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Articolo 438 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Misura degli alimenti

Dispositivo dell'art. 438 Codice civile

Gli alimenti possono essere chiesti [445] solo da chi versa in istato di bisogno (1) e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento.

Essi devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche [440, 441] di chi deve somministrarli (2). Non devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell'alimentando, avuto però riguardo alla sua posizione sociale [51, 435, 439, 446, 660, 1881] (3).

Il donatario [437] non è tenuto oltre il valore della donazione tuttora esistente nel suo patrimonio (4).

Note

(1) Il primo presupposto è lo stato di bisogno (incolpevole) dell'alimentando, ossia la carenza eo limitatezza delle risorse indispensabili al soddisfacimento delle primarie esigenze di vita.
Ad esso è correlata l'incapacità di provvedere al proprio sostentamento tale da consentire un mantenimento (ad es. mediante esplicazione di attività lavorativa, impedita da invalidità al lavoro per incapacità fisica).
(2) La capacità economica dell'obbligato risulta fondamentale perchè è ad essa che dovrà ancorarsi la condizione economica complessiva, dovendosi soddisfare le esigenze ed i fabbisogni tanto della famiglia dell'alimentante quanto delll'alimentando.
(3) Gli alimenti verranno versati in proporzione, ovviamente, al bisogno dell'alimentando, su cui incombe l'onere della prova dell'an e del quantum, mentre all'obbligato competerebbe il diverso onere circa l'impossibilità economica.
(4) Tale ultimo comma costituisce un limite alla prestazione erogabile; viene fatto salvo il caso del perimento del bene per causa non imputabile al donatario-debitore-alimentante, mentre opererà la surrogazione (art. 1201 del c.c.) qualora vi sia stato trasferimento del bene.

Ratio Legis

La ratio della norma consiste nel porre una misura razionale ed efficiente all'erogazione degli alimenti, essendo la stessa di natura variabile perchè soggetta al continuo mutare dei parametri cui viene ancorata.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

214 Si è ritenuto superfluo specificare nell'art. 438 del c.c. che l'impossibilità di provvedere al proprio mantenimento può dipendere da qualsiasi causa. E' ovvio infatti che, non facendosi distinzione tra le varie cause, l'interprete non può essere autorizzato a limitare la portata della norma, la quale intende riferirsi tanto all'impossibilità dovuta ad incapacità fisiche, quanto all'impossibilità estrinseca desunta dal fatto che l'alimentando non riesca a trovare un'occupazione. Non si è creduto opportuno stabilire che il bisogno dell'alimentando deve essere valutato alla stregùa, non soltanto dei suoi bisogni personali, ma anche di quelli della sua famiglia. Infatti, se nella valutazione del bisogno si dovesse tener conto delle persone che sono a carico di colui che deve essere alimentato, si verrebbe a estendere l'obbligo degli alimenti a favore di persone verso le quali non si è tenuti. Se, invece, si intende riferirsi soltanto ai componenti del nucleo familiare in senso stretto, e cioè alla moglie e ai figli, non occorre un'espressa precisazione, poiché non si è mai dubitato che il bisogno della moglie e dei figli a carico sia inscindibile da quello della persona dell'alimentando. Nel capoverso dello stesso articolo è stata sostituita alla locuzione «sostanze», che era usata dal progetto, l'altra «condizioni economiche», poiché la capacità contributiva può risultare dai proventi dell'attività lavorativa in genere e non soltanto da compendi patrimoniali. Riguardo alla disposizione del progetto, secondo la quale la misura degli alimenti deve essere tale da assicurare all'alimentando una vita modesta, è stato osservato che essa potrebbe autorizzare il giudice a determinare gli alimenti nella misura dello stretto necessario, con un criterio restrittivo che non nel codice del 1865. La preoccupazione è infondata, poiché il progetto connetteva il concetto di vita modesta con la posizione sociale dell'alimentando. Comunque per eliminare ogni dubbio in proposito è stata emendata la formula, che fa ora menzione di ciò che è necessario per la vita dell'alimentando, avuto riguardo alla sua posizione sociale. In tal modo è posta in risalto la differenza tra la misura normale degli alimenti (il necessario) e quella speciale per determinati casi, come tra fratelli e sorelle (stretto necessario - art. 439 del c.c.). In ordine all'obbligazione del donatario, è stato mantenuto, siccome più equo, il testo del progetto definitivo, il quale affermava il principio che il presupposto dell'obbligazione alimentare è la esistenza attuale nel patrimonio del donatario del valore delle donazioni. Nè pare che con questa formula possa ritenersi esclusa l'obbligazione del donatario nel caso in cui la cosa donata sia stata venduta, perchè in questa ipotesi alla cosa si sostituisce il prezzo, e questo rappresenta un valore che aumenta il patrimonio del donatario. Né può dirsi, infine, che le cose donate possono non avere alcuna utilità economica, poichè, anche se si tratti, ad esempio, di biblioteche, castelli, o altri beni non redditizi, si ha pur sempre un valore capitale innegabile.

Massime relative all'art. 438 Codice civile

Cass. civ. n. 25248/2013

Lo stato di bisogno, quale presupposto del diritto agli alimenti previsto dall'art. 438 c.c., esprime l'impossibilità per il soggetto di provvedere al soddisfacimento dei suoi bisogni primari, quali il vitto, l'abitazione, il vestiario, le cure mediche, e deve essere valutato in relazione alle effettive condizioni dell'alimentando, tenendo conto di tutte le risorse economiche di cui il medesimo disponga, compresi i redditi ricavabili dal godimento di beni immobili in proprietà o in usufrutto, e della loro idoneità a soddisfare le sue necessità primarie.

Cass. civ. n. 9432/1994

Al fine del riconoscimento e della quantificazione del diritto agli alimenti, nonché della ripartizione del relativo onere in presenza di più obbligati, il raffronto fra le rispettive condizioni economiche va effettuato con riferimento alla situazione in atto, e, quindi, deve prescindere da vicende future, quale la probabile riscossione di crediti, le quali potranno avere influenza, al loro verificarsi, per un'eventuale revisione di dette statuizioni, ai sensi dell'art. 440 c.c.

Cass. civ. n. 1099/1990

Poiché il diritto agli alimenti è legato alla prova non solo dello stato di bisogno, ma anche dell'impossibilità da parte dell'alimentando di provvedere in tutto o in parte al proprio sostentamento mediante l'esplicazione di attività lavorativa, deve essere rigettata la domanda di alimenti ove l'alimentando non provi la propria invalidità al lavoro per incapacità fisica, e la impossibilità, per circostanze a lui non imputabili, di trovarsi un'occupazione confacente alle proprie attitudini ed alle proprie condizioni sociali. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto corretta la decisione del giudice di merito che aveva rigettato la domanda di alimenti della moglie, cui era stata addebitata la separazione, sul presupposto che la medesima, oltre a disporre di beni redditizi, era in grado, per età e salute, di svolgere attività contadina, di agevole accesso e confacente alle sue condizioni sociali ed abitudini di vita).

Cass. civ. n. 656/1977

Ai fini del riconoscimento del diritto agli alimenti, lo stato di bisogno ben può dipendere da uno stato transitorio di malattia, purché non si tratti di un'indisposizione passeggera.

Cass. civ. n. 1239/1975

L'attribuzione, ad uno dei coniugi, dell'assegno di cui all'art. 5 L. 1° dicembre 1970, n. 898, quando sia disposta solo in considerazione delle condizioni economiche del coniuge stesso, non va contenuta nei limiti propri di una obbligazione alimentare, assolvendo detto assegno anche una funzione assistenziale in senso lato. Anche quando venga riconosciuto il contributo di attività e di denaro apportato dalla moglie alla conduzione della vita familiare e, di riflesso, all'acquisto, fatto dal marito, della casa ex coniugale, l'assegno che a favore della moglie venga disposto deve consistere nell'attribuzione di una somma e non può essere accolta la pretesa della concessione di continuare ad abitare la casa stessa.

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Consulenze legali
relative all'articolo 438 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Massimo B. chiede
lunedì 16/03/2015 - Sicilia
“Salve,espongo subito il mio quesito,mio padre è deceduto da poco,insieme a mia madre percepivano una pensione inps di Euro 930,per effetto della reversibilità mia madre adesso percepisce una pensione inps di 550 euro,da cui detrarre le spese per affitto di 300 euro,
siamo 4 figli 2 maschi lavoratori 2 femmine casalinghe,vorrei sapere se ci sono i presupposti perché mia madre possa chiedere (su mio consiglio) un assegno alimentare a noi figli,mia madre e proprietaria insieme ai suoi 8 fratelli di un piccolo appartamento,che non è affittato e che non riescono a vendere.”
Consulenza legale i 18/03/2015
Lo stato di bisogno, ai sensi dell'art. 438 del c.c., va inteso come mancanza di ogni risorsa o disponibilità di mezzi insufficiente al soddisfacimento delle necessità primarie della persona, unito all'impossibilità o incapacità dell'avente diritto ad ovviare alla situazione.

Nel valutare la situazione di bisogno, deve essere considerata l'intera situazione patrimoniale della persona, pertanto è da escludersi che versi in stato di bisogno il proprietario di beni immobili di un certo valore e produttivi di reddito.

Al contrario, si reputa che gli immobili che non sono in grado di produrre un reddito sufficiente o che non sono suscettibili di parziali alienazioni non siano idonei ad escludere lo stato di bisogno (v. Cass. civ., 6.1.1981, n. 51).

Nel caso di specie sembra sussistere il presupposto dello stato di bisogno richiesto dal codice civile.
Da un lato, la pensione della signora è talmente bassa che, decurtato il canone di locazione abitativa, non resta molto per le spese quotidiane né per eventuali spese mediche che con l'avanzare dell'età si rendono spesso necessarie. Dall'altro, la quota di immobile posseduta con i fratelli non è redditizia.
Inoltre, la signora è pensionata, quindi non è in grado di procurarsi un lavoro per integrare le proprie entrate.

Sembra quindi che - in base ai dati di fatto forniti nel quesito - possa sussistere il diritto della madre a chiedere gli alimenti ai figli.
Naturalmente, il giudizio finale spetta al giudice, che dovrà giudicare la situazione in base ai fatti e alle prove che l'alimentando gli fornirà.

Tutti i figli sono tenuti per legge all'obbligo alimentare, salvo che il giudice, dopo la valutazione delle capacità economiche di ciascuno, non ritenga che uno o più non siano nelle condizioni per poter versare un assegno, seppur minimo. Individuate le persone obbligate verso la madre, il giudice stabilirà poi la quota da ciascuno dovuta, in proporzione alle rispettive condizioni economiche (art. 441 del c.c.).

Non si deve dimenticare che l'obbligazione alimentare può essere soddisfatta anche accogliendo e mantenendo nella propria casa chi ne ha diritto (art. 443 del c.c.): quindi, nulla esclude che una delle figlie casalinghe, possa, ad esempio, prendere con sé la madre senza corrisponderle denaro direttamente, ma solo prendendosene cura e fornendole vitto e alloggio. Il giudice non può obbligare le parti a questa soluzione, ma se una di esse di offrisse, egli sarebbe tenuto a prendere l'offerta in considerazione (salvo esistano indicazioni contrarie, ad esempio l'opposizione della madre).

La richiesta di alimenti deve essere avanzata con citazione in giudizio degli obbligati, ed è richiesta l'assistenza di un avvocato.

Marco M. chiede
lunedì 07/05/2012 - Lazio
“La Sentenza di divorzio mi ha condannato a versare una somma a titolo di assegno divorzile.
La data apposta dall'Estensore in calce alla Sentenza è novembre 2011, mentre il deposito in Cancelleria è del marzo 2012.
Da quale data è legittimo far decorrere il pagamento disposto dal Tribunale?
Grazie.

p.s.: vi è analogia con "Risposta della redazione di Brocardi.it, al quesito N°3679 del venerdì 6 maggio 2011"?”
Consulenza legale i 09/05/2012

Ai sensi dell'art. 133 del c.p.c. la sentenza è resa pubblica mediante deposito nella cancelleria del giudice che l'ha pronunciata.

Al fine di rendere pubblica la sentenza vale quindi la data del deposito e non quella che viene apposta dal giudice estensore. Dalla data di pubblicazione comincerà a decorrere il termine cd. lungo per la sua impugnazione (art. 327 del c.p.c., a meno che la sentenza non venga notificata (in tal caso si dovrà applicare il termine breve, pari a 30 giorni dalla notifica per proporre l'appello, o 60 giorni per il ricorso per cassazione).

In merito al quesito posto, occorre precisare che l'assegno divorzile trovando la propria fonte nel nuovo status delle parti rispetto al quale la pronuncia del giudice ha efficacia costitutiva, dovrebbe decorrere dal passaggio in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale. A tale principio però l'art. 4 della L.n. 898/1970 ha introdotto un temperamento avendo conferito al giudice il potere di anticipare, in relazione alle circostanze del caso concreto e anche in assenza di specifica richiesta, la decorrenza dell'obbligo di corresponsione dell'assegno dalla data della domanda di divorzio. Sul punto merita di essere ricordato l'orientamento della giurisprudenza di legittimità in base al quale qualora il giudice ritenga discrezionalmente di dover anticipare il decorso dell'assegno divorzile dal momento della domanda è tenuto anche a fornire un'adeguata motivazione, fondata su presupposti di fatto della propria scelta.

Pertanto, nel caso concreto bisognerà verificare cosa ha statuito il giudice in merito al decorso dell'obbligo di corresponsione dell'assegno divorzile. Se non ha disposto l'anticipazione del decorso dell'assegno divorzile, l'obbligo di corrispondere la somma prevista decorrerà dal momento in cui la sentenza passerà in giudicato.


Piero chiede
sabato 16/07/2011 - Puglia
“Mia suocera non più autosufficiente percepisce una pensione di circa 1.400 € mensili non più sufficienti a pagare la badante e l'alimentazione per entrambe con la conseguenza che mensilmente oltre a fornire la mia costante assistenza e quella di mia moglie devo penalizzarmi di circa 300/400 €. Ho chiesto ai miei cognati di aiutarmi a suddividere detta differenza ricevendo come risposta che mi devo arrangiare con la sola pensione e che loro non vogliono in nessun modo contribuire. Vi chiedo: 1) li posso obbligare a fare il loro dovere e come?
2) quando nell'art. 438 si parla delle condizioni economiche dell'obbligato s'intendono le condizioni riferite al reddito di mia moglie o comprensive del mio reddito?
In attesa di vostro urgente e gradito parere in merito, ringrazio e porgo cordiali saluti.”
Consulenza legale i 22/07/2011

Gli alimenti vengono attribuiti ad una persona solo in considerazione della sua incapacità a provvedersi il necessario per vivere e ne viene fatto carico ad un’altra tenuto conto delle sue possibilità economiche.

Non pare che nel caso specifico sussista né un’evidente stato di bisogno la mancanza di mezzi affinchè il soggetto possa provvedere al proprio sostentamento.


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