad un giudizio di conformità all’interesse del minore.
Ciò premesso, la giurisprudenza ritiene che non si possa in linea di principio impedire al coniuge assegnatario della ex abitazione familiare di convivere nella stessa con il nuovo compagno, o la nuova compagna. Ad esempio, secondo Cass. 23786/2004, vietare in assoluto alla ex moglie di convivere con il nuovo compagno nella casa assegnatale in sede di separazione comporterebbe "un'illegittima restrizione della sua libertà personale".
Tale principio può essere a maggior ragione applicato laddove - come nel caso che ci occupa - non vi sia una vera e propria stabile convivenza ma una “ospitalità” limitata a taluni fine settimana, per quanto con caratteri di regolarità.
Questione diversa è quella dell’interesse della prole, che rappresenta comunque un imprescindibile criterio di riferimento. Occorrerà pertanto valutare attentamente se tale “ospitalità” arrechi pregiudizio o serio disagio ai figli. In ogni caso, come sempre si consiglia in materia familiare, prima di rivolgersi al giudice è opportuno tentare una soluzione concordata tra le parti.

Raffaele M. chiede
mercoledì 29/11/2017 - Campania
“Mio figlio Alessandro nell'anno 2007 , in previsione del suo matrimonio programmato nel successivo anno 2008, ebbe in regalo con i miei risparmi , una casa che io e mia moglie decidemmo di intestare (forse improvvidamente) a lui direttamente. Il pagamento avvenne mediante assegni circolari direttamente intestati al venditore e tratti sulla mia banca, per cui denaro tutto tracciabile. Nell'anno 2008 mio figlio si è sposato in separazione dei beni e unitamente alla moglie andò ad abitare in questa casa e nell'anno 2010 nacque un bambino (oggi di sette anni). La moglie di mio figlio è anch'essa proprietaria di un immobile dove da anni ha dato in comodato d'uso al suo papà separato dalla moglie, senza che questi abbia mai versato alcun importo alla figlia anche perchè mai richiesto.. La moglie di mio figlio è una insegnante di ruolo statale ad una scuola superiore. Mio figlio è un semplice impiegato e percepisce una retribuzione di circa 1400 euro mese (inferire di 100 euro rispetto a quella della moglie). Nell'anno 2012 mio figlio e la moglie si separarono consensualmente (a parte invio la sentenza di separazione)e il Tribunale dispose un assegno di mantenimento per il figlio, senza nulla concedere per accordi alla moglie in quanto economicamente indipendente. Però alla stessa venne assegnata la casa coniugale. Ciò premesso la moglie di mio figlio ha comunicato verbalmente a lui, poi con una lettera ufficiale del suo legale, che intende procedere al divorzio facendo rimanere tutto immutato l'accordo di separazione consensuale che si dovrebbe traslare in quello di divorzio;praticamente agli stessi patti e condizioni. Dopo l'acquisto della casa a mio figlio per il matrimonio, io e mia moglie, avendo un altro figlio, decidemmo di donare a questi la casa di proprietà dove abitavamo riservandoci l'usufrutto. Il tutto fu perfezionato e formalizzato con atto notarile. Mio figlio Alessandro, per effetto della separazione , dal 2012 anche per le sue precarie condizioni economiche, è tornato nuovamente a vivere presso da me. Intanto mia moglie l'anno scorso è deceduta e l'altro mio figlio, quasi quarantenne, ha deciso qualche mese fa di convivere con una ragazza fittando un appartamentino e pagando 700 euro/mese in quanto la casa da me donata attualmente è abitata da me e dall'altro mio figlio separato. Ora vorrei chiedere se c'è possibilità che il figlio separato possa riottenere la disponibilità della sua casa anche in un periodo di tempo ragionevole perchè la moglie sostiene che fino a quando il bambino non sarà maggiorenne le cose devono restare così anche se lei , intanto, si è legata sentimentalmente ad altra persona e potrebbe stabilire una convivenza more uxorio nella casa di proprietà di mio figlio che nè io nè lui prima sotto l'aspetto morale che patrimoniale accettiamo (è possibile che possa avvenire ciò e lei restare in casa con questo nuovo compagno?). E' da dire, infine, che il mio figlio primogenito convivente, a luglio dell'anno prossimo ha deciso di sposarsi e per cui io avverto anche il disagio morale di non poter lasciare a lui la casa donata e far finta di nulla che lui paghi un affitto di 700 euro al mese. Diversamente se mio figlio avesse la possibiltà di riavere libero dalla moglie la sua casa, potrei trasferirmi lì con lui. Devo anche dire che mio figlio ha rappresentato alla moglie la possibilità di dividere l'appartamento di sua proprietà in modo che lui possa almeno disporre di una stanza con un piccolo servizio, rinunciando anche alla cucina. La moglie ha risposto negativamente.
In buona sostanza sono a chiederVi un consiglio per come meglio far agire mio figlio al fine di metterlo nelle condizioni di non ricevere ulteriori ingenti danni da questa vicenda che come avete avuto modo di leggere investono anche l'altro mio figlio e me stesso, indirettamente.”
Consulenza legale i 06/12/2017
Esigenza primaria a cui qualunque giudice deve ispirarsi nel pronunciare la separazione fra coniugi è quella di tutelare i minori, dovendo ciò costituire la ragione principale della assegnazione della casa coniugale, la quale non può mai assumere funzione assistenziale o di mantenimento nei confronti del medesimo coniuge assegnatario.

In mancanza, dunque, di figli minori o maggiorenni non autosufficienti (questi ultimi se conviventi con il genitore affidatario), il giudice non potrà mai adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, e ciò sia che la casa coniugale risulti in comproprietà fra i coniugi separandi sia che appartenga in via esclusiva ad uno solo dei coniugi (così Tribunale di Milano 22.07.2013).

E’ anche vero comunque che il giudice della separazione (o del divorzio), pur quando vi siano figli conviventi o non autosufficienti, ha un’ampia discrezionalità nel pronunciare il provvedimento di assegnazione, purché qualunque decisione venga adottata tenendo prioritariamente conto del loro interesse; così, ad esempio, potrà decidere di non assegnare o di revocare l’assegnazione della casa familiare già disposta nel caso in cui le circostanze del caso concreto facciano ritenere che solo con l’allontanamento dei figli e del genitore con essi convivente dalla casa in cui la famiglia viveva unita potrebbe realizzarsi una migliore composizione di tutti gli interessi coinvolti nella crisi familiare (cfr. Cass. Sent. N. 376/1999).

Fatte queste brevi considerazioni di carattere generale, passiamo ad esaminare la normativa specifica che si occupa di tale materia.

In tema di separazione, la norma che disciplina l’assegnazione della casa familiare è l’art. 337 sexies sexies c.c., in vigore da febbraio 2014 ed introdotto dal D.lgs. n. 153/2013; prima di essa vi era una disposizione di tenore identico contenuta nell’art. 155 quater c.c.
Lo stesso art. 337 sexies c.c., inoltre, ai sensi del D.lgs. n. 154/2013, è applicabile anche in sede di divorzio.

Si tratta adesso di vedere in che misura ed a quali condizioni tale norma possa interpretarsi a proprio vantaggio nel caso in esame.

Una interessante sentenza relativa al problema prospettato, dalla quale si ritiene possano trarsi degli utili argomenti giuridici a sostegno delle proprie ragioni, è quella pronunciata dalla Corte di Cassazione Sez. I, sentenza n. 15367 del 22/07/2015.
Partendo dal presupposto, come prima accennato, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela dell’interesse dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro “habitat” domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, si afferma che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione (Cass. N. 6706/2000).

Il problema, però, sta nel fatto che in quasi tutte le sentenze pronunciate su tale materia, così come in quella sopra citata, le vicende sopravvenute attengono al raggiungimento della maggiore età dei figli ovvero al sopraggiungere della loro autonomia.
Nessuna sentenza, invece, prende chiaramente e direttamente in esame un’altra parte abbastanza interessante di tale norma, ossia quella in cui è detto che il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso l’assegnatario conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio; anche queste, infatti, sono da qualificare come vicende sopravvenute, che un giudice non può non prendere in considerazione, al fine di valutare se quella casa continui a poter essere per i figli minori il centro della vita e degli affetti di un tempo, o meglio se possa ancora continuare a rappresentare ai loro occhi quell’habitat originario.

Ora, prendendo spunto dalla circostanza che l’ex nuora si è legata sentimentalmente ad altra persona e che potrebbe decidere di convivere more uxorio con questa persona nella casa coniugale, cerchiamo di capire come tale nuovo ed eventuale fatto possa essere sfruttato al meglio per tentare di riappropriarsi di quella abitazione.

Argomentazioni giuridiche molto utili in tal senso possono trovarsi nella sentenza della Corte Costituzionale n. 308/2008, emessa sotto la vigenza dell’art. 155 quater c.c., il cui contenuto, come detto prima, è stato di fatto integralmente trasfuso nell’attuale art. 337 sexies c.c.

Trattasi di una sentenza con la quale la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’art. 155 quater nella parte in cui dalla convivenza more uxorio o dalle nuove nozze del coniuge affidatario dei figli e assegnatario della casa coniugale faceva automaticamente discendere la revoca di tale assegnazione; si riteneva che da ciò ne potesse conseguire una irragionevole disparità di trattamento tra figli di genitori separati o divorziati, a seconda che il rispettivo genitore collocatario intraprenda o meno una stabile convivenza con un nuovo partner.

Nelle motivazioni della sentenza si parte sempre dalla considerazione delle finalità che governano l’assegnazione della casa familiare, strettamente legata all’affidamento della prole; trattasi di principio già fatto proprio dalla medesima Corte Costituzionale con le sentenze n. 166 del 1998 e 394 del 2005, nelle quali è stato riconosciuto che detta assegnazione è strettamente funzionale all’interesse dei figli, concorrendo all’adempimento di quegli obblighi di mantenimento ed educazione della prole, collegati alla qualità di genitore, e che trovano fondamento nell’art. 30 Cost.

Si afferma, infatti, che il concetto di mantenimento comprende in via primaria il soddisfacimento delle esigenze materiali, consistenti nella prestazione dei mezzi necessari per garantire un corretto sviluppo psicologico e fisico del figlio, tra cui assume profonda rilevanza la predisposizione e conservazione dell’ambiente domestico, considerato quale centro di affetti, interessi e consuetudini di vita, che contribuisce in misura fondamentale alla formazione armonica della personalità della prole.
Sotto tale profilo, l’obbligo di mantenimento si sostanzia, quindi, nell’assicurare ai figli la idoneità della dimora, intesa quale luogo di formazione e sviluppo della personalità psico-fisica degli stessi.

Ciò che dal ragionamento giuridico della Consulta può trarsi è che, seppure dalla convivenza more uxorio o dalle nuove nozze del coniuge assegnatario e affidatario non sia legittimo farne conseguire automaticamente la revoca dell’assegnazione della casa coniugale, è pur vero che, in virtù del principio generale della modificabilità in ogni tempo del provvedimento di assegnazione per fatti sopravvenuti (principio che trova concordi la giurisprudenza di merito e di legittimità), tali fatti potranno costituire una valida ragione, peraltro legislativamente prevista dall’attuale art. 337 sexies c.c., per chiedere al giudice la revoca dell’assegnazione, evidenziandogli come ormai quella casa non possa più rappresentare agli occhi dei minori quell’habitat originario che si voleva nella loro mente preservare.

A quel punto, sta tutto nella discrezionalità e particolare sensibilità del giudice investito della questione, decidere se effettivamente quella possa ancora costituire per il figli la casa attraverso cui conservare il ricordo della famiglia originaria, ovvero, prendere atto della nuova e ben diversa situazione familiare che ivi si è venuta a creare, e decidere per la revoca dell’assegnazione.

L’unica cosa, dunque, che ci si sente di consigliare è di attendere che la nuova situazione familiare dell’ex coniuge si cristallizzi (ossia la convivenza con un nuovo compagno) e così provare a chiedere in sede di divorzio la revoca dell’assegnazione della casa familiare, facendo presente che quella casa non può più apparire agli occhi dei minori come la casa in cui potevano vedere gli affetti di un tempo; nel sottoporre tale nuovo stato di cose all’attenzione del Giudice, sarebbe anche utile portare a conoscenza dello stesso la circostanza che la madre dispone già di una propria abitazione, il che le consente di garantire in ogni caso un tetto ai propri figli.

Diverso è il discorso, invece, se la situazione rimane immutata, non potendo in questo caso il Giudice disattendere quell’esigenza primaria che con l’assegnazione della casa si intende soddisfare (la tutela del bene dei minori), né potendosi del resto pensare di togliere a quelli che sono e restano pur sempre i propri figli la casa ove poter continuare a conservare il ricordo della famiglia che li ha visti crescere.

Infine, non si può fare a meno di precisare che purtroppo le difficoltà economiche della famiglia di origine del coniuge separato, pur degne della massima considerazione, non possono in alcun modo interferire nella decisione che il giudice andrà ad adottare, essendo ben altri, come ampiamente evidenziato, gli interessi da tutelare.

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