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Articolo 404 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Amministrazione di sostegno

Dispositivo dell'art. 404 Codice civile

La persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica (1), si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, può essere assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio.

Note

(1) La casistica che emerge dai primi dieci anni di applicazione dell'istituto è assai ampia: si va dai disturbi mentali (in luogo della più pesante misura dell'interdizione) alla grave infermità con ricovero permanente conseguente ad intervento chirurgico ritenuto vitale, all'assoluta incapacità di sottrarsi agli stimoli depauperativi esterni, sino ai gravi handicap esclusivamente fisici (come la totale incapacità motoria derivante, ad es., dalla SLA) ed alla spiccata propensione per il consumo di sostanze stupefacenti.

Brocardi

Consilio et opera curatoris tueri debet non solum patrimonium, sed et corpus ac salus furiosi
Imbecillitas mentis

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 404 Codice civile

Cass. civ. n. 12460/2018

In tema di amministrazione di sostegno, il giudice tutelare può prevedere d'ufficio, ex artt. 405, comma 5, nn. 3 e 4, e 407, comma 4, c.c., sia con il provvedimento di nomina dell'amministratore, sia mediante successive modifiche, la limitazione della capacità di testare o donare del beneficiario, ove le sue condizioni psico-fisiche non gli consentano di esprimere una libera e consapevole volontà. Infatti - esclusa la possibilità di estendere in via analogica l'incapacità di testare, prevista per l'interdetto dall'articolo 591, comma 2, c.c., al beneficiario dell'amministrazione di sostegno, ed escluso che il combinato disposto degli articoli 774, comma 1 e 411, commi 2 e 3, c.c., non consenta di limitare la capacità di donare del beneficiario - la previsione di tali incapacità può risultare strumento di protezione particolarmente efficace per sottrarre il beneficiario a potenziali pressioni e condizionamenti da parte di terzi, rispondendo tale interpretazione alla volontà del legislatore che, con l'introduzione dell'amministrazione di sostegno, ha voluto realizzare un istituto duttile, e capace di assicurare risposte diversificate e personalizzate in relazione alle differenti esigenze di protezione.

Cass. civ. n. 4709/2018

La generica, e peraltro del tutto soggettiva, valutazione di incapacità del soggetto di provvedere ai propri interessi, e la sua condizione di analfabetismo, non giustificano l'adozione di nessuna misura limitatrice della sfera di autonomia della persona, neppure l'amministrazione di sostegno, che ha quali presupposti l'infermità o la menomazione fisica o psichica della persona, oggettivamente verificabili, che determinino l'impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere alla cura dei propri interessi.

Cass. civ. n. 23571/2016

In tema di nomina dell'amministratore di sostegno, nel caso di collocamento del beneficiario in casa di cura, ove non ricorra prova della natura non transitoria del ricovero e della volontà dello stesso di ricollocare ivi il centro dei propri interessi e delle proprie relazioni personali, la competenza per territorio spetta al giudice tutelare del luogo in cui la persona interessata si presume abbia ancora la propria abituale dimora.

Cass. civ. n. 14983/2016

Il decreto della corte d'appello che nega l'apertura dell'amministrazione di sostegno è ricorribile per cassazione.

Cass. civ. n. 13929/2014

In caso di persona priva, in tutto o in parte, di autonomia, il giudice, ai sensi dell'art. 404 cod. civ., è tenuto, in ogni caso, a nominare un amministratore di sostegno poiché la discrezionalità attribuita dalla norma ha ad oggetto solo la scelta della misura più idonea (amministrazione di sostegno, inabilitazione, interdizione), e non anche la possibilità di non adottare alcuna misura, che comporterebbe la privazione, per il soggetto incapace, di ogni forma di protezione dei suoi interessi, ivi compresa quella meno invasiva.

Cass. civ. n. 16544/2013

In tema di nomina dell'amministratore di sostegno, la competenza per territorio spetta al giudice tutelare del luogo in cui la persona interessata abbia stabile residenza o domicilio; pertanto le risultanze anagrafiche non assurgono a dato preminente, se vengono superate da evenienze di fatto conclamanti un diverso effettivo domicilio della persona, nel cui interesse si chiede l'apertura del procedimento.

Cass. civ. n. 9389/2013

In tema di amministrazione di sostegno, la competenza territoriale si radica con riferimento alla dimora abituale del beneficiario e non alla sua residenza, in considerazione della necessità che egli interloquisca con il giudice tutelare, il quale deve tener conto, nella maniera più efficace e diretta, dei suoi bisogni e richieste, anche successivamente alla nomina dell'amministratore; né opera, in tal caso, il principio della "perpetuatio iurisdictionis", trattandosi di giurisdizione volontaria non contenziosa, onde rileva la competenza del giudice nel momento in cui debbono essere adottati determinati provvedimenti sulla base di una serie di sopravvenienze.

Cass. civ. n. 18320/2012

La disciplina normativa nell'amministrazione di sostegno è pienamente compatibile con la Convenzione di New York del 13 dicembre 2006, ratificata dall'Italia con gli artt. 1 e 2 della legge 3 marzo 2009, n. 18, nella parte che concerne l'obbligo degli Stati aderenti di assicurare che le misure relative all'esercizio della capacità giuridica siano proporzionate al grado in cui esse incidono sui diritti e sugli interessi delle persone con disabilità, che siano applicate per il più breve tempo possibile e siano soggette a periodica revisione da parte di una autorità indipendente ed imparziale (artt. 1 e 2), anche in ordine al decreto del giudice tutelare, il quale preveda l'assistenza negli atti di ordinaria amministrazione specificamente individuati, nonché, previa autorizzazione del giudice, di straordinaria amministrazione, ferma restando la facoltà del beneficiario di compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della vita quotidiana, con il dovere dell'amministratore di riferire periodicamente in ordine alle attività svolte con riguardo alla gestione del patrimonio dell'assistito, nonché in ordine ad ogni mutamento delle condizioni di vita personale e sociale dello stesso.

Cass. civ. n. 22332/2011

L'amministrazione di sostegno - introdotta nell'ordinamento dall'art. 3 della legge 9 gennaio 2004, n. 6 - ha la finalità di offrire a chi si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi uno strumento di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quali l'interdizione e l'inabilitazione, non soppressi, ma solo modificati dalla stessa legge attraverso la novellazione degli artt. 414 e 427 del codice civile. Rispetto ai predetti istituti, l'ambito di applicazione dell'amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma piuttosto alla maggiore idoneità di tale strumento ad adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa. Appartiene all'apprezzamento del giudice di merito la valutazione della conformità di tale misura alle suindicate esigenze, tenuto conto essenzialmente del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario e considerate anche la gravità e la durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell'impedimento, nonchè tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie.

Cass. civ. n. 19017/2011

Qualora non ricorra il requisito della volontarietà dello spostamento della dimora abituale o del domicilio del soggetto destinatario dell'amministrazione di sostegno, la competenza a decidere della revoca e della nomina di un nuovo amministratore di sostegno, ai sensi dell'art. 404 c.c., spetta al giudice della circoscrizione nella quale l'amministrazione era stata aperta e la prima nomina effettuata, non rilevando il luogo ove il beneficiario sia stato di fatto trasferito. (Nella specie la S.C. ha rilevato che nessun mutamento di residenza o domicilio, effetto di volontaria scelta del sostenuto, poteva ritenersi sussistente a seguito dell'acclarata sottrazione dello stesso dall'istituto nel quale era ricoverato).

Cass. civ. n. 4866/2010

In materia di misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia, la legge 9 gennaio 2004, n. 6 ha configurato l'interdizione come istituto di carattere residuale, perseguendo l'obbiettivo della minor limitazione possibile della capacità di agire, attraverso l'assunzione di provvedimenti di sostegno temporaneo o permanente; ne discende la necessità, prima di pronunziare l'interdizione, di valutare l'eventuale conformità dell'amministrazione di sostegno alle esigenze del destinatario, alla stregua della peculiare flessibilità del nuovo istituto, della maggiore agilità della relativa procedura applicativa, nonché della complessiva condizione psico-fisica del soggetto e di tutte le circostanze caratterizzanti il caso di specie; mentre non costituisce condizione necessaria all'applicazione di tale misura la circostanza che il beneficiario abbia chiesto, o quantomeno accettato, il sostegno ovvero abbia indicato la persona da nominare o i bisogni concreti da soddisfare.

Cass. civ. n. 588/2008

In tema di nomina dell'amministratore di sostegno, ai sensi dell'art. 404 c.c. la competenza per territorio spetta al giudice tutelare del luogo in cui la persona interessata abbia la residenza o il domicilio; stante l'alternatività di detto criterio, lo stato di detenzione in manicomio giudiziario, in esecuzione di sentenza definitiva, avendo carattere coattivo, non implica in via automatica mutamento di domicilio il quale, ex art. 43 c.c., si presume ancora fissato, in difetto di manifestazione di volontà dell'interessato, nel luogo dove il predetto aveva abituale dimora prima dell'inizio del citato stato di detenzione. (Il principio è stato affermato dalla S.C. in sede di regolamento di competenza, dichiarata di spettanza del giudice tutelare dell'ultimo domicilio).

Cass. civ. n. 23743/2007

Il procedimento di nomina e regolamentazione dell'amministrazione di sostegno delineato dagli artt. da 404 a 413 c.c. e dall'art. 720 bis c.p.c., a seguito della legge 9 gennaio 2004, n. 6, è dotato di una sua autonomia e peculiarità, che esclude l'applicazione in via di interpretazione estensiva di norme diverse da quelle espressamente richiamate. Pertanto, nel caso di residenza dell'amministratore diversa da quella del beneficiato, non è applicabile l'art. 343, comma 2, c.c., che consente il trasferimento della tutela del minore nel circondario dove il tutore ha il proprio domicilio, in quanto non specificamente richiamato dalle norme sull'amministrazione di sostegno.

Cass. civ. n. 12466/2007

Nel corso del giudizio di interdizione o inabilitazione, spetta al giudice di merito di valutare, anche d'ufficio, ai sensi dell'art. 6 della legge n. 6 dei 2004, se trasmettere gli atti al giudice tutelare perché valuti l'opportunità di nominare l'amministratore di sostegno; di tale scelta, tuttavia, egli deve dare conto in motivazione, stante la finalità della nuova normativa di sacrificare nella minor misura possibile la capacità di agire delle persone.

Cass. civ. n. 13584/2006

L'amministrazione di sostegno introdotta nell'ordinamento dall'art. 3 della legge 9 gennaio 2004, n. 6 ha la finalità di offrire a chi si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi uno strumento di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quali l'interdizione e l'inabilitazione, non soppressi, ma solo modificati dalla stessa legge attraverso la novellazione degli artt. 414 e 427 del codice civile. Rispetto ai predetti istituti, l'ambito di applicazione dell'amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma piuttosto alla maggiore idoneità di tale strumento ad adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa. Appartiene all'apprezzamento del giudice di merito la valutazione della conformità di tale misura alle suindicate esigenze, tenuto conto della complessiva condizione psico-fisica del soggetto da assistere e di tutte le circostanze caratterizzanti la fattispecie.

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Consulenze legali
relative all'articolo 404 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Simone G. chiede
martedì 09/07/2019 - Liguria
“Buongiorno,
Espongo brevemente la mia situazione :mia zia ha 101 anni. Mi vorrebbe fare delega bancaria per espletare le spese correnti. Fino ad oggi se ne è occupato il suo compagno non convivente che non ha la firma sul conto. Mia zia ha fatto testamento a mia mamma e al suo compagno in egual misura, (visto che se ne occupano e la curano in tutti i modi,) , testamento al sicuro ma non registrato dal notaio ad oggi. La zia è perfettamente in grado di intendere e volere, anzi ha concluso da poco un contratto importante per proprietà che la riguardano. Domanda :puo indicarmi come delegato a conto corrente per prelievi di denaro ecc per spese di cui sopra? O in virtu della sua veneranda età ha bisogno del benestare di parenti vari, che tra l altro non se ne curano ma aspettano l eredità impunemente?! Che altri rischi posso correre? Vorrei gentilmente delucidazioni in merito a questa situazione.”
Consulenza legale i 12/07/2019
Va subito precisato che l’età avanzata, di per sé, non fa venir meno la capacità del soggetto di provvedere ai propri interessi.
Infatti, ai sensi dell’art. 2 del c.c., la capacità di agire si acquista con il compimento della maggiore età e si conserva per tutta la vita, salvo che venga adottata, nei confronti del soggetto, taluna delle misure di protezione previste dalla legge.
Si tratta, in particolare, dell’interdizione (art. 414 del c.c.) e dell’inabilitazione (art. 415 del c.c.), le quali presuppongono gradi diversi di incapacità di provvedere ai propri interessi, a loro volta dipendenti da gradi diversi di infermità di mente.

Un discorso a parte va fatto per l’amministrazione di sostegno (art. 404 del c.c.), che, invece, a differenza delle altre due, non richiede necessariamente una patologia o un deficit mentale: infatti l’incapacità di occuparsi dei propri interessi può dipendere anche da malattie o difficoltà di tipo fisico che lasciano intatta la capacità di intendere e di volere.
Inoltre, anche in caso di infermità di mente, vi possono essere comunque atti che l’assistito può compiere da solo: infatti i poteri dell’amministratore di sostegno variano da caso a caso a seconda delle concrete condizioni del beneficiario.
Quando non è stata adottata alcune misura di protezione, ma risulta che un soggetto abbia compiuto atti a sé pregiudizievoli in quanto incapace - anche momentaneamente - di intendere e di volere, esiste la possibilità di annullare tali atti: si tratta dell’istituto della “incapacità naturale” di cui all’art. 428 del c.c.

Al di fuori, comunque, dei casi in cui vi sia una incapacità accertata da un giudice, il soggetto rimane pienamente capace di agire.
Pertanto la zia potrà validamente delegare il nipote al prelievo bancario ed alla gestione delle spese correnti; né sarà obbligatoria la nomina di un amministratore di sostegno,
In proposito una recente pronuncia di merito (Tribunale Vercelli decreto 16.10.2015), ha precisato che “ove la persona per la quale viene richiesta l'attivazione dell'amministrazione di sostegno in ragione dell'età avanzata e di deficit visivi, uditivi e di deambulazione di varia gravità, non sia affetta da alcuna patologia psichica e goda di una rete di ausilio costituita dal servizio di assistenza domiciliare, da parenti e vicini di casa e dal proprio legale, non deve farsi luogo all'amministrazione di sostegno – misura comportante la privazione, sia pure parziale, della capacità di agire – ben potendosi procedere, ove l'interessato vi consenta, al conferimento di una procura generale in favore di persona di stretta fiducia quantomeno per il compimento di attività di straordinaria amministrazione patrimoniale”.

Naturalmente, sarà opportuno che il nipote conservi copia della documentazione giustificativa dei movimenti bancari e dei pagamenti effettuati per conto della zia, onde dimostrare la correttezza del proprio operato in caso di contestazioni.

GIOVANNI T. chiede
giovedì 14/02/2019 - Trentino-Alto Adige
“La suocera ha compiuto 100 anni. Sono combattuto con mia moglie al riguardo che sua madre sia sorvegliata alla notte. Vive da sola. L'assistenza di giorno anche con badante inizia dalle ore 8,30 e termina alle 21,30. Dunque le restanti ore notturne è sola. Il letto è quello "ospedaliero" con spondine alte. Non ci vede, non sente, non deambula, sta sulla sedia a rotelle di giorno, osteoporosi, dolori e adesso non è sempre presente psichicamente. Da poco si prospetta il ricovero in casa di riposo. C'e sempre stata l'idea al rifiuto della suocera all'eventuale entrata in casa di riposo. Adesso però non potrebbe opporre resistenza, visto lo stato nel quale giace. Comunque lo stato di attesa all'entrata in casa di riposo potrebbe essere lungo. Così io mi domando: siamo sicuri del nostro operato che sia lecito, sufficiente e allora anche "legale"? Mi può illuminare?”
Consulenza legale i 16/02/2019
In primo luogo, occorre tenere presente che quando deve essere posta in essere una qualsiasi attività medica (come potrebbe essere nei confronti di Sua suocera, anche presso una struttura come la casa di riposo) è necessario il consenso informato del paziente (nessuno può essere sottoposto a trattamenti medici contro la sua volontà, art. 32 della Costituzione).
Tale principio, di rango costituzionale, è tra l’altro confermato a livello internazionale dalla Convenzione di Oviedo del 1997 che è stata ratificata dall’Italia con la Legge n. 145 del 28 marzo 2001.

Pertanto, se i suoi dubbi espressi nel quesito riguardano il ricovero nella casa di riposo sono del tutto fondati.

Da quello che leggiamo in quest’ultimo, infatti, riteniamo che la situazione di Sua suocera richieda la nomina di un tutore o, quanto meno, di un amministratore di sostegno poiché sembrerebbe che si tratti di soggetto incapace di provvedere ai propri interessi per cui andrebbe dichiarata l’interdizione (art. 414 c.c.) o nominato un amministratore di sostegno (art. 404 c.c.) prima di poter portarla in una casa di riposo.

L’interdizione può essere dichiarata quando una persona è totalmente incapace di intendere e volere. L’amministratore di sostegno viene invece nominato dal giudice tutelare per assistere e rappresentare chi, colpito da una menomazione fisica o psichica, si trovi nell'impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere in tutto o in parte al compimento delle funzioni della vita quotidiana (art. 404 c.c.).
Diciamo che nella prassi, quando si tratta di ricoveri come quello prospettato nel quesito, è più frequente la nomina di un amministratore di sostegno (anche perché è un provvedimento meno “pesante” di quello della nomina di un tutore che presuppone l’interdizione del soggetto).
In ogni caso, entrambi i predetti procedimenti fanno parte di quelli rientranti nella volontaria giurisdizione: si presenta un’istanza al giudice tutelare che procederà alla nomina del tutore o amministratore di sostegno.
Naturalmente, i figli (e quindi in questo caso Sua moglie) possono chiedere al Giudice di essere nominati tutore o amministratore.

Prima di qualsiasi istanza, suggeriamo comunque di rivolgersi ad un medico dell’Asl territorialmente competente per le valutazioni mediche del caso.
Ricordiamo anche che per il ricovero in strutture come le residenze sanitarie assistenziali è necessario un certificato di non autosufficienza in cui viene segnato il grado di gravità della malattia.
Fermo in ogni caso che poi il successivo consenso per il ricovero dovrà essere fornito dall’amministratore di sostegno nominato.

Laddove invece i Suoi dubbi riguardino la circostanza che Sua suocera, al momento, venga lasciata sola di notte riteniamo non possa configurarsi il reato di cui all'art. 591 c.p. in quanto leggiamo nel quesito che è stata adottata l'accortezza di usare un letto ospedaliero che eviti al soggetto di cadere in terra.
In merito a tale tipologia di reato la Cassazione (Cfr. sentenza n.48089/2016) ha sottolineato infatti che: "il reato scatta al compimento di qualsiasi condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia), gravante sul soggetto agente, da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità dei soggetto passivo".


Erika V. chiede
mercoledì 09/01/2019 - Emilia-Romagna
“Buonasera,
Vi scrivo in quanto mia madre si trova in una situazione complicata che a mio avviso è gestibile solo per vie legali.
La madre di mia madre infatti (75 anni) è malata di cancro e vivendo da sola, in occasione di cure pesanti, spesso non riesce a provvedere alla sua sussistenza e cure.
Mia madre, che non vive nelle vicinanze, ha richiesto alle sue due sorelle di contribuire alle cure della madre malata.
Una sorella si è rifiutata di contribuire in qualsiasi modo e non vuole avere niente a che fare con la madre malata, e l'altra lavora all'estero e non è mai presente per prestare la sua assistenza.
Non trovo assolutamente giusto che mia madre si debba accollare da sola tutta la situazione e pertanto vorrei capire se ci sono i presupposti per un'azione legale nei confronti delle sorelle che così facendo stanno abbandonando la madre malata e costringono mia madre a gestire da sola il tutto.
Vorrei gentilmente capire come muoverci e se in caso di vincita della causa i costi legali dovranno essere sostenuti comunque da mia madre o dalle sorelle.”
Consulenza legale i 15/01/2019
A parte gli ovvi obblighi morali, quanto ai doveri previsti dalla legge si osserva quanto segue.

Da un punto di vista civilistico, possono essere intraprese due strade: un ricorso per chiedere gli alimenti in caso di situazione di stato di bisogno (articoli 433 e seguenti del codice civile) e/o un ricorso per chiedere la nomina di un amministratore di sostegno (articoli 404 e seguenti del codice civile).

Con riguardo la prima forma di tutela giudiziale, si evidenzia quanto segue.
Per chiedere in via giudiziale gli alimenti, occorre in primo luogo verificare se la situazione economica di Sua nonna, possa essere qualificata come “stato di bisogno”.
Riguardo tale concetto, quale presupposto del diritto agli alimenti previsto dall’art. 438 c.c., la Cassazione ha specificato che esso “esprime l'impossibilità per il soggetto di provvedere al soddisfacimento dei suoi bisogni primari, quali il vitto, l'abitazione, il vestiario, le cure mediche, e deve essere valutato in relazione alle effettive condizioni dell'alimentando, tenendo conto di tutte le risorse economiche di cui il medesimo disponga, compresi i redditi ricavabili dal godimento di beni immobili in proprietà o in usufrutto, e della loro idoneità a soddisfare le sue necessità primarie” (Cass. n. 25248/2013).
Infatti, il primo comma dell’art. 438 c.c. afferma che “Gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento”.
Dunque, l’attribuzione degli alimenti non è automatica, ma è l’avente diritto che può scegliere se richiederli o meno. La non obbligatorietà degli alimenti si evince anche dal tenore dell’art. 445 c.c. il quale prevede che “Gli alimenti sono dovuti dal giorno della domanda giudiziale o dal giorno della costituzione in mora dell'obbligato, quando questa costituzione sia entro sei mesi seguita dalla domanda giudiziale”.
I soggetti tenuti agli alimenti sono elencati, nell’ordine, nell’art. 433 c.c.
In base all’art. 441 c.c., ciascuno degli obbligati deve concorrere in proporzione alle proprie condizioni economiche. Se non vi è accordo, provvederà l’autorità giudiziaria secondo le circostanze.

L’altra forma di tutela di cui si diceva è la nomina di un amministratore di sostegno.
Questa figura viene nominata dal giudice tutelare ed ha il compito di assistere e rappresentare chi, colpito da una menomazione fisica o psichica, si trovi nell'impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere in tutto o in parte al compimento delle funzioni della vita quotidiana (art. 404 c.c.).
Si tratta di un ufficio gratuito anche se il giudice, considerando l’entità del patrimonio e le difficoltà dell’amministrazione, può assegnargli un’equa indennità (art. 379 c.c.).

Ciò brevemente premesso da un punto di vista teorico, passando allo specifico della presente vicenda, laddove la situazione economica di Sua nonna possa dunque essere considerata uno stato di bisogno e non vi sia -come pare- un accordo dei figli in ordine a provvedere agli alimenti, suggeriamo di agire nel modo che segue.
Se si vuole evitare che Sua nonna presenti in prima persona il ricorso per gli alimenti (seppur comunque tramite l’assistenza di un avvocato), Sua madre potrebbe presentare un ricorso per chiedere di essere nominata amministratore di sostegno. Una volta ottenuta la nomina, potrebbe chiedere al Giudice che disponga gli alimenti a carico anche degli altri obbligati (cioè gli altri due figli di Sua nonna che al momento si disinteressano completamente).
Il giudice, secondo le circostanze, individuerà i modi di somministrazione (in base all’art. 443 c.c. chi deve somministrare gli alimenti ha la scelta di adempiere o mediante un assegno alimentare o accogliendo e mantenendo nella propria casa l’avente diritto).

Con riguardo chi debba sostenere i relativi costi processuali (contributo unificato, marca da bollo e parcella avvocato) essi sarebbero comunque a carico di Sua nonna (a meno che non sia ammessa al gratuito patrocinio) in quanto nei procedimenti di volontaria giurisdizione non è prevista una condanna alle spese (Cfr. Cass.15131/2015).

Precisato quanto precede dal punto di vista civilistico, per completezza, diamo alcuni brevissimi accenni dal punto di vista di una eventuale tutela in sede penale.
Laddove venisse accertato lo stato di bisogno ed i soggetti obbligati (i figli di Sua nonna) continuino a non provvedere, potrebbe ipotizzarsi il reato di cui all’art. 570 c.p. in quanto vi sarebbe una violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Oltre la violazione di una assistenza economica, potrebbero anche esservi i presupposti del reato di abbandono della persona incapace previsto dall’art. 591 del codice penale.
Sul punto, la Suprema Corte ha infatti sottolineato che: “la vecchiaia, al pari di altre non specificate, è intesa causa d'incapacità dell'offeso di provvedere a se stesso, alternativa all'infermità fisica o mentale della persona abbandonata. Essa implica la "cura" della persona incapace, se non la sua "custodia", perchè le siano assicurate le misure necessarie per l'igiene propria e dell'ambiente in cui vive. Pertanto l'abbandono integra in tal caso l'estremo di condotta criminosa, da cui dipende l'evento di pericolo.” (Cass.31905/2009).

Laddove si intenda chiedere l’accertamento in sede penale dell’una e/o dell’altra ipotesi di reato, occorrerebbe ovviamente presentare una denuncia querela presso un comando di polizia o carabinieri (o direttamente presso una procura della repubblica).

Anonimo chiede
lunedì 11/04/2016 - Sardegna
“Egregi Avvocati,

Nel (omissis) lasciai il lavoro per assistere a tempo pieno mia madre, che era reduce da una frattura di femore, e mia sorella disabile.

Allora mia mamma aveva (omisiss) anni e mia sorella (omissis) e io (omissis).

Nel (omissis) mia madre mi donò, tramite atto notarile, il suo 1/3 di quota dell'immobile in nuda proprietà nel quale convivemmo, tenendosi per se l'usufrutto.

Mia madre mi donò sia la parte a titolo di disponibile e l'eventuale esubero a titolo di legittima e deve intendersi a titolo di remunerazione per l'assistenza da me prestatale in occasione della malattia.
E con l'onere da parte mia di prestarle assistenza morale e materiale finché mia madre fosse stata in vita.

Accettai la donazione.

Escluse tutti gli altri figli dalla donazione in quanto io fui l'unico di (omissis) figli che fui disposto ad assisterla.

Con tutti gli altri miei fratelli ereditammo già la quota di nostro padre da tempo defunto.
L'immobile avrà un valore più o meno di (omissis) euro.

Nel (omissis) feci ricorso per diventare amministratore di sostegno di mia sorella invalida.
Andammo, con mia madre mia sorella ed io, davanti al giudice tutelare a prestare giuramento.

Nel (omissis) mia madre muore.

Adesso credo di essere in conflitto d'interesse con mia sorella disabile per lesione di legittima.

Come posso fare per non perdere l'amministrazione di sostegno di mia sorella?

Distinti saluti.

(omissis)
Consulenza legale i 17/04/2016
Com’è noto, la disciplina dell’amministrazione di sostegno, contenuta all’interno del titolo XII del libro primo del codice civile relativo alle “misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia” è stata introdotta dal legislatore con la Legge n. 6 del 2004 per offrire un aiuto concreto a quelle persone che, per effetto di infermità o a causa di una menomazione fisica o psichica, sono impossibilitate (anche parzialmente o in via temporanea) a provvedere ai propri interessi (art. 404 c.c.).
Secondo il legislatore i soggetti tra i quali scegliere per la nomina dell’amministratore di sostegno dovrebbero rientrare, se possibile, nella cerchia dei parenti o comunque dei familiari dell’amministrando, e questo perché il criterio fondamentale nella scelta della figura in questione è quello di aver riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario (art. 408 c.c.): si presume, perciò, che le persone a quest’ultimo più vicine fisicamente e/o affettivamente siano quelle maggiormente in grado e con la volontà effettiva di tener conto dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni (art. 410 codice civile).
Può sempre capitare, tuttavia, che nonostante i particolari rapporti tra amministrato ed amministratore, quest’ultimo si trovi in una situazione di contrasto con il primo oppure compia scelte o ponga in essere atti dannosi nei confronti del medesimo, oppure ancora sia negligente nel perseguire l’interesse del beneficiario, nel soddisfare i suoi bisogni e le sue richieste: in tali casi il beneficiario stesso, il pubblico ministero o altri soggetti individuati dalla legge possono ricorrere al Giudice Tutelare affinché quest’ultimo adotti i provvedimenti più opportuni (art. 410 c.c.).
Se, ancora, l’amministratore di sostegno compie atti in violazione alla legge o in eccesso rispetto all’oggetto del suo incarico e dei suoi poteri, tali atti possono essere annullati su istanza dell’amministratore stesso, del pubblico ministero, del beneficiario o infine dei suoi eredi ed aventi causa (art. 412 c.c.)
La disciplina dell’amministrazione di sostegno, sotto il profilo anzidetto, va integrata poi con le norme relative alla tutela, e ciò per effetto dell’articolo 411 che rinvia espressamente ad alcune disposizioni che disciplinano, tra le altre ipotesi, anche i casi di rimozione e sospensione dall’incarico di tutore (e quindi, per analogia, di amministratore di sostegno): la rimozione dall'incarico può intervenire per decisione d’ufficio del Giudice Tutelare quando l’amministratore si sia reso colpevole di negligenza o abbia abusato dei suoi poteri.
Alcuni commentatori ritengono che nell’ipotesi dell’abuso di potere, in particolare, rientrino altresì le ipotesi di conflitto di interessi: in realtà è bene chiarire che in nessuna norma dedicata all'amministrazione di sostegno, né in quelle che disciplinano la tutela e la curatela è contenuto alcun accenno all’ipotesi del conflitto di interessi. La soluzione pertanto a quest’ultimo problema va individuata a livello interpretativo.
E’ evidente che non si può ritenere che il conflitto d’interessi tra amministrato e amministratore – in quanto non menzionato e disciplinato espressamente - non sia rilevante o censurabile: si tratta, infatti, di una situazione prevista in generale dal nostro ordinamento e pacificamente sanzionabile.
Una prima disposizione che può fungere da riferimento per individuare una soluzione al problema si può trovare nell’art. 410 c.c., laddove è stabilito che in caso di contrasto, di scelte o di atti dannosi, ovvero di negligenza rispetto alla cura degli interessi del beneficiario, il giudice tutelare può adottare gli opportuni provvedimenti a richiesta del pubblico ministero o degli altri soggetti di cui all’art. 406 c.c..; un aiuto può venire poi dalla lettura dell’art. 411 c.c., comma 4, il quale stabilisce che il giudice tutelare può disporre che determinati effetti, limitazioni o decadenze, previsti per l'interdetto o l'inabilitato, si estendano al beneficiario dell'amministrazione di sostegno, avuto riguardo all'interesse del medesimo e all'interesse tutelato dalle disposizioni in argomento.
Partendo da queste norme, parte della giurisprudenza ha individuato una soluzione che – benché non prevista nella disciplina dell’amministrazione di sostegno, è tuttavia mutuata da quella sulla tutela: si tratta della nomina di un co-amministratore, ovvero una figura che (qual è il pro-tutore) affianchi l’amministratore “titolare” nel suo ruolo e impedisca il compimento di atti che possano essere pregiudizievoli per il beneficiario. Si veda tal proposito Tribunale Modena, sez. II, 16/06/2014: “Pur nel silenzio della legge, la nomina di un coammministratore di sostegno deve ritenersi ammissibile e ciò alla luce della ratio che presiede al sistema di protezione delle persone prive di autonomia, tutta imperniata sulla cura e sulla tutela degli interessi della persona del beneficiario. Tale giudiziale facoltà resta tuttavia subordinata all’esistenza, in concreto, di particolari esigenze che giustifichino la nomina stessa, come, ad esempio, quella di evitare l’insorgenza (ovvero il procrastinarsi) di un conflitto di interesse tra beneficiario ed amministratore (cfr. l’art. 360 c.c.), come pure quella riscontrabile allorché il familiare più idoneo ad occuparsi della cura ed assistenza della persona non disponga tuttavia delle competenze specifiche necessarie alla gestione della sfera patrimoniale del beneficiario (…)”.
Altra soluzione, analoga a quella appena ipotizzata, ma di carattere temporaneo, è la nomina di un curatore speciale, da individuare – evidentemente – solo in e per una determinata occasione in cui si possa prevedere l’insorgere del rischio di conflitto di interessi.
Esaurita la panoramica normativa, nel caso concreto in esame, è fuor di dubbio che si versi in un’ipotesi di conflitto di interessi anche se la fattispecie si discosta parzialmente da quelle che sono state sopra illustrate dal momento che la situazione di conflitto deriva da un atto specifico da compiersi ma si è già concretizzata, in forza degli effetti della successione materna sulla titolarità dei diritti ereditari in capo a fratello e sorella e del conseguente sbilanciamento che si è venuto a creare tra questi ultimi.
Qualora gli altri fratelli le cui quote ereditarie sono state lese dovessero contestare la donazione a suo tempo effettuata dalla madre, sarebbe, in effetti, non solo probabile ma altresì del tutto legittima da parte di questi ultimi una richiesta di revoca/rimozione dall’incarico di assistenza alla sorella per il fratello beneficiario di quota lesiva delle altre.
A questo punto, pertanto, ad avviso di chi scrive, anche alla luce di quanto sopra esposto, il fratello amministratore avrebbe a disposizione due soluzioni:
a) prendere per primo l’iniziativa di esperire una specifica azione giudiziaria finalizzata, in buona sostanza, a ridurre la propria quota ereditaria ed a ripristinare l’integrità di tutte le quote di legittima senza lesioni dannose: in tal modo potrebbe eliminare alla radice la situazione di conflitto attualmente esistente, tranquillizzando gli altri eredi e continuando a svolgere il proprio incarico senza rischi;
b) chiedere, ottenuto il previo assenso degli altri coeredi, la nomina di un soggetto (che sia curatore speciale o co-amministratore poco importa) che lo affianchi, stabilmente o in particolari occasioni, nell’incarico di assistenza: è evidente, però, che questa seconda soluzione presuppone che i fratelli siano edotti della situazione di illegittima disparità tra quote ereditarie e non intendano rimuoverla formalmente con un’azione giudiziaria.
A tacitazione di ogni rischio, rimane consigliabile, in definitiva, eliminare il conflitto d’interessi e ripristinare la legittimità degli effetti della successione.

Carmela D. P. chiede
domenica 02/08/2015 - Lazio
“Egregio Avvocato le espongo in breve la mia situazione.
Circa 5 anni fa è stato diagnosticato a mia madre il morbo di Alzheimer ed il neurologo che le fece la diagnosi mi disse chiaramente che non poteva vivere da sola e che aveva bisogno di cure costanti specialmente con il progredire della malattia. Premetto che mia madre ha 83 anni, è vedova, ha 5 figli (4 viventi) di cui 2 maschi che vivono a Colonia in Germania e 2 femmine che vivono rispettivamente a Terni e a Roma (la sottoscritta). Subito dopo aver comunicato ai miei fratelli la diagnosi del neurologo, convenimmo che nell’immediato avrei potuto fronteggiare io la situazione e che a tendere avremmo trovato un accordo sulla gestione futura (da allora nulla di fatto). Io sono felicemente sposata e vivo a Roma con mio marito e mia madre. Io e mio marito lavoriamo e ci occupiamo di sicurezza informatica e mia madre vive con noi con l’ausilio di una badante diurna (8 ore dal lunedì al venerdi e giorni extra quando andiamo in trasferta o abbiamo urgenze) per coprire l’assistenza durante le nostre assenze a causa del lavoro. Le spese sostenute per mia madre quasi sempre eccedono la pensione che percepisce (2000 euro mensili tra pensione ed accompagnamento) a causa di tasse e spese varie sulla proprietà nonché i costi della badante. Siamo in un momento difficile per cui ed io e mio marito non possiamo più far fronte alle spese extra che comunque vanno sostenute pur volendo comunque occuparci di mia madre. Non sto qui a spiegare cosa comporta occuparsi di un malato di Alzheimer non solo in termini economici ma anche in termini di impegno fisico e morale, ma vorrei capire quali strumenti giuridici posso utilizzare nei confronti dei miei fratelli (inadempienti in tutto) per chiedere sia un aiuto economico che morale (non la chiamano mai, non vengono mai a trovarla non vogliono tenerla neanche per brevi periodi per consentirci una vacanza soli e spensierati) e soprattutto per costringerli a prendersi cura di nostra madre. Ne abbiamo parlato più volte ma loro affermano che non hanno le condizioni economiche per aiutarla (anche se non è vero) per cui la loro soluzione è trovare una casa di cura al costo della pensione che percepisce e tenerla lì a vita. Sia io che mio marito (e mia madre stessa che nei momenti di lucidità esprime il suo dissenzo) non siamo d’accordo. Per arginare il problema economico, mia madre mi vorrebbe nominare amministratore di sostegno per procedere alla vendita dei beni immobili e far fronte così alle spese necessarie al suo mantenimento e per ‘ripagarci’ delle spese che fino ad oggi abbiamo sostenuto io e mio marito, ma non so se la strada è percorribile e se il giudice mi permetta di farlo dato che la sua pensione, come ho già detto, non è esigua. Per farla breve gradirei cortesemente sapere se:
- I miei fratelli sono tenuti a pagare le spese eccedenti la pensione, le tasse che gravano sugli immobili che un giorno avranno in eredità, ed i costi per il mantenimento del patrimonio?(manutenzione terreni e 2 fabbricati)
- I miei fratelli sono tenuti ad ospitare mia madre in casa propria nei momenti di mia indisponibilità o almeno sostenere per intero il costo della badante fissa? (trasferte di lavoro all’estero, malattia prolungata, urgenze varie..)
- Nel caso i miei fratelli non vogliano accogliere nostra madre in casa propria possono optare per una casa di cura anche contro la sua volontà? In caso affermativo devo concorrere anch’io, pur non essendo d’accordo, a pagare la casa di cura anche se me ne sono sempre occupata a mie spese?
- Per le spese sostenute in eccesso (tutte documentate) potrò rivalermi in sede di spartizione dell’eredità sulle quote di eredità dei miei fratelli?
- Se conseguo la nomina di amministratore di sostegno potrò gestire il patrimonio secondo la volontà di mia madre e con il solo controllo del giudice? Le sarei grata, Avvocato, se per ogni quesito mi indicasse, nel caso fosse perseguibile, cosa dovrò fare in termini legali
Cordiali saluti”
Consulenza legale i 05/08/2015
- La risposta alla prima domanda è negativa, allo stato attuale. Per quanto concerne le tasse e gli altri oneri e spese gravanti sul patrimonio immobiliare della madre, ella risulta agli occhi dei creditori (es. fisco) l'unica debitrice. Se la signora non ha un patrimonio sufficiente a far fronte a tutte le spese derivanti dagli immobili, i creditori potranno seguire le vie ordinarie per il recupero coattivo dei loro crediti (es. espropriazione immobiliare, iscrizione di ipoteche, ...), mentre nulla potrà essere chiesto ai figli, neppure a colei che finora ha contribuito - del tutto volontariamente - agli esborsi economici della madre.

Discorso a parte concerne il pagamento delle spese attinenti alla persona dell'anziana. Quel che finora non è stato dato, purtroppo, non può essere recuperato. Tuttavia, è in facoltà della donna, in prima persona o mediante un legale rappresentante (es. amministratore di sostegno) promuovere un giudizio per la domanda degli alimenti ai figli. Una volta che il giudice abbia accertato lo stato di bisogno della madre, i figli potranno ottenere l'esonero dall'obbligo alimentare solo laddove possano provare che a ciò ostino le loro precarie condizioni economiche. Ciò significa che il giudice eventualmente chiamato a decidere se concedere o meno gli alimenti, deve valutare se la persona obbligata ha la capacità economica per prestare l'aiuto richiesto (art. 438 del c.c.).

- Non esiste un obbligo giuridico che impone ai figli di accudire la propria madre: si tratta di un obbligo solo morale, che però non prevede una sanzione giuridica. I figli, quindi, anche se chiamati a prestare l'obbligazione alimentare, non potranno mai essere costretti a convivere con la madre, nemmeno per brevi periodi.
Quanto al costo della badante, si torna a ribadire quanto sopra detto in tema di alimenti: solo il giudice può individuare se sussista uno stato di bisogno della donna e se i figli hanno la capacità economica per contribuire alle spese necessaria alla vita dell'anziana.

- La scelta del ricovero in una casa di cura, fintanto che la donna non ha un rappresentante legale, può essere dalla stessa rifiutata. Nel momento in cui si rendesse opportuno o necessario nominare un tutore o un amministratore di sostegno, la scelta relativa al luogo in cui far abitare e curare la donna spetterà a tale soggetto, sempre con supervisione del Giudice. Qualora si ottenesse legittimamente il trasferimento dell'anziana nella casa di riposo, i figli dovranno contribuire alla retta solo se riconosciuti debitori di una obbligazione alimentare (torniamo a ribadire che serve una sentenza di un Giudice). Anche la figlia che ha sempre curato la madre può essere chiamata dal giudice a contribuire: non va dimenticato, infatti, che ai sensi del codice civile non è ammessa la restituzione di quanto è stato spontaneamente prestato in esecuzione di doveri morali o sociali (art. 2034 del c.c.).

- Le spese affrontate dall'unica figlia che ha curato l'anziana madre non possono essere oggetto di ripetizione (cioè restituzione) nei confronti dell'eredità, ai sensi del citato art. 2034 c.c.
Qualora, però, la madre - finché è in vita - doni alla figlia parte dei suoi beni a titolo di donazione rimuneratoria per i servizi a lei resi (art. 770, comma secondo, c.c.), non scatterà per la figlia l'obbligo di imputare all'eredità in collazione tali donazioni, cioè, in altre parole, ella potrà trattenerle senza che nasca a favore dei fratelli il diritto ad avere una medesima quantità di valore ("Non sono soggette a collazione le liberalità previste dal secondo comma dell'articolo 770", art. 742 del c.c., ultimo comma).

- La risposta è certamente positiva. Una volta che la figlia viene nominata amministratrice di sostegno, ogni decisione andrà presa da questa con il consenso della madre (per gli atti che le sono stati riservati, cioè che può ancora compiere consapevolmente) e con l'ausilio o l'autorizzazione del Giudice tutelare o del Tribunale. Il decreto di nomina dell'amministratore di sostegno stabilirà in quali atti quest'ultimo presterà mera assistenza al beneficiario e in quali altri lo sostituirà invece del tutto. Per alcuni atti sarà richiesta l'autorizzazione del Giudice tutelare (es. accettazione di eredità), mentre per altri l'autorizzazione del Tribunale, su parere del Giudice Tutelare (es. alienare beni).
Gli altri figli (che non sono amministratori di sostegno) non potranno far valere alcuna propria decisione o volontà, a meno che l'amministratore di sostegno nominato si comporti in maniera negligente ed essi, rivolgendosi al giudice, ne ottengano la sostituzione con altro che, poi, potrà eventualmente decidere secondo il loro desiderio.

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