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Articolo 696 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Accertamento tecnico e ispezione giudiziale

Dispositivo dell'art. 696 Codice di procedura civile

Chi ha urgenza di far verificare, prima del giudizio, lo stato di luoghi o la qualità o la condizione di cose può chiedere, a norma degli articoli 692 e seguenti, che sia disposto un accertamento tecnico [191] o un'ispezione giudiziale [118, 258 ss.; c.c. 1513, 1697](1).

L'accertamento tecnico di cui al primo comma può comprendere anche valutazioni in ordine alle cause e ai danni relativi all'oggetto della verifica(2).

Il presidente del tribunale, [il pretore] o il giudice di pace provvede nelle forme stabilite negli articoli 694 e 695, in quanto applicabili, nomina il consulente tecnico e fissa la data dell'inizio delle operazioni (3).

Note

(1) La Corte costituzionale è intervenuta a distanza di sei anni con due pronunce, la sentenza 22 ottobre 1990, n. 471 con cui ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del presente comma nella parte in cui non consente di disporre accertamento tecnico o ispezione giudiziale sulla persona dell'istante e la sentenza 19 luglio 1996, n. 257 con cui ha dichiarato l'illegittimità costituzionale sempre del primo comma nella parte in cui non prevede che il giudice possa disporre accertamento tecnico o ispezione giudiziale anche sulla persona nei cui confronti l'istanza è proposta, dopo averne acquisito il consenso.
(2) Tale comma è stato aggiunto dal D.L. n. 35/2005 con decorrenza dal 1 marzo 2006. La riforma ha infatti recepito l'orientamento giurisprudenziale in base al quale l'accertamento tecnico deve comprendere ed includere tutti gli elementi conoscitivi necessari per le valutazioni che dovranno essere effettuate nel giudizio di merito. Ad oggi, grazie alla riforma, il giudice può chiedere al consulente tecnico di accertare le cause e l'entità del danno lamentato.
(3) Si precisa che secondo l'orientamento giurisprudenziale è ammissibile l'accertamento tecnico preventivo anche nei confronti della Pubblica Amministrazione nell'ipotesi in cui il provvedimento amministrativo possa ledere una posizione di diritto soggettivo. Diversamente, viene negata l'ammissibilità dell'atp nella diversa ipotesi in cui la situazione lesa non attenga ad un diritto soggettivo bensì ad un interesse legittimo.

Ratio Legis

La norma ha come scopo quello di fa verificare, prima dell'instaurazione del giudizio di merito, lo stato dei luoghi o la qualità e condizioni di cose al fine di evitare che vengano disperse elementi di prova rilevanti nel futuro giudizio di merito.

Massime relative all'art. 696 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 3911/2014

Le sentenze di accertamento possono avere ad oggetto diritti soggettivi o "status", non meri stati di fatto, anche se controversi, privi di autonoma rilevanza economico-giuridica, sicché è inammissibile la domanda di accertamento dello stato dei luoghi e della consistenza di un immobile, questo accertamento non costituendo, di per sé, un "bene della vita", ma un diritto di natura processuale, da far valere nelle forme dell'accertamento tecnico e dell'ispezione giudiziale.

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Consulenze legali
relative all'articolo 696 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Karim H. chiede
venerdì 15/02/2019 - Lazio
“Nel nostro appartamento si verificano infiltrazioni (con macchie vistore e muffa che interessano due bagni adiacenti) provenienti da un bagno situato al piano superiore. Il condòmino chiamato a risolvere il problema sostiene che si deve intervenire nei nostri bagni, visto che si romperebbero zone non rivestite da piastrelle, mentre nel suo bagno si dovrebbero rompere delle piastrelle. Noi crediamo, invece, che si debba intervenire lì dove c'è il problema, e non si può imporre a chi già subisce disagi di accollarsene ulteriori.
Nel caso in oggetto, inoltre, il danno proviene da un bagno risalente al 1970 (anno di costruzione della palazzina) che già in passato ha dato problemi, ragion per cui secondo noi ciò rappresenterebbe motivo di un intervento radicale.
A questo punto, il condòmino nostra controparte sostiene che le infiltrazioni potrebbero dipendere dalla colonna di scarico condominiale e non dal suo bagno, ma anche in questo caso il guasto si trova pur sempre nel suo appartamento, quindi non toccherebbe a lui permettere che si intervenga lì?
Inoltre, noi abbiamo chiesto che si proceda ad una ispezione tramite sonda, procedura che individuerebbe con esattezza dove e da cosa dipende il problema, evitando in tal modo di operare per tentativi con il rischio di dover aprire in più punti (sia che si intervenga al piano superiore che, eventualmente, nei nostri bagni). Finora la nostra proposta non è stata accettata adducendo il motivo che questo intervento avrebbe un costo.
Concludendo: siamo nel diritto di rifiutare che si intervenga nei nostri bagni? E, in caso negativo, possiamo pretendere l'uso della suddetta sonda (a spese del condominio o del condòmino, a seconda della causa accertata del problema) per ridurre al minimo necessario l'entità dell'intervento?”
Consulenza legale i 18/02/2019
In primo luogo, va premesso che il danno da infiltrazioni è ricompreso nell'ambito delle ipotesi di responsabilità per danni da cose in custodia (art. 2051 c.c.).
Per individuare chi debba pagare è dunque prima di tutto necessario individuare il custode dei beni dai quali il danno proviene.
Quindi, se il danno proviene da tubature relative ad una unità immobiliare di proprietà esclusiva (come, appunto, di un bagno), allora il responsabile sarà il titolare dell'abitazione di riferimento.
Se invece si tratta di tubature condominiali, la pretesa risarcitoria andrà avanzata nei confronti, appunto ,del condominio.

E’ pertanto fondamentale in tali casi accertare l’origine del danno in quanto chi lo ha subito deve provare sia la sua esistenza che il nesso di causalità.
Sul punto, secondo l’interpretazione maggioritaria della Suprema Corte “in tema di responsabilità per i danni derivanti da cose in custodia, una volta accertata l'esistenza del nesso causale tra la cosa in custodia e il danno, è onere del custode, per sottrarsi alla responsabilità, provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato, che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo, mentre deve escludersi che la vittima, una volta provato il nesso causale, per ottenere la condanna del custode, debba anche provare la pericolosità della cosa.” (Cass.Ord., 05/09/2016, n. 17625).

Nel caso in esame, non vi è certezza sull’origine del danno non essendo sicuro se provenga dalla tubatura relativa alla proprietà esclusiva oppure alla colonna di scarico condominiale.
In un caso del genere, riteniamo quindi sia opportuno informare formalmente l’amministratore di condominio in modo che si attivi per far ricercare l’origine del danno (ricerca la cui spesa, tra l’altro, spesso è coperta dalla stessa assicurazione condominiale).
Peraltro, nella giurisprudenza di Cassazione si riscontrano diversi orientamenti in ordine a cosa sia condominiale e cosa di proprietà esclusiva (in tema di tubature).
Secondo un orientamento, infatti: “ai sensi del l'articolo 1117 c.c., n. 3, i canali di scarico sono oggetto di proprietà comune solo fino a punto di diramazione degli impianti ai locali di proprietà esclusiva, e poichè la braga, quale elemento di raccordo fra la tubatura orizzontale di pertinenza del singolo appartamento e la tubatura verticale, di pertinenza condominiale, è strutturalmente posta nella diramazione, essa non può rientrare nella proprietà comune condominiale, che è tale perchè serve all'uso (ed al godimento) di tutti i condomini; […] in un condominio la presunzione di comproprietà, prevista dall'articolo 1117 c.c., n. 3, anche per l'impianto di scarico delle acque, opera con riferimento alla parte dell'impianto che raccoglie le acque provenienti dagli appartamenti, e, quindi, che presenta l'attitudine all'uso ed al godimento collettivo, con esclusione delle condutture (ivi compresi i raccordi di collegamento) che, diramandosi da detta colonna condominiale di scarico, servono un appartamento di proprietà esclusiva” (Cass. Civ. n. 19045/2010).
Mentre secondo un altro orientamento, “la proprietà dei tubi di scarico dei singoli condomini si estende fino al punto del loro raccordo con l'innesto nella colonna verticale, all'altezza di ciascun piano dell'edificio. Ne consegue che la parte della colonna di scarico che, all'altezza dei singoli piani dell'edificio condominiale, funge da raccordo tra tale colonna e lo scarico dei singoli appartamenti (braga) va qualificato come bene condominiale, proprio in relazione alla sua funzione e in quanto strutturalmente collegata al tratto verticale dello scarico, del quale costituisce parte essenziale” (Cass. n. 778/2012). Tuttavia, va tenuto presente che ultimamente parrebbe prevalere il primo orientamento in quanto anche nella pronuncia n.1027/2018 la Cassazione ha statuito che la braga è di proprietà del singolo appartamento.

Fermo quanto precede, dovendo andare ad accertare l’origine del danno è logico che si debba intervenire al piano superiore al Vostro appartamento e, di conseguenza, il Vs rifiuto appare del tutto legittimo. La risposta alla domanda deve dunque intendersi affermativa.
A tal proposito, di fronte ad una eventuale inerzia sia dell’amministratore e/o persistente atteggiamento di rifiuto del proprietario dell’appartamento del piano superiore, suggeriamo di intraprendere la via giudiziale dell’accertamento tecnico preventivo disciplinato dall’art. 696 c.p.c. che al secondo comma prevede espressamente che detto accertamento possa “comprendere anche valutazioni in ordine alle cause e ai danni relativi all'oggetto della verifica”.

Vincenzo L. chiede
lunedì 09/05/2016 - Abruzzo
“In luogo dell'esproprio, concessi ad un ente pubblico una servitù di passaggio su un mio terreno per l'attraversamento di una condotta fognaria che doveva collegare il vecchio al nuovo depuratore della mia città. La scelta della servitù la proposi perché il terreno in questione ha una estensione di 1ha, rientra in un comparto ed ha l'edificabilità diretta; l'esproprio avrebbe comportato la perdita di questo vantaggio. L'accordo per la cessione della servitù prevedeva l'interramento della condotta fognaria e la stessa non doveva ostacolare il transito di uomini e mezzi. Nel frattempo diedi incarico ad un tecnico di redigere un progetto per la lottizzazione dell'area. A lavori di attraversamento della condotta completati, vedono quest'ultima fuori terra per tutto il tratto con quote che variano da 50 a 150 cm e con abbondanti fuoriuscite di liquami non depurati sul terreno impedendomi di dare corso alla lottizzazione. Ho diffidato l'ente, tramite un avvocato, a sistemare i luoghi come da accordi sottoscritti davanti al notaio ed ho informato la procura degli sversamenti fognari. Successivamente, attraverso organi di stampa, si scopre un rimpallo di responsabilità tra l'ente al quale io ho concesso la servitù (che ha realizzato e gestisce il nuovo depuratore) ed un altro ente pubblico, con il quale io non ho mai avuto rapporti, che gestisce le acque reflue del Comune fino al vecchio depuratore. Io, dal mio canto, ho approfondito gli aspetti tecnici dell'attraversamento della conduttura e per un problema di quote questa non poteva essere interrata. Sono trascorsi diversi mesi e non si è attivato nessuno, salvo la procura che sta indagando. Il mio avvocato, con il supporto di perizie di parte e di copiosa documentazione, ha voluto citare sia l'ente al quale concessi la servitù che l'altro ente attraverso l'art.696 bis ma il ricorso è stato rigettato dal giudice il quale, nelle motivazioni, scrive che la reiezione del procedimento non preclude affatto la possibilità di proporre ricorso a termini dell'altra disposizione cautelare (696 ?) o al merito. Quindi oltre al giudizio ordinario, con il quale passerà un anno prima di entrare nel merito, come mi consigliate di agire per giungere il più rapidamente possibile ad una perizia del tribunale che accerti natura causa e quantità dei danni?
Grazie”
Consulenza legale i 15/05/2016
Il consiglio del Giudice avanti al quale è stato proposto il primo ricorso è senz’altro il migliore se l’obiettivo è quello di accertare natura, cause e quantità dei danni, ovvero quello – in buona sostanza – di anticipare la consulenza tecnica che normalmente viene disposta in corso di lite per accertamenti di natura “tecnica”.

Nel caso in esame, è opportuno quindi presentare quanto prima un ricorso ai sensi dell’articolo 696 del codice di procedura civile, ovvero un ricorso finalizzato ad un “accertamento tecnico preventivo”.

La necessità di far disporre un accertamento tecnico, o un’ispezione giudiziale, può sorgere per vari motivi. Ad esempio per il pericolo di deperimento o alterazione delle prove, per la possibilità di modifica dei luoghi e delle circostanze, per la necessità di provvedere alla sistemazione di luoghi o macchinari, ovvero ancora per la necessità di effettuare interventi di qualsiasi tipo, che consentano il ripristino con urgenza dello stato antecedente dei luoghi o comunque l’eliminazione della situazione di pericolo o di pregiudizio o di inutilizzabilità che si è venuta a creare in seguito all’evento contestato.

La consulenza tecnica preventiva di cui all’art. 696 bis c.p.c., invece, è finalizzata per lo più alla conciliazione della controversia, attraverso la determinazione dei crediti derivanti da inadempimento contrattuale o da fatto illecito, cosicché è utile, ad esempio, in tutti quei casi nei quali la controversia può più facilmente essere risolta attraverso l’individuazione di un accordo di contenuto economico. Il consulente nominato ha il potere di conciliare la lite sulla base dei calcoli e degli accertamenti effettuati.

Sotto il profilo strettamente processuale, il punto di forza del ricorso previsto e disciplinato dall’art. 696 bis c.p.c. è che non richiede l’esistenza né la prova di alcun particolare presupposto, specialmente non è legato al requisito dell’urgenza.

Diversamente, invece, il ricorso per accertamento tecnico preventivo di cui all’art. 696 c.p.c., richiede la prova rigorosa dell’esistenza di due presupposti:
1) il “fumus bonis iuris”, ovvero quantomeno una parvenza di fondatezza del diritto fatto valere;
2) il “periculum in mora” (il pericolo “nel ritardo”), ovvero il concreto rischio che il decorso del tempo possa compromettere gravemente o irrimediabilmente la possibilità di provare i propri diritti in un momento successivo (nel giudizio di merito).

Qualora siano integrati i presupposti di cui sopra, il procedimento in questione è sicuramente quello più rapido e più valido per la finalità che ci si è posti nella vicenda in esame.

Laura G. chiede
lunedì 09/03/2015 - Toscana
“Riferito al Quesito n. 12513/2015.
Vi ringrazio della risposta, ma il dubbio mio è che, a parte ciò di cui ci siamo accorti e a cui abbiamo posto rimedio, potrebbero esistere parti attualmente non raggiungibili in qualche modo danneggiate o comunque toccate da interventi non voluti ma al momento non visionabili per la presenza di mobili ancorati a parete o controsoffittature difficili da rimuovere per ispezione. In questo caso, sarebbe possibile inserire nel nuovo contratto, sempre con quel medesimo conduttore che ha usato il fondo per 42 anni, una clausola che dica, ad esempio, che nelle parti non visibili, non essendo stati rilasciati permessi dal locatore, si ritiene il tutto rimasto come in origine, resta indispensabile un'ispezione con foto? E' altrimenti suggeribile la redazione di un verbale o qualcosa d'altro?
Grazie ancora”
Consulenza legale i 10/03/2015
Se il locatore ha il sospetto che vi siano danni all'immobile locato difficili da accertare, sarebbe indispensabile procedere, nei limiti del possibile, ad un accertamento in loco concordato con il conduttore e condotto da un tecnico sul quale entrambe le parti ripongano fiducia: si dovrebbe sottoscrivere un verbale di sopralluogo ove emergano eventuali problemi dell'immobile. La soluzione ottimale sarebbe, naturalmente, quella di chiedere una perizia in sede giudiziale (un accertamento tecnico preventivo ex art. 696 c.p.c.), in modo da avere per il futuro un documento che accerti in contraddittorio lo stato dei luoghi. Tuttavia, anche per mantenere i buoni rapporti con il conduttore, tale strada è spesso difficilmente praticabile. Per la stessa ragione, difficilmente un conduttore sottoscriverà prima della restituzione dell'immobile un impegno a risarcire dei danni che non siano ancora stati provati nella loro esistenza e nel loro ammontare.

Qualsiasi altra soluzione non dà, purtroppo, le medesime garanzie di una perizia giudiziale o di uno specifico impegno scritto.

Ad ogni modo, è consigliabile inserire nel contratto di locazione in rinnovazione una clausola per cui il conduttore si impegna a conservare l'immobile nello stato in cui è stato ricevuto nel 19... (data del primo contratto) e con l'obbligo di restituirlo esattamente nelle condizioni in cui lo stesso versava in quell'anno, salva la normale usura. Si può anche specificare che il locatore non ha mai consentito modificazioni dell'immobile né le consente per il futuro, ribadendo con ciò che l'immobile dovrà essere restituito a fine locazione così come venne ricevuto oltre quarant'anni fa.
Altro suggerimento: se il locatore pensa che i danni possano avere una certa rilevanza, allora è bene prevedere un nuovo deposito cauzionale che possa in qualche modo garantire che almeno una parte dei danni sia certamente risarcibile, mediante trattenuta della somma.

Testi per approfondire questo articolo