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Articolo 809 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Norme sulle donazioni applicabili ad altri atti di liberalitÓ

Dispositivo dell'art. 809 Codice civile

Le liberalità anche se risultano da atti diversi da quelli previsti dall'articolo 769, sono soggette alle stesse norme che regolano la revocazione delle donazioni per causa d'ingratitudine [801 c.c.] e per sopravvenienza di figli [803 c.c.] nonché a quelle sulla riduzione delle donazioni per integrare la quota dovuta ai legittimari [553 ss.] (1).
Questa disposizione non si applica alle liberalità previste dal secondo comma dell'articolo 770 (2) e a quelle che a norma dell'articolo 742 non sono soggette a collazione (3).

Note

(1) La donazione indiretta è una particolare forma di donazione che, pur essendo posta in essere con forme diverse rispetto a quelle tipiche della donazione, produce gli effetti di un atto di liberalità, ossia l'impoverimento del donante e l'arricchimento del donatario. Sono considerate esempi di donazione indiretta, ove vi sia spirito di liberalità, la remissione di debito, la rinuncia dell'eredità pura e semplice, il contratto a favore di terzo, etc...
(2) Si tratta delle liberalità d'uso (v. art. 770 c. 2 del c.c.).
(3) Ossia le spese di mantenimento, di educazione e malattia, nonché quelle ordinarie per l'abbigliamento e le nozze fatte a favore dei figli (e discendenti) e del coniuge del defunto.

Ratio Legis

La norma in commento ha lo scopo di estendere l'applicazione di talune norme sulla donazione anche a quegli atti che, pur non avendo la forma della donazione, realizzano il medesimo effetto, ossia l'impoverimento di chi la compie e l'arricchimento di chi la ricevere.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

385 Un emendamento formale ho apportato all'art. 809 del c.c., che disciplina le così dette donazioni indirette, parlando, anziché di «atti di liberalità diversi dalla donazione», di «liberalità che risultano da atti diversi da quelli previsti dall'articolo 769». La formula è connessa alla definizione della donazione data in quell'articolo, e vuol far riferimento appunto a quelle liberalità compiute senza porre in essere un contratto di donazione.

Massime relative all'art. 809 Codice civile

Cass. n. 13684/2014

L'art. 809 cod. civ., nell'indicare quali norme della donazione siano applicabili alle liberalitÓ risultanti da atti diversi dalla donazione, va interpretato restrittivamente, nel senso che alle liberalitÓ anzidette non si applicano tutte le altre disposizioni non espressamente richiamate. Ne consegue l'inapplicabilitÓ dell'art. 778 cod. civ., che stabilisce i limiti al mandato a donare, al mandato a stipulare un "negotium mixtum cum donatione".

Cass. n. 1214/1997

Per la validitÓ di una donazione indiretta Ŕ sufficiente l'osservanza delle prescrizioni di forma richieste per l'atto da cui essa risulta, in quanto l'art. 809 c.c., mentre assoggetta le liberalitÓ risultanti da atti diversi da quelli previsti dall'art. 769 c.c. alle stesse norme che regolano la revocazione delle donazioni, non richiama l'art. 782 c.c., che prescrive l'atto pubblico per la donazione.

Cass. n. 527/1973

Quando il depositante trasferisce il libretto al portatore non utilizza la causa tipica del rapporto con la banca per conseguire un diverso risultato economico, ma pone in essere con un diverso soggetto un altro negozio, quello di trasferimento, realizzabile per una delle tante cause possibili, le quali non sono conseguite come effetto indiretto della trasmissione, ma ne costituiscono direttamente lo scopo. Esclusa in detta fattispecie un'ipotesi di donazione indiretta non Ŕ invocabile la norma dell'art. 809 c.c. per ritenere sufficiente la forma propria dell'atto atipico di liberalitÓ.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 809 Codice civile

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Anna P. chiede
giovedý 03/05/2018 - Toscana
“CAUSA INDEBITO ARRICCHIMENTO CONIUGI. Il mio ex marito mi richiede 373 mila € per contribuzione acquisto casa coniugale a me intestata e pagata oltre 500 mila € poiché questo denaro proveniva sia da un contopersonale suo che da un conto cointestato con me. Col suo veniva pagato il mutuo intestato a me ( terminato nel 2008) per ultimare l’acquisto della casa L’acquisto di essa è stato interamente gestito da lui col venditore al quale ha firmato assegni ed inviato bonifici dalconto cointestato mio e suo ; depositati infatti nel fascicolo in cancelleria del tribunale di Lucca con le diverse contabili ,( tutte a suo nome ), delle rate di mutuo da lui pagate col suo conto personale. Ma drammatico è il fatto che tutto quel denaro apparteneva a mia madre che aveva con me un conto cointestato . Alla morte di mio padre, la mia mamma ha , ingenuamente , messo in mano tutto il nostro denaro a lui( codici segreti di accesso ai conti ) in quanto promotore finanziario . Per l’acquisto della casa e x il resto degli anni di matrimonio (25) il mio ex marito effettuava giroconti : dal conto cointestato mio / e di mia madre versava il denaro sul cointestato suo /e mio e in occasione del pagamento del mutuo , girava il denaro direttamente sul suo conto personale.Nel 2015 dopo la separazione , mi ha fatto causa per art 1150 e 2041 . Il giudice ha indetto ctu autorizzandola ad accedere e assumere informazioni presso gli istituti bancari secondo indicazioni delle parti. Purtroppo le nostre banche non dispongono più dei conti del 1998! Nel giugno 2016 mio figlio , nel riporre in soffitta alcune cose, trova , tra alcuni documenti del mio ex , buona parte di quei vecchi conti che testimoniano che il denaro x la casa è di mia madre . Sono estratti conto originali e altri fogli su cui lui ha scritto come effettuerà l’acquisto dell’immobile, disinvestendo titoli miei e di mia madre e vendendo l’appartamento , a me intestato, regalatomi dai miei genitori in occasione delle mie nozze.Fatta immediatamente istanza al giudice x riammissione nei termini della documentazione che invio a giudice e ctu Si vede che sul cointestato mio e del mio ex marito in 3 mesi entrano 800 milioni di lire! Della mia famiglia. Il giudice rigetta l’istanza perchè fuori dei termini( non so se in appello sarà ammissibile; temo di no) e perché la soffitta è nelle mie possibilità di accesso. A questo punto sono disperata anche perche l’esito della ctu non è favorevole per me. Vengo al dunque: la casa è intestata a me e nel preliminare di vendita lui scrive:”IL SIGNOR++++++È VENUTO NELLA DETERMINAZIONE DI ACQUISTARLO ( l immobile) PER SÈ O PER PERSONA FISICA O GIURIDICA DA NOMINARSI ALL’ATTO DEL ROGITO” Gentilmente vi chiedo se posso ricorrere alla DONAZIONE INDIRETTA supportandola con sentenze della Cassazione riferita a casi simili al mio. La casa è costata oltre 500 mila€ e lui ne chiede 373 mila € . Quindi non interamente pagata da lui . Posso salvarmi attraverso una donazione INDIRETTA? Si tratta di una sorta di truffa, ho i documenti ma non posso usarli e rischio di perdere la causa. Già durante gli ultimi tempi del matrimonio la minaccia di mandarmi la casa all’asta e di un decreto ingiuntivo era ricorrente. Spesso me lo ripeteva ma non ho mai pensato ad un piano così diabolico! Due volte ha avuto l’allontanamento da casa( nel 2010) di cui uno dai figli ma io , stupidamente, ho ritirato tutte le denunce. Nel 2015 mi sono separata e fin’ora nessun alimento. Ho altre cause in ballo con lui ma quella più grossa è questa. Mi potreste aiutare? L’unica alternativa mi sembra quella della donazione indiretta da parte sua. È paradossale ma non so come uscirne. Un incubo , tra i tanti! Grazie.”
Consulenza legale i 17/05/2018
Per donazione indiretta si intende un atto compiuto con spirito di liberalità, al pari della donazione prevista dall’art. 769 del c.c.
Essa consiste in un’attribuzione patrimoniale con cui si realizza il medesimo risultato della donazione, ovvero l’arricchimento dell’altra parte, ma con strumenti giuridici diversi dalla donazione vera e propria. In sostanza, le parti pongono in essere un negozio giuridico diverso dalla donazione c.d. “diretta”, e per la cui validità non è richiesta la forma dell’atto pubblico, prescritta invece per le donazioni dall’art. 782 del c.c.

La donazione indiretta trova il proprio fondamento normativo nell’art. 809 del c.c., che disciplina appunto le liberalità risultanti da atti diversi da quelli previsti dall'articolo 769 c.c.
Uno dei casi più frequenti di donazione indiretta è, appunto, l’intestazione in favore di altro soggetto di un bene - ad esempio un immobile - acquistato con denaro del donante.
L’azione di indebito arricchimento è, invece, prevista dall’art. 2041 del c.c.: chi, senza una giusta causa, si è arricchito a danno di un'altra persona è tenuto, nei limiti dell'arricchimento, a indennizzare quest'ultima della correlativa diminuzione patrimoniale.
L’esperibilità di tale azione presuppone pacificamente il carattere, appunto, ingiustificato dell’arricchimento: cioè che l’incremento patrimoniale di un soggetto a danno dell’altro sia avvenuto senza giusta causa, “sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale” (così, tra le altre, Cass. Civ. III, 25554/2011).
Nel caso in esame potrebbe astrattamente configurarsi la fattispecie della donazione indiretta, dal momento che le somme utilizzate per l’acquisto dell’immobile provengono - almeno apparentemente - da conti correnti intestati o cointestati al presunto “donante”.
Sostenere la sussistenza della donazione indiretta, sempre che ne ricorrano i presupposti, sarebbe sicuramente utile a contrastare la tesi di controparte riguardo all’ingiustificato arricchimento, dal momento che, come evidenziato sopra, quest’ultimo presuppone l’assenza di una causa e non può quindi essere invocato in presenza di un atto di liberalità.
Tuttavia, occorre anche tenere presente che, secondo Cass. Civ. II, 2149/2014, la fattispecie della donazione indiretta di immobile è configurabile solo nel caso in cui l'intero costo del bene, e non solo una sua frazione, sia stato sostenuto dal donante, perché solo in tale ipotesi la corresponsione del denaro sta in luogo dell'attribuzione liberale dell'immobile, di cui costituisce soltanto una diversa modalità attuativa, identico essendo il risultato giuridico-economico finale.
Nel caso in esame parte del corrispettivo dell’acquisto della casa è stata versata da un conto cointestato ai due coniugi: pertanto sussistono dubbi in merito alla effettiva possibilità di far valere la donazione indiretta.
Esiste poi un problema di ordine processuale, dal momento che, stando a quanto riferito nel quesito, l’altro coniuge ha già proposto una causa facendo valere sia un diritto al rimborso ex art. 1150 del c.c. (evidentemente per miglioramenti, addizioni e/o riparazioni straordinarie) sia ex art. 2041 c.c. per ingiustificato arricchimento. Tale giudizio risulta essere in fase piuttosto avanzata, come si evince dalla circostanza dell’avvenuto espletamento della C.T.U. e dal fatto che il giudice non ha consentito la produzione della documentazione da ultimo rinvenuta.
È evidente pertanto che, in questo stato del processo, la moglie convenuta non potrà eccepire che l’intestazione della casa sia avvenuta per effetto di donazione indiretta.
Il codice di procedura civile prevede infatti precisi termini sia per l’articolazione delle proprie difese sia per la formulazione di mezzi di prova e la produzione di documenti. Si tratta di termini perentori, cioè stabiliti a pena di decadenza.
In particolare, ai sensi dell'art. 167 del c.p.c., nella comparsa di risposta il convenuto deve proporre tutte le sue difese prendendo posizione sui fatti posti dall'attore a fondamento della domanda; a pena di decadenza, deve proporre le eventuali domande riconvenzionali e le eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d'ufficio.

Per una risposta definitiva occorrerebbe analizzare gli atti della causa in corso e i documenti ritrovati.

V. S. chiede
lunedý 05/03/2018 - Lazio
“Buon Giorno
Premesso che con mia moglie siamo in separazione dei beni.
Nel 1995 ho ereditato, da mio padre, un tredicesimo di un appartamento, al pian terreno e 1/13 di un appartamento al primo piano di un villino plurifamiliare. (Proprietà originariamente di mio nonno)
Nel 2001, mia moglie ed io, abbiamo acquistato i 7/13 di tale proprietà, Io mi sono intestato le 7 quote del primo piano. A mia moglie sono state intestate 7 quote del piano terreno.
Per tale operazione abbiamo speso circa 236.000 euro di cui 72.000 di mutuo (un mutuo di 50.000 da restituire in 10 anni con rate annuali di 7.200 euro)
ed il resto ricavati dalla vendita di un mio immobile
Quindi
Io ero proprietario di 8/13 dell'immobile al primo piano (7/13 acquistati, 1/13 ereditato) ed 1/13 del piano terra (ereditato)
Mia moglie era proprietaria di 7/13 del piano terreno
Nel 2008 abbiamo intrapreso una causa di divisione giudiziale (per la precisione: una divisione ereditaria io ed una ordinaria mia moglie)
A settembre del 2017 la sentenza definitiva ha assegnato a mia moglie il 100% del piano terreno con l'obbligo di riscattare i 6 coeredi rimanenti.
ed a me il 100% del primo piano con l'obbligo di riscattare i 5 coeredi rimanenti.
Adesso, in forza della sentenza, mia moglie intende vendere il suo immobile e non intende restituirmi alcunchè delle cifre che io ho messo a sua disposizione per acquistare il suo immobile.
Pensavo di fare una azione (contro mia moglie) per simulazione (causa estremamente difficile da vincere) oppure di sfruttare l'art 783 C.C. per aver fatto a mia moglie una donazione di non modico valore.
La mia domanda è
Ritenete che l'alternativa di appellarmi al codice 783 possa sortire alcun esito a me favorevole. cosa rischio?
Cordiali saluti

Consulenza legale i 14/03/2018
Purtroppo il caso di specie si caratterizza per il fatto di trovarci in presenza non di una donazione diretta del denaro, bensì di una donazione indiretta delle quote di immobile (il denaro personale ha contribuito all’acquisto di quell’immobile).

E’ molto frequente nella vita quotidiana, e durante la convivenza coniugale, assistere a situazioni di questo tipo: Caio acquista un immobile intestandolo interamente alla moglie, in regime patrimoniale di separazione dei beni, paga per intero il valore del bene e dopo molti anni di felice matrimonio, per alterne vicende, vuoi perché si separa dalla moglie vuoi per qualunque altra ragione, si chiede se può riavere indietro la proprietà del bene acquistato con il suo denaro personale o comunque ottenere la restituzione del corrispettivo pagato a suo tempo.

Ebbene, in casi come questo, l’acquisto, pur non avendo le caratteristiche proprie dell’atto di donazione, ne partecipa indirettamente della natura; infatti, l’atto di acquisto si identifica in quello di compravendita dell’immobile o della porzione di immobile, mentre l'animus donandi è costituito dalla volontà di realizzare una liberalità in favore del coniuge senza corrispettivo, accollandosi l'intero o parte del prezzo di compravendita.

Ciò che si dona, dunque, come accennato all’inizio, non è il denaro, ma il bene immobile, e questa è la ragione per cui si parla di donazione indiretta, per la quale si sostiene pacificamente che non occorre la presenza dei testimoni come viene richiesta nel caso di donazione diretta del denaro (in tal senso possono citarsi Cass. 1992 n. 9282 e Cass. 1998 n. 5310).

Si ha infatti una “donazione indiretta” in tutti quei casi in cui si verifica un arricchimento del beneficiario in correlazione ad un connesso “impoverimento” del disponente (secondo lo schema tipico della donazione “vera e propria”) senza che sia stipulata una donazione “formale”, vale a dire quel contratto contenuto necessariamente in un atto pubblico notarile e ricevuto alla presenza di due testimoni.[1]

Dovendosi accettare, dunque, la tesi secondo cui la donazione di quella somma di denaro non può essere attaccata sotto il profilo della sua validità formale, seppure non si tratti di donazione di modico valore, si ritiene a questo punto che una sola sia la soluzione per cercare in qualche modo di recuperare quanto speso in quell’immobile interamente confluito nel patrimonio della moglie, ossia fare ricorso a quella che si definisce norma di chiusura del nostro ordinamento giuridico, l’art. 2041 c.c., applicabile appunto tutte le volte in cui non sussistono altri strumenti di tutela giuridica.

Di tale norma ne ha fatto egregia applicazione il Tribunale di Brindisi in una sentenza del 26 maggio 2014, resa nel corso di un giudizio afferente proprio i rapporti fra coniugi.

In particolare afferma in tale sentenza il Tribunale che la consapevolezza di provocare un arricchimento dell’altro coniuge in assenza di qualsiasi dovere che impone di realizzare l’atto, deve ritenersi elemento sufficiente per la sussistenza dell’animus donandi tipico del contratto di donazione, contratto che potrà in un secondo momento essere revocato soltanto nelle ipotesi tassative previste dall’art. 800 c.c., ossia per ingratitudine e per sopravvenienza di figli.

In mancanza del configurarsi di tali ipotesi, sarà tuttavia possibile agire per il riconoscimento dell’indennità per indebito arricchimento.

A tal fine occorre intanto verificare se sussiste l’ingiustizia, che consiste nell’arricchimento di una delle parti a scapito dell’altra, partendo dal presupposto che, seppure il trasferimento di beni o utilità sia ricollegabile ad un comportamento volontario del coniuge che, in modo deliberato, contribuisce all’incremento del patrimonio dell’altro coniuge, tale incremento non può in ogni caso essere giustificato dall’adempimento degli obblighi morali (nel caso di convivenza) o giuridici di assistenza morale e materiale e di collaborazione (per le famiglie fondate sul matrimonio), soprattutto quando si tratta di spese straordinarie rispetto agli esborsi abitualmente sopportati da una famiglia in base al tenore economico e sociale.

Certo, questo è un discorso che può valere e che può farsi nel momento in cui intervenga una crisi familiare ed una rottura del matrimonio tra i coniugi, ma se si ha già idea di intentare un’azione di simulazione e se l’altra parte vuole appropriarsi di tutto ciò che ricaverà dalla vendita dell’immobile, sembra evidente che qualcosa non funziona per il verso giusto.

Secondo quanto affermato dal Tribunale di Brindisi, infatti, l’azione di indebito arricchimento presuppone il venire meno della coabitazione, costituendo questa condizione essenziale per una specifica destinazione dell’utilitas al bene familiare; solo il venire meno della coabitazione, a seguito di una crisi familiare, può giustificare la restituzione di quell’attribuzione patrimoniale indiretta o del suo equivalente monetario, proprio perché viene meno il dovere di adempiere un dovere giuridico o morale.

Infine, onde poter qualificare come sperequata quella somma di denaro utilizzata per finanziare l’acquisto in capo all’altro coniuge, sarà sufficiente far rilevare ad un eventuale giudice a cui la questione dovrà essere sottoposta che, al fine di riuscire ad adempiere al pagamento della rimanente parte del prezzo di acquisto, si è stati costretti a contrarre un mutuo.

Al di là di tale strumento giuridico non si vedono altri rimedi per riscattare quella consistente somma di denaro, spesa per incrementare il patrimonio dell’altro coniuge.


[1] Si applicheranno, invece, alla donazione indiretta, le regole “sostanziali” che il codice civile detta per la donazione vera e propria; in particolare ci si intende riferire a quelle in materia di lesione di legittima.


Anonimo chiede
martedý 10/10/2017 - Lazio
“Nell’anno 1991 il mio convivente, con il quale avevo già due figli, decise di acquistare la casa in cui tuttora abitiamo. Io contribuii all’acquisto sia con denaro personale che grazie al contributo di mia madre, e il mutuo fu cointestato a lui e a me, sul mio conto corrente. L’appartamento invece fu INTESTATO SOLO A LUI: mi aveva espressamente chiesto che fosse così intestata solo a lui, nella sua qualità di padre di una bambina frutto di un precedente matrimonio, così che i tre figli (due nostri e una soltanto sua) un domani avessero pari diritti sull’immobile. So di essere stata sciocca, acconsentii, ma soprattutto mi sono fidata, di lui e del Notaio, un caro amico del fratello sindacalista. Contestualmente all’atto, il padre dei miei figli redasse di suo pugno una dichiarazione con cui esplicitava che malgrado la casa fosse registrata ESCLUSIVAMENTE a suo nome, in realtà io, convivente, avrei dovuto essere considerata comproprietaria al 50%. Il Notaio, penso consapevolmente, si guardò bene dal controfirmare o autenticare in alcun modo questa scrittura autografa. Nel 1994 ci siamo poi sposati, in separazione dei beni. Un’altra casa acquistata successivamente è intestata solo a lui sempre con la stessa motivazione della figlia.
Oggi vorrei chiedere la formale cointestazione ad ENTRAMBI, me e a mio marito, della casa CONIUGALE o, meglio ancora, cederei volentieri sin da subito la proprietà della mia “mezza casa” ai miei DUE figli, lasciando che la terza figlia - quella solo sua ciòe’- possa un domani godere dell’eredità solo in riferimento alla metà del padre e della parte uguale alle sorelle di quella al mare). Come devo procedere per far validare questo foglio che giace dimenticato da ben 26 anni? Le riporto qui le espressioni utilizzate:
“Io sottoscritto.......nato a...... riconosco che l’appartamento acquistato con atto per Notaio........ in data odierna, a me fiduciariamente intestato, in realtà è stato acquistato con il denaro anche della signora......nata a ..... il ......con me convivente e pertanto deve intendersi come acquistato con lei in parti uguali”.
Tutto di suo pugno e firmato (ma, come le dicevo, malgrado in presenza del Notaio, quest’ultimo si guardò bene dal controfirmare o validare nei modi opportuni...)
Come dovrei procedere per la tutela mia e dei miei figli?
Grazie ancora

Consulenza legale i 17/10/2017
Purtroppo si ritiene che la scrittura privata da lei citata sia priva di valore giuridico, quantomeno ai fini che a lei interessano.

Il sottoscrittore parla, infatti, impropriamente di "intestazione fiduciaria" dell'immobile, dal momento che il suddetto accordo non contiene alcun impegno al ritrasferimento del bene.

Di conseguenza, non si ritiene che tale scrittura privata possa essere fatta valere in giudizio al fine di ottenere il trasferimento della quota di proprietà da lei pretesa.

Nell'accordo, infatti, come si accennava, il suo compagno non si è impegnato a ritrasferirle in bene ma ha solo dato atto che il bene è stato acquistato con denaro anche suo (cosa, peraltro, incontestata e incontestabile, dal momento che il mutuo è cointestato con lei).

Un modo per ottenere l'intestazione di una quota di proprietà dell'immobile potrebbe essere quello di procedere alla stipula di un contratto di donazione (art. 769 c.c.), dinanzi al notaio. Ma questa strada, oltre ad avere dei costi, espone comunque al rischio della revoca (della donazione). Altra possibilità sarebbe quella di chiedere al compagno il rimborso di quanto lei ha pagato a titolo di mutuo (in qualità co-mutuataria). Di fatto, questo pagamento protrattosi negli anni, mancando un intento di liberalità da parte sua e non avendone lei ricavato ancun vantaggio patrimoniale, non è sorretto da un valido titolo, o quanto meno andrebbe dimostrato quale sia. Lei infatti non è fideissore, ma proprio comutuataria. Quindi obbligata principale assieme al suo compagno nei confronti della banca mutuante. Alla banca può anche non interessare il perchè lei abbia assunto un obbligo per l'acquisto di un bene non suo (è anzi felice di avere due obbligati principali), ma certamente chi ritrae vantaggio del vedersi pagata ogni mese metà della rata, è necessario che possa dimostrare che c'è un titolo alla base di questo contributo patrimoniale a titolo gratuito. Se c'è un arricchimento senza una giusta causa e senza che via sia un intento liberale ... qualcosa non va. Va capito fin dove lei è disposta a spingersi per far valere il suo buon diritto e che timori ha per il futuro. Varie potrebbero essere le soluzioni adottabili.







Alessia M. chiede
lunedý 10/07/2017 - Friuli-Venezia
“Buongiorno. A febbraio 2007 ho, sotto forti pressioni di una zia, acquistato un immobile (prezzo 320.000) e parte dei soldi per acquistarlo mi sono stati versati sul conto tramite assegni circolari (70.000 per l'acquisto più 15.000 per atti notarile e spese arie) da questa zia (sorella di Mia madre). Non vi sono stati atti scritti, e gli importi donati erano per lei di poco conto considerato che era amministratore di un azienda e percepiva compensi molto alti.(Si dice 30.000 euro al mese).L azienda è fallita e questa zia pretende la restituzione di quanto donatomi. Purtroppo però quando lei ha deciso di farmi acquistare l'immobile mi ha fatto anche sottoscrivere un mutuo con la banca molto alto (250.000), pertanto io non sono in grado di restituire nulla. L'acquisto era stato calibrato sui suoi redditi non sui miei. Aveva concordato tutto lei persino con la banca, io andavo solo a firmare quando era tutto deciso. Sto cercando di vendere la casa ma l'importo derivante dalla vendita coprirebbe a malapena i debiti. Io mi fidavo ciecamente di questa persona che ha pagato più di 100.000 in architetti, avvocati e professionisti a mio nome. Quando l'azienda è fallita, io mi sono ritrovata la casa distrutta perché lei aveva fatto iniziare i lavori di demolizione x ristrutturarla. Così ho dovuto contrarre ulteriori debiti x renderla abitabile. Io ho una bimba e un lavoro, pago a fatica tutti i debiti che lei mi ha lasciato. Mi sta minacciando di rivelare fatto personali al mio compagno se non la lascio stare in quella casa e di rovinarmi andando dal curatore fallimentare a dire che parte dei soldi erano suoi x far rientrare la casa nel fallimento. Come posso fare x difendermi? Si può considerare una donazione indiretta? Se fosse una donazione indiretta può chiedere a me i soldi che lei ha sperperato senza dirmi nulla? Se non e' una donazione, di cosa si tratta?Sono davvero preoccupata. Ha vari procedimenti penali in piedi per bancarotta fraudolenta, sta rischiando la prigione e io ho paura. Al momento vive dentro la mia casa, e io pago bollette e mutuo. Dice che quella è casa sua, ha portato cani e gatti che stanno rovinando tutto e alla mia richiesta di non tenerli in casa ha ribadito che è sua intenzione rovinarmi. Io non ho i soldi per sistemare ciò che viene rovinato.Ho paura a fare qualsiasi cosa perché temo le sue ritorsioni. Vi ringrazio per la risposta che mi darete.
Consulenza legale i 14/07/2017
Quando si parla di donazione ci si riferisce generalmente a quel contratto con il quale un soggetto (detto “donante”) trasferisce un proprio diritto (ad esempio: la proprietà di un immobile o di una somma di denaro) ad un altro soggetto (detto “donatario”) o assume verso quest’ultimo una obbligazione (ad esempio: l’obbligo di corrispondergli una rendita vitalizia) per spirito di liberalità, senza cioè ricevere una controprestazione, incrementando così l’entità della sfera giuridica del donatario a detrimento della sfera giuridica del donante.

Proprio perché si tratta di un’attività giuridica che provoca un impoverimento del patrimonio del donante senza che questi ottenga nulla in cambio, la legge circonda l’atto di donazione di forme molto “solenni”, e ciò per consentire una maggiore riflessione del donante su ciò che sta facendo.
Si parla in questo caso di “donazioni formali”, in quanto necessitano per la loro validità della forma dell’ atto pubblico; tuttavia, risulta molto frequente nella pratica che l’intento di un soggetto di beneficiare un altro soggetto senza avere una controprestazione in cambio possa raggiungersi, nella quotidianità dei rapporti tra persone legate da vincoli familiari o affettivi, anche mediante strumenti diversi rispetto a quelle che abbiamo prima definito “donazioni formali”.

Tipici esempi sono il caso del padre che paga un prezzo dovuto dal figlio per comprare un appartamento nella città ove frequenta l’Università; oppure il caso sempre del padre che paga un debito del figlio; oppure ancora il caso del nonno che versa una somma di valore non irrisorio sul conto corrente del nipote.
In queste ipotesi, così come in altre che ad esse possono assimilarsi, si parla di c.d. “donazione indiretta”, in quanto si verifica pur sempre un arricchimento del beneficiario in correlazione ad un connesso “impoverimento” del disponente, senza che sia stipulata una “donazione formale”, vale a dire un contratto contenuto in un atto pubblico notarile e ricevuto alla presenza di due testimoni.

Il ricorso al concetto di donazione “indiretta” trova proprio la sua ragion d’essere nel fatto che si giunge al medesimo effetto di una donazione (e cioè, si ripete, l’impoverimento del donante e l’arricchimento del beneficiario) non direttamente attraverso un contratto stipulato con il ministero notarile, ma appunto “indirettamente”, e cioè attraverso un percorso che conduce comunque al medesimo risultato.
In conseguenza di ciò si avrà che alla donazione indiretta non si applicheranno le regole formali della donazione vera e propria (e cioè la regola dell’atto pubblico notarile in presenza di due testimoni, con la conseguenza della validità della donazione indiretta anche senza atto notarile), ma troveranno per essa applicazione le regole sostanziali che il codice civile detta per la donazione vera e propria (il riferimento è in particolare alle norme in tema di lesione della quota di legittima, non potendo la donazione indiretta costituire uno strumento per aggirare l’applicazione di tali norme).

Sullo specifico tema della donazione indiretta, una pronuncia della Corte di Cassazione che si ritiene estremamente utile richiamare è la sentenza emessa dalla Cassazione Civile, sez. I, n. 21494 del 10 ottobre 2014, la quale, pronunciandosi relativamente ad un caso di donazione indiretta effettuata tramite il trasferimento del danaro da padre a figlio, al fine precipuo di evitare che il bene acquistato costituisse oggetto della comunione legale, ha confermato e riepilogato una serie di principi, in tema di liberalità indirette, che possiamo considerare oramai consolidati e che qui si vogliono riportare:
a) allorquando il donante elargisca del danaro al fine di permettere al donatario di procedere con l'acquisto di un determinato bene immobile, e quindi la disposizione patrimoniale sia specificamente finalizzata al suddetto acquisto, si ha donazione indiretta dell’immobile e non del denaro impiegato per il suo acquisto (cfr. Cass. civ. Sez. Unite, 5-08-1992, n. 9282)
b) per la validità delle donazioni indirette di un immobile non è richiesta la forma dell'atto pubblico, essendo sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità.
Ciò in quanto l’art. 809 c.c., nello stabilire le norme sulle donazioni applicabili agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall'art. 769 c.c., non richiama l’art. 782 c.c., che prescrive l’atto pubblico per la donazione (cfr. Cass. civ. Sez. II, 16-03-2004, n. 5333; Cass. civ. Sez. I, Sent., 05-06-2013, n. 14197).
c) nella donazione indiretta, in particolare in quella realizzata attraverso l’acquisto del bene da parte di un soggetto con danaro che altro soggetto mette a sua disposizione con spirito di liberalità, l’attribuzione gratuita viene attuata con il negozio oneroso che corrisponde alla reale intenzione delle parti che lo pongono in essere, e non è quindi simulato. Tale negozio produce, quindi, non soltanto l’effetto diretto che gli è proprio, ma anche quello indiretto relativo all’arricchimento del destinatario.

Occorre tuttavia evidenziare che, sempre richiamandoci a quanto affermato nella sentenza sopra citata, sussiste un solo limite per l’ipotesi in cui si sia beneficiari di una donazione indiretta, ossia che, allorquando si dovesse essere citati in giudizio dalla zia per la restituzione di quanto donato sulla base del difetto della forma dell’atto pubblico previsto per la donazione (assumendosi magari la nullità della donazione per mancanza del requisito della modicità di valore di quanto donato), sarà onere della parte convenuta che eccepisca l’esistenza di una donazione indiretta, di provare i fatti su cui l’eccezione si fonda, ex art. 2697 c.c.

Nel nostro caso la prova potrebbe esser data dal versamento sul conto della nipote degli assegni circolari e dal contestuale impiego di quelle somme per finanziare parte dell’acquisto dell’immobile.
A tutto ciò va aggiunto che, qualificandosi la dazione delle somme di denaro quale forma di donazione indiretta, troveranno per essa applicazione, in virtù dell’espresso richiamo contenuto nell’ art. 809 c.c. le norme che regolano la revocazione delle donazioni per causa d'ingratitudine e per sopravvenienza di figli.

Pertanto, non sembrando ricorrere in questo caso alcuna delle predette cause di revocazione, la donazione delle somme effettuate dalla zia non potrà essere revocata per nessun’altra ragione.

Per quanto concerne la minaccia da parte della zia di portare la situazione a conoscenza del curatore fallimentare, ossia di informare quest’ultimo delle somme che sono uscite dal patrimonio della fallita per finanziare l’acquisto della nipote, va detto che, trattandosi di atto a titolo gratuito, troverà applicazione l’art. 64 della Legge fallimentare, per effetto del quale negli atti gratuiti (rinunzie, remissioni, adempimenti di debiti altrui, ecc.), valutati avendo riguardo alla concreta causa del negozio e prescindendo dalla forma giuridica rivestita (Cass. n. 17200/2012), compiuti dal fallito nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento (esclusi i regali d’uso e gli atti compiuti in adempimento di un dovere morale o a scopo di pubblica utilità, in quanto la liberalità sia proporzionata al patrimonio del donante), la revoca è ope legis.

Dalla formulazione del quesito non è dato purtroppo determinare con esattezza l’anteriorità della donazione rispetto alla dichiarazione di fallimento; tuttavia, per l’ipotesi peggiore, si potrebbe tentare di far valere la tesi secondo cui si tratta di una donazione posta in essere in adempimento di un dovere morale della zia, proporzionata peraltro al patrimonio della donante.

Per quanto concerne infine il problema dell’occupazione abusiva della propria casa, va intanto chiarito che ricorre tale fattispecie non soltanto nel caso in cui un soggetto si insedi in casa altrui, eventualmente forzando la serratura, senza che il proprietario dell’immobile lo abbia mai autorizzato, ma anche quando il consenso del proprietario, benché inizialmente sussistente, venga poi revocato e, ciò nonostante, l’utilizzatore continui ad abitare l’immobile, contro la volontà del proprietario.
Ora, quando purtroppo non c’è un contratto di affitto scritto e registrato né alcun altro titolo che legittimi la presenza del soggetto terzo (quale ad esempio un diritto di abitazione), la tutela diventa a volte abbastanza complessa, più lunga e certamente meno immediata, e può essere sia civile che penale.

In ambito civile il proprietario può agire proponendo una delle cosiddette azioni petitorie, vale a dire quelle dirette a tutelare il legittimo titolare del bene (a condizione però che questi dimostri il diritto di proprietà; non ci sono termini massimi di prescrizione per ricorrere a tale tutela), ovvero l’azione di reintegra del possesso (che consente di tutelarsi in via immediata ed urgente ricorrendo al giudice per ottenere la restituzione dell’immobile; in questo caso, però, i termini per agire si riducono, in quanto l’azione possessoria può essere esercitata entro un anno dalla data del sofferto spoglio).
Ovviamente la sola sentenza non sarà sufficiente se l’occupante si rifiuta di rilasciare l’immobile, essendo per tale caso necessaria la successiva esecuzione forzata: il proprietario dovrà dunque richiedere l’intervento dell’ufficiale giudiziario che, eventualmente, potrà farsi accompagnare dalla forza pubblica per vincere eventuali resistenze fisiche.

Sotto il profilo della difesa di carattere penale, il proprietario può rivolgersi sempre ai Carabinieri o alla polizia e presentare una denuncia (la stessa potrebbe essere depositata anche presso la locale Procura della Repubblica).
La persona che occupa abusivamente l’immobile, infatti potrebbe aver integrato uno dei seguenti reati: reato di invasione di terreni od edifici, nonché reati contro il patrimonio funzionalmente collegati all’occupazione abusiva, quali il danneggiamento, il furto ed il reato di violazione di domicilio.

In conclusione, dunque, sulla base delle considerazioni sopra svolte, e data la complessità della vicenda in cui ci si trova ad essere coinvolti, si suggerisce di seguire le seguenti tappe:
  1. intimare alla zia di lasciare l’abitazione, preferibilmente con formale lettera redatta da parte di un legale;
  2. in caso di inottemperanza, presentare una denuncia penale, nella speranza che questa possa nel frattempo creare nella zia uno stato di timore tale da indurla a lasciare volontariamente l’abitazione, potendo questa risultare la strada più celere rispetto ad una azione civile;
  3. qualora la zia dovesse agire in giudizio per far valere la nullità della donazione di quelle somme, far valere la tesi secondo cui la dazione di quelle somme in effetti ha configurato una tipica ipotesi di donazione indiretta, non soggetta in quanto tale al particolare formalismo previsto per gli atti di donazione formale, dimostrando a tal uopo la contestualità dell’utilizzo del denaro per l’acquisto dell’immobile e per le spese accessorie a tale acquisto ricollegabili (quali quelle per l’atto notarile).

Domenico M. chiede
lunedý 03/03/2014 - Lazio
“Mia zia nubile, sorella di mio padre, non ha figli ne altri ipotetici eredi, pensionata di 83 anni intestataria di euro 150.000,00 quale frutto di una polizza posta in essere a suo tempo dalla sorella deceduta nel 2009, che le aveva assegnato tale somma. Decide di passare a me i suoi soldi con bonifico bancario, senza alcuna causale. Cosi sul mio conto sono translati i suoi soldi. Ora, dopo quasi quattro anni, rivuole i suoi soldi che io chiaramente non ho più perché li ho spesi per la ristrutturazione della casa dove lei attualmente abita da sola in qualità di usufruttuaria, della quale casa io sono il proprietario in virtù di testamento olografo disposto dalla sorella deceduta, che era unica proprietaria della casa. Desidererei sapere se con azione legale potrebbe riavere i soldi. Grazie!”
Consulenza legale i 12/03/2014
Nel caso in esame vi è un trasferimento pecuniario consistente effettuato con bonifico, senza causale, e privo di un altro titolo o documento che possa comprovare la ragione di un tale spostamento di denaro. Chi ha ricevuto il pagamento ha utilizzato il denaro per ristrutturare un immobile di cui ha la nuda proprietà, mentre usufruttuaria è proprio chi ha dato la somma.

Le ipotesi sono principalmente due:
- vi è stata una donazione;
- vi è stato un prestito di denaro.

Quanto alla prima ipotesi, la donazione, se mai l'intenzione della zia fosse stata quella di regalare il denaro, sarebbe nulla. Infatti, l'art. 782 del c.c. stabilisce che la donazione deve essere fatta per atto pubblico sotto pena di nullità. Poiché nel caso di specie manca del tutto qualsiasi atto che attesti l'avvenuta donazione (non c'è nemmeno una scrittura privata), la somma di euro 150.000 transitata dal conto della zia a quello del nipote non può configurarsi come atto di liberalità valido.
La zia potrebbe, quindi, chiedere la restituzione della somma invocando la nullità della donazione. Ai sensi dell'art. 2033 del c.c., chi ha eseguito un pagamento non dovuto (ad esempio, in esecuzione di una donazione nulla) ha diritto di ripetere ciò che ha pagato.
Tale azione si prescrive in dieci anni, quindi la zia è ancora in tempo per esperirla.

Quanto alla seconda prospettiva, il contratto di mutuo (cioè il contratto che ha ad oggetto la consegna di una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, con l'obbligo per chi le riceve di restituire altrettante cose della stessa specie e qualità, v. artt. 1813 ss. c.c.) è un contratto a forma libera, dal momento che la legge non richiede espressamente la forma scritta.
Ben potrebbe, quindi, la zia aver prestato al nipote la somma di euro 150.000. La signora potrebbe quindi chiedere la restituzione del denaro adducendo quale titolo per la restituzione l'esistenza di un contratto di mutuo, esistenza che dovrà essere provata rigorosamente in giudizio, anche con testimoni o per presunzioni.
La giurisprudenza sul punto sostiene che chi chieda la restituzione di una somma di denaro, sia tenuto a dimostrare in maniera inequivocabile la ragione di tale domanda. La Cassazione, con sentenza del 24 febbraio 2004, n. 3642, si è così pronunciata: "la datio d'una somma di danaro non vale, infatti, di per sé, a fondare una richiesta di restituzione allorquando, ammessane la ricezione, l'accipiens non confermi, tuttavia, il titolo posto ex adverso alla base della pretesa di restituzione ed, anzi, ne contesti la legittimità, dacché, potendo una somma di danaro essere consegnata per varie cause, la contestazione della sussistenza d'un'obbligazione restitutoria da parte dell'accipiens impone, all'attore in restituzione, di dimostrare per intero il fatto costitutivo della sua pretesa, onere che si estende alla prova d'un titolo giuridico implicante, appunto, detta obbligazione, mentre la deduzione d'un diverso titolo da parte del convenuto, non configurandosi come eccezione in senso sostanziale, non vale ad invertire l'onere della prova (Cass. 6 luglio 2001 n. 9209, 2 aprile 1999 n. 3205, 23 aprile 1998 n. 4197, 3 febbraio 1995 n. 1321, 25 febbraio 1992 n. 2333)".

Pertanto, in base ai fatti esposti nel quesito, sembra che la zia possa chiedere al nipote la restituzione della somma, anche se incombe su di lei l'onere di provare il titolo in base al quale chiede la ripetizione del denaro.

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