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Articolo 696 bis Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n.1443)

Consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite

Dispositivo dell'art. 696 bis Codice di procedura civile

L'espletamento di una consulenza tecnica, in via preventiva, può essere richiesto anche al di fuori delle condizioni di cui al primo comma dell'articolo 696(1), ai fini dell'accertamento e della relativa determinazione dei crediti derivanti dalla mancata inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito(2). Il giudice procede a norma del terzo comma del medesimo articolo 696. Il consulente, prima di provvedere al deposito della relazione, tenta, ove possibile, la conciliazione delle parti(3).

Se le parti si sono conciliate, si forma processo verbale della conciliazione.

Il giudice attribuisce con decreto efficacia di titolo esecutivo al processo verbale, ai fini dell'espropriazione e dell'esecuzione in forma specifica e per l'iscrizione di ipoteca giudiziale.

Il processo verbale è esente dall'imposta di registro.

Se la conciliazione non riesce, ciascuna parte può chiedere che la relazione depositata dal consulente sia acquisita agli atti del successivo giudizio di merito.

Si applicano gli articoli da 191 a 197, in quanto compatibili.

Note

(1) Questo articolo è stato inserito dal D.L. 35/2005 con decorrenza dal 1 marzo 2006.
(2) A differenza dell'accertamento tecnico preventivo di cui alla precedente norma, la consulenza tecnica preventiva disciplinata dal presente articolo non richiede per il suo espletamento il periculum in mora, ovvero il pericolo che nell'attesa dell'instaurazione del processo di merito gli elementi di prova che necessitano di essere raccolti vengano dispersi.
(3) La consulenza tecnica preventiva può essere promossa nelle controversie relative al pagamento di somme di denaro, correlato ad illeciti contrattuali o extracontrattuali, potendo accertare anche l'an oltre al quantum del diritto fatto valere. La richiesta di consulenza tecnica preventiva si propone con ricorso al giudice che sarebbe competente per il merito, e lo scopo del consulente tecnico è quello di tentare la conciliazione delle parti.

Massime relative all'art. 696 bis Codice di procedura civile

Cass. n. 14187/2008

Il provvedimento col quale il giudice affermi o neghi la propria competenza per territorio a provvedere sull'istanza di accertamento tecnico preventivo a fini conciliativi, proposta ai sensi dell'art. 696 bis c.p.c., non ha alcuna efficacia preclusiva o vincolante nel successivo giudizio di merito. Esso, di conseguenza, non può essere impugnato col regolamento di competenza.

Cass. n. 19254/2007

Il provvedimento emesso dal presidente del tribunale col quale viene ammessa la consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite (art. 696 bis c.p.c.) non è suscettibile di ricorso per cassazione per violazione delle norme sulla competenza, né può essere impugnato con istanza di regolamento di competenza, perché non pregiudica le questioni relative alla sua ammissibilità o rilevanza e non ha, quindi, natura decisoria equiparabile a quella di una sentenza.

Cass. sez. un. n. 14301/2007

Il provvedimento di ammissione della consulenza tecnica preventiva di cui all'art. 696 bis c.p.c. ha carattere provvisorio e strumentale e non natura decisoria e definitiva. Tale, carattere, pertanto, non viene meno in considerazione della previsione al comma 1 della suddetta norma del tentativo di conciliazione fra le parti ad opera del consulente. Ne consegue che avverso il provvedimento de quo non sono ammissibili nè il ricorso straordinario per cassazione a norma dell'art. 111 Cost. e neppure i regolamenti di competenza e di giurisdizione.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 696 bis Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Anonimo chiede
sabato 21/10/2017 - Lombardia
“Buongiorno, sono un CTU con poca esperienza.
Sono stato incaricato a condurre una ATP per una lite riguardo per l'impianto di riscaldamento di un condominio.
Le parti cono costituite da Ricorrente, 2 Resistenti, 4 Terzi chiamati.
Alla prima riunione, in cui 2 Terzi chiamati erano assenti, sono riuscito a mettere in risalto l'opportunità di tentare una pacifica composizione.
Le parti Ricorrenti e i 2 Resistenti hanno condiviso l'opportunita e secondo gli accordi i 2 Resistenti valuteranno la proposta di conciliazione da parte del Ricorrente. I Terzi chiamati presenti non hanno fatto alcuna opposizione.
Ora documentandomi in rete, se tale accordo sarà condiviso dovrò redare il cosidetto "Verbale di Conciliazione". Tale procedura di redazione sarà fatta in loco con compiuter e stampante portatile.
Ma dato che, alla riunione per le operazioni peritali, non tutti i componenti della lite saranno presenti, sopratutto gli avvocati, vorrei sapere:
1) I Terzi chiamati dovranno firmare?
2) Per ciascuna Parte chi dovrà firmare? Il soggetto interessato, il legale, il CTP.
3) Nel caso di Parti assenti per la firma del "Verbale di Conciliazione" é consigliabile inviarne la copia firmata dai presenti, per via PEC con richiesta di firmarla digitalmente entro 7 giorni e rinviarla al CTU sempre per via PEC? Ovviamente in questo caso il "Verbale di Conciliazione" sarà costituito dal documento con tutte le firme congiunte in calce, più vari i documenti firmati digitalmente, il tutto da depositare in cancelleria per via telematica.”
Consulenza legale i 26/10/2017
Il verbale di conciliazione nell’ambito della procedura di accertamento tecnico preventivo è disciplinato dall’art. 696 bis c.p.c.: […] “Il consulente, prima di provvedere al deposito della relazione, tenta, ove possibile, la conciliazione delle parti. Se le parti si sono conciliate, si forma processo verbale della conciliazione.”

Il legislatore parla quindi espressamente di “parti”. La parte sta in giudizio tramite il suo avvocato (art. 82 c.p.c.).

L’art. 88 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile relativo al processo verbale di avvenuta conciliazione statuisce altresì che: “La convenzione conclusa tra le parti per effetto della conciliazione davanti al giudice istruttore è raccolta in separato processo verbale, sottoscritto dalle parti stesse, dal giudice e dal cancelliere. Se la conciliazione avviene tra i procuratori non autorizzati a conciliare, il giudice ne prende atto nel processo verbale di udienza e fissa un'udienza per la comparizione delle parti e per la formazione del processo verbale indicato nel comma precedente.”
Si evince quindi che la sottoscrizione di regola viene apposta dagli avvocati a meno che essi difettino di procura in tal senso.

Ragionando allo stesso modo, per individuare i soggetti che andranno a firmare il verbale occorre far riferimento anche all’art. 199 c.p.c. secondo cui “se le parti si conciliano, si redige processo verbale della conciliazione, che è sottoscritto dalle parti e dal consulente tecnico”.
Quanto al terzo chiamato in causa esso, anche se non originaria, è parte del giudizio tanto quanto ricorrenti e resistenti (si veda l' art. 271 c.p.c.).

Fatte queste brevi premesse, veniamo ora a rispondere ai quesiti posti.

La risposta al primo quesito è: Si, i terzi chiamati devono firmare essendo anche essi parte del procedimento.
La risposta al secondo quesito è: per ciascuna parte dovrà firmare il proprio avvocato munito di apposita procura speciale (della quale si dovrà dare atto nel verbale). Se essa manca, allora dovrà intervenire la parte personalmente. Di contro, nel silenzio del legislatore, riteniamo che non sia necessaria la sottoscrizione dei CTP. Dovrà invece firmare anche il CTU (si veda l'art. 199 c.p.c. sopra citato).
Quanto al terzo quesito, sarebbe preferibile che l’atto venisse sottoscritto da tutte le parti all’incontro e non in diversi momenti e con diverse modalità.
Ad ogni modo, se ciò non fosse possibile, riteniamo che sia comunque praticabile la soluzione proposta dall’utente considerato che la firma digitale ha comunque valore legale. In tal caso, sarebbe comunque necessario dare atto nel verbale del numero di originali in cui viene redatta la scrittura.

Giuseppe C. chiede
venerdì 14/10/2016 - Marche
“Si è tentato, col vicino, il procedimento di cui all'art. 696/bis. La perizia del CTU è stata a noi favorevole ma la parte non ha aderito alla conciliazione. Domanda: all'udienza di "Precisazioni delle conclusioni" dell'appello in 2° grado della decisione del Giudice di 1^ istanza di rigetto della domanda di avvenuta usucapione della particella discussa "per indeterminatezza del petitum" è producibile la perizia del CTU concessa con l'art, 696/bis ? Questa perizia è tuttavia successiva alla Sentenza di 1° grado. Infine, in via subordinata, si può chiedere in 2° grado e con le "Precisazioni" l'eventuale nomina di un CTU non richiesto in 1° grado ? Grazie.”
Consulenza legale i 20/10/2016
La regola sull’utilizzabilità delle risultanze del 696 bis bis c.p.c. è definita dal penultimo comma di tale articolo: “Se la conciliazione non riesce, ciascuna parte può chiedere che la relazione depositata dal consulente sia acquisita agli atti del successivo giudizio di merito”: ciò significa che, nel momento in cui viene instaurato quest’ultimo e si tratta di formulare le richieste di prova, la parte può chiedere l’acquisizione agli atti della relazione depositata all’esito del giudizio preventivo.

Nel processo esistono, tuttavia, le cosiddette “preclusioni”: ciò significa che, decorso un certo termine e/o esaurita una determinata fase processuale, non sono più possibili alcuni comportamenti e/o produzioni.

Nel caso in esame, se la relazione non viene prodotta con le memorie scritte della prima fase di giudizio (art. 183 c.p.c.) ed in particolare entro i termini di deposito della seconda di tali memorie (sono complessivamente tre, di cui la seconda è quella deputata appunto alla richiesta di prove), non si potrà più produrla né produrre documenti nuovi nel prosieguo del giudizio.

L’udienza di precisazione delle conclusioni è l’ultima udienza del processo, nel corso della quale è assolutamente vietata non solo la produzione di documenti, ma altresì qualunque richiesta istruttoria nuova (salvo la riproposizione delle istanze istruttorie già avanzate in corso di causa ma rigettate dal Giudice, che potrebbe in effetti cambiare idea prima di chiudere il giudizio con la sentenza).
Anche la richiesta, quindi, di nomina di un CTU – se in primo grado la consulenza non era stata richiesta - non sarà possibile.

Ciò vale per il primo grado di giudizio ma a maggior ragione nel grado di appello, dove secondo l’art. 345 c.p.c. “Non sono ammessi i nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile.”

Andrea D. V. chiede
domenica 15/02/2015 - Veneto
“Buon giorno,
sono proprietario di un lotto edificabile intercluso, in quanto al momento non sono inscritte servitù di passaggio nei lotti confinanti. L'accesso al lotto può essere ottenuto iscrivendo una servitù di passaggio su una delle due stradine esistenti che costeggiano il lotto dai lati sud e nord; tuttavia mentre il lato sud consentirebbe un facile accesso, interesserebbe solo un lotto confinante, e non richiederebbe nessun intervento edile, l'accesso dal lato nord interesserebbe numerosi lotti, prevenderebbe una strada molto più lunga, necessiterebbe di costosi lavori edili per predisporre una rampa di accesso finale al lotto, che alla fine deturperebbe la conformazione del lotto stesso sottraendo numerosi metri quadri di area edificabile che sarebbero occupati dalla rampa di accesso.
Entrambi i proprietari dei fondi confinanti si oppongono alla concessione della servitù, in particolare il proprietario del fondo che insiste nell'accesso sud, sostiene che tale stradina è in verità il suo cortile.
Il primo quesito è: stante la notevole differenza in costi di realizzazione tra le due opzioni nord e sud, la legge garantirebbe l’opzione sud? Quali sono inoltre, le basi che consentono di sostenere l’esistenza di un cortile e quindi l’impossibilità di concedere la servitù di passaggio, anche alla luce che tale area è utilizzata dallo stesso confinante per accedere alla sua casa e ivi parcheggiare le sue auto?
Secondo punto: il mio avvocato ha richiesto perizia tecnica preventiva con art. 696 bis cpc, ai fini di stabilire giuridicamente l’accesso ottimale e inquadrare un processo di conciliazione; tale richiesta è stata rifiutata dal giudice con la motivazione che tale articolo si applica solo '' ai fini dell'accertamento e della relativa determinazione dei crediti derivanti dalla mancata inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito'', negando quindi che ci sia un obbligo contrattuale in essere tra le parti in quanto al momento non risulta inscritta nessuna servitù, come commentate tale sentenza?”
Consulenza legale i 18/02/2015
Quando, in forza di legge, il proprietario di un fondo ha diritto di ottenere da parte del proprietario di un altro fondo la costituzione di una servitù, ad esempio una servitù di passaggio, questa, in mancanza di contratto, può essere costituita con sentenza, dice l'art. 1032 del c.c..

Quanto all'individuazione del luogo di esercizio concreto della servitù, il secondo comma dell'art. 1051 del c.c. è assolutamente chiaro: "Il passaggio si deve stabilire in quella parte per cui l'accesso alla via pubblica è più breve e riesce di minore danno al fondo sul quale è consentito". L'espressione è talmente autoesplicativa che non necessita particolari interpretazioni.
La dottrina e la giurisprudenza (v. ad esempio Cass. civ., n. 10045/2008) hanno sancito che i criteri stabiliti dall'art. 1051 debbano essere applicati anche per individuare il fondo destinato ad essere gravato dalla servitù, nel caso in cui il fondo intercluso sia circondato da una pluralità di fondi, tutti astrattamente suscettibili di essere assoggettati al passaggio.
Si dovrà quindi compiere una valutazione unitaria e completa, comprensiva sia della scelta del fondo, che del luogo specifico ove esercitare la servitù, al fine di adottare la soluzione più equa: nel nostro caso, se l'opzione "sud" è quella di più facile realizzazione e di minore aggravio sia per il proprietario del fondo servente che per quello del fondo dominante, questa sarà la scelta che il giudice - eventualmente adito - dovrà operare nel costituire la servitù coattiva di passaggio.

L'ultimo comma del già citato art. 1051 stabilisce che sono esenti dalla servitù di passaggio le case, i cortili, i giardini e le aie ad esse attinenti: questa, quindi, è la norma a cui si appella il vicino del lato "sud". Tuttavia, per "cortili" vanno intesi esclusivamente gli spazi aperti che abbiano la funzione di disimpegno di una o più case, accertando la destinazione che in concreto è stata impressa all'area, con riguardo anche alla situazione dei luoghi (cfr. Cass. civ., 2706/1996). Inoltre, il giudice, nell'accertare se si tratti o meno di cortile, dovrà tenere conto non solo della destinazione attuale, ma anche di quella potenziale, in base alla conformazione dei luoghi (Cass. civ. n. 9116/2012: "In materia di servitù di passaggio coattivo, la disposizione dell'art. 1051, quarto comma, c.c., che esenta da detta servitù le case, i cortili, i giardini e le aie ad esse attinenti, contiene un'elencazione tassativa che trova la sua "ratio" nell'esigenza di tutelare l'integrità delle case di abitazione e degli accessori che le rendono più comode; ne consegue che, per stabilire se sussista o meno l'ipotesi del cortile o del giardino, occorre aver riguardo alla loro destinazione non soltanto attuale, ma anche potenziale, desumibile dalla situazione dei luoghi").
Nel caso di specie, si dovrà valutare nel concreto se il luogo che il confinante chiama "cortile" sia davvero tale o se piuttosto non sia un'area scoperta che lo stesso utilizza già come parcheggio delle proprie auto e che consenta quindi il passaggio del proprietario del fondo intercluso, come sembra.

Infine, l'ultima domanda merita una attenta riflessione. La motivazione della sentenza cita quanto sancisce l'art. 669 bis c.p.c. (l'accertamento tecnico preventivo a fini conciliativi può essere proposto "ai fini dell'accertamento e della relativa determinazione dei crediti derivanti dalla mancata inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito").
In effetti, la ratio dell'istituto è quella di quantificare il diritto fatto valere (sulla cui esistenza non si discute, se non in via incidentale, senza che quindi possa formarsi alcun giudicato sul punto). Lo scopo proprio del rimedio è quello di apprestare uno strumento mediante il quale le parti possano usufruire di una modalità per la determinazione delle eventuali conseguenze lesive connesse ad inadempimenti nell'esecuzione di prestazioni obbligatorie o a fatti dannosi di natura extracontrattuale.
Nel caso in esame, appare indubbio che non vi sia allo stato un contratto. Tuttavia, si potrebbe eccepire, esiste un diritto - azionabile in giudizio - ad ottenere la costituzione coattiva di una servitù.
Anche se appare pacifico che nel corso di un giudizio ordinario possa aversi una consulenza tecnica che accerti l'interclusione del fondo e valuti dove collocare la servitù, ci sembra tuttavia che questo esame non possa essere oggetto di una consulenza preventiva ai sensi dell'art. 696 bis, perché la norma è chiaramente indirizzata alla predeterminazione del quantum di un diritto di credito: la facoltà di ottenere la costituzione di una servitù in via coattiva non può configurarsi come diritto di credito in senso stretto, essendo piuttosto un atto giuridico lecito produttivo di conseguenze ai sensi di legge (e l'art. 696 bis parla solo di atto "illecito"). Forse, la controparte avrebbe potuto esperire tale azione preventiva per chiedere la quantificazione dell'indennità dovuta ai sensi dell'art. 1051, anche se permarebbe il fatto ostativo che tra le parti non vi era alcun contratto.

Sandro G. chiede
lunedì 01/12/2014 - Lazio
“Il mio box - situato al piano interrato della palazzina D - confina col muro di contenimento di un giardino privato posto al piano terra – e quindi in posizione sovrastante - della successiva palazzina E. Alcuni anni fa tale giardino venne pavimentato, senza che tuttavia si provvedesse alla canalizzazione delle acque reflue le quali, per la pendenza data al lastricato, confluiscono verso il bordo esterno del giardino, imbibendolo. Probabilmente a causa di tale erroneo intervento, il muro di contenimento del terrapieno, realizzato in blocchetti di tufo, da alcuni anni ha iniziato a ‘spanciarsi’ fino ad invadere l’intercapedine che lo separa dal mio box e a lesionarne la parete interna, che è stata ora abbattuta per motivi di sicurezza. Ancora più a rischio è peraltro la condizione di un altro box, parimenti confinante col terrapieno, non più utilizzato dal proprietario nel timore di crolli. A chi spetta di intervenire per riportare in sicurezza i due box e il muro di contenimento? Per parte mia ritengo che, poiché il muro è interamente edificato nel perimetro del fondo sovrastante, esso per accessione ex art. 934 cc appartenga in toto al proprietario del giardino e che l’onere di spesa sia interamente a suo carico – a prescindere dall’imputabilità a lui o meno della causa dello ammaloramento del muro . Di diverso avviso è invece il proprietario del giardino, il quale sostiene che il muro sia muro divisorio e che la spesa vada ripartita imputando al lui il 50% e ai due box confinanti il 25% ciascuno. Peraltro, in mancanza di un accord, nessuna azione è stata ancora iniziata per riparare il danno alle strutture murarie e riportare in condizione di sicurezza I due box. A chi spetta di intervenire e a carico di chi sono i relativo costi? Il condominio può in qualche modo essere coinvolto? Visto che l’oggettivo stato di pericolo venutosi a creare si aggrava col passare del tempo, quale azione conviene intraprendere, anche in vista di un eventuale azione risarcitoria?”
Consulenza legale i 01/12/2014
Volendo ragionare esclusivamente su chi debba sostenere le spese di rifacimento del muro di contenimento, a prescindere da responsabilità di varia natura circa il suo ammaloramento, si deve prima di tutto stabilire la proprietà di quel muro. Il/I proprietario/i del muro saranno i soggetti preposti a sostenere le spese di ricostruzione (che poi potranno farsi risarcire dal responsabile civile).

E' “muro di contenimento” quel manufatto avente la funzione di impedire lo smottamento di una scarpata o, comunque, di un terrapieno.
Esso è considerato costruzione in senso giuridico laddove il dislivello tra i terreni sia stato creato artificialmente ("in caso di fondi a dislivello non può considerarsi "costruzione" ai fini e per gli effetti dell'art. 873 c.c. il muro di contenimento realizzato per evitare smottamento o frane. Nel caso invece di dislivello derivante dall'opera dell'uomo devono, invece, considerarsi costruzioni in senso tecnico - giuridico il terrapieno ed il relativo muro di contenimento che lo abbiano prodotto o che abbiano accentuato quello già esistente per la natura dei luoghi", Cass. civ., sez. II, 21.5.1997, n. 4541).
L'art. 934 del c.c. stabilisce che qualunque piantagione, costruzione od opera esistente sopra o sotto il suolo appartiene al proprietario di questo, ma fa salvo quanto è disposto dagli articoli 935, 936, 937 e 938 e sottolinea che una situazione differente può essere disposta dal titolo (es. contratto di acquisto dell'immobile) o dalla legge.
Quindi, nell'ignoranza del contenuto dei diversi titoli di proprietà coinvolti nella vicenda e, in generale, non potendo constatare la situazione di fatto in tutte le sue diverse sfumature, non ci è possibile rispondere con precisione in punto di proprietà del muro di contenimento.

Tuttavia, si possono dare alcune indicazioni di massima.
Dalla descrizione dei luoghi, ci sembra di capire che esistono due palazzine (si tratta di due condomini autonomi? o la palazzina E ha un unico proprietario?): nella palazzina D, il muro interno dei box e il muro di contenimento del giardino sono separati da una intercapedine.

Secondo la giurisprudenza, salvo casi particolari e a meno che non risulti diversamente dal titolo, l'intercapedine creata dal costruttore, tra il muro di contenimento del terreno che circonda i piani interrati o seminterrati dell'edificio ed il muro che delimita questi piani, deve considerarsi comune ai proprietari delle unità immobiliari dell'intero edificio, “quando sia in concreto accertato che è destinata a fare circolare l'aria e ad evitare umidità ed infiltrazioni d'acqua sia a vantaggio dei piani interrati o seminterrati sia a vantaggio delle fondamenta e dei pilastri, che sono parti necessarie per l'esistenza di tutto il fabbricato” (Cass., sez. II, 10.5.1996, n. 43919).

Ma se anche l'intercapedine può essere considerata di proprietà condominiale, per le ragioni appena esposte, non si capisce invece come si possa ritenere che il muro di contenimento del terrapieno sia in comproprietà con i proprietari dei box auto (o del condominio D), visto che non si tratta di un muro divisorio comune ma, appunto separato da uno spazio. In altre parole, fino all'intercapedine si può ragionevolmente supporre che ci sia una proprietà dei condomini della palazzina D, ma oltre non sembra verosimile.

Ci sembra quindi, senza pretese di dare una risposta precisa, per tutte le ragioni sopra evidenziate, che il muro di contenimento sia di proprietà esclusiva del proprietario del giardino sovrastante o, al più, che possa configurarsi come bene comune dell'eventuale condominio esistente nella palazzina E. Quindi, ad egli spetterebbe l'onere di sopportare i costi di rifacimento del muro contenitivo del terrapieno.

Quanto al condominio esistente nella palazzina D, esso può essere coinvolto esclusivamente laddove il muro da rifare sia qualificabile come bene comune a tutti i condomini: diversamente, non sussiste ragione per cui il condominio dovrebbe accollarsi un qualsiasi onere ad esso inerente. Nel caso di specie, non si comprende quale sarebbe la funzione e l'utilità per il condominio nella palazzina D di un muro che contiene il sovrastante giardino annesso ad una diversa palazzina (tuttavia - si continua a ripetere - il titolo o l'indagine sui luoghi potrebbero condurre a una diversa soluzione). Al più, se la parete interna dei box auto fosse considerabile quale muro portante o comunque parte comune del condominio D, questo sarebbe tenuto a sopportare le spese del rifacimento di questo solo muro, non di quello che contiene il terrapieno.

La pericolosità della situazione, con il rischio di crolli, impone l'esperimento immediato di una azione giudiziale, mancando ogni accordo tra le parti. Poiché risulta ormai imprescindibile l'esigenza di procedere alla sistemazione del muro, si consiglia di depositare con una certa urgenza un ricorso per accertamento tecnico preventivo (art. 696 del c.p.c.; oppure art. 696 bis del c.p.c. se si punta ad una conciliazione immediata, ipotesi da preferire). In tal modo, un consulente tecnico incaricato dal tribunale si occuperà di mettere nero su bianco in un elaborato peritale la situazione di fatto, con possibilità per le parti di farsi seguire da un proprio consulente tecnico che possa controbattere o puntualizzare lo studio del c.t.u.
Una volta ottenuta la perizia giurata (il procedimento dovrebbe di regola concludersi in pochi mesi), si potrà procedere alla realizzazione delle opere, senza temere di non essere in grado di provare, in un futuro giudizio, la situazione dei luoghi prima degli interventi riparatori.
E' evidente che i lavori dovranno coinvolgere non solo il muro, ma anche il giardino sovrastante, posto che l'erronea costruzione delle pendenze porterà sempre ad una sovrabbondanza di acque concentrate dietro il muro dei box auto interrati, potendosi così riproporre lo stesso problema di infiltrazioni. Naturalmente, queste valutazioni sono rimesse al c.t.u., che potrà a tutti gli effetti svolgere ogni opportuna indagine sui luoghi oggetto di causa.

Una volta ottenuta la perizia, si potrà agire nei confronti del proprietario del giardino ai sensi dell'art. 1172 del c.c., per ottenere una tutela preventiva volta ad ovviare al pericolo di crolli (il giudice ha ampia discrezionalità nel decidere il rimedio contro tale pericolo).
Infine, per ottenere un risarcimento pecuniario, bisognerà agire con un'ordinaria azione di responsabilità civile contro i soggetti che possano individuarsi quali colpevoli dell'accaduto (costruttore, proprietario del giardino, etc.).

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