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Articolo 555 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Riduzione delle donazioni

Dispositivo dell'art. 555 Codice civile

Le donazioni (1) [769 ss., 809 c.c.], il cui valore eccede la quota della quale il defunto poteva disporre, sono soggette a riduzione [559 c.c.] fino alla quota medesima (2).

Le donazioni non si riducono se non dopo esaurito il valore dei beni di cui è stato disposto per testamento (3) [554 c.c.].

Note

(1) Vi rientrano anche le donazioni di modico valore e le donazioni indirette (v. art. 809 del c.c.).
(2) La riduzione avviene secondo le modalità indicate dall'art. 559 del c.c.: si inizia dalla donazione più recente fino a risalire a quelle anteriori.
Se le donazioni sono contemporanee, queste devono essere ridotte in proporzione, salvo che il donante abbia stabilito un ordine di preferenza.
(3) Ove il de cuius abbia dissimulato una donazione attraverso un contratto oneroso, il legittimario deve esperire prima l'azione di simulazione, poi quella di riduzione. Quanto alla prima, essendo egli terzo, può provare la simulazione anche per testimoni (v. art. 1417 del c.c.).

Ratio Legis

Le donazioni vengono ridotte per ultime, ossia dopo le quote degli eredi legittimi e le disposizioni testamentarie, in quanto si presume il de cuius così avrebbe voluto se fosse stato a conoscenza della necessità di ridurre le quote spettanti agli eredi legittimi e testamentari e le donazioni fatte in vita.

Brocardi

Actio ad integrandam legitimam

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 555 Codice civile

Cass. civ. n. 22097/2015

Il legittimario può esercitare l'azione di riduzione verso il coerede donatario anche in sede di divisione ereditaria, atteso che gli effetti della divisione - nonostante il meccanismo della collazione - non assorbono gli effetti della riduzione, quest'ultima obbligando alla restituzione in natura dell'immobile donato, mentre l'altra ne consente l'imputazione di valore.

Cass. civ. n. 6925/2015

In materia di donazione modale, l'imposizione di un onere in capo al donante - sebbene non presenti natura di corrispettivo, trasformando il titolo dell'attribuzione da gratuito in oneroso - comporta una diminuzione di valore della donazione stessa, incidendo sull'ammontare del trasferimento patrimoniale, della quale è necessario tenere conto ai fini della riunione fittizia conseguente alla riduzione della donazione ex art. 555 cod. civ.

Cass. civ. n. 26858/2013

Nel giudizio di riduzione in materia ereditaria, la deduzione, da parte del convenuto, della necessità di imputare alla legittima le donazioni ricevute in vita dall'attore, costituisce eccezione in senso lato e, come tale, il suo rilievo non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione di parte, ma è ammissibile anche d'ufficio ed in grado di appello, purché i fatti risultino documentati "ex actis".

Cass. civ. n. 20387/2008

La donazione remuneratoria, che è un atto di liberalità caratterizzato dagli scopi di riconoscenza e di apprezzamento dei meriti individuati dall'art. 770 cod. civ., in quanto donazione vera e propria, è assoggettata alla disciplina della reintegrazione di quanto spetta ai legittimari e, di conseguenza, all'azione di riduzione.

Cass. civ. n. 6345/1981

La costituzione di dote mediante attribuzione liberale da parte di un terzo — mentre nei rapporti fra gli sposi è un negozio sempre oneroso, costituendo la destinazione dei beni totali alla soddisfazione dei pesi del matrimonio specifica obbligazione del marito, che permane ed influenza tutta la regolamentazione riguardante direttamente gli sposi stessi — nei rapporti tra dotante e dotata ha natura di donazione obnuziale suscettibile come tale di riduzione ex artt. 553 e seguenti c.c., in quanto, in assenza di una qualsiasi obbligazione civile al riguardo, essa deve ritenersi sorretta dall'animus donandi, funzionando il matrimonio ed il fine di sovvenire ai relativi pesi solo da occasione o da motivo, ancorché essenziale.

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Consulenze legali
relative all'articolo 555 Codice civile

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Carlo N. chiede
martedì 27/11/2018 - Abruzzo
“CASO
Tizio in data 4.4. 2014 istituisce un trust conferendo n. 15 immobili del valore di 200.
Trustee è la figlia che diviene intestataria dei beni (con separazione dal suo patrimonio); guardiano è la moglie; alla scadenza del trust (2050) i beneficiari finali sono i figli al 50%. I beni conferiti nel trust sono gravati da debiti (ipoteca) per 50.
Nel 2016 la moglie fallisce.
Tizio nel febbraio 2017 muore e lascia la figlia, il figlio e la moglie.
Con testamento olografo del 20.4.2014, pubblicato in data 10.4.2017, lascia un immobile del valore di 100 ai due figli e riserva il diritto di abitazione e uso alla moglie. Vi sono debiti per 80.
La figlia rinuncia all’eredità; l’altro figlio la accetta con beneficio di inventario.
Vi è lesione di legittima della moglie per 1/4, che diviene legataria del solo diritto di abitazione e uso che, in ogni caso le sarebbe spettato ex art 540 cpc..
Il Curatore fallimentare vuole agire con azione di riduzione.
Il Curatore scopre che nel 2016 un creditore di Tizio ha promosso azione revocatoria per far dichiarare inefficacia relativa del tust. Il creditore cita in giudizio Tizio (che nelle more muore), la moglie (guardiano) e la figlia (trustee).
L’atto di citazione viene notificato alla moglie dopo il suo fallimento (il creditore ne è formalmente a conoscenza).
La causa si svolge in contumacia dei convenuti e si conclude con sentenza (non passata in giudicato) che accoglie la revocatoria.
Determinazione della quota lesa ex art. 556 cc:
100 (relictum) – 80 (debiti) = 20
20 + 200 (donatum) = 220
220 : 4 (1/4 è la quota della moglie) = 55, oltre diritto di abitazione sulla casa familiare e uso degli arredi.
Quesiti:
1- Come si calcola il valore dei beni immobili ? Con una perizia estimativa ?
2 - Siccome il relictum, al netto dei debiti, vale 20, si opererà la riduzione di 35 sulla “donazione” in vita ?
3 – donatum:
- i beni sono in trust; va quindi contestualmente impugnato per nullità alle norme imperative ?
- dal valore dei beni del donatum vanno detratti i debiti ?
4 - Nella determinazione della quota lesa va aggiunto il valore del diritto di abitazione ?”
Consulenza legale i 05/12/2018
Partendo dalla prima domanda, la risposta è sì: nel caso di “riduzione” delle disposizioni testamentarie per lesione di legittima, solitamente in corso di causa viene nominato uno stimatore dal Giudice.

Sul procedimento di riduzione, va specificato che agire in “riduzione” altro non è che far valere il diritto di rendere inefficaci nei confronti dell’attore le disposizioni testamentarie lesive della sua quota.
Se si tratta, quindi, di donazione di immobile – ad esempio – la riduzione si farà (art. 560 c.c.) “separando dall’immobile medesimo la parte occorrente per integrare la quota riservata, se ciò può avvenire comodamente”. Ciò in base al principio per cui si ha diritto ai beni in natura. Se invece ciò non sia possibile, è la legge che stabilisce le modalità con le quali procedere (ad esempio quando il donatario possa trattenere il bene per l’intero, compensando i legittimari in denaro oppure al contrario quando lasciare l’immobile per intero all’eredità: si veda in proposito lo stesso art. 560 c.c. già citato).

Tornando al quesito (e facendo l’importante premessa che il calcolo delle quote è questione complessa che normalmente si deferisce ad un notaio o comunque ad un esperto stimatore: pertanto si rende il parere considerando il conto effettuato nel quesito come corretto), ipotizzando che gli immobili conferiti in trust siano considerabili quali beni “donati”, è evidente che la riduzione si farà tenendo conto che il testatore ha disposto per un valore eccedente rispetto a 20: se la parte legittimaria lesa (cioè la moglie o meglio, ora, il Fallimento) ha diritto ad avere 55, dovrà chiedere – se possibile – che le vengano attribuiti parzialmente gli immobili che il marito ha donato ai figli oppure – a seconda delle varie ipotesi di legge già accennate – dovrà chiedere una compensazione in denaro fino a soddisfare l’intero valore di 55 della quota che le spetta.
La valutazione degli immobili in questione (e con ciò si risponde alla seconda domanda), nonostante il tema sia dibattuto e non tutti gli studiosi concordino sulla soluzione adottata dai giudici, dovrà essere condotta sulla base del valore che il bene donato aveva al tempo dell’apertura della successione e non al tempo della donazione effettuata in vita dal testatore.

Ancora, sull’ipotizzata nullità del trust.
Il trust, di per sé, può essere assimilabile a diverse figure giuridiche e, a seconda del suo contenuto e delle modalità con cui viene istituito, può rientrare nell’una o nell’altra categoria giuridica.
Per come è strutturato nella fattispecie che ci occupa, ad avviso di chi scrive, e tenendo conto di quanto statuiscono sul punto sia la giurisprudenza fiscale che civile, il trust è assimilabile in effetti ad una donazione.
Nel caso di specie è indubitabile che esso sia stato costituito a beneficio e nell’interesse dei figli del disponente. Come tale, ad avviso di chi scrive, dovrà essere aggiunto al “relictum” (quanto, cioè, lasciato dal testatore) dopo – beninteso – che siano già stati sottratti da quest’ultimo i debiti. In buona sostanza, dal patrimonio lasciato in eredità andranno tolti prima tutti i debiti (sia quelli che gravano sui beni in trust che gli altri); poi andrà aggiunto al risultato quanto donato, ovvero i beni conferiti nel trust.
Il trust, però, attenzione, anche se ha avuto come effetto la lesione della quota di legittima di uno degli eredi, non sarà nullo di per sé (per contrarietà a norme imperative o altro), ma più semplicemente sarà soggetto a riduzione e quindi, in concreto, potrà essere colpito da inefficacia relativa, ovvero non avrà effetto ma solo nei confronti di chi ha agito in riduzione per tutelare il proprio diritto.

Sull’ultima questione, relativa al diritto di abitazione, la risposta è negativa.
Si ritiene, infatti, che il diritto di abitazione di cui all’art. 540 c.c. costituisca un “prelegato” (art. 661 c.c.), ovvero una sorta di prelievo anticipato sull’eredità che il coniuge ha diritto di ottenere prima della divisione con gli altri coeredi.
La legge, attenzione, specifica che il prelegato va a beneficio del legatario per l’intero, ovvero si configura come un incremento quantitativo di quanto spetta al legatario (in questo caso, la moglie/il Fallimento), perché andrà ad aggiungersi alla (e non ad essere ricompreso nella) quota di legittima calcolata sull’intero asse ereditario.

Si ritiene opportuno aggiungere, da ultimo, qualcosa in ordine alla revocatoria del trust, dal momento che il quesito origina da un procedimento di questo tipo.
Purtroppo, per giurisprudenza consolidata, è più agevole ottenere la revoca di un trust istituito a titolo gratuito, perché in quest’ultimo caso (a differenza del caso di trust istituito a titolo oneroso) è del tutto irrilevante l’atteggiamento psicologico del terzo.
Precisiamo.
Per la revocatoria, com’è noto, i presupposti essenziali sono due:
  • l’intento fraudolento del debitore (l’atto dispositivo è stato fatto proprio con l’intento di sottrarre ai creditori la garanzia del credito);
  • la consapevolezza, da parte del terzo che ha partecipato all’atto, che quest’ultimo ha recato pregiudizio ai creditori dell’altra parte.
Ora, nel trust si considera terzo ai sensi della disciplina della revocatoria il beneficiario.
Ebbene, se il trust è a titolo oneroso, diventa ovviamente rilevante stabilire l’atteggiamento psicologico del terzo. Nel caso invece di trust gratuito, è del tutto irrilevante la compartecipazione fraudolenta del terzo, mentre è sufficiente che l’atto istitutivo del trust abbia recato pregiudizio alle ragioni dei creditori e che il disponente lo sapesse.
Nel caso di specie, parrebbe sia andata proprio così.

Peraltro, diviene abbastanza irrilevante anche il coinvolgimento in giudizio di un soggetto (formalmente la moglie come “guardiano” e non il successivo Fallimento) che non “esiste più”, dal momento che litisconsorte (ovvero parte del giudizio) necessario (ovvero obbligatorio) dell’azione in questione è solo il trustee (figlia), e nessun altro (eventualmente, se il trust fosse stato a titolo oneroso, anche il beneficiario, ma non certo il guardiano).


Gianni B. chiede
martedì 01/05/2018 - Lombardia
“mia nonna,deceduta il 31-12-2016 mi diede in prestito nel 2003 la somma di 130.000€ con obbligo di interessi al 6%annuo e di restituzione il 31-08-2006.Io ho restituito la somma alla data prevista ma ora(2018) gli eredi (con accettazione semplice di eredità), richiedono la restituzione sostenendo,senza alcuna prova,che la nonna avrebbe omesso di esercitare il diritto di credito facendo cadere i termini di prescrizione al fine di procurarmi un arricchimento patrimoniale per puro spirito di liberalità.,configurandosi così una donazione indiretta.Chiedo se ne possono vantare il diritto non avendo io conservato i documenti essendo trascorsi più di dieci anni dalla restituzione.”
Consulenza legale i 06/05/2018
In primo luogo, occorre valutare se l’operazione economica di prestito compiuta da Sua nonna possa essere qualificata o meno come donazione indiretta.
Per donazione indiretta si intende un atto diverso dalla donazione ma che produce i medesimi effetti e cioè l’arricchimento del patrimonio del donatario senza che sia stato versato un corrispettivo al donante.
La donazione indiretta non ha necessariamente la forma dell’atto pubblico, come la donazione vera e propria.
Laddove una donazione (anche indiretta, in quanto l’art. 809 c.c. stabilisce espressamente che anche alle liberalità che risultano da atti diversi da quelli previsti dall'articolo 769 c.c. si applicano le stesse norme che regolano la revocazione delle donazioni ) leda la quota di legittima riservata per legge agli eredi, questi ultimi possono esperire l’azione di riduzione (art. 555 c.c.) entro il termine di dieci anni.
Come ha infatti affermato la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n.20644/2004: “ l'azione di riduzione è soggetta alla prescrizione ordinaria di 10 anni. Il termine decorre dalla data di apertura della successione.

Ciò posto, un prestito di una somma con richiesta di interessi, sicuramente non ha le caratteristiche di un atto di liberalità indiretto potendo qualificarsi come un vero e proprio contratto di mutuo (art. 1813 c.c.).
Tuttavia, la circostanza che non vi sia alcuna prova né della restituzione dell’importo né dell’esercizio del diritto di credito da parte del mutuante, potrebbe costituire una argomentazione a favore di chi (gli eredi di Sua nonna) sostiene la tesi della donazione indiretta.

Fermo quanto precede, nel quesito non è specificato come gli eredi sappiano del prestito di 130 mila euro: Sua nonna ha lasciato documenti in proposito? Se si, occorrerebbe vedere cosa c’è scritto.
In ogni caso, l’onere della prova in ordine all’esistenza della donazione indiretta grava sugli eredi.
Una volta provata, potrebbe essere esercitata l’azione di riduzione solo se ciò avesse leso la quota di legittima.
Ciò significa che gli eredi non possono impugnare una presunta donazione a prescindere ma solo se ciò, lo si ripete, abbia leso la loro parte di eredità che viene riservata dalla legge.
Infatti, non è molto corretto parlare di “restituzione”: dapprima deve essere fatta dichiarare l'inefficacia delle donazioni che eccedono la quota di cui il de cuius poteva disporre; solo successivamente viene richiesta la restituzione.
Come sopra specificato, tale tipo di azione si prescrive in dieci anni.
Nel nostro caso, essendo Sua nonna deceduta nel 2016, l’azione di riduzione si prescrive -salvo eventuali atti interruttivi – nel 2026.

L’ulteriore aspetto da tenere in considerazione è quello relativo alla circostanza che non vi sarebbe alcun documento che provi la restituzione della somma prestata a suo tempo da Sua nonna.
Con quali modalità era stata restituita la somma?
Considerato l’ingente importo, non crediamo possa essere stata restituita in contanti. Anche perché nel quesito leggiamo una data per la restituzione (31.08.06) e quindi parrebbe che sia stata versata in un’unica soluzione e non in modo rateale.
Teniamo presente che in un ipotetico giudizio provare per testimoni la dazione di una somma di denaro non è sempre consentito ma solo laddove il giudice ritenga di ammetterlo “tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza”.

Alla luce di quanto precede, in risposta alla domanda contenuta nel quesito, riepilogando possiamo affermare che: la circostanza che sono trascorsi più di dieci anni dalla restituzione è irrilevante considerato che il termine per l’azione di riduzione, come sopra specificato, decorre dalla apertura della successione (e quindi dalla morte di Sua nonna). L’unico rischio vi sarebbe qualora gli eredi possano provare l’esistenza della donazione laddove invece Lei non possa provare la circostanza della restituzione della somma e/o della tempestiva richiesta di restituzione da parte del mutuante (Sua nonna).

sergio chiede
giovedì 30/09/2010

“Se l'erede accetta l'eredità semplicemente senza beneficio d'inventario, può richiedere la riduzione delle donazioni? "Riduzioni delle donazioni" significa che un bene ritorna nella proprietà dell'erede?”

Consulenza legale i 21/12/2010

L'azione di riduzione è il mezzo previsto dal nostro ordinamento attraverso il quale il legittimario fa valere il suo titolo. Si dirige in primo luogo contro le disposizioni testamentarie. Queste sono ridotte proporzionalmente, per quanto è necessario ricostruire la quota indisponibile.
Quando la riduzione delle disposizioni testamentarie non sia sufficiente, si agisce contro i donatari. Le donazioni si riducono cominciando dall'ultima e risalendo via via alle anteriori.
La riduzione non è in sè un'azione ricuperatoria: essa mira a far dichiarare senza effetto, totalmente o parzialmente, un lascito o una donazione. L'effetto reale è invece collegato all'azione di restituzione che il legittimario può esercitare per ottenere soddisfazione concreta dei suoi diritti.
Per chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati fatti a persone che non sono coeredi, il legittimario deve avere accettato l'eredità con beneficio d'inventario. Il requisito dell'accettazione beneficiata si spiega pensando che il legislatore abbia ritenuto che l'accettazione beneficiata possa garantire agli estranei, donatari o legatari, circa l'effettiva consistenza del patrimonio ereditario, rispetto al quale va commisurata la pretesa lesione dei legittimari.


Testi per approfondire questo articolo

  • Dei legittimari. Artt. 536-564

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    Trattare oggi dei legittimari e dei loro diritti può forse suscitare minori diffidenze rispetto a qualche tempo fa. Si potrà sempre nutrire il sospetto che il commento degli articoli 536-564 del codice civile del 1942, che erano e restano la fondamentale sedes materiae, sviscerati come sono da tanti pregevoli contributi dottrinali, oltre che applicati da una consistente mole di decisioni giurisprudenziali, non riservi elementi consistenti di novità. Certo: si... (continua)

  • I diritti dei legittimari alla luce delle recenti riforme

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    L'indagine ricostruisce, attraverso l'esame delle matrici storiche delle norme originarie del codice civile in tema di legittima, e mediante il confronto tra esse e i diversi strumenti di tutela previsti dai principali ordinamenti di civil law e di common law, le ragioni giustificative della disciplina e gli interessi da questa tutelati. Essa verifica in che misura le confliggenti esigenze della circolazione giuridica e gli interessi dei terzi giustifichino la riforma degli artt. 561 e 563... (continua)