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Articolo 564 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Condizioni per l'esercizio dell'azione di riduzione

Dispositivo dell'art. 564 Codice civile

Il legittimario (1) [536 c.c.] che non ha accettato l'eredità col beneficio d'inventario (2) [484, art. 557 del c.c. c.c.] non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all'eredità [519 ss. c.c.]. Questa disposizione non si applica all'erede che ha accettato col beneficio d'inventario e che ne è decaduto [493, 505 c.c.], 494, 505] (2).

In ogni caso il legittimario, che domanda la riduzione di donazioni [555 c.c.] o di disposizioni testamentarie [554 c.c.], deve imputare alla sua porzione legittima le donazioni e i legati a lui fatti (3), salvo che ne sia stato espressamente dispensato (4) [552, 553, [[724cc] c.c.].

Il legittimario che succede per rappresentazione [467 ss. c.c.] deve anche imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al suo ascendente [740 c.c.].

La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori (5).

Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo IV di questo libro, è esente da collazione, è pure esente da imputazione [737 ss. c.c.].

Note

(1) La previsione vale solo per il legittimario leso. Quello pretermesso, in quanto non chiamato all'eredità, non può accettarla.
(2) La mancanza dell'accettazione beneficiata può essere rilevata anche d'ufficio dal giudice.
(3) In tal modo si determina il valore reale della legittima (v. art. 536 del c.c.).
(4) La dispensa dall'imputazione deve essere espressa. Si ritiene debba rivestire la stessa forma dell'atto di donazione, benchè possa essere anche non contestuale ad essa.
(5) In questo modo si evita che attraverso la dispensa dall'imputazione possano essere indirettamente revocate le donazioni anteriori.

Ratio Legis

Imporre l'accettazione beneficiata all'erede che voglia agire in riduzione contro i non coeredi è un modo per tutelare tali soggetti consentendo loro di conoscere l'ammontare dell'eredità e, quindi, della disponibile.
L'imputazione ex se si spiega, invece, in quanto tali donazioni e legati vengono considerati un'anticipazione sulla quota di legittima, a meno che il de cuius non abbia espresso una diversa volontà.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 564 Codice civile

Cass. civ. n. 22097/2015

La dispensa del donatario dall'imputare la donazione alla propria quota di legittima costituisce un negozio autonomo rispetto alla donazione medesima, sicché essa può essere effettuata anche nel successivo testamento del donante.

Cass. civ. n. 22632/2013

In tema di azione di riduzione, qualora il legittimario, ai sensi dell'art. 564 cod. civ., non possa aggredire la donazione più recente a favore di un non coerede per aver accettato l'eredità senza beneficio d'inventario, egli non può aggredire la donazione meno recente a favore del coerede, se non nei limiti in cui risulti dimostrata l'insufficienza della donazione più recente a reintegrare la quota di riserva, non potendo ricadere le conseguenze negative del mancato espletamento di quell'onere su soggetti estranei all'assolvimento dello stesso.

Cass. civ. n. 28632/2011

A norma dell'art. 564 c.c., il legittimario che abbia la qualità di erede non può esperire l'azione di riduzione delle donazioni e dei legati lesivi della sua quota di legittima ove non abbia accettato l'eredità con beneficio d'inventario, non potendo tale condizione valere, invece, per il legittimario totalmente pretermesso, il quale può acquistare i suoi diritti solo dopo l'esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento. La pretermissione del legittimario può verificarsi anche nella successione "ab intestato", qualora il "de cuius" si sia spogliato in vita del suo patrimonio con atti di donazione.

Cass. civ. n. 7098/2011

La mancanza della rinunzia al legato in sostituzione di legittima, da parte del legittimario che agisce in riduzione ai sensi dell' art. 564 c.c., è rilevabile di ufficio, senza necessità di eccezione della controparte; ne consegue che è tempestiva la relativa eccezione sollevata per la prima volta nell'atto di appello.

Cass. civ. n. 19527/2005

In tema di azione di riduzione delle donazioni e dei legati, qualora il testatore abbia disposto a titolo universale dell'intero asse ereditario, la condizione dell'accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario è esclusa nell'ipotesi in cui il legittimario, essendo stato totalmente pretermesso, non assume, ai sensi dell'art. 467 secondo comma c.c., la qualità di chiamato all'eredità fino a quando l'istituzione testamentaria non venga ridotta nei suoi confronti; tale regola è stata da tempo estesa all'erede legittimo sul rilievo che, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell'intero patrimonio con atti di donazione, anche nella successione ab intestato può configurarsi la totale pretermissione del legittimario il quale, per l'assenza di beni relitti, si trovi nella necessità di esperire l'azione di riduzione a tutela del diritto sostanziale riconosciutogli dalla legge; infatti, la disposizione di cui all'art. 564 c.c., che subordina la proposizione dell'azione di riduzione delle donazioni e dei legati da parte del legittimario alla sua accettazione con beneficio d'inventario, salvo che le donazioni e i legati siano fatte a persone chiamate come coeredi, risponde alla ratio di evitare che la confusione dei patrimoni del de cuius e dell'erede impedisca al donatario e al legatario di verificare l'effettività della lesione della riserva e, inoltre, all'esigenza, di cui è fatta menzione nella relazione al progetto definitivo del codice civile, di evitare il contrasto logico ed insanabile fra la responsabilità illimitata dell'erede, nonchè il suo obbligo di rispettare gli atti di disposizione del defunto, e l'azione di riduzione della liberalità.

Cass. civ. n. 9424/2003

La riduzione della disposizione testamentaria conseguente all'accoglimento della domanda del legittimario che si ritenga leso nella sua quota di riserva, non derivando da un vizio di nullità dell'atto dispositivo, rende tale atto soltanto inefficace ex nunc nei confronti del legittimario vittorioso, sicché, fino a quando non sia intervenuta la pronuncia di accoglimento della domanda di riduzione, le disposizioni testamentarie (come anche le donazioni) lesive della quota di legittima conservano ed esplicano la loro efficacia. Ne consegue che la controversia relativa all'azione di riduzione non si pone in rapporto di pregiudizialità necessaria con la domanda di liquidazione della quota di capitale sociale oggetto di disposizione testamentaria suscettibile di riduzione in caso di accoglimento della domanda proposta dal legittimario che si ritenga leso, non potendosi comunque verificare il contrasto di giudicati.

Cass. civ. n. 2294/1996

L'esperimento dell'azione di simulazione da parte degli eredi, relativamente ad un negozio apparentemente oneroso compiuto dal de cuius, preordinato al successivo eventuale esercizio dell'azione di riduzione e diretto contro persone estranee all'eredità non è condizionato all'accettazione con beneficio d'inventario nei soli casi in cui venga in questione la simulazione assoluta di un negozio giuridico o in cui, pur prospettandosi Ia simulazione come relativa, il negozio dissimulato sia nullo per vizio di forma o per incapacità di uno dei soggetti o per altra causa, non potendo in tali casi negarsi l'interesse del legittimario a fare accertare, indipendentemente dall'azione di riduzione, l'intervenuta simulazione e cioè l'inesistenza dell'apparente negozio giuridico posto in essere dal de cuius. Viceversa, allorquando sia stato impugnato un negozio oneroso siccome dissimulante una donazione, essendo il negozio dissimulato rivestito della forma prescritta, l'azione di simulazione è in funzione unicamente dell'azione di riduzione e perciò in tanto può essere proponibile, in quanto sussista il presupposto cui è condizionata la proposizione della seconda e cioè l'accettazione con beneficio d'inventario.

Cass. civ. n. 12632/1995

Il legittimario pretermesso non è chiamato alla successione per il solo fatto della morte del de cuius, potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l'esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti da parte dell'istituito. Ne consegue che la condizione della preventiva accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario, stabilita dal primo comma dell'art. 564 per l'esercizio dell'azione di riduzione, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualità di erede (per disposizione testamentaria o per delazione ab intestato), e non anche per il legittimario
totalmente pretermesso dal testatore.

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Consulenze legali
relative all'articolo 564 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Angela M. chiede
martedì 16/10/2018 - Toscana
“Buonasera

quesito: posso e come posso rientrare in possesso dell'1/4 di immobile, ed eventuali soldi/valori, di mia nonna morta dopo mia mamma ?


mia nonna,vedova, è morta l'anno scorso, 2017.
Aveva 4 figli (3 sono vivi 1 defunto, mia mamma)

Solo dopo la sua morte ho scoperto che anni prima aveva venduto il suo appartamento a mia zia, moglie in comunione di beni di uno dei 3 figli ancora vivi). Pertanto non è stata fatta nessuna successione e, oltre a non ritrovarmi quota della leggittima di mia madre premorta, non ho potuto accedere al suo c/c o altro.

ho una copia dell'atto di compravendita dell'immobile nel quale ho letto:

- L’atto è stato stipulato nel 2010 presso la sua abitazione e non presso il notaio alla presenza di 2 testimoni, vicini d casa. La nonna all’epoca era invalida.

- Nell’atto del 2010 è stato indicato che il pagamento è avvenuto "in più riprese anteriormente al 4/7/2006"

-L’appartamento è stato venduto alla nuora (mia zia), con specifica che compra a titolo proprio ex art 179 utilizzando denaro acquisito con il ricavato di beni personali. mia zia è in comunione di beni con 1 dei figli di mia nonna.

-Il valore di vendita indicato è il doppio calcolato rispetto al valore catastale.

- Immobili simili in vendita ad oggi nella stessa via/stesso paese hanno annunci con prezzo di vendita di circa il doppio

grazie”
Consulenza legale i 19/10/2018
In forza dell’istituto della rappresentazione (art. 467 c.c.) i discendenti subentrano nel luogo e nel grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non può (come nel caso di premorienza quando il soggetto avente diritto all’eredità muore prima della persona dalla quale avrebbe ereditato) o non vuole accettare l'eredità o il legato.
Ciò significa che in caso di premorienza l’eredità lasciata dal de cuius (nel nostro caso, Sua nonna) viene spartita tra i figli viventi di quest’ultimo ed i figli del figlio premorto.

Quindi, in risposta alla prima domanda, Lei rientra tra gli eredi di Sua nonna in luogo di Sua madre.

In caso di atti di liberalità fatti in vita dal de cuius occorre verificare se questi abbiano ecceduto la quota disponibile prevista dalla legge ossia quella quota che è riservata ai legittimari.
Infatti, in base all’art. 537 c.c., se un genitore lascia più figli (come nella presente vicenda) a questi è riservata complessivamente la quota dei due terzi del patrimonio, da dividersi in parti uguali tra tutti i figli, mentre un terzo del patrimonio è la quota disponibile.
Nel Suo caso, quindi, la quota di eredità che la legge riserva in Suo favore è pari ad un sesto.

Ciò precisato, con riguardo la vendita dell’appartamento a Sua zia si osserva quanto segue.
Come sopra specificato, il de cuius in vita può disporre dei suoi beni entro un certo limite (la quota disponibile).
Superato questo limite, atti di disposizione del patrimonio (testamento o atti di liberalità) potrebbero andare a ledere la quota di legittima.
In tal caso, l’ordinamento prevede un particolare strumento a tutela del legittimario la cui quota di riserva sia stata lesa: l’azione di riduzione.
Con tale azione si chiede la riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni allo scopo di reintegrare, appunto, la quota di legittima.
E’ una azione che può esperita nel termine di prescrizione di dieci anni che inizia a decorrere dal giorno dell’apertura della successione nel caso di donazione lesiva, o dall’accettazione dell’eredità, nel caso di disposizione testamentaria.
Il calcolo della quota di legittima avviene attraverso la cd. riunione fittizia, cioè una operazione matematica che imputa al patrimonio del de cuius il valore dei beni rimasti e di tutte le donazioni compiute in vita.
Come disposto dall’art. 555 c.c., l’azione di riduzione si dirige in primo luogo verso le disposizioni testamentarie e quando queste risultino insufficienti per ripristinare la quota lesa, verso le donazioni effettuate in vita dal de cuius.
Ricordiamo che laddove l’azione di riduzione si rivolga a soggetti diversi dai coeredi (come nel caso in esame visto che l’immobile era stata venduto alla nuora che aveva acquistato con i ricavi di beni personali e quindi non in comunione) chi esperisce l’azione deve aver accettato l’eredità con il beneficio d’inventario (art. 564 c.c.).

Ciò premesso, non solo le donazioni dirette sono soggette a riduzione ma anche quelle cd. indirette: cioè atti di liberalità diversi nella forma da una donazione ma uguali ad essa nella sostanza.
Si pensi, ad esempio, ad una vendita simulata come potrebbe essere nel caso in esame.
In tal caso occorrerebbe prima impugnare la vendita e poi esperire l’azione di riduzione.
Secondo gran parte della giurisprudenza, vi sono degli indizi che possono far supporre che dietro una vendita ci sia in realtà una donazione.
Essi sono, ad esempio: 1) la circostanza che il venditore abbia continuato a vivere nella casa anche dopo la vendita; 2) il valore di vendita dell’immobile di molto inferiore a quello effettivo (ad esempio una casa del valore di trecentomila euro venduta a cinquantamila euro); 3) la mancanza di tracce di pagamento del prezzo dell’immobile.
Tuttavia, una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione (ordinanza n.5843/2018) ha sottolineato che un prezzo irrisorio o il parziale pagamento del corrispettivo pattuito non siano da sole prove sufficienti ai fini della simulazione.

Ciò posto, nel caso in esame risulta che l’immobile sia stato alienato ad un prezzo pari a circa la metà di quello di mercato.
Il concetto di prezzo irrisorio (come indizio di donazione) elaborato dalla giurisprudenza parrebbe richiedere un divario maggiore.
Si pensi, ad esempio, alla sentenza di Cassazione n.3175/2011 dove un prezzo irrisorio è stato ritenuto quello pari ad un settimo del valore effettivo dell’immobile. Quindi, nel caso in esame, potrebbe darsi che un giudice non ritenga sufficiente tale elemento per poter qualificare la vendita come simulata.
Elemento, invece, molto sospetto appare essere quel pagamento “avvenuto a più riprese anteriormente al quattro luglio 2006”. Infatti, di norma in una compravendita il prezzo dell'immobile viene corrisposto contestualmente alla stipula dell'atto notarile. Inoltre, la data del 4 luglio 2006 non è stata indicata a caso: dopo tale data si sarebbero dovute menzionare le modalità di pagamento del corrispettivo mediante dichiarazione sostitutiva del'atto di notorietà (art. 35 comma 22 D.L. 223 del 4 luglio 2006). Così facendo, invece, si è aggirato il predetto obbligo di legge.

Altro indizio della vendita simulata potrebbe essere la presenza dei due testimoni.
Infatti, in base all’art. 48 della Legge Notarile è prevista la necessaria presenza di testimoni soltanto nei seguenti casi: negli atti di donazione; convenzioni matrimoniali, loro modificazione, dichiarazione di scelta del regime di separazione; se la parte non sa leggere e scrivere; se la parte, qualunque sia la sua condizione, ne richieda la presenza; se il notaio ne ravvisi la necessità.
La compravendita non rientra tra le predette ipotesi. Quindi, la presenza dei due testimoni potrebbe costituire un ulteriore indizio che in realtà siamo di fronte ad un atto di donazione, "travestito" da compravendita (si tratterebbe, in gergo tecnico, di una vendita simulata).

Tutto ciò premesso, rispondendo in via definitiva alla domanda contenuta nel quesito, questi i nostri suggerimenti per tutelare i Suoi diritti ereditari.
1. Occorre in primo luogo accettare l’eredità con beneficio di inventario. L’accettazione può essere fatta anche presso la cancelleria del tribunale dell’ultimo domicilio di Sua nonna.
2. Successivamente, occorre ricostruire l’asse ereditario per verificare se sia stata lesa o meno la quota di legittima. Ciò può essere fatto tramite un tecnico di Sua fiducia.
3. In caso di lesione della quota di legittima, occorre esercitare l’azione di simulazione relativa alla vendita dell’appartamento ed esperire l’azione di riduzione (oltre in via subordinata, l’eventuale azione di divisione della comunione ereditaria).

Per tali attività giudiziali occorre ovviamente l’assistenza di un avvocato.

Naturalmente, sarà necessario verificare anche la situazione degli altri eredi, se vi siano state o meno accettazioni di eredità ecc.ecc.

Da ultimo, facciamo presente che per accedere a conti correnti di Sua nonna, occorre inoltrare formale richiesta alla posta o alla banca chiedendo copia della documentazione relativa alle singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni. Questo è un Suo diritto espressamente previsto dall’ultimo comma dell’art. 119 del Testo Unico Bancario.



SERGIO chiede
venerdì 10/08/2018 - Basilicata
“SUCCESSIONE EREDITARIA, EREDE PRETERMESSO, DIRITTI DEL CONIUGE SUPERSTITE
Il Sig. Sergio ha 4 figli: 3 da una precedente matrimonio concluso con atto di divorzio e 1 dalla convivente.
Nel 2005 il sig.Sergio con un atto di donazione dona la nuda proprietà dell’intero patrimonio immobiliare consistente in numerosi immobili e quantificato nell’ordine dei 10 milioni di euro ai 4 figli in comunione e conserva l’usufrutto su tutti gli immobili. Con un secondo atto di 'assegnazione in conto di futura divisione' eseguito dai 3 figli del precedente matrimonio viene ceduto a favore del figlio nato dalla convivenza un immobile commerciale il cui usufrutto il figlio cederà alla madre.
Al momento della donazione, nel 2005, il sig.Sergio ha un debito bancario di 100mila euro. Dal 2005 in poi il Sig.Sergio accumula un’altra serie di debiti fiscali e bancari poichè gravato di tutte le tasse del patrimonio immobiliare donato: egli non riesce con la sua gestione degli immobili a pagare tutte le spese e a mantere il suo tenore di vita lussuoso. L’unica cosa di cui il Sig.Sergio conserva il possesso (oltre al suo diritto di usufrutto su tutto il patrimonio immobiliare donato) sono mobili e gioielli.
Nel 2010 il Sig.Sergio sposa la convivente (madre del suo 4 figlio).
Alla morte del Sig.Sergio - senza testamento - molto verosimilmente tutti i figli faranno la rinuncia all’eredità (poichè essi hanno avuto già donato tutto il patrimonio immobiliare e ciò che è rimasto sono mobili e gioielli, ma soprattutto debiti in misura nettamente superiore), viceversa la moglie che finora ha avuto solo qualche cadot e ha goduto delle proprietà del sig.Sergio dividendo la vita con lui, quale percorso legale dovrà attuare per ottenere la sua quota? Di che percentuale si tratta? La moglie è un erede pretermesso? Verrà chiamata a rispondere come unica erede dei debiti del Sig. Sergio per poter ottenere la sua quota di coniuge? A chi andranno i mobili e i gioielli visto che i figli faranno rinunzia all’eredità? La moglie, che durante la vita del Sig. Sergio ha vissuto per oltre 30 anni con lui nella bella casa di famiglia (anche questa già donata insieme a tutto il resto nell’atto del 2005), sarà cacciata dalla casa? Avrà diritto all’uso del mobilio?
Ultimo punto: Il figlio primogenito vive in uno dell'immobili, di grande pregio, da quando era maggiorenne su concessione da parte del padre di un comodato d'uso gratuito, negli anni dopo essere diventato economicamente indipendente continua ad abitare lì con la moglie e i figli minorenni e occupa l'immobile nonostante il Sig. Sergio glielo abbia richiesto più volte, anche tramite lettere legali, per poterlo fittare. La mancata restituzione dell'immobile è un valido motivo per poter sciogliere la donazione?”
Consulenza legale i 20/08/2018
I dubbi principali sollevati con il quesito sembrano essere quelli relativi alla posizione che avrà la seconda moglie al momento dell’apertura della propria successione ed alle forme di tutela di cui la medesima potrà avvalersi per avere quanto le spetta del patrimonio ereditario.
Ebbene, intanto va detto che anche per il coniuge in seconde nozze trova applicazione l’art. 581 del c.c., il quale dispone che l’eredità debba essere divisa nella misura di un terzo in favore del coniuge e di due terzi in favore dei figli (tra questi ultimi, poi, la suddivisione verrà fatta in parti eguali, indipendentemente dal fatto che si tratti di figli di primo o di secondo letto).

Sempre al coniuge, seppure di seconde nozze, ed anche se concorre con altri chiamati all’eredità, competerà il diritto riconosciutogli dall’art. 540 del c.c., ossia il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare di proprietà del de cuius o comune ed il diritto di uso sui mobili che l’arredano (al primo coniuge, invece, spetta esclusivamente il diritto agli alimenti, ma solo se versa in stato di bisogno e non sia passato a nuove nozze).
Ora, tralasciando per il momento il problema delle passività ereditarie, possiamo dire che, avendo il testatore disposto in vita di quasi tutto il suo patrimonio, la moglie sicuramente troverà ben poco, e ciò la porrà nella condizione, se vuole, di agire in giudizio per ottenere la reintegrazione della quota che, in quanto erede legittimario, la legge le riserva.

Dispone a tal riguardo l’art. 542 del c.c. che se chi muore lascia, oltre al coniuge, più di un figlio, al coniuge sarà riservato un quarto del patrimonio ereditario, ed è proprio per il recupero di tale quarto che la moglie dovrà agire in giudizio.
Per determinare poi il valore del patrimonio da dividere, occorrerà fare riferimento agli artt. 553 e ss. c.c.; in particolare, dispone l’art. 555 del c.c. che, nel caso in cui il testatore abbia disposto in vita del suo patrimonio con donazioni, eccedendo il valore della quota disponibile, tali donazioni saranno soggette a riduzione fino a raggiungere il valore della disponibile.

Per conoscere a quanto può ammontare il valore della disponibile, invece, ci si dovrà riferire all’art. 556 del c.c., ai sensi del quale occorrerà formare una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al momento della morte, a cui verranno detratti i debiti e riuniti fittizziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (considerando il valore che essi avranno al tempo dell’apertura della successione, ex art. 747 del c.c.).
Calcolato così il valore del patrimonio del de cuius, sarà possibile verificare se i beni residui caduti in successione siano sufficienti o meno a soddisfare la quota di riserva del coniuge pari, si ripete, ad un quarto di quel patrimonio.
Qualora non lo siano, alla moglie non resterà altra soluzione che accettare l’eredità con beneficio di inventario e agire in giudizio contro gli altri eredi per chiedere la riduzione delle donazioni ricevute, quantomeno nella misura in cui sia necessario per reintegrare la sua quota.

Tale forma di accettazione (c.d. beneficiata) non sarebbe in realtà necessaria per agire in riduzione contro chi è stato chiamato come coerede, e ciò secondo quanto disposto dal primo comma dell’art. 564 del c.c. (il quale ne esclude la necessità nel caso in cui le donazioni siano state fatte a persone chiamate come coeredi, ancorchè abbiano rinunciato all’eredità); tuttavia, la stessa si rende necessaria nel caso che ci riguarda, considerato che la moglie troverà un patrimonio pieno di debiti di cui, in mancanza di accettazione con beneficio di inventario, sarebbe tenuta a rispondere anche con i propri beni.
A quanto conseguirà per effetto dell’azione di riduzione dovrà sempre aggiungersi il diritto riconosciutole dall’art. 540 c.c., ossia il diritto di abitare la casa coniugale e di uso del mobilio, trattandosi di un legato c.d. ex lege.

Tracciato così il quadro giuridico generale, cerchiamo adesso di rispondere, sulla base di esso, alle singole domande poste:
  • la moglie, anche se in seconde nozze, ha diritto ad un quarto del patrimonio ereditario;
  • per ottenere la quota che la legge le riserva e qualora la stessa non sia stata rispettata, dovrà agire in giudizio contro i donatari esercitando la c.d. azione di riduzione;
  • non è un erede pretermesso ma “leso”, allorchè ovviamente si accerti, mediante ricostituzione del patrimonio del de cuius, che quanto da lei ricevuto abbia un valore inferiore al quarto che dovrebbe esserle riservato;
  • per poter ottenere la sua quota di eredità deve assumere la qualità di erede, il che comporta che dovrà accettare l’eredità, rispondendo così dei debiti ereditari (per tale ragione sarà opportuno accettare l’eredità con beneficio di inventario);
  • mobili e gioielli andranno tutti alla moglie per accrescimento nell’ipotesi in cui i figli rinunzino all’eredità, e vi rinunzino pure, almeno si presume, i figli dei figli, a cui spetterebbe per rappresentazione il diritto di accettare (cfr. art. 467 del c.c.).

Per quanto concerne, infine, l’ultimo dubbio che si richiede di chiarire, ossia se il rifiuto da parte del figlio di restituire al donante l’immobile concessogli in comodato d’uso possa configurarsi quale forma di ingiuria, tale da legittimare la revocazione della donazione fatta in suo favore, va detto che in linea generale deve rispondersi negativamente.
Infatti, secondo il pensiero della giurisprudenza prevalente, l’ingiuria per rilevare quale causa di revocazione della donazione, deve colpire la sfera morale e spirituale del donante in modo diretto ed esplicito, con modalità che si rivelino gravi e potenzialmente offensivi non solo dal punto di vista oggettivo, ma che denotino anche un sentimento di avversione tale da esprimere l’ingratitudine verso il donante e da ripugnare alla coscienza sociale.
Solo se il giudice, investito dell’eventuale causa di revocazione, si convincesse di ravvisare nel rifiuto del donatario, sentimenti di tale natura, potrebbe pronunciare la revocazione della donazione, ma tale valutazione non potrà non tener conto del comportamento complessivo che il figlio ha avuto ed ha nei confronti del padre (solo per inciso vuole sottolinearsi che per il Tribunale di Trento, sentenza del 22.09.2014, non costituisce ingiuria grave, non trattandosi di un atto di aggressione al patrimonio morale del donante, perfino la mancata assistenza del donatario nei confronti del donante, lasciato così in situazione di solitudine e di abbandono).

Anonimo chiede
martedì 25/07/2017 - Piemonte
“Mio padre è morto l’8 agosto 2015 lasciando un testamento fatto dal notaio e pubblicato in data 12-10-2015 dichiarando che in vita aveva dato molto di più al figlio ( in quanto figlio maschio prediletto)
Mio fratello Tizio ha fatto l’accettazione con beneficio di inventario ricevuta dal notaio in data 12-02-2016
Non ha finito l’inventario e dovuto chiedere una prima proroga di 3 mesi
-intanto è stata fatta la Successione il 14 luglio 2016 per non incorrere nella scadenza dei termini
-il 10 agosto 2016 è scaduta la proroga di 3 mesi concessa dal giudice per finire l’inventario che non è mai stato portato a termine
-il 14 settembre 2016 , con il deposito di una memoria di costituzione ,chiede l’ennesima proroga che verrà rigettata il 29 settembre 2016 . Nella stessa memoria dichiara di non essere nel possesso dei beni ereditari e nello specifico della proprietà del laboratorio odontoiatrico ,lasciatogli in quota x testamento . Che il laboratorio in questione è stato occupato fino al giorno 12 sett.2016 dal CENTRO Alfa di Tizia ( sua moglie) e inoltre che un mazzo di chiavi è stato consegnato all’amministratore del condominio che ancor oggi non sa che farsene ( forse tutto questo x cercare di spossessarsi del bene).
-Peraltro, a confutare la sua falsa affermazione di non essere nel possesso dei beni ,risulta che egli è anche comproprietario di una quota di un terreno e di alcuni quadri del padre che sono stati trasferiti nella nuova sede del Centro Alfa di Tizia e che si vedono fotografati nel sito internet .
Inoltre il Centro Alfa utilizza il numero di telefono appartenuto al laboratorio del padre sin dal 1964 che denota l’appropriamento del pacchetto clienti del papà raccolta in 60 anni di attività...., senza aver riconosciuto un quantum ,creando un danno economico anche alla sorella che non ha potuto usufruire di tale importante attività e del reddito che ne consegue …
A distanza di 10 mesi dalla scadenza dei termini di inventario ,in data 20 luglio 2017 abbiamo ricevuto invito a partecipare ad un incontro con una società di mediazione in quanto il fratello chiede “ previa ricostruzione dell’asse ereditario, riduzione delle disposizioni testamentarie e delle donazioni del decuius per reintegrare la quota di legittima lesa ai suoi danni per un importo di circa 150.000e. Restituzione all’ eredità dei prelievi effettuati e delle somme distratte .”
Ho letto che “ Chiuso l’inventario l’erede ha poi 40 giorni per accettare o meno l’eredità. Che in caso di inerzia, si ritiene che abbia accettato puramente e semplicemente.”
Vi chiedo se la richiesta di partecipare a questa mediazione sia la logica prosecuzione di una azione che credevo fosse finita …essendo trascorso quasi un anno dalla scadenza dei termini di inventario che x sua incuria non è stato portato a termine…se quindi sia la strada obbligata indicata dalla legge , o se a parer vostro è solo un mero tentativo di riprovarci per avere altri vantaggi economici .
Inoltre chiedo di sapere : se dovesse essere necessario aderire alla mediazione … posso io mettere in chiaro le donazioni/regalie che sono state fatte da mio padre a mio fratello o saranno messe in dubbio solo quelle che riguardano il resto della famiglia ?
Se avete un consiglio da darmi sarà ben accetto
Resto in attesa cordiali saluti”
Consulenza legale i 31/07/2017
Da quanto è dato leggere nel quesito sembra di capire che sia il fratello che la sorella sono stati istituiti eredi dal padre ma in misura diversa, essendo stata lasciata alla sorella una quota maggiore rispetto al fratello, con la motivazione che quest’ultimo in vita era stato beneficiato in misura superiore.

Sembra chiaro che intenzione del fratello sia adesso quella di chiedere la riduzione delle disposizioni testamentarie per lesione della sua quota di legittima, intenzione già esplicitata per il fatto stesso di aver accettato l’eredità con beneficio di inventario.

Infatti, se si legge l’art. 564 c.c., inserito nella sezione dedicata alla reintegrazione della quota riservata ai legittimari, si può vedere che tale norma pone quale condizione per l’esercizio dell’azione di riduzione la circostanza che il legittimario preteso leso abbia accettato l’eredità con beneficio di inventario.
La medesima norma, però, continua dicendo che il rispetto di tale condizione non si rende necessario nell’ipotesi in cui si tratti di ridurre donazioni e legati fatti a persone chiamate come coeredi e che tale disposizione non si applica all’erede che abbia accettato con beneficio di inventario e che ne sia decaduto.

E’ proprio questo ciò che è successo nel caso di specie, essendo il fratello decaduto dal beneficio di inventario per non essere riuscito nei termini a completare l’inventario, malgrado le diverse proroghe richieste, ma non avendo per questo perso il diritto di agire in giudizio per la reintegrazione della sua quota di legittima.

Dunque, a prescindere dal fatto che sia o meno nel possesso dei beni ereditari, pur se decaduto dal beneficio di inventario e divenuto erede puro e semplice, potrà esercitare l’azione di reintegrazione della quota a lui riservata dalla legge in qualità di legittimario.
Per fare ciò occorre rispettare la fase della mediazione obbligatoria, istituto entrato in vigore nel nostro ordinamento dal 20 settembre 2013, anche se, in realtà si tratta di una re-introduzione.
Infatti, tra le materie oggetto di mediazione obbligatoria si annoverano, nell’odierna come nella passata normativa, le successioni ereditarie.

Ora, l’obiettivo del raggiungimento di una intesa tra coeredi in disaccordo (ossia l’accordo di conciliazione vero e proprio), risulta certamente più facile nell’ambito di una mediazione piuttosto che in un’aula di Tribunale, tenuto conto che peculiarità della stessa è proprio quella di mirare prima di ogni cosa alla soddisfazione di tutte le parti partecipanti al procedimento e, di conseguenza, anche al recupero del rapporto umano tra parenti.

Sul piano prettamente pratico, in ambito successorio il conseguimento di un consenso condiviso tra tutti i coeredi viene conseguito con il calcolo esatto delle quote ereditarie spettanti a ciascuna parte, con l’analisi dell’asse ereditario e del valore di mercato da attribuire ad esso e con la conseguente e finale definizione dei rapporti patrimoniali tra le stesse.

Per fare ciò occorre rispettare l’altra condizione posta dal secondo comma del predetto art. 564 c.c., il quale dispone che il legittimario che domanda la riduzione di donazioni o di disposizioni testamentarie, deve imputare alla sua porzione legittima, le donazioni e i legati a lui fatti, salvo che dal fare ciò ne sia stato espressamente dispensato (si tenga conto, comunque, che una eventuale dispensa da collazione produce effetto, ex art. 737 c.c., soltanto nei limiti della quota disponibile).
Quindi, è proprio questa norma che pone, quale ulteriore condizione affinché il fratello possa esercitare l’azione di riduzione, che lo stesso imputi alla sua porzione di legittima le donazioni già ricevute in vita dal padre, il che potrà anche essere richiesto dalla sorella nel corso ed in occasione della stessa mediazione, al fine di determinare con esattezza l’asse ereditario e così calcolare esattamente le quote spettanti a ciascuna parte e la quota di cui il testatore poteva liberamente disporre.

Il vantaggio della mediazione, in casi come questo, si traduce nel concreto in un elevatissimo risparmio di tempo e di denaro (i costi sono considerevolmente inferiori ad un normale giudizio), tenuto conto peraltro che, una volta raggiunto l’accordo, i contraenti non dovranno più rivolgersi al Tribunale per rendere esecutivo il verbale di mediazione (così come avveniva fino al 2013), ma gli avvocati delle parti, attestando che l’accordo raggiunto non è contrario a norme imperative o all’ordine pubblico, avranno immediatamente nel detto verbale un titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, l’esecuzione per consegna e rilascio, l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, oltre che per l’iscrizione di ipoteca giudiziale.

A ciò si aggiunga, infine, che tutti gli atti relativi al procedimento di mediazione sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni altra spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura; il verbale di accordo è anche esente dall’imposta di registro sino alla concorrenza del valore di 50.000 euro e, infine, in caso di successo della mediazione, le parti avranno diritto a un credito d’imposta fino a un massimo di 500 euro per il pagamento delle indennità complessivamente dovute all’organismo di mediazione, mentre, in caso di insuccesso, il credito d’imposta è ridotto della metà.
Sono diversi, dunque, come può notarsi, i vantaggi che possono indurre la sorella ad aderire alla mediazione al fine di raggiungere in tale sede un accordo tra i coeredi, trattandosi oltretutto di una fase prodromica obbligatoria onde poter iniziare una eventuale azione giudiziaria.

Dunque, alla domanda se la richiesta di mediazione sia la strada obbligata indicata dalla legge o un semplice tentativo posto in essere dal fratello e volto a conseguire ulteriori vantaggi economici, va risposto dicendo che in effetti trattasi di un percorso obbligato.
Infatti, il legislatore con il D.lgs. 28/2010, ha previsto delle ipotesi in cui le parti di una controversia civile o commerciale sono obbligate, prima di rivolgersi al giudice, ad esperire (a pena di improcedibilità della domanda) il procedimento di mediazione.

Si tratta delle controversie vertenti nelle materie elencate dall’art. 5, comma 1-bis del suddetto decreto legislativo, per come reintrodotto con alcune modifiche rispetto all’originaria disciplina, ad opera del c.d. decreto del fare, decreto legge 21 giugno 2013, n. 69, recante “Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia”, conv., con mod., nella legge 9 agosto 2013, n. 98, e tra queste materie vi sono proprio le successioni ereditarie.

Si tenga conto però che il nuovo art. 5, comma 1-bis d.lgs. n. 28/2010 ha previsto che l’obbligatorietà della mediazione abbia natura transitoria e sperimentale: essa, difatti, ha efficacia per i quattro anni successivi alla data dell’entrata in vigore della riforma del 2013 (21 settembre 2013).
Pertanto, salvo ulteriori interventi normativi, le controversie vertenti nelle materie elencate nell’art. 5, comma 1-bis, d.lgs. 28/2010, tra cui appunto le successioni ereditarie, a decorrere dal 21 settembre 2017 non risulteranno più assoggettate alla disciplina della mediazione obbligatoria, il che potrebbe risultare sfavorevole per gli innegabili risparmi di spesa e di tempo che dall’esito positivo di tale procedura le parti potranno trarne.

Testi per approfondire questo articolo

  • Dei legittimari. Artt. 536-564

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    Categorie: Legittimari

    Trattare oggi dei legittimari e dei loro diritti può forse suscitare minori diffidenze rispetto a qualche tempo fa. Si potrà sempre nutrire il sospetto che il commento degli articoli 536-564 del codice civile del 1942, che erano e restano la fondamentale sedes materiae, sviscerati come sono da tanti pregevoli contributi dottrinali, oltre che applicati da una consistente mole di decisioni giurisprudenziali, non riservi elementi consistenti di novità. Certo: si... (continua)