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Articolo 844 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Immissioni

Dispositivo dell'art. 844 Codice civile

Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni (1) derivanti dal fondo (2) del vicino (3), se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi.

Nell'applicare questa norma l'autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso (4).

Note

(1) Si ritiene che le immissioni debbano, comunque, essere passibili di essere percepite da una persona con i cinque sensi o, in alternativa, con apparecchi rilevatori. La disposizione disciplina due casi particolari:
- immissioni tollerabili: sono lecite e, quindi, al proprietario del fondo che subisce l'immissione non si deve nulla;
- immissioni intollerabili: bisogna, però, ulteriormente differenziare le immissioni che, pur venendo superata la normale tollerabilità sono lecite ed è dunque stabilito un indennizzo; le immissioni intollerabili illecite, dal momento che prevalgono le ragioni del proprietario.
A favore del danneggiato sussiste, in questa ipotesi una tutela sia di tipo inibitorio che risarcitorio.
(2) La disposizione riguarda le immissioni indirette, le quali giungono al fondo perchè ivi condotte da elementi naturali (vento, ad esempio).
È, viceversa, illecito fare adoperarsi perché l'immissione arrivi in modo diretto sul suolo altrui.
(3) Sono le immissioni che provengono da un fondo vicino, pur non confinante.
(4) Il giudice deve valutare la tollerabilità delle immissioni, tenendo conto del modo in cui esse vengono in essere e degli interventi che ne sono causa. Bisogna, cioè, bilanciare le contrastanti esigenze dei proprietari, anche, se necessario, mutando luoghi od opere: il giudice può, ad esempio, dare ordine di insonorizzare l'ambiente da cui provengono i rumori.

Ratio Legis

Gli autori che si sono dedicati allo studio dell'istituto in esame hanno precisato che il limite da osservare è la tollerabilità dell'attività per i soggetti che la subiscono.
Esso non è stato, peraltro, individuato in modo compiuto dal legislatore, iche se, da un lato, ha inteso tralasciare le ragioni di chi vuole evitare le immissioni, ha voluto, dall'altro, richiamarsi alla «condizione dei luoghi» e, cioè, alle situazioni concrete.
La disposizione disciplina i rapporti tra proprietari vicini, e può, quindi, essere tenuta in conto solo dal proprietario o da chi vive sul fondo.
C'è, anche, chi, al contrario, afferma che l'art. 844 può essere compreso solo alla luce dei valori costituzionali posti a tutela della persona e considerato alla stregua degli strumenti a difesa della salute dei cittadini. La Cassazione ha, tuttavia, distinto l'art. 844, inserito nel codice per proteggere i diritti in materia di proprietà, dall'art. 32 Cost, positivizzato per tutelare il diritto alla salute, con azioni di natura personale, in sintobia con gli artt. 2043 e 2058.
A vantaggio del titolare del fondo danneggiato possono essere esperite due differenti azioni, di cui l'una, di natura reale, è finalizzata all'eliminazione della causa delle immissioni (tutela c.d. inibitoria), l'altra, di natura personale, al ristoro dell'eventuale danno ex art. 2043 (tutela c.d. risarcitoria).
Al fine di far cessare le immissioni intollerabili il titolare può agire anche in conformità al disposto dell'art. 949.
Recentemente è stata riconosciuta la possibilità di ricorrere alla procedura d'urgenza ex art. 700 c.p.c., utilizzabile, in particolare, qualora i diritti che si ritengono lesi dalle immissioni siano quelli relativi alla salute e all'ambiente salubre.

Brocardi

Immissio in alienum

Spiegazione dell'art. 844 Codice civile

Il problema dei rapporti di vicinato nella nuova legislazione

Il problema dei rapporti di vicinato acquista, con le norme contenute in questo articolo, l'aspetto di un problema particolarmente attinente alla proprietà fondiaria: mentre, in mancanza di qualsiasi norma (come ad esempio sotto la vigenza del codice del 1865), assumeva l'aspetto di un problema di carattere generale, ricollegandosi a quello relativo all'esercizio dei diritti e ai limiti entro i quali tale esercizio deve ritenersi legittimo, specie in concorrenza con l'altrui diritto. Problema assai difficilmente risolvibile.

Non si stenta molto, infatti, a rendersi conto delle difficoltà che implica, senza l'ausilio di norme positive, « la ricerca di un criterio supremo, che, all'infuori e al di sopra di qualsiasi limitazione specifica, venga a stabilire un limite generale all'esercizio della proprietà e in pari tempo un limite generale di tolleranza, che permetta, per così dire, di irradiare fuori dal proprio fondo ».

Quando si parla di limiti, si presuppone l'esistenza di norme positive, qualunque sia l'estensione e il carattere di tali limiti e la natura dell'interesse che si vuole proteggere. Limiti che non si ricollegano a norme determinate è una contraddizione in termini: infatti, in sostanza, gli autori tentavano di generalizzare le regole particolari dettate per le c.d. servitù nascenti dalla legge, per estrarre da quelle il preteso criterio generale, senza tener conto della illegittimità di tale procedimento ermeneutico, in contrasto con l'art. 4 disp. prel.


L'autonomia del divieto delle immissioni rispetto al problema dell'abuso del diritto, del divieto degli atti di emulazione e della colpa aquiliana

L'iniziale, insopprimibile difficoltà logica, spiega pure come si potesse fare ricorso al principio del divieto degli atti emulativi o alle regole riguardanti il quasi delitto civile.

Sotto la vigenza del codice abrogato si incontravano non poche difficoltà ad ammettere l'esistenza del generale divieto di atti emulativi, poichè non pareva legittimo desumerlo dalla teoria dell'abuso del diritto, viziata essa stessa da una intima contraddizione logica e non sorretta da elementi positivi. D'altra parte le disposizioni invocate (art. 544-545, 600-606, 609-610, 612-613, 675, 1723 n. 2 codice del 1865) erano ispirate ad esigenze concrete di natura particolare ed era stato giustamente osservato « che quando si ammettesse che i citati articoli veramente fossero riferibili all'emulazione, non vi sarebbe prova migliore di queste particolareggiate restrizioni esplicite poste dal legislatore per mostrare l'inesistenza di un divieto di massima, e quindi l'ammissibilità generica dell'emulazione ». Nè si pensava che le limitazioni che la stessa dottrina poneva al divieto degli atti emulativi, specie con il richiedere (come fa il codice attuale) l'intenzione di nuocere al vicino e la mancanza di utilità per il proprietario, non consentivano neppure di porre un problema i cui termini vanno molto al di là di quelli entro cui la dottrina conteneva il divieto degli atti di emulazione. Infine non si pensava che l'assunzione di tale divieto come punto di partenza doveva logicamente condurre alla soppressione del problema dei rapporti di vicinato, che, in definitiva, si riduceva a una duplicazione di quello da cui si prendevano le mosse. Tale esigenza, logica e pratica insieme, ha appunto ispirato al nuovo legislatore due distinte ed autonome disposizioni.

Per quanto riguarda poi il ricorso alle norme sulla colpa aquiliana, è facile rilevare che esse, anzichè offrire un criterio per risolvere il problema dei rapporti di vicinato, presuppongono la risoluzione di tale problema. Infatti perchè si possa chiedere il risarcimento del danno occorre che questo sia ingiusto, e cioè che l'atto sia illegittimo; e il problema dei rapporti di vicinato consiste appunto nella determinazione del criterio in base al quale l'atto di esercizio del diritto di proprietà possa considerarsi legittimo, in quanto contenuto nei limiti consentiti dalla legge, ovvero illegittimo, in quanto eccedente tali limiti.


Le varie specie di influenza sul fondo altrui

Bisogna dunque ricorrere ad altri criteri, e infatti, la disposizione che si commenta non offre nessun appiglio alle tesi sopra esposte e criticate.

Per delimitare meglio il campo d'indagine, distinguiamo, sulla scorta di dottrine tradizionali, le varie specie di atti per mezzo dei quali il proprietario di un fondo può influire sulla proprietà altrui. Rispetto alla loro natura, questi atti possono essere temporanei (od episodici) o duraturi (o permanenti); circa il modo dell'influenza possono essere immediati o mediati; circa gli effetti, possono essere sensibili o meno al vicino; quanto all'oggetto, possono toccare direttamente la cosa o le persone del proprietario; quanto alla qualità delle conseguenze possono essere materiali o immateriali.

La prima distinzione è priva di importanza: sia temporaneo o permanente il pregiudizio, se è veramente tale e l'atto è illegittimo, deve essere rimosso. Tutt'al più la natura può influire sulla determinazione del danno e sulle statuizioni accessorie tendenti a rimuoverne le conseguenze ed eventualmente a cautelare per l'avvenire colui che l'ha subito.

La seconda distinzione è invece rilevante, poichè, in base ai principi, le turbative immediate devono ritenersi illegittime. Turbartiva immediata è, infatti, quella che inizia il suo ciclo di influenza e lo compie interamente nella sfera del vicino, mentre è mediata quella che inizia il suo ciclo nella sfera di influenza di un proprietario da cui si estende in quella del vicino. La disposizione in esame si riferisce chiaramente alle turbative mediate: « il proprietario di un fondo non può impedire.... derivanti dal fondo del vicino ».

Anche la terza distinzione ha la sua importanza, poichè, infatti, se il vicino non percepisce neppure gli effetti degli atti compiuti dall'altro proprietario nel proprio fondo, viene meno la base pratica (mancando l'interesse) di ogni discussione. Ma a questo proposito è da tenere presente che turbative percepibili possono essere più o meno gravi, e in questo campo il compito del legislatore e dell'interprete consiste nel dosare gli opposti interessi, di modo da stabilire una equilibrata tutela di entrambi, con prevalenza di quello che di tale tutela è più degno, e la determinazione del limite entro il quale la tutela di entrambi deve essere contenuta.

La terza distinzione potrebbe dare luogo ad una esclusione arbitraria, poichè si potrebbe ritenere tutelabile il vicino solo in relazione alle turbative che toccano la cosa, e non a quelle che riguardano la sua persona. E l'esclusione sarebbe arbitraria poichè il godimento della cosa implica, in fatto, il rapporto della persona con la cosa. E non solo della persona del proprietario, poichè se la cosa viene data in locazione il locatario deve pure goderne, in luogo e in vece del proprietario da cui deriva il suo diritto. Si potrebbe ritenere applicabile il principio per cui, poichè se è vero che si tratta di molestie arrecate da persone che non pretendono di avere diritti sulla cosa locata, non è meno vero che le molestie provengono da persone che ritengono di avere sulla propria cosa diritti che eccedono il limite posto dalla legge, sì da toccare la sfera del diritto del vicino. Si tratta, cioè, di un'attività in cui si esprime l'illegittima imposizione di un limite al diritto altrui.

Naturalmente anche le persone di famiglia o conviventi con il proprietario hanno diritto alla stessa tutela, poichè fa parte pure delle facoltà costituenti il contenuto della proprietà quella di estendere ad altri il godimento della cosa, senza dire che, per le persone di famiglia, l'esercizio di tale facoltà non è libero, ma imposto dalla legge, che stabilisce particolari obblighi a carico di un coniuge rispetto all'altro, e a carico dei genitori rispetto ai figli, nonchè dei figli rispetto ai genitori. D'altro canto la tutela accordata alle persone conviventi con il proprietario è la stessa accordata al proprietario, poichè basterebbe l'interesse di questi affinchè gli atti illegittimi del vicino fossero colpiti. Nè si potrebbe ammettere una tutela intermittente, cioè limitata al tempo in cui il proprietario è materialmente presente nel suo fondo (ciò che ave valore pratico rispetto aglia tti temporanei), perchè bisogna aver riguardo non tanto alle modalità materiali in cui il rapporto si concreta, quanto al rapporto come tale, che non ammette soluzioni di continuià.

L'ultima distinzione riflette un momento che può ritenersi ormai superato anche in dottrina: da tempo, infatti, si parla anche di immissioni immateriali, oltre che materiali, come punto di riferimento della tutela del diritto di proprietà.

La disposizione in esame contiene un elenco esemplificativo, che non pare comprensiva tanto delle immissioni materiali quanto di quelle immateriali. Infatti essa considera le immissioni di fumo e di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo vicino, che sono tutte immissioni materiali.

Rimane dunque irrisolta, anzi risolta negativamente, la questione che aveva dato luogo a un numero rilevante di opinioni: quella relativa alla vicinanza di case di tolleranza. Si capiva all'epoca che non si trattava di quegli atti che sollevavano scandalo e, quindi, come delitti o contravvenzioni cadevano sotto la sanzione delle leggi penali o di polizia, ma anche dal semplice fatto dell'eccezionale, anzi anormale frequentazione del locale. Anche se, sottilizzando, si fossero ritenute queste immissioni materiali, per il fatto che, per essere percepite dal senso della vista, presupponevano la vibrazione dell'etere cosmico, o, comunque, la propagazione della luce, non si poteva certo dire che esse erano per natura simili a quelle espressamente indicate nella legge.

La conseguenza che ne derivava era piuttosto grave: mentre, infatti, sotto la vigenza del codice abrogato la mancanza di una norma apposita poteva consentire una certa libertà di interpretazione, in passato l'esistenza della norma poneva dei limiti che non si potevano superare. Appunto per questo la questione veniva risolta in senso negativo.

Qui tuttavia agli inconvenienti pratici poteva ovviare la Pubblica Amministrazione, sia prendendo minute cautele a tutela della pubblica decenza, sia addirittura assegnando determinate zone su cui tali case siano confinate. Però il privato non aveva tutela diretta: egli aveva solo il diritto di denunciare le eventuali infrazioni, per provocare l'applicazione delle sanzioni penali o amministrative, ma non poteva chiedere il risarcimento di danni o cautele personali.


Impostazione del problema del rapporto di vicinato

Torniamo, per l'esatta impostazione delle questioni, al punto di partenza: il compito fondamentale consiste nella ricerca del limite (reciproco) al diritto di proprietà su fondi vicini. I diritti, dunque, vanno considerati in relazione alle cose cui si riferiscono: trattandosi di fondi contigui, che per semplificare si possono supporre collocati su di un medesimo piano, in teoria sarebbe da ritenere che la sfera d'influenza o limite interno di ciascun diritto sia delimitata dalla figura solida risultante innalzando le perpendicolari, sul piano del suolo, da tutti i punti estremi della figura che di ciascun fondo determina il perimetro. Lungo le varie linee di confine verrebbe così ad innalzarsi uno schermo che dividerebbe la zona di influenza di un proprietario da quello dell'altro, e l'attività legittima di esercizio del diritto da parte di ciascun proprietario dovrebbe fermarsi davanti a questo schermo.

Ma già si è visto in pratica che questo ideale teorico non regge: infatti l'attività che un proprietario esercita nel proprio fondo può estendere la sua influenza al fondo del vicino. Da qui il problema del limite e la proposizione dei diversi criteri per la sua determinazione.

Rimanendo fedeli alla suddetta premessa teorica, si tratta di determinare la zona (necessaria) di influenza o di mancata reattività di un diritto in relazione a certe invasioni (ad esso esterne) provenienti dall'esercizio del diritto di proprietà sul fondo vicino, e reciprocamente la zona legittima di espansione del diritto di proprietà su di un fondo entro la sfera di quello del fondo vicino.


Le varie teorie proposte per la sua soluzione

In astratto può essere indifferente considerare l'uno o l'altro aspetto, perchè essi sono reciproci: in concreto, invece, tale indifferenza non sussiste, tant'è vero che alcuni fanno capo a uno di tali aspetti, altri fanno capo all'altro.

Con riferimento alla tendenza più comune, tale divergenza di punti di vista è facilmente riscontrabile.

Si allude alla c.d. teoria dell'uso normale, secondo la quale ogni proprietario può fare nel suo fondo ciò che è normale per l'uso di quel fondo (non quello che è giusto o utile, si noti bene, ma quello che è normale): se dai fatti che rientrano nella vita normale si produrrà qualche invasione del fondo altrui, questa dovrà essere tollerata (come accade per esempio per il fumo proveniente dal fuoco che si fa per cucinare): ma non vi è questa necessità di tolleranza per gli usi che esorbitano dalla sfera della normalità dell'uso della proprietà.

Fu però osservato che il criterio dell'uso normale è arbitrario e conduce ad applicazioni erronee. Non si capisce, infatti, per quale ragione logica si possa imporre una misura media che può impedire lo sfruttamento più naturale della cosa. E quanto alle applicazioni, come si può qualificare atto normale il tagliare le vene idriche del vicino, con opere nel fondo proprio, pure se esso non si possa reprimere, nè dà diritto a risarcimento dei danni.

La norma in esame procede dal punto di vista opposto e delinea il limite con riferimento alla normale tollerabilità. Il criterio è, in sè, più legittimo, perchè non si traduce nella imposizione di una restrizione su basi statistiche allo sfruttamento della cosa, ma, presupposto questo sfruttamento come libero, tende alla tutela dell'interesse del vicino, in relazione al concreto attuarsi dello sfruttamento stesso.

Il criterio della legge, tuttavia, rimane generico e le sue pratiche applicazioni sono rimesse al prudente arbitrio del magistrato: a restringere la genericità del criterio vale il riferimento alla condizione dei luoghi, ma anche la valutazione del peso da assegnarsi a tale elemento è rimessa al prudente arbitrio del giudice. Per la determinazione del vero significato della norma, è necessario avvertire che con l'espressione condizione dei luoghi si vuole alludere alla condizione materiale piuttosto che a quella sociale, a cui, invece, si fa riferimento alla fine dell'alinea 2.


Il criterio della prevenzione come criterio complementare

Fu pure proposto, sotto la vigenza del codice abrogato, il c.d. criterio della prevenzione, fondato sulla massima prior in tempore potior in iure; ma fu giustamente osservato che, in relazione alla questione che ci occupa, non tanto vale il prima o il poi, quanto il criterio che possa armonizzare le proprietà confinanti. D'altra parte quel principio viene, di solito, applicato alla risoluzione di conflitti tra più diritti reali sulla stessa cosa, non tra due diritti di proprietà su cose differenti. Infine « non è che casualmente vera la sua opportunità pratica ».

Se ne deduce che il criterio della prevenzione non potrebbe essere adottato come criterio generale ed esclusivo, ma ciò non importa necessariamente che esso debba essere del tutto scartato, e non possa, invece, essere utilizzato come criterio complementare. In tal senso, infatti, lo ha adottato il nuovo legislatore, dando al giudice la facoltà di tenere conto della priorità d un determinato uso. Su questa via si era già spinta la giurisprudenza, soprattutto in relazione a certi casi-limite, e a tal proposito è stato autorevolmente rilevato che maggiore dovrebbe infatti essere il rigore nel caso, per esempio, in cui si impiantasse uno stabilimento per la fabbricazione di concimi chimici o altre sostanze simili, e viceversa, più largo dovrebbe essere il trattamento nel caso in cui il reclamante abbia costruito una casa di abitazione in località costituente zona industriale, e perciò ricca di vari stabilimenti.

Ma tra questi casi estremi c'è tutta una gamma ricchissima di situazioni intermedie, sulla quale dovrà esercitarsi il prudente arbitrio del magistrato.


Il prudente arbitrio del giudice

Dalle osservazioni che precedono si rileva che il sistema della uova legge, ispirandosi ad esigenze pratiche e alla necessità di tutelare armonicamente gli interessi in conflitto non ha seguito nessuno dei criteri proposti dalla dottrina, ma ha fissato dei capisaldi, dei punti di orientamento, con riferimento ai vari criteri, e si è affidata al prudente arbitrio e sensibilità del giudice.

Tuttavia non ha mancato di stabilire una direttiva di indole generale. Era stato rilevato, in sostanza, che i più acuti casi di conflitto derivavano dell'espansione dell'attività industriale, le cui esigenze sono soverchianti rispetto a quelle del più comune sfruttamento dei fondi ad uso agricolo o civile. L'importanza sociale dell'attività industriale condusse all'affermazione dei criteri troppo rigidi che presiedevano alla tutela del diritto di proprietà. Questo punto non ha perduto di vista il nuovo legislatore, che ha perciò imposto all'autorità giudiziaria un criterio generale che deve presiedere all'applicazione della norma regolante i rapporti di vicinato. Esso consiste nel contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà.

Il criterio è stato opportunamente generalizzato:non si parla, infatti, solo delle esigenze dell' industria, ma, in genere, delle esigenze della produzione. D'altra parte, nella sua massima generalizzazione il criterio predetto si fonda sulla distinzione tra la proprietà, nel suo aspetto statico, come titolo di godimento, comprensivo anche dei titoli che da essa derivano, e il lato dinamico dello sfruttamento produttivo della cosa. Il problema, dunque, si sposta sul piano dinamico dell'effettivo godimento, sul quale si impone al giudice l'obbligo di dosare le esigenze che presiedono, in atto, all'una o all'altra forma di godimento, e di decdere in base a tali esigenze. Per questa via si fa strada non solo quello che si direbbe elemento sociale di valtazione, ma forse un criterio che potrebbe, almeno in largo senso, dirsi corporativo.

La conferma di tale affermazione si ricava da elementi positivi: anzitutto dall'art. 811 si deduce che i beni in relazione alla loro funzione economica e alle esigenze della produzione nazionale sono sottoposti alla disciplina dell'ordinamento corporativo, ciò che conferma la necessaria dipendenza di tutto ciò che attiene alla produzione dal sistema corporativo. Inoltre, l'organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale (Dich. VII C.d.L.), non può la tutela della produzione, qualunque aspetto sia oer assumere, attuarsi con criteri estranei all'ordinamento corporativo.


La norma generale e le norme speciali concernenti i rapporti di vicinato

Sotto l'impero del codice abrogato, pur mancando una norma generale che regolasse i rapporti del vicinato, e dovendosi perciò ricorrere alle norme speciali, anche per desumere il criterio direttivo generale, si tenevano distinte le situazioni rientranti nello schema della norma generale da quelle regolate da norme particolari.

Tale distinzione va mantenuta a fortiori nel nuovo codice, altrimenti di fronte alle norme specifiche contenute, in massima parte, nelle sezioni VI, VII, VIII e IX del Capo II del presente Libro, non avrebbero più giustificazione le norme contenute nell'articolo in esame. E la distinzione ha una notevole portata pratica: può, infatti, ritenersi ed è stato ritenuto che, quando entrino in applicazione le norme particolari, la rigorosa osservanza di queste metta il proprietario al riparo da ogni azione da parte del vicino. La conferma si deduceva dall'art. 573 ult. capov. del codice abrogato, nel quale si faceva l'ipotesi dell'insufficienza delle distanze prescritte ad evitare il danno e si dava al giudice la facoltà di stabilire distanze maggiori e far eseguire le opere occorrenti a riparare e mantenere riparata la proprietà del vicino. L' art. 889 del c.c. non ha conservato tale facoltà, e costituisce quindi un indice che convalida la tesi enunciata. Tanto più che l'art. 62 del progetto consentiva all'autorità giudiziaria di fissare distanze non solo maggiori, ma anche minori.

Tuttavia, le relazioni tra la norma generale che regola i rapporti di vicinato e le norme speciali devono essere precisate rigorosamente. Non si deve, infatti, ritenere che le norme speciali deroghino in maniera assoluta a quella generale, escludendone la totale applicazione, ma si deve piuttosto ritenere che alla disciplina dettata dalla norma generale sfugga quel particolare aspetto che le norme speciali hanno regolato. Così, ad es., se sono state osservate le distanze imposte dall'art. 889 per l'apertura di fosse, pozzi, cisterne e simili, il proprietario del fondo vicino non potrà avanzare pretese nè per la rimozione delle opere, nè perchè siano stabilite maggiori cautele, nè per ottenere il risarcimento dei danni. Ma, evidentemente, per tutto ciò che non attiene all'apertura di fosse ecc., e alle relative distanze, sarà sempre da applicare la norma generale (o specificamente per altri concreti aspetti, le altre norme speciali).


Contenuto e mezzi della tutela contro le immissioni

Qual'è il contenuto della tutela concessa dalla norma in esame e quali sono i mezzi con i quali essa si esplica?

Quanto al contenuto: sul presupposto del diritto di proprietà del fondo al quale l'influenza degli atti nocivi o intollerabili si estende, spetta la pretesa tendente alla rimozione dell'attività e dell'opera illegittime. Eventualmente l'autorità giudiziaria può stabilire delle cautele, anzichè ordinare la rimozione dell'opera o la cessazione dell'attività. Le cautele possono essere stabilite anche al fine di evitare che l'attività possa essere compiuta in divenire, con le stesse conseguenze nocive o intollerabili per il vicino. La prova dell'illegittimità dell'opera o dell'attività deve essere data dall'autore che ne richiede la rimozione o cessazione non solo per il principio generale che governa la distribuzione dell' onus probandi, ma anche per il fatto che ll'attività del proprietario compiuta nel proprio fondo deve presumersi legittima, sia pure iuris tantum.

Il mezzo di difesa concesso a tal fine è l'azione negatoria, poichè il vicino tende a difendere il suo diritto di proprietà contro il tentativo di aggravarlo con un onere anormale. E che si tratti dell'azione negatoria in senso proprio si deduce dal fatto che, esorbitando dal limite legale, l'atto del proprietario confinante non può considerarsi come atto di esercizio del proprio diritto, esso è, quindi un atto libero, e pu dare luogo all'acquisto di una vera servitù ove ne esistano i presupposti.

Ma il vicino può chiedere anche il risarcimento dei danni: non c'è dubbio che, essendo l'atto dell'altro proprietario illegittimo, il vicino possa chiedere il risarcimento in base alle regole generali della colpa aquiliana, provando s'intende la colpa dell'autore del danno.

In realtà, però, indipendentemente dall'applicazione delle disposizioni sulla colpa aquiliana, la responsabilità del proprietario confinante che ecceda i limiti legali nell'esercizio del diritto di proprietà è di natura oggettiva, perchè non riguarda direttamente ed esclusivamente i rapporti personali tra i vari soggetti, ma mira a proteggere immediatamente il diritto di proprietà, e solo mediatamente, di riflesso, la persona del proprietario o di coloro che da lui derivanti diritti di godimento dalla cosa, o con lui partecipano a tale godimento.

D'altra parte, se si ammette nel vicino la pretesa di far rimuovere l'opera o di far cessare l'attività del proprietario confinante, è assurdo non riconoscergli il diritto al risarcimento del danno già verificatosi, poichè, in sostanza, la prima pretesa mira ad eliminare il danno che potrebbe verificarsi in avvenire. E se non è presupposta la colpa per l'eliminazione del danno futuro, non si capisce perchè essa debba essere presupposta per il risarcimento del danno passato. In sostanza, se il vicino avesse agito subito, o preventivamente (mediante l'azione di danno temuto) avrebbe conseguito la prima tutela, evitando ogni danno; e non si può paragonare a negligenza capace di compensare la responsabilità del proprietario confinante o configurare come una specie di decadenza il ritardo nel proporre l'azione. Questa, nell'uno o nell'altro senso – come rimozione e come risarcimento – tende alla tutela della proprietà, e non può essere colpita da decadenze non previste dalla legge.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

412 Il principio di socialità, da cui l'istituto della proprietà è pervaso, torna a riflettersi sulla disciplina delle immissioni. Per l'art. 844 del c.c. il proprietario del fondo deve sopportare le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino che non superino la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alle condizioni dei luoghi. Il duplice criterio del grado d'intensità delle immissioni e del carattere particolare della zona è coordinato a quello delle esigenze della produzione: si prescrive al giudice di contemperare nell'applicazione della norma le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Un ulteriore criterio è indicato al giudice per agevolare la risoluzione dei delicati conflitti nei rapporti di vicinato, autorizzandolo a tener conto della priorità di un determinato uso.

Massime relative all'art. 844 Codice civile

Cass. civ. n. 1606/2017

In tema di immissioni (nella specie di rumori ed esalazioni provocati dallo svolgimento di attività di officina), i mezzi di prova esperibili per accertare il livello di normale tollerabilità ex art. 844 c.c. costituiscono tipicamente accertamenti di natura tecnica che, di regola, vengono compiuti mediante apposita consulenza d'ufficio con funzione "percipiente", in quanto soltanto un esperto è in grado di accertare, per mezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone, l'intensità dei suoni o delle emissioni di vapori o gas, nonché il loro grado di sopportabilità per le persone, potendosi in tale materia ricorrere alla prova testimoniale soltanto quando essa verta su fatti caduti sotto la diretta percezione sensoriale dei deponenti e non si riveli espressione di giudizi valutativi.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1606 del 20 gennaio 2017)

Cass. civ. n. 23245/2016

L'azione, di natura reale, esperita dal proprietario del fondo danneggiato per l'accertamento della illegittimità delle immissioni e l'eliminazione, mediante modifiche strutturali, delle cause originanti le stesse, va proposta nei confronti del proprietario del fondo dal quale tali immissioni provengono e può essere cumulata con la domanda, proponibile verso altro convenuto, per responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c., volta a conseguire il risarcimento del pregiudizio di natura personale da quelle cagionato.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 23245 del 15 novembre 2016)

Cass. civ. n. 16074/2016

La tutela prevista dall'art. 844 c.c. concerne anche i fondi rustici, senza che rilevi, ai fini dell'apprezzamento della tollerabilità delle immissioni sonore, come l'immobile sia accatastato, atteso che anche un fabbricato rurale può essere adibito ad uso abitativo di chi coltiva il fondo e, pur se destinato esclusivamente a lavorazioni agrarie, resta imprescindibile l'esigenza di tutela delle persone che in esso svolgono le suddette attività.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 16074 del 2 agosto 2016)

Cass. civ. n. 14180/2016

In tema di immissioni acustiche (nella specie provenienti da circolazione stradale), viene in rilievo l'art. 844 c.c., che detta una regola concepita per risolvere i conflitti di interesse tra usi diversi di unità immobiliari contigue qualora le immissioni superino la normale tollerabilità e che, solo in caso di svolgimento di attività produttive, consente l'elevazione della soglia di tollerabilità, sempre che non venga in gioco il diritto fondamentale alla salute, da considerarsi valore comunque prevalente rispetto a qualsiasi esigenza della produzione, in quanto funzionale al diritto ad una normale qualità della vita.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14180 del 12 luglio 2016)

Cass. civ. n. 17051/2011

Il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, e non può prescindere dalla rumorosità di fondo, ossia dalla fascia rumorosa costante, sulla quale vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni abnormi (c.d. criterio comparativo), sicché la valutazione ex art. 844 c.c., diretta a stabilire se i rumori restino compresi o meno nei limiti della norma, deve essere riferita, da un lato, alla sensibilità dell'uomo medio e, dall'altro, alla situazione locale. Spetta al giudice del merito accertare in concreto gli accorgimenti idonei a ricondurre tali immissioni nell'ambito della normale tollerabilità.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 17051 del 5 agosto 2011)

Cass. civ. n. 2319/2011

Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in data 1° marzo 1991, il quale, nel determinare le modalità di rilevamento dei rumori ed i limiti di tollerabilità in materia di immissioni rumorose, al pari dei regolamenti comunali limitativi dell'attività rumorosa, fissa, quale misura da non superare per le zone non industriali, una differenza rispetto al rumore ambientale pari a 3 db in periodo notturno e in 5 db in periodo diurno, persegue finalità di carattere pubblico ed opera nei rapporti tra i privati e la P.A.. Le disposizioni in esso contenute, perciò, non escludono l'applicabilità dell'art. 844 c.c. nei rapporti tra i privati proprietari di fondi vicini.
(Cassazione civile, Sez. VI, sentenza n. 2319 del 1 febbraio 2011)

Cass. civ. n. 5564/2010

In tema di immissioni, l'art. 844, secondo comma, c.c., nella parte in cui prevede la valutazione, da parte del giudice, del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, considerando eventualmente la priorità di un determinato uso, deve essere letto, tenendo conto che il limite della tutela della salute è da ritenersi ormai intrinseco nell'attività di produzione oltre che nei rapporti di vicinato, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata, dovendo considerarsi prevalente rispetto alle esigenze della produzione il soddisfacimento ad una normale qualità della vita. Ne consegue che le immissioni acustiche determinate da un'attività produttiva che superino i normali limiti di tollerabilità fissati, nel pubblico interesse, da leggi o regolamenti, e da verificarsi in riferimento alle condizioni del fondo che le subisce, sono da reputarsi illecite, sicché il giudice, dovendo riconoscerle come tali, può addivenire ad un contemperamento delle esigenze della produzione soltanto al fine di adottare quei rimedi tecnici che consentano l'esercizio della attività produttiva nel rispetto del diritto dei vicini a non subire immissioni superiori alla normale tollerabilità. (Fattispecie relativa ad immissioni rumorose al di sopra della normale tollerabilità determinate da attività di ristorazione, caratterizzata principalmente dallo svolgimento di banchetti nuziali, con notevole afflusso di persone).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5564 del 8 marzo 2010)

Cass. civ. n. 3438/2010

Il limite di tollerabilità delle immissioni non ha carattere assoluto ma è relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti; spetta, pertanto, al giudice di merito accertare in concreto il superamento della normale tollerabilità e individuare gli accorgimenti idonei a ricondurre le immissioni nell'ambito della stessa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della Corte di merito che aveva ritenuto non tollerabilile immissioni acustiche prodotte dal funzionamento di un'autoclave e di un bruciatore, tenuto conto degli elevati livelli dei valori sonori, accertati strumentalmente, della situazione dei luoghi, trattandosi di edificio ubicato in comune montano, del funzionamento dei detti impianti per molti mesi dell'anno ed anche in ore notturne, della collocazione degli stessi in un locale a stretto contatto con la camera da letto degli attori e della necessità di questi, data la loro avanzata età, di godere di tranquillità e riposo ed aveva, altresì, disposto l'adozione degli accorgimenti suggeriti dal c.t.u.).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3438 del 12 febbraio 2010)

Cass. civ. n. 8420/2006

La norma sulla disciplina delle immissioni di cui all'art. 844 c.c., nel prevedere la valutazione, da parte del giudice, del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, tenendo eventualmente conto della priorità di un determinato uso, deve essere interpretata, tenendo conto che il limite della tutela della salute è da considerarsi ormai intrinseco nell'attività di produzione oltre che nei rapporti di vicinato, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata, sicché è legittima la statuizione del giudice di merito preclusiva del prolungamento di un'attività sostanzialmente nociva alla salute dei vicini del fondo, da considerarsi valore prevalente, in funzione del soddisfacimento del diritto ad una normale qualità della vita, rispetto alle esigenze dell'attività commerciale esercitata nel fondo confinante, nel quale la produzione, ancorché iniziata anteriormente all'edificazione dell'immobile limitrofo, si sia svolta e, poi, protratta senza la predisposizione di apposite misure di cautela idonee ad evitare o limitare l'inquinamento atmosferico. (Nella specie, la S.C., sulla scorta di questo principio, ha confermato l'impugnata sentenza, con la quale il giudice di appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva, interpretando nei suddetti termini l'art. 844 c.c., ordinato l'immediata cessazione di un allevamento di galline, oltre a riconoscere il correlato risarcimento del danno, in quanto detta attività commerciale, ancorché preventivamente iniziata, era proseguita senza che venisse approntato alcun idoneo accorgimento tale da impedire la propagazione di persistenti esalazioni maleodoranti nel fondo limitrofo).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8420 del 11 aprile 2006)

Cass. civ. n. 2166/2006

Qualora sia in discussione la legittimità da parte della Chiesa e degli enti ecclesiastici dell'uso iure privatorum di beni soggetti, ex art. 831 c.c.. alle norme del codice civile — in quanto non diversamente disposto dalle leggi speciali che li riguardano — la Chiesa e le sue istituzioni sono tenute all'osservanza, al pari degli altri soggetti giuridici, delle norme di relazione e quindi alle limitazioni del diritto di proprietà, fra le quali rientrano quelle previste dall'art. 844 c.c. essendo esse inidonee a dare luogo a quelle compressioni della libertà religiosa e delle connesse alte finalità che la norma concordataria di cui all'art. 2 delle legge n. 121 del 1985, in ottemperanza al dettato costituzionale, ha inteso tutelare, non avendo lo Stato rinunciato alla tutela di beni giuridici primari garantiti dalla Costituzione (artt. 42 e 32), quali il dirito di proprietà e quello alla salute. (Nella specie, è stata ritenuta applicabile la disciplina dettata dall'art. 844 c.c. alle immissioni sonore provocate dalle attività sportive praticate nel «campo giochi» di una parrocchia).

In tema di immissioni (nella specie rumori provocati da attività sportive praticate all'aperto), il contemperamento delle esigenze della proprietà con quelle ricreative e sportive, che ai sensi dell'art. 844 c.c. deve essere compiuto anche tenendo conto della condizione dei luoghi, postula la concreta valutazione di ormai diffusi abitudini di vita e comportamenti sociali, nell'ambito dei quali lo svolgimento delle suddette attività, prevalentemente praticate all'aria, è notoriamente più intenso durante le stagioni caratterizzate da un maggior numero di ore di luce e dal clima più favorevole; pertanto, il limite di normale tollerabilità delle immissioni non può essere dal giudice determinato in termini assolutamente avulsi dalla considerazione delle suesposte componenti, trattandosi di elementi intrinsecamente connotanti la liceità delle forme di godimento della proprietà, da valutarsi sullo sfondo del particolare contesto ambientale e sociale nel quale le opposte esigenze assumono rilievo.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2166 del 31 gennaio 2006)

Cass. civ. n. 23/2004

Tenuto conto che sono legittime le restrizioni alle facoltà inerenti alla proprietà esclusiva contenute nel regolamento di condominio di natura contrattuale, purché formulate in modo espresso o comunque non equivoco — si da non lasciare alcun margine d'incertezza sul contenuto e la portata delle relative disposizioni — le norme regolamentari possono imporre limitazioni al godimento degli immobili di proprietà esclusiva secondo criteri anche più rigorosi di quelli stabiliti, in tema di immissioni lecite, dall'art. 844 c.c. Ne consegue che in tal caso la liceità o meno dell'immissione deve essere determinata non sulla base della norma civilistica generale ma alla stregua del criterio di valutazione fissato dal regolamento. (Nella specie la Corte ha ritenuto corretta la decisione dei giudici di appello, secondo cui la destinazione di un appartamento a studio medico dentistico non violava la norma del regolamento condominiale di natura contrattuale che vietava l'esercizio negli immobili di proprietà esclusiva di attività rumorose maleodoranti ed antiigieniche, atteso che l'attività espletata non presentava in concreto tali caratteri).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 23 del 7 gennaio 2004)

Cass. civ. n. 5697/2001

Per stabilire se le immissioni — nella specie rumori, fumo ed esalazioni provenienti da un opificio di panificazione — che si propagano dall'immobile del vicino su quello altrui superano la normale tollerabilità occorre avere riguardo alla destinazione della zona ove sono situati gli immobili, perché se è prevalentemente abitativa, il contemperamento delle ragioni della proprietà con quelle della produzione deve essere effettuato dando prevalenza alle esigenze personali di vita del proprietario dell'immobile adibito ad abitazione rispetto alle utilità economiche derivanti dall'esercizio di attività produttive o commerciali nell'immobile del vicino.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5697 del 18 aprile 2001)

Cass. civ. n. 4963/2001

Quando l'attività posta in essere da uno dei condomini di un edificio, direttamente o tramite detentore qualificato, è idonea a determinare il turbamento del bene della tranquillità degli altri partecipi, tutelato espressamente da disposizioni contrattuali del regolamento condominiale, non occorre accertare al fine di ritenere l'attività stessa illegittima, se questa costituisca o meno immissione vietata ex art. 844 c.c., in quanto le norme regolamentari di natura contrattuale possono imporre limitazioni al godimento della proprietà esclusiva anche maggiori di quelle stabilite dall'indicata norma generale sulla proprietà fondiaria. Né, peraltro, in detta materia è applicabile la legge 26 ottobre 1995, n. 477, sull'inquinamento acustico, perché detta normativa attiene a rapporti di natura pubblicistica tra la P.A., preposta alla tutela dell'interesse collettivo della salvaguardia della salute in generale, ed i privati esercenti le attività contemplate, prescindendo da qualunque collegamento con la proprietà fondiaria.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4963 del 4 aprile 2001)

Cass. civ. n. 15509/2000

L'art. 844 c.c. impone, nei limiti della normale tollerabilità e dell'eventuale contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, l'obbligo di sopportazione delle propagazioni inevitabili determinate dall'uso delle proprietà attuato nel contesto delle norme generali e speciali che ne disciplinano l'esercizio. Al di fuori di tali limiti, si è in presenza di un'attività illegittima, di fronte alla quale non ha ragion d'essere l'imposizione di un sacrificio all'altrui diritto di proprietà o di godimento e non sono quindi applicabili i criteri dettati dall'art. 844 c.c. ma, venendo in considerazione, in tali ipotesi, unicamente l'illecità, del fatto generatore del danno arrecato a terzi, si rientra nello schema generale dell'azione di risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. che può essere proposta anche cumulativamente con l'azione ex art. 844 c.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 15509 del 6 dicembre 2000)

Cass. civ. n. 14353/2000

In tema di immissioni, l'accertamento delle cause che determinano immissioni moleste nel fondo altrui non influisce sul giudizio di tollerabilità delle stesse, da effettuarsi, secondo i criteri all'uopo indicati dall'art. 844 c.c., cui è estraneo il criterio della colpa. Pertanto, una volta accertata l'esistenza della propagazione molesta e stabilito, secondo i criteri dettati dall'art. 844 c.c., il suo grado di tollerabilità, l'individuazione delle cause può servire soltanto per stabilire le eventuali misure da adottare per la sua eliminazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 14353 del 3 novembre 2000)

Cass. civ. n. 13334/1999

In tema di immissioni in alienum, il criterio del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, posto dall'art. 844, secondo comma, c.c., non implica che nelle zone a prevalente vocazione industriale debbano necessariamente considerarsi lecite e tollerabili, per il solo fatto della destinazione urbanistica data dalla competente pubblica amministrazione all'area interessata dal fenomeno, le immissioni di qualsiasi natura ed entità determinate dall'attività produttiva, ma implica solo che, nella riconosciuta preminenza dell'interesse collettivo, in termini di prodotto e di occupazione, ala prosecuzione dell'attività immissiva, possa essere effettuata una valutazione comparativa degli interessi dedotti in giudizio ai fini della determinazione del contenuto della sanzione da applicare, ciò che si realizza con l'attribuire al giudice, una volta che abbia riconosciuto l'esigenza del mantenimento dell'attività produttiva, il potere di astenersi dall'adozione di misure inibitorie, e di far luogo, invece, a statuizioni che, pur con il sacrificio della piena tutela della proprietà individuale, consentano la prosecuzione dell'attività immissiva dietro pagamento di un congruo indennizzo, sempre che detta attività rimanga nei limiti della normale tollerabilità, configurandosi come dannosa, ma lecita. Ove, invece, tali limiti siano superati, si è in presenza di un'attività illegittima, traducentesi in fatti illeciti generatori di danno risarcibile ex art. 2043 c.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 13334 del 29 novembre 1999)

Cass. civ. n. 161/1996

In materia di immissioni dannose (nella specie di natura olfattiva) il criterio del preuso cui fa riferimento l'art. 844, comma 2, c.c. ha carattere sussidiario e facoltativo, sicché il giudice del merito nella valutazione della normale tollerabilità delle immissioni, non è tenuto a farvi ricorso quando, in base agli opportuni accertamenti di fatto, e secondo il suo apprezzamento, incensurabile se adeguatamente motivato, ritenga superata la soglia di tollerabilità.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 161 del 10 gennaio 1996)

Cass. civ. n. 3090/1993

La disposizione dell'art. 844 c.c., è applicabile anche negli edifici in condomino nell'ipotesi in cui un condomino nel godimento della propria unità immobiliare o delle parti comuni dia luogo ad immissioni moleste o dannose nella proprietà di altri condomini. Nell'applicazione della norma deve aversi riguardo, peraltro, per desumerne il criterio di valutazione della normale tollerabilità delle immissioni, alla peculiarità dei rapporti condominiali e alla destinazione assegnata all'edificio dalle disposizioni urbanistiche o, in mancanza, dai proprietari. In particolare, nel caso in cui il fabbricato non adempia ad una funzione uniforme e le unità immobiliari siano soggette a destinazioni differenti, ad un tempo ad abitazione ed ad esercizio commerciale, il criterio dell'utilità sociale, cui è informato l'art. 844 citato, impone di graduare le esigenze in rapporto alle istanze di natura personale ed economica dei condomini, privilegiando, alla luce dei principi costituzionali (cfr. Cost., artt. 14, 31 e 47) le esigenze personali di vita connesse all'abitazione, rispetto alle utilità meramente economiche inerenti all'esercizio di attività commerciali.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3090 del 15 marzo 1993)

Cass. civ. n. 8271/1990

L'utilizzazione di un fondo per il decollo e l'atterraggio di elicotteri, in relazione ad esigenze individuali del proprietario (comodità e rapidità di spostamenti), integra attività privatistica, ancorché soggetta ad autorizzazione amministrativa. Pertanto, nel rapporto di vicinato, i rumori e le altre immissioni provocate da detta utilizzazione non si sottraggono alle disposizioni di cui all'art. 844 primo comma c.c., di modo che possono essere impedite dal proprietario del fondo limitrofo, ove superino la normale tollerabilità, anche con riguardo alla condizione dei luoghi (nella specie, amena zona collinare, con caratteri residenziali di elevata qualità).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8271 del 14 agosto 1990)

Cass. civ. n. 3675/1989

Ai fini dell'art. 844 c.c. l'intollerabilità delle immissioni (nella specie esalazioni provenienti dalla evaporazione di idrocarburi adoperati per il lavaggio di pezzi meccanici), da valutarsi tenuto conto del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, sussiste anche quando esse, pur non essendo di eccessiva entità, risultino nocive, a causa della loro costanza ed ineliminabilità che le rende insopportabili, al bene primario della salute.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3675 del 9 agosto 1989)

Cass. civ. n. 6534/1985

Ai fini della valutazione della liceità delle immissioni, l'art. 844 c.c. enuncia tre diversi criteri, di cui due obbligatori ed uno facoltativo e sussidiario: i criteri obbligatori sono quelli della normale tollerabilità e del contemperamento delle ragioni della proprietà con le esigenze della produzione, mentre il criterio facoltativo è quello della priorità del'uso.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6534 del 20 dicembre 1985)

Cass. civ. n. 4523/1984

In tema di immissioni (nella specie di rumori), le disposizioni dell'art. 844 c.c. trovano applicazione avendo riguardo alla situazione del fondo che le riceve, con la conseguenza che se questo è sito in zona residenziale, la normale tollerabilità deve essere valutata in base ai criteri vigenti in tale zona, in cui le immissioni stesse si propagano, a nulla rilevando la loro normalità riferita al luogo di provenienza (nella specie, zona industriale).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4523 del 30 luglio 1984)

Cass. civ. n. 1115/1982

L'art. 844, secondo comma, c.c., che in materia di immissioni, prevede il contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, si applica in ogni caso in cui vi sia conflitto fra la tutela del diritto di proprietà e le esigenze della produzione, quale che sia il campo in cui questa si esplichi, industriale, agricolo o di altra natura, ed anche se essa concerna, invece di beni, servizi (nella specie: servizio della conservazione di prodotti ortofrutticoli, ai fini della vendita al dettaglio, realizzato da impianti refrigeratori).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1115 del 23 febbraio 1982)

Cass. civ. n. 3401/1981

Ai fini della valutazione della liceità o meno delle immissioni, il criterio della priorità dell'uso ha natura secondaria e facoltativa, dovendo il limite della tollerabilità accertarsi tenendo conto, anzitutto, della situazione dei luoghi e della necessità di contemperamento delle esigenze della proprietà con quelle della produzione. (Nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che, in una zona residenziale ma con prevalenti interessi industriali, il limite di tollerabilità dei rumori prodotti da uno stabilimento è, indipendentemente dalla data della sua installazione, inevitabilmente più elevato che in una zona soltanto residenziale. La Corte Suprema ha confermato tale decisione enunciando l'anzidetto principio).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3401 del 23 maggio 1981)

Cass. civ. n. 1364/1978

La disciplina dell'art. 844 c.c. è applicabile unicamente alle immissioni indirette, e cioè alle immissioni prodotte dalla propagazione o dalla ripercussione di un fatto posto in essere nel fondo del vicino, ma non alle immissioni dirette, causate immediatamente nel fondo altrui, né alle altre attività illecite compiute da terzi esclusivamente in quest'ultimo. Conseguentemente non può essere imposta al convenuto la chiusura del fondo destinato ad osteria per evitare i danni derivanti dallo sconfinamento di avventori del fondo vicino, poiché tale fatto non può configurarsi come la propagazione in alienum di un'attività svolta nel fondo, ma è un illecito autonomo, contro il quale non è data altra protezione se non quella offerta dall'art. 2043 c.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1364 del 18 marzo 1978)

Cass. civ. n. 111/1975

La priorità dell'uso in tema di immissioni ha carattere oggettivo, in quanto l'uso o la destinazione considerati in rapporto con la loro priorità riguardano i fondi e la produzione industriale nei loro reciproci rapporti, e non i proprietari e gli imprenditori tra quali sia sorta la controversia; essa non è pertanto identificabile con quella esistente al momento dell'acquisto della proprietà o della titolarità d'impresa da parte dei soggetti litiganti. (Nella specie, la C.S. ha ritenuto irrilevante, al fine di valutare la liceità delle immissioni di un impianto cementizio e determinare l'indennità dovuta in ragione delle immissioni dannose a carico di un terreno vicino, l'anteriorità dell'esercizio industriale rispetto alla data di acquisto del terreno stesso da parte dell'attore).
(Cassazione civile, sentenza n. 111 del 13 gennaio 1975)

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C. L. chiede
martedì 04/09/2018 - Lombardia
“Buongiorno, sono residente in un bilocale sito al sesto ed ultimo piano di uno stabile di proprietà della cooperativa Uniabita di Milano, i cui alloggi sono affittati ed amministrati dalla stessa.

Il mio problema è la conseguenza di varie concause che dovrò necessariamente premettere.

Al piano sottostante, il quinto, è residente una famiglia di quattro persone, genitori e due figli, i due coniugi fumano in casa, in continuazione, prevalentemente in cucina quando sono assenti i figli, altrimenti fumano affacciandosi alla finestra della cucina stessa. Lavorando entrambi su turni, ogni giorno è sempre presente qualcuno che fuma, ma in determinati orari della giornata, ad esempio la mattina presto, durante i pasti e la sera, sono presenti entrambi e fumano contemporaneamente una sigaretta dietro l'altra.

Dalla finestra di quella cucina dunque esce fumo a getto continuo dalle 7:00 alle 24:00 per 365 giorni all'anno, in special modo durante le ore critiche, ovvero dalle 7:00 alle 10:00 e dalle 19:00 alle 22:00 la quantità di fumo prodotta è almeno quadrupla rispetto al resto della giornata. I signori hanno anche l'abitudine di tenere tutte le finestre chiuse tranne appunto quella della cucina, che è sempre spalancata, ed un'altra finestra situata dall'altro lato del palazzo, dal quale soffia vento costantemente, e in questo modo si genera un flusso naturale d'aria che spinge fumi e cattivi odori fuori, esclusivamente dalla finestra della cucina. Durante la notte poi quest'ultima resta socchiusa, anche d'inverno, e continua ad uscire puzza ininterrottamente finché non ricomincia il ciclo. Al fumo di sigaretta, sia passivo che diretto, si aggiungono poi esalazioni di detersivi aggressivi e puzza di ogni sorta.

La mia situazione invece è la seguente: l'abitazione in cui risiedo ha tutte le finestra collocate sullo stesso lato dell'edificio, questo significa che l'aria non può circolare in modo naturale, neanche se si aprono tutte le finestre contemporaneamente, infatti per tamponate il problema in casa ci sono già cinque ventilatori, ma l'aspetto drammatico della questione è che proprio per questo motivo i fumi e i vapori dei detersivi che entrano dalle finestre non escono, restano bloccati in casa, nonostante l'azione dei ventilatori. Dunque le finestre della mia abitazione sono cinque, affiancate, la prima è quella della cucina, che corrisponde verticalmente alla finestra della cucina dei signori fumatori del piano di sotto, tre delle altre finestre si affacciano su due balconcini. Questi ultimi sono coperti da una pensilina molto bassa di circa 2 mt a forma di mezza luna, la quale, non solo impedisce ai fumi provenienti dal basso di disperdersi, ma addirittura li trattiene e li veicola, come una sorta di tunnel, verso tutte le finestre. Se c'è umidità il fumo di sigaretta e i vapori dei detersivi restano sospesi a mezz'aria, per ore davanti alle finestre, penetrando attraverso le fessure delle serrande abbassate. Questo succede tutte le mattine, anche d'estate. Per di più, nove volte su dieci il vento soffia esclusivamente all'altezza del sesto piano, trasportando orizzontalmente verso le finestre i fumi che salgono dalla finestra della cucina del piano sottostante e spingendoli a forza dentro casa.

In conclusione, ogni giorno, d'estate o d'inverno, quando la mattina apro qualsiasi finestra per cambiare l'aria, invece di entrare aria fresca entra solo fumo di sigaretta, misto a puzza di ogni genere ed esalazioni di detersivi. Sono costretto quindi a tenere le finestre chiuse, anche d'estate, ma in tutte quelle circostanze in cui sono obbligato ad aprirle, ad esempio quando si cucina o si lavano i pavimenti, c'è sempre lo stesso problema, entra fumo e puzza, ripeto da tutte le cinque finestre, e una volta entrati non escono perché essendo tutte le finestre situate sullo stesso lato del palazzo, non si genera alcun flusso d'aria.

Spesso sono costretto ad aprire la porta d'ingresso dell'abitazione, per far circolare l'aria proveniente dalla finestra del pianerottolo che, come se non bastasse, si trova al piano di sotto, invece al sesto piano non c'è finestra nel pianerottolo, e purtroppo il fumo di sigaretta, la puzza e i vapori dei detersivi, provenienti dall'abitazione sottostante spesso si depositano nel pianerottolo del sesto piano, proprio davanti la porta d'ingresso che si trova in un anfratto cieco dello stesso, e non possono far altro che entrare in casa quando apro la porta, d'inverno inoltre penetrano attraverso la fessura tra il pavimento e la porta stessa, nonostante la presenza di un tappeto che non riesce a tapparla. In parole povere la mia abitazione è invasa da fumo passivo proveniente da ogni apertura, ho dovuto sigillare persino la presa d'aria a norma di sicurezza situata in cucina perché d'inverno, con tutte le finestre chiuse, mi svegliavo al mattino con il fumo di sigaretta in camera da letto, proveniente appunto dalla presa d'aria che si trova esattamente sopra la finestra della cucina dei fumatori sottostanti.

Dopo mesi passati a soffrire forti mal di testa dovuti ad infiammazione cronica delle vie respiratorie, oltre ad esaurimento nervoso dovuto a questa situazione, per disperazione ho comprato tre ventilatori industriali da pavimento, che si aggiungono agli altri cinque, e li ho collocati sulla soglia delle finestre per muovere l'aria nel tentativo di disperdere il fumo, in modo da evitare perlomeno che penetri nelle fessure delle serrande, che comunque devono restare abbassate, ostruendo per altro la luce del giorno, questi ventilatori restano in funzione anche d'inverno dalle 7,00 alle 24,00, fanno rumore e consumano corrente elettrica (circa 200 Watt per 18/20 ore al giorno), ma resta sempre il fatto che non posso aprire le finestre, nemmeno d'estate. C'è da aggiungere che in presenza di vento l'azione dei ventilatori si annulla e quando piove sono costretto a toglierli, di conseguenza il fumo comincia ad entrare e devo chiudere le finestre, ma quando poi arriva il momento di cambiare l'aria è sempre il solito dramma, per respirare un po di aria pulita, anche se puzzolente, devo aspettare la notte dopo le 2:00, altrimenti l'aria è irrespirabile persino fuori sui balconi. Senz'aria e senza luce dopo due anni mi sono ammalato di depressione, ma non ho potuto affrontare il problema prima perché ne ho avuti altri più gravi. D'estate la casa diventa un forno, ed io devo scegliere se soffrire di caldo con le finestre chiuse nella penombra o se soffrire di mal di testa per via del fumo, mentre i signori del piano di sotto si godono la brezza fresca profumata proveniente dall'altro lato del palazzo che gli consente addirittura di non accendere il condizionatore, mentre io e la persona con cui convivo, patiamo le pene dell'inferno.

Ecco io vorrei sapere quindi se c'è reale possibilità di vincere una causa, obbligano gli inquilini sottostanti a dotarsi di un aspiratore di fumi o qualcosa del genere per evitare la fuoriuscita dalla finestra, se possibile anche un risarcimento danni, quanto meno per le spese legali, ed inoltre una stima indicativa dei tempi per questo genere di casi. Grazie.”
Consulenza legale i 11/09/2018
Ai fini della risoluzione del caso sottoposto al nostro esame, occorre partire dall’esame dell’art.844 c.c.rubricato “Immissioni” alla lettura del quale si rimanda.
La norma fa riferimento, al fine di bilanciare opposti interessi, alla “normale tollerabilità”, da intendersi con ciò che, nella maggior parte dei casi, è accettato dalla società.
Di fronte, tuttavia, alle ingerenze/sopportazioni che superano il grado sociale di accettazione, l’individuo ha diritto di reagire essendo in presenza di un’attività illegittima.

Quando sia accertato che le immissioni di fumo, rumore e odori sono intollerabili, si versa in una situazione di illiceità, cosicché il giudice deve ordinare la cessazione delle immissioni e condannare chi le effettua al risarcimento del danno procurato.

Il concetto di “normale tollerabilità” non è peraltro stato precisamente definito dal legislatore.
Il codice spiega solo che nel valutare tale parametro si deve tenere conto delle condizioni dei luoghi e dell’esigenza di dover contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà.
Il giudizio in ordine alla tollerabilità, dunque, è rimesso a chi applica la norma, ovvero il giudice, che dovrà valutare il caso concreto tenendo conto della particolarità della situazione concreta (Cass. 27 gennaio 2003, n. 1151).

Contro le immissioni è prevista una tutela civilistica mediante l’esercizio di 2 azioni:
- L’azione inibitoria, che è un tipo di azione diretta ad impedire al proprietario del fondo da cui provengono le immissioni il perpetuarsi delle stesse.
- L’azione di risarcimento danni ai sensi dell’art. 2043 c.c. che prevede il diritto al risarcimento nel caso di danno ingiusto derivante da fatto doloso o colposo altrui.
L’azione inibitoria e quella risarcitoria possono essere proposte congiuntamente nello stesso procedimento.
Sotto il profilo probatorio, chi intende ottenere il risarcimento del danno dovrà dimostrare da un lato il superamento del limite della normale tollerabilità delle immissioni di fumo e, dall’altro lato, di aver subito danni a seguito dell’esposizione ai fumi.

Venendo al caso in esame, sicuramente Lei è legittimato ad agire in giudizio per far valere i suoi diritti.
Occorre, però, dar prova che il fumo supera il limite della normale tollerabilità e dei danni che le immissioni di fumo le hanno causato e le stanno causando.
Potrà agire in via ordinaria mediante un’azione di inibizione con la quale chiedere al giudice la cessazione delle immissioni di fumo o comunque condannare i suoi vicini ad adottare le precauzioni necessarie ad evitarle, sia proporre un’azione di risarcimento di tutti i danni subiti per effetto del comportamento altrui.

Non siamo in grado di stabilire i tempi per la conclusione della causa, ma non risolverà certo la questione in breve tempo. Sono noti a tutti i tempi della giustizia italiana. Un giudizio ordinario assai difficilmente si conclude in meno di due anni.
Laddove, tuttavia, vi siano danni relativi alla salute ed all’ambiente salubre è possibile ricorre alla procedura d’urgenza ex art. 700 c.p.c. che dovrebbe portare ad una soluzione della controversia in tempi molto più rapidi.

Umberto E. chiede
mercoledì 02/05/2018 - Piemonte
“Salve,
abito in quartiere residenziale costituito da abitazioni indipendenti.
Da quando è stata istituita la raccolta differenziata nel mio paese nel 2011, il mio vicino di casa che già non teneva molto in ordine la parte esterna della sua abitazione, ha deciso di non pagare sulla tassa rifiuti il cosiddetto "verde" e molto tranquillamente ha iniziato a fare del "compostaggio". Il compostaggio però non è stato fatto nella maniera giusta ma accumulando in un punto dell'esterno della casa tutto il verde o i rami delle piante che ogni tanto toglieva in giro per la sua proprietà. Inoltre per non pagare neanche "l'umido" sulla tassa per i rifiuti ha deciso di buttare nel cumulo di erba anche il cibo.
La situazione con gli anni è peggiorata, gli insetti di ogni tipi sono aumentati, girano anche i topi (e infatti il mio vicino si è preso due gatti selvatici), l'odore alle volte dà fastidio.
Quando un paio di anni fa è morto mio padre (che è stato sempre zitto), io al mio vicino ho detto che doveva tenere il compostaggio a cielo aperto nella maniera giusta e non accumulare tutto ciò che tagliava in un punto e tutti felici e contenti...., che il compostaggio era fatto per creare concime per il suo orto, visto che le uniche piante che mette nell' "orto" (definiamolo così) sono solo i pomodori mentre lui da tale cumulo non aveva mai tratto niente.
Il mio vicino si è scatenato, è diventato molto dispettoso, e mi sono regolato mettendo molte luci con sensori di accensione, impianto di allarme con i perimetrali esterni e rilevatori vari, sistema di videosorveglianza ; se non avessi attuato queste misure di difesa non so cosa avrebbe fatto, visto che il resto del vicinato è indifferente o addirittura compiacente per diversi motivi che in questa sede non è il caso di riportare.
Naturalmente l' estate scorsa ho mandato una segnalazione all'Ufficio di Igiene della mia provincia e, dopo un sopralluogo di due tecnici, ho ricevuto da parte dell'Ufficio di Igiene una comunicazione che mi dà ragione sul fatto che il vicino con il suo modo di fare il compostaggio può creare anche danni alla salute; tale comunicazione è stata spedita anche al mio comune di appartenenza che, attraverso due suoi rappresentanti, prima ha contattato noi e poi si è rivolto al vicino, ma alla fine non so cosa gli è stato detto o notificato.
Alla fine non è cambiato nulla ed ora ho deciso di andare avanti continuando a fare foto sull'evoluzione del "cumulo" di compostaggio del vicino e poi un giorno mia madre si è accorta che il vicino usciva di casa con un contenitore contenente bucce di frutta e verdura e che invece di buttarlo nel compostaggio scavava una buca nell'orto e lo seppelliva.
Dopo avermelo comunicato ho deciso di filmare tale azione e purtroppo il mio vicino ha praticato il seppellimento della suddetta frutta e verdura per parecchie settimane.
Premesso tutto ciò, la mia domanda è questa: le mie registrazioni sul cattivo comportamento del vicino, probabilmente non valide legalmente, posso almeno farle vedere a qualche autorità o rischio subito una bella denuncia per violazione della privacy?
E lo stesso discorso vale anche per le fotografie del "cumulo" di compostaggio?
Credo che se non faccio vedere tali prove a qualcuno sembra che racconti una situazione assurda perché ho un vicino non molto pulito ed ordinato.
Probabilmente chiederò dei consulti ulteriori sempre inerenti a questa problematica di non facile soluzione, viste le "reticenze" di un certo sistema.
Grazie per le risposte”
Consulenza legale i 07/05/2018
La problematica in esame si ritiene che possa essere risolta facendo ricorso al disposto di cui all’art. 844 c.c., dedicato proprio alle immissioni moleste provenienti dal fondo del vicino.
Intanto si rende necessario fare una premessa sull’attività di compostaggio domestico ed a tal fine un sicuro riferimento normativo lo si può rinvenire nella delibera di giunta regionale n. 13426 dell’1 marzo 2010 (il riferimento è alla Regione Piemonte, che è quella qui interessata).
La Tabella 11 di tale delibera disciplina espressamente quali debbono essere i luoghi di attuazione e le modalità operative del compostaggio domestico, disponendo tra l’altro che le operazioni di compostaggio domestico devono essere effettuate il più lontano possibile dalle abitazioni, in aree private esterne ai fabbricati e che abbiano superficie non pavimentata.
Viene anche ivi precisato che le operazioni di compostaggio, indipendentemente dalla metodologia utilizzata, devono garantire il rispetto delle norme igienico sanitarie ed ambientali, con particolare riguardo all’emanazione di odori sgradevoli, al proliferare di insetti, all’infestazione da ratti o altri animali, ecc., dettando delle indicazioni operative di massima, proprio per scongiurare l’insorgere di tali inconvenienti.
Dal confronto tra ciò che viene riferito in ordine all’attività di compostaggio svolta dal vicino e le modalità operative che il decreto regionale sopra citato richiede di rispettare, si ritiene che vi sia un enorme divario.

Fatta questa necessaria premessa e tenuto conto che già la strada della segnalazione al competente ufficio di igiene (e, quindi, ad una pubblica autorità) è stata percorsa senza conseguirne alcun risultato positivo, si ritiene che non resti altra soluzione che quella di affidarsi ad una decisione giudiziale, possibilmente facendo precedere il giudizio da una lettera di diffida e messa in mora, con cui si intima al vicino di svolgere l’attività di compostaggio nel rispetto della normativa vigente e senza arrecare danni a coloro che abitano nella zona.

Come già anticipato il riferimento normativo per la tutela delle proprie ragioni lo si rinviene nell’art. 844 c.c.
Trattasi di norma c.d. aperta, in quanto non definisce in modo rigido il concetto di immissioni che superano la normale tollerabilità.
Secondo gli sviluppi dottrinali e giurisprudenziali che hanno interessato tale norma, perché l’applicazione della stessa possa essere invocata occorre che le immissioni abbiano il carattere della materialità (individuabile nella circostanza che le stesse devono generare sostanze fisicamente apprezzabili e misurabili), che siano conseguenza di una attività lecita (svolta in modo continuato e periodico, non accidentale) e che provengano da un fondo vicino (ove per vicinanza non si intende contiguità).
Trattasi di elementi che si ritiene siano tutti presenti nella fattispecie in esame.

Per quanto riguarda l’ulteriore requisito richiesto dalla norma, ossia quello secondo cui non possono impedirsi le immissioni che non superano la normale tollerabilità, secondo la tesi oggi prevalente la tollerabilità delle immissioni non va desunta dalla normalità dell’attività che la origina, ma dagli effetti che produce nei vicini, in relazione alle specifiche condizioni ambientali di tempo e di luogo.
Ciò significa che non occorre fermarsi a valutare la normalità dell’attività di compostaggio domestico, ma è necessario valutare più che altro gli effetti negativi che tale attività produce a danno dei vicini; a tal fine un ruolo fondamentale viene attribuito al prudente apprezzamento del giudice investito della questione (cfr. Cass. 5607/2001).
A ciò si aggiunga che, qualora a seguito anche di una consulenza tecnica, dovesse accertarsi che l’attività di compostaggio viene praticata in maniera illecita, ovvero non conforme a legge (ipotesi alquanto possibile), il parametro della normale tollerabilità neppure trova più applicazione, in quanto non vi è ragione per imporre un sacrificio all’altrui diritto di proprietà (Cass. 10715/2006; 1156/1995).

Ricorrendo, dunque, tutti i presupposti richiesti dalla norma in esame, si ritiene che possa senza alcun dubbio esperirsi l’azione inibitoria di tipo reale diretta ad eliminare le cause delle immissioni, mentre per quanto concerne l’azione risarcitoria a carattere personale, è opinione diffusa quella secondo cui l’azione risarcitoria ex art. 844 non si estende alla tutela dei diritti personalissimi, per cui in caso di danni provocati alla salute, sia da immissioni intollerabili provenienti dal fondo del vicino sia da fatto illecito, sarà necessario fare ricorso all’applicazione degli artt. 2043 e 2058 c.c.

Per quanto concerne la problematica relativa alle prove acquisite per il tramite di videoregistrazioni e rappresentazioni fotografiche, si ritiene interessante segnalare la sentenza della Corte di Cassazione, Sez. II penale n. 22093 del 27.05.2015, con la quale la S.C., pur se con specifico riferimento al processo penale, ha ritenuto legittime le videoriprese eseguite da privati relative a luoghi di privata dimora liberamente visibili dall’esterno senza particolari accorgimenti, costituendo le stesse prova atipica, pienamente utilizzabili senza l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria.
In particolare, sono state proprio ritenute legittime le videoriprese eseguite da privati mediante telecamera esterna installata sulla loro proprietà, che consentano di captare ciò che accade nell’ingresso, nel cortile e sui balconi del domicilio di terzi, i quali, rispetto alle azioni che ivi si compiono, non possono vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza, trattandosi di luoghi che, pur essendo di privata dimora, sono liberamente visibili dall’esterno senza
particolari accorgimenti.
Si parla di prova atipica perché non prevista dalla legge, ma che il giudice può assumere in giudizio in quanto idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti e non pregiudizievole della libertà morale della persona.

Chiaramente si intuisce bene che il principale timore che si ha in questo caso è quello di incorrere in una violazione del domicilio altrui, della cui tutela si occupano delle norme indubbiamente di non scarso rilievo, ossia gli artt. 14 cost. e 8 Cedu.
Tuttavia, va detto che nell’ampio concetto di luoghi di privata dimora, in relazione ai quali può concretarsi una lesione della inviolabilità del domicilio, occorre distinguere tra ambienti esposti al pubblico, e come tali oggettivamente visibili dall’esterno da più persone senza l’utilizzo di particolari accorgimenti, e ambienti, al contrario, la cui visione dall’esterno è occultata o comunque possibile solo con la predisposizione di particolari accorgimenti o comunque con il consenso del titolare.
Il caso che ci riguarda, almeno per la descrizione che ne viene fatta, sembra rientrare a pieno titolo nella prima delle due fattispecie sopra delineate, riguardando un ambiente visibile da soggetti estranei.

Con tale orientamento, peraltro, la S.C., argomentando proprio dalla considerazione che la percettibilità all’esterno dei luoghi fa venir meno ogni lesione della riservatezza, si è posta in aperto contrasto con le regole dettate dal Garante della Privacy, il quale, attraverso una stretta applicazione di quanto disposto dal D.lgs. 196/2003, propende per una assoluta inutilizzabilità dei dati personali acquisiti a seguito dell’utilizzo di sistemi di videosorveglianza.

E’ quella giudiziale, dunque, la strada che si consiglia di perseguire, ritenendosi che solo l’organo giudiziario potrà essere quello meglio deputato a valutare la legittimità e l’utilizzabilità delle prove nel tempo acquisite, senza correre il rischio di affidarsi ad organi ed autorità di tipo amministrativo che, probabilmente ignari di quanto statuito dalla Corte di Cassazione in materia, potrebbero non vedere di buon occhio gli elementi probatori che si intendono fornire a supporto delle proprie ragioni.


ANDREA B. chiede
giovedì 05/04/2018 - Toscana
“Buongiorno, vi scrivo a nome di un gruppo di persone che abitiamo nei dintorni nell'autodromo del Mugello e vi scriviamo perchè abbiamo intenzione di intraprendere una causa civile contro la Mugello Circuit spa che ha in gestione la pista di proprietà Ferrari a Scarperia e San Piero. Abbiamo già tentato in tutti i modi la via amministrativa con I comuni di Scarperia e Borgo San Lorenzo che rilasciano ormai da anni una deroga illimitata per il rumore per 360 giorni all'anno. Negli ultimi anni il calendario prove libvere ed eventi del circuito si è molto intensificato tale da avere "rumore" a partire da aprile fino a Novembre inoltrato.
Abbiamo fatto delle misurazioni empiriche con fonometri da casa e abbiamo riscontrato una differenza tra situazione di non attività del circuito e situazione di attività del circuito molto superiore ai 3 e/o 5 decibel che influiscono sulla normale tollerabilità. Sicuramente saranno necessarie misurazioni co strumenti certificati ecc. e sicuramente un fattore molto importante specialmente per la conformazione del ns territorio è il fattore vento che però abbiamo riscontrato e verificato con uno studio metereologo essere predominante da sud est e quindi che va ad impattare più su alcune zonerispetto ad altre. Ad oggi abbiamo avuto un paio di incontro con studi tecnici ed avvocati consigliati dal Prof. N*** e secondo il loro parere dovremmo avere la "vittoria" abbastanza facile.....ad ogi ci chiediamo però quali assi nascosti bene nella manica potrebbero avere gli avvocati della Mugello Circuit per far cadere le ns accuse?
Spero di essere stato abbastanza chiaro. A disposizione per chiarimenti. Cordiali Saluti”
Consulenza legale i 09/04/2018
Prima di rispondere alla domanda contenuta nel quesito, sono doverosi alcuni cenni alla normativa in materia.
In primo luogo, la norma di carattere generale relativa alle immissioni moleste nei rapporti tra privati è contenuta nell’art. 844 del codice civile, alla lettura integrale del quale si rimanda.

Per “normale tollerabilità”, nella prevalente elaborazione giurisprudenziale, si ritiene che: “Il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, e non può prescindere dalla rumorosità di fondo, ossia dalla fascia rumorosa costante, sulla quale vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni abnormi (c.d. criterio comparativo), sicché la valutazione ex art. 844 c.c., diretta a stabilire se i rumori restino compresi o meno nei limiti della norma, deve essere riferita, da un lato, alla sensibilità dell'uomo medio e, dall'altro, alla situazione locale. Spetta al giudice del merito accertare in concreto gli accorgimenti idonei a ricondurre tali immissioni nell'ambito della normale tollerabilità” (Cass. 17051/2011).
Il superamento di tale limite da diritto a un equo indennizzo.

Ciò posto in linea generale, nel caso in esame (considerato che si tratta di un autodromo) occorre far riferimento anche alla relativa disciplina speciale in tema di immissioni sonore prodotte nello svolgimento delle attività motoristiche contenuta nel DPR 304/2001.
In particolare, l’art. 3 di tale testo normativo, individua dei precisi limiti di dette immissioni e prevede altresì (al comma 8) che eventuali deroghe a tali limiti “devono essere richieste dai gestori degli autodromi al comune territorialmente competente, il quale le concede sentiti i comuni contigui interessati dal superamento dei valori limite di cui al comma 3. Le aree nelle quali è previsto il superamento dei valori limiti ed i relativi comuni di appartenenza, sono indicate in una relazione tecnica allegata alla richiesta di deroga”.
Tuttavia, occorre tenere presente che la predetta normativa speciale in tema di immissioni regola solo i rapporti tra pubblica amministrazione e privati e non disciplina, quindi, direttamente i rapporti tra i privati per i quali si fa riferimento al sopra citato art. 844 c.c.
Ad ogni modo, l’eventuale superamento delle soglie di immissioni indicate nella normativa speciale determina sempre un'immissione illecita, (anche tra privati), mentre un immissione che non superi tali soglie in base alla normativa speciale non viene considerata lecita (tra privati) soltanto se non è tollerabile ex art. 844 cc. (valutazione rimessa al giudice di merito sulle base delle circostanze di fatto).

Ciò precisato dal punto di vista della normativa, ci preme segnalare una recente pronuncia di merito del Tribunale di Firenze (la n.721/2017) che costituisce il primo precedente di condanna di un autodromo per immissioni rumorose. Nella sentenza in questione, infatti, l’autodromo è stato condannato a pagare agli attori un equo indennizzo ai sensi dell’art. 844 c.c.

Alla luce di tutto quanto precede, in risposta al quesito si osserva quanto segue.
Se oggetto dell’eventuale giudizio sarà una richiesta ai sensi dell’art. 844 c.c. riteniamo che vi siano ragionevoli probabilità di successo. Più difficile invece dimostrare un eventuale danno ai sensi dell’art. 2043 c.c.
Di contro, gli “assi nascosti nella manica” di controparte (cioè l’autodromo) potrebbero essere argomentazioni basate sul rispetto dei limiti sonori stabiliti dalla legge e sull’esistenza di deroghe concesse dal comune. Tuttavia, anche in tal caso, spetterebbe al giudice del merito accertare in concreto se tali immissioni rientrino o meno nell'ambito della normale tollerabilità. Inoltre, sempre con riguardo a quanto disposto dall'art. 844 c.c. (ultimo comma) l'autodromo potrebbe sostenere che l'attività era già in essere quando sono state edificate le case (sempre che nei fatti sia così).
In ogni caso, per poter individuare tutte le eventuali argomentazioni di controparte occorrebbe leggere il contenuto dell'atto di citazione con cui si intende chiamare in giudizio l'autodromo.

A. P. chiede
martedì 19/12/2017 - Puglia
“Buongiorno!!sono ....... scrivo dalla provincia di bari e vi racconto la mia storia:da circa un mese sono esasperato dal latrare di un cane messo in un giardino dal nuovo proprietario di un abitazione confinante con la mia abitazione(il suo giardino confina con la mia zona notte)il disturbo e continuo dalle 07.30 di mattina in poi e non mi permette di poter dormire considerando che svolgo un lavoro usurante (guardia giurata) solo ed esclusivamente notturo in media dalle 21.00 alle 05 per 25 giorni al mese domeniche e festivi inclusi..ho provato con tutta la buona educazione a parlarne con il proprietario che si è rifiutato di voler trovare un accordo pacifico per risolvere il problema che ad oggi dopo 40 giorni è diventato impossibile da sostenere considerando che ogni giorno dormo massimo4 ore spezzettate perche ogni 10 minuti vengo svegliato appunto dall abbaiare del canee puntualmente affronto un turno di servizio notturno come responsabile in un territorio ad alto indice di criminalita organizzata.. il tutto è documentato con oltre 40 video anche della durata d i90 minuti che dimostrano chiaramente il disagio che stiamo subendo..cosa mi consigliate?”
Consulenza legale i 22/12/2017
Per rispondere al quesito da lei posto occorre analizzare, innanzitutto, la normativa dettata dal codice civile in tema di "immissioni".

L'articolo di riferimento è l'art. 844 c.c., il quale prevede che il proprietario di un fondo debba sopportare le immissioni rumorose derivanti dal fondo del vicino se queste non superano la soglia della "normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi".

La norma prevede, inoltre, che, il giudice debba contemperare "le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà" e che lo stesso possa tener conto della "priorità di un determinato uso".

Il legislatore, dunque, non ha previsto una precisa soglia di rumore oltre la quale il rumore possa ritenersi "intollerabile": semplicemente, lo stesso ha fissato il criterio della "normale tollerabilità", facendo, quindi, riferimento alla sensibilità dell'uomo medio.

Il riferimento alla "condizione dei luoghi", poi, comporta che la valutazione di "tollerabilità" debba essere fatta con riferimento al caso concreto, tenendo, ad esempio, del fatto che ci si trovi in una zona isolata o in una zona ad alta intensità di rumori, essendo evidente che lo stesso livello di rumore può comportare maggiore o minore fastidio a seconda dell'ambito territoriale nel quale lo stesso viene posto in essere.

Passando alla tutela prevista in caso di immissioni intollerabili, occorre distinguere tra tutela civile e penale:

- dal punto di vista civilistico, è possibile agire in giudizio al fine di ottenere dal giudice, oltre che il risarcimento del danno, un provvedimento con il quale venga imposto al proprietario del cane di far cessare le immissioni rumorose.

Ovviamente, sarà necessario dimostrare che l'abbaiare del cane supera la soglia della normale tollerabilità: a tal fine, oltre al ricorso alla prova per testimoni, sarà opportuno, in corso di causa, disporre una consulenza tecnica d'ufficio", che accerterà la natura e l'intensità del rumore oggetto di contestazione.

Per riportare un esempio concreto, il Giudice di Pace di Ancona, con la sentenza n. 525 del 30.07.2003, si è occupata di un caso in cui un vicino di casa aveva agito in giudizio ai sensi dell'art. 844 c.c., sostenendo che l’abbaiare dei due cani di proprietà del convenuto fosse intollerabile e chiedendo, pertanto, la cessazione dell'immissione.
Veniva svolta una consulenza tecnica, all'esito della quale si concludeva che l'abbaiare dei cani può ritenersi "normale" solo quando fa parte dei "rumori di fondo", per tali dovendosi intendere i "latrati occasionali, stimolati quasi sempre dal passaggio di pedoni o di automezzi, in prossimità delle recinzioni di proprietà”.
Di conseguenza, il Giudice di Pace, "ritenuto che il diritto di libertà di tenere con sé animali di affezione (...)non è assoluto o illimitato, ma deve essere contemperato con il diritto alla salute e alle esigenze personali di vita connesse all'abitazione del vicino" riconosceva l’intollerabilità del rumore derivante dall'abbaiare del cane, disponendo la cessazione di tale attività nociva, obbligando il convenuto a non collocare i cani in giardino durante l'orario di riposo.

- dal punto di vista penalistico, l'abbaiare del cane, laddove sia idoneo a disturbare (anche solo potenzialmente) un numero indeterminato di persone, può configurare il reato di "disturbo alla quiete pubblica" (art. 659 c.c.).

Affinchè l'abbaiare del cane possa assumere rilevanza penalistica, dunque, è necessario che venga disturbato un numero indeterminato di persone, come evidenziato dalla Corte di Cassazione, la quale ha precisato che "per configurare il reato di disturbo al riposo e alla quiete delle persone è necessario che le emissioni sonore moleste siano idonee ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone in presenza di un luogo abitato (esclusa, nella specie, la configurabilità del reato, atteso che l'abbaiare del cane era idoneo a disturbare solo i vicini di casa e non un numero indeterminato di persone)" (Cass. pen., sentenza n. 15230 del 2012).

Come accennato, ai fini della rilevanza penale, è sufficiente la potenzialità nociva dell'abbaiare del cane, dal momento che la Corte di Cassazione (sentenza n. 715 del 2010), ha precisato che "elemento essenziale della fattispecie di reato in esame è l'idoneità del fatto ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone e non già l'effettivo disturbo alle stesse".

Venendo al caso concreto, le consigliamo, in primo luogo, di rivolgersi ad un legale, inviando una diffida al suo vicino di casa (lettera raccomandata), evidenziando l'intollerabilità dell'immissione prodotta dall'abbaiare dei suoi cani e invitandolo a cessare immediatamente tale attività lesiva, minacciando, in caso contrario, di rivolgersi alle autorità competenti al fine di tutelare i suoi diritti.

Laddove la diffida non dovesse andare a buon fine, potrà valutare di agire in giudizio senz'altro in sede civile, ed eventualmente anche in sede penale (ma in quest'ultimo caso solo a condizione che sussista il presupposto del disturbo, anche potenziale, ad un numero indeterminato di persone).


Giancarlo M. chiede
sabato 17/06/2017 - Toscana
“Al piano terra del condominio dove abito c'è un bar che fa della musica talmente alta che anche di notte disturba il sonno di una buona parte del condominio stesso .
Sono anni che va avanti così e più volte le amministratrici hanno cercato di fare qualcosa ma non ci sono mai riuscite.
Adesso , sempre per lo stesso caso, ci rispondono che dobbiamo arrangiarci noi condomini, perchè loro amministratrici non possono far nulla.
Posso avere delle indicazioni al riguardo che possano una volta per tutte risolverci il problema, che oltre a disturbare porta degrado alle ns. abitazioni- che pur essendo in una posizione meravigliosa sono mal viste, proprio per i disturbi di ogni genere che ci sono, dentro e fuori il condominio.”
Consulenza legale i 21/06/2017
Partiamo subito col precisare come non corrisponda al vero che l’amministratore di condominio, contrariamente a quanto riferito ai condòmini nel caso in esame, non possa far nulla in casi come questo: anzi, egli ha il preciso dovere di attivarsi per far cessare i rumori molesti.

Prima, tuttavia, di analizzare le possibilità di soluzione del problema, è bene ricordare brevemente le norme di riferimento in materia.
La prima e la più importante è sicuramente quella sulle immissioni di cui all’art. 844 c.c., norma posta a tutela della salute dell’individuo e che recita: “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi.
Nell'applicare questa norma l'autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso.”
L’articolo, come si vede, pone quale criterio per valutare se le immissioni sono illecite o meno quello della “normale tollerabilità”, concetto che tuttavia non può intendersi in senso assoluto, dal momento che la tollerabilità o meno di un’immissione (come un rumore, appunto) dev’essere valutata in relazione alla situazione ambientale e quindi può variare da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti (Tribunale Lucca, 30/11/2016, n. 2499).

In tema di rumori, più precisamente, per un’analisi oggettiva del livello di tollerabilità degli stessi, non si può prescindere dalla rumorosità di fondo, ovvero dalla fascia rumorosa costante sulla quale vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni moleste.
Infine, l’analisi deve altresì tenere conto della sensibilità al rumore dell’uomo medio.

Anche nel caso del condominio, se non esiste alcun norma di natura regolamentare (regolamento di condominio) che disciplini l’ipotesi in esame, occorrerà fare riferimento all’art. 844 c.c. citato.

Come si diceva all’inizio, nel caso di rumori condominiali molesti e che superino la normale tollerabilità, l’amministratore deve attivarsi e, se non ottiene nulla con i consueti avvertimenti di natura “bonaria” e con i tentativi stragiudiziali di soluzione del conflitto di interessi tra condomini, ha il diritto di far cessare coattivamente le molestie attraverso la proposizione di un ricorso d’urgenza ai sensi dell’art. 700 c.p.c..
Quest’ultimo introduce un giudizio particolarmente breve rispetto a quelli ordinari perché finalizzato a risolvere rapidamente e con urgenza una situazione concretamente dannosa per l’istante, quando l’ordinamento non preveda altri specifici strumenti processuali per farlo.

I condomini, poi, hanno un ulteriore e diverso strumento per far cessare le molestie, strumento che non necessita necessariamente dell’intervento e dell’attività dell’amministratore: si tratta della denuncia penale per disturbo al riposo ed alla quiete pubblica (ovvero di una molteplicità di persone), ai sensi dell’art. 659 c.p..
Il reato, si noti bene, non si configura quando il rumore disturba solo gli occupanti dell’appartamento confinante, ma solo se – come nel caso di specie – la molestia colpisce tutto il condominio: in questo caso si può presentare denuncia all’Autorità giudiziaria, la quale, con ogni probabilità, affiderà l’accertamento del reato all’Agenzia regionale a ciò deputata.

A tale ultimo proposito, si segnala che un rumore può semplicemente superare la normale tollerabilità, ed allora il comportamento del responsabile costituirà una violazione del solo art. 844 c.c., oppure può anche darsi che superi i limiti fissati dalla disciplina sull’inquinamento acustico (Legge n. 447/1995) e dettati a tutela della salute pubblica.
Si noti bene, in ogni caso, che per la Cassazione: “In tema di immissioni sonore, l'eventuale rispetto dei limiti previsti dalla legge non può fare considerare, senz'altro, lecite le immissioni” (Cassazione civile, sez. II, 12/05/2015, n. 9660).
Il regolamento di attuazione di quest’ultima legge stabilisce, infatti, i limiti che il rumore emesso in ambiente abitativo non deve superare rispetto al rumore di fondo.
Nel caso di superamento di questi limiti, la violazione è dunque duplice: rispetto all’art. 844 c.c. e rispetto alla legge n. 447/1995.


Per concludere, in definitiva, per risolvere la spiacevole situazione condominiale di cui al quesito, si possono percorrere - anche contemporaneamente - due strade: un’azione civile ed un’azione penale.
Concretamente, si ritiene opportuno, come primo passo, inviare formale diffida al bar (se non lo si è già fatto), tramite l’amministratore quale rappresentante di tutto il condominio, minacciando (solo) la denuncia alla pubblica autorità nonché un’azione d’urgenza in sede civile (art. 700 c.p.c.) per la cessazione immediata dei comportamenti illeciti.

Dopodiché, se nulla si ottiene con la minaccia (come spesso, purtroppo, accade) i condòmini dovranno riunirsi in assemblea e decidere se intendono o meno procedere con un ricorso d’urgenza davanti al Giudice (la denuncia penale, che non costa nulla, ad avviso di chi scrive andrebbe fatta in ogni caso).
Va tenuto presente che nel caso di provvedimenti d’urgenza, il Giudice li può concedere a prescindere dalla previa instaurazione di un procedimento preventivo e stragiudiziale di mediazione (che invece, per regola generale, è obbligatorio nelle “liti condominiali”).

Purtroppo non esiste un altro modo, stragiudiziale e concretamente efficace, per far cessare i comportamenti molesti.

Altre fonti su cui approfondire il tema sono qui presenti:
http://www.brocardi.it/notizie-giuridiche/disturbo-riposo-delle-persone-condominio-reato-sussiste-solo-vengono/976.html

http://www.brocardi.it/notizie-giuridiche/divieto-attivita-rumorose-condominio-diritto-risarcimento-danno/109.html

http://www.brocardi.it/notizie-giuridiche/rumori-molesti-condominio-oltre-alle-norme-codice-civile-bisogna/301.html

Anonimo chiede
venerdì 17/03/2017 - Campania
“salve!ho un problema con le api del mio vicino che ha un apiario vicino casa mia ed anche se ho verificato che rispetta le distanze la direzione delle api invade come un autostrada il mio giardino,difatto impedendomi di sostare nello stesso sia a me che ai miei figli 4 12 e 15 anni,pena....punture a go go.Essendo preoccupatissimo in quanto due dei miei figli sono soggetti allergici sono impossibilitati ad uscire in giardino perche' terrorizzati dalle api e dalle possibili conseguenze.Pur dispiaciuto devo procedere legalmente .La legge quali tutele mi da in questo caso?Attendo Vs risposta.”
Consulenza legale i 24/03/2017
Mentre sono poche le norme che il codice civile dedica alle api ed agli apiari, vi è invece una prolissa, eterogenea e specifica disciplina dell’apicoltura con finalità produttive.
Questo perché la Sua situazione è piuttosto infrequente, solitamente gli apiari non vengono attrezzati in contesti urbanizzati o comunque vicino ad abitazioni.

A parte l’art 924 c.c. sull’introduzione fortuita dello sciame d’api sul fondo altrui, l’art 896 bis c.c. regola la distanza tra gli apiari ed i confini della proprietà pubblica e privata.
La norma al 1°comma prevede che gli “apiari devono essere collocati a non meno di dieci metri da strade di pubblico transito e a non meno di cinque metri dai confini di proprietà pubbliche o private.
Il rispetto delle distanze di cui al primo comma non e' obbligatorio se tra l'apiario e i luoghi ivi indicati esistono dislivelli di almeno due metri o se sono interposti, senza soluzioni di continuità, muri, siepi o altri ripari idonei a non consentire il passaggio delle api. Tali ripari devono avere una altezza di almeno due metri. Sono comunque fatti salvi gli accordi tra le parti interessate”.
Tuttavia, dal momento che il suo vicino ha rispettato la normativa sulle distanze, non può essergli imposto di spostare l’attività e/o di rimuoverla.

La problematica esposta inerisce piuttosto al pieno e libero godimento del Suo immobile ed in particolare del Suo giardino che non può utilizzare per il pericolo fondato delle punture.

A tutela di queste situazioni supplisce l’art. 844 c.c, norma che vieta le immissioni nel fondo del vicino che superino la normale tollerabilità.
L’art 844 continua statuendo che “nell'applicare questa norma l'autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso".

La tollerabilità indica quel livello massimo di immissione, considerata in relazione alla specifica situazione, che sia tale da non attentare alla Sua integrità psicofisica.
Spetta al Giudice decidere, caso per caso, quando una immissione supera la normale tollerabilità, ma è granitica la giurisprudenza della Cassazione nel ritenere prevalente la tutela della qualità della vita e della salute, garantiti costituzionalmente dall’art. 32 Cost., rispetto alle esigenze della produzione, e ciò indipendentemente dalla priorità di un determinato uso (Cass. n.8420/2006 e n. 17051/2011).

Sulla base della dottrina e della giurisprudenza dominanti, dunque, il giudice dovrà ritenere prevalente il Suo diritto a godere della Sua abitazione senza turbative che possano attentare alla salute, e ciò anche se l'apicoltore aveva iniziato la sua attività prima che Lei acquistasse la sua casa.
Un’altra tutela prevista per il proprietario di un fondo leso dalle turbative del vicino è quella prevista e disciplinata dall’art. 949 c.c. : “il proprietario può agire per far dichiarare l'inesistenza di diritti affermati da altri sulla cosa, quando ha motivo di temerne pregiudizio.
Se sussistono anche turbative o molestie, il proprietario può chiedere che se ne ordini la cessazione, oltre la condanna al risarcimento del danno”.
Infatti secondo una risalente giurisprudenza l’ambito di applicazione dell’art. 844, sarebbe ristretto alle immissioni indirette, cioè attività compiute dal vicino sul proprio fondo (facere in proprio) che si riversano e/o propagano per effetto di fattori esterni sul fondo del vicino.
Secondo questo indirizzo sono immissioni dirette, e rientrano dunque nell'ambito di applicazione dell'art. 949 e non invece dell'art 844 c.c., fattispecie caratterizzate dall'invasione del fondo da parte di api od animali (Cass. n.2488 del 1979 e Pret. Torino 4 dicembre 1956).

Ad ogni modo la differenza tra immissioni dirette ed immissioni indirette è più teorico che pratico, atteso che in sede contenziosa vale il principio iura novit curia, nel senso che è il giudice a qualificare la fattispecie, mentre il legale potrà più semplicemente proporre le due azioni contemporaneamente nello stesso giudizio, in subordine l’una rispetto all’altro.

In entrambi i casi sarà possibile richiedere la rimozione e/o lo spostamento dell'apiario oppure l'adozione degli accorgimenti idonei ad evitare l'immissione molesta, ma spetterà al Giudice cercare la soluzione che bilanci gli interessi confliggenti.

Resta poi da sottolineare che il proprietario degli animali è sempre responsabile ex art. 2052 c.c. dei danni cagionati dagli stessi e dunque il vicino che abbia subìto un pregiudizio di tipo non patrimoniale, ad esempio abbia dovuto intraprendere una terapia a seguito di una puntura d’ape, oppure di tipo patrimoniale, ad esempio i danni agli infissi ed alle porte causati dal deposito della propoli (Cass. n.7260/2013), potrà sempre richiedere il ristoro di ogni danno.


Maria C. M. chiede
venerdì 11/09/2015 - Calabria
“Ho un problema di rumore e vibrazioni dovute a ventola di proprieta del vicino, posta su facciata esterna comune, al di sopra della mia finestra e affacciante su strada pubblica. Tramite fonometro personale ho verificato che il livello di immissione notturno eccede le soglie di tollerabilità, tuttavia non posso verificare le vibrazioni. Sono una donna sola in allattamento di un bambino di 4 mesi, vengo risvegliata di notte da un mese, ho cominciato and avere problemi gravi di salute, e, visto l'indifferenza dei vicini, sono stata costretta a lasciare l'abitazione, anche per timori sulla salute del bambino, con gravi danni alla vita familiare. Inoltre ho sviluppato un acufene e iperacusia. Ho fatto richiesta scritta al comune per dei controlli, tuttavia dopo in mese attendo ancora risposta. Sono stata ai carabinieri, ma non ho avuto delucidazioni. Non possiedo all momento un reddito fisso, il giudice di pace mi ha comunicato la necessità di istruire una causa civile e accertamenti tecnici con costi superiori a 1500 euro, che non ritengo di dover sostenere, per diritto alla sicurezza fisica e alla salute. Il comune/altri anti non dovrebbero provvedere ad accertamenti? E' necessaria querela per danno continuato al riposo e alla salute? Solo da un anno vivo in Italia, nel Regno Unito il comune verifica ogni problema su segnalazione gratuitamente ed il vicino in errore entro un mese viene multato per piu di 5000 pounds.”
Consulenza legale i 06/10/2015
Purtroppo le soluzioni che si sarebbero potute prospettare sono state già tutte menzionate nel quesito.
Nella situazione descritta, infatti, solitamente il primo passo da compiere è avvertire il comune, che dovrebbe effettuare una misurazione del rumore, di regola svolta materialmente da tecnici ARPA. Se il tecnico dovesse rilevare un livello di rumore eccedente il limite stabilito dal DPCM del 1997, sussisterebbe in capo al Sindaco un potere di ordinanza, come ufficiale di governo, per obbligare colui che provoca le immissioni a cessare immediatamente le stesse o a ridurne l'entità in modo da rientrare nella normale tollerabilità.

Nel nostro paese, tuttavia, tale intervento del comune è spesso poco sollecito e quasi mai risolutivo, e quindi il cittadino perlopiù deve rivolgersi al giudice di pace per ottenere una sentenza a suo favore. E' certamente vero che l'attore in giudizio deve sostenere inizialmente le spese di avvio del procedimento, ma se egli risulterà avere ragione ne avrà comunque ristoro: questo il meccanismo vigente nell'ordinamento italiano, dove le spese di lite vengono poste a carico della parte soccombente, che deve rimborsare la parte vittoriosa di tutto quanto anticipato per avviare e continuare il processo (contributo unificato, etc., ma anche i compensi del legale). Inoltre, si deve ricordare che la persona indigente (cioè chi possiede un reddito imponibile, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a euro 11.369,24) ha diritto al gratuito patrocinio, cioè ad avere l'assistenza di un avvocato che verrà poi retribuito dallo Stato. A tal proposito, si può sentire il competente Consiglio dell'Ordine degli Avvocati.

Anche la querela è una strada potenzialmente percorribile, poiché si può configurare il reato previsto e punito dall’art. 659 del c.p. (disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone). Tuttavia, va segnalato che secondo una parte della recente giurisprudenza, per aversi contravvenzione i rumori devono arrecare disturbo alla tranquillità di molte persone, non di un solo vicino (v. Cass. pen., sez. I, 11.01.2012, n. 270: "Ne consegue che la contravvenzione in esame non sussiste allorquando i rumori arrechino disturbo, come nel caso di specie, ai soli occupanti di un appartamento, all'interno del quale sono percepiti, e non ad altri soggetti abitanti nel condominio in cui è inserita detta abitazione ovvero nelle zone circostanti; infatti, in tale ipotesi non si produce il disturbo, effettivo o potenziale, della tranquillità di un numero indeterminato di soggetti, ma soltanto di quella di definite persone, sicché un fatto del genere può costituire, se del caso, illecito civile, come tale fonte di risarcimento di danno, ma giammai assurgere a violazione penalmente sanzionabile").

Una soluzione economica e ancora da intraprendere può essere quella di convenire il vicino di casa in sede di conciliazione volontaria (i rapporti di vicinato non rientrano nelle materia obbligatorie, quindi la mediazione può essere intrapresa solo su base volontaria). In questo modo, con costi molto contenuti (il primo incontro è gratuito se la mediazione dà esito negativo), si può invitare la controparte a trovare una soluzione comune e si ottiene anche lo scopo di far capire che vi è intenzione di tutelare i propri diritti e di non "lasciar correre".
Il buon esito della conciliazione dipende certamente dalla volontà delle parti di risolvere il problema - il convenuto può semplicemente rifiutarsi di partecipare -, tuttavia come incentivo vi è il fatto che il giudice, nel successivo giudizio di merito, può prendere provvedimenti nei confronti della parte che ha rifiutato la proposta di conciliazione. Gli organismi di mediazione sul territorio sono molti, è consigliabile sentire in prima battuta il Consiglio dell'ordine territorialmente competente.

David C. chiede
mercoledì 01/10/2014 - Toscana
“Vivo in zona IV da un po di tempo si sono insediate due fabbriche vicino a me (meno di 30 metri) . Misurando con un applicazione ho rilevato sul confine 55 Db i rumore è un ronzio di macchinari , colpi di fustellatrici e un soffio di compressore generalmente a cadenze regolari circa 2 minuti i lavori durano mediamente da lunedì a venerdì dalle 8.00 alle 20.00 il sabato dalle 8.00 alle 17.00 e talvolta anche la domenica. Che possibilità ho in una eventuale causa invocando la normale tollerabilità.”
Consulenza legale i 07/10/2014
Il codice civile, all'art. 844, sancisce che il proprietario di un fondo non può impedire i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi. Il codice specifica anche che devono essere tenute in considerazione le esigenze della produzione industriale, che potrebbero essere ritenute prevalenti sulle ragioni della proprietà.
La valutazione del livello di normale tollerabilità del rumore è lasciata al giudice di merito, che potrà liberamente apprezzarne l'eccessività e quindi ordinarne la cessazione.
Tuttavia, anche il giudice ha dei limiti entro i quali operare il suo giudizio. La legge n. 13 del 27.2.2009 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 30 dicembre 2008 n. 208, recante misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente”, all'art. 6-ter (Normale tollerabilità delle immissioni acustiche) stabilisce: "Nell’accertare la normale tollerabilità delle immissioni e delle emissioni acustiche, ai sensi dell’articolo 844 del codice civile, sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorità di un determinato uso".
Le norme principali che disciplinano il settore dell’inquinamento acustico esterno sono contenute nella legge quadro 26 ottobre 1995, n. 447, nel DPCM 1 marzo 1991 e nel successivo DPCM 14 novembre 1997.
La legge quadro sull’inquinamento acustico ha riconosciuto ampi poteri alle regioni e agli enti locali, in particolare ai Comuni, in relazione alla classificazione acustica dei loro territori e al rilascio dei provvedimenti autorizzatori, da esercitare nell’ambito delle funzioni già detenute in materia di governo del territorio.
Il DPCM del 1997 ha disciplinato ulteriormente la materia, così definendo la "classe IV - aree di intensa attività umana": rientrano in questa classe le aree urbane interessate da intenso traffico veicolare, con alta densità di popolazione, con elevata presenza di attività commerciali e uffici, con presenza di attività artigianali; le aree in prossimità di strade di grande comunicazione e di linee ferroviarie; le aree portuali, le aree con limitata presenza di piccole industrie.
Nelle zone IV, i valori limite assoluti di emissione consentiti sono: periodo diurno (06.00-22.00), fino a 65 Db; periodo notturno (22.00-06.00), fino a 55 Db. Vi è chi lamenta che tali limiti siano eccessivi (già a 55DB, infatti, secondo alcuni studiosi, possono sorgere disturbi del sonno), ma purtroppo questi sono i livelli attualmente in vigore.

Nel caso di specie, quindi, il valore rilevato sembrerebbe non violare i limiti dettati dalla normativa. Tuttavia, è consigliabile affidare ad un tecnico specializzato la rilevazione del livello di "rumore", anche in riferimento alla zona in cui è prodotto il rumore, al fine di valutare con esattezza tale livello e verificare anche opportunamente la regolamentazione comunale in materia.
O ci si affida ad un privato, con l'intenzione poi di adire un giudice, oppure si può chiedere al Comune competente una misurazione del rumore, di regola effettuata da tecnici ARPA: se il tecnico dovesse rilevare un livello di rumore eccedente il limite stabilito dal DPCM del 1997, sussisterebbe in capo al Sindaco un potere di ordinanza, come ufficiale di governo, per obbligare colui che provoca le immissioni a cessare immediatamente le stesse o a ridurne l'entità in modo da rientrare nella normale tollerabilità.

Saverio chiede
sabato 11/02/2012 - Veneto
“Salve.
Cosa è esattamente il "preuso"?”
Consulenza legale i 11/02/2012

Con "preuso" si vuol semplicemente significare, in modo sintetico, quanto espresso nell'ultima parte del corrente articolo laddove recita: "Può tener conto della priorità di un determinato uso"


Simone chiede
giovedì 26/05/2011 - Toscana

“Buongiorno,
abito al piano terra di un condominio e ho il giardino privato sia sulla facciata anteriore che sul retro del palazzo.
all'interno del mio giardino sita nella parte posteriore, ho montato un barbecue in muratura, che dista circa 5 metri dal balcone sovrastante piu vicino.
alcuni condomini hanno lamentato la possibilità di fumo.
la mia domanda è la seguente:
All'interno della mia proprietà ho degli obblighi da respittare in termini di distanza per montare il barbecue?
o sta al buon senso di chi lo usa?
i condomini possono farmi togliere il barbecue?

c'è da considerare che l'uso di questo elemento è molto raro... circa 3 / 4 volte l'anno.

grazie mille.”

Consulenza legale i 26/05/2011

La norma sulle immissioni regola i limiti di godimento del proprio fondo rispetto al fondo del vicino (anche non confinante). Si è ritenuto che l'art. 844 del c.c. sia applicabile anche agli edifici in condominio per i casi in cui un condomino nel godere della propria unità immobiliare dia luogo ad immissioni moleste o dannose nella proprietà di altri condomini. Nell'applicazione della norma deve aversi riguardo al criterio della valutazione della normale tollerabilità delle immissioni da parte di chi deve subirle. E' bene ricordare che una certa tolleranza è sempre necessaria per permettere la vita in società, soprattutto qualora l'attività venga svolta saltuariamente. Parte della dottrina, infatti, prevede che, affinchè si possa parlare delle immissioni di cui all'art. 844 c.c., queste debbano concretarsi in attività lecite svolte con carattere di ripetitività, se non di continuità. Se, come prospettata nel caso di specie, le attività vengono svolte saltuariamente e nei limiti della normale tollerabilità, non vi sono gli estremi affinchè possano essere impedite.


ivan chiede
mercoledì 18/05/2011 - Abruzzo
“il nostro vicino che vive ad un piano sotto di me, lamenta dei rumori, a suo dire molesti, dovuti al mio solo vociare con altri amici nelle diverse ore della giornata. Si lamenta sia alle 12 e sia alle 23 richiedendo anche l'intervento delle forze dell'ordine. Cosa posso rispondere? Posso dire che le immissioni sono lecite e non possono essere misurate? grazie”
Consulenza legale i 24/05/2011

Il limite della immissione è dato non dalla normalità del suo esercizio, ma dalla normale tollerabilità, anche in relazione alla specifica situazione ambientale, per chi deve subirla. La tollerabilità è un criterio oggettivo (che cioè prescinde dalle caratteristiche di un determinato soggetto). Si è ritenuto che l'art. 844 del c.c. sia applicabile anche agli edifici in condominio per i casi in cui un condomino nel godere della propria unità immobiliare e delle parti comuni dia luogo ad immissioni moleste o dannose nella proprietà di altri condomini. E' possibile che i condomini, attraverso regolamento condominiale, disciplinino i reciproci rapporti in materia di immissioni, adottando una norma più rigorosa dell'art. 844 c.c.: in tal caso la valutazione della liceità o meno dell'immissione deve essere effettuata alla stregua del criterio di valutazione fissato nel regolamento. Ciò non toglie che una certa tolleranza sia sempre necessaria, perchè altrimenti non sarebbe nemmeno possibile la vita in società. Solo quando sarà superata la normale tollerabilità il giudice potrà ordinare la cessazione della causa della immissione.


Giuseppe chiede
domenica 20/02/2011 - Lombardia

“Causa disturbi notturni causati dalla messa in funzione di una macchina da lavoro (macchina da cucire professionale) dal condomino soprastante al mio appartamento dalla ore 23,30 fino alle ore mattutine, lo scrivente NON riesce a prendere sonno.
Nonostante i reiterati richiami, il rumore continua.
Che fare ?
In attesa di una Vs. risposta, ringrazio e invio cordiali saluti.”

Consulenza legale i 21/02/2011

Il problema lamentato trova soluzione nella tutela apprestata dall'art. 844 c.c.
Nel caso le immissioni sonore superino il limite della normale tollerabilità è possibile adire l'autorità giudiziaria affinché ordini al molestatore di cessare le immissioni o di ridurle entro i limiti del lecito.


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