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Articolo 2052 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Danno cagionato da animali

Dispositivo dell'art. 2052 Codice civile

Il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni [2056] cagionati dall'animale (1), sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito [1218, 1256, 2051] (2).

Note

(1) La norma si applica tanto nel caso in cui l'animale sia addomesticato quanto in quello in cui non lo sia.
(2) Circa la natura della responsabilità contemplata dalla norma, accanto a chi vi scorge una responsabilità solo aggravata vi è chi vi vede una responsabilità oggettiva, addossata al proprietario o al custode in quanto tali. La stessa giurisprudenza richiede una prova liberatoria particolarmente gravosa.

Ratio Legis

Le teorie più recenti ritengono che la norma in esame vada ricondotta al principio cuius commoda et eius incommoda: chi trae vantaggio dal bene ne sopporta anche i rischi.

Brocardi

Casus fortuitus

Spiegazione dell'art. 2052 Codice civile

Presunzione assoluta di responsabilità a carico del proprietario, o dell’utente. Fondamento giuridico

Quest'articolo riproduce nei suoi termini sostanziali la norma corrispondente del codice del 1865. Non è l’ actio de pauperie del diritto romano, ma si concede azione personale contro colui per la cui colpa o negligenza l'animale abbia recato danno. Colpa o negligenza presunta che anche qui non ammette prova contraria; è consentito solo di provare l'intervento del fortuito, che spezza il vincolo di causalità tra la condotta dell'uomo e l'evento dannoso, il quale solo ad esso fortuito deve riportarsi. Valgono qui i rilievi fatti pei danni cagionati dalle cose, onde il proprietario del­l'animale, o chi se ne serve (che può ssere il proprietario medesimo o un terzo), non è liberato dalla responsabilità con la dimostrazione della massima diligenza adoperata nella custodia dell'animale, delle misure adot­tate per impedire ogni danno, se questo si sia verificato, né potrà invocare la forza di natura od il fatto del terzo, come se il cavallo che pascolava nell'aia si sia dato a corsa precipitosa danneggiando persone o fondi per lo scoppio improvviso d'una folgore o di un arma in campo da tiro limitrofo, ovvero abbia vibrato un calcio perchè provocato da un bambino.

Un rumore violento e improvviso è tra i prevedibili, così la imprudenza altrui, specialmente se di persona incapace d'intendere e di volere. Solo se l'animale era adegua­tamente assicurato, e la folgore, il terremoto, abbiano aperto il ricovero ove la bestia si trovava, od alcuno abbia forzato la stalla, il custode viene libe­rato. La prova deve mirare ad escludere non la colpa dell'agente, ma il nesso tra la condotta che può apparire causativa dell'evento dannoso, questo, che deriva, invece, dal fortuito.


Responsabilità alternativa

Proprietario o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso. Responsabilità disgiuntiva non solida, appunto perché radicata nel concetto della custodia, a differenza di quanto viene disposto nell' art. 2054 del c.c. (circolazione dei Veicoli) al 3 comma, fondato su altra base. Permane la responsabilità del proprietario se l'uso sia ceduto solo in parte ad altri, in guisa che venga meno il suo dovere di custodia (valutazione di specie). Per­mane, ma per altro riflesso (rapporto institorio, art. 2049 del c.c.), se l'animale fu affidato a terzo perchè se ne servisse nell'interesse del proprietario. Non così se l'animale sia stato affidato per cure a veterinario che esercita cosí su di esso attività professionale.

La fuga o lo smarrimento dell'animale si riannodano alla omessa o trascurata custodia, onde non vale a liberare: anche qui' per accertare chi sia il responsabile del danno arrecato dall'animale fuggito o smarrito bisogna tener presente in quale sfera di disponibilità esso si trovasse quando avvenne lo smarrimento o la fuga, se del proprietario o dell'utente. La custodia affidata a persona incapace vale omessa custodia.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 2052 Codice civile

Cass. civ. n. 16642/2016

In materia di responsabilità civile, i poteri di protezione e gestione della fauna selvatica attribuiti alle Province toscane ai sensi della L.R. Toscana n. 3 del 1994, da cui discende la responsabilità delle medesime per i danni cagionati da animali selvatici anche a protezione degli utenti della strada per i rischi riconducibili al ripopolamento della fauna, non determinano l'assunzione di specifici doveri di diligenza, al di là di quello generale assolto con la segnaletica stradale, non potendo discendere in capo all'ente delegato doveri diversi da quelli previsti da specifiche disposizioni normative. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che, in relazione al danno subito da un'autovettura a seguito dell'impatto con un cinghiale, aveva rigettato la domanda risarcitoria proposta nei confronti della Provincia di Siena, risultando che questa si era attivata per l'installazione lungo la strada di un segnale stradale di pericolo, attestante l'attraversamento di animali selvatici).

Cass. civ. n. 12727/2016

La responsabilità per danni provocati da animali selvatici deve essere imputata all'ente cui siano stati affidati i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sicché si deve indagare, di volta in volta, se l'ente delegato sia stato posto in condizioni di adempiere ai compiti affidatigli, o sia un "nudus minister", senza alcuna concreta ed effettiva possibilità operativa. Ne consegue che per i danni a coltivazioni nel territorio emiliano-romagnolo provocati da caprioli, rispondono le aziende venatorie di cui all'art. 43 della l.r. Emilia-Romagna n. 8 del 1994 trattandosi di animali "cacciabili", mentre le Province sono responsabili dei danni provocati nell'intero territorio da specie il cui prelievo venatorio sia vietato, anche temporaneamente, per ragioni di pubblico interesse.

Cass. civ. n. 10402/2016

La responsabilità del proprietario, o di chi si serve di un animale, di cui all'art. 2052 c.c., si fonda non su un comportamento o un'attività - commissiva od omissiva - ma su una relazione intercorrente tra i predetti e l'animale, il cui limite risiede nel caso fortuito, la prova del quale - a carico del convenuto - può anche avere ad oggetto il comportamento del danneggiato, purché avente carattere di imprevedibilità, inevitabilità e assoluta eccezionalità. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, di condanna del proprietario di un cane che aveva morso un'amica di famiglia, introdottasi in casa, e che gli aveva dato una carezza, nonostante l'invito della moglie del proprietario ad allontanarsi, dando rilievo al fatto che la danneggiata conosceva l'animale fin da cucciolo).

Cass. civ. n. 2414/2014

La responsabilità di chi si serve dell'animale per il tempo in cui lo ha in uso, ai sensi dell'art. 2052 cod. civ., prescinde sia dalla continuità dell'uso, sia dalla presenza dell'utilizzatore al momento in cui l'animale arreca il danno.

Cass. civ. n. 10189/2010

La norma dell'art. 2052 c.c. - in base alla quale chi si serve di un animale è responsabile dei danni dallo stesso cagionati per il tempo in cui lo ha in uso - trova il proprio fondamento nel principio per cui chi fa uso dell'animale nell'interesse proprio e per il perseguimento di proprie finalità, anche se non economiche, è tenuto risarcire i danni arrecati ai terzi che siano causalmente collegati al suddetto uso; in tale situazione, peraltro, non rientra colui il quale utilizzi l'animale per svolgere mansioni inerenti alla propria attività di lavoro, che gli siano state affidate dal proprietario dell'animale alle cui dipendenze egli presti tale attività. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda, avanzata da un componente del corpo di polizia municipale, di risarcimento dei danni conseguenti alla caduta dovuta all'impennata del cavallo da lui montato, sul rilievo che in quel momento l'animale era affidato alla custodia dello stesso danneggiato).

Cass. civ. n. 9037/2010

La responsabilità di cui all'art. 2052 c.c., prevista a carico del proprietario o di chi si serve dell'animale per il periodo in cui lo ha in uso, in relazione ai danni cagionati dallo stesso, trova un limite solo nel caso fortuito, ossia nell'intervento di un fattore esterno nella causazione del danno, che presenti i caratteri della imprevedibilità, della inevitabilità e della assoluta eccezionalità: con la conseguenza che all'attore compete solo di provare l'esistenza del rapporto eziologico tra il comportamento dell'animale e l'evento lesivo, mentre il convenuto, per liberarsi, deve provare l'esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere detto nesso causale, non essendo sufficiente la prova di aver usato la comune diligenza nella custodia dell'animale. (Nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che integrasse l'ipotesi di caso fortuito la condotta del danneggiato, vittima di lesioni per l'aggressione da parte di un cane "pitbull" che si trovava all'interno di uno stabile, al quale il danneggiato stesso aveva avuto accesso tramite il cancello di ingresso aperto, assumendo che i proprietari e custodi del cane avevano adottato tutte le misure idonee ad evitare, in regime di normalità, l'aggressione - apposizione sul cancello di un cartello con la scritta "attenti al cane", sebbene non visibile proprio per essere il cancello aperto; catena lunga tre metri alla quale il cane era legato; posizionamento del cane in luogo distante dal cancello di ingresso - mentre era da reputarsi imprevedibile la circostanza della visita per affari da parte della vittima la mattina del 26 dicembre, allorché i proprietari del cane erano assenti dall'abitazione, e rilevando altresì la sua età - ottanta anni - tale da non consentirgli di ritirarsi con prontezza dall'attacco di un cane legato ad una catena. La S.C., in applicazione del principio sopra riportato, ha cassato la sentenza impugnata, reputando inconferente l'argomentazione relativa all'età del danneggiato ed osservando che, in un contesto in cui il cartello di pericolo non era visibile, non poteva assumersi come atto determinante l'aggressione del cane il solo fatto di varcare un cancello aperto con accesso ad uno stabile).

Cass. civ. n. 6454/2007

In tema di danno cagionato da animali, ai sensi dell'articolo 2052 c.c., la responsabilità del proprietario dell'animale, prevista dalla suddetta norma, è presunta, fondata non sulla colpa, ma sul rapporto di fatto con l'animale. Ne consegue che, per i danni cagionati dall'animale al terzo, il proprietario risponde in ogni caso e in toto, a meno che non dia la prova del caso fortuito, ossia dell'intervento di un fattore esterno idoneo a interrompere il nesso di causalità tra il comportamento dell'animale e l'evento lesivo, comprensivo anche del fatto del terzo o del fatto colposo del danneggiato che abbia avuto efficacia causale esclusiva nella produzione del danno. Pertanto, se la prova liberatoria richiesta dalla norma non viene fornita, non rimane al giudice che condannare il proprietario dell'animale al risarcimento dei danni per l'intero (nella specie, era stato chiesto il risarcimento ai proprietari di un cane a causa di un morso al volto inferto alla ricorrente mentre era in visita alla loro abitazione, e la corte di merito aveva dato maggior rilievo alla imprudenza della danneggiata nella produzione dell'evento: sulla base dell'enunciato principio la Suprema Corte ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la sentenza impugnata).

Cass. civ. n. 14743/2002

In tema di responsabilità per danni causati da animali, perché la responsabilità del proprietario gravi su di un altro soggetto, occorre che il proprietario giuridicamente o di fatto si sia spogliato della facoltà di far uso dello stesso (intendendo tale locuzione nel senso di trarne un profitto economico), trasferendolo ad un terzo. Qualora, invece, il proprietario continui a far uso dell'animale sia pure tramite un terzo e, quindi, abbia ingerenza nel governo dello stesso, resta responsabile dei danni arretrati dallo stesso di qualunque danno (nella specie, la S.C. ha ritenuto un centro ippico responsabile dei danni subiti da un'amazzone a seguito di caduta da un cavallo di proprietà del centro stesso).

Cass. civ. n. 200/2002

Il proprietario di un animale (o di chi ne abbia l'uso) risponde ai sensi dell'art. 2052 c.c. sulla base non già di un proprio comportamento o di una propria attività, ma sulla base della mera relazione (di proprietà o di uso) intercorrente fra lui e l'animale, nonché del .nesso di causalità sussistente fra il comportamento di quest'ultimo e l'evento dannoso, fattori - questi - di cui deve dare prova il danneggiato. Il limite di un tal tipo di responsabilità è rappresentato unicamente dal caso fortuito, di cui incombe prova al medesimo proprietario (o utilizzatore), e che non può attenere propriamente al comportamento del medesimo, ma a quello dell'animale.

Cass. civ. n. 4742/2001

La responsabilità ex art. 2052 c.c. del proprietario dell'animale (o dell'utilizzatore che se ne serva in modo autonomo, tale da escludere l'ingerenza del proprietario nel governo dell'animale) postula il nesso causale tra il fatto dell'animale medesimo ed il danno subito dall'attore, il quale, pertanto, al fine di far valere detta responsabilità, è tenuto a provare la sussistenza di tale nesso. Solo a seguito di siffatta dimostrazione, il convenuto è tenuto, per sottrarsi alla responsabilità ex art. 2052 c.c. — la quale è presunta, e prescinde, pertanto, dalla sussistenza della colpa — a fornire la prova del caso fortuito, costituito da un fattore esterno, che può consistere anche nel fatto del terzo, o nella colpa del danneggiato, ma che deve comunque presentare i caratteri della imprevedibilità, inevitabilità e assoluta eccezionalità. Detta imprevedibilità, ai fini della individuazione del caso fortuito, opera sotto il profilo oggettivo, nel senso di accertare l'eccezionalità del fattore esterno, e non già come elemento idoneo ad escludere la colpa del proprietario, che, per quanto precisato, è irrilevante a detti fini.

Cass. civ. n. 13016/1992

In tema di responsabilità per danni derivanti dall'urto tra un autoveicolo ed un animale, la presunzione di colpa a carico del proprietario dell'animale di cui all'art. 2052 c.c., concorre con quella posta dal primo comma del successivo art. 2054 a carico del conducente del veicolo con la conseguente prova liberatoria a carico di quest'ultimo, a meno che il sinistro non si sia verificato mentre l'animale era al traino di un carretto (veicolo) e non debba, pertanto, applicarsi al conducente del mezzo meccanico il secondo comma dell'art. 2054 che pone a suo carico la presunzione di responsabilità solo concorrente.

La responsabilità del proprietario dell'animale prevista dall'art. 2052 c.c., essendo alternativa rispetto a quella del soggetto che ha in uso l'animale, è esclusa in tutti i casi in cui il danno sia cagionato mentre l'animale, in virtù di un rapporto anche di mero fatto, sia utilizzato da altri, con il consenso del proprietario, per la realizzazione di un interesse autonomo, ancorchè diverso da quello che il proprietario avrebbe tratto o di fatto traeva. (Nella specie, in base all'enunciato principio la C.S. ha confermato la decisione dei giudici del merito da cui si è affermata la responsabilità esclusiva del mezzadro, restando irrilevante la circostanza che il proprietario divida con il mezzadro la responsabilità delle scorte del fondo).

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Consulenze legali
relative all'articolo 2052 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Leonardo B. chiede
martedì 28/08/2018 - Veneto
“Salve, Ho in conduzione un vigneto, che in questo periodo ha uva matura che presto sarà raccolta. Confinante al mio terreno, vive un signore con una quarantina di pavoni lasciati liberi di circolare dove vogliono.
In questi giorni sopratutto, mi trovo con 10/15 pavoni nel mio vigneto che mangiano l'uva matura oltre a una ventina di galline (sempre del vicino). Ora quantificare il danno in quintali persi non è semplice (inoltre trattasi di Prosecco cioè uva di un certo valore), ma i grappoli più bassi sono visibilmente danneggiati.
Il problema principale è che il signore non cura gli animali lasciandoli allo stato brado liberi di pascolare, senza dare loro del cibo. Vorrei capire che strumenti legali ho per proteggermi, evitando che entrino nel mio terreno e se eventualmente fosse possibile richiedere un risarcimento danni.
Inoltre il signore in caso dice di essere assicurato contro i danni che i pavoni possono fare.
Grazie per l'aiuto”
Consulenza legale i 29/08/2018
Il proprietario di animali è tenuto ad un obbligo di custodia nei confronti dei medesimi.
Infatti, per espressa previsione dell’art. 2052 del codice civile, egli è responsabile dei danni cagionati dall'animale, “sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.
Come è evidente, la norma si riferisce a qualsiasi tipo di animale, sia addomesticato che selvatico. Pertanto, rientra nella fattispecie normativa anche un animale da cortile come un pavone.
Tale tipo di responsabilità è presunta nel senso che il danneggiato, laddove intenda intraprendere una causa di risarcimento danni, non deve dimostrare che il proprietario abbia avuto una condotta imprudente o negligente, potendosi limitare a dare prova che il danno sia imputabile all’animale e che questo sia di proprietà o in uso alla persona convenuta in giudizio.
Quest’ultima, come prevede il predetto art. 2052 c.c., per escludere la sua responsabilità può soltanto dimostrare che l’evento dannoso sia stato dovuto a caso fortuito, cioè qualsiasi evento esterno, idoneo a interrompere il nesso di causalità, imprevedibile ed eccezionale, inevitabile dal proprietario anche usando l’ordinaria diligenza.

Ciò premesso, venendo al caso in esame si osserva quanto segue.

Appare pacifico che i pavoni appartengano al vicino e che questi abbiano creato danni al Suo vigneto. Suggeriamo quindi, come prima mossa, di fare delle fotografie agli animali mentre si trovano nel Suo vigneto (c’è un recinto?) nonché all’uva (magari proprio quando viene mangiata dai pavoni) onde evidenziare i danni arrecati.
Nel contempo, sarebbe opportuno inviare quanto prima una diffida scritta (a mezzo pec o lettera raccomandata a/r) al proprietario dei pavoni invitandolo alla custodia dei propri animali e diffidandolo dal farli entrare nel Suo fondo, con richiesta di risarcimento dei danni subiti e subendi, che si riserva di quantificare precisamente. Nella parte finale della lettera, potrà inserire la dicitura di riserva di tutela legale nelle sedi più opportune, sia civili che penali.

In caso di mancata risposta del vicino o di risposta comunque negativa, dopo aver fatto da un terzi (magari un perito agronomo) fare una stima dei danni subiti, potrà azionare una causa di risarcimento danni.

La circostanza dell’eventuale copertura assicurativa non toglie ovviamente l’eventuale responsabilità del danneggiante. Il soggetto da convenire in giudizio rimane comunque il proprietario degli animali (non si verte infatti in tema di assicurazione obbligatoria) il quale a sua volta potrà però chiamare appunto in causa la compagnia assicurativa.

Da tenere presente che una azione di risarcimento danni, laddove questi ultimi non superino l’importo di euro cinquantamila, dovrà essere preceduta da un invito alla convenzione di negoziazione assistita, così come previsto dal D.L. 132/2014.

Fermo quanto precede dal punto di vista civile, dal punto di vista penale si osserva quanto segue.
L’ingresso di animali nel fondo altrui potrebbe integrare la fattispecie penale di cui all’art. 636 c.p. dal momento che si tratta comunque di un numero rilevante di animali.
A tal proposito, la Suprema Corte con sentenza n.52200/2016 ha statuito che “il delitto di cui all'art. 636 cod. pen. può essere consumato non solo con l'introduzione diretta degli animali nei fondi vicini, ma anche con il loro abbandono in libertà e senza custodia, nella consapevolezza che essi vi si introdurranno guidati dall'istinto, essendo in tal caso configurabile l'elemento psicologico del reato nella forma del dolo eventuale.”
Ad ogni modo, una denuncia in sede penale – seppur astrattamente possibile - non appare molto utile nella presente vicenda dove riteniamo sia preferibile azionare una richiesta di risarcimento danni nel senso sopra indicato.

Anonimo chiede
lunedì 09/04/2018 - Lombardia
“B. F. - Sinistro pedonale con danno biologico
Inviamo a parte per e-mail sentenza emessa dalla C.A. di Milano a fronte di Sentenza 1° Tribunale di (omissis).

QUESITO:
MECCANICA
I fatti si deducono dagli atti. B. F. ha subito un danno, ha citato in giudizio L. A. (non assicurato). B. F. ha perso sia la causa sia l'appello.
Prima di ricorrerre alla Suprema Corte desideriamo un Vostro parere sulle probabilità che la sentenza d'Appello possa essere cassata.
Quali potrebbero essere le argomentazioni utili alla vittoria?
Noi osserviamo in primis: se il cane grosso era al guinzaglio estensibile ed ha raggiunto il signor B. F., ciò significa che il L. non si è peritato di bloccarlo. Se invece il guinzaglio era di tipo fisso, peggio ancora: vuol dire che il L. ha addirittura "accompagnato" il proprio cane attraversando persin la strada.
Aggiungiamo che non possiamo notare come, sempre il L., abbia i riflessi piuttosto...lenti.
Meglio: non capiamo perchè il B. F. avrebbe dovuto "prevedere" la reazione del cane e non anche il L., di età fra l'altro. molto più giovane.

TESTE A CARICO
Il Teste del L. avrebbe visto la scena con chiarezza: ora, a 200 metri di distanza non si riuscirebbe a capire se un cammello è in piedi o seduto!
si potrebbe ricorrere ad una CTU?
Noi siamo sempre stati del parere che siamo di fronte ad un teste "assoldato" ma purtroppo non abbiamo prove.
Alcuni fatti vandalici sono stati subiti in seguito dalla figlia del B. F., con scritte murali alludenti all'episodio e che solo il teste poteva conoscere, quindi quasi una firma. Fatta regolare denuncia ma senza seguito.
Come si potrebbe mettere... le pulci nell'orecchio del Giudicante senza incorrere in querele o peggio, pregiudicare il verdetto?

ATTIVITA' PROFESSIONALE
Con il nostro tassativo impegno alla riservatezza, potete esprimere un giudizio tecnico sulla qualità dell'assistenza fornita al nostro cliente F. B., tanto per capire se li ricorso alla S.C. possiamo affidarlo allo stesso oppure meglio cambiare cavallo.”
Consulenza legale i 09/07/2018
Ai sensi dell’art. 2052 c.c., alla cui lettura integrale si rimanda, la responsabilità per danno cagionato da animali ricade in capo al proprietario dell’animale oppure in capo a chi concretamente se ne stia servendo al momento del suo verificarsi.
Si tratta di una fattispecie di responsabilità in cui il criterio di imputazione del danno deriva dalla mera disponibilità materiale della cosa da cui deriva l’evento dannoso.
La responsabilità del danno cagionato da animali è ricostruito dalla giurisprudenza e dalla dottrina come responsabilità oggettiva. Il danneggiato è gravato dall’onere di dimostrare l’esistenza del nesso causale tra il fatto dell’animale e il danno subito. Una volta raggiunta la prova, spetta poi al proprietario dell’animale provare l’esistenza del caso fortuito che può far venir meno la derivazione causale del danno dall’azione dell’animale.
Pertanto, l’attore danneggiato deve provare:
  • l’evento dannoso;
  • il nesso di causalità tra evento dannoso ed animale;
  • il nesso di causalità tra evento dannoso e danno risarcibile.
Il proprietario, invece, si libera con la prova del caso fortuito ossia quel fattore imprevisto ed imprevedibile, anche riconducibile al danneggiato stesso o a un terzo, che interrompe il nesso di causalità.

Sul punto la Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto: “ in tema di danno cagionato da animali, il proprietario per sottrarsi alla responsabilità presunta ai sensi dell’art. 2052, è tenuto a fornire la prova del caso fortuito che può consistere anche nel fatto del terzo, ma solo dopo che sia stato dimostrato in modo inequivoco la sussistenza del nesso di causalità tra il comportamento dell’animale e il danno causato”.

Nel caso in esame, il Giudice di prime cure ha rigettato la domanda attorea affermando che “l’attore non ha assolto in maniera completa il proprio onere di provare l’esistenza di un nesso eziologico tra la condotta e le lesioni subite e il comportamento del cane”.
Tale tesi è stata confermata dalla Corte di Appello che ha dato valore alla prova testimoniale di parte convenuta, soprattutto in merito alla circostanza che il guinzaglio del cane Labrador del Legnaghi non era allungabile, mentre il teste di parte attrice ha dichiarato di non ricordare se il guinzaglio fosse o meno allungabile.
Ebbene, a nostro avviso, la difesa dell’attore avrebbe effettivamente dovuto provare meglio la propria domanda, ponendo a fondamento della stessa ulteriori elementi probatori piuttosto che una sola dichiarazione testimoniale.

Quanto al ricorso per Cassazione, esso è un mezzo di impugnazione che si differenzia dall’appello perché non dà luogo ad una nuova valutazione del merito della causa, ma si limita soltanto a verificare l’esatta applicazione delle norme di diritto processuale e sostanziale.
L’art 360 c.p.c. individua i motivi del ricorso in :
  1. motivi attinenti alla giurisdizione;
  2. violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro;
  3. violazione di norme sulla competenza;
  4. nullità della sentenza o del procedimento;
  5. per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

Alla luce dei citati motivi, riteniamo che, nel caso in esame, si potrebbe appellare la sentenza di appello facendo leva sul n. 5 dell’art 360 c.p.c. ma riteniamo comunque che la proposizione del ricorso per cassazione sia comunque rischioso stante il principio della libera valutazione delle prove da parte del giudice.
Nel caso in esame il giudizio è stato fondato su due prove testimoniali contrastanti ed il giudice di appello ha ritenuto, dopo aver confrontato le deposizioni raccolte, di dare maggior valore alla dichiarazione resa dal teste di parte convenuta.
Dopo la modifica dell’art. 360 c.p.c. n. 5, non è facile censurare il modo in cui il giudice ha valutato le prove.
Prima della riforma, si poteva far leva sull’insufficienza o sulla contraddittorietà della motivazione; oggi non più, in quanto il nuovo articolo 360 c.p.c. n. 5 consente solo di denunciare l’omessa valutazione di un fatto decisivo, principale o secondario, oggetto di discussione.
Inoltre, occorre dire che non c’è violazione dell’art 115 c.p.c. nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dall’art. 116 c.p.c. rubricato, appunto, “Valutazione delle prove”.
Con la sentenza n. 18175 del 23.10.2012 la Cassazione ha affermato che "la valutazione delle prove testimoniali ed il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla loro credibilità involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione delle altre, non incontra alcun limite se non quello di specificare le ragioni del proprio convincimento, senza dover discutere ogni singolo elemento prospettato dalle parti o confutare ogni deduzione difensiva". La citata Cassazione ha, altresì, precisato che “il vizio di motivazione deducibile con il ricorso per cassazione ex art. 360 , n 5 c.p.c. non può consistere nella difformità di apprezzamento dei fatti e delle prove compiute dal giudice di merito rispetto a quello pretesi dalla parte”.

In conclusione, riteniamo che l’attore avrebbe dovuto provare meglio la propria domanda al fine di soddisfare quanto richiesto dall’art 2052 c.c. che impone al danneggiato di provare il nesso tra l’evento dannoso ed il comportamento dell’animale. Riteniamo poi il ricorso, benché proponibile, comunque di difficile accoglimento poiché, a nostro parere, il giudice ha motivato le ragioni del proprio convincimento.

Gianstefano G. chiede
giovedì 01/03/2018 - Lombardia
“Alla cortese attenzione di “Studio Brocardi.it” per una consulenza on-line.
Nel cortile della comproprietà privata recintata si è verificato l’investimento del mio cane (regolarmente assicurato), libero e posto da anni a guardia della stessa comproprietà (preceduto da altri cani, miei o di mio fratello), da parte di mia cognata (moglie di mio fratello, comproprietaria e residente anche essa), con danni di circa 2'500 euro per spese veterinarie (interventi chirurgici ortopedici e terapie). L’assicurazione dell’auto risarcisce solo in parte i danni, addebitandomi una responsabilità quale proprietario (e presumo per omessa custodia), pari al 30%.
Riguardo la custodia dell’animale, pur essendo io il proprietario e visto il ruolo svolto dall’animale, ritengo dovrebbe essere ricondotta a chi entra (riferito ai comproprietari) nella proprietà,
- che deve fare in modo che l’animale non esca ed arrechi danni a terzi,
- che deve fare attenzione a non investire l’animale, come verificatosi in questo caso, … etc.
In attesa di un vs competente parere, porgo distinti saluti. G.”
Consulenza legale i 06/03/2018
Nel caso in esame, occorre far riferimento principalmente a due norme del codice civile.
La prima è l’art. 2052 c.c. che prevede che il proprietario di un animale è responsabile dei danni da esso cagionati, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito.
La seconda, è l’art. 2054 c.c. che prevede invece che il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.
Ci sono quindi due diverse presunzioni di responsabilità sia nel caso della custodia di un animale, sia nel caso di guida di un veicolo.

In linea generale, quando l’investimento di un animale si verifica in strada, si tende ad applicare un concorso di colpa del proprietario del cane e del conducente.
Laddove però il conducente provi di aver fatto il possibile per evitare il danno, la responsabilità sarà esclusiva del proprietario del cane. Tale principio è stato recentemente ribadito dalla Suprema Corte che con la sentenza n. 4202/2017 ha affermato che: “vige la presunzione generale del concorso di colpa del proprietario del cane investito e del conducente ma questa regola trova l’eccezione nella valutazione del caso concreto. Ossia, se il conducente procede con il proprio veicolo a velocità moderata lungo una strada che – per le sue caratteristiche – non consente di prevedere l’immissione improvvisa di un animale lungo la stessa, allora la responsabilità è totalmente a carico del padrone dell’animale.”

Ciò posto in linea generale, nello specifico del caso in esame si osserva quanto segue.
La circostanza che il sinistro si sia verificato non in una strada pubblica o di uso pubblico bensì in una area privata recintata non elimina l’obbligo di custodia a carico del proprietario del cane e la relativa presunzione di responsabilità.
Anche se all’interno di una proprietà privata (non condominiale e non accessibile a terzi in quanto recintata) non vi è alcun obbligo di legge di tenere l’animale al guinzaglio (V. ordinanza del Ministero della Salute del 13.07.16) ciò non fa venire meno a carico del proprietario la responsabilità per danni causati dall’animale, a meno che provi il caso fortuito.

Ciò posto, occorre quindi sapere se l’autovettura abbia riportato o meno danni a seguito del sinistro.

Se, come sembrerebbe dalla lettura del quesito, non vi sono danni, si può allora escludere certamente una responsabilità del proprietario del cane per omessa custodia.
In tal caso, l’unica responsabilità ipotizzabile sarebbe quella del soggetto che ha causato l’investimento ai sensi dell’art. 2054 c.c. (o, in ogni caso, ai sensi dell’art. 2043 c.c.) che sarebbe quindi tenuto all’integrale risarcimento del danno.

Se invece l’autovettura ha riportato danni a seguito dell’impatto con l’animale, è ragionevole ipotizzare un concorso di colpa del proprietario del cane e del conducente.
Per giurisprudenza costante, infatti, “la responsabilità del proprietario, o di chi si serve di un animale, di cui all'art. 2052 c.c., si fonda non su un comportamento o un'attività - commissiva od omissiva - ma su una relazione intercorrente tra i predetti e l'animale, il cui limite risiede nel caso fortuito, la prova del quale - a carico del convenuto - può anche avere ad oggetto il comportamento del danneggiato, purché avente carattere di imprevedibilità, inevitabilità e assoluta eccezionalità” (Cass.10402/2016).

In ogni caso, deve escludersi la possibilità di chiedere i danni direttamente alla compagnia assicurativa dell’auto del danneggiante. Tale possibilità prevista dall’art. 144 del codice delle assicurazioni si ha infatti soltanto quando il danno sia stato cagionato dalla circolazione del veicolo su strade di uso pubblico o su aree a queste equiparate dal momento che la copertura assicurativa per legge si ha solo in tali ipotesi (art. 122 Codice delle Assicurazioni).
Nel quesito leggiamo che è intervenuta una compagnia assicurativa: dobbiamo ipotizzare che la polizza del danneggiante copra anche tali tipi di sinistri.
Tuttavia, laddove in sede giudiziale si voglia chiedere un risarcimento dei danni subiti, l’azione andrebbe esperita soltanto nei confronti del danneggiante che a sua volta chiamerebbe in garanzia la propria compagnia assicurativa.

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