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Articolo 519 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Dichiarazione di rinunzia

Dispositivo dell'art. 519 Codice civile

(1) La rinunzia all'eredità [467, 468, 481, 524, 527, 552, 586, 683 c.c.] deve farsi [374 n. 3 c.c.] con dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione [456 c.c.], e inserita nel registro delle successioni [52, 53, 133 disp.att.] (2) (3) (4).

La rinunzia fatta gratuitamente [461, 478 c.c.] a favore di tutti coloro ai quali si sarebbe devoluta la quota del rinunziante non ha effetto finché, a cura di alcuna delle parti, non siano osservate le forme indicate nel comma precedente [477, 478, 527, 674 c.c.] (5).

Note

(1) La rinuncia è un negozio giuridico formale, deve cioè essere compiuto con la forma prevista dalla legge a pena di nullità. Se non vengono rispettate le formalità previste dalla disposizione in commento la rinuncia è invalida: il rinunciante è da considerarsi ancora un chiamato all'eredità.
E' altresì nulla, in quanto in contrasto con il divieto di patti successori (v. art. 458 del c.c.), la rinuncia fatta prima dell'apertura della successione.
(2) Il comma è stato così modificato ai sensi dell'art. 146, D. Lgs. 19 febbraio1998, n. 51 (Norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado).
(3) L'inserimento nel registro delle successioni deve essere effettuato dal cancelliere o dal notaio che ha ricevuto la dichiarazione di rinuncia. Nel secondo caso il notaio deve, entro dieci giorni, depositare in cancelleria una copia autentica della rinuncia.
(4) La mancata iscrizione nel registro delle successioni non determina la nullità della rinuncia ma l'atto non è opponibile ai terzi.
(5) Ove il chiamato abbia rinunciato gratuitamente all'eredità, gli altri chiamati a cui l'eredità è stata devoluta possono completare l'iter formale previsto dal comma precedente affinchè la rinuncia possa considerarsi valida.
Si ricordi, tuttavia, che:
- la donazione, la vendita o la cessione, che il chiamato all'eredità faccia dei suoi diritti di successione a favore di degli altri chiamati o ad alcuni di essi o a un estraneo, importa accettazione dell'eredità (v. art. 477 del c.c.);
- la rinuncia gratuita a favore di alcuni soltanto dei chiamati importa accettazione tacita dell'eredità (v. art. 478 c.c.).

Ratio Legis

La forma solenne prescritta dalla norma consente all'erede di riflettere sul significato della stessa, l'iscrizione nel registro delle successione permette, invece, ai terzi di essere a conoscenza delle vicende dell'eredità.

Brocardi

Beneficium abstinendi
In repudianda hereditate vel legato, certus esse debet de suo iure is qui repudiat
Is potest repudiare, qui et acquirere potest
Nec emere, nec donatum adsequi, nec damnosam quisquam hereditatem adire compellitur
Nemo se cogitur adstringere hereditariis actionibus propter legatum
Non vult heres esse, qui ad alium transferre voluit hereditatem

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

253 L'art. 519 del c.c., corrispondente all'art. 61 del progetto, che disciplina la forma della rinunzia è stato integrato con un capoverso, in cui si prevede la rinunzia contrattuale gratuita a favore di tutti coloro ai quali si sarebbe devoluta la quota del rinunziante. L'ipotesi è già stata implicitamente contemplata dall'art. 478 del c.c. per escludere che tale rinunzia importi accettazione. Senonchè mi è sembrato opportuno stabilire in questa sede che essa non ha effetto, neppure nei rapporti interni, finché non si sia provveduto, a cura di una delle parti, alla pubblicità stabilita nel primo comma dell'art. 519.

Massime relative all'art. 519 Codice civile

Cass. civ. n. 4162/2015

La rinunzia all'eredità è un negozio unilaterale non recettizio, sicché non può configurarsene la simulazione, essendo impossibile l'accordo tra dichiarante e destinatario, richiesto dall'art. 1414, terzo comma, cod. civ.

Cass. civ. n. 12685/2014

Per la valida rinunzia a far valere il testamento, occorre l'accordo di tutti i coeredi, da redigere per atto scritto, a pena di nullità, se nella successione sono compresi beni immobili, poiché detto accordo, importando una modificazione quantitativa delle quote, tanto dal lato attivo, che da quello passivo, si risolve in un atto di disposizione delle stesse.

Cass. civ. n. 3346/2014

L'inserzione dell'atto di rinuncia all'eredità nel registro delle successioni costituisce una forma di pubblicità funzionale a rendere la rinuncia opponibile ai terzi e non ai fini della sua validità. Ne consegue che il creditore ereditario, che agisca in giudizio contro l'erede per il pagamento dei debiti del "de cuius", a fronte della produzione di un atto pubblico di rinunzia all'eredità, ha l'onere di provare, anche solo mediante l'acquisizione di una certificazione della cancelleria del tribunale competente, il mancato inserimento dell'atto "de quo" nel registro delle successioni.

Cass. civ. n. 4274/2013

Ai sensi dell'art. 519 c.c., la rinunzia all'eredità deve essere fatta in forma solenne, con dichiarazione resa davanti al notaio o al cancelliere, che non può essere sostituita dalla scrittura privata autenticata ed è a pena di nullità, in quanto l'indicazione dell'art. 519 c.c. rientra tra le previsioni legali di forma "ad substantiam", di cui all'art. 1350, n. 13, c.c.

Cass. civ. n. 9513/2002

La rinuncia del chiamato all'eredità alle disposizioni testamentarie non gli impedisce di chiedere l'esecuzione della successione legittima, che — venuta meno per qualsiasi ragione la successione testamentaria — diviene operante. Nella specie, convenuta la divisione dei beni devoluti per successione legittima dai chiamati all'eredità, che contestualmente dichiaravano di rinunciare ad eventuali testamenti che fossero stati scoperti, la S.C. ha confermato la decisione dei giudici di appello che dichiaravano aperta la successione legittima, avendo ritenuto valida la rinuncia compiuta, nonostante la successiva scoperta del testamento.

Cass. civ. n. 10775/1996

Il requisito di forma previsto dall'art. 519 c.c. per la rinuncia alla eredità non è applicabile per la rinuncia alla azione di riduzione del legittimario pretermesso, che acquista la qualità di legittimato alla eredità solo dalla sentenza che accoglie la domanda di riduzione.

Cass. civ. n. 7076/1995

L'onere imposto dall'art. 485 c.c. al chiamato all'eredità che si trovi nel possesso di beni ereditari di fare l'inventario entro tre mesi dal giorno dell'apertura della successione o della notizia di essa condiziona non solo la facoltà del chiamato di accettare l'eredità con beneficio di inventario ex art. 484 dello stesso codice, ma anche quella di rinunciare all'eredità, ai sensi del successivo art. 519, in maniera efficace nei confronti dei creditori del de cuius, dovendo il chiamato, allo scadere del termine stabilito per l'inventario, essere considerato erede puro e semplice.

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Consulenze legali
relative all'articolo 519 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Marzia P. chiede
giovedì 10/05/2018 - Emilia-Romagna
“Buongiorno.
Qualche giorno fa ho proceduto a rinunciare all'eredità di un mio congiunto deceduto (non possedeva beni di alcun tipo ed era gravato da debiti). La dichiarazione di rinuncia e' stata fatta in tribunale, davanti al cancelliere della volontaria giurisdizione. Fra un paio di settimane potrò andare a ritirare la copia conforme dell'atto. Nel frattempo però (sono purtroppo persona ansiosa che tende a rimuginare) mi e' sorto un dubbio. Se l'atto di rinuncia dovesse contenere errori (mi riferisco ad esempio ad errori nella trascrizione del codice fiscale, mio o del defunto, o del mio stesso nome, o del nome del defunto, o del mio indirizzo di residenza...) come sarà possibile porvi rimedio? Sarà sufficiente (nel caso in cui ad esempio io debba esibire l'atto ad una banca o all'agente di riscossione) allegare un'autocertificazione con i dati corretti? Bisognerà far ricorso ad un notaio?
Temo insomma di non avere controllato con sufficiente attenzione quanto scritto dal cancelliere e mi chiedo se, nel caso di errori, sia possibile riparare.
Grazie”
Consulenza legale i 16/05/2018
La rinuncia all'eredità è disciplinata dagli artt. 519 ss. c.c.
Secondo il codice, la stessa va fatta con dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, e viene inserita nel registro delle successioni (art. 52 disp. att. del c.c.) a cura del cancelliere.
A differenza dell’accettazione, dunque, la rinuncia all’eredità non può essere tacita.
Le forme di cui sopra infatti sono stabilite a pena di nullità, come ha ribadito anche recentemente la Cassazione (“ai sensi dell'art. 519 c.c., la rinunzia all'eredità deve essere fatta in forma solenne, con dichiarazione resa davanti al notaio o al cancelliere, che non può essere sostituita dalla scrittura privata autenticata ed è a pena di nullità, in quanto l'indicazione dell'art. 519 c.c. rientra tra le previsioni legali di forma "ad substantiam", di cui all'art. 1350, n. 13, del c.c.”: così Cass. Civ. II, 4274/2013).
La rinuncia all’eredità è retroattiva; cioè chi rinunzia all'eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato (art. 521 del c.c.).
La legge non prevede espressamente un termine per l’effettuazione della rinuncia; pertanto, la stessa può essere fatta entro lo stesso termine di prescrizione stabilito per l’accettazione, ovvero dieci anni dall’apertura della successione (art. 480 del c.c.).
Tuttavia, ai sensi dell’art. 485 del c.c., se il chiamato all'eredità si trova, a qualsiasi titolo, nel possesso di beni ereditari, ha l’onere di fare l'inventario entro tre mesi dal giorno dell'apertura della successione o della notizia della devoluta eredità. In mancanza, è considerato erede puro e semplice.
Compiuto l'inventario, il chiamato che non abbia ancora fatto la dichiarazione di accettazione col beneficio di inventario (art. 484 del c.c.) ha un termine di quaranta giorni da quello del compimento dell'inventario medesimo, per deliberare se accetta o rinunzia all'eredità. Trascorso questo termine senza che abbia deliberato, è considerato erede puro e semplice.
Esaurita la premessa, va osservato che “errori” quali quelli prospettati, a titolo esemplificativo, nel quesito (errori nella trascrizione del codice fiscale, del rinunciante o del defunto, o del nome dell’uno o dell’altro, o dell’indirizzo di residenza del rinunciante) si configurano tutt’al più come semplici errori “materiali”, dovuti quindi a una semplice svista o disattenzione, e suscettibili di essere corretti, senza che possano derivare conseguenze negative in capo al rinunciante.
Tuttavia, deve escludersi che per la correzione possa essere sufficiente una mera autocertificazione, proprio perché, come spiegato in precedenza, la rinuncia all’eredità non è atto a forma libera ma deve essere effettuata nelle forme indicate dall’art. 519 c.c. Deve ritenersi, pertanto, che anche l’eventuale correzione debba essere fatta con le medesime forme dell'atto a cui si riferisce.
La correzione, dunque - qualora ne sussista la reale necessità - potrà essere effettuata dal cancelliere così come era stata fatta la dichiarazione iniziale di rinuncia.
Si suggerisce, se si hanno dei dubbi che non lasciano sereni, di recarsi dal cancelliere e di esporgli tranquillamente il dubbio, onde poter verificare in pochi minuti con lui la correttezza di quanto fatto precedentemente. Non si dovesse trovare la disponibilità del cancelliere in tal senso, si attenderà di avere in mano la copia autentica e si andrà da lui in quel momento, facendogli precisa menzione degli errori riscontrati, che lui dovrà accettare di correggere, se effettivamente rilevanti.

MARCO T. chiede
lunedì 30/04/2018 - Liguria
“Fatto: genitori deceduti e hanno due figli. Uno di questi rinuncia all’eredità dei genitori (tutti e due).
Chiedo però una cosa. I due fratelli risultano proprietari di alcuni fondi acquistati anni prima della morte dei genitori e ovviamente queste proprietà non vanno in successione.
Uno dei due fratelli però recupera una vecchia scrittura privata non registrata di circa 18 anni prima. Carta firmata da tutti (genitori e fratelli) ma non autenticata.
In essa i genitori dicono chiaramente che quegli immobili, tutti quegli immobili, sono stati acquistati con soldi degli stessi genitori e non dei figli e pertanto loro ne sono i titolari anche se al catasto i proprietari risultano i figli.
Chiedo:
Che valore ha quella scrittura?
E’ prescritta essendo vecchia di 18 anni e in ogni caso ha un termine di prescrizione?
Può essere fatta valere da uno dei due figli in forza della doppia rinuncia del fratello?
L’assunto sarebbe il seguente: i fondi sono stati acquistati con soldi dei genitori (come dichiara la scrittura privata) e pertanto il vero erede è il solo fratello che non ha rinunciato e che ne rivendica la piena proprietà.
E’ possibile intraprendere un’azione di questo genere?”
Consulenza legale i 12/05/2018
In primo luogo, occorre tenere presente che la rinuncia all’eredità (art. 519 c.c.) è atto revocabile nei termini previsti dall’art. 525 del codice civile.
Tuttavia, la revoca della rinuncia ha due presupposti: primo, va fatta entro dieci anni dalla apertura della successione; secondo, l’eredità non deve essere stata acquistata da altri chiamati.
Nel caso in esame, non sappiamo se i dieci anni siano o meno decorsi; quanto al secondo presupposto, dal tenore del quesito, non risulta se l’eredità sia stata o meno accettata dall’altro fratello.

Fermo quanto precede, procediamo a rispondere alle domande contenute nel quesito.

Con riguardo al valore giuridico della scrittura privata si osserva quanto segue.
Una scrittura privata semplice, non registrata né riconosciuta, ha sicuramente “meno forza” rispetto ad una autenticata. Infatti, può essere innanzitutto disconosciuta dal soggetto contro il quale viene prodotta in un ipotetico giudizio. Ciò significa che in caso di disconoscimento colui che vuole utilizzare la scrittura deve provare la genuinità del documento instaurando un particolare procedimento chiamato “istanza di verificazione”.
Una scrittura privata semplice ha invece lo stesso valore di una autenticata laddove vi sia stato un riconoscimento tacito della scrittura da parte di colui contro il quale è prodotta se non la disconosce nella prima udienza o nella prima risposta successiva alla produzione.

Quanto alla circostanza che la scrittura privata risalga a 18 anni fa non ha alcuna rilevanza.
Infatti, quanto in essa dichiarato non è soggetto a termini di prescrizione.

Il punto davvero importante è piuttosto quello relativo all’acquisto di tutti i beni immobili con il soldi dei Vostri genitori. Tale operazione parrebbe infatti avere le caratteristiche della donazione indiretta.
A riguardo, la Suprema Corte ha chiarito che: “L'acquisto di un immobile da parte di una persona con denaro di altra persona integra gli estremi di una donazione indiretta, se il denaro, quale corrispettivo della vendita, viene corrisposto, nella sua interezza, dal donante al donatario allo specifico scopo dell'acquisto del bene, oppure, mediante il versamento diretto dell'importo al venditore. Con la specificazione che non è qualificabile siccome donazione indiretta la consegna al donatario, da parte del donante, di somme di denaro, perché in questo caso, anche se il denaro sia stato utilizzato per l'acquisto di un bene, non si versa in un'ipotesi di donazione indiretta, ma di donazione diretta di denaro" (Cass. n. 17604/2015).

Ciò posto, volendo ipotizzare la sussistenza della donazione indiretta, questa tuttavia non comporta automaticamente la possibilità di richiedere la proprietà degli immobili anche dell’altro fratello per le ragioni che di seguito andiamo ad illustrare.
Un erede non può impugnare una presunta donazione a prescindere, ma solo se ciò abbia leso la sua parte di eredità che viene riservata dalla legge.
Infatti, laddove una donazione (anche indiretta, in quanto l’art. 809 c.c. stabilisce espressamente che anche alle liberalità che risultano da atti diversi da quelli previsti dall'articolo 769 c.c. si applicano le stesse norme che regolano la revocazione delle donazioni) leda la quota di legittima riservata per legge agli eredi, questi ultimi possono esperire l’azione di riduzione (art. 555 c.c.) entro il termine di dieci anni.
Come ha infatti affermato la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n.20644/2004: “l'azione di riduzione è soggetta alla prescrizione ordinaria di 10 anni. Il termine decorre dalla data di apertura della successione.
In pratica, dapprima deve essere fatta dichiarare l'inefficacia delle donazioni che eccedono la quota di cui il de cuius poteva disporre e, successivamente viene richiesta la restituzione.

Ciò precisato, tornando al caso in esame, se non sono ancora trascorsi dieci anni dalla morte dei Vostri genitori, occorre in primo luogo verificare se gli immobili di proprietà dell’altro fratello acquistati con i soldi dei Vostri genitori ledano o meno la quota di legittima.
Per sapere ciò, occorre fare una sorta di riunione fittizia dell’intero patrimonio, eseguendo le operazioni previste dall’art. 556 del codice civile necessarie per determinare la quota di cui poteva disporre il de cuius senza compromettere i diritti dei legittimari.

Ferme le osservazioni che precedono, una eventuale azione di riduzione appare poco praticabile nel caso in esame considerato che, secondo quanto leggiamo nel quesito, tutti gli immobili di entrambi i fratelli sarebbero stati acquistati con il denaro dei genitori e non soltanto alcuni o soltanto quelli del fratello che ha rinunciato all’eredità.
Quindi, sulla base della scarne informazioni in nostro possesso, appare poco probabile una lesione della quota di legittima di uno degli eredi considerato, appunto, che entrambi hanno beneficiato delle donazioni, dirette o indirette che siano state.

Pertanto, l’assunto finale riportato nel quesito secondo cui “ i fondi sono stati acquistati con soldi dei genitori (come dichiara la scrittura privata) e pertanto il vero erede è il solo fratello che non ha rinunciato e che ne rivendica la piena proprietà” non riteniamo sia molto fondato.
Il fratello che non ha rinunciato è sicuramente l’unico erede. Tuttavia, ciò non comporta che -anche tenendo conto della scrittura privata – possa automaticamente rivendicare la proprietà anche dei beni immobili del fratello che ha rinunciato in quanto per fare ciò, come sopra si è evidenziato, dovrebbe provare che le donazioni abbiano leso la sua quota di legittima.

Marzia P. chiede
venerdì 30/03/2018 - Emilia-Romagna
“Buongiorno.
Espongo il mio quesito: a seguito della morte di mio fratello si rende necessaria la rinuncia alla sua eredità (non aveva beni immobili intestati e aveva invece molti debiti verso l'erario). Mio fratello, che non era e non è mai stato sposato, aveva un figlio minorenne, suo unico erede. In caso di rinuncia del figlio minore saremo io e mia madre a subentrare nell'eredità di mio fratello.
La madre di mio nipote ha già ottenuto dal giudice tutelare l'autorizzazione alla rinuncia dell'eredità. Abbiamo quindi pensato di procedere tutti insieme - mio nipote rappresentato dalla madre, mia madre ed io - alla rinuncia, mediante un unico atto. Ho fissato un appuntamento presso la cancelleria di volontaria giurisdizione del tribunale di competenza per il nostro caso e il cancelleria non ha avuto nulla da eccepire. Vorrei però chiedere conferma: tale procedura è corretta? Possiamo rinunciare tutti insieme (figlio minore rappresentato dalla madre quale erede in "primo grado" e noi altri familiari, eredi di grado successivo)?
Grazie”
Consulenza legale i 06/04/2018
La successione è il fenomeno per cui un soggetto (successore o avente causa) viene ad assumere la posizione occupata da un altro soggetto (dante causa) rispetto ad una relazione giuridicamente rilevante.
Con riferimento al presupposto di fatto dal quale dipende, la successione può essere a causa di morte o tra vivi. La prima, che è la fattispecie di cui si discute nel caso in esame, è legata al presupposto di fatto della morte di una persona fisica e può essere a sua volta successione a titolo universale ovvero a titolo particolare.
Il successore a titolo universale subentra in tutti i rapporti relativi al dante causa, mentre quello a titolo particolare acquista solo la titolarità di determinati rapporti dei quali era soggetto il dante causa.
L’art 456 c.c. stabilisce in proposito che la successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo domicilio del defunto.
L’art. 459 c.c. enuncia il principio che l’eredità si acquista con l’accettazione.
Il codice civile prevede, tuttavia, anche la possibilità che il chiamato all’eredità vi possa rinunciare.
La rinunzia all’eredità è un rifiuto della stessa che ne impedisce l’acquisto; è un negozio giuridico formale e, pertanto, deve essere fatta con la forma prevista dalla legge a pena di nullità.
Ai sensi dell’art. 519 c.c “la rinuncia deve farsi con dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione ed inserita nel registro delle successioni conservato nello stesso tribunale”.
L’inosservanza della forma solenne richiesta per l’effettuazione della rinunzia stessa ne comporta la nullità. Non è perciò ammessa una rinunzia implicita.
La rinunzia deve essere fatta nel termine di tre mesi dalla morte se si è in possesso dei beni oppure entro 10 anni se non si è nel possesso dei beni.
La rinunzia ha efficacia retroattiva: l’art 521 precisa a tal proposito che “ chi rinunzia all’eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato”.
La devoluzione della parte del rinunziante nella successione legittima è regolata dall’art 522 c.c. secondo il quale la parte del rinunziante si accresce ai coeredi, salvo il diritto di rappresentazione; se il rinunziante è solo, l’eredità si devolve a coloro ai quali spetterebbe nel caso egli mancasse.

Alla luce dei richiamati principi, riteniamo che la rinunzia dei chiamati all’eredità possa essere fatta in un unico atto purchè, tuttavia, ogni rinunzia venga inserita singolarmente in modo da dare una progressione temporale ai singoli atti.
Difatti, erede legittimo, allo stato, è solo il figlio di Suo fratello. Solo allorquando il figlio del de cuius (Suo nipote) rinuncia all’eredità, la stessa si devolve a Sua mamma e a Lei.
Pertanto, si ripete, pur potendo le tre distinte manifestazioni di volontà di rinunziare all’eredità del defunto essere contenute in un unico atto, sarebbe opportuno che venga prima eseguita temporalmente quella del nipote, e a seguire quella di Sua madre e Sua.


Marzia P. chiede
martedì 30/01/2018 - Emilia-Romagna
“Buongiorno.
Un mese fa e' deceduto mio fratello. La sua situazione debitoria e' assai pesante e si rende necessaria la rinuncia all'eredità. Mio fratello (che non era e non e' mai stato sposato) era padre di un bambino di dieci anni, per il quale ora si sta procedendo alla richiesta delle necessarie autorizzazioni a rinunciare da parte del giudice tutelare. La mia domanda e' questa: io, in quanto sorella non in possesso dei beni di mio fratello, posso rinunciare immediatamente all'eredità anche se non sono il "primo chiamato" all'eredità e anche se il primo chiamato (il bambino minorenne) non ha ancora rinunciato? Grazie.”
Consulenza legale i 01/02/2018
L’istituto che viene in esame nel caso prospettato è la rinuncia all’eredità che consiste in una dichiarazione formale, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del Tribunale in cui si è aperta la successione, con la quale l’erede impedisce l’ingresso, nel suo patrimonio, dei beni e dei diritti derivanti dall’eredità.

Con la rinuncia all’eredità, difatti, il chiamato perde i poteri di cui era titolare e viene considerato come se non fosse mai stato chiamato alla successione.

I soggetti legittimati alla rinuncia sono coloro che hanno il diritto di accettare.

Ebbene, nella fattispecie che ci occupa, erede di Suo fratello deceduto è il figlio che succede universalmente in tutti i beni del padre ai sensi dell’art. 566 c.c.

Lei, allo stato, non riveste la qualità di erede, né quella di chiamato all’eredità.

Solo in caso di rinuncia del figlio all’eredità paterna si aprirà la successione nei confronti degli altri ascendenti o discendenti ai sensi dell’art. 571c.c. e, in tal caso, Lei, in qualità di sorella del defunto, concorrerà con gli eventuali genitori ancora in vita.

Solo, quindi, in questo momento tutti gli ulteriori chiamati all’eredità potranno decidere se accettare o rinunciare all’eredità stessa.

Pertanto, lei non può già rinunciare all’eredità.
Bisognerà attendere la rinuncia da parte del figlio di Suo fratello deceduto.
Solo dopo tale rinuncia, Lei potrà a sua volta rinunciare alla eredità di cui si discute.


Tonino D. P. chiede
venerdì 15/12/2017 - Abruzzo
“I miei genitori sono deceduto nel gennaio 2011, lasciando due eredi io e mia sorella.
in data 14/3/2012, mia sorella insieme ai suoi unici due figli davanti al notaio firmano la rinuncia all'eredità dei nostri genitori. Per entrambi era stata fatta idonea successione nei tempi previsti dalla legge.
All'inizio di questo anno nel preparare gli atti per la vendita di un terreno il notaio del mio acquirente mi comunica che il terreno risulta intestato al sottoscritto e anche a due
bambini figli uno del figlio di mia sorella e l'altro della figlia di mia sorella entrambi minori, uno di 10 e l'altro di nove anni, comunque già nati prima della rinuncia all'eredità fatta dalla loro nonna e dai genitori .
Come posso sanare questa vicenda cancellando i minori dall'asse ereditario,
si rende necessario la rinuncia dei minori davanti ad un giudice presente i loro genitori,
o aspettare il diciottesimo anno di età di entrambi e chiedere loro di rinunciare all'eredità.”
Consulenza legale i 27/12/2017
L'attuale intestazione del terreno deriva dal fatto che, con la rinuncia all'eredità dei figli di sua sorella, la loro quota ereditaria si è devoluta per "rappresentazione" (art. 467 c.c.) ai figli dei figli stessi.

La "rappresentazione", infatti, fa subentrare i discendenti nel luogo e nel grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non possa o non voglia accettare l'eredità.

Laddove i figli dei figli di sua sorella non abbiano ancora accettato (obbligatoriamente con beneficio d'inventario, trattandosi di minori d'età) l'eredità, questi potranno essere estromessi dall'asse ereditario attraverso un atto di rinuncia alla quota ereditaria loro devoluta per rappresentazione.

A tal fine, non è necessario attendere il compimento del diciottesimo anno d'età, in quanto anche i minori possono validamente rinunciare all'eredità loro spettante, nel rispetto di alcune specifiche formalità.
Trattandosi di minori d'età, infatti, è necessario che i genitori chiedano l'autorizzazione al giudice tutelare del luogo di residenza del minore.

Ottenuta tale autorizzazione, i minori potranno validamente rinunciare all'eredità, con le modalità prescritte dagli artt. 519 e seguenti c.c.

L'art. 519 c.c., in particolare, prevede che la rinuncia debba essere fatta mediante una dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, che dovrà essere inserita nel registro delle successioni.

A seguito della rinuncia dei figli dei figli di di sua sorella, troverà applicazione l'art. 522 c.c., il quale prevede che, in caso di successione legittima, la quota di colui che rinuncia, si accresca a coloro che avrebbero concorso col rinunciante.

Anna L. B. chiede
mercoledì 27/07/2016 - Piemonte
“Buongiorno, siamo tre fratelli che alla morte di una prima cugina ne siamo diventati eredi in quanto ella non aveva nessun erede diretto vivente. Vorremmo sapere se un altro nostro cugino, legato alla deceduta dal nostro stesso vincolo di parentela, può ereditare avendo lui rinunciato all'eredità paterna ed essendo la deceduta legata a lui attraverso la linea ereditaria paterna (il padre era fratello della madre della deceduta, nostra madre era sorella della madre della deceduta). La rinuncia all'eredità paterna vale anche per una eredità intervenuta dopo che riguarda la linea ereditaria paterna?”
Consulenza legale i 09/08/2016
La risposta al quesito è senz’altro negativa: l’accettazione o la rinuncia riguardano una singola e specifica eredità ed a nulla rilevano altra accettazione o rinuncia relative a diversa eredità, pur se si tratta di successioni in qualche modo “connesse” per linea ereditaria.

Più precisamente, la rinuncia ad una eredità può avere un qualche effetto sugli altri appartenenti alla medesima linea ereditaria solamente in alcuni casi specificamente previsti dalla legge (che nulla hanno, tuttavia, a che vedere con l'ipotesi prospettata nel quesito): ad esempio nel caso della rappresentazione (art. 467 cod. civ.: “La rappresentazione fa subentrare i discendenti nel luogo e nel grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non può o non vuole accettare l'eredità o il legato (…)”) oppure nel caso dell’accrescimento, nelle ipotesi in cui non opera la prima (art. 522 cod. civ.: “Nelle successioni legittime la parte di colui che rinunzia si accresce a coloro che avrebbero concorso col rinunziante, salvo il diritto di rappresentazione e salvo il disposto dell'ultimo comma dell'articolo 571. Se il rinunziante è solo, l'eredità si devolve a coloro ai quali spetterebbe nel caso che egli mancasse”).

Nel caso, invece – come nella fattispecie che ci occupa – un cugino abbia rinunciato all’eredità del padre, nulla vieta che accetti, invece, l’eredità della cugina deceduta.

Gabriella P. chiede
martedì 07/06/2016 - Lombardia
“Buongiorno, ho ricevuto in eredita tramite testamento una piccola quota di un terreno , e una quota di un fienile presso comune di Troina provincia enna, siamo in 15 eredi, da uno zio che non aveva figli, nella quota della nostra famiglia , siamo in 5 tra le quali una e' deceduta la mia domanda e' : Io non sono interessata a questa quota cosa posso fare per disfarmene e non subentrare le mie 2 figlie, anche loro non interessate,e se posso disfarmene va fatta prima la successione? in che modo e' piu' corretto non essere piu' proprietaria e che costo ha questa operazione. ringrazio cordialmente Gabriella P.”
Consulenza legale i 14/06/2016
Va doverosamente premesso e chiarito che la successione si apre automaticamente, per legge e senza bisogno di formalità alcuna, nel momento e nel luogo della morte del “de cuius” (espressione latina per definire colui che muore e lascia l’eredità).

Nel momento in cui si apre la successione i possibili eredi non sono ancora definiti tali (perché ancora non hanno accettato) ma vengono detti semplicemente “chiamati all’eredità”.

Se non si vuole accettare l’eredità, l’unico modo per evitare la successione è quello di rinunciarvi: la rinuncia all’eredità è una dichiarazione formale da farsi con atto notarile oppure davanti al Cancelliere del Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione (art. 519 codice civile).

Trattandosi, nel caso di specie, della successione di uno zio (e quindi del fratello di uno dei genitori di chi pone il quesito) ha luogo la “rappresentazione” in linea collaterale.

La rappresentazione, come spiega l’art. 467 cod. civ., fa subentrare nell’eredità i discendenti (figli) nel grado del loro ascendente, quando questi non può o non vuole accettare l’eredità. La rappresentazione si applica sia nel caso di successione in linea retta sia nel caso (come quello in esame) di successione collaterale (ovvero di fratelli e sorelle).

Nel caso concreto in esame, dunque, l’eredità è stata devoluta, appunto, ai nipoti, ovvero ai figli del fratello/sorella del defunto zio (tra i quali chi pone il quesito): qualora tali nipoti rinunciassero all’eredità, succederebbero per rappresentazione i loro figli, salvo rinuncia.

Di conseguenza, per evitare alle figlie della nipote chiamata all’eredità dello zio di succedere al posto di quest’ultima a seguito di rinuncia della medesima, anch’esse dovranno presentare - a loro volta - formale rinuncia.

I costi della rinuncia sono determinati in base alle tariffe notarili, nel caso ci si rivolga ad un notaio, mentre nel caso in cui si proceda in Tribunale, le spese consisteranno solamente in alcune marche da bollo ed un costo di registrazione dell’atto (normalmente sul sito del Tribunale competente vengono indicati in maniera analitica costi ed adempimenti, oppure viene indicato il numero della Cancelleria alla quale rivolgersi per ogni informazione utile).

Maurizio S. chiede
martedì 09/02/2016 - Umbria
“Non sono mai stato sposato e con la mia ex Compagna ho una figlia che ora ha 19 anni.
Nel mese di dicembre 2015 mi sono stati notificati da parte di Equitalia degli atti di pignoramento presso il mio conto corrente, a seguito della notifica di precedenti Avvisi di Accertamento, notificatomi (settembre 2015) da parte dell’Agenzia dell’Entrate, di cui mi sono opposto presso la Commissione Tributaria Provinciale.

Premetto che ulteriormente ho provveduto a fare ricorso presso il Giudice Civile per richiesta di rigetto degli atti di pignoramento di Equitalia, con la contestuale richiesta di sospensiva da parte del CTP degli importi accertati.

L’importo dell’accertato è significativo e io, in caso di soccombenza, non riuscirò mai ad onorarlo, le attività del mio patrimonio, sono solo la liquidità pignorata da Equitalia giacente nel conto corrente bancario pignorato, che copre una minima parte delle pretese di Equitalia.

Dato che i tre gradi di giudizio dei processi tributari previsti, 1)CTP - 2)CTR - 3)CASSAZIONE dureranno circa 10 anni, sono a preoccuparmi per mia figlia unica mia erede, che nel caso di una mia premorienza si troverebbe ad ereditare la passività dell’accertato con i prevedibili immediati pignoramenti in qualità di erede fino al raggiungimento del credito erariale; e tutto questo in base alle nuove normative tributarie vigenti, che permettono all’Erario i pignoramenti seppure gli Avvisi di Accertamento non siano divenuti definitivi.
Un ulteriore danno che erediterebbe mia figlia, sarebbe quello di essere obbligata in qualità di erede a succedermi nella causa in corso, non potendo sopportare le spese legali per porre fine ai gradi di giudizio con uno scenario catastrofico per mia figlia e per la sua futura stirpe.

A titolo di quanto sopra scritto, ho provveduto ad informare mia figlia che, in caso di mia premorienza, dovrà effettuare la Rinuncia all’Eredità, in tempi immediatamente successivi alla mia premorienza. Purtroppo, in base ad alcune letture, credo che dovrò informare anche mia Madre, Sorella, Nipoti, ad effettuare anche congiuntamente la rinuncia all’eredità, ciò, mi corregga se sbaglio, per evitare che, con la rinuncia di mia figlia, i creditori si rivolgano a cascata, conseguentemente, a tutti i parenti potenzialmente eredi. Gli stessi saranno eruditi di come fare la rinuncia espressa e avvertiti dei pericoli della rinuncia tacita, adeguandosi di conseguenza.

La Rinuncia all’Eredità dei miei parenti, mi pare, che comporterebbe l’intrasferibilità dell’esito delle Cause in corso, e di conseguenza l’estinzione delle cause stesse. Generandosi una situazione di liberatoria seppure virtuale (in quanto gli eredi hanno rinunciato all’eredità) dei debiti erariali nell’ipotesi altresì, che si fosse venuta a creare la soccombenza da parte nostra nel proseguo dei processi. Consapevole, che la liquidità del conto corrente bancario pignorato nel caso di estinzione del processo per mancanza di eredi, viene svincolato dal pignoramento ma sarà trattenuto dallo Stato come eredità giacente di cui gli eredi hanno rinunciato.

Sono a chiederLe, oltre ad un esamina di quanto erroneamente soprascritto, come la legge può tutelare i diritti della mia famiglia e la mia volontà e quale ulteriore Atto, anche per mezzo di un mio Testamento (Istituti: Diseredazione erede, Sostituzione erede), potrei sottoscrivere, per blindare (nei limiti del possibile) la responsabilità successoria agli eredi seppure rinunciatari, nell’ipotesi che, per motivi che mi sfuggono, i creditori possano portare in giudizio i chiamati all’eredità e tentare, in via opportunistica e speculare, di Invalidare le Rinunce dei chiamati all’eredità.

In attesa di comunicazioni a riguardo, porgo cordiali saluti.”
Consulenza legale i 15/02/2016
La situazione concreta è stata riassunta in maniera molto puntuale. Inoltre, si ritiene che anche le soluzioni prospettate - al fine di evitare che gli eredi possano essere chiamati a rispondere dei debiti erariali (anche in sede giudiziale) - siano giuridicamente condivisibili.
L'art. 65 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 stabilisce testualmente che: "gli eredi rispondono in solido delle obbligazioni tributarie il cui presupposto si è verificato anteriormente alla morte del dante causa".
Pertanto, come correttamente indicato nel quesito, alla luce della norma richiamata, in caso di morte del debitore, coloro che accettassero l'eredità del de cuius, risponderebbero dei debiti tributari rimasti ancora insoluti.
Al contrario, al fine di evitare che l'Agente della Riscossione possa, in caso di morte del debitore, rivalersi nei confronti dei chiamati all'eredità, occorre che questi rinuncino espressamente all'eredità stessa.
Se il chiamato non intende accettare l'eredità (poiché, per esempio, i debiti sono superiori ai crediti), e si trova nel possesso dei beni ereditari (potrebbe essere il caso della figlia del de cuius), deve rinunciare all'eredità entro tre mesi dall'apertura della successione, secondo le regole di cui all'art.485 del c.c..
Tale articolo stabilisce che il chiamato:
"1. Quando a qualsiasi titolo è nel possesso di beni ereditari, deve fare l'inventario entro tre mesi dal giorno dell'apertura della successione o della notizia della devoluta eredità. Se entro questo termine lo ha cominciato ma non è stato in grado di completarlo, può ottenere dal tribunale del luogo in cui si è aperta la successione una proroga che, salvo gravi circostanze, non deve eccedere i tre mesi.
2. Trascorso tale termine senza che l'inventario sia stato compiuto, il chiamato all'eredità è considerato erede puro e semplice.
3. Compiuto l'inventario, il chiamato che non abbia ancora fatto la dichiarazione a norma dell'articolo 484 ha un termine di quaranta giorni da quello del compimento dell'inventario medesimo, per deliberare se accetta o rinunzia all'eredità. Trascorso questo termine senza che abbia deliberato, è considerato erede puro e semplice".
Se il chiamato all'eredità non è nel possesso dei beni ereditari (potrebbe essere il caso della madre, della sorella, dei nipoti), egli ha dieci anni di tempo - dall'apertura della successione - per rinunciare all'eredità.
Tuttavia, in via prudenziale potrebbe essere opportuno, anche con riferimento ai chiamati non in possesso dei beni ereditari, effettuare la rinuncia espressa nel termine breve di tre mesi dall'apertura della successione.
Si precisa che la rinuncia all'eredità va fatta nei modi stabiliti dall'art. 519 del c.c., quindi con dichiarazione ricevuta da notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni.
In sostanza, la rinuncia all'eredità da parte dei chiamati all'eredità (nei termini e nei modi di legge), comporta che i chiamati non divengano eredi, e, pertanto, non potranno succedere nei rapporti passivi del de cuius.
Pertanto, la cd. diseredazione, cioè la disposizione testamentaria nella quale il de cuius dichiara di escludere un determinato soggetto dalla propria successione, non è necessaria - essendo sufficiente la rinuncia all'eredità - e, in ogni caso, non sarebbe consentita per i cd. legittimari, cioè le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti (si veda l'art. 536 del c.c., in particolare, il coniuge, i figli, gli ascendenti).
Allo stesso modo, non risulta necessaria alcuna sostituzione testamentaria, cioè la disposizione testamentaria nella quale il de cuius sostituisca all'erede istituito altra persona per il caso che il primo non possa o non voglia accettare l'eredità (cfr. art. 688 del c.c.).
Con riferimento all'eventuale successione dei chiamati all'eredità anche con riferimento alla posizione debitoria sub judice - la rinuncia all'eredità da parte dei chiamati determina la carenza di legittimazione degli stessi a stare in giudizio.
Infatti, la Giurisprudenza ha già da tempo ribadito che "In tema di successioni mortis causa, la delazione che segue l'apertura della successione, pur rappresentandone un presupposto, non è di per sé sola sufficiente all'acquisto della qualità di erede, essendo a tale effetto necessaria anche, da parte del chiamato, l'accettazione, mediante aditio oppure per effetto di pro herede gestio oppure per la ricorrenza delle condizioni di cui all'art. 485 c.c. Ne consegue che, in ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del de cuius, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all'art. 2697 c.c., l'onere di provare l'assunzione da parte del convenuto della qualità di erede, la quale non può desumersi dalla mera chiamata all'eredità, non essendo prevista alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all'accettazione dell'eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta, quindi, un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità" (cfr. Cassazione civile, Sez. Lav., 30 aprile 2010, n. 10525).

Cesira A. chiede
martedì 24/11/2015 - Liguria
“Ho ereditato dei terreni su cui
è stata costruita la casa, di cui sono
l' unica proprietaria, dove dimora,
attualmente, la mia famiglia.
Mio marito deve pagare un debito, che
è stato rateizzato, per mancato pagamento
di tasse.
Se mio marito morisse prima di aver
assolto al pagamento, equitalia potrebbe
richiedermi il pagamento del residuo in
quanto proprietaria della casa e dei terreni?
Grazie per la risposta.

Cesira A.”
Consulenza legale i 28/01/2016
L'art. 65 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 stabilisce testualmente che: "gli eredi rispondono in solido delle obbligazioni tributarie il cui presupposto si è verificato anteriormente alla morte del dante causa".
Pertanto, alla luce della norma richiamata, in caso di morte del debitore, coloro che hanno accettato l'eredità del de cuius, rispondono dei debiti tributari rimasti insoluti al momento dell'apertura della successione.
Al fine di evitare che l'Agente della Riscossione possa, in caso di morte del debitore, rivalersi nei confronti dei chiamati all'eredità, occorre che questi rinuncino espressamente all'eredità stessa.
Pertanto, se il chiamato non intende accettare l'eredità (poiché, ad esempio, i debiti sono superiori ai crediti), e si trova nel possesso dei beni ereditari, deve rinunciare all'eredità stessa entro tre mesi dall'apertura della successione, secondo le regole di cui all'art.485 del c.c..
Nel dettaglio, si ritiene utile riportare tale articolo, il quale stabilisce, con riferimento al chiamato all'eredità, che:
"1. Quando a qualsiasi titolo è nel possesso di beni ereditari, deve fare l'inventario entro tre mesi dal giorno dell'apertura della successione o della notizia della devoluta eredità. Se entro questo termine lo ha cominciato ma non è stato in grado di completarlo, può ottenere dal tribunale del luogo in cui si è aperta la successione una proroga che, salvo gravi circostanze, non deve eccedere i tre mesi.
2. Trascorso tale termine senza che l'inventario sia stato compiuto, il chiamato all'eredità è considerato erede puro e semplice.
3. Compiuto l'inventario, il chiamato che non abbia ancora fatto la dichiarazione a norma dell'articolo 484 ha un termine di quaranta giorni da quello del compimento dell'inventario medesimo, per deliberare se accetta o rinunzia all'eredità. Trascorso questo termine senza che abbia deliberato, è considerato erede puro e semplice".
Se il chiamato all'eredità non è nel possesso dei beni ereditari, egli ha dieci anni di tempo - dall'apertura della successione - per rinunciare all'eredità.
Infine si precisa che la rinuncia all'eredità va fatta nei modi stabiliti dall'art. 519 del c.c., quindi con dichiarazione ricevuta da notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni.

Alcinaa chiede
mercoledì 13/07/2011 - Sicilia

Per motivi di salute, non ho potuto espletare la rinuncia all'eredità. Ho letto che si deve fare entro 3 mesi dall'avvenuto decesso (e non ero a conoscenza di tale termine) e ora ne sono passati 5. Come devo comportarmi?”

Consulenza legale i 22/07/2011

Il chiamato all’eredità perde la facoltà di rinunziare se, trovandosi nel possesso effettivo dei beni ereditari (c.d. possesso reale di beni ereditari o anche di uno solo del compendio – ipotesi facile se l’erede è membro della famiglia convivente con il de cuius), lascia passare tre mesi dall’apertura della successione senza alcun atto di rinunzia e senza che sia fatto l’inventario. È un’ipotesi di accettazione legale, coatta o presunta, per cui è considerato dalla legge erede puramente e semplicemente (v.art. 485 del c.c., salva l’ipotesi che abbia espletato pratiche relative all’accettazione con beneficio d’inventario, per cui c’è la possibilità di domandare una proroga al Tribunale per completare l’inventario).

Se, invece, non è nel possesso effettivo di alcun bene ereditario, il chiamato all’eredità può rinunziare finché il diritto di accettare non sia prescritto, cioè nel termine di dieci anni dall’apertura della successione.


Valentina chiede
venerdì 06/05/2011 - Lombardia
“Quando un erede effettua la rinunzia all'eredità, la parte che spettava a lui viene suddivisa tra gli altri eredi? Grazie!”
Consulenza legale i 06/05/2011

A seguito della rinuncia, che è un negozio giuridico di natura abdicativa, nelle successioni legittime troverà applicazione l’art. 522 del c.c., per cui in questo caso per diritto di accrescimento (anche se parte della dottrina nega possa qui parlarsene in senso tecnico, preferendo inquadrare il fenomeno come l'effetto di una ulteriore applicazione della norma sulla successione legittima, nella diversa fattispecie di concorso nascente in conseguenza di rinunzia), opererà ipso iure l'acquisto della quota del rinunziante da parte dei coeredi chiamati nello stesso grado, che avrebbero, altrimenti, concorso con lui, fatto salvo il diritto di rappresentazione (alle condizioni dell’art. 467 del c.c.) e il caso di entrambi i genitori che non vogliano/possano succedere, per cui agli ulteriori ascendenti spetta, secondo la regola dell’art. 569 del c.c., la quota che sarebbe spettata ad uno dei genitori in mancanza dell’altro (v. ultimo comma art. 571 del c.c.).

Nelle successioni testamentarie opera, invece, l’istituto dell’accrescimento tra coeredi disciplinato dall’art. 674 del c.c. e ss. a cui si rinvia per approfondimento (per certa dottrina, come accennato sopra, il "vero" accrescimento in senso tecnico è soltanto questo). Per l’operare dell’istituto sono necessarie le seguenti condizioni: tutti gli eredi devono essere stati chiamati con un unico medesimo testamento (c.d. conuiunctio verbis); le parti di ogni coerede non devono essere state determinate o devono essere state determinate in parti uguali (c.d. coniunctio re); non vi deve essere una diversa volontà del testatore, che escluda l'operare dell'accrescimento. Affinché la quota del rinunziante si accresca a quelle degli altri, non vi devono essere le condizioni per la sostituzione o la rappresentazione; di conseguenza quando il chiamato non può o non vuole accettare non si applica automaticamente l'accrescimento, ma si segue il seguente ordine di precedenza:

I. sostituzione,
II. rappresentazione,
III. accrescimento

Se nemmeno l'accrescimento sarà possibile si prospetterà la necessità di ricorrere alla successione legittima.


flavio chiede
lunedì 04/04/2011 - Abruzzo
“qual'è la procedura quando un figlio rinuncia all'eredità

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