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Articolo 2901 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Condizioni

Dispositivo dell'art. 2901 Codice civile

Il creditore, anche se il credito è soggetto a condizione o a termine, può domandare [2652 n. 5] che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni [524, 1113], quando concorrono le seguenti condizioni:
1) che il debitore conoscesse il pregiudizio che l'atto arrecava alle ragioni del creditore o, trattandosi di atto anteriore al sorgere del credito, l'atto fosse dolosamente preordinato al fine di pregiudicarne il soddisfacimento (1);
2) che, inoltre, trattandosi di atto a titolo oneroso, il terzo fosse consapevole del pregiudizio e, nel caso di atto anteriore al sorgere del credito, fosse partecipe della dolosa preordinazione.
Agli effetti della presente norma, le prestazioni di garanzia, anche per debiti altrui, sono considerate atti a titolo oneroso, quando sono contestuali al credito garantito (2).
Non è soggetto a revoca l'adempimento di un debito scaduto [1183, 1186; l.f. 67] (3).
L'inefficacia dell'atto non pregiudica i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi di buona fede, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di revocazione [2652 n. 5, 2690; l.f. 64 ss.] (4).

Note

(1) Per il fruttuoso esperimento dell'azione revocatoria (detta anche pauliana) devono concorrere determinati presupposti: in primis deve essere presente un atto di disposizione, cioè un atto negoziale in forza del quale il debitore modifica la sua situazione patrimoniale, trasferendo ad altri un diritto che gli appartiene (ad esempio, vendendo un immobile o cedendo un credito) oppure assumendo un obbligo nuovo verso terzi (ad esempio, accendendo un mutuo) o ancora costituendo sui propri beni diritti a favore di altri (ad esempio diritti di usufrutto, ipoteca, ecc.); poi il cosiddetto eventus damni, ossia un serio pregiudizio per le ragioni creditorie insito nelle conseguenze dell'atto di disposizione compiuto che influisce negativamente sul patrimonio del debitore, non necessariamente in maniera totale; ed infine la scientia fraudis (o damni) del debitore, ossia la consapevolezza e la conoscenza del pregiudizio inferto alle ragioni del creditore, anche senza la specifica intenzione di nuocere allo stesso (animus nocendi).
(2) Se l'atto è a titolo oneroso, si ritiene necessario anche un ulteriore presupposto, consistente nella cosiddetta partecipatio fraudis del terzo, che deve perciò essere partecipe della consapevolezza del pregiudizio arrecato dall'atto al debitore, non essendo rilevante il momento in cui l'atto viene a compimento, in quanto il debitore potrebbe alienare un bene anche prima della nascita del credito, con l'obiettivo di pregiudicare un ipotetico futuro creditore. In questo caso, qualora il terzo acquirente risulta essere stato in mala fide non meriterà alcun riguardo, essendo assimilato al debitore. Si deve specificare che sono considerati atti a titolo oneroso anche le garanzie, se viene dimostrato che la nascita del credito dipendeva proprio dal futuro sorgere della garanzia che era pertanto prevista sin dalla concessione del credito stesso. Invece, se l'atto è a titolo gratuito, è sufficiente la scientia fraudis in capo al debitore, poiché la legge, tra il terzo acquirente che tenta di realizzare un vantaggio (qui certat de lucro captando) ed il creditore che vuole evitare un danno (qui certat de damno vitando), non può che favorire quest'ultimo.
(3) Nel caso in cui si sia dato luogo a pagamenti per debiti ormai scaduti, questi non possono essere soggetti ad azione di revocazione, anche qualora si potesse dimostrare che il debitore abbia volontariamente posto in atto agevolazioni verso un creditore rispetto agli altri.
(4) L'azione revocatoria non elimina l'atto impugnato, ma lo rende semplicemente inefficace esclusivamente verso il creditore che ha agito, evidenziando quindi una inefficacia relativa (anche detta inopponibilità). Non si produce un effetto restitutorio, poiché il bene non rientra nel patrimonio del debitore, ma il creditore egente potrà promuovere sul bene oggetto di revocatoria azioni sia esecutive che conservative, come se il bene non fosse mai stato soggetto all'atto dispositivo. Nell'ipotesi in cui sia avvenuta una seconda alienazione ad opera del terzo, che abbia a sua volta alienato ad altri il medesimo bene, la legge tutela alla pari creditore e terzo acquirente, sempre che si sia trattato di un acquisto a titolo oneroso e i terzi abbiano acquistato in buona fede e tenendo presente il momento di trascrizione della domanda.

Ratio Legis

La norma in esame è posta allo scopo di ovviare alla possibilità, da parte del debitore, di porre in essere una cosciente violazione del proprio obbligo di condotta, che gli impone di mantenere il patrimonio in condizioni tali da garantire la soddisfazione delle pretese dei creditori, anche di fronte alla minaccia della procedura esecutiva (v. art. 2910). Spesso invece egli tende a sottrarre determinati beni, attraverso alienazioni, con ricavi anche minimi, o addirittura donazioni, per non lasciarli comunque in mani creditorie.

Brocardi

Actio pauliana
Actio revocatoria
Consilium fraudis
Eventus damni
Participatio fraudis
Qui certant de damno vitando
Qui certant de lucro captando
Scientia fraudis

Spiegazione dell'art. 2901 Codice civile

Soggetti attivi. Creditori

La formulazione dell’articolo indica anzitutto i soggetti attivi dell’azione. I creditori, cioè, in attuazione diretta di un diritto che loro compete all’osservanza dell’obbligo contrattuale complementare che incombe sul debitore, di non fare atti di disposizione portanti il proprio patrimonio all’impossibilità di soddisfare il credito.

Sotto l’espressione creditori si prescinde da qualsiasi riferimento limitativo alla causale del credito, che può essere la più varia, di natura contrattuale o extra-contrattuale, purchè di contenuto patrimoniale: come è proprio, del resto, alla nozione.


Se tuttavia l'azione soccorre normalmente i creditori chirografari, in relazione appunto alla mancanza di un loro diritto di perseguibilità diretta sui beni, non si esclude — e la genericità dell'espressione lo am­mette — che essa possa competere anche ai creditori ipotecari, privi­legiati o pignoratizi. In tal senso era la tendenza già nel diritto romano, ove tuttavia l'esplicazione del mezzo da parte dei creditori ipotecari poteva trovar ostacoli d'indole processuale, in relazione all'esclusione di essi dalla procedura esecutiva della missio in bona nella quale l'azione incideva. Ora il criterio limitativo si fa dipendere solo dalla misura dell'interesse : nel senso dell'inutilità dell'azione entro il limite di ca­pienza dei creditori sui beni assoggettati al vincolo reale, rispetto ai quali soccorre efficacemente il diritto di persecuzione diretta ; e della esperibilità invece su altri beni da parte dei creditori incapienti, nella misura - presuntiva - della loro incapienza. Ciò è di partico­lare evidenza in relazione alla funzione semplicemente accertativa e cautelatoria attribuita all' azione nel nuovo codice, senza riferimento ad una esecuzione attuale. Laddove basta a legittimarla un ragio­nevole interesse attuale a tale accertamento e cautela, tenuto conto delle condizioni di maggiore o minore facilita, per il creditore di sod­disfarsi sul bene destinato alla specifica garanzia del suo credito. Questione adunque concreta, da risolversi caso per caso dal giudice di merito.

Non occorre, d'altra parte, che si tratti di crediti certi e liquidi e tanto meno che siano assistiti già da azione esecutiva. Basta che il cre­dito esista nella sua causa, con che esso viene a gravare sul patrimonio del debitore, destinato potenzialmente anche alla sua soddisfazione, salvo in concreto la necessità dell'accertamento e della liquidità ai fini (futuri) della realizzazione.

Si discuteva, invece, sotto il precedente codice, a proposito dei crediti sottoposti a condizione o termine. E la questione aveva interferenze con quella sulla qualificazione e sulla funzione dell’azione, nel senso che, considerata questa nel caso come già afferente alla fase esecutiva, e in stretta aderenza ad essa, mancasse rispetto ai crediti di cui è requisito l’ esigibilità che è condizione per la loro realizzazione ; mentre, d'altra parte, prospetta vasi comunque come ostacolo concettuale al dispiegamento attuale dell'azione la considerazione che, in pendenza del termine o della condizione, l'in­sufficienza del patrimonio al soddisfacimento assumerebbe carattere incerto, potendo avvenire che nell'intervallo il patrimonio abbia altri­menti ad accrescersi, oppure che, per il venir meno della condizione l'interesse alla garanzia abbia a sfumare: La dottrina era solita distinguere il momento sostanziale da quello processuale, nel senso di con­siderare sufficiente alla legittimazione astratta dell'azione la sussistenza, anche condizionata o differita, del credito, purché al momento dello esperimento effettivo il credito fosse divenuto perfetto. La quale soluzione acquistava pratica importanza in relazione all'altro requisito dell'azione — di cui diremo tosto — inerente alla anteriorità del cre­dito rispetto all'atto fraudolento. Laddove, ai fini di tale requisito, si riteneva possibile risalire al momento anteriore, costitutivo del rapporto, quando peraltro l'azione si esercitasse in condizioni di esi­gibilità del credito nel momento posteriore.

Ora l'antica questione è stata risoluta esplicitamente in senso affermativo dal nuovo codice, senza distinzione di momenti. E la soluzione si presenta particolarmente coerente alla posizione anche di questa azione nel sistema. Laddove, trattandosi di provvedere solo in via pre­paratoria ad un accertamento giudiziale, al fine di rendere suscettibili determinati beni distratti di futura esecuzione, non può non, riconoscersi anche ai creditori condizionati o a termine un giuridico interesse a cautelarsi per la futura efficace realizzazione dei loro crediti, alla quale procederanno tuttavia — sul terreno esecutivo — soltanto quando le loro ragioni saranno diventate perfette.


Anteriorità del credito

Il requisito dell'anteriorità si giustifica razionalmente tenuto conto che il patrimonio del debitore, legato alla funzione di garanzia e sul quali i creditori possono fare assegnamento, è quello presente, attraverso il quale viene valutata la solvibilità e commisurato il fido. Il creditore non può invero dolersi di distrazioni anteriori quando già avevano operato il loro effetto al momento della costituzione del cre­dito ed egli avrebbe potuto rendersene conto e regolarsi prudentemente per non correre l'alea di restare insoddisfatto.

Occorre pertanto un rapporto di connessione, teleologico e temporale, perchè l'una entità possa entrare in funzione dell'altra ai fini della le­gittimazione dell'azione.

Ma appunto per questa interferenza legittimatrice, la regola non può considerarsi materialisticamente e con carattere assoluto. Già in diritto romano si faceva eccezione a favore di quei creditori posteriori il cui denaro fosse servito al debitore per tacitare i creditori anteriori fro­dati ; nel qual caso si manifestava un intreccio di rapporti e di fina­lità che si giustificava come una trasposizione funzionale.

In base ad un analogo concetto teleologico — di destinazione pre­supposta — altra importante eccezione è stata introdotta dall'art. 194 del nuovo codice penate a proposito delle distrazioni patrimoniali con­sumate dall'agente prima del reato, ma con previsione di questo ed allo scopo di precostituirsi uno stato di insolvenza atto a frustrare le ragioni dei creditori che avrebbero avuto titolo dal reato.

Ed il nuovo codice, sanzionando un orientamento evolutivo già delineatosi nella giurisprudenza del Supremo Collegio ha ora ge­neralizzato il principio ad ogni distrazione preordinata al fine di pre­giudicare il soddisfacimento dei crediti che si va ano ad incontrare. Ricorre in questi casi un particolare più malizioso atteggiamento della frode di cui diremo trattando di tale essenziale condizione (soggettiva) dell’azione. Qui si vuole porre piuttosto in evidenza il nesso che lega la distrazione al credito : legame ideale che rende le due entità come in­terdipendenti e contemporanee sul piano giuridico, onde il rimedio re­stauratore può giustamente esplicare la sua funzione.

Del resto, ai fini dell'anteriorità, è sufficiente il riferimento alla causa del credito, da cui sorge la sua vita giuridica, ancorché indefinita ne sia ancorala misura e protratto raccertamento.

E parimenti — come già si è visto — è irrilevante che il credito sia sottoposto a condizione o termine, la cui perfezione diventa necessaria solo nel momento dell'esecuzione.


Soggetti passivi. Debitore e terzi

Soggetti passivi dell’azione sono il debitore e i terzi nel cui patrimonio, per effetto dell’atto di disposizione, sono venuti a spostarsi determinati beni che prima appartenevano al debitore ed assolvevano alla funzione di garanzia.

E se per terzo acquirente si intende normalmente il primo destinatario dei beni, colui che è entrato in diretto rapporto col debitore, la legge consente talvolta di perseguire anche l'acquirente mediato, e via via se­condo la catena dei trapassi, sempre quando si mantenga col possessore un nesso etiologico che lo riconduca idealmente alla posizione del primo contraente. Di questa possibilità e delle relative condizioni si dirà più oltre (art. 2902). Qui basta indicare come il rapporti processuale possa avere anche questa soggettivazione.

Si deve poi anche rilevare che la nozione di terzo contraente va intesa in senso ampio, oltre l'ambito rigoroso della materia contrattuale e nel senso della possibile estensione anche ai destinatari di negozi a titolo gratuito, od altrimenti a col oro che siano venuti in possesso dei beni a seguito di atti omissivi o di derelizione, a prescindere quindi dalla bilateralitá di un contratto. Onde la nozione generale dei convenuti in revocatoria è piuttosto quella di coloro nei cui confronti si sia verificato lo spostamento patrimoniale che l'azione tende ad eliminare. Né, d'altra parte, è necessaria l'attualità di tale spostamento e del possesso dei beni, ma piuttosto l’aver acquistato, laddove anche l'acquirente che si sia spossessato del bene può essere, perseguito per il conferimento del valore del bene alienato, che valga a soddisfare l’interesse del creditore.

Ed infine è appena il caso di ricordare che per terzi, possibili soggetti del rapporto processuale, debbono intendersi gli eredi a titolo universale dell’acquirente.


Oggetto. Atti di disposizione

Ma se questi sono i soggetti del rapporto, oggetto vero e proprio dell'azione e centro del giudizio è l'atto di disposizione, attraverso iI quale si è verificato lo spostamento, e di cui si domanda la declaratoria di inefficacia, a rimuovere l'ostacolo per l'azione realizzativa del cre­ditore.

Atti di disposizione del patrimonio, specifica la formula dell'articolo in esame, a luogo di quella apparentemente più comprensiva dell'art. 1235 del cessato codice : atti fatti in frode alle ragioni dei creditori. La nozione ne è ancora la identica e trattasi 'solo di una maggiore precisazione.

Atti di alienazione, anzitutto, in quanto direttamente operanti uno spostamento patrimoniale, a titolo gratuito od oneroso, dal proprio nel patrimonio altrui. Occorre peraltro che questo spostamento abbia portato una diminuzione apprezzabile nel patrimonio del debitore, con riguardo alla funzione di garanzia ed all'interesse del creditore. 14a qual cosa, se avviene sempre nelle alienazioni gratuite per cui non entra alcun corrispettivo restauratore nel patrimonio del debitore, può sembrare in contraddizione, o quantomeno non normale, nel concetto di atti a titolo oneroso, i quali importano soltanto uno scambio di valori. Perché la condizione verifichi occorre qui uno squilibrio fra i corrispettivi a detrimento dell'alienante ; od altrimenti un. peggioramento qualita­tivo, nel senso che il bene acquistato non sia suscettibile di esecuzione forzata o tale da sfuggire all'azione del creditore per la sua non ostensibilitá e trafugabilità, come è in genere dei corrispettivi in denaro. Non è indispensabile, d'altra parte, che l'alienazione sia attuale, potendo equivalervi anche l'assunzione fraudolenta di una obbligazione di ca­rattere patrimoniale, o di una garanzia, specie se di natura ipotecaria o pignoratizia, a favore altrui, con impegno generico o specifico del proprio patrimonio per il soddisfacimento, in caso che non vi ottemperi il vero titolare.

Ci si chiedeva invece relativamente al pagamento di debiti, visto che che la diminuzione patrimoniale già sussisterebbe, al­meno virtualmente, per effetto della assunzione dell'obbligo, rispetto alla quale il pagamento non rappresenta che l’adempimento. Ora il nuovo codice è intervenuto con una chiarificazione esplicita, che — conformemente al prevalente insegnamento della giurisprudenza e della dottrina — fra debiti pendenti e scaduti. Laddove solo nel primo caso il pagamento è volontario e veramente lesivo del patrimonio, per l'anticipazione arbitraria nella distrazione satisfattoria, che può frustrare l'analoga pretesa di soddisfacimento degli altri creditori, mentre in caso di scadenza l'azione del debitore è necessitata e non viola alcun suo obbligo, non ricorrendo il principio della par condicio creditorum che egli sia tenuto ad osservare.

Nel qual caso, peraltro, deve ancora guardarsi all’equivalenza della prestazione satisfattoria e alle qualità del bene corri-posto,- con riguardo alla maggiore perseguibilità che avrebbe avuto in favore del creditore. In entrambe le ipotesi, poi, la prevalente dot­trina considera come integratore di diminuzione patrimoniale l'atto in sé stesso, e non soltanto l'interusurium, per la destinazione esclusiva del cespite al soddisfacimento di un solo creditore a detrimento defi­nitivo degli altri. Onde l'intero atto si ritiene revocabile e non soltanto l'equivalente della mancata utilizzabilità prima della scadenza.

D'altra parte l'atto di diminuzione può anche non essere negoziale, come una ddelictio, cui segua: l'altrui impossessamento.

Ci si chiedeva piuttosto per gli atti omissivi o di rinuncia agli ac­quisti ; a proposito dei quali anche il novo codice non, esprime indi­cativi diretti. Per quanto il diritto romano rispondesse con una regola affermativa apparentemente generica «in fraudem lacere videri etiam eum qui non fecit quod debet lacere », non sembra che il semplice com­portamento passivo del debitore, ancorché foriero di effetti pregiudizie­voli pel suo patrimonio, possa dar luogo a revocatoria. Se a questa inazione del debitore può provvedere tempestivamente il creditore so­stituendosi a lui attraverso la, surrogatoria e cosi prevenire il danno che potrebbe da quel negativo comportamento derivare, ad effetto ve­rificatosi manca un atto vero e proprio contro cui poter insorgere, un atto o negozio da revocare e rendere inefficace. Non sembra ad esempio poter agire il creditore — a prescrizione verificata contro il debitore per difetto di atti interruttivi — per la revoca degli effetti di tale omissione anche se volontaria.

D'altra parte, quanto ai nuovi acquisti -- che il debitore altrimenti comportandosi avrebbe potuto operare — si obbietta che il loro man­cato avveramento non pub considerarsi come una diminuzione del patrimonio , tale dovendo intendersi quello esistente al momento della costituzione del credito, e sul quale il creditore ha commisurato il fido e può contare, ché se nella funzione di garanzia sono compresi dalla legge anche i beni futuri (art. 2740) ciò deve intendersi rispetto ai beni effettivamente entrati, in tempo futuro, nel patrimonio, e non alle sem­plici possibilità che debitore avrebbe potuto con un dato comporta­mento — rimesso ad un atteggiamento insostituibile di sua volontà —attuare. Il criterio da applicarsi è pertanto quello distintivo fra acquisti veri e propri, che dipendono originariamente dal libero comportamento del debitore onde la non attuazione, non può importare mai diminuzione ed il mancato perfezionamento per atti omissivi e commissivi — di acquisti che siano nel patrimonio del debitore già in germe, potenzialmente compresi' e solo in attesa di realizzazione ; laddove vi fu a favore dei creditori quantomeno già una legittima aspettativa avente base giuridica, la quale ha un suo valore patrimoniale che viene a per­dersi con la mancata realizzazione. Lia questo quadro va intesa la dispo­sizione dell'art. 2939, la quale ammette i creditori ad opporre la pre­scrizione a luogo del debitore ed anche quando questi vi abbia rinunciato (per cui alla disposizione, corrispondente a quella dell'art. 2112 del cessato codice, si attribuisce generalmente funzione sia di surrogatoria che di revocatoria) ; e parimenti quella dell'art. 524 che ammette i cre­ditori ad accettare l'eredità devoluta al debitore e da questi rinunciata (anche qui il principio, può operare in funzione di surrogatoria o di re­vocatoria) : laddove trattasi di diritti i quali, attraverso il compimento della prescrizione o la delazione ereditaria, sono già stati acquistati dal patrimonio del debitore almeno in modo virtuale ; per cui occorre una rinuncia, un atto volitivo implicito od esplicito per non profittarne, ed il non addivenirvi rappresenta effettivamente un danno del quale il creditore si può lamentare.

Infine debbono ritenersi esclusi dalla possibilità di revoca, per ana­logia di ragioni a quanto è prescritto per la surrogatoria, gli atti anche di disposizione che siano in attuazione di facoltà o diritti strettamente personali al debitore ; laddove trattasi di entità che non entrano in funzione della garanzia, restano estranee al patrimonio esecutabile, onde, come i creditori non vi possono far conto, cosi non possono pretestare, ove siano consumate, una diminuzione.


Presupposti: eventus damni

Come è noto, la classica elaborazione dell'istituto pone due essenziali presupposti, o condizioni, per la sua esperibilitá, mantenuti come tali anche nel nuovo ordinamento, e con l'apporto di alcune im­portanti chiarificazioni, aderenti agli indicativi ultimi della dottrina e della giurisprudenza.

L’eventus damni a cui si riferisce la prima parte dell’articolo deve arrecare pregiudizio alle ragioni del creditore.

Il pregiudizio deve consistere in una apprezzabile diminuzione della garanzia patrimoniale, nel .senso della determinazione, o dell'aggravarsi dell'atto, di una situazione di insolvenza, totale o parziaria. mento, Come si deduce dalla voce «recare.... » deve cioè sussistere fra. l'atto e l'insolvenza un nesso di causalità diretta, per cui Possa pre­sumersi venir meno, ormai, per il creditore la possibilità del soddisfacimento, anche in relazione alla concorrenza d'altri crediti.

Ed in proposito si deve avere riguardo — ancorchè non viga, giuri­dicamente, in materia civile, il principio della concorsualità e della par conditio non tanto alla corrispondenza immediata fra patrimonio del debitore e la misura del credito per cui si agisce, quanto piuttosto alla situazione economica generale del debitore, come bilancio comples­sivo fra il passivo e attivo ; laddove può verosimilmente presumersi che anche gli altri creditori si renderanno attivi ed interverranno nel giudizio esecutivo, per cui il patrimonio esecutato dovrà di necessità sopperire ad una plurima devoluzione. La quale probabilità già importa di per sè stessa un pregiudizio alle ragioni del creditore.

Per la individuazione del rapporto diretto causale, poi, deve aversi riguardo alla situazione immediatamente conseguente alla operatività dell'atto, e tuttora pregiudizievole al momento di proposizione del­l'azione, senza che vi possano influire avvenimenti successivi ; specie d'ordine transeunte.

Cosi, quando per effetto dell'atto la situazione non fosse ancora tale da compromettere le possibilità di soddisfacimento del creditore, la proponibilità dell'azione dovrebbe senz'altro escludersi, ancorchè suc­cessivamente, per ulteriori alienazioni, si fosse determinata l'insolvenza ; laddove, sono queste ulteriori alienazioni che dovrebbero revocarsi non le prime. D'altra parte, ulteriori incrementi che avessero rista­bilita una situazione già compromessa dall'atto, non varrebbero ad escludere l'azione quando avessero avuto efficacia transitoria, e la si­tuazione preesistente riaffiorasse nelle primitive condizioni al momento della proposizione.

A qualche incertezza invece ha dato luogo la questione sul modo di accertamento della situazione di danno. In proposito non si possono trarre diretti indicativi dal diritto romano, laddove incidendo l'azione, specie nel periodo classico — nel processo esecutivo e non diventando operativa — per l' emptor bonorum come pei creditori incapienti — che dopo la venditio, era la liquidazione dell'attivo che necessariamente precedeva e manifestava obbiettivamente di per sè stessa la situazione di insolvenza ; la qual cosa si verificava normalmente anche nel periodo giustinianeo. Si trattava peraltro di condizioni essenzialmente proces­suali, le quali non impedivano che già affiorasse il principio teorico, specie nel periodo giustinianeo, della libertá e contingenza della prova all'oggetto. Ora tale principio è quello dominante, e mantiene fermo il suo valore anche alla stregua del nuovo codice, laddove anzi trova ulteriori elementi di conferma nell'accentuazione della funzione meramente con­servativa dell'azione. Non si presenta pertanto la necessità di ricorrere a mezzi specifici di prova che la legge non richiede e non indica ; e tanto-meno non quella di una precisa escussione del debitore. Possibilità in­vece di offrire la piova al giudice coi mezzi ordinari in occasione ed ai fini dello stesso esperimento giudiziale dell'azione, come una delle con­dizioni da accertarsi per raccoglimento della domanda. Ed in proposito il giudizio da emettersi è di stretto merito, insindacabile in Cassazione.


Presupposti: consilium fraudis
Il consilium fraudis, altro dei presupposti dell'azione, come veramente fondamentale e qualificatore — per l'atteggiamento soggettivo di illiceità che imprime alla violazione contrattuale del debitore — appare messo particolarmente in luce, e con chiarificazioni in parte innovative, nella nuova formulazione del codice. Formulazione nella quale si è avuto cura di dare veste normativa agli indicativi ormai con­cordi di una lunga elaborazione che immette le sue radici sin nel diritto romano, ma che aveva assunto ultimamente, già nella giurisprudenza del Supremo Collegio, un assestamento organico, aderente alla realtà dei rapporti e dei fini.

Questo orientamento può riassumersi nella nozione che ad integrare la frode non è necessaria la direzione specifica della volontà del debitore a danneggiare i creditori (animus nocendi), e tanto meno un determinato creditore, mediante la sottrazione maliziosa del bene alla loro apprensione ; ma basta la consapevolezza di quello che vedemmo dianzi corrispondere all' eventus damni: nel senso della determinazione o dell’aggravamento del proprio stato di insolvenza.

Dalla consapevolezza dell’insolvenza alla direzione maliziosa specifica il passo è breve. Tuttavia la distinzione è importante ai fini della, prova, che diventa più attuabile, tenuto conto altresì che la consapevolezza — secondo i chiarimenti della cennata elaborazione — non oc. corre sia rigorosamente commisurata alla realtà della situazione, senso della precisa contezza della entità del disquilibrio patrimoniale, e quindi della quantità e delle cifre che risulteranno insoddisfatte, ba­stando una coscienza generica, relativa, della potenzialità di pregiudizio inerente all'atto, desumibile attraverso qualsivoglia mezzo di prova ed anche con presunzioni.

A questi concetti, appunto, ha inteso adeguarsi, il legislatore fascista attraverso l'adottata formula « conoscenza del pregiudizio arrecato dal­l'atto alle ragioni del creditore » formula assai attenuata e più precisa rispetto a quella del cessato codice, ove si parlava semplicemente di frode, onde la giurisprudenza aveva dovuto affaticarsi nell'interpreta­zione chiarificatrice, anche in relazione alle contingenze delle situazioni di fatto.

Questa attenuazione della nozione generale trova deciso risalto anche per virtù di contrasto, tenuto conto del diverso linguaggio ado­perato dal legislatore nell'inciso che segue, per indicare il più malizioso atteggiamento volitivo che deve ricorrere negli atti di disposizione anteriori al sorgere del credito, al fine del possibile perseguimento in deroga alla condizione normale dell’anteriorità di cui si è accennato a suo luogo. Nel quale caso la volontà del debitore, deve essere veramente dolosa, con direzione specifica verso una data oggettività illecita, nel senso della preordinazione al fine di pregiudicare il soddisfacimento di un determinato creditore. Per questa particolare intensità della frode, e per il legame etiologico che, attraverso la preordinazione, si istituisce fra il credito pregiudicato ed i beni distratti — quasi a deviare una destinazione che sarebbe in loro insita, di operare al soddisfacimento del credito che si va ad incontrare – per questa eccezionale qualificazione della volontà.


Condizioni di proponibilità nei confronti dei terzi. Terzi mediati

Si è parlato fin qui della frode del debitore, come del soggetto che sta al centro della norma, quale diretto portatore dell’obbligo in questione. Onde il suo atteggiamento volitivo nel senso di cui sopra deve sempre ricorrere come presupposto fondamentale, indispensabile, dell’azione, qualsiasi sia la natura dell’atto impugnato.

Ma poiché la ragione economica dell'azione sta nell'avvenuto spo­stamento di beni dal patrimonio del debitore in un patrimonio altrui, per cui occorre eliminare, soprattutto rispetto ai terzi, l'efficacia della disposizione, al fine di rendere passibile l'esecuzione anche sui beni distratti, ecco che il legislatore non poteva disinteressarsi di questi terzi, la cui posizione potrebbe essere ingiustamente pregiudicata ove si tenesse conto solamente dei creditori danneggiati dal debitore.

A tal fine anche nel nuovo codice si è ricorso al criterio tradizionale di elevare ad elemento discriminatore della posizione di questi terzi l'atteggiamento volitivo, in relazione alla natura gratuita od onerosa degli atti dai quali sia derivata la distrazione.

Nel senso che quando l'atto sia a titolo gratuito basti a giustificare la revoca la frode del debitore, che colora di illecito l'atto e si proietta di riflesso anche sulla posizione del beneficiario, rimasta sul piano pas­sivo di un approfittamento lucrativo inoperante. Al che suole aggiungersi che nel raffronto fra le due condizioni — quella del creditore. qui certat
de damno vitando, e quella del terzo qui certat de lucro captando voglia sia anteposta la prima sulla seconda, con che l'ordine giuridico ed i privati interessi risultano anche meno turbati.

E laddove invece, in materia di atti onerosi, per la contrapposizione in cui viene a trovarsi l'interesse del creditore con quello pure oggettivamente apprezzabile del terzo, in relazione al corrispettivo che egli ha sborsato per l'acquisto e, d'altra parte, per la funzione attiva che il medesimo ha assunto nel rapporto attraverso una essenziale partecipa­zione negoziale, si presenta logico, come criterio per risolvere il con­flitto, valutare intimamente il comportamento del detto terzo, per ri­cercarvi l'elemento che lo colorisca in senso deteriore a quello del creditore. Questo elemento è appunto quello soggettivo, attraverso il quale è dato penetrare, oltre alla materialità della partecipazione, nell’intenzione che ebbe ad animarla, dandovi una qualificazione illecita.

È da tenere, poi, ben presente come il carattere del negozio e l'ele­mento soggettivo discriminatore siano propriamente quelli inerenti all'ac­quisto mediato, al quale la legge direttamente si riferisce. Nel senso che ivi ricorrendo le condizioni dell'irrevocabilità (negozio oneroso e buona fede) diventa irrilevante per il terzo. mediato la posizione del primo ac­quisto, se pure In sé stesso revocabile (a titolo gratuito, od. oneroso Con mala fede) salve le' conseguenze risarcitorie a carico del primo acqui­rente. Posizione del primo acquisto della quale, peraltro, potrà sempre profittare derivativamente il terzo mediato in quanto favorevole, di­ventando in, tal caso irrilevante a tutti gli effetti la propria posizione contrattuale di buona o mala fede. Posto pertanto che sia irrevocabile il primo acquisto per la sua onerosità e. la buona fede dell'acquirente, diverrà comunque irrevocabile anche la posizione degli ulteriori, a pre­scindere dal carattere dei successivi trapassi, onerosi o lucrativi, e dal­l'atteggiamento soggettivo dei rispettivi acquirenti.


Negozi lucrativi e onerosi. Qualificazione

La grande importanza della distinzione fra negozi onerosi e gratuiti ai fini della revocabilità e della ricerca soggettiva nel terzo ac­quirente, ha suscitato molteplici questioni in quanto alla qualificazione di negozi particolari nei quali l'elemento corrispettivo non risulti evi­dente, o si trovi intrecciato con finalità di beneficenza, in modo da ri­sultarne un negozio di carattere misto. Ricordiamo le dispute sull'atto di costituzione di dote, specie nei riguardi della posizione del marito, in relazione all'obbligo che egli assumerebbe di impiegarne i frutti ad substinenda onera matrimonii: disputa prevalentemente risoluta, anche in tal caso, nel senso della gratuità, tenuto conto che l'obbligo di cui sopra deriva dal matrimonio. E così pure le incertezza relative ai pagamenti di debiti non scaduti, o sottoposti a condizione tuttora non avverata alle dationes in solutum, alle concessioni di pegno o ipoteca, al pagamento di obbligazioni naturali ecc.

In tutti questi casi la tendenza prevalente era quella di ravvisarvi il carattere oneroso, tenuto conto della sussistenza di una prestazione corrispettiva funzionante da causa, a malgrado della non esigibilità attuale, o giuridica, — o della non equivalenza fra le prestazioni, od infine (per il pegno o l’ipoteca) della mancanza, talvolta, di un riferi­mento diretto fra la contro prestazione e. tale obbligazione particolare Il nuovo codice, fra tante questioni tuttora controverse, ha ritenuto opportuno esprimersi in modo esplicito circa quella più dibattuta, ine­rente alle prestazioni di garanzia ; dichiarando doversi ritenere, a titolo oneroso sol quelle contestuali alla costituzione del credito — siano per obbligazione propria od altrui — : laddove anche l'assunzione di ga­ranzia si intreccia nell'obbligazione principale ed entra nel gioco dei corrispettivi di questa, mentre, se data successivamente — e senza l'im­pegno di un precedente obbligo — appare ispirata al solo spirito di li­beralità, nel senso di 'voler favorire spontaneamente un particolare creditore a danno degli altri.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

109 Quanto alla revocazione, mi è parso indispensabile, per esigenze di coordinamento con quanto dispone l'art. 193 cod. pen., precisare, anzitutto, che sono suscettibili di revocazione gli atti in base ai quali il debitore dispone del patrimonio proprio; il che esclude la possibilità di impugnativa degli atti costituenti normale adempimento dell'obbligazione (e, quindi, di atti che non abbiano il carattere di dazione in pagamento, per la quale la revocatoria è, invece, ammessa già in base ad una quasi costante interpretazione del diritto vigente), e di ogni negozio che rientra nell'orbita della semplice gestione del patrimonio.
Il concetto di atto di disposizione deve intendersi in senso ampio, e deve comprendere anche la costituzione di garanzie reali o l'assunzione di obblighi.
110 Il presupposto della frode è stato sostituito dal presupposto della conoscenza del pregiudizio. Il richiamo alla frode allude necessariamente ad una intenzionalità dolosa mentre, per principio consolidato in dottrina e in giurisprudenza, basta la cosciente rappresentazione del danno perché si concreti il classico consilium fraudis.
112 Si è estesa la legittimazione ad agire consentita dall'art. 107 del progetto del 1936; e, in conformità dell'indirizzo ormai generalmente accolto, si è consentita l'impugnativa non soltanto al creditore che abbia una ragione esigibile e di data certa anteriore all'atto pregiudizievole, ma anche a colui che ha una pretesa di data posteriore all'atto medesimo, se risulti che questo fosse stato preordinato al fine di pregiudicare la realizzazionc del credito futuro.
Se non bastassero a giustificare questa innovazione le ragioni addotte da una larga corrente della scienza, e dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, sarebbe sufficiente all'uopo ricordare che il principio è aderente a quello posto all'art. 194 cod. pen.
113 Si sono, infine, espressamente assoggettate al trattamento degli atti a titolo oneroso le prestazioni di garanzie per debiti altrui, solo quando siano contestuali alla nascita del credito garantito.

Massime relative all'art. 2901 Codice civile

Cass. n. 1366/2017

In tema di azione revocatoria ordinaria, attesa la natura generale della garanzia patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c., l’insufficienza originaria dei beni del debitore non esclude l’”eventus damni” anche ove l’atto dispositivo non abbia aggravato la stessa, essendo sufficiente - ai fini dell'esercizio dell'azione - che il patrimonio del debitore si fosse da allora incrementato in virtù dell'acquisto di altri e diversi beni.

Cass. n. 23208/2016

In tema di azione revocatoria ordinaria, l'art. 2901 c.c. accoglie una nozione lata di "credito", comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza della certezza del fondamento dei relativi fatti costitutivi, coerentemente con la funzione propria dell'azione, la quale non persegue scopi restitutori; pertanto, deve ritenersi sufficiente ragione di credito, ai fini dell'esercizio dell'azione in questione, quella dedotta dal portatore di uno o più assegni bancari emessi dal debitore, costituendo detti titoli promesse di pagamento ai sensi dell'art. 1988 c.c., che invertono l'onere della prova a carico del debitore sull'inesistenza della relativa obbligazione.

Cass. n. 22915/2016

In tema di revocatoria ordinaria, l'azione pauliana non è strutturalmente destinata alla tutela dell'esecuzione in forma specifica di obbligazioni diverse da quelle pecuniarie, avendo la sola funzione di ricostituire la garanzia generica assicurata al creditore dal patrimonio del debitore, ex art. 2740 c.c., ove la sua consistenza si riduca, per uno o più atti dispositivi, così pregiudicando la realizzazione coattiva del diritto del creditore, ed è pertanto correlata all'eventuale esercizio, al suo esito, all'azione esecutiva sul bene trasferito, per soddisfare le ragioni pecuniarie del creditore. (Così statuendo, la S.C. ha cassato la sentenza che aveva accolto l'azione revocatoria a tutela di un diritto alla restituzione di un bene, su cui il creditore vantava un diritto reale).

Cass. n. 17029/2016

In tema di revocatoria ordinaria, non ricorre l'"eventus damni" se la riduzione del credito, anche in corso di causa, elimina la lesione della garanzia patrimoniale posta in essere mediante l'atto dispositivo, atteso che l'interesse ad agire deve sussistere sino al momento della decisione.

Cass. n. 11892/2016

In tema di azione revocatoria ordinaria, l'esistenza di una ipoteca sul bene oggetto dell'atto dispositivo, ancorché di entità tale da assorbirne, se fatta valere, l'intero valore, non esclude la connotazione di quell'atto come "eventus damni" (presupposto per l'esercizio della azione pauliana), atteso che la valutazione tanto della idoneità dell'atto dispositivo a costituire un pregiudizio, quanto della possibile incidenza, sul valore del bene, della causa di prelazione connessa alla ipoteca, va compiuta con riferimento non al momento del compimento dell'atto, ma con giudizio prognostico proiettato verso il futuro, per apprezzare l'eventualità del venir meno, o di un ridimensionamento, della garanzia ipotecaria

Cass. n. 7747/2016

L'esenzione dalla revocatoria ordinaria dell'adempimento di un debito scaduto, alla stregua di quanto sancito dall'art. 2901, comma 3, c.c., traendo giustificazione dalla natura di atto dovuto della prestazione del debitore una volta che si siano verificati gli effetti della mora ex art. 1219 c.c., ricomprende anche l'alienazione di un bene eseguita per reperire la liquidità occorrente all'adempimento di un proprio debito, purché essa rappresenti il solo mezzo per tale scopo, ponendosi in siffatta ipotesi la vendita in rapporto di strumentalità necessaria con un atto dovuto, si da poterne escludere il carattere di atto pregiudizievole per i creditori richiesto per la revoca.

Cass. n. 5619/2016

L'art. 2901 c.c. ha accolto una nozione lata di credito, comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza dei normali requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità, sicché anche il credito eventuale, nella veste di credito litigioso, è idoneo a determinare - sia che si tratti di un credito di fonte contrattuale oggetto di contestazione in separato giudizio sia che si tratti di credito risarcitorio da fatto illecito - l'insorgere della qualità di creditore che abilita all'esperimento dell'azione revocatoria ordinaria avverso l'atto di disposizione compiuto dal debitore.

Cass. n. 762/2016

L'azione revocatoria ordinaria presuppone per la sua esperibilità la sola esistenza di un debito e non anche la sua concreta esigibilità, sicché, prestata fideiussione a garanzia delle future obbligazioni del debitore principale nei confronti di un istituto di credito, gli atti dispositivi del fideiussore, successivi alla prestazione della fideiussione medesima, se compiuti in pregiudizio delle ragioni del creditore, sono soggetti alla predetta azione, ai sensi dell'art. 2901, n. 1, prima parte, c.c., in base al solo requisito soggettivo della consapevolezza del fideiussore (e, in caso di atto a titolo oneroso, del terzo) di arrecare pregiudizio alle ragioni del creditore ("scientia damni"), ed al solo fattore oggettivo dell'avvenuto accreditamento di denaro da parte della banca, senza che rilevi la successiva esigibilità del debito restitutorio o il recesso dal contratto

Cass. n. 9987/2014

In tema di azione revocatoria ordinaria, la costituzione di ipoteca successiva al sorgere del credito garantito ha natura di atto a titolo gratuito, con conseguente indifferenza dello stato soggettivo del terzo, senza che abbia rilievo la contestuale pattuizione di una dilazione di pagamento del debito, da ritenersi inerente non alla causa dell'accordo di garanzia, ma ad un motivo di esso.

Cass. n. 9855/2014

Ai fini dell'accoglimento dell'azione revocatoria ordinaria, è sufficiente la titolarità di un credito eventuale, quale quello oggetto di un giudizio ancora in corso, fermo restando che l'eventuale sentenza dichiarativa dell'atto revocato non può essere portata ad esecuzione finché l'esistenza di quel credito non sia accertata con efficacia di giudicato.

Cass. n. 4005/2013

Non è ammissibile l'azione ex art. 2901 c.c. rispetto ad atti che si sostanziano nella rinuncia ad una facoltà, per effetto della quale non resta modificato, né attivamente né passivamente, il patrimonio del debitore e che, pertanto, anche se dichiarati inefficaci nei confronti del creditore, non consentirebbero il conseguimento dello scopo cui è preordinata l'azione stessa secondo la ratio assegnatale dal legislatore. (Nel caso di specie, è stata ritenuta inammissibile l'azione revocatoria rispetto all'atto di adesione al legato in sostituzione di legittima e di rinuncia all'esercizio dell'azione di riduzione per lesione di legittima, atteso che, sostanziandosi l'atto di disposizione nella rinuncia ad una facoltà, l'eventuale accoglimento dell'azione, con la dichiarazione di inefficacia dello stesso, non consentirebbe al creditore di soddisfare le proprie ragioni restando i beni nella proprietà dei soggetti individuati dal de cuius, sino al positivo esperimento dell'azione di riduzione, che presuppone la rinuncia al legato.

Cass. n. 1896/2012

A fondamento dell'azione revocatoria ordinaria non è richiesta la totale compromissione della consistenza patrimoniale del debitore, ma soltanto il compimento di un atto che renda più incerto o difficile il soddisfacimento del credito, che può consistere non solo in una variazione quantitativa del patrimonio del debitore, ma anche in una modificazione qualitativa di esso. A questo proposito, la sostituzione di un immobile con il denaro derivante dalla compravendita comporta di per sé una rilevante modifica qualitativa della garanzia patrimoniale, in considerazione della maggiore facilità di cessione del denaro.

Cass. n. 1893/2012

L'art. 2901 c.c. ha accolto una nozione lata di credito, comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza dei normali requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità. Ne consegue che anche il credito eventuale, nella veste di credito litigioso, è idoneo a determinare - sia che si tratti di un credito di fonte contrattuale oggetto di contestazione in separato giudizio sia che si tratti di credito risarcitorio da fatto illecito - l'insorgere della qualità di creditore che abilita all'esperimento dell'azione revocatoria ordinaria avverso l'atto di disposizione compiuto dal debitore (nella specie, atto di concessione di ipoteca volontaria).

Cass. n. 11858/2011

Il terzo subacquirente di un immobile può intervenire nel giudizio promosso ai sensi dell'art. 2901 c.c., nei confronti del suo dante causa e di chi aveva a questi venduto il bene, non solo per far valere l'insensibilità del proprio acquisto ri­spetto all'eventuale sentenza di accoglimento, ma anche per sostenere le ragioni del proprio dante causa rispetto alla domanda revocatoria. Nel pri­mo caso, il terzo subacquirente assume la veste di interventore autonomo, in quanto fa valere un di­ritto proprio; nel secondo assume invece la veste di interventore adesivo dipendente, ed è di conse­guenza privo di legittimazione ad impugnare la sentenza di accoglimento dell'azione revocatoria, ove il suo dante causa vi abbia prestato acquiescenza.

Cass. n. 6486/2011

Qualora uno solo tra più coobbligati solidali compia atti di disposizione del proprio patrimo­nio, è facoltà del creditore promuovere l'azione revocatoria, ai sensi dell'art. 2901 c.c. - ricorren­done i presupposti - nei suoi confronti, a nulla rilevando che i patrimoni degli altri coobbligati siano singolarmente sufficienti a garantire l'adem­pimento.

Cass. n. 3676/2011

L'azione revocatoria ordinaria presuppone, per la sua esperibilità, la sola esistenza di un debito e non anche la sua concreta esigibilità. Pertanto. prestata fideiussione in relazione alle future obbligazioni del debitore principale, gli atti dispositivi del fideiussore successivi alla presta­zione della fideiussione medesima, se compiuti in pregiudizio delle ragioni del creditore, sono sog­getti alla predetta azione, ai sensi dell'art. 2901, n. 1, prima parte, c.c., in base al solo requisito sog­gettivo della consapevolezza del fideiussore (e, in caso di atto a titolo oneroso, del terzo) di arrecare pregiudizio alle ragioni del creditore ("scientia damni"); l'acquisto della qualità di debitore del fideiussore nei confronti del creditore procedente risale al momento della nascita del credito, sic­chè a tale momento occorre far riferimento per stabilire se l'atto pregiudizievole sia anteriore o successivo al sorgere del credito.

Cass. n. 18369/2010

L'interesse del creditore ad agire in revo­catoria sussiste anche quando il bene oggetto dell'atto di cui si chiede la revoca non sia più nella disponibilità dell'acquirente, per essere stato da questo alienato a terzi con atto trascritto anteriormente alla trascrizione dell'atto di cita­zione in revocatoria. Anche in tal caso, infatti, l'eventuale accoglimento dell'azione revocatoria consentirà all'attore di promuovere nei confronti del convenuto le azioni di risarcimento del danno o di restituzione del prezzo dell'acquisto, e ciò quand'anche le relative domande non siano state formulate congiuntamente alla domanda revoca­toria, potendo queste ultime essere formulate an­che successivamente.

Cass. n. 12045/2010

L'azione revocatoria ordinaria di atti a titolo gratuito non postula che il pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore sia conosciuto, oltre che dal debitore, anche dal terzo beneficiario, il quale ha comunque acquisito un vantaggio senza un corrispondente sacrificio e, quindi, ben può vedere il proprio interesse posposto a quello del creditore.

Cass. n. 19234/2009

Nell'azione revocatoria ordinaria il pregiu­dizio arrecato alle ragioni del creditore consiste nella insufficienza dei beni del debitore ad offrire la garanzia patrimoniale, essendo irrilevante una mera diminuzione di detta garanzia; è invece rilevante ogni aggravamento della già esistente insufficienza dei beni del debitore ad assicurare la garanzia patrimoniale. (Principio affermato dalla S.C. con riguardo alla costituzione in pegno, da parte di una società già in crisi, delle quote di partecipazione in altra società, a garanzia di preesistenti debiti del gruppo verso il creditore, con conseguente vincolo di indisponibilità presssoché definitivo di parte determinante dell'attivo e contributo causale al proprio fallimento).

Cass. n. 16464/2009

A norma dell'art. 2901, primo comma, c.c., il presupposto dell'azione revocatoria costituito dal pregiudizio alle ragioni del creditore si riferi­sce anche al pericolo di danno, la cui valutazione è rimessa alla concreta valutazione del giudice; ne consegue che, ove oggetto dell'azione revocatoria sia un atto di compravendita di un bene già ipo­tecato, se ad agire è un creditore chirografario, il pregiudizio deve essere specificamente valutato - nella sua certezza ed effettività - con riguardo al potenziale conflitto tra il creditore chirografario e il creditore garantito da ipoteca, e quindi in re­lazione alla concreta possibilità di soddisfazione del primo con riguardo all'entità della garanzia reale del secondo. (Nella specie, la S.C. ha con­fermato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda, per mancanza del presupposto del danno, sul rilievo che l'immobile oggetto di re­vocatoria era gravato da due ipoteche, sicché il creditore chirografario che agiva in giudizio, ove anche la vendita non avesse avuto luogo, ben dif­ficilmente avrebbe potuto ottenere su quel bene la soddisfazione del proprio credito).

Cass. n. 5359/2009

La prova della "participatio fraudis" del ter­zo, necessaria ai fini dell'accoglimento dell'azione revocatoria ordinaria nel caso in cui l'atto di­spositivo sia oneroso e successivo al sorgere del credito, può essere ricavata anche da presunzioni semplici, ivi compresa la sussistenza di un vinco­lo parentale tra il debitore ed il terzo, quando tale vincolo renda estremamente inverosimile che il terzo non fosse a conoscenza della situazione de­bitoria gravante sul disponente. (In applicazione di tale principio, la Corte ha cassato la decisione di merito, la quale aveva ritenuto non provata la "participatio fraudis" del terzo, in un caso in cui il responsabile di un grave sinistro stradale, dopo la pronuncia della sentenza di condanna in primo grado al risarcimento dei danni e nelle more del giudizio di appello, si era spogliato di tutti i pro­pri beni immobiliari in favore della figlia e delle nuore).

Cass. n. 1968/2009

Sia l'azione revocatoria ordinaria, sia la c.d. "revocatoria risarcitoria" (e cioè la domanda volta ad ottenere la condanna al risarcimento del terzo che, dopo avere acquistato un bene dal debitore altrui, lo abbia rivenduto a terzi, sottraendolo così all'azione revocatoria) possono essere propo­ste non solo da chi al momento dell'atto dispositi­vo era giâ titolare di un credito certo ed esigibile, ma anche dal titolare di un credito contestato o litigioso. Ne consegue che in quest'ultima ipotesi, quand'anche l'accertamento definitivo del credito avvenga in sede giudiziale successivamente alla stipula dell'atto pregiudizievole per il creditore, quest'ultimo per ottenere l'accoglimento della propria domanda revocatoria deve provare uni­camente la "scientia fraudis" del terzo (anche mediante presunzioni) e non anche il "consilium fraudis".

Cass. n. 29869/2008

In tema di revocatoria ordinaria, il rila­scio di cambiali ipotecarie in favore di un terzo non esime il debitore dall'onere di provare che il rapporto causale ha natura onerosa e che è stato stipulato, contestualmente al rilascio dei titoli, un contratto di mutuo con il prenditore. In difetto di tale prova, trova applicazione il regime giuri­dico degli atti a titolo gratuito, per cui ai fini del "consilium fraudis" non è necessaria la dimostra­zione dell' intenzione di nuocere al creditore, es­sendo sufficiente la consapevolezza, da parte del debitore e non anche del terzo beneficiario, del pregiudizio che, mediante l'atto di disposizione, sia in concreto arrecato alle ragioni del creditore, consapevolezza la cui prova può essere fornita anche mediante presunzioni.

Cass. n. 28981/2008

La cessione "pro solvendo" al creditore di tutti i crediti presenti e futuri vantati, fino ad undeterminato importo, dal debitore verso un terzo, costituisce modalità anomala di estinzione dell'ob­bligazione, come tale assoggettabile all'azione re­vocatoria ordinaria promuovibile dal curatore ex art. 66 legge fall.; il principio della non sottoponibi­lità all'azione revocatoria dell'adempimento di un debito scaduto, fissato dall'art. 2901, terzo comma, cod. civ., trova invero applicazione solo con ri­guardo all'adempimento in senso tecnico e non con riguardo a negozi, come la predetta cessione, riconducibili ad un atto discrezionale, dunque non dovuto, per il quale l'estinzione dell'obbligazione è l'effetto finale di un negozio, soggettivamente ed oggettivamente diverso da quello in virtù del quale il pagamento è dovuto. Né l'irrevocabilità dell'atto di disposizione può conseguire alla dimostrazione da parte del debitore dell'assenza di alternative per soddisfare il debito scaduto, principio applicabile in relazione a fattispecie disciplinate dall'art. 2901 cod. civ., ma non nell'ambito dell'azione revocato­ria di cui all'art. 66 legge fall., posta a tutela della "par condicio creditorum".

Cass. n. 26331/2008

Il curatore fallimentare che intenda pro­muovere l'azione revocatoria ordinaria, per dimo­strare la sussistenza dell' eventus damni ha l'onere di provare tre circostanze: la consistenza del cre­dito vantato dai creditori ammessi al passivo nei confronti del fallito; la preesistenza delle ragioni creditorie rispetto al compimento dell'atto pregiu­dizievole; il mutamento qualitativo o quantitativo del patrimonio del debitore per effetto di tale atto. Solo se dalla valutazione complessiva e rigorosa di tutti e tre questi elementi dovesse emergere che per effetto dell'atto pregiudizievole sia dive­nuta oggettivamente più difficoltosa l'esazione del credito, in misura che ecceda la normale e fisiologica esposizione di un imprenditore verso i propri creditori, potrà ritenersi dimostrata la sus­sistenza dell' eventus damni (nel caso di specie, la Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva fondato l'accoglimento dell'azione revocatoria or­dinaria ex art. 66 legge fall. solo sulla sproporzio­ne tra prezzo di acquisto e prezzo di mercato in una alienazione immobiliare intervenuta cinque anni prima del fallimento).

Cass. n. 24757/2008

In tema di azione revocatoria, quando l'atto di disposizione é anteriore al sorgere del credito, ad integrare l"'animus nocendi" richiesto dall'art. 2901, comma primo n. 1. cod.civ è sufficiente il mero dolo generico, e cioè la mera previsione, da parte del debitore, del pregiudizio dei credi­tori, e non é, quindi, necessaria la ricorrenza del dolo specifico, e cioè la consapevole volontà del debitore di pregiudicare le ragioni del creditore. Trattandosi di un atteggiamento soggettivo, tale elemento psicologico va provato dal soggetto che lo allega e può essere accertato anche mediante il ricorso a presunzioni, il cui apprezzamento è devoluto al giudice di merito ed è incensurabile in sede di legittimità in presenza di congrua motivazione.

Cass. n. 20002/2008

Ai fini dell'esperibilità dell'azione revocato­ria ordinaria non è necessario al creditore essere titolare di un credito certo, liquido ed esigibile, bastando una semplice aspettativa che non si ri­veli "prima facie" pretestuosa e che possa valutar­si come probabile, anche se non definitivamente accertata. (Nella fattispecie la ragione di credito consisteva nella restituzione di una somma paga­ta in conto prezzo dal promissario acquirente di una vendita immobiliare non seguita da contratto definitivo per intervenuta cessione a terzi).

Cass. n. 13404/2008

Agli effetti dell'azione revocatoria, deve rite­nersi lesivo del credito anteriore anche l'atto one­roso che sia collegato con uno o più atti successivi, in modo da risultare tutti convergenti, per il breve periodo di tempo in cui sono stati compiuti o per altre circostanze, al medesimo risultato lesivo; in tal caso il creditore che agisca in revocatoria non è tenuto ad impugnare l'ultimo o gli ultimi atti con i quali si sia perfezionata la totale distruzione della garanzia del suo credito, ma può rivolgere la propria impugnativa contro quello più significati­vo da un punto di vista economico o che meglio riveli gli elementi della frode.

Cass. n. 16986/2007

In tema di revocatoria ordinaria, ai fini del­l'integrazione dell'elemento oggettivo dell'eventus damni la cui sussistenza il curatore deve provare, non è necessario che l'atto abbia reso impossibile la soddisfazione del credito, ma è sufficiente che abbia causato maggiore difficoltà od incertezza nel recupero coattivo, secondo una valutazione operata ex ante con riferimento alla data dell'atto dispositivo e non a quella futura dell'effettiva rea­lizzazione del credito, avendo riguardo anche alla modificazione qualitativa della composizione del patrimonio. (Nella fattispecie la S.C. ha ritenuto conforme a diritto la valutazione della Corte di merito, secondo la quale l'atto di compravendita di immobile, pur provocando una variazione qua­litativa del patrimonio, rappresentava, per un'im­presa sociale di costruzioni di immobili, lineare espressione dell'attività).

Cass. n. 15880/2007

In tema di azione revocatoria, condizione essenziale della tutela in favore del creditore è il pregiudizio alle ragioni dello stesso, per la cui configurabilità non è necessario che sussista già un danno concreto ed effettivo, essendo, invece, sufficiente un pericolo di danno derivante dall'at­to di disposizione, il quale abbia comportato una modifica della situazione patrimoniale del debito­re tale da rendere incerta l'esecuzione coattiva del debito o da comprometterne la fruttuosità. (Nella specie, la S.C., cassando con rinvio per motivazio­ne insufficiente la sentenza impugnata, ha negato che potesse ravvisarsi tale condizione in un caso di domanda proposta dal coniuge che aveva solo chiesto, in sede di giudizio di separazione, senza però ottenere un corrispondente e definitivo prov­vedimento del tribunale, di divenire assegnatario della casa coniugale contro l'acquirente dell'im­mobile venduto dal coniuge, già titolare dello stesso, al fine di inibire all'acquirente di chiederne la consegna, non potendo, oltretutto, il consilium fraudis fondarsi esclusivamente sulla consapevo­lezza della derivazione del danno dal trattarsi di diritto all'abitazione della casa coniugale sorto con il matrimonio e la nascita di una figlia).

Cass. n. 13972/2007

L'azione revocatoria ordinaria ha la funzio­ne di ricostruire la garanzia generica assicurata al creditore dal patrimonio del suo debitore, che si prospetti compromessa dall'atto di disposizione da questi posto in essere; essa, pertanto, in caso di esito vittorioso, non travolge l'atto impugnato, con conseguente effetto restitutorio o recuperatorio del bene al patrimonio del debitore, ma ha l'effetto tipico di determinare l'inefficacia dell'at­to stesso nei confronti del solo creditore, al fine di consentirgli di aggredire il bene con l'azione esecutiva qualora il proprio credito rimanga in­soddisfatto. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza della Corte di appello che, nell'accogliere l'azione revocatoria avverso le donazioni compiute dal debitore in favore dei propri eredi legittimi, aveva ritenuto che i beni donati non fossero mai usciti dal suo patrimonio e che, pertanto, una volta aperta la sua succes­sione, i donatari, mantenendone il possesso senza avvalersi del beneficio dell'inventario, avessero manifestato la volontà di accettare l'eredità).

Cass. n. 7767/2007

In tema di azione revocatoria ordinaria non è richiesta, a fondamento dell'azione, la totale compromissione della consistenza patrimoniale del debitore, ma soltanto il compimento di un atto che renda più incerto o difficile il soddisfa­cimento del credito, che pub consistere non solo in una variazione quantitativa del patrimonio del debitore, ma anche in una modificazione qualita­tiva di esso. Tale rilevanza quantitativa e qualita­tiva dell'atto di disposizione deve essere provata dal creditore che agisce in revocatoria, mentre è onere del debitore, per sottrarsi agli effetti: di tale azione, provare che il suo patrimonio residuo sia tale da soddisfare ampiamente le ragioni del creditore. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, rilevandone la logicità e l'adeguatezza della relativa motivazione, con la quale, per un verso, era stato correttamente affer­mato che gravava sul debitore l'onere della prova della propria possibilità di garantire idoneamente il credito della banca che aveva agito in revocato­ria per la declaratoria dell'inefficacia di una ces­sione di una quota parziale della nuda proprietà di un immobile effettuata dallo stesso debitore al coniuge e, per altro verso, aveva congruamente esposto, a riprova del consilium fraudis, una situazione paradigmatica di intesa tra i con­traenti diretta a vanificare la garanzia del credito del terzo).

Cass. n. 7507/2007

In tema di azione revocatoria ordinaria, la consapevolezza dell'evento dannoso da parte del terzo contraente. prevista quale condizione del­l'azione dall'art. 2901 primo comma n. 2, prima ipotesi, c.c., consiste nella conoscenza generica del pregiudizio che l'atto di disposizione posto in essere dal debitore, diminuendo la garanzia patrimoniale, può arrecare alle ragioni dei creditori, e la relativa prova può essere fornita anche a mez­zo di presunzioni. Nel caso di vendita contestuale in favore di un terzo di una pluralità di beni del debitore, ovvero di vendita dell'unico bene immo­bile di proprietà del debitore, l'esistenza e la consapevolezza del debitore e del terzo acquirente del pregiudizio patrimoniale che tali atti recano alle ragioni del creditore, ai fini dell'esercizio da parte di questi dell'azione pauliana, possono ritenersi in re ipsa: in questo caso, incombe sul debitore, e non sul creditore, l'onere probatório di dimostrare che il proprio patrimonio residuo sia sufficiente a soddisfare ampiamente le ragioni del creditore.

Cass. n. 26933/2006

Con riguardo ad atto costitutivo di garanzia prestata dal terzo in favore di altro soggetto, il principio stabilito per l'azione revocatoria ordina­ria dall'art. 2901, secondo comma, c.c., secondo il quale le prestazioni di garanzia, anche per de­biti altrui, sono considerate atti a titolo oneroso, quando sono contestuali al sorgere del credito garantito, è applicabile anche al sistema revocatorio fallimentare, essendo tale principio coerente con la natura intrinseca dell'atto (dí prestazione dí ga­ranzia), il quale, nei confronti del soggetto eroga­tore del finanziamento, non può essere conside­rato gratuito — con conseguente inapplicabilità dell'art. 64 legge fall. (salva la revocabilità ex art. 67, secondo comma, della legge stessa) —, perché viene a porsi in relazione di corrispettività con la contestuale erogazione del credito. (Enuncian­do il principio di cui in massima, la Corte — in fattispecie nella quale i giudici d'appello avevano ritenuto applicabile l'art. 67, primo comma, legge fall. in un caso di pegno concesso a garanzia di un'operazione di finanziamento estero in un'ope­razione di credito industriale, sul rilievo che tra la concessione della garanzia e la controprestazione non vi era rapporto di corrispettività, ed anzi vi era notevole sproporzione, indice dell'anormalità dell'atto — ha cassato la sentenza impugnata, perché essa non aveva considerato, da un lato, che il pegno era stato concesso a fronte della riattivazione del finanziamento, la cui erogazione era stata in un primo momento sospesa, e, dall'altro, che il rapporto di corrispettività va valu­tato avendo riguardo non all'utile che il garante ricava dalla concessione della garanzia, ma alla prestazione del creditore garantito a fronte della garanzia stessa).

Cass. n. 16756/2006

L'adempimento di un debito scaduto non è, ai sensi dell'art. 2901, comma terzo, c.c., soggetto a revocazione e tale esenzione trova la sua ragione giustificatrice nella natura di atto dovuto della prestazione del debitore, una volta che si siano verificati gli effetti della mora di cui all'art. 1209 c.c. Questa esclusione trova applicazione anche con riferimento all'azione revocatoria esercitata avverso l'alienazione di un bene immobile da parte del debitore qualora il relativo prezzo sia stato destinato, anche in parte, al pagamento di debiti scaduti del venditore-debitore, atteso che, in tale ipotesi, la vendita riveste carattere di strumenta­lità necessaria nei riguardi del soddisfacimento di debiti scaduti, che è da sola sufficiente ad impedire la revocabilità dell'atto di disposizione, a condizio­ne, però, che venga accertata la sussistenza della necessità di procedere all'alienazione, quale unico mezzo al quale il debitore, privo di altre risorse, poteva far ricorso per procurarsi il denaro, salva restando la revocabilità degli ulteriori atti con i quali il debitore abbia disposto della somma resi­dua.

Cass. n. 15265/2006

Ai fini dell'azione revocatoria ordinaria, per l'integrazione del profilo oggettivo dell'eventus damni è sufficiente che l'atto di disposizione del debitore abbia determinato maggiore difficoltà od incertezza nell'esazione coattiva del credito, potendo il detto eventus damni consistere in una variazione non solo quantitativa, ma anche quali­tativa del patrimonio del debitore. A tal fine, l'one­re probatorio del creditore si restringe alla dimo­strazione della variazione patrimoniale, senza che sia necessario provare l'entità e la natura del pa­trimonio del debitore dopo l'atto di disposizione, non potendo il creditore valutarne compiutamen­te le caratteristiche. Per contro, il debitore deve provare che, nonostante l'atto di disposizione, il suo patrimonio ha conservato valore e caratteri­stiche tali da garantire il soddisfacimento delle ra­gioni del creditore senza difficoltà. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva desunto la prova dell'eventus damni dalla dichiarazione del debitore. avente valore indizia­rio, «la banca creditrice avrebbe potuto agire pri­ma evitando l'azione di altri»).

Cass. n. 5105/2006

Poiché l'azione revocatoria ordinaria tutela non solo l'interesse del creditore alla conserva­zione della garanzia patrimoniale costituita dai beni del debitore, ma anche all'assicurazione di uno stato di maggiore fruttuosità e speditezza dell'azione esecutiva diretta a far valere la detta garanzia, il riconoscimento dell'esistenza dell'eventus damni non presuppone una valutazione sul pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore istante, ma richiede soltanto la dimostrazione da parte di quest'ultimo della pericolosità dell'atto impugnato, in termini di una possibile, quanto eventuale, infruttuosità della futura esecuzione sui beni del debitore.

In tema di azione revocatoria ordinaria avente ad oggetto un atto di compravendita po­sto in essere dal debitore in epoca successiva al sorgere del credito, è correttamente motivata la sentenza di merito che abbia individuato la prova della scientia fraudis nel comportamento degli acquirenti, i quali, pur consapevoli che sull'im­mobile acquistato gravavano iscrizioni ipotecarie di rilevante importo, si siano accontentati della mera assicurazione del venditore che i debiti erano estinti e che avrebbe provveduto a cancellare le ipoteche entro un termine di gran lunga succes­sivo alla stipulazione, senza neppure fare riferi­mento ad un'ipoteca giudiziale iscritta sull'im­mobile. Infatti, nonostante l'apparente diversità delle locuzioni usate nei nn. 1 e 2 dell'art. 2901 c.c., la posizione del terzo acquirente, per quanto riguarda i presupposti soggettivi dell'azione, è so­stanzialmente analoga a quella del debitore, nel senso che l'accoglimento della domanda è subor­dinato alla prova, che può essere offerta anche a mezzo di presunzioni, della coscienza di ledere la garanzia dei creditori, oltre che della previsione del danno arrecato a questi ultimi dall'atto, ri­chiedendosi a tal fine una conoscenza effettiva di tale pregiudizio, e non essendo invece sufficiente una mera prevedibilità dello stesso.

Cass. n. 1413/2006

In tema di azione revocatoria promossa dalla banca nei confronti del fideiussore, al fine di verificare l'anteriorità del credito per gli effetti di cui all'art. 2901 c.c., occorre fare riferimento al momento dell'accreditamento a favore del garan­tito e non a quello successivo dell'effettivo prelievo da parte dell'accreditato; infatti, l'azione revocato­ria presuppone la sola esistenza del debito e non anche la concreta esigibilità, essendone consentito l'esperimento — in concorso con gli altri requisiti di legge — anche a garanzia di crediti condizio­nali, non scaduti o soltanto eventuali.

Cass. n. 19963/2005

In tema di azione revocatoria ordinaria, non essendo richiesta, a fondamento dell'azione, la totale compromissione della consistenza patrimo­niale del debitore, ma soltanto il compimento di un atto che renda più incerta o difficile il soddi­sfacimento del credito, incombe al convenuto che eccepisca la mancanza dell'eventus damni l'onere di provare l'insussistenza del predetto rischio, in ragione di ampie residualità patrimoniali. In riferi­mento alla concessione d'ipoteca, che è negozio di disposizione patrimoniale suscettibile di determi­nare una diminuzione della garanzia patrimoniale generale del debitore, potendo concretamente con­durre, seppure in modo mediato, allo stesso risul­tato finale della alienazione del bene ipotecato, ciò comporta che incombe al beneficiario della garan­zia dedurre e provare che il patrimonio residuo del debitore è di dimensioni tali, in rapporto all'entità della sua complessiva debitoria, da non esporre ad apprezzabile rischio il soddisfacimento dei crediti chirografari.

Cass. n. 2748/2005

Ai fini dell'esercizio dell'azione revocatoria, perché sussista il requisito dell'anteriorità del credito rispetto all'atto impugnato è sufficiente l'insorgere della posizione debitoria in capo al de­bitore, indipendentemente dalla circostanza che il debito sia certo e determinato nel suo ammon­tare o che sia scaduto ed esigibile.

Cass. n. 21100/2004

Posto che la titolarità di un diritto di credito, anche eventuale, costituisce condizione dell'azione revocatoria sotto il profilo della legitimatio ad cau­sam dell'attore, il sopravvenuto in corso di causa integrale pagamento di quanto dovuto dal debito­re determina il venir meno dell'interesse all'azione revocatoria, non sussistendo piú l'esigenza di di­chiarare, a garanzia del credito, questo risultando ormai estinto, l'inefficacia dell'atto di disposizione del patrimonio. E poiché gli indicati elementi del rapporto processuale — legitimatio ad causam ed interesse ad agire dell'attore — devono permanere sino al momento della decisione definitiva, il so­pravvenuto difetto degli stessi deve essere rilevato anche in sede di legittimità, e comporta, indipen­dentemente dall'originaria fondatezza o meno della domanda, il rigetto nel merito della domanda stessa, in questo senso potendo provvedere la stessa Corte di cassazione ai sensi dell'art. 384, primo comma, c.p.c. allorché non siano necessari ulteriori accertamenti in fatto. (Nella specie la cir­costanza dell'intervenuto integrale pagamento del debito risultava dalla espressa dichiarazione del titolare del credito manifestata nel controricorso).

Cass. n. 19131/2004

L'azione revocatoria ordinaria ha la funzio­ne di ricostituire la garanzia generica assicurata al creditore dal patrimonio del suo debitore, al fine di permettergli il soddisfacimento coattivo del suo credito e la relativa sentenza ha efficacia retroattiva, in quanto l'atto dispositivo è viziato sin dall'origine; pertanto, qualora sia accolta la domanda, deve ritenersi valida l'ipoteca che il creditore abbia iscritto successivamente al compi­mento dell'atto dispositivo ed anteriormente alla proposizione dell'azione revocatoria e il grado dell'ipoteca è quello della sua iscrizione.

Cass. n. 11612/2004

In tema di azione revocatoria ordinaria, il rapporto di contestualità richiesto dall'art. 2901 secondo comma c.c., in forza del quale la presta­zione di garanzie reali, anche per debiti altrui, è considerata «atto a titolo oneroso» se contestuale alla nascita del credito garantito, sussiste anche nel caso in cui il terzo conceda ipoteca al factor per garantire un credito fattorizzato prima che esso venga ad esistenza, e perciò tanto se l'ipote­ca sia concessa contestualmente alla stipula del contratto di factoring, quanto successivamente, qualunque ne sia lo scopo, anche quello di evi­tare la risoluzione del contratto e la cessazione del rapporto. (Nella specie, stipulato un contratto di factoring ed erogata una somma a fronte della cessione pro solvendo di crediti futuri, il debitore aveva concesso ipoteca a garanzia della regolare esecuzione delle proprie obbligazioni dopo il sorgere di contestazioni relative ai crediti oggetto del contratto; la S.C, in applicazione del suespo­sto principio ha confermato la sentenza di merito che, in relazione all'azione revocatoria promos­sa dal creditore' aveva negato la gratuità della concessione di ipoteca).

Cass. sez. un. n. 9440/2004

Poiché anche il credito eventuale, in veste di credito litigioso, è idoneo a determinare — sia che si tratti di un credito di fonte contrattuale oggetto di contestazione giudiziale in separato giudizio, sia che si tratti di credito risarcitorio da fatto illecito — l'insorgere della qualità di creditore che abilita all'esperimento dell'azione revocatoria, ai sensi dell'art. 2901 c.c., avverso l'atto di disposi­zione compiuto dal debitore, il giudizio promosso con l'indicata azione non è soggetto a sospensione necessaria a norma dell'art. 295 c.p.c. per il caso di pendenza di controversia avente ad oggetto l'accertamento del credito per la cui conserva­zione è stata proposta la domanda revocatoria, in quanto la definizione del giudizio sull'accerta­mento del credito non costituisce l'indispensabile antecedente logico-giuridico della pronuncia sul­la domanda revocatoria, essendo d'altra parte da escludere l'eventualità di un conflitto di giudicati tra la sentenza che, a tutela dell'allegato credito litigioso, dichiari inefficace l'atto di disposizione e la sentenza negativa sull'esistenza del credito. (Enunciando il principio di cui in massima — in una fattispecie in cui il credito litigioso, allegato quale fatto costitutivo della pretesa revocatoria, era rappresentato dal credito risarcitorio per mala gestio fatto valere in giudizio nei confronti di amministratori di società — le S.U. hanno annullato l'ordinanza con cui il tribunale aveva sospeso il giudizio introdotto per ottenere la di­chiarazione di inefficacia dell'atto di disposizione in ragione della pendenza del processo relativo alla domanda avente ad oggetto il credito per risarcimento danni posto a fondamento della do­manda revocatoria).

Cass. n. 6511/2004

Necessario presupposto dell'azione revoca­toria è l'esistenza di un credito, ancorché sotto­posto a termine o condizione, non anche che il credito sia «liquido», ossia determinato nel suo ammontare o facilmente liquidabile, non rilevan­do tale requisito neppure ai fini della sussistenza del «pregiudizio delle ragioni creditorie», che non richiede un effettivo e attuale depauperamento del patrimonio del debitore, essendo sufficiente il pericolo che l'azione esecutiva possa rivelarsi in­fruttuosa. Ne consegue che la sentenza del giudice di merito che statuisce sulla domanda revocatoria e rimette la causa in istruttoria per la determina­zione del credito ha carattere definitivo e la riser­va d'appello formulata dalla parte soccombente nella successiva udienza, deve considerarsi priva di effetto.

Cass. n. 3981/2003

... l'incertezza del credito non costituisce ra­gione sufficiente per escludere la consapevolezza del terzo in ordine all'eventus damni.

Cass. n. 16570/2002

In materia di mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale, è soggetto ad azione re­vocatoria (art. 2901 c.c.), ove concorrano le altre condizioni previste dalla legge, l'atto di conces­sione della garanzia ipotecaria a fronte di debito scaduto, atteso che la costituzione della garanzia non ha il connotato della doverosità proprio del­l'adempimento (c.d. atto dovuto o atto giuridico in senso stretto) — che giustifica l'esclusione della revocatoria, ai sensi del terzo comma dell'art. cit. — ma si fonda sulla libera determinazione del de­bitore, il quale, attraverso la prestazione della ga­ranzia, dà luogo alla modifica del suo patrimonio, con rischio di compromissione delle pregresse ragioni degli altri creditori.

Cass. n. 9349/2002

L'azione revocatoria ordinaria presuppone, per la sua esperibilità, la sola esistenza di un de­bito, e non anche la sua concreta esigibilità, con la conseguenza che, prestata fideiussione in rela­zione alle future obbligazioni del debitore princi­pale connesse all'apertura di credito regolata in conto corrente, gli atti dispositivi del fideiussore successivi all'apertura di credito ed alla prestazio­ne della fideiussione, se compiuti in pregiudizio delle ragioni del creditore, sono soggetti all'azio­ne revocatoria ai sensi dell'art. 2901, n. 1, prima parte, c.c. in base al solo requisito soggettivo della consapevolezza del fideiussore (e, in caso di atto a titolo oneroso, del terzo) di arrecare pregiudizio alle ragioni del creditore (scientia damni), ed al solo fattore oggettivo dell'avvenuto accreditamen­to giacché l'insorgenza del credito va apprezzata con riferimento al momento dell'accreditamento e non a quello, eventualmente successivo, dell'ef­fettivo prelievo da parte del debitore principale della somma messa a sua disposizione.

Cass. n. 12678/2001

Per l'accoglimento dell'azione revocatoria ordinaria è sufficiente l'esistenza di una semplice ragione di credito e non necessariamente di un credito certo, liquido ed esigibile accertato in sede giudiziale.

Cass. n. 11916/2001

In tema di azione revocatoria ordinaria, allorché l'atto di disposizione a titolo oneroso sia anteriore al sorgere del credito, la condizione per l'esercizio dell'azione stessa è, oltre al consilium fraudis del debitore, la partecipatio fraudis del terzo acquirente, ossia la conoscenza da parte del terzo della dolosa preordinazione della vendita ad opera del disponente rispetto al credito futuro; tale elemento psicologico va provato dal soggetto che lo allega e può essere accertato anche mediante il ricorso a presunzioni, il cui apprezzamento, riservato al giudice del merito, è incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato. (Nella specie, la Suprema Corte ha confermato la decisione di merito che, in riforma della sentenza di primo grado, aveva escluso la sussistenza di tale elemento psicologico nell'acquisto della nuda proprietà di due immobili, da parte di soggetti le­gati al debitore da rapporti di affinità collaterale, tra l'altro scevri da particolari frequentazioni e legami, per un prezzo non discostantesi in misu­ra significativa dalla valutazione operata dal Ctu, nonché nell'acquisto, da parte dei due figli del debitore, della piena proprietà di altro immobile, ad un prezzo scontato, il cui scarto, ritenuto, pe­raltro, fisiologico nella contrattazione tra consan­guinei, rispetto alla valutazione peritale non era tale da esorbitare dai parametri di oscillazione tra domanda ed offerta).

Cass. n. 7484/2001

L'azione revocatoria ordinaria presuppone, per la sua legittima esperibilità, la sola esistenza di un debito e non anche la concreta esigibilità di esso, potendo essere esperita in concorso con gli altri requisiti di legge anche per crediti condizio­nali, non scaduti e/o soltanto eventuali. Pertanto, con riguardo alla posizione del fideiussore i cui atti dispositivi sono soltanto assoggettabili al pari di quelli del debitore principale, al rimedio in questione, l'acquisto della qualità di debitore nei confronti del creditore risale al momento della nascita stessa del credito e non a quello della sca­denza dell'obbligazione del debitore principale, per cui è a tale momento che occorre fare riferi­mento al fine di stabilire se l'atto, pregiudizievole sia anteriore o successivo al sorgere del credito, onde affermare, conseguentemente, la necessità o meno della prova della cosiddetta «dolosa preor­dinazione».

Cass. n. 7127/2001

L'azione revocatoria ordinaria ha solo la funzione di ricostruire la garanzia generica as­sicurata al creditore dal patrimonio del debitore la cui consistenza, per effetto dell'atto di disposi­zione posto in essere dal debitore, si sia ridotta in guisa da pregiudicare il diritto del creditore con l'azione espropriativa. In coerenza con tale sua unica funzione l'azione predetta, ove esperita vit­toriosamente, non travolge l'atto di disposizione posto in essere dal debitore, ma semplicemente determina l'inefficacia di esso nei soli confronti del creditore che l'abbia esperita per consentire allo stesso di esercitare sul bene oggetto dell'atto, l'azione esecutiva per la realizzazione del credito. Ne consegue che detta azione non può essere eser­citata dal promissario acquirente per acquistare, poi, la proprietà della cosa con l'azione intesa ad ottenere ex art. 2932 c.c. esecuzione in forma specifica dell'obbligo di concludere il contratto definitivo, avente ad oggetto il trasferimento della proprietà della cosa stessa alienata a terzi.

Cass. n. 7452/2000

Ai fini dell'azione revocatoria ordinaria, la definizione della controversia sul credito che co­stituisce il presupposto dell'azione non integra un antecedente logico giuridico indispensabile della pronunzia sulla domanda revocatoria, né è neces­sario lo stato di insolvenza del debitore, essendo sufficiente che l'atto di disposizione compiuto dal debitore stesso produca pericolo o incertezza per la realizzazione del diritto del creditore, in termini di una possibile o eventuale infruttuosità di una futura azione esecutiva.

In tema di azione revocatoria ordinaria, allorché l'atto di disposizione sia successivo al sorgere del credito, l'unica condizione per l'eser­cizio della stessa è che il debitore fosse a cono­scenza del pregiudizio per le ragioni del credito­re, e, trattandosi di atto a titolo oneroso, che di esso fosse consapevole il terzo. La prova di tale atteggiamento soggettivo ben può essere fornita tramite presunzioni, il cui apprezzamento è de­voluto al giudice di merito, ed è incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato ed immune da vizi logici e giuridici.

Cass. n. 7262/2000

In tema di condizioni per l'esercizio del­l'azione revocatoria ordinaria, allorché l'atto di disposizione sia successivo al sorgere del credito, è necessaria e sufficiente la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi del creditore (scientia damni), essendo l'elemento soggettivo integrato dalla semplice conoscenza, cui va equi­parata la agevole conoscibilità, nel debitore e, in ipotesi di atto a titolo oneroso, nel terzo di tale pregiudizio, a prescindere dalla specifica cono­scenza del credito per la cui tutela viene esperita l'azione, e senza che assumano rilevanza l'inten­zione del debitore di ledere la garanzia patrimo­niale generica del creditore (eonsilium fraudis) né la partecipazione o la conoscenza da parte del terzo in ordine alla intenzione fraudolenta del debitore. (Omissis).

Cass. n. 4642/2000

La revocatoria ordinaria di atti a titolo gra­tuito non postula che il pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore sia conosciuto, oltre che dal debitore, anche dal terzo beneficiario, trattandosi di requisito richiesto solo per la diversa ipotesi degli atti a titolo oneroso.

Cass. n. 1804/2000

L'azione revocatoria ha finalità cautelare e conservativa del diritto di credito e consiste nel potere attribuito al creditore di far dichiarare inefficaci nei suoi confronti determinati atti di disposizione sul patrimonio del debitore, che rechino pregiudizio alle sue ragioni, con la conse­guenza che il bene non torna nel patrimonio del debitore, conservando l'atto la sua validità, ma resta soggetto all'aggressione del solo creditore istante nella misura necessaria a soddisfare le sue ragioni; anche un bene in comunione, qualora formi oggetto di un atto di disposizione, può dar luogo all'esperimento dell'azione revocatoria, limitatamente alla quota parte spettante al o ai debitori nell'ipotesi che solo uno o alcuno degli (ex) comproprietari rivesta tale qualità; in tal caso non ricorre un'ipotesi di litisconsorzio necessario tra i precedenti comproprietari, essendo l'azione legittimamente esperibile solo contro i debitori e perla quota di loro spettanza.

Cass. n. 14274/1999

In tema di revocatoria ordinaria, ai fini della configurabilità del consilium fraudis per gli atti di disposizione a titolo gratuito compiuti dal debi­tore successivamente al sorgere del credito, non è necessaria l'intenzione di nuocere ai creditori, ma è sufficiente la consapevolezza, da parte del debitore stesso (e non anche del terzo beneficia­rio), del pregiudizio che, mediante l'atto di dispo­sizione, sia in concreto arrecato alle ragioni del creditore, consapevolezza la cui prova può essere fornita anche mediante presunzioni.

Cass. n. 12144/1999

In tema di , azione revocatoria ordinaria, l'art. 2901 c.c. accoglie una nozione lata di «cre­dito», comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza delle relative fonti di acquisizione, coerentemente con la funzione pro­pria dell'azione, la quale non persegue scopi spe­cificamente restitutori, bensì mira a conservare la garanzia generica sul patrimonio del debitore in favore di tutti i creditori compresi quelli me­ramente eventuali.

Cass. n. 1054/1999

La scientia damni dell'alienante e del terzo può esser desunta anche da presunzioni gravi, precise e concordanti diverse dalla sperequazione tra prezzo e valore di mercato del bene, perché l'eventus damni consiste anche nell'incertezza o maggiore difficoltà di realizzazione del credito.

Cass. n. 264/1998

Si ricava dal testo dall'art. 2901 c.c., che il criterio dettato, dal terzo comma della stessa disposizione per individuare la natura onerosa o gratuita di una prestazione di garanzia, ricolle­gandosi alla contestualità o meno con il credito garantito, non è applicabile in sede fallimentare, ove, nell'assenza di analoghi criteri negli artt. 64 e 67 della legge fallimentare, la gratuità (od onerosità) va valutata caso per caso, con esclusivo riguardo alla posizione del garante e agli effetti che l'atto, ovvero, eventualmente, altri ad esso funzionalmente collegati, abbiano determinato nel suo patrimonio.

Cass. n. 3113/1997

Per l'esercizio dell'azione revocatoria è suf­ficiente l'esistenza di un diritto di credito; perciò è irrilevante che il titolare di esso non abbia pro­seguito un'esecuzione da egli stesso iniziata nei confronti del medesimo debitore, ovvero non sia intervenuto in procedure esecutive avviate da altri creditori.

Nel caso in cui un debitore disponga del suo patrimonio mediante la vendita contestuale di una pluralità di beni, l'esistenza e la consape­volezza, sua e del terzo acquirente, del pregiu­dizio patrimoniale (art. 2901 nn. 1 e 2 c.c.) che tali atti arrecano alle ragioni del creditore, ai fini dell'esercizio di questi dell'azione pauliana, sono in re ipsa.

Cass. n. 7119/1996

La disposizione contenuta nel terzo comma dell'art. 2901 c.c., in forza della quale non è sog­getto a revoca l'adempimento di un debito scadu­to, ha la sua ragione nella natura di atto dovuto della prestazione del debitore, una volta che si siano verificati gli effetti della mora, ex art. 1219 c.c., e non nell'assenza di una diminuzione della sua garanzia patrimoniale generale, che è peraltro giuridicamente determinata non dalla prestazione in quanto tale, ma dall'atto che ha dato origine all'obbligazione adempiuta, questo semmai assog­gettabile ad azione revocatoria, ed è norma non applicabile, né in via di interpretazione estensiva, né per analogia, alla concessione di ipoteca per debito già scaduto, che è negozio di disposizione patrimoniale, suscettibile di determinare una di­minuzione della garanzia patrimoniale generale del debitore comune nei confronti degli altri cre­ditori, potendo concretamente, seppure in modo mediato, condurre allo stesso risultato finale della alienazione del bene assoggettato alla garanzia, ed è quindi aggredibile con azione revocatoria ai sen­si degli artt. 2901 e 2902 c.c.

Cass. n. 2303/1996

In tema di azione revocatoria di cui all'art. 2901 c.c., il requisito della consapevolezza, da parte del terzo acquirente, del pregiudizio arre­cato dall'atto dispositivo alle ragioni del creditore dell'alienante prescinde dalla specifica conoscen­za del credito a tutela del quale l'azione revocato­ria viene esperita, investendo invece la riduzione delle garanzie offerte dal debitore, in relazione alla consistenza patrimoniale considerata ed ai vincoli già esistenti nei confronti di altri creditori.

Cass. n. 11518/1995

L'azione revocatoria ordinaria di atto a ti­tolo oneroso successivo al sorgere del credito, ai sensi dell'art. 2901 c.c., richiede la consapevolezza da parte del debitore e del terzo del pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore, cioè della me­nomazione della garanzia patrimoniale allo stes­so accordata dall'art. 2740 c.c., mentre non esige anche una collusione tra il debitore ed il terzo, né lo stato di insolvenza dell'uno, né la conoscenza di tale stato da parte dell'altro.

Cass. n. 8188/1994

In tema di azione revocatoria, la diminuzio­ne del patrimonio del debitore può realizzarsi an­che dando vita ad un negozio complesso — ossia ad un negozio costituito da tanti rapporti (ancor­ché coinvolgenti altri soggetti oltre all'alienante o al cedente ed all'acquirente o al cessionario), che pur ricollegandosi a schemi negoziali distinti, sia­no legati da un rapporto di interdipendenza e tutti rivolti al perseguimento di un solo e particolare scopo — oppure ad una serie di negozi collegati (nella specie, si trattava di valutare le seguenti operazioni: a) il recesso di un soggetto da una coo­perativa edilizia; b) la rinuncia alla restituzione del credito acquisito nei confronti della cooperativa, a favore della figlia e l'accettazione di quest'ultima; c) l'accettazione della cessione da parte della coo­perativa, ai sensi dell'art. 1264 c.c.; d) la richiesta della figlia per l'ammissione alla cooperativa; e) l'accoglimento ditale domanda; f) la compensa­zione tra il credito della figlia nei confronti della cooperativa ed il debito della prima, quale nuova socia, per i dovuti conferimenti sociali).

Cass. n. 12948/1992

In tema di azione revocatoria, la contestua­lità tra prestazioni di garanzia e credito garantito, da cui deriva la presunzione di onerosità della ga­ranzia, ex art. 2901, secondo comma, c.c., sussiste anche in mancanza di coincidenza temporale, quando il rischio insito nella funzione creditizia è assunto sul presuppostò della concessione della garanzia. La contestualità, pertanto, va esclusa, nel caso in cui la garanzia sopravvenga quando il rischio dell'operazione creditizia sia già in atto (nella specie, trattavasi di una fideiussione con­cessa dopo che si era dato corso all'erogazione del credito bancario attraverso un'apertura di credito in conto corrente ed un castelletto di sconto).

Cass. n. 11251/1990

Al fine della revocatoria degli atti dispositivi posti in essere dal debitore, l'art. 2901 c.c. richie­de che essi si traducano in una menomazione del patrimonio del disponente, sì da pregiudicare la facoltà del creditore di soddisfarsi sul medesi­mo, mentre non esige, quale ulteriore requisito, anche l'impossibilità o difficoltà del creditore di conseguire aliunde la prestazione, avvalendosi di rapporti con soggetti diversi. Pertanto, in ipotesi di solidarietà passiva, inclusa quella discendente da fideiussione senza beneficio di escussione, il suddetto eventus damni va riscontrato con esclu­sivo riferimento alla situazione patrimoniale del debitore convenuto con quella azione, non rilevando l'indagine sull'eventuale solvibilità dei coobbligati.

Cass. n. 1716/1985

Nell'ipotesi di azione revocatoria di un ne­gozio dispositivo anteriore al sorgere del credito, prevista al n. 1) del primo comma dell'art. 2901 c.c., gli elementi costitutivi della fattispecie che —oltre al carattere lesivo dell'atto di disposizione ed alla esistenza del credito — debbono essere dimo­strati dal creditore sono due: che l'autore dell'atto, alla data della sua stipulazione, aveva l'intenzione di contrarre debiti ovvero era consapevole del sorgere della futura obbligazione; che lo stesso soggetto abbia compiuto l'atto dispositivo appun­to in funzione del sorgere dell'obbligazione, per porsi in una situazione di totale o parziale impos­sidenza, in modo da precludere o rendere difficile al creditore l'attuazione coattiva del suo diritto. La valutazione compiuta al riguardo dal giudice del merito è incensurabile in sede di legittimità, se sorretta da adeguata motivazione.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 2901 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Roberto D. chiede
martedì 03/04/2018 - Abruzzo
“Salve

Premesso che nel 2011, come amministratore di una società immobiliare ho venduto due appartamenti ad un cliente che, dopo circa tre anni, ha subito l'azione revocatoria ordinaria da un creditore della società al quale il tribunale, in primo grado, ha dato ragione sulla base del solo fatto che la mia società versava in una situazione di crisi (poi non sfociata in fallimento) e che ciò non potesse non essere a conoscenza dell'acquirente, nonostante si riconoscesse nella sentenza la congruità del prezzo e delle modalità di pagamento. La mia domanda è la seguente: è applicabile l'art. 2901 del c.c. ad una società costruttrice che vende il proprio bene merce nell'ambito della sua normale attività, per di più al prezzo di mercato e con modalità di pagamento affatto anomale? A mio avviso, assoggettare una normale vendita (e sottolineo normale) del suo bene merce alla revocatoria ordinaria, porterebbe il costruttore al blocco della sua attività e sarebbe un ostacolo alla libertà d'impresa (oltre che un pregiudizio incomprensibile per il malcapitato acquirente). Vorrei avere un supporto giurisprudenziale e dottrinale a quanto sopra? Grazie.

Saluto cordialmente”
Consulenza legale i 27/04/2018
Prima di capire in che termini le sue considerazioni possano trovare fondamento in qualche parte della dottrina e della giurisprudenza, si ritiene necessario analizzare brevemente la funzione dell’istituto dell’azione revocatoria ordinaria, anche per rendersi conto di quale possa essere stato il motivo che ha indotto il Tribunale, in primo grado, a pronunciare la revocatoria di quegli atti di alienazione.

Ebbene, l’azione revocatoria si dice che costituisce un mezzo legale di conservazione della garanzia patrimoniale del creditore, essendo volta a tutelare l’interesse del creditore contro atti di disposizione del debitore, che possano incidere in modo pregiudizievole sulla consistenza del suo patrimonio, quel patrimonio di cui parla l’art. 2740 c.c., e che è costituito da tutti i beni, presenti e futuri, del debitore.
Tale finalità si realizza attraverso la dichiarazione di inefficacia dell’atto di disposizione del debitore, la quale costituisce presupposto per l’esperimento di azioni cautelari ed esecutive sul bene distratto.

Il presupposto oggettivo dell’azione revocatoria è rappresentato dal c.d. eventus damni, cioè dal pregiudizio alle ragioni dei creditori che gli atti di disposizione del debitore possono arrecare; deve trattarsi di una lesione effettiva ed attuale dell’interesse del creditore alla conservazione della garanzia patrimoniale, pur se il danno non è attuale, ma si profila soltanto un pericolo di danno come conseguenza del comportamento del debitore.
In giurisprudenza è stato ritenuto sufficiente per integrare il presupposto oggettivo dell’azione revocatoria ordinaria il fatto che l’atto di disposizione possa rendere la realizzazione del diritto del creditore incerta o soltanto difficoltosa (in tal senso si possono citare Cass. 19234/2009 e Cass. 1896/2012); è stato invece escluso l’eventus damni nel caso di alienazione di un bene determinato dalla necessità o utilità evidente della famiglia, accertata dal giudice che deve autorizzare l’atto di alienazione.

Sotto il profilo del requisito della consapevolezza da parte del terzo acquirente del pregiudizio che l’atto dispositivo ha arrecato alle ragioni del creditore dell’alienante, è stato affermato in giurisprudenza che si prescinde dalla specifica conoscenza del credito a tutela del quale l’azione viene esperita, essendo sufficiente guardare invece alla riduzione delle garanzie offerte dal debitore in relazione alla sua consistenza patrimoniale (così Cass. N. 2303/1996).

Dalle brevi e sintetiche considerazioni sopra svolte, dunque, se ne può trarre la conclusione che gli atti di disposizione di cui si discute, pur se realizzati nell’esercizio della normale attività di impresa e rientranti a pieno titolo in quello che è l’oggetto sociale della società venditrice, hanno di fatto determinato una modificazione della situazione patrimoniale della società debitrice in un periodo di crisi economica della stessa e, pertanto, in quanto rientrante nella categoria dei negozi giuridici inter vivos aventi contenuto patrimoniale e natura dispositiva, possono legittimamente essere revocati (ciò che, correttamente, purtroppo, ha fatto il Tribunale in primo grado).

Veniamo adesso a considerare ciò che di contro si fa rilevare nel quesito, ossia fino a che punto sia possibile e legittimo assoggettare a revocatoria un atto che costituisce normale esplicazione dell’attività d’impresa della società debitrice, la quale soltanto in questo modo può procurarsi il denaro necessario per far fronte ai debiti di cui è gravata.
Ebbene, un labile fondamento di tale considerazione lo si può ritrovare nella locuzione “atti di disposizione” a cui fa riferimento lo stesso art. 2901 c.c.; infatti, secondo parte della giurisprudenza, tale locuzione implica che i relativi atti siano espressione di una decisione arbitraria del debitore, con la conseguenza che ne debbano restare esclusi sia gli atti di ordinaria che di straordinaria amministrazione.
Sulla base di tale interpretazione, dunque, l’esclusione deve riguardare tutti quelli che possono definirsi atti dovuti, cioè compiuti in adempimento di una obbligazione, come espressamente sancisce l’art. 2901 co. 3 c.c., riferendosi all’adempimento di un debito scaduto.

In tale ottica la Corte di Cassazione, in particolare con la sentenza n. 16756/2006 (ma anche con le sentenze nn. 16629/2013 e 13435/2004) ha escluso la proponibilità dell’azione revocatoria ordinaria nei confronti dell’alienazione di un bene immobile da parte del debitore se il prezzo sia stato destinato anche in parte al pagamento dei debiti scaduti del venditore-debitore, ovvero se la vendita, strumentale all’adempimento, abbia rappresentato per il debitore l’unico mezzo per procurarsi il denaro.
In particolare si è affermato che tale carattere di strumentalità necessaria della vendita è da solo sufficiente ad impedire la revocabilità dell’atto di disposizione, a condizione, però, che venga accertata la sussistenza della necessità di procedere all’alienazione, quale unico mezzo al quale il debitore, privo di altre risorse, poteva fare ricorso per procurarsi il denaro, salva restando la revocabilità degli ulteriori atti con i quali il debitore abbia disposto della somma residua (sulla base di tali motivazioni la Corte di cassazione ha cassato la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello che ha emesso quella decisione)

Si ritiene che sia proprio questa la fattispecie che qui si è inteso realizzare, soltanto che, per riuscire appieno a far valere tale tesi, manca un tassello essenziale: dare prova del fatto che il denaro ricavato da quella vendita è stato utilizzato per il pagamento di parte dei debiti sociali.
Qualora si riesca a fornire prova di ciò, si ritiene che debbano cadere tutti i presupposti per poter dichiarare l’inefficacia relativa di quell’atto dispositivo.
Non si può tuttavia nascondere che anche atti intrinsecamente “neutri”, se non addirittura vantaggiosi per il debitore, possano essere revocati qualora, nelle circostanze del caso concreto, si rivelino pregiudizievoli per il creditore, come proprio nell’ipotesi di compravendita immobiliare conclusa, sì, a prezzo vantaggioso per il debitore, ma che inevitabilmente lede l’interesse dei creditori, in quanto sostituisce al cespite originario un bene di più agevole occultabilità e, conseguentemente, rende più incerto l’esito positivo dell’azione esecutiva promuovenda.

Di contro va anche detto che, pur se la dottrina maggioritaria e la stessa giurisprudenza condividono tale assunto, alcune voci critiche hanno sentito l’esigenza di mettere in guardia dall’eccessiva ampiezza con cui è stato inteso il requisito dell’eventus damni.
Così, si è affermato che, se si interpretano bene le norme processualcivilistiche, non può assumere rilevanza il fatto che l’atto compiuto dal debitore comporti una maggiore difficoltà dell’esecuzione forzata: il creditore non è titolare di un diritto all’agevole esecuzione, e pertanto nessun rimedio dovrebbe essere concesso in caso di mera difficoltà della stessa. Neppure potrebbero essere significative la maggiore gravosità o dispendiosità della espropriazione, considerato che le spese processuali seguono la soccombenza e, dunque, ricadono in definitiva sul debitore e non sull’attore-creditore (in tal senso si è espresso Lucchini Guastalla, L’azione revocatoria ordinaria, in Nuova giur. Civ. comm. 1991, II, pag. 354).

E’ su queste argomentazioni che si suggerisce di impiantare l’atto di appello alla sentenza che ha sancito la revocazione dei due atti dispositivi, ossia sulla considerazione che nessuna norma del codice di procedura civile riconosce al creditore un diritto all’agevole e comoda esecuzione, nonché sul rilievo, in parte delineato nella bozza dell’atto di appello, e fatto proprio dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 16756/2006, secondo cui la proponibilità dell’azione revocatoria ordinaria deve escludersi nei confronti dell’alienazione di un bene immobile da parte del debitore, la quale abbia rappresentato per il debitore l’unico mezzo per procurarsi liquidità finanziaria ed il cui prezzo sia stato destinato anche in parte al pagamento dei debiti scaduti del venditore-debitore.
Peraltro, di ciò, almeno per quanto si legge nelle pagine da 16 a 18 della bozza d’appello, sembra che si possa dare prova, fornendosi ivi una serie di elementi da cui poter chiaramente desumere che il denaro ricavato da quelle vendite fu destinato a ripianare in parte i debiti sociali, e non ad essere distratto per altre finalità in frode ed in danno dei creditori, ciò che soltanto potrebbe legittimare la revocazione di quegli atti.

Anonimo chiede
lunedì 01/08/2016 - Puglia
“Tizio socio di una sas è debitore insieme ad altri coobbligati di una somma di denaro per un acquisto di un macchinario (2004), lo stesso ha firmato per avallo insieme agli altri; nel contempo nel 2015 tizio ha donato alla moglie l'appartamento di sua proprietà, la ditta creditrice chiede l'azione revocatoria ai sensi dell'art. 2901 c.c.
la domanda è come ci si può difendere? ci sono i presupposti per l'azione revocatoria? il comportamento di tizio non è stato a mio parere pregiudizievole nei confronti della ditta in quanto l'appartamento era libero da 10 anni e solo adesso l'ha donato alla moglie.”
Consulenza legale i 05/08/2016
E’ molto difficile fornire una risposta adeguata sulla base dei soli elementi forniti nel quesito, dal momento che la questione chiave – nel giudizio che ha ad oggetto la revoca dell’atto posto in essere dal debitore – è la valutazione del dolo specifico relativo a quest’ultimo.
L’azione revocatoria, infatti, disciplinata dall’art. 2901 c.c. serve a rendere inefficaci nei confronti del (solo) creditore che agisce in tal senso gli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni, quando concorrano le seguenti condizioni:
1) che il debitore conoscesse il pregiudizio che l'atto arrecava alle ragioni del creditore o, trattandosi di atto anteriore al sorgere del credito, l'atto fosse dolosamente preordinato al fine di pregiudicarne il soddisfacimento;
2) che, inoltre, trattandosi di atto a titolo oneroso, il terzo fosse consapevole del pregiudizio e, nel caso di atto anteriore al sorgere del credito, fosse partecipe della dolosa preordinazione.
L’effetto della revocatoria, in particolare, è quello per cui l’atto di disposizione (in questo caso, la donazione) rimane valido ed efficace a tutti gli effetti, tuttavia il creditore che agisce può comunque aggredire il bene uscito dal patrimonio del debitore nella misura sufficiente a soddisfarsi.

Si ritiene che in caso di più obbligati solidali dal lato passivo (come nella fattispecie in esame) non sia rilevante la possibilità per il creditore di soddisfarsi nei confronti degli altri obbligati solvibili: si fa riferimento all’esclusiva situazione patrimoniale del debitore convenuto.

Dal punto di vista soggettivo, è sufficiente l’effettiva consapevolezza, in capo al debitore, che l’atto di disposizione riduce la consistenza del proprio patrimonio, così pregiudicando le ragioni del creditore.

Neppure rileva, ancora, che l’atto di disposizione sia stato fatto a titolo gratuito (come la donazione, nel caso che ci occupa): anzi, avendo il terzo acquisito in questi casi un vantaggio senza il corrispondente sacrificio, ben può - secondo la legge - vedere il proprio interesse posposto a quello del creditore.

Delineata così la disciplina generale, si possono effettuare, in relazione alla fattispecie concreta in esame, le seguenti osservazioni:

a) dalla lettera del quesito sembra che l’obbligo sia sorto nel 2004: pertanto, ai fini della fondatezza dell’azione revocatoria, occorrerà valutare se sia intervenuta prescrizione o meno del diritto di credito. La prescrizione ordinaria, infatti, per poter esercitare un diritto è di dieci anni: se dunque l’obbligo è sorto in capo al socio nel 2004, il diritto ad ottenere il pagamento si è prescritta nel 2014 e ciò potrà costituire una valida eccezione preliminare in corso di causa (se non esiste il diritto di credito, non ha alcun fondamento un’azione finalizzata a ripristinare la consistenza di un patrimonio sul quale non ci si può più soddisfare);

b) che il diritto di credito si sia prescritto o meno, pare che sia comunque passato parecchio tempo dal momento in cui è sorto l’obbligo al momento della donazione: ad avviso di chi scrive, il Giudice dovrà quindi valutare anche l’inerzia del creditore a far valere il diritto nel corso degli anni, inerzia tale da giustificare pienamente la buona fede del socio che ha donato l’immobile alla moglie (nel 2015, ormai, era ragionevole non attendersi più alcuna azione di recupero del credito da parte della ditta, con conseguente libertà di disporre del proprio patrimonio in piena libertà, senza alcun dolo).

Questi gli elementi che possono essere rilevanti a difesa del debitore.
Il creditore che agisce il revocatoria, da parte sua, è gravato dal pesante onere di provare non solo l’intenzionalità pregiudizievole in capo al debitore, ma altresì il cosiddetto consilium fraudis ovvero il dolo in capo al terzo, che per legge dev’essere ugualmente consapevole degli effetti negativi dell’atto in danno del creditore.

Ernato C. chiede
venerdì 15/04/2016 - Lombardia
“sono ( divorziato) e creditore della mia ex moglie.
Lei, con altri eredi ( fratelli ) ha rinunziato espressamente e preventivamente ( ex art 563 comma IV c.c alla opposizione alla donazione di immobili che sua madre, ( poi defunta) ha donato a due nipoti ( miei figli )
Il giudice, nella causa revocatoria( da me intentata contro la mia ex moglie e i due figli nostri ) contro questa rinunzia preventiva ha sollevato il dubbio che
questa rinunzia non abbia contenuto patrimoniale
( preciso che la mia ex moglie , nullatenente al momento della rinunzia alla opposizione alla donazione - da sua madre ai nostri due figli - si è di fatto spogliata di ogni possibile incremento patrimoniale)
e che io non sia legittimato a questa azione
chiedo confermare e motivare (con indicazione di dottrina e massime o sentenze di cassazione ) il contenuto patrimoniale
e la mia legittimazione e interesse ad agire ( quale creditore della rinunziante ) in questa causa ( per cui devo depositare conclusionale entro il 2 5 16)
chiedo mi si indichi se e come devo provare la accettazione di eredità ( atteso che la defunta con la donazione si era resa a propria volta nullatenente ) e non aveva lasciato alcun bene ai figli ( cui aveva anni prima donato propri beni )
grazie
renato c.”
Consulenza legale i 26/04/2016
Purtroppo il Giudice ha correttamente sollevato dubbi in merito alla legittimazione ad agire in revocatoria nei confronti dell’atto di rinuncia della ex moglie.

Va in primo luogo osservato che la fattispecie di cui all’art. 563, IV comma, del c.c. – benché la norma non lo dica espressamente - viene in considerazione, inevitabilmente, qualora vi sia stata alienazione del bene/dei beni oggetto della donazione. Infatti, l’atto stragiudiziale di opposizione alla donazione di cui parla l’articolo in commento ha come (esclusivo) obiettivo – a tutela del coniuge e degli altri soggetti ivi menzionati - quello di sospendere il decorso del termine ventennale successivamente allo spirare del quale i diritti che i terzi hanno acquisito sul bene donato prevalgono sui diritti dei legittimari.

Per meglio chiarire: la riforma del codice civile intervenuta nel 2005 ha stabilito che se i donatari hanno alienato a terzi gli immobili ricevuti in donazione e sono trascorsi oltre 20 anni dalla trascrizione della donazione stessa (art. 563, 1° comma, c.c.), i terzi acquirenti dei beni in questione sono “protetti” dalle pretese dei legittimari, ovvero questi ultimi non potranno più esperire nei confronti dei primi l’azione di “restituzione” che consente di ottenere, appunto, la restituzione degli immobili alienati (i legittimari sono le categorie di eredi che, per legge, hanno un diritto irrinunziabile ad una quota del patrimonio del defunto, chiamata “quota di legittima” o “legittima”).

Ora, se i legittimari (come nel caso di specie è la ex moglie dell’attore che ha agito in revocatoria) hanno preventivamente (quando la donante era ancora in vita) rinunciato alla predetta opposizione, hanno automaticamente rinunciato al diritto di agire in restituzione nei confronti degli eventuali terzi acquirenti dei beni donati dopo lo scadere del termine di 20 anni dalla donazione.

Già alla luce di queste prime considerazioni, risulta dubbioso l’esperimento della revocatoria nei confronti della ex moglie, dal momento che (quantomeno così sembra dal quesito) gli immobili donati non sono stati (ancora) alienati dai figli di quest’ultima e non esiste dunque un “terzo” che vanti o possa vantare diritti pregiudizievoli nei confronti della medesima, così come, pertanto, non esiste un “terzo” consapevole dell’ipotizzato intento fraudolento della ex moglie e compartecipe di tale intento: requisito, questo (denominato “partecipatio fraudis”), richiesto per l’esercizio dell’azione revocatoria ai sensi dell’art. 2901 c.c..

Si aggiunga, poi, che la rinuncia all’opposizione di cui all’art. 563 c.c. non fa venir meno il diritto di esercitare l’azione di riduzione di cui agli artt. 553 e seguenti c.c.: ovvero il legittimario leso nella propria quota di legittima, nonostante la preventiva rinuncia all’opposizione alla donazione, conserverà in ogni caso il diritto ad esercitare entro 10 anni dall’apertura della successione un’azione con la quale chiedere la “riduzione” (con un’operazione puramente matematica) delle disposizioni testamentarie che hanno leso la sua quota di legittima.

Anche sotto questo profilo, la ex moglie conserva il diritto (salvo il maturare della prescrizione di legge) di agire in riduzione nei confronti dei figli per lesione di legittima, in tal modo potendo ancora ripristinare la consistenza del proprio patrimonio leso dalla donazione della madre.

Da ultimo, ma non meno importante, va considerato l’orientamento della giurisprudenza sul punto, la quale nega la possibilità di agire in revocatoria contro tutti quegli atti che, benché qualificabili come atti di rinuncia (nei confronti dei quali è in realtà possibile, astrattamente, chiedere la revoca per frode), non abbiano come effetto sostanziale un effettivo ed automatico depauperamento del patrimonio del debitore.

E’ interessante, sotto questo profilo, l’esame di una pronuncia abbastanza recente della Corte di Cassazione emessa in un caso analogo a quello di specie (in materia di azione di riduzione e contestuale adesione al legato), in relazione al quale i giudici hanno dettato dei principi applicabili, più in generale, anche alla rinuncia all’opposizione di cui al quesito qui proposto (si riportano ampi stralci della pronuncia in questione, data la sua chiarezza ed esaustività rispetto al quesito che ci occupa): “(…) L'atto composito suddetto (adesione al legato/ rinuncia azione di riduzione), oggetto di revocatoria, è un atto abdicativo (…) della possibilità che il patrimonio del disponente eventualmente si incrementi in esito al vittorioso esperimento dell'azione di riduzione.
Il disponente si è precluso la possibilità che, in caso di esito positivo dell'azione di riduzione, nel suo patrimonio entrasse la quota di legittima corrispondente alla proprietà dei beni ereditari, sulla quale il creditore avrebbe potuto soddisfarsi. (…)

5.2. Così individuato l'atto revocando, diventa essenziale la verifica di quello che è il primo presupposto dell'azione revocatoria: la natura ed il contenuto dell'atto di cui si chiede l'inefficacia, essendo soggetti all'azione pauliana (ovvero revocatoria, n.d.r.) - soltanto quegli atti che importino una modificazione giuridico-economica della situazione patrimoniale del debitore. E' pacifico che possano essere oggetto di revocatoria, non solo gli atti di alienazione che importino una diminuzione attuale del patrimonio del debitore, ma anche quelli che possano comprometterne la consistenza nel futuro, come gli atti di rinuncia, le assunzioni di debito e la concessione di garanzie personali o reali.

Secondo la giurisprudenza della Corte (Cass. 21 luglio 1966, n. 1979), per gli atti abdicativi è necessaria una distinzione.

E' necessario accertare se essi si ricolleghino ad una posizione giuridica già potenzialmente acquisita, nei suoi elementi costitutivi, al patrimonio del rinunziante o se, invece, si sostanzino nella rinunzia ad una facoltà, per effetto della quale non resta, comunque, modificato, né attivamente né passivamente il compendio patrimoniale quo ante del debitore. Nel primo caso (come sarebbe, rispetto alla materia successoria, per la rinunzia all'eredità), l'azione revocatoria è senza dubbio ammissibile. Nel secondo caso, l'atto di rinunzia del debitore non consente l'esercizio dell'azione revocatoria, perché il futuro incremento del suo patrimonio non si pone come conseguenza immediata della mancanza di rinunzia, ma dipende da altro, dallo svolgersi di una situazione giuridica ancora in fieri (…); (…) In definitiva, per conseguire il risultato voluto, corrispondente alla funzione dell'azione revocatoria di garanzia patrimoniale a favore del creditore, e cioè che nel patrimonio del debitore entri la quota di proprietà dei beni ereditari corrispondente alla legittima, è necessario (…) il positivo esito dell'azione di riduzione rispetto alle disposizioni testamentarie. Infatti, pacificamente, sino alla positiva conclusione dell'azione di riduzione, le disposizioni testamentarie che attribuiscono la proprietà dei beni agli eredi restano inalterate e rimangono valide e operanti anche se potenzialmente lesive della legittima (…).
5.3. Emerge, allora, lo stretto nesso tra tipologia di atto dispositivo sottoponibile a revocatoria e idoneità dell'azione revocatoria a realizzare la funzione ad essa assegnata dall'ordinamento, di consentire al creditore, attraverso la mera inefficacia dell'atto dispositivo nei propri confronti, la soddisfazione del proprio credito con l'aggressione esecutiva.
L'inidoneità del primo ad essere sottoposto a revocatoria trova conferma nell'impossibilità che l'azione accolta raggiunga il suo scopo.

Ed, invero, nella specie, l'accoglimento della domanda di revocatoria, con la dichiarazione di inefficacia dell'atto composito di adesione al legato/rinunzia azione di riduzione, non consentirebbe al creditore di aggredire la quota di proprietà dei beni ereditari, perché questi resterebbero nella titolarità degli eredi sino al positivo esperimento dell'azione di riduzione.
(…) Invece, per te ragioni suddette, l'atto di disposizione che, come nella specie, si sostanzi nella rinunzia ad una facoltà, per effetto della quale non resta, comunque, modificato, nè attivamente nè passivamente il compendio patrimoniale quo ante del debitore, non può essere oggetto di azione revocatoria, come è confermato dalla inidoneità dell'azione revocatoria a raggiungere lo scopo normativamente previsto, del soddisfacimento del credito mediante l'aggressione dei patrimonio del debitore, nell'ipotesi di accoglimento dell'azione.

5.5. Il ricorso va rigettato in applicazione del seguente principio di diritto: "Non è ammissibile l'azione revocatoria ex art. 2901 c.c. - la cui funzione è di conservazione della garanzia del patrimonio del debitore, attraverso l'inefficacia dell'atto di disposizione rispetto al creditore, e la conseguente possibilità di questi di soddisfarsi sul patrimonio del debitore - rispetto ad atti che si sostanziano nella rinunzia ad una facoltà, per effetto della quale non resta modificato, nè attivamente nè passivamente, il compendio patrimoniale quo ante del debitore, e che, pertanto, anche se dichiarati inefficaci nei confronti del creditore, in esito all'accoglimento dell'azione revocatoria, non consentirebbero il soddisfacimento del creditore e, quindi, il conseguimento dello scopo cui è preordinata l'azione revocatoria, secondo la ratio assegnatale dal legislatore.” (Cass. Civ., Sez. III, 19/2/2013 n. 4005).

In definitiva, nella fattispecie concreta al nostro esame, la revocatoria non è ammissibile perché qualora il Giudice accogliesse le domande dell’attore e disponesse, così, l’inefficacia dell’atto di rinuncia della debitrice nei confronti del creditore/ex marito, quest’ultimo non potrebbe ancora soddisfarsi direttamente sul patrimonio della prima ma dovrebbe comunque attendere l’esito di un’eventuale azione giudiziale della signora che le consenta di reintegrare la legittima lesa. Per effetto, cioè, della pronuncia del giudice investito della revocatoria, il patrimonio della moglie/debitrice non verrebbe direttamente ed automaticamente ripristinato con reintegrazione della quota di legittima, ma la stessa dovrebbe esperire vittoriosamente un’azione di riduzione.

LUIGI . M. chiede
venerdì 26/02/2016 - Emilia-Romagna
“Sono stato socio dal 30 09 2011 al 31 05 2012 in una srl che si occupava di costruzioni edili. Ero entrato al 50% ma solo come socio di capitale; l'amministratore unico della ditta era rimasto lo stesso.
Nei primi mesi del 2012 versavo alla ditta alcuni fin-socio; alla fine di maggio per dissapori nati con la controparte uscivo dalla societa' e con l'ex socio concordavo per la restituzione dei soldi sopra richiamati.
La ditta vantava parecchi crediti per lavori in corso e conseguentemente, anche a fronte dell'accordo sopra citato, provvedevo a notificare in data 29 08 2012, tramite pubblico Ufficiale, una cessione di credito al costruttore appaltatore (debitore vs. la mia ex ditta); ovviamente con il benestare scritto dell'amm.re unico. Un po' di tempo dopo ricevevo indietro il mio denaro.

In data 23 07 2014 la ditta veniva dichiarata fallita.

Alcuni giorni fa ricevevo una comunicazione dal Curatore fallimentare nella quale, in forza del fatto che il sottoscritto fosse "presumibilmente" a conoscenza dello stato di insolvenza della ditta al momento della predetta cessione, che sarebbero stati presenti debiti scaduti e di tutto quanto previsto dell'art 66 L.F., mi intimava la restituzione dei fin soci, oggetto della presente.

Dall'analisi del bilancio al 31 12 2011, analisi fatta da me fare ad un Commercialista che si occupa di Fallimentare, nulla poteva far presagire ad un default della ditta; successivamente alla mia uscita l'amm.re non ha piu' depositato nessun bilancio e dalle notizie avute dal Curatore stesso, parrebbe che tutta la contabilita' sia sparita (e anche i soldi).
Vorrei un Vs. parere in merito; ho gia' sentito un paio di Avvocati i cui pareri pero' sono discordanti.
A disposizione porgo distinti saluti”
Consulenza legale i 04/03/2016
Con il presente quesito viene richiesto, in sostanza, se determinati atti di disposizione posti in essere dalla società possano essere dichiarati inefficaci, in seguito ad azione revocatoria ordinaria proposta dal curatore fallimentare della medesima società.
Al fine di rispondere a tale quesito, occorre pertanto verificare quali siano i presupposti in presenza dei quali è possibile la proposizione dell'azione revocatoria ordinaria ai sensi dell'art. 66 del Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267 (la cd. Legge Fallimentare).
L'azione revocatoria di cui all'art. 66 della Legge Fallimentare richiede gli stessi presupposti dell'azione revocatoria ordinaria di cui all'art. 2901 del c.c., infatti:
"1. Il curatore può domandare che siano dichiarati inefficaci gli atti compiuti dal debitore in pregiudizio dei creditori, secondo le norme del codice civile".
2. L'azione si propone dinanzi al tribunale fallimentare, sia in confronto del contraente immediato, sia in confronto dei suoi aventi causa nei casi in cui sia proponibile contro costoro".
Pertanto, alla luce del dettato normativo ora richiamato, per la proposizione dell'azione revocatoria di cui all'art. 66 della Legge Fallimentare, devono sussistere i presupposti di cui all'art. 2901 del c.c., comma 1; in particolare:
"1. Il creditore, anche se il credito è soggetto a condizione o a termine, può domandare che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio coi quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni, quando concorrono le seguenti condizioni:
1) che il debitore conoscesse il pregiudizio che l'atto arrecava alle ragioni del creditore o, trattandosi di atto anteriore al sorgere del credito, l'atto fosse dolosamente preordinato al fine di pregiudicarne il soddisfacimento;
2) che, inoltre, trattandosi di atto a titolo oneroso, il terzo fosse consapevole del pregiudizio e, nel caso di atto anteriore al sorgere del credito, fosse partecipe della dolosa preordinazione".
In sostanza, "l'art.66 l.fall. ripropone, in ambito fallimentare, la revocatoria ordinaria codicistica. L'unica differenza fra la revocatoria L. Fall., ex art. 66 e la revocatoria ex art. 2901 cod. civ. è l'ambito di efficacia: la prima, esercitata dal curatore, giova a tutti i creditori, la seconda giova soltanto al creditore che ha esercitato l'azione. Ma le caratteristiche dell'azione sono le medesime, trattandosi dello stesso istituto trasposto in un diverso settore dell'ordinamento" (cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 7 maggio 2015, n. 9170).
La Suprema Corte, nella sentenza ora richiamata (e nello stesso senso cfr. Cass. Civ. Sez. III, 13 dicembre 2011 n. 26723), ha precisato che, in tema di revocatoria di cui all'art. 66 della Legge Fallimentare:
a) per il curatore è "necessario unicamente provare la conoscenza, da parte del terzo, del pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore, ovverosia la menomazione della garanzia generica di cui all'art. 2740 cod. civ.";
b) "non è necessaria una totale compromissione del patrimonio del debitore, ma è sufficiente che la soddisfazione dei crediti sia resa più incerta o difficile, come nel caso di modifica qualitativa e non quantitativa del patrimonio del debitore che metta a rischio la fruttuosità dell'azione esecutiva".
In sostanza, alla luce del dettato delle due norme richiamate e dalla lettura della Giurisprudenza citata, sembra che, nel caso della proposizione dell'azione revocatoria di cui all'art. 66 della Legge Fallimentare, il curatore debba provare che il terzo fosse a conoscenza del pregiudizio arrecato ai creditori.
Il curatore, nella comunicazione effettuata al socio, precisa che quest'ultimo era "presumibilmente" a conoscenza dello stato di insolvenza della ditta al momento della predetta cessione". E' probabile che "ci abbia provato", che sia partito sicuro per tastare il terreno. Fosse stato certo della malafede del terzo c'è da supporre che avrebbe utilizzato un'espressione più marcata. Suppone, poiché, nella maggioranza dei casi, il terzo effettivamente non è all'oscuro di recare pregiudizio, e quindi a supporre assai spesso ci si azzecca.
Al di là di queste considerazione meta giuridiche, resta il fatto che per poter ottenere la dichiarazione di inefficacia della cessione del credito, il curatore deve fornire la prova che il terzo (ex socio) conosceva il pregiudizio che avrebbe arrecato ai creditori. Da quanto riassunto nel quesito sottoposto alla nostra attenzione, sembrerebbe che tale prova non sia stata fornita e, pertanto, tale aspetto sembrerebbe contestabile, al fine di confermare l'efficacia della cessione del credito.

Roberto Z. chiede
giovedì 17/12/2015 - Marche
“Un soggetto è debitore del fisco,e andrà a ereditare immobile della madre assieme alla sorella. Premetto che già è stata studiata la soluzione della rinuncia alla eredità e vendita con utilizzo dell'art. 2652 cc avverso l'utilizzo dell'art. 524 cc.
La domanda è:
Se invece della rinuncia, il bene venisse normalmente ereditato da entrambi i figli e subito venduto a terzi,
1. potrebbe ipotizzarsi quale sottrazione di beni al fisco ex L. 122/2010?
2. se i terzi sono normali acquirenti reperiti da agenzia, quale probabilità di revocatoria?
3.Tra la rinuncia e la normale successione, quale soluzione sarebbe preferibile sia per precisione e sia per semplicità?”
Consulenza legale i 24/12/2015
1. Il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte è previsto dall'art. 11 d.lgs. 74/2000 secondo il cui comma 1: "E' punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. Se l'ammontare delle imposte, sanzioni ed interessi e' superiore ad euro duecentomila si applica la reclusione da un anno a sei anni".

Il reato può essere commesso da chiunque rivesta la qualifica di contribuente, fermo restando che la disposizione si riferisce solo alle imposte ivi indicate. La condotta incriminata è quella di chi "aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su alcuni beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva". Le due ipotesi previste si distinguono perché con la simulazione non si vuole la produzione degli effetti propri dell'atto, mentre in caso di atti fraudolenti tale produzione è voluta ma per scopo illecito. Pertanto, se la condotta prospettata è di vendita produttiva di effetti, si può escludere che si ricada nella simulazione, potendo integrarsi quella di compimento di atto fraudolento.

In relazione a quest'ultimo, si precisa che, secondo la cassazione, è fraudolento anche l'atto che, di per sé, realizza un'operazione lecita, come quello di costituzione di un fondo patrimoniale, se si prova che è idoneo a ostacolare la possibilità di soddisfacimento tributario (Cass. 40561/2012; Cass. 36378/2015). Inoltre la Suprema Corte ha chiarito che "la condotta penalmente rilevante può essere costituita da qualsiasi atto o fatto fraudolento intenzionalmente volto a ridurre la capacità patrimoniale del contribuente stesso, riduzione da ritenersi, con un giudizio ex ante, idonea sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, a vanificare in tutto od in parte, o comunque rendere più difficile una eventuale procedura esecutiva" (Cass. 40561/2012).

Quanto ad una eventuale alienazione, si precisa che, il riferimento ad "altri atti" rispetto ad un'alienazione simulata potrebbe indurre a ritenere che integri il reato solo l'alienazione che sia simulata e che ogni alienazione non simulata non rientri nella fattispecie. Tuttavia la locuzione "altri atti fraudolenti" è ampia, quindi sembra più in linea con la formulazione della norma includervi ogni atto - anche la vendita non simulata - fraudolento.
Premesso ciò, tale condotta appare idonea ad integrare il reato, in quanto capace di rendere più difficile per l'Erario la possibilità di soddisfare la propria pretesa. Infatti, da un lato la cassazione ha precisato che la necessità per questo di dover agire in revocatoria invece di poter soddisfarsi direttamente sui beni del soggetto comporta un netto aggravarsi della sua posizione creditoria (Cass. 40534/2015, relativa alla costituzione di un trust). In ogni caso, è certo che il denaro (quale prezzo della vendita) è un bene più facilmente dissipabile rispetto ad un immobile, per cui la vendita di questo sarebbe idonea a rendere più difficile la procedura esecutiva, ciò che, come visto, viene ritenuto sufficiente a integrare il reato. In tal senso, è significativo che la giurisprudenza abbia ritenuto rilevante anche la divisione di una somma ingente in numerosi assegni, non tracciabili, quindi non controllabili (v. Cass. 25677/2012).

Sul piano soggettivo è necessario il dolo (c.d. dolo di evasione), quale fine di sottrarsi alla pretesa tributaria dell'erario. Tale elemento sembra presente nella descrizione del richiedente. Peraltro, secondo la giurisprudenza, il dolo deve avere ad oggetto anche l'elemento della soglia della punibilità, indicato in € 50.000,00: l'autore del reato, cioè, deve anche essere consapevole che l'azione è finalizzata a sottrarre beni alla riscossione delle imposte che superino la soglia di legge; e ciò anche a titolo di dolo eventuale (cioè come accettazione del rischio che accada).

Quanto alla consumazione del reato, trattasi di reato di pericolo: quindi non è necessario che sia già iniziata la procedura di riscossione (Cass. 14720/2008). Inoltre, esso si configura anche se la pretesa sia poi soddisfatta da dal contribuente (Cass. 40561/2012).

In conclusione, si ritiene che, per quanto esaminato, la condotta descritta sia idonea ad integrare il reato in esame.

2. L'azione revocatoria (art. 2901 del c.c.) può essere esperita dal creditore, in sintesi, quando il debitore compia atti dispositivi del patrimonio idonei a rendere incerta o difficile la soddisfazione del credito. Presupposti per esperirla sono:
a) il compimento di un atto di disposizione con cui il debitore alteri la propria situazione patrimoniale;
b) un conseguente danno del creditore, consistente nel fatto che non potrà più soddisfarsi o potrà farlo solo con più difficoltà (eventus damni);
c) la consapevolezza, nel debitore, che l'atto determina il pregiudizio del creditore, c.d. scientia fraudis (non è necessaria anche la volontà di nuocere); ovvero, se l'atto è anteriore al sorgere del credito, il fatto che esso sia finalizzato a questo scopo.
L'art. 2901 co. 1 n. 2 c.c., specifica che se l'atto è a titolo oneroso è necessario che anche il terzo sia consapevole del pregiudizio e, se l'atto è anteriore al credito, che abbia partecipato alla preordinazione dolosa (cioè a realizzarlo allo scopo di pregiudicare il creditore). Il legislatore, quindi, sancisce che se l'atto è a titolo gratuito, le ragioni del terzo acquirente cedono di fronte a quelle del creditore che agisce in revocatoria. Invece, se è a titolo oneroso, tanto quest'ultimo che il terzo vogliono evitare di subire un danno per cui il terzo è "penalizzato" solo se partecipe della volontà di frodare.

Premesso ciò, si aggiunge che la giurisprudenza ritiene che la consapevolezza del terzo a pregiudicare il creditore possa essere provata da questi (su cui incombe l'onere) anche con presunzioni semplici di solito fondate sulla qualità delle parti e sulla tempistica del creditore (Cass. 25106/2008); la si può presumere, ad esempio, da una parentela tra debitore e terzo se essa rende inverosimile che quest'ultimo ignorasse il debito (Cass. 5359/2009).

Pertanto, il fatto che i terzi siano reperiti da agenzia può rilevare in quanto non consenta di provare che fossero consapevoli del pregiudizio arrecato con l'atto al creditore.

3. Infine, l'accettazione dell'eredità può essere formalmente più "semplice" della rinuncia, perché quest'ultima, a differenza della prima, esige sempre una dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione (art. 519 del c.c.). Inoltre, come già dedotto dal richiedente, una eventuale rinuncia sarebbe soggetta alla possibilità di impugnazione dei creditori ex art. 524 del c.c..

Marco D. M. chiede
martedì 03/02/2015 - Lazio
“Nel 2009 ho effettuato un preliminare con una persona che è risultata inadempiente e mi deve risarcire 500000 euro. Questa persona risulta intestataria di un solo immobile su cui però esiste un mutuo bancario di 400.000 ancora da saldare e poi è amministratore unico di una società s.r.l. Capitale 10.000€ (Le cui quote sono state donate ai 2 soci- i figli- nel 2011), società a cui sono stati intestati circa 7 appartamenti dal valore di 2 milioni di euro. La domanda è la seguente: posso attaccare le proprietà che lui ha appositamente intestato alla società per poter sottrarle a terzi e compiere illeciti come persona fisica?”
Consulenza legale i 03/02/2015
Il codice civile individua alcuni rimedi a favore del creditore che veda assottigliarsi la garanzia patrimoniale del debitore a causa di atti di tipo fraudolento da questi posti in essere.
In particolare, per il caso in cui il debitore alieni beni propri per dissimulare uno stato di insolvibilità, l'ordinamento appronta il rimedio dell'azione revocatoria disciplinata dagli artt. 2901 ss. c.c..
Effetto della revocatoria, detta anche pauliana, è la dichiarazione di inefficacia dell'atto di alienazione, che avvantaggia solo il creditore che ha esperito l'azione: egli potrà quindi procedere ad esecuzione forzata sul bene oggetto dell'alienazione revocata.
I presupposti dell'azione sono:
1. che sussista un diritto di credito verso il debitore: il creditore deve dimostrare di avere un credito, anche se non è richiesto che possieda già un titolo esecutivo (es. un decreto ingiuntivo, una sentenza a suo favore). Non si richiede nemmeno che il credito sia liquido, né che sia esigibile. Sarà il giudice adito ad operare una valutazione sull'esistenza del credito, anche se non è stata proposta una specifica domanda a tal proposito;
2. che l'atto revocando possa provocare un pregiudizio alle ragioni del creditore (eventus damni): il danno o il pericolo di danno può concernere sia l'entità della garanzia patrimoniale, sia la qualità dei beni che formano oggetto della medesima;
3. che il debitore abbia alienato i beni con l'intenzione di pregiudicare il creditore (consilium fraudis): il debitore deve avere almeno la consapevolezza del carattere pregiudizievole del proprio comportamento, non essendo necessario un vera e propria specifica conoscenza del danno provocato.

Nel caso di specie, trattandosi di alienazione (supponiamo) a titolo oneroso, la norma richiede che il terzo fosse consapevole del pregiudizio: tale presupposto ci sembra soddisfatto, atteso che il trasferimento è stato operato nei confronti della sua stessa società.

Anche in presenza di tutti i presupposti dell'azione per revocare l'atto compiuto in frode, ai sensi dell'art. 2903 del c.c., essa si prescrive con il decorso di cinque anni dal compimento dell'atto stesso. A garanzia della certezza dei rapporti giuridici, è del tutto irrilevante la conoscenza o meno da parte del creditore della data in cui l'atto è stato compiuto: trascorsi 5 anni dall'atto, l'azione revocatoria è preclusa.

Se il termine per l'esperimento dell'azione revocatoria fosse già spirato, si potrebbe valutare la fattibilità di un'azione volta all'accertamento della simulazione delle alienazioni: il creditore del simulato alienante può far valere la simulazione che lo pregiudica (in questo caso, l'alienazione di un bene che riduce il patrimonio del debitore) utilizzando come prova anche la testimonianza (artt. 1416-1417 c.c.). La simulazione assoluta (in cui le parti non volevano concludere il negozio - come la simulazione dell'alienazione di un immobile di cui si continua ad avere la disponibilità piena) è imprescrittibile; la simulazione relativa (volta a nascondere un negozio che si vuole "dietro" ad uno che non si vuole), quando è diretta a far emergere l'effettivo reale mutamento della realtà voluto dalle parti con la stipulazione del negozio simulato, si prescrive nel termine ordinario decennale.

Moreno chiede
mercoledì 27/07/2011 - Toscana
“qualora l'agenzia delle entrate intendesse revocare la vendita gia' posta in essere da parte del debitore deve informare l'acquirente di cio?”
Consulenza legale i 14/08/2011

Nel giudizio in cui è stata proposta un'azione revocatoria il debitore alienante è litisconsorte necessario del convenuto terzo acquirente, perchè l'accoglimento della domanda determina, per effetto del conseguente assoggettamento del terzo alle azioni esecutive sul bene oggetto dell'atto impugnato, l'acquisto da parte di costui di ragioni di credito verso l'alienante (art. 2902 del c.c. socondo comma).


Fabiana chiede
mercoledì 23/03/2011 - Abruzzo
“Avrei bisogno di un chiarimento: se acquisto un immobile da una persona con diversi debiti, quanto tempo deve trascorrere dall'atto di compravendita prima di essere sicuri che non possa essere più chiesta una revocatoria ordinaria da parte dei suoi creditori?
Grazie.”
Consulenza legale i 15/04/2011

L'azione per revocare l’atto compiuto in frode si prescrive ex art. art. 2903 del c.c., con il decorso di 5 anni dalla data del compimento dell’atto a titolo oneroso.

Si ricorda che l'azione revocatoria ha la funzione di conservazione dell'integrità del patrimonio del debitore, quale garanzia generica delle ragioni creditizie e può essere proposta non solo a tutela di un credito certo, liquido ed esigibile, ma anche a tutela di una legittima aspettativa di credito.

Una prima condizione per l'esercizio dell'azione è, oltre al consilium fraudis del debitore, la participatio fraudis del terzo acquirente, cioè la conoscenza da parte di questi della dolosa preordinazione dell'alienazione ad opera del disponente rispetto al credito futuro.

La prova di entrambi questi elementi psicologici, necessari ai fini dell'accoglimento dell'azione revocatoria ordinaria nel caso in cui l'atto dispositivo sia oneroso e successivo al sorgere del credito, può essere ricavata con ogni mezzo, anche con presunzioni semplici, ivi compresa la sussistenza di un vincolo parentale tra il debitore ed il terzo, quando tale vincolo renda estremamente inverosimile che il terzo non fosse a conoscenza della situazione debitoria gravante sul disponente o l’esiguità del corrispettivo stabilito rispetto ai valori di mercato.
Altro presupposto dell'azione revocatoria è costituito dal pregiudizio alle ragioni del creditore, che si riferisce anche al pericolo di danno (eventus damni).


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