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Articolo 416 bis Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n.1398)

Associazioni di tipo mafioso anche straniere

Dispositivo dell'art. 416 bis Codice penale

(1) Chiunque fa parte di un'associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone (2), è punito con la reclusione da dieci a quindici anni.

Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da dodici a diciotto anni [112 n. 2].

L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione (3) del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali (4) (5).

Se l'associazione è armata si applica la pena della reclusione da dodici a venti anni nei casi previsti dal primo comma e da quindici a ventisei anni nei casi previsti dal secondo comma.

L'associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento della finalità dell'associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito.

Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà.

Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego [240] (6).

Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra, alla ‘ndrangheta (7) e alle altre associazioni, comunque localmente denominate anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso [32quater].

Note

(1) La norma è stata introdotta dalla art. 1 della l. 13 settembre 1982, n. 646.
(2) Dato che il fenomeno mafioso si caratterizza per l'elevato numero di partecipanti, dottrina e giurisprudenza escludono l'applicabilità al reato in esame della circostanza di cui all'art. 112 n. 1.
(3) La giurisprudenza prevalente ritiene che la formula "si avvalgono della forza di intimidazione" debba essere intesa nel senso che l'associazione abbia come programma il ricorso alla forza di intimidazione per realizzare i propri scopi, quindi non viene ritenuto necessario l'effettivo ricorso dell'associazione al compimento di atti intimidatori. Quindi non necessariamente deve esservi il ricorso ad atti di minaccia, deve però sussistere un alone penetrante e avvertibile di presenza intimidatoria e sopraffattrice, frutto di uno stile di vita consolidato nel tempo.
(4) Il comma terzo è stato integrato dal d.l. 8 giugno 1992, n. 306 convertito in l. 7-8-1992, n. 356.
(5) La disposizione in esame si differenzia dall'associazione per delinquere (v. 416) relativamente alle finalità, in quanto, oltre alla commissione di delitti, l'associazione in esame può perseguire anche finalità lecite avvalendosi del mezzo illecito della forza di intimidazione. Di conseguenza è sufficiente la presenza di una soltanto delle finalità indicate dalla norma, al cui elencazione è tassativa.
(6) Tale comma prevedeva inoltre un ulteriore previsione poi abrogata dall'art. 36, l. 19 marzo 1990, n. 55, la quale prevedeva che: "Decadono inoltre di diritto le licenze di polizia, di commercio, di commissionario astatore presso i mercati annonari all'ingrosso, le concessioni di acque pubbliche e i diritti ad esse inerenti nonché le iscrizioni agli albi di appaltatori di opere o di forniture pubbliche di cui il condannato fosse titolare".
(7) Il riferimento alla ‘ndrangheta è stato inserito dall’art. 6, comma 2, del D.L. 4 febbraio 2010, n. 4, convertito con modificazioni, nella l. 31 marzo 2010, n. 50.

Ratio Legis

La norma è stata introdotta nel 1992 per far fronte al fenomeno mafioso, non essendo sufficiente la previsione di cui all'art. 416.

Spiegazione dell'art. 416 bis Codice penale

La norma in esame è diretta a tutelare l'ordine pubblico, minacciato dall'utilizzo della forza di intimidazione e dalla conseguente condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva.

Per promotore è da intendersi colui che ha stimolato inizialmente l'associazione; per costitutore colui che, insieme al promotore, determina la nascita del sodalizio, mentre per organizzatore colui che ne regolamenta l'attività.

Per quanto concerne il partecipe, egli è colui che mette stabilmente a disposizione il proprio contributo. Egli è inoltre stabilmente inserito nella struttura associativa, restando sempre a disposizione. Rileva quindi anche il mero concorso morale alla vita associativa, determinando un mero rafforzamento dei propositi. Non è inoltre richiesto alcun atto formale di inserimento.

Il reato in esame è un reato permanente, il quale si consuma nel momento in cui nasce un sodalizio concretamente idoneo a turbare l'ordine pubblico, ovvero quando la struttura organizzativa assume i connotati di pericolosità su descritti.

Data la già forte anticipazione della rilevanza penale, non è ammissibile il tentativo (art. 56).

Il metodo mafioso si concretizza dal lato attivo per l'utilizzo da parte degli associati della forza intimidatrice scaturente dal vincolo associativo mafioso e, dal lato passivo, per la situazione di assoggettamento ed omertà che tale forza intimidatrice determina nella collettività , in modo da indurre comportamenti non voluti, anche a prescindere dall'utilizzo di vere e proprie minacce o violenze.

È sufficiente che l'associazione goda di una certa fama di violenza di potenzialità di sopraffazione, sviluppando attorno a sé e nella comunità di riferimento una potenza intimidatrice attuale, concreta e stabile.
L'utilizzatore della forza intimidatrice deve comunque “avvalersi” di essa, o quantomeno lasciar intendere al soggetto passivo di far parte dell'associazione.

Per quanto concerne l'omertà, essa si ravvisa in un comportamento di non collaborazione con l'autorità, di reticenza e persino di favoreggiamento.
Importante è sottolineare che il pericolo per l'ordine pubblico è dato dalla stessa esistenza dell'associazione mafiosa ed a prescindere dalle finalità che essa persegue. Per tale motivo l'associazione può anche avere ad oggetto attività lecite.

Per quanto riguarda gli scopi dell'associazione, essi sono enucleati dalla norma (controllo di attività economiche, ostacolo del libero esercizio del voto ecc.) e sono posti in alternativa tra loro, nella misura in cui sia sufficiente il perseguimento di uno degli scopi.

La norma richiede la c.d. affectio societatis, ossia la consapevolezza di essersi vincolati all'associazione con la conoscenza dei connotati della stessa, fra cui gli scopi e l'utilizzo del metodo mafioso.

Chiaramente il reato in oggetto può concorrere con i singoli reati scopo commessi dall'associazione, al di là della partecipazione materiale ad essi (vi dev'essere tuttavia almeno una forma di concorso morale al delitto scopo).

La giurisprudenza maggioritaria ritiene inoltre che vi sia piena compatibilità tra vincolo della continuazione ex art. 81 e singoli reati scopo, qualora risulti che l'autore avesse già previsto in origine, al momento della sua adesione al sodalizio, l'iter criminoso da percorrere ed i singoli delitti attraverso cui il sodalizio è destinato ad esplicarsi.

Per quanto riguarda l'annosa questione del concorso eventuale in associazione mafiosa, figura di creazione giurisprudenziale data dalla combinazione dell'art. 110 e l'art. 416 bis, il concorrente esterno ed eventuale è colui che non vuole far parte dell'associazione e che l'associazione non chiama a far parte, ma di cui comunque si avvale per determinati scopi non raggiungibili in quel momento dagli associati. La figura in esame, e non la più grave partecipazione all'associazione, si presenta quando vi sia occasionalità dei singoli contributi prestati, la immediata funzionalità e strumentalità degli stessi per la struttura organizzativa dell'associazione, un rafforzamento dell'associazione dato dal contributo e la consapevolezza dell'extraneus di favorire, tramite il suo apporto, la vita dell'associazione.

Massime relative all'art. 416 bis Codice penale

Cass. pen. n. 8461/2017

In tema di associazione per delinquere di stampo mafioso, il sopravvenuto stato detentivo del soggetto non determina la necessaria ed automatica cessazione della sua partecipazione al sodalizio, atteso che la relativa struttura - caratterizzata da complessità, forti legami tra gli aderenti e notevole spessore dei progetti delinquenziali a lungo termine - accetta il rischio di periodi di detenzione degli aderenti, soprattutto in ruoli apicali, alla stregua di eventualità che, da un lato, attraverso contatti possibili anche in pendenza di detenzione, non ne impediscono totalmente la partecipazione alle vicende del gruppo ed alla programmazione delle sue attività e, dall'altro, non ne fanno venir meno la disponibilità a riassumere un ruolo attivo alla cessazione del forzato impedimento. (Nella fattispecie, la Corte ha ritenuto corretta la decisione con cui il tribunale del riesame aveva reputato sussistere la permanenza del vincolo associativo in capo all'indagato - "braccio destro" del capoclan - nonostante la sofferta detenzione, sottolineando come i suoi contatti con il medesimo, e con l'intero gruppo, fossero nel frattempo continuati anche in ragione della periodica erogazione di somme di denaro da parte del sodalizio).

Cass. pen. n. 53423/2016

Alla circostanza aggravante di cui all'art. 7, comma 1, del D.L. n. 152/1991, conv. con modif. in legge n. 203/1991, che si articola nella duplice ipotesi dell'avvalersi delle condizioni previste dall'art. 416 bis c.p. e dell'avere agito al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, deve riconoscersi carattere oggettivo, quanto alla prima di dette ipotesi, e carattere soggettivo, quanto alla seconda.

Cass. pen. n. 52607/2016

Ai fini dell'applicazione di misure di prevenzione nei confronti di un condannato per il reato di associazione di tipo mafioso, qualora sia intercorso un apprezzabile lasso di tempo tra l'accertamento in sede penale e la formulazione del giudizio di prevenzione, l'attualità della pericolosità sociale può essere desunta, oltre che dalla condanna definitiva del proposto per il reato di cui all'art. 416 bis cod. pen., anche dall'assenza di elementi idonei a dimostrare il recesso dall'associazione. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi il provvedimento nel quale veniva sottolineata la mancanza di prova del venir meno dell'associazione di stampo mafioso, nonostante lo stato di detenzione di alcuni compartecipi, nonchè l'elevato livello di coinvolgimento ed il rango assunto dal prevenuto nelle attività del gruppo criminoso).

Cass. pen. n. 44644/2016

In sede di applicazione o conferma della misura cautelare in carcere per il reato di partecipazione ad associazione di stampo mafioso, il giudice non ha l'obbligo di dimostrare in positivo la ricorrenza della pericolosità dell'indagato, essendo sufficiente - in virtù della presunzione relativa della sussistenza delle esigenze cautelari contenuta nell'art. 275, comma terzo, cod. proc. pen. - che egli dia atto dei gravi indizi in merito all'ipotesi di reato sopra menzionata e dell'inidoneità degli elementi, eventualmente evidenziati dall'indagato o dalla sua difesa, a superare detta presunzione.

Cass. pen. n. 33775/2016

Ai fini della configurabilità della circostanza aggravante prevista dall'art. 628, comma terzo n. 3, cod. pen., non è necessario che l'appartenenza dell'agente a un'associazione di tipo mafioso sia accertata con sentenza definitiva, ma è sufficiente che tale accertamento sia avvenuto nel contesto del provvedimento di merito in cui si applica la citata aggravante.

Cass. pen. n. 18132/2016

In tema di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, ai fini della configurabilità del dolo diretto occorre che l'agente, pur in assenza dell'"affectio societatis" e, cioè, della volontà di far parte dell'associazione, sia consapevole dei metodi e dei fini della stessa nonchè dell'efficacia causale della propria attività di sostegno per la conservazione o il rafforzamento della struttura organizzativa, essendo a tal fine sufficiente che egli abbia previsto ed accettato tale effetto come risultato non solo possibile, bensì certo, o comunque altamente probabile, della propria condotta. (In motivazione, la Corte ha affermato che, ai predetti fini valutativi, si deve tener conto anche delle massime di esperienza desumibili, fra l'altro, dai rapporti intrattenuti con i membri del sodalizio a fini elettorali, dalla sua conoscenza del ruolo che i suddetti membri ricoprivano nell'ambito della cosca, nonchè dalle connotazioni qualitative e quantitative dell'attività prestata in favore dei singoli sodali o del sodalizio).

Cass. pen. n. 16/1994

È configurabile il concorso eventuale nel reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. (Nell'affermare il principio di cui in massima, la Suprema Corte ha sottolineato la diversità di ruoli tra il partecipe all'associazione e il concorrente eventuale materiale, nel senso che il primo è colui senza il cui apporto quotidiano, o comunque assiduo, l'associazione non raggiunge i suoi scopi o non li raggiunge con la dovuta speditezza; è, insomma colui che agisce nella «fisiologia», nella vita corrente quotidiana dell'associazione, mentre il secondo è, per definizione, colui che non vuol far parte dell'associazione e che l'associazione non chiama a «far parte», ma al quale si rivolge sia per colmare vuoti temporanei in un determinato ruolo, sia, soprattutto, nel momento in cui la «fisiologia» dell'associazione entra in fibrillazione, attraversando una fase «patologica» che, per essere superata, richiede il contributo temporaneo, limitato anche ad un unico intervento, di un esterno, insomma è il soggetto che occupa uno spazio proprio nei momenti di emergenza della vita associativa).

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