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Articolo 476 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Accettazione tacita

Dispositivo dell'art. 476 Codice civile

(1) (2) L'accettazione è tacita quando il chiamato all'eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede [460, 477, 478, 527, 2648].

Note

(1) Si definisce tacita l'accettazione che avviene a seguito di atti che presuppongono la concreta ed effettiva volontà di accettare l'eredità pur in assenza di una dichiarazione esplicita in tal senso.
L'onere di dimostrare che un determinato atto implica accettazione tacita spetta a chi lo afferma.
(2) Costituiscono esempi di accettazione tacita i seguenti atti: il pagamento da parte del chiamato dei debiti ereditari con denaro dell'eredità, il compimento di atti di disposizione di beni ereditari, la presentazione della domanda giudiziale di divisione ereditaria e le volture catastali dei beni appartenenti al de cuius. Si vedano, inoltre, gli artt. 477 e 478 del c.c..
Al contrario non rientrano tra gli atti a cui si può attribuire tale valore quelli conservativi, di vigilanza e di ordinaria amministrazione di cui all'art. 460 del c.c. (es. la denuncia di successione e il pagamento della relativa imposta).

Ratio Legis

Considerati i rilevanti effetti che produce l'assunzione della qualità di erede, è necessario disciplinare in maniera specifica quali siano gli atti e le dichiarazioni del chiamato da cui consegue l'accettazione dell'eredità.

Brocardi

Facta concludentia
Pro herede gestio
Rebus ipsis ac factis
Semel heres, semper heres

Spiegazione dell'art. 476 Codice civile

L’accettazione tacita o per facta concludentia di eredità si determina ogniqualvolta il chiamato all'eredità, titolare di una delazione attuale, compia un atto che presupponga necessariamente la sua volontà di accettare.
Discussa in dottrina la natura giuridica di questa modalità di accettazione.
  1. La teoria negoziale riconosce all'istituto in esame la natura di negozio di attuazione (caratterizzato dal fatto che la volontà viene manifestata mediante un determinato comportamento). Assume rilievo quindi non solo la volontà di compiere il determinato atto ma anche la volontà di accettare l’eredità attraverso il compimento del suddetto atto.
  1. La prevalente teoria dell’atto non negoziale riconduce l’effetto dell’accettazione ad una mera conseguenza che si determina per legge. Ciò che rileva è la sola volontà del soggetto di compiere l’atto mentre l’accettazione dell’eredità è una conseguenza prevista dalla legge.
Presupposti affinché operi l’accettazione tacita sono:
  • la consapevolezza da parte del soggetto agente di essere titolare di una delazione attuale;
  • il compimento di un atto che l’autore non avrebbe diritto di compiere se non in qualità di erede. Al riguardo è necessario valutare se l’atto rientri o meno nel perimetro degli atti conservativi previsti ai sensi dell’art. 460 del codice civile.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 476 Codice civile

Cass. civ. n. 10060/2018

Poiché l'accettazione tacita dell'eredità può desumersi dall'esplicazione di un'attività personale del chiamato incompatibile con la volontà di rinunciarvi, "id est" con un comportamento tale da presupporre la volontà di accettare l'eredità, essa può legittimamente reputarsi implicita nell'esperimento, da parte del chiamato, di azioni giudiziarie, che - essendo intese alla rivendica o alla difesa della proprietà o ai danni per la mancata disponibilità di beni ereditari - non rientrino negli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari consentiti dall'art. 460 c.c., ma travalichino il semplice mantenimento dello stato di fatto quale esistente al momento dell'apertura della successione, e che, quindi, il chiamato non avrebbe diritto di proporle se non presupponendo di voler far propri i diritti successori.

Cass. civ. n. 21348/2014

In tema di successioni "mortis causa", l'accettazione tacita di eredità prevista dall'art. 476 cod. civ. presuppone la volontà, effettiva o presupposta, del chiamato, a differenza dell'ipotesi di cui all'art. 527 cod. civ., che ne prescinde completamente e considera erede puro e semplice colui che sottrae o nasconde i beni ereditari, assolvendo ad una esigenza di garanzia dei creditori del "de cuius", ai quali non può essere opposto un esonero di responsabilità attraverso il beneficio d'inventario o la rinunzia.

Cass. civ. n. 15888/2014

L'accettazione tacita di eredità - pur potendo avvenire attraverso "negotiorum gestio", cui segua la successiva ratifica del chiamato, o per mezzo del conferimento di una delega o dello svolgimento di attività procuratoria - può tuttavia desumersi soltanto da un comportamento del successibile e non di altri, sicché non ricorre ove solo l'altro chiamato all'eredità, in assenza di elementi dai quali desumere il conferimento di una delega o la successiva ratifica del suo operato, abbia fatto richiesta di voltura catastale di un immobile del "de cuius".

Cass. civ. n. 2743/2014

La riscossione dei canoni di locazione di un bene ereditario, quale atto dispositivo e non meramente conservativo, integra accettazione tacita dell'eredità, ai sensi dell'art. 476 cod. civ.

Cass. civ. n. 8529/2013

L'intervento in giudizio operato da un chiamato all'eredità nella qualità di erede legittimo del "de cuius" costituisce accettazione tacita, agli effetti dell'art. 476 c.c., senza che alcuna rilevanza assuma la circostanza della successiva cancellazione della causa dal ruolo per inattività delle parti, posto che l'accettazione dell'eredità, a tutela della stabilità degli effetti connessi alla successione "mortis causa", si configura come atto puro ed irrevocabile, e quindi insuscettibile di essere caducato da eventi successivi.

Cass. civ. n. 263/2013

In tema di successioni "mortis causa", costituisce accettazione tacita dell'eredità l'istanza, avanzata dal chiamato, di voltura di una concessione edilizia già richiesta dal "de cuius", trattandosi di iniziativa che, non rientrando nell'ambito degli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari, consentiti prima dell'accettazione dall'art. 460 c.c., travalica il semplice mantenimento dello stato di fatto esistente al momento dell'apertura della successione, e la cui proposizione dimostra, pertanto, l'avvenuta assunzione della qualità di erede.

Cass. civ. n. 18068/2012

L'esperimento dell'azione di riduzione, implicando accettazione ereditaria tacita, pura e semplice, preclude la successiva accettazione con il beneficio dell'inventario, in quanto l'accettazione beneficiata non è giuridicamente concepibile dopo che l'eredità sia stata già accettata senza beneficio.

Cass. civ. n. 14666/2012

In tema di successioni per causa di morte, un pagamento transattivo del debito del "de cuius" ad opera del chiamato all'eredità, a differenza di un mero adempimento dallo stesso eseguito con denaro proprio, configura un'accettazione tacita dell'eredità, non potendosi transigere un debito ereditario se non da colui che agisce quale erede.

Cass. civ. n. 12753/1999

L'accettazione tacita di eredità può desumersi soltanto dall'esplicazione di un'attività personale dei chiamato tale da integrare gli estremi dell'atto gestorio incompatibile con la volontà di rinunziare, e non altrimenti giustificabile se non in relazione alla qualità di erede, con la conseguenza che non possono essere ritenuti atti di accettazione tacita quelli di natura meramente conservativa che il chiamato può compiere anche prima dell'accettazione, ex art. 460 c.c. L'indagine relativa alla esistenza o meno di un comportamento qualificabile in termini di accettazione tacita, risolvendosi in un accertamento di fatto, va condotta dal giudice di merito caso per caso (in considerazione delle peculiarità di ogni singola fattispecie, e tenendo conto di molteplici fattori, tra cui quelli della natura e dell'importanza, oltreché della finalità, degli atti di gestione), e non è censurabile in sede di legittimità, purché la relativa motivazione risulti immune da vizi logici o da errori di diritto.

Cass. civ. n. 2663/1999

La ricerca della volontà di accettare l'eredità attraverso l'accertamento e l'interpretazione degli atti compiuti dal chiamato si risolve in un'indagine di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità, purché il risultato sia congruamente motivato, senza errori di logica o di diritto. (Nella fattispecie, la S.C. ha ritenuto correttamente motivata la decisione della Corte di merito che aveva escluso che gli atti — riscossione di canoni, diffide ed atti stragiudiziali — compiuti dal chiamato, che successivamente aveva accettato l'eredità con beneficio d'inventario, denotassero in maniera univoca una effettiva assunzione della qualità di erede, configurandosi, da un lato, come atti di conservazione, in quanto diretti all'affermazione delle ragioni ereditarie di fronte ai terzi, e, dall'altro, come atti di amministrazione sicuramente temporanei, poiché dall'apertura della successione alla dichiarazione di accettazione beneficiata da parte del chiamato erano trascorsi solo sette mesi).

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Consulenze legali
relative all'articolo 476 Codice civile

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Silvana F. chiede
giovedì 04/04/2019 - Liguria
“Buongiorno,
in caso di decesso di un familiare prima che si abbia accettato o rinunciato eredità, il pagamento delle spese funebri vale come accettazione dell'eredità?
Prossimamente verrà effettuata accettazione con beneficio di inventario ma non si può far attendere troppo tempo l'azienda di onoranze funebri per il saldo dei servizi mortuari al familiare defunto. Conviene comunque fare il pagamento dopo che l'atto di accettazione con beneficio di inventario venga fatto?
Mi potete indicare, per favore, i riferimenti legislativi/civilistici da cui deriva la vs risposta.
Grazie mille
Cordiali saluti”
Consulenza legale i 09/04/2019
Ai sensi dell’art. 474 del c.c., l'accettazione dell’eredità può essere espressa o tacita.
L’accettazione è espressa quando consiste in una esplicita dichiarazione di accettazione o nell’assunzione del titolo di erede, contenute in un atto pubblico o in una scrittura privata (art. 475 del c.c.).
L’accettazione è, invece, tacita, ex art. 476 del c.c., quando il chiamato all'eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede.
Va precisato che l’art. 460 del c.c. consente al chiamato all’eredità il compimento, prima dell’accettazione, di atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea.

Ad esempio, la giurisprudenza ha ravvisato le caratteristiche di un’accettazione tacita nell'esperimento, da parte del chiamato, di azioni giudiziarie finalizzate a rivendicare o difendere la proprietà di beni ereditari, ovvero a richiedere i danni per la mancata disponibilità degli stessi: tali azioni, infatti, non rientrano negli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari consentiti dall'art. 460 c.c., per cui il chiamato non avrebbe diritto di proporle se non presupponendo di voler far propri i diritti successori (così Cass. Civ., Sez. II, ordinanza n. 10060/2018).
O, ancora, sono stati considerati accettazione tacita dell’eredità i seguenti comportamenti:
- la riscossione dei canoni di locazione di un bene ereditario, in quanto atto dispositivo e non meramente conservativo (Cass. Civ., Sez. II, sentenza n. 2743/2014);
- l'intervento in giudizio da parte di un chiamato all'eredità nella qualità di erede legittimo del de cuius (Cass. Civ., Sez. II, sentenza n. 8529/2013);
- l'istanza, avanzata dal chiamato, di voltura di una concessione edilizia già richiesta dal de cuius (Cass. Civ., Sez. II, sentenza n. 263/2013);
- il pagamento di un debito del de cuius ad opera del chiamato all'eredità, eseguito però a titolo di transazione (Cass. Civ., Sez. II, sentenza n. 14666/2012).

Quelli che precedono sono solo alcuni degli esempi di accettazione tacita riconosciuti nella casistica giurisprudenziale; più in generale, secondo la giurisprudenza, l’accettazione tacita di eredità può desumersi soltanto dall'esplicazione di un'attività personale dei chiamato, tale da integrare gli estremi dell'atto gestorio incompatibile con la volontà di rinunziare, e non altrimenti giustificabile se non in relazione alla qualità di erede, con la conseguenza che non possono essere ritenuti atti di accettazione tacita quelli di natura meramente conservativa che il chiamato può compiere anche prima dell'accettazione, ex art. 460 c.c. (Cass. Civ., Sez. III, sentenza n. 12753/1999).

Per rispondere alla specifica domanda oggetto del quesito, la natura del pagamento delle spese funerarie e della sua rilevanza agli effetti dell’art. 476 c.c. è stata chiarita in un decreto emesso dal Tribunale di Varese, Ufficio volontaria Giurisdizione, del 31 ottobre 2011.
Ivi si afferma che “il pagamento delle spese funerarie da parte di un membro della famiglia costituisce l'espressione di un dovere morale e familiare, da non potere, dunque, ricondurre tout court all'adempimento di un peso ereditario. Si tratta, pertanto, di un atto che non può costituire accettazione tacita dell'eredità per gli effetti degli artt. 474, 476 c.c.”.

Anonimo chiede
mercoledì 06/09/2017 - Veneto
“Buonasera, la domanda è la seguente:
se dopo avere di fatto effettuato una accettazione tacita della eredità con atti compiuti negli anni, per maggiore tranquillità personale una persona compie (entro i dieci anni dall'apertura della successione) anche la accettazione espressa da un notaio, c'è qualche rischio che si possano creare contrasti e/o problemi di qualsiasi genere o sorta (nullità o altro) tra le due forme di accettazione dell’eredità visto che la legge (art. 474 c.c.) dice che “L’accettazione puo’ essere espressa o tacita “ (e quindi -sembra- non entrambe) e quindi avere problemi con la successione stessa?
Ringrazio e saluto.”
Consulenza legale i 12/09/2017
Non si pone alcun problema di incompatibilità o di altro genere tra un’accettazione tacita di eredità ed una successiva accettazione espressa della medesima eredità.
Anzi, è senz’altro più che comprensibile e giustificato il comportamento di quello, fra i tre eredi, che ha deciso di procedere anche con l’accettazione dal notaio, la quale non fa altro che “confermare” ufficialmente la volontà già espressa in altro modo, spesso meno evidente e riconoscibile.

Il problema, infatti, con l’accettazione tacita, è che si presta a contestazioni: infatti non tutti gli atti e/o i comportamenti che abbiano ad oggetto la gestione – in senso lato - del patrimonio ereditario la implicano.

L’accettazione tacita si verifica quando il chiamato all’eredità compie un atto (cosiddetto “comportamento concludente”) che “(…) presuppone la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di compiere se non nella qualità di erede” (Cassazione civile, sez. II, 08/06/2015, n. 11823).

Ad esempio, è forse ormai noto che il pagamento delle imposte di successione non costituisce atto di accettazione tacita di eredità, perché si ritiene che si tratti di atto necessitato dagli obblighi impositivi fiscali, ma non necessariamente presuppone la qualità di erede: “La denuncia di successione e il pagamento della relativa imposta (…) non comportano accettazione tacita dell'eredità, trattandosi di adempimenti fiscali che, in quanto diretti a evitare l'applicazione di sanzioni, hanno solo scopo conservativo e rientrano, quindi, tra gli atti che il chiamato a succedere può compiere in base ai poteri conferitigli dall'articolo 460 c.c.; implicano, invece, accettazione tacita dell'eredità il ricorso alla Commissione tributaria contro l'avviso di accertamento del maggior valore notificato dall'amministrazione finanziaria e la successiva stipulazione di un concordato per la definizione della controversia perché questi atti, indipendentemente dalle specifiche intenzioni del chiamato all'eredità, non sono meramente conservativi ma tendono alla definitiva soluzione della questione fiscale.” (Cassazione civile, sez. II, 31/10/2016, n. 22017).

Diversamente sono rilevanti, ai fini dell’accettazione tacita, gli atti che per la loro natura e finalità siano incompatibili con la volontà di rinunciare e non siano altrimenti giustificabili.
Ad esempio, ricorrere al Giudice per far valere un diritto di credito del defunto oppure, al contrario, resistere in un giudizio contro quest’ultimo promosso implica accettazione tacita.
Ugualmente quest’ultima è integrata da un atto di disposizione (vendita o donazione) di uno o più beni facenti parte dell’asse ereditario.
Anche la voltura catastale, rilevante non solo a fini fiscali ma altresì civilistici, integra accettazione tacita.
Infine ancora “(…) la riscossione dei canoni di locazione di un bene ereditario, quale atto dispositivo e non meramente conservativo, integra accettazione tacita dell'eredità ai sensi dell'art. 476 c.c.” (Cassazione sopra citata n. 11823/2015)

Ciò chiarito, nel caso di specie – probabilmente nel dubbio che gli atti già posti in essere potessero risultare “equivoci”, ovvero contestabili dagli altri coeredi o da terzi sotto il profilo della loro efficacia quali forma di accettazione tacita - il terzo erede ha ritenuto opportuno “mettere nero su bianco” la propria volontà.

In merito all’ultima domanda, relativa all’individuazione del momento esatto in cui si possa parlare di intervenuta accettazione espressa, si deve ritenere che esso coincida con la data di sottoscrizione dell’atto notarile e non con la registrazione o con la trascrizione del medesimo.
E’ con l’espressione formale della volontà dell’erede che si verificano, infatti, gli effetti dell’accettazione: la registrazione è imposta a fini meramente fiscali; la trascrizione, invece, ha finalità di pubblicità, vale a dire che per essere “opponibile” ai terzi (ovvero affinché prevalga su qualsiasi successivo atto riguardante l’eredità, anche nei confronti di terzi estranei) l’atto notarile di accettazione deve risultare trascritto nei pubblici registri.

Daniele B. chiede
domenica 17/01/2016 - Toscana
“buonasera,
a seguito di una condanna penale è stato stabilito il pagamento di una provvisionale, sono a richiedere se tale provvisionale stabilita dal giudice è soggetta a prescrizione ordinaria o a quali altri termini tutto questo al fine di capire la convenienza di accettare o meno una eredità. Sempre legata al tema successorio ed alla stessa situazione vorrei sapere se l'essere subentrati in una causa civile (riassunzione penso sia il termine) come erede della persona convenuta a seguito della morte di costei si configuri come accettazione di eredità e quindi non sia più possibile rinunciare all'eredità stessa alla luce di questo atto compiuto”
Consulenza legale i 23/01/2016
Con riferimento al primo quesito (individuazione del termine di prescrizione per l'esercizio del diritto al pagamento della cd. provvisionale), occorre delineare, in breve, un quadro dell'istituto della cd. provvisionale.
All'interno del giudizio penale, l’art. 539 del c.p.p., al comma 1, nel disciplinare l'istituto della cd. condanna generica, stabilisce che se le prove acquisite nel processo non consentono la liquidazione del danno, il giudice pronuncia condanna generica e rimette le parti davanti al giudice civile.
Il medesimo articolo, al comma 2, nel disciplinare l'istituto della cd. provvisionale, statuisce che, su istanza della parte civile, l'imputato ed il responsabile civile possono essere condannati al pagamento di una somma di denaro - appunto, la cd. provvisionale - nei limiti del danno per cui si ritiene già raggiunta la prova.
Per quanto riguarda la natura della provvisionale, la giurisprudenza ha evidenziato che, in base al dettato dell'art.278 del c.p.c - analogo al dettato dell'art. 539 c.p.p. - a differenza della condanna generica, la provvisionale "dà luogo ad un vero e proprio provvedimento di condanna, che presuppone la valutazione positiva del giudice di merito circa il raggiungimento della prova di una determinata entità del danno e la cui statuizione, irrevocabile da parte del giudice che l'ha emanata e modificabile solo mediante l'esperimento dei normali mezzi di impugnazione, all'esito di questi, qualora trovi conferma, è suscettibile di passare in cosa giudicata" (cfr. Cass. Civ, sez. III, 10 agosto 2000, n. 10595).
Inoltre, si precisa che, ai sensi dell'art.540 del c.p.p., comma 2, la condanna al pagamento della provvisionale è immediatamente esecutiva.
Tuttavia, ai sensi dell'art.600 del c.p.p., comma 2, il responsabile civile e l'imputato possono proporre, mediante l'impugnazione della sentenza di primo grado al giudice di appello, la revoca o la sospensione della provvisoria esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale.
Su richiesta delle stesse parti, il giudice di appello può disporre con ordinanza in camera di consiglio, che sia sospesa l'esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale quando ricorrono gravi motivi (art. 600, comma 2, del c.p.p.).
Alla luce del dibattito avutosi sull'istituto in commento, sembrerebbe potersi affermare che la condanna generica con liquidazione di una provvisionale emessa dal giudice penale in favore della parte civile non obblighi quest'ultima ad incardinare un processo civile per la liquidazione del danno ulteriore. La parte civile, infatti, potrebbe ritenersi soddisfatta di quanto riconosciutole nel giudizio penale a titolo di provvisionale.
Infatti, la parte civile - in favore della quale il giudice penale ha disposto il pagamento della cd. provvisionale - solamente laddove interessata a richiedere il riconoscimento di eventuali ulteriori danni discendenti dal fatto illecito del condannato in sede penale, potrebbe adire il giudice civile con apposita domanda.
In questo caso, pertanto, l'esito del giudizio civile assorbirebbe e "supererebbe" la condanna alla provvisionale ed il provvedimento conclusivo di tale giudizio avrebbe natura decisoria e potrebbe essere soggetto alle impugnazioni ordinarie disciplinate dal codice di procedura civile.
Per concludere - oltre a quanto precisato circa la possibilità della sospensione o della revoca della provvisionale in sede di appello ed alla possibilità del superamento della condanna alla provvisionale con sentenza del giudice civile - sembra potersi affermare che l'esercizio del diritto al pagamento della cd. provvisionale si prescriva nel termine ordinario decennale, ai sensi dell'art. 2953 del c.c., il quale stabilisce che "i diritti per i quali la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, quando riguardo ad essi è intervenuta sentenza di condanna passata in giudicato, si prescrivono con il decorso di dieci anni".
Con riferimento al secondo quesito (eventuale configurarsi dell'accettazione dell'eredità in caso di successione in una causa in qualità di erede del convenuto), si evidenzia quanto segue.
Ai sensi dell'art. 476 del c.c., l'accettazione dell'eredità può essere, oltre che espressa, tacita, nel caso in cui il chiamato all'eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede.
Il caso sotteso al quesito sembra integrare proprio l'ipotesi dell'accettazione tacita dell'eredità, come confermato dalla giurisprudenza: "l'intervento in giudizio operato da un chiamato all'eredità nella qualità di erede legittimo del de cuius costituisce accettazione tacita dell'eredità ai sensi dell'art. 476 c.c., addirittura senza che alcuna rilevanza assuma la circostanza della successiva cancellazione della causa dal ruolo per inattività delle parti (cfr. Cass. Civ., Sez. II, 8 aprile 2013, n. 8529).
Infatti l'accettazione dell'eredità, a tutela della stabilità degli effetti connessi alla successione "mortis causa", si configura come un atto puro ed irrevocabile ai sensi dell'art. 475 del c.c., e quindi insuscettibile di essere caducato da eventi successivi (cfr. brocardo latino "semel heres semper heres").
Situazione differente, che dalla prospettazione dei fatti non sembra ricorrere nel caso di specie, si avrebbe nel caso in cui il convenuto in riassunzione dimostrasse tempestivamente in giudizio la carenza di legittimazione passiva a causa dell'avvenuta rinuncia all'eredità: "viene a gravare sui convenuti in riassunzione l'onere di dimostrare il contrario e se del caso di chiarire la loro posizione in tempo utile. Ciò vale in particolar modo nel caso in cui la causa debba essere riassunta nei confronti degli eredi della parte defunta, ed il venir meno della qualità di erede dipenda da una libera scelta dell'interessato, qual è la rinuncia all'eredità, non ancora esternata alla data della notificazione dell'atto di riassunzione. Alla luce degli enunciati principi di diritto, al contrario, l'odierna ricorrente avrebbe dovuto eccepire e dimostrare nella fase di merito in cui il processo era stato riassunto che il titolo a succedere era venuto a mancare, apparendo tardive le deduzioni svolte al riguardo nel presente giudizio di legittimità (cfr. Cass. Civ., Sez. II, 8 ottobre 2014 n. 21227).

P. F. chiede
sabato 13/07/2013 - Veneto
“Buongiorno.
Persona deceduta senza figli e divorziata.
2 fratelli in vita e 10 nipoti figli di 4 fratelli già deceduti.
Vorrei conoscere come viene ripartito il volume ereditario composto da 1 bene immobile, 1 deposito bancario e 1 postale portati in successione.
Vi è stato un prelevamento fatto 1 giorno prima della morte dell'intestataria, portato a termine da un fratello con delega. Tale prelievo deve essere giustificato da chi lo ha eseguito? L'importo era di euro 15.000.
Ringrazio e saluto”
Consulenza legale i 16/07/2013
Il patrimonio della de cuius va diviso per il numero dei fratelli, viventi o meno. Quindi, l'eredità verrà suddivisa in 6 parti uguali: 1/6 a ciascun fratello in vita e 1/6 ai figli di ciascuno dei 4 fratelli premorti, in virtù del diritto di rappresentazione stabilito per legge (artt. 467 e ss. c.c.).

All'ex marito nulla è dovuto, a meno che questi non godesse di un assegno di mantenimento al momento dell'apertura della successione e solo qualora egli versi in stato di bisogno (art. 9 bis della legge n. 898 sul divorzio).

Ciascun erede è titolare di una quota del patrimonio della defunta e per sciogliere tale comunione sarà necessaria l'operazione di divisione del complesso ereditario, da effettuarsi in via amichevole (con l'accordo di tutti gli eredi) o in via giudiziale. Il denaro potrà essere facilmente diviso, mentre, per quanto riguarda l'immobile, visto l'elevato numero di eredi, è probabile che si opterà per la vendita dello stesso e la suddivisione del ricavato: oppure, uno o più eredi potrebbero decidere di chiedere per sé l'immobile, pagando agli altri eredi i relativi conguagli.

Per quanto concerne il prelievo di somma rilevante (€ 15.000) effettuato il giorno precedente alla morte della de cuius, si devono valutare una serie di circostanze, tra le quali:
- la validità della delega rilasciata al fratello dalla defunta (eventuali vizi formali, sussistenza della capacità di intendere e di volere della delegante, etc.);
- esistenza di un titolo in base al quale il fratello era debitore della sorella (es. si tratta di restituzione di un prestito o del pagamento del prezzo di un bene ceduto alla defunta).
Qualora il prelievo fosse stato eseguito senza alcuna giustificazione, sarà possibile per gli eredi esercitare l'azione di petizione dell'eredità nei confronti di colui che ha indebitamente prelevato la somma di denaro (art. 533 del c.c.): tale somma, infatti, esistendo su conto intestato esclusivamente alla signora defunta, fa indubitabilmente parte del suo asse ereditario ed è oggetto della comunione ereditaria.

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