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Articolo 2033 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Indebito oggettivo

Dispositivo dell'art. 2033 Codice civile

Chi ha eseguito un pagamento non dovuto (1) [1189] ha diritto di ripetere ciò che ha pagato [1185 2, 1463, 1952 3]. Ha inoltre diritto ai frutti e agli interessi dal giorno del pagamento, se chi lo ha ricevuto era in mala fede, oppure, se questi era in buona fede, dal giorno della domanda [1148, 2036; 39 l.f.].

Note

(1) La norma contempla l'ipotesi in cui il debito non sussiste, cioè è privo di qualsiasi causa di giustificazione. Quindi, non solo il caso in cui non è mai sorto ma anche quello in cui è già stato estinto con adempimento (1176 ss. c.c.) o altro mezzo (novazione 1230 c.c., remissione 1236 c.c., compensazione 1241 c.c., confusione 1253 c.c.). Rientra, inoltre, anche l'ipotesi in cui venga retroattivamente meno il negozio fondamentale, come accade, ad esempio, in caso di annullamento (1441 c.c.) o risoluzione (1453 ss. c.c.). Infine, si comprende anche l'indebito soggettivo ex latere creditoris che sussiste quando chi paga ha un debito ma non nei confronti del destinatario del pagamento bensì verso un terzo.

Ratio Legis

Se non esiste un debito, non ha senso effettuare un pagamento: quindi chi lo ha eseguito ha diritto alla restituzione di quanto versato.
Ha diritto, inoltre, alla restituzione di frutti ed interessi: se non avesse fatto il pagamento, questi sarebbero stati suoi. La loro restituzione segue la regola dettata per la restituzione dei frutti, che distingue a seconda della buona o mala fede dell'accipiens (1148 c.c.).

Brocardi

Condictio indebiti
Condictio indebiti ob causam finitam
Condictio indebiti sine causa
Cuius per errorem dati repetitio est, eius consulto dati donatio est
Ea quae per errorem omissa vel soluta sunt, condici possunt
Ex persona creditoris
Indebitum ex re
Quod indebitum per errorem solvitur, aut ipsum, aut tantundem repetitur
Restitutio in integrum
Si sciens se non debere solvit, cessat repetitio
Solutio indebiti

Spiegazione dell'art. 2033 Codice civile

Concetto e contenuto dell’indebito oggettivo

L' indebito oggettivo presuppone la mancanza di un'obbligo.

Così si è detto al n. 790 della relazione al codice per precisare il contenuto del principio fondamentale, enunciato nell'art. 2033, in quanto afferma il diritto di ripetere ciò che é stato corrisposto per un pagamento non dovuto.

L'obbligazione, di cui la norma in esame presuppone la mancanza, dev'essere, dunque, intesa in senso strettamente giuridico: essa è, cioè, un’obbligazione di cui nuovo codice non aveva voluto enunciare il concetto, preferendo precisare il concetto della prestazione nella quale si concretizza l'oggetto dell' obbligazione, e indicandone come caratteristiche la patrimonialitá della prestazione e la sua corrispondenza a un interesse anche morale del creditore (n. 557 relaz. al cod. civ. e art. 1174 cod. civ.): di modo che assurga a figura giuridica distinta « da quegli altri obblighi i quali, per quanto diano luogo ad azione, tuttavia non hanno contenuto patrimoniale diretto o di riflesso », e « dagli altri che costituiscono la sfera della vita morale e sociale, e da cui non evadono o perchè rispondono a bisogni universali meno sentiti o perché il valore e il motivo della loro esi­stenza consiste nella spontaneità del loro adempimento » (n. 557 relaz. al cod. civ.). Se ne parlerà ancora nel commento all'art. 2034.

Perché il pagamento non sia dovuto non deve sussistere, per alcun titolo, il dovere giuridico di eseguirlo: non dev'essere, cioè, un rapporto di diritto, cui la legge conceda tutela e azione, per ottenere coattivamente l'adempimento di quella prestazione che, invece, venne adempiuta.

In conseguenza integra l'indebito oggettivo il semplice fatto d'un pagamento eseguito — e correlativamente ricevuto senza causa. Perciò un
tale pagamento, come si dirá, non può essere che dovuto ad errore.

Da tale concetto consegue che ricorre l'indebito oggettivo anche quando il dovere giuridico d'eseguire il pagamento sussista, ma per adempiere una prestazione diversa, nella sua entità reale, da quella per la quale il pagamento é avvenuto. La mancanza, infatti, d'un dovere giuridico ad eseguire la prestazione che, invece, per errore viene eseguita, riconduce anche tale pa­gamento sotto il principio enunciato: quello, cioè, della sua esecuzione come un semplice fatto senza causa.

Lo stesso dicasi per ciò che eccede, nella misura, il pagamento d'un de­bito: e anche per ciò che é realmente dovuto, ma che può essere negato per una giusta e legittima eccezione.

Così é anche ammessa la ripetizione del pagamento d'un debito prescritto: essa é soltanto esclusa — e il pagamento avvenuto dà luogo soltanto a un'obbligazione naturale (art. 2940 cod. civ.) — quando il debito prescritto sia stato pagato spontaneamente.

Del pari la ripetizione é negata — e perció non ricorre indebito oggettivo in ipotesi di pagamento fatto o di altra prestazione data nella consapevolezza che potevano essere ricusati perchè, a rigore di diritto, non do­vuti, mentre furono eseguiti per delicatezza, per motivo d'onore, e simili: tanto meno quando la prestazione venga adempiuta coll'animo di donare.

Neppure può ripetersi ciò che sia stato pagato anticipatamente, anche se il debitore ignorava l'esistenza del termine — salva la possibilità d'esperire l'azione d'arricchimento, nei limiti della perdita subita, per ripetere ciò di cui il creditore si sia arricchito per effetto del pagamento anticipato (arti­colo 1185).


Presupposto dell’errore del solvente, non dell’accipiente

In base al codice del 1865 si faceva, però, per la ripetizione dell'indebito, questa distinzione.

C'era il già citato art. 1237 prima parte, comprensivo di tutte le ipotesi d'indebito diverse dalla condictio indebiti e, nella sua generalità, riferibile a tutte le condictiones del diritto romano (mancanze di causa, sua illiceità, suo successivo venir meno, ecc.), che contemplava il pagamento compiuto senza errore, o, meglio, indipendentemente dall'errore del solvens: per modo che l'errore era un elemento estraneo al fatto del pagamento e all'azione data per ripeterlo.

C'erano gli art. 1145, 1146 c.c., del pari citati, che disciplinavano la condictio indebiti propriamente detta, nella doppia ipotesi già ricordata dell'indebitum ex re e dell'indebitum ex personis, i quali, invece, presupponevano sempre, come elemento essenziale, l'errore del solvens: di fatto o di diritto, scusabile o inescusabile.

Il nuovo codice non dice che, per la ripetizione dell'indebito oggettivo, è necessario, in chi paga, il concorso d'un errore. Per la formula dell'art. 2033 basta l'esecuzione d'un pagamento oggettivamente non dovuto.

All'errore, invece, è fatto esplicito riferimento — e, anzi, è richiesto come requisito necessario — nella nozione ch'è data dell'indebito soggettivo. Lo si vedrà commentando l'art. 2036.

Ora è da ritenersi che l'errore debba ricorrere, come elemento dell'in­debito oggettivo, anche nella disciplina dell'art. 2o33?

È utile ricordare che, vigente il codice del 1865, e superata la prima distinzione, fatta dalla dottrina, che il concorso dell'errore fosse necessario soltanto per l'indebitum ex personis di cui all'art. 1146 e non anche per l'indebitum ex re di cui all'art. 1145, s'era tuttavia rilevato 3 che l'efficacia di quel requisito nell'indebitum ex re incideva in una così ristretta applicazione d'ipotesi da far dubitare veramente della sua essenzialità.

Si osservava, infatti, che il pagamento volontario e consapevole — cioè senza errore d'un debito inesistente escludeva ogni diritto di ripetizione perchè si risolveva in una donazione. Ma si aggiungeva che, applicando i principii in materia di donazione, la conseguenza che ne sarebbe derivata era questa: che se il pagamento eseguito configurava una donazione di cose mobili di modico valore (donazione manuale), allora, per la sua validitá, anche senza la mancanza dell'atto pubblico, la ripetizione di ciò ch'era stato donato — vale a dire di ciò ch'era stato indebitamente pagato — restava sempre esclusa; se, invece, il pagamento eseguito configurava un'altra ipotesi di donazione, allora l'inosservanza delle forme e dei requisiti richiesti e determinara la nullità dell'atto, non sanabile neanche con l'esecuzione volontaria e rendeva legittima la ripetizione di quanto era stato donato — vale a dire di quanto era stato indebitamente pagato — per mancanza di causa. Cosi il concorso dell'errore, come presupposto dell'indebitum ex re influiva in sostanza, e produceva un qualche effetto, giuridicamente apprezzabile, in quanto si fosse trattato di pagamenti di modesta entità riconducibili sotto il concetto delle donazioni manuali.

Ma non sembra che il nuovo codice abbia tenuto conto di questi rilievi per escludere, nell'indebito oggettivo, il requisito dell'errore come presupposto necessario del diritto alla ripetizione del pagamento effettuato.

La relazione della commissione reale al libro delle obbligazioni è esplicita: « Trasportato in questa sede il vecchio art 1237 dalla sede del pagamento in cui si trovava, e raccostata la disposizione sulle obbligazioni naturali a quella degli art. 1145-1147 (ora articoli 67 e 68), è tolta pagamento in cui si trovava, e raccostata la disposizione sulle bbligazionia naturali a quella ambiguità all'espressione del tutto generica « ciò che fu pagato senza essere dovuto è ripetibile » dell'antico art. 1237, ed è eliminato ogni possibile contrasto come ben aveva sostenuto una parte della dottrina) tra questo e quelli, restando chiarito che, per aversi ripetizione nelle obbligazioni civili, si ri­chiede come condizione l'error solventis.

Né apporta un apprezzabile argomento contrario, la struttura letterale della norma nella quale, diversamente dall'art. 1145 del codice abrogato, all'errore non è fatto alcun richiamo.

La struttura stessa — nella incisiva enunciazione del presupposto che, per esservi diritto a ripetizione di ciò che è stato pagato, dev'esservi un paga­mento non dovuto — supera la necessità dell' indicazione espressa dell'errore da parte del solvente: e, nel contempo, necessariamente lo presuppone.

Per il codice abrogato non era richiesto il concorso dell'errore dell'accipiente.

Neppure può essere richiesto, quale presupposto dell' indebito oggettivo, in base al nuovo codice.

Soltanto in ipotesi d' indebito soggettivo la necessità d'un errore dell'accipiente è presa in considerazione quando — come si dirà — viene esclusa la ripetizione dell' indebitamente pagato per essersi il creditore privato in buona fede del titolo o delle garanzie del credito. Lo stato soggettivo, in cui viene a trovarsi chi agisce in buona fede, non va scompagnato, infatti, da un qualche errore che ne é causa diretta o, almeno, concorrente. E allora — come si vedrà — ne derivano particolari effetti che come prova della sussistenza dell'obbligo finché non sia, per altro verso, provato l’errore in cui eventualmente ebbe a versare il solvens, e in tal caso può derivarne anche fondata e legittima la ripetizione; ma non rendono di per sè - e soltanto perchè provati - valido e legittimo l'effettuato pagamento, e perciò non escludono irrimediabilmente la possibilità della sua ripetizione.


Il pagamento

Per pagamento si intende – nel titolo dell’istituto e nella norma in esame - l'adempimento, in senso lato, dell'obbligazione o, meglio, della supposta obbligazione: cioè la praestatio eius quod est in obbligatione: quindi la dazione di denaro, di cose, di corpi certi in peso, numero e misura e, comunque, ogni adempimento che significhi esatta prestazione di ciò che si riteneva dovuto.

Oggetto della prestazione e del suo adempimento può essere anche la dazione di una cosa, oltreché in proprietà, anche in solo possesso. E la dottrina annovera, poi, come altrettanti possibili esempi di pagamento indebito, la concessione o la liberazione d'un diritto reale sulla o dalla cosa altrui; l’ estinzione d'un debito anche mediante novazione o remissione; il trasferimento d'un credito mediante cessione o novazione o promessa esplicita in forza di obbligazione scritta.

Perfino l'eccedenza d'una prestazione, nell'assolvere un'obbligazione legittima, pub costituire — come già dissi — materia di ripetizione.

È pagamento anche la prestazione d'un fatto cioè un'obbligazione di fare — purché sia valutabile in danaro: in questo caso il valore della prestazione pub essere sempre ripetuto da quegli cui la prestazione stessa fu data: non potrà esservi restituzione del percetto, ma restituzione per equivalente.

Quando, però, il pagamento indebito abbia avuto per oggetto una cosa determinata, il codice — come vedremo — l' ha sottoposta la ripetizione a una particolare disciplina con gli art. 2037 e 2038.

È irrilevante che il pagamento sia stato fatto per sè o per altri, e cioè l’ obbligazione cui si adempie sia un'obbligazione propria del solvens o di un terzo: quello ch' è necessario - e che costituisce una caratteristica differenziatrice dell' indebito oggettivo rispetto, come si vedrà, all' indebito soggettivo - è la mancanza dell' obbligazione nel senso sopra spiegato. tuttavia, precisare che soggetto del diritto della ripetizione, nell' indebito oggettivo, è sempre quegli che ha effettuato il pagamento non dovuto: esso è anche titolare della correlativa azione personale che deve rivolgere contro chi riceve indebito.

In ipotesi d' indebito pagato da un mandatario o da un rappresentante, come tale, del preteso debitore, l'esercizio del diritto di ripetizione e la correlativa azione spettano a costui, cioè al mandante o rappresentato.

Questo perchè sono imprescindibili effetti della rappresentanza la diretta ripercussione, nel patrimonio del rappresentato, delle conseguenze dell'atto compiuto dal procuratore, e il passaggio diretto e immediato al rappresentato dei diritti e degli obblighi derivanti dal negozio compiuto dal rappresentante.

Del pari, contro il mandante e il rappresentato dev'essere sperimentata l'azione, ove 1' indebito pagamento sia stato ricevuto, rispettivamente, dal loro mandatario o rappresentante.


L’azione di ripetizione: oggetto

Contenuto del diritto e scopo dell'azione di ripetizione - che, come detto, si risolve in un'azione personale per ottenere l’adempimento di un’obbligazione di restituzione - sono quelli di conseguire, appunto, la restituzione di ciò che fu indebitamente pagato, con tutti gli accessori: però, presupposto o condizione per l'esercizio di detta azione è la sussistenza di un danno.

Correlativamente a quanto si è detto sub 3, l'azione è diretta a con­seguire la restituzione del danaro nella stessa somma versata; o delle identiche cose, avute in proprietà o in possesso, se ancora esistono, osservate anche le norme dettate dagli articoli 876 e 877; o dei corpi certi nella stessa qualità e natura, e nello stesso peso, numero o misura di quelli che furono dati e ricevuti in pagamento; la revoca o l'annullamento degli atti mediante i quali fu consentito o riconosciuto un diritto, estinto un debito, trasferito un credito, ecc.

Anche la restituzione del prezzo di vendita d'un immobile, a seguito della nullità del contratto per mancata registrazione nel termine prescritto, è stato ritenuto che possa inquadrarsi nell'ipotesi dell'art. 2033 c.c., siccome omissione d'ascriversi ugualmente all'inerzia del compratore e del venditore.

Ma, da ultimo, la Cassazione ha considerata l'obbligazione che ne de­riva, quale obbligazione non di somma ma di valuta, ma di valore negando che le si possa applicare il principio nominalistico e affermando che il venditore, contro restituzione della cosa, è tenuto a versarne al compratore il valore al momento del suo accertamento giudiziale; e ció non come effetto del con­tenuto negoziale del contratto dichiarato nullo, ma come uno degli effetti della dichiarazione di tale nullità « precipuo quello — dice la sentenza —del ripristino della parità contrattuale, alla cui restaurazione è normalmente intesa l'azione d'annullamento ».

Con tale impostazione - e risoluzione - sorgono forti dubbi se una tale questione possa rimanere correttamente inquadrata sul fondamento dell'art. 2033 c.c. che, dell'obbligazione e dell'azione nascenti dall'indebito, stabilisce in termini precisi l’estensione e la finalità, limitandole alla ripeti­zione di ciò ch'è stato pagato, di frutti e agli interessi.

Come istituzione di carattere generale la ripetizione dell'indebito è, infine, applicabile anche nei confronti della pubblica amministrazione, per qualsi­voglia pagamento effettuato in dipendenza di obbligazioni civili fatta ecce­zione per quelle derivanti da transazione.


Restituzione dei frutti e degli interessi in rapporto allo stato di buona e di mala fede dell’accipiente

II diritto di ripetere ciò che fu indebitamente pagato si estende, in ogni caso, ai frutti e agli interessi: però con una diversità quanto alla loro decorrenza, e cioè dal giottb del pagamento se chi ebbe a riceverlo era in mala fede; dal giorno della domanda se era in buona fede.

La norma dell’art. 2033 è più completa di quella del vecchio codice che, soltanto dal principio enunciato dall’ art. 1147 del c.c. – secondo il quale chi avesse ricevuto il pagamento in mala fede era tenuto a restituire tanto il ca­pitale quanto gli interessi o i frutti dal giorno del pagamento — autorizzava a ricavarne a contrariis, che uguale obbligazione non sussisteva a carico del possessore di buona fede, il quale, come colui che abbia acquistato a non domino, ha un titolo apparente per fare suoi i frutti, ove li abbia percetti.

La norma é anche più completa perchè è nuova l'enunciazione che limita l'obbligo del pagamento degli interessi, per l'accipiente in buona fede soltanto a decorrere dal giorno della domanda.

La buona fede diversità di disciplina tra mala e buona fede è giustificata dalla considerazione che, nella seconda ipotesi, l'accipiente è d'aversi non solo come debitore, ma anche come possessore di buona fede. Anche per costui v'è un titolo del possesso di cui s' ignorano i vizi: anche per costui manca una vera obbligazione, allo stesso modo che nell' acquisizione a non domino manca il diritto del trasmittente o la facoltà di alienare.

Non mi pare, tuttavia, che sussistano nuove ragioni perchè non debba con­tinuare ad avere vigore la massima, già insegnata dalla Suprema Corte, per la quale il principio della diversa decorrenza dei frutti e degli interessi, a seconda della mala o della buona fede di chi ricevette il pagamento indebito, non si applica più se vi abbia concorso la mala fede tanto dell'accipiens quanto del solvens.

Agli effetti di cogliere il concetto di buona fede, può tenersi utilmente presente quant' è detto nella relazione al libro delle obbligazioni (n. 14), quando, a proposito del rapporto contrattuale, si precisa che il dovere di buona fede (in senso oggettivo) è imposto ai soggetti per esigere da essi, nella sfera del rapporto stesso, « un comportamento ispirato dal senso della probità, sia nella rappresentazione leale e non cavillosa dei diritti e degli obblighi che ne derivano, sia nel modo di farli valere e di osservarli, con riguardo, in ogni caso, allo scopo del comando che forma il contenuto del rapporto, all'armonia dei rispettivi interessi e di quelli superiori della Nazione, che esigono una pacifica collaborazione produttiva ».

Tale concetto della buona fede è, quindi, più esteso di quello che si riconduce alla coscienza d'avere il diritto di possedere ciò che si è acquistato (elemento soggettivo) e alla sincera persuasione — per 1' ignoranza di un difetto di capacità, o del-tizio di un atto, o di un fatto impeditivo — che ciò che si è acquistato è stato trasmesso, mediante un mezzo apparentemente idoneo e legittimo, da chi aveva il potere di farlo (elemento oggettivo): è un concetto più esteso perchè comprende la convinzione della conformità della propria condotta alle esigenze della solidarietà sociale.

Applicato al pagamento indebito, il concetto si concreta, poi, nel ra­gionevole convincimento, in chi lo riceve, del proprio diritto a riceverlo, e della sussistenza del correlativo obbligo a carico di colui che lo esegue.

L’indagine sul concorso o meno della buona fede è demandata al magistrato, il quale formerà il proprio giudizio apprezzando le circostanze della fattispecie sottoposta al suo esame.

Ma a proposito della malafede e della buona fede dell'accipiente, mi sembra che debba restare fermo, in tutto il suo valore, anche il principio già enunciato dalla Suprema Corte quando, a proposito del perimento e del deterioramento della cosa ricevuta, ha precisato che la malafede non s' identifica necessariamente col dolo; che trattasi di due diverse situazioni psicologiche quali possono, bensì, coesistere se il soggetto si sia adoperato in qualche modo per determinare l'errore di cui poi abbia approfittato (dolo); ma che si contrapponeva benissimo non coincidere se l'accipiente abbia avuto solamente la consapevolezza di trarre profitto da un errore da lui non ingenerato (malafede), che a questo secondo caso si contrappone la consapevolezza di ledere l'altrui diritto, e allora si è in presenza della buona fede.

La distinzione tra frutti e interessi non richiede una speciale disamina in quanto non è stato modificato il concetto tradizionale, per il quale, ch’è frutto — nell'accezione generica e comune — ogni reddito o utilità che, per forza di natura, congiunta o non all'attività dell'uomo, si trae da una cosa immobile, mobile o semovente; sono frutti civili quelli che non sono generati dalla cosa, ma che si ottengono in sua occasione o per sua causa.

Gli interessi ne sono, appunto, un tipico esempio. E nella norma in esame essi hanno lo scopo di risarcire al solvens il danno sofferto per l' indisponibilità della somma indebitamente pagata all'accipiens, finché da questi non ne abbia ottenuta la restituzione.

La domanda, da cui decorrono i frutti e gli interessi in ipotesi di buona fede é, poi, la domanda giudiziale o anche qualunque altra domanda legalmente efficace a costituire in mora.

È, infine, da ricordare un’autorevole dottrina che – ricollegando a una situazione di mora dell'accipiens in mala fede l'obbligo, posto a suo carico, degli interessi dal giorno del pagamento - considera e ammette come oggetto del risarcimento dell'ulteriore danno dovuto ex mora, anche le conseguenze derivanti dalla svalutazione monetaria.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

647 Mi è sembrato inutile affermare che ogni pagamento presuppone un debito (art. 759); mentre ho creduto necessario fissare immediatamente l'oggetto della ripetizione nell'obbligo di corrispondere gli interessi, oltre che nell'obbligo di restituire la cosa pagata.
Ho distinto espressamente la ipotesi in cui l'accipiente è in buona fede da quella in cui è in mala fede, aggiungendo alla previsione dell'art. 1147 cod. civ. (art. 68 progetto del 1936), che poneva l'obbligo di corrispondere, nel secondo caso, gli interessi dal giorno del pagamento, la enunciazione (nuova) dell'obbligo dell'accipiente di corrispondere gli interessi dalla domanda, ove sia in buona fede.

Massime relative all'art. 2033 Codice civile

Cass. civ. n. 25270/2016

La qualificazione di un'azione come di ripetizione di indebito, anche ai fini dell'applicabilità del conseguente regime di prescrizione decennale, presuppone sempre una prestazione positiva (un “facere” o un dare) in precedenza indebitamente eseguita dal “solvens” che agisce ex art. 2033 c.c.. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di appello che, esclusa la disciplina dell'indebito, aveva applicato il termine quinquennale di prescrizione di cui all'art. 2948, n. 5, c.c. all'azione di inesatto adempimento esercitata da lavoratori nei confronti del datore di lavoro che, all'atto del pagamento del TFR, aveva operato una compensazione impropria con gli incentivi all'esodo di cui aveva diritto ad ottenere la restituzione).

Cass. civ. n. 24653/2016

In tema di termine di prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito, occorre distinguere il caso di nullità del contratto e, dunque, di mancanza originaria della “causa solvendi”, in cui il “dies a quo” comincia a decorrere dal giorno dell’intervenuta esecuzione della prestazione, da quelli in cui il difetto della “causa solvendi” sopravvenga al pagamento, nei quali il suddetto termine decorre dal giorno in cui l’accertamento dell’indebito è divenuto definitivo. È questa l’ipotesi dell’indebito conseguente al pagamento, da parte della ASL al farmacista, del corrispettivo dei medicinali forniti agli utenti del servizio sanitario nazionale, originariamente effettuato in conformità del procedimento previsto dall’accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con le farmacie ai sensi del d.p.r. n. 94 del 1989 (secondo cui il farmacista ha diritto al rimborso dopo la presentazione delle distinte riepilogative dei farmaci somministrati), e, successivamente, divenuto privo di causa per l’annullamento delle ricette irregolari ad opera dell’apposita Commissione dell’ASL.

Cass. civ. n. 20383/2016

In materia contrattuale, la mancanza di una "causa adquirendi" - a qualunque titolo accertata - determina la possibilità di avvalersi dell'azione di ripetizione dell'indebito anche quando la controprestazione non sia a propria volta ripetibile, stante l'eccezionalità, e conseguente non estensibilità, delle ipotesi legislative di irripetibilità delle prestazioni eseguite, potendo ottenersi, in tali casi, la reintegrazione dello squilibrio economico determinatosi tra le parti attraverso la diversa azione ex art. 2041 c.c., nei limiti di operatività della stessa. (Nella specie, la S.C. ha affermato la ripetibilità dei canoni percepiti dal locatore in base ad un contratto di locazione nullo, pur a fronte dell'irripetibilità della controprestazione concernente il godimento del bene, ritenendo non applicabile in tal caso l'eccezione prevista dall'art. 1458 c.c., in quanto relativa solo alla risoluzione per inadempimento dei contratti ad esecuzione continuata, mentre la diversa questione dell'arricchimento del conduttore avrebbe potuto rilevare ai fini dell'azione ex art. 2041 c.c., non proposta nel caso concreto).

Cass. civ. n. 7749/2016

In caso di nullità di un contratto per impossibilità giuridica originaria del suo oggetto, l'azione di ripetizione dell'indebito, esperibile in relazione all'avvenuto versamento del corrispettivo, deve essere esercitata entro dieci anni dalla data del pagamento, non ostando al decorso della prescrizione l'assenza di un giudicato in ordine alla nullità contrattuale.

Cass. civ. n. 7897/2014

Va qualificata come ripetizione di indebito, ai sensi dell'art. 2033 cod. civ., qualunque domanda avente ad oggetto la restituzione di somme pagate sulla base di un titolo inesistente, sia nel caso di inesistenza originaria, che di inesistenza sopravvenuta o di inesistenza parziale. Ne consegue che il diritto alla restituzione dell'indennizzo assicurativo, per la parte che l'assicuratore assuma di aver pagato in eccedenza rispetto al dovuto, è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale e non a quella breve di cui all'art. 2952 cod. civ., in quanto scaturente dall'indebito e non dal contratto di assicurazione.

Cass. civ. n. 6747/2014

L'azione di indebito oggettivo ha carattere restitutorio, cosicché la ripetibilità è condizionata dal contenuto della prestazione e dalla possibilità concreta di ripetizione, secondo le regole previste dagli artt. 2033 e ss. cod. civ. (e cioè quando abbia avuto ad oggetto una somma di denaro o cose di genere ovvero, infine, una cosa determinata), operando altrimenti, ove ne sussistano i presupposti, in mancanza di altra azione, l'azione generale di arricchimento senza causa prevista dall'art. 2041 cod. civ., che assolve alla funzione, in base ad una valutazione obbiettiva, di reintegrazione dell'equilibrio economico. Pertanto, nel caso di prestazione di "facere", la quale non è suscettibile di restituzione e, in quanto indebita, non è oggetto di valide ed efficaci determinazioni delle parti circa il suo valore economico, non è proponibile l'azione di indebito oggettivo ma, in presenza dei relativi presupposti, solo quella di ingiustificato arricchimento.

Cass. civ. n. 10815/2013

In tema di indebito oggettivo, la buona fede dell'"accipiens" al momento del pagamento è presunta per principio generale, sicché grava sul "solvens" che faccia richiesta di ripetizione dell'indebito, al fine del riconoscimento degli interessi con decorrenza dal giorno del pagamento stesso e non dalla data della domanda, l'onere di dimostrare la malafede dell'"accipiens" all'atto della ricezione della somma non dovuta. (Nel caso di specie, la buona fede dell'"accipiens" è stata esclusa in base al rilievo che la somma erogatagli a titolo di indennità di fine servizio, in forza di provvedimento di destituzione dall'impiego, era stata dallo stesso percepita dopo la sospensione cautelare di tale provvedimento da parte del giudice amministrativo e, dunque, nella consapevolezza del venir meno del presupposto - la cessazione dal servizio - necessario per la liquidazione di quanto percepito).

Cass. civ. n. 7501/2012

Chi allega di avere effettuato un pagamento dovuto solo in parte, e proponga nei confronti dell'"accipiens" l'azione di indebito oggettivo per la somma pagata in eccedenza, ha l'onere di provare l'inesistenza di una causa giustificativa del pagamento per la parte che si assume non dovuta.

Cass. civ. n. 7586/2011

In tema di ripetizione d'indebito oggettivo, l'espressione "domanda" di cui all'art. 2033 c.c. non va intesa come riferita esclusivamente alla domanda giudiziale ma ha valore di atto di costituzione in mora, che, ai sensi dell'art. 1219 c.c., può anche essere stragiudiziale, dovendosi considerare l"'accipiens" (in buona fede) quale debitore e non come possessore, con conseguente applicazione dei principi generali in materia di obbligazioni e non di quelli relativi alla tutela del possesso di buona fede ex art. 1148 c.c.. Ne consegue che, in caso di obbligazioni periodiche, ove si deduca con la richiesta extragiudiziale di restituzione delle somme indebitamente corrisposte anche la corretta interpretazione del titolo costitutivo dell'obbligazione, contestando l'unica "causa solvendi" a cui tutti i pagamenti si riferiscono, gli interessi, nonché l'ulteriore risarcimento ex art. 1224, secondo comma, c.c., decorrono dalla data dell'istanza stessa quanto agli importi già versati, mentre, quanto ai ratei non ancora scaduti, spettano dal giorno di scadenza di ciascuna rata, senza necessità di una ulteriore specifica richiesta di rimborso, che resta utile per ottenere la condanna alla restituzione delle somme successivamente versate (se non compresa nell'originaria istanza) ma non è necessaria per la decorrenza degli accessori legali. (Fattispecie relativa a indebito previdenziale in ordine alla domanda di restituzione delle differenze dei contributi mensili per assegni familiari versati ai soci lavoratori di una cooperativa).

Cass. civ. n. 1734/2011

Proposta domanda di ripetizione di indebito, l'attore ha l'onere di provare l'inesistenza di una giusta causa delle attribuzioni patrimoniali compiute in favore del convenuto, ma solo con riferimento ai rapporti specifici tra essi intercorsi e dedotti in giudizio, costituendo una prova diabolica esigere dall'attore la dimostrazione dell'inesistenza di ogni e qualsivoglia causa di dazione tra "solvens" e "accipiens".

Cass. civ. n. 198/2011

In tema di indebito previdenziale, il pensionato, ove chieda, quale attore, l'accertamento negativo della sussistenza del suo obbligo di restituire quanto percepito, ha l'onere di provare i fatti costitutivi del diritto alla prestazione già ricevuta, la cui esistenza consente di qualificare come adempimento quanto corrispostogli dall'Istituto convenuto, ferma, peraltro, la necessità che quest'ultimo, nel provvedimento amministrativo di recupero del credito, non si sia limitato a contestare genericamente l'indebito ma abbia precisato gli estremi del pagamento, corredati dall'indicazione, sia pure sintetica, delle ragioni che non legittimerebbero la corresponsione delle somme erogate, così da consentire al debitore di effettuare i necessari controlli sulla correttezza della pretesa, il cui accertamento ha carattere doveroso per il giudice, rispondendo a imprescindibili esigenze di garanzia del destinatario dell'atto di soppressione o riduzione del trattamento pensionistico in godimento. (In applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha rilevato che correttamente la corte territoriale aveva ritenuto incomprensibili le ragioni della pretesa restitutoria, non emergendo dalla richiesta dell'INPS indicazioni adeguate a porre in grado la pensionata di verificare se si trattasse di un trattamento attribuito "sine titulo" ovvero di una erogazione conseguente ad un calcolo errato dell'ente).

Cass. civ. n. 24418/2010

L'azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta all'ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell'ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Infatti, nell'anzidetta, ipotesi ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine prescrizionale del diritto alla ripetizione, giacchè il pagamento. che può dar vita ad una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell'esecuzione di una prestazione da parte del "solvens" con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell' "accipiens".

Cass. civ. n. 22872/2010

In tema di ripetizione di indebito oggettivo, la prova dell'inesistenza della "causa debendi" (nella specie, relativa al pagamento al lavoratore di compensi non pattuiti) incombe sulla parte che propone la domanda, trattandosi di elemento costitutivo della stessa ancorchè abbia ad oggetto fatti negativi, dei quali può essere data prova
mediante dimostrazione di uno specifico fatto positivo contrario o anche mediante presunzioni da cui desumersi il fatto negativo. Ove, peraltro, la domanda sia stata proposta solo in via riconvenzionale di fronte alla richiesta del lavoratore diretta ad ottenere l'adeguamento annuale dell'assegno "ad personam", asseritamente stipulato con il datore di lavoro, incombe sul lavoratore provare il fatto costitutivo del credito azionato (l'esistenza di detto accordo), senza necessità di provare l'indebito pagamento, dovendosi ritenere la relativa prova già acquisita al giudizio.

Cass. civ. n. 18483/2010

Colui che agisce per la ripetizione di un indebito allega la dazione senza causa della somma di denaro non come adempimento di un negozio giuridico ma come spostamento patrimoniale privo di causa e può, conseguentemente, assolvere l'onere della prova di questo fatto al di fuori dei limiti probatori previsti per i contratti, atteso che detti limiti sono applicabili solo al pagamento de¬dotto come manifestazione di volontà contrattua¬le e non a quello prospettato come fatto materiale estraneo alla esecuzione di uno specifico rapporto giuridico; ne consegue che la prova dell'indebito può essere fornita anche per testimoni, indipen¬dentemente dai limiti di cui all'art. 2721 c.c..

Cass. civ. n. 9052/2010

In tema di ripetizione di indebito oggettivo, la ripetibilità è condizionata dal contenuto della prestazione e dalla possibilità concreta di ripetizione, secondo le regole degli artt. 2033 e ss. c.c., operando altrimenti, ove ne sussistano i presupposti, in mancanza di altra azione, l'azione generale di arricchimento prevista dall'art. 2041 c.c..

Cass. civ. n. 8564/2009

Nell'ipotesi di nullità di un contratto, la disciplina degli eventuali obblighi restitutori è mutuata da quella dell'indebito oggettivo, con la conseguenza che qualora l" 'accipiens sia in mala fede nel momento in cui percepisce la somma da restituire è tenuto al pagamento degli interessi dal giorno in cui l'ha ricevuta. (Nella specie, relativa a un mutuo di scopo legale per la costruzione di un complesso edilizio non realizzato, la S.C. ha ritenuto superata la presunzione di buona fede del mutuatario, avendo riconosciuto la nullità del contratto, per mancanza originaria della causa, sulla base dell'esistenza di un patto di compensazione tra un debito preesistente nei confronti del mutuante e le somme mutuate, con la parziale utilizzazione di queste ultime per estinguere i debiti precedenti, cosa da risultare evidente la consapevolezza del mutuatario, che aveva prestato il consenso all'effettuazione delle trattenute).

Cass. civ. n. 5624/2009

L'art. 2033 cod. civ., pur essendo formulato con riferimento all'ipotesi del pagamento "ab origine" indebito, è applicabile per analogia anche alle ipotesi di indebito oggettivo sopravvenuto per essere venuta meno, in dipendenza di qualsiasi ragione, in un momento successivo al pagamento, la "causa debendi". (Fattispecie relativa alla ripetizione di somma conseguente ad accordo amichevole sull'indennità di espropriazione, a seguito della revoca sopravvenuta della dichiarazione di pubblica utilità comportante l'inefficacia dell'accordo medesimo, con relativo computo degli interessi compensativi dal momento della domanda giudiziale, essendo rimasta esclusa la malafede del soggetto espropriando).

Cass. civ. n. 16612/2008

In tema di azione di ripetizione, l'indebito oggettivo opera non solo quando l'originaria causa di pagamento sia venuta meno, ma anche quando essa manchi fin dall'origine; ai sensi degli artt. 2033 e 2935 c.c., la prescrizione del diritto di restituzione dell'indebito oggettivo decorre dal giorno del pagamento e può dal titolare essere interrotta secondo la disciplina generale di cui all'art. 2943 c.c. anche mediante atti diversi dalla domanda giudiziale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva qualificato la domanda restitutoria proposta dal consumatore nei confronti del fornitore di gas metano in relazione a quanto versato in più per la maggiorazione del prezzo determinata, per effetto del diritto del fornitore di traslazione di imposta, per oneri fiscali non dovuti e che aveva, altresì, conseguentemente applicato a tale domanda la prescrizione ordinaria decennale).

Cass. civ. n. 27334/2005

In caso di mancanza di una causa adquirendi, sia in caso di nullità, annullamento, risoluzione o rescissione di un contratto, che in caso di qualsiasi altra causa la quale faccia venir meno il vincolo originariamente esistente, fazione accordata dalla legge per ottenere la restituzione di quanto prestato in esecuzione del contratto stesso è quella di ripetizione di indebito oggettivo. (Nella specie la S.C., esclusa la configurabilità di un contratto di mutuo, e ravvisando ricorrere un contratto di società o associativo, in difetto della proposizione di un actio indebiti ha escluso l'esistenza dell'interesse a ricorrere in riferimento al motivo di censura avente ad oggetto esclusivamente la nullità del contratto per difetto di forma).

Cass. civ. n. 21647/2005

L'azione di indebito oggettivo è esperibile non solo in caso di totale nullità di un contratto, con riferimento alle prestazioni eseguite in base ad esso, ma anche in caso di nullità parziale, in relazione a singole clausole in base alle quali siano state effettuate specifiche prestazioni e, eventualmente, controprestazioni a queste funzionalmente collegate. La ripetibilità, tuttavia, è condizionata dal contenuto della prestazione e dalla possibilità concreta di ripetizione, secondo le regole degli artt. 2033 e ss. c.c., operando altrimenti, ove ne sussistano i presupposti, in mancanza di altra azione, l'azione generale di arricchimento prevista dall'art. 2041 c.c. (Nella fattispecie la S.C. ha ritenuto, in presenza di nullità parziale, esperibili sia l'azione di indebito oggettivo da parte dall'autore della prestazione di pagamento del corrispettivo di una prestazione di fare, sia l'azione di arricchimento nei confronti del destinatario di quest'ultima prestazione).

Cass. civ. n. 21096/2005

Sussiste indebito oggettivo tutte le volte in cui manchi la causa della prestazione e l'accipiens non abbia titolo per riceverla: tanto accade nei casi di nullità del contratto, ove l'azione de qua diventa esperibile per la restituzione delle prestazioni rese in base ad esso, ma anche nei casi di nullità di specifiche clausole contrattuali e per la restituzione delle corrispondenti prestazioni e controprestazioni da tali clausole originate.

Cass. civ. n. 7651/2005

Qualora con sentenza sia dichiarata la nullità del titolo sulla base del quale è stato effettuato un pagamento, la domanda di restituzione dà luogo a un azione di ripetizione di indebito oggettivo il cui termine di prescrizione inizia a decorrere non dalla data della decisione ma da quella del pagamento effettuato al momento della stipula del contratto dichiarato nullo, atteso che la pronuncia di nullità del negozio, essendo di mero accertamento, ha efficacia retroattiva con caducazione fin dall'origine dell'atto e della modifica della situazione giuridica preesistente, e ciò non diversamente da quanto accade nell'ipotesi di ri¬petizione del pagamento effettuato in base a norma successivamente dichiarata incostituzionale.

Cass. civ. n. 4745/2005

Nell'ipotesi d'azione di ripetizione d'indebito oggettivo, ex art. 2033 .c.c., il debito dell'accipiens; a meno che egli, non sia in mala fede, produce interessi solo a seguito della proposizione di un'apposita domanda giudiziale, non essendo sufficiente un 'qualsiasi atto di costituzione in mora del debitore, atteso che all'indebito si applica la tutela prevista per il possessore in buona fede — in senso soggettivo — dall'art. 1148 c.c., a norma del quale questi è obbligato a restituire i frutti soltanto dalla domanda giudiziale, secondo il principio per il quale gli effetti della sentenza retroagiscono al momento della proposizione della domanda.

Cass. civ. n. 13829/2004

La ripetizione d'indebito oggettivo, di cui all'art. 2033 c.c., rappresenta un'azione restitutoria, non risarcitoria, a carattere personale, che riflette l'obbligazione insorta tra il solvens ed il destinatario del pagamento privo di causa acquirendi sia che questi lo abbia incassato personalmente sia che l'incasso sia avvenuto a mezzo di rappresentante. (Nella specie, relativa a versamento di somme — in sottoscrizione di polizza assicurativa — all'agente generale della compagnia, la S.C. in applicazione del principio di cui sopra ha ritenuto irrilevante la mancanza della prova che le somme versate al rappresentante fossero effettivamente pervenute alla società rappresentata).

Cass. civ. n. 8587/2004

In materia di indebito oggettivo, ai fini della decorrenza degli interessi ai sensi dell'art. 2033 c.c. e della rilevanza dell'eventuale maggior danno di cui all'art. 1224, secondo comma, c.c., rileva una nozione di buona fede in senso soggettivo, coincidente con l'ignoranza dell'effettiva situazione giuridica in conseguenza di un errore di fatto o di diritto, anche dipendente da colpa grave, non essendo applicabile la disposizione dettata dall'art. 1147, secondo comma, in riferimento alla buona fede nel possesso. Pertanto, anche il dubbio particolarmente qualificato circa l'effettiva fondatezza delle proprie pretese è compatibile con la buona fede ai fini in esame. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di secondo grado nella parte in cui aveva escluso che l'Inps fosse tenuto alla restituzione degli interessi sugli importi restituiti per contributi indebitamente versati con decorrenza dalla domanda amministrativa del datore di lavoro di un diverso inquadramento per i dipendenti inseriti nel ramo tecnico — domanda accolta dall'Inps a seguito della verifica della conformità dell'attività della impresa a quella descritta nella domanda medesima, — ritenendo detta richiesta inidonea a comprovare la conoscenza della situazione da parte dell'Istituto, e, quindi, la malafede dello stesso in relazione ai pagamenti effettuati in epoca successiva alla domanda e fino al momento dell'apertura, da parte dell'Istituto, della posizione assicurativa richiesta).

Cass. civ. n. 1581/2004

Nell'ipotesi di azione di ripetizione di indebito oggettivo, ex art. 2033 c.c., in parziale deroga rispetto a quanto previsto sia dall'art. 1282 che all'art: 1224 c.c., il debito dell'accipiens, pur avendo ad oggetto una somma di denaro liquida ed esigibile, non produce interessi a partire dal momento del pagamento, a meno che l'accipiens non sia in mala fede, e non è sufficiente un qualsiasi atto di costituzione in mora del debitore, ma è necessario a questo scopo la proposizione di un'apposita domanda giudiziale.

Cass. civ. n. 9604/2000

In tema di ripetizione d'indebito, deve ritenersi operante il normale principio dell'onere della prova gravante sul creditore istante, il quale è, pertanto, tenuto a dimostrare sia l'avvenuto pagamento, sia la mancanza di una causa che lo giustifichi, ovvero il successivo venir meno di questa. In particolare, l'attore in ripetizione che assuma di aver pagato un importo superiore al proprio debito è tenuto a dimostrare il fatto costitutivo del suo diritto alla ripetizione, e cioè l'eccedenza di pagamento (fattispecie in tema di richiesta, da
parte di una società, di rimborso all'amministrazione finanziaria, ex artt. 41, D.P.R. n. 602/1973, 6 ed 8, D.P.R. n. 787/1980, di somme illegittimamente corrisposte in eccedenza a titolo di Irpeg ed Ilor).

Cass. civ. n. 1089/2000

È ravvisabile un indebito oggettivo nei pagamenti dovuti al momento della solutio, ma rimasti successivamente privi di causa per un fatto sopravvenuto. Una siffatta soluzione si verifica con riferimento ad un rapporto contrattuale a formazione progressiva, allorché la stessa obbligazione sia oggetto di molteplici, successivi accordi, l'ultimo dei quali, stabilendo definitivamente il quantum della obbligazione stessa, individua il carattere indebito dei pagamenti già effettuati, eccedenti la relativa somma. Ne consegue che i pregressi pagamenti effettuati dagli assegnatari di alloggi realizzati da società cooperativa edilizia, eccedenti i prezzi definitivamente fissati nei rispettivi rogiti di assegnazione, sono ripetibili dagli stessi.

Cass. civ. n. 13353/1999

In tema di indebito oggettivo il diritto del creditore agli interessi di cui all'art. .2033 c.c. non esclude il risarcimento del maggior danno ex art. 1224, comma secondo, C.C. a prescindere dalla buona o mala fede dell'accipiens che, ai fini dell'art. 2033 c.c., rileva solo in ordine alla decorrenza di interessi e frutti ma non ai fini della loro sussistenza. (Fattispecie in materia di sgravi contributivi).

Cass. civ. n. 4760/1998

Il pagamento di un debito oggettivamente esistente, ma a persona diversa dal creditore (cosiddetto indebito ex latere accipientis), dà luogo ad una specie di indebito da assimilarsi a quella di cosiddetto «indebito oggettivo», con la conseguenza per cui si rendono, anche in un tal caso applicabili le regole di cui all'art. 2033 c.c.

Cass. civ. n. 11973/1995

Il pagamento effettuato in base a contratto nullo per contrarietà a norme imperative configura un'ipotesi di indebito oggettivo cui consegue per il disposto dell'art. 2033 c.c. (diversamente dalla nullità per contrarietà al buon costume) la ripetibilità di quanto sia stato pagato.

Cass. civ. n. 2814/1995

Il pagamento di un debito altrui, eseguito dal solvens volontariamente, ma non spontaneamente, a causa del comportamento illegittimo dal creditore (nella specie, che pretendeva di coinvolgerlo in una procedura fallimentare obiettivamente ingiusta), non è riconducibile allo schema dell'indebito soggettivo in difetto del pagamento dell'errore del solvens, ma rientra nella disciplina generale dell'art. 2033 c.c. — trattandosi di pagamento pur sempre privo di causa debendi e non eseguito con la volontà di estinguere l'altrui debito — sicché dà diritto alla ripetizione del pagamento.

Cass. civ. n. 9018/1993

Colui che, avendo pagato per evitare l'esecuzione forzata minacciata in base ad un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo successivamente revocato con sentenza pronunciata in seguito a giudizio di opposizione, chiede la restituzione della somma, propone azione di ripetizione dell'indebito oggettivo (ai sensi dell'art. 2033 c.c.) e non di ingiustificato arricchimento (art. 2041 c.c.) e può, quindi, pretendere con la restituzione della somma ed i relativi interessi il risarcimento del maggior danno, ai sensi dell'art. 1224 c.c., solo se l'accipiens è in mora.

Cass. civ. n. 11969/1992

La natura degli interessi dovuti in sede di ripetizione di indebito di una somma di denaro non esclude l'applicabilità dell'art. 1224 c.c., ancorché ad essi deve attribuirsi natura corrispettiva, atteso che la messa in mora dell'accipiens, in quanto debitore di una obbligazione pecuniaria, comporta l'applicabilia anche dell'art. 1224 in tema di liquidazione dei relativi danni, con la conseguenza, però, che essendo l'art. 2033 norma parzialmente derogatoria rispetto sia all'art. 1282 che all'art. 1224, il debito dell'accipiens, pur avendo ad oggetto una somma di danaro liquida ed esigibile, produce interessi solo a partire dalla domanda giudiziale e non dal pagamento — salvo che questi non versi in mala fede — e che non è sufficiente alla produzione di interessi ed alla risarcibilità del danno un qualsiasi atto di costituzione in mora del debitore, ma è necessaria la specifica proposizione della domanda giudiziale.

Cass. civ. n. 1690/1984

La proponibilità dell'azione di ripetizione d'indebito oggettivo non è esclusa dall'avere il solvens effettuato il pagamento non già nell'erronea consapevolezza dell esistenza dell'obbligazione, ma, al contrario, nella convinzione di non essere debitore, e quindi senza l'animus solvendi nemmeno quando tale convinzione sia stata enunciata in un'espressa riserva formulata in sede di pagamento effettuato al solo scopo di evitare l'applicazione di eventuali sanzioni, giacché l'errore scusabile del solvens è richiesto dalla legge come condizione della ripetibilità esclusivamente con riguardo all'indebito soggettivo ex persona debitoria, solo in quest'ultima ipotesi ricorrendo l'esigenza di tutelare l'affidamento dell'accipiens, il quale riceve ciò che gli spetta sia pure da persona diversa dal vero debitore, mentre nel primo caso (cui va assimilato l'indebito soggettivo ex persona creditoris) non vi è alcun affidamento da tutelare, in quanto l'accipiens non ha alcun diritto di conseguire, né dal solvens, né da altri, la prestazione ricevuta.

Cass. civ. n. 6245/1981

Qualora venga acclarata la mancanza di una causa acquirendi — tanto nel caso di nullità, annullamento, risoluzione o rescissione di un contratto, quanto in quello di qualsiasi altra causa che faccia venir meno un vincolo originariamente esistente — l'azione accordata dalla legge per ottenere la restituzione di quanto prestato in esecuzione del contratto stesso è quella di ripetizione di indebito oggettivo, ancorché la prestazione si sia concretizzata in un facere, se questo è ragguagliato dalle parti ad una determinata somma di danaro. Non è, pertanto, nella suddetta situazione, esperibile l'azione di arricchimento senza causa, che ha carattere sussidiario e non può essere utilizzata allorché dall'ordinamento sia apprestata altra specifica azione.

Cass. civ. n. 469/1975

La disciplina delle obbligazioni derivanti, a carico delle parti, dalla declaratoria di nullità di un negozio dalle stesse stipulato va desunta, quanto alle reciproche restituzioni, dai principi propri della ripetizione dell'indebito oggettivo. Secondo tale disciplina è sufficiente, a legittimare la ripetizione di quanto rispettivamente prestato da ciascuna parte in esecuzione del rapporto poi dichiarato nullo, il requisito dell'avvenuta esecuzione del «pagamento» e quello della nullità del titolo (contratto) in virtù del quale tale esecuzione ha avuto luogo. Non si richiede anche — né costituisce, correlativamente, impedimento a tali restituzioni — la circostanza della sussistenza di un «arricchimento» nel patrimonio dell'accipiens e di una corrispondente diminuzione di quello del solvens, elementi caratteristici della diversa azione di arricchimento senza causa.

Cass. civ. n. 2784/1970

La dichiarazione di invalidità di un contratto che abbia avuto esecuzione, legittima l'azione di ripetizione d'indebito quando si chieda la restituzione della prestazione obiettivamente non dovuta, e non già quando si chieda il corrispettivo del lucro conseguito dalla controparte. L'invalidità del negozio legittima, infatti, l'azione di arricchimento senza causa per le prestazioni che si siano rivolte a vantaggio di un contraente con danno patrimoniale dell'altro.

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Bernadette L. chiede
martedì 10/04/2018 - Lazio
“Salve,
Ho venduto un appartamento in diritto di superficie nel 2006 a Roma.
Una recente sentenza della Cassazione ha stabilito che sul bene vigeva allora come ora il vincolo del prezzo massimo stabilito dal Comune di Roma, essendo costruito in edilizia agevolata (P.E.E.P.).
Invece all'epoca ho venduto a prezzo di mercato, avallata sia dal notaio che da una lettera della Regione Lazio dichiarante che non vi erano vincoli "di alcuna natura" all'alienazione del bene, anche tenendo conto della convenzione stipulata con il comune di Roma in base alla quale erano stabiliti i vincoli di prezzo massimo.
In pratica, io ero in completa buona fede e il notaio ha interpretato la convenzione come se il prezzo imposto si applicasse solo al primo acquirente della casa (la sottoscrittta), non anche ai successivi.
Il mio caso é comune a migliaia di altri a Roma. Il compratore mi ha contattato per verificare lo stato delle cose.
Oggi ho ho letto l´art. 1422 del codice civile sulla prescrizione del diritto di annullare un contratto.
Sono trascorsi 12 anni dal rogito. Quindi vorrei sapere se il compratore puó ancora esercitare il diritto di far annullare parzialmente il nostro contratto di compravendita.
La mia ipotesi che il diritto sia prescritto é rafforzata dalle dichiarazioni di un avvocato su una vicenda analoga in cui lo stesso é coinvolto di persona come compratore, il quale avrebbe dichiarato di non poter agire in regresso nei confronti del precedente proprietario perché sono trascorsi piú d 10 anni dal rogito.
Vorrei avere conforto sulla mia convinzione che il compratore non puó piú agire nei miei confronti.
Invio per e-mail gli allegati rilevanti.
Grazie,
Cordiali saluti

Consulenza legale i 19/04/2018
Per risolvere il quesito appare innanzitutto indispensabile un breve excursus in ordine all'annullabilità ed alla nullità del contratto.

L'annullabilità è una forma di invalidità del contratto che, previa pronuncia del giudice, assoggetta il contratto alla sanzione dell'inefficacia.

Essa può essere eccepita solamente dal soggetto interessato all'annullamento e la relativa azione è soggetta al termine prescrizionale di cinque anni dal momento di conclusione del contratto. L'annullabilità è inoltre sanabile (tramite il consenso congiunto di entrambe le parti) e può essere richiesta solamente nei casi previsti dal codice civile, ovvero per incapacità di una delle parti (art. 1425) e per vizi del consenso (artt. 1427 e ss.), e cioè errore, violenza o dolo.

La nullità del contratto presenta, per contro, caratteristiche molto diverse. Innanzitutto il contratto nullo è inefficace (e determina la restituzione dei beni o del denaro oggetto di contrattazione) e la sentenza del giudice in merito ha efficacia meramente dichiarativa, proprio perchè, a differenza dell'annullamento, il contratto è da ritenersi privo di effetti ab origine. L'importanza che la legge attribuisce alle cause di nullità fa sì che sullo sfondo vi sia un interesse pubblico acché il contratto non produca alcun effetto, mentre, al contrario, le cause di annullamento derivano da interessi privati del singolo contraente.

Per tali motivi, mentre l'annullabilità è eccepibile solo dalla parte interessata, la nullità può, anzi deve, essere eccepita dal giudice il cui contratto sia sottoposto alla sua attenzione.

Dall'interesse pubblico sotteso alle cause di nullità deriva altresì l'insanabilità del contratto e soprattutto l'imprescrittibilità dell'azione tesa a far valere la nullità.
Le cause di nullità, inoltre, non sono solamente quelle indicate dall'art. 1418, bensì anche quelle qualificate tali da singole disposizioni di legge.

Addentrandosi nel merito del quesito sottoposto ed anticipando quanto si affermerà in seguito, il legislatore accorda ai privati (data l'insanabilità del contratto) un importante strumento al fine di mantenere in vita il contratto nonostante la presenza di cause di nullità, o, meglio detto, di clausole (come quelle di determinazione del prezzo) del contratto nulle.

Tale strumento è la nullità parziale ex art. 1419 comma 2, secondo cui la nullità di singole clausole non determina la nullità dell'intero contratto quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da norme imperative.

Esempio classico è il contratto di lavoro subordinato che preveda un minimo salariale inferiore a quello del CCNL, nel qual caso non si avrà nullità dell'intero contratto (anche perché, a ben vedere, ci rimetterebbe anche l'incolpevole lavoratore), bensì la mera caducazione della relativa clausola, con sostituzione ex lege del minimo salariale imprescindibile.

Fondamentale e complementare alla ipotesi di nullità parziale, per quanto interessa in questa sede, risulta anche l'art. 1339, il quale stabilisce che le clausole, i prezzi di beni o di servizi, imposti dalla legge sono di diritto inseriti nel contratto, anche in sostituzione della clausole difformi apposte dalle parti.

Orbene, come si evince dalla sentenza allegata n. 18135/2015 emessa dalle Sez. Unite della Corte di Cassazione (la quale, dopo aver statuito che il vincolo del prezzo, in assenza di valida convenzione ad hoc stipulata ai sensi dell'art. 31, comma 49, L. 448/98, segue il bene nei successivi passaggi di proprietà), l'eventuale violazione dei parametri legali sul prezzo di cessione è affetto da nullità ex art. 1418, e viene sostituito ex lege dal vincolo del prezzo massimo, secondo la disciplina suindicata di cui all'art. 1419 comma 2.

La sentenza ha inoltre chiarito che il vincolo del prezzo si applica sia alla cessione di proprietà piena, che alla cessione di superficie (come nel caso in esame).
Ciò premesso, appare dirimente aggiungere che l'imprescrittibilità dell'azione di nullità non comporta l'imprescrittibilità dei diritti derivanti dalla automatica sostituzione di norme imperative alle clausole nulle.

Qualora infatti venga dichiarata la nullità della clausola, la domanda di restituzione della somma eccedente il prezzo massimo dà luogo ad una azione di ripetizione dell'indebito oggettivo, il cui termine di prescrizione (dieci anni ex art. 2946) inizia a decorrere dal momento del pagamento, proprio per via del fatto che la pronuncia di nullità ha efficacia retroattiva, postulando l'inefficacia ab origine del contratto.

Pertanto, rispondendo compiutamente al quesito, l'azione di nullità del contratto non è soggetta a prescrizione ma l'eventuale domanda verrebbe rigettata per mancanza di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c., dato che, essendo prescritto il diritto alla restituzione, l'attore non potrebbe trarre alcuna utilità dalla dichiarazione di nullità parziale.


Luis C. chiede
venerdì 30/10/2015 - Liguria
“Buona sera, sono un ex dipendente del Ministero della Difesa, attualmente mi trovo in pensione.
Tra gli anni 2000 e 2006 sono stato in servizio all'estero.
Poco tempo fa, ho ricevuto una raccomandata A.R. dal Ministero della Difesa dove mi viene ingiunta la restituzione di una somma di denaro "indebitamente corrisposta" nell'anno 2006 dovuta al pagamento di una indennità di richiamo dal servizio all'estero.
Nel suddetto documento si asserisce che la somma erroneamente a me corrisposta è dovuta ad una non corretta modalità di calcolo.
Per quanto sopra, gradirei sapere se l'ingiunzione in oggetto, pervenuta, tra l'altro, dopo quasi 10 anni dal supposto pagamento delle somme reclamate, sia stata formulata in ottemperanza delle normative in vigore.
Grazie.

p.s. Vorrei precisare inoltre, che non ho alcun documento comprovante l'avvenuto pagamento e che sinceramente non ricordo come, quando e se mi è stata corrisposta la somma.”
Consulenza legale i 05/11/2015
L'indennità di richiamo dal servizio all'estero è un emolumento previsto per il personale dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare destinato a prestare servizio presso le rappresentanze diplomatiche italiane all'estero, da corrispondere, insieme ad altre voci, oltre allo stipendio e agli altri assegni a carattere fisso e continuativo previsti per l'interno (art. 1809, lett. c), d.lgs. 66/2010).

Il comma 7 dell'art. 51 del Testo Unico sui Redditi dice che "Le indennità di trasferimento, quelle di prima sistemazione e quelle equipollenti, non concorrono a formare il reddito nella misura del 50 per cento del loro ammontare per un importo complessivo annuo non superiore a euro 1549,37 (3 milioni di lire) per i trasferimenti all'interno del territorio nazionale e euro 4648,11 (9 milioni di lire) per quelli fuori dal territorio nazionale o a destinazione in quest'ultimo. Se le indennità in questione, con riferimento allo stesso trasferimento, sono corrisposte per più anni, la presente disposizione si applica solo per le indennità corrisposte per il primo anno". La norma è stata introdotta nel 1986 con l'approvazione del T.U.I.R. e da quanto consta, in base ai documenti ufficiali, non è stata mai oggetto di modifica legislativa: per tale ragione, essa risulta applicabile all'indennità conferita nel 2006 a colui che ha posto il quesito in esame.

L'operazione di recupero messa in atto dall'Amministrazione riguarda un errore materiale occorso nell'attribuire l'indennità, dalla quale sono state trattenute le ritenute per fondo pensione e fondo credito per un importo inferiore a quello realmente decurtabile in base alle norme sopra riportate (in altri termini, le ritenute sono state operate sulla base imponibile sbagliata).
Se l'indennità personale lorda percepita nel 2006 fu di 7.358,07 euro, come affermato nella lettera del Ministero, in effetti la base imponibile a fini INPDAD è di 3.679,04 (il 50%), inferiore al limite massimo di 4.648,11.
Risulterebbe, quindi, corretto, recuperare la parte di indennità erroneamente corrisposta, da un punto di vista esclusivamente di calcolo numerico.

Giuridicamente, sembra altrettanto corretto che il recupero possa avvenire entro il termine decennale di prescrizione. Infatti, i crediti derivanti da indebite erogazioni effettuate nell'ambito di un rapporto di lavoro dipendente sono sottoposti alla prescrizione ordinaria decennale ai sensi del combinato disposto degli artt. 2033 e 2946 (Cons. Stato, sez. V, 2.7.2010, n. 4231; sez. VI, 26.6.2013, n. 3503).

In materia di recupero dell'indebito dai propri dipendenti, da parte della P.A., il Consiglio di Stato ha sottolineato che "detto recupero ha carattere di doverosità e costituisce esercizio, ai sensi dell’art. 2033 Cod. civ., di un vero e proprio diritto soggettivo a contenuto patrimoniale, non rinunziabile, in quanto correlato al conseguimento di quelle finalità di pubblico interesse, cui sono istituzionalmente destinate le somme indebitamente erogate, mentre le situazioni di affidamento e di buona fede dei percipienti rileverebbero ai soli fini delle modalità con cui il recupero deve essere effettuato, in modo cioè da non incidere in maniera eccessivamente onerosa sulle esigenze di vita del dipendente" (v., Cons. St., Sez. III, 9.6.2014, n. 2903).
Una parte della giurisprudenza amministrativa, però, ritiene che i suddetti principi, "pur apparendo condivisibili in linea astratta", non possono essere applicati in via automatica, generalizzata e indifferenziata a qualsiasi caso concreto di indebita erogazione, da parte della pubblica amministrazione, di somme ai propri dipendenti, perché si deve "aver riguardo alle connotazioni, giuridiche e fattuali, delle singole fattispecie dedotte in giudizio, tenendo conto della natura degli importi di volta in volta richiesti in restituzione, delle cause dell’errore che aveva portato alla corresponsione delle somme in contestazione, del lasso di tempo trascorso tra la data di corresponsione e quella di emanazione del provvedimento di recupero, dell’entità delle somme corrisposte in riferimento alle correlative finalità, ecc". Ad esempio, con sentenza del Consiglio di Stato, sez. VI, 27.10.2014, si è stabilito che i buoni-pasto, in quanto sostitutivi della fruizione gratuita del servizio mensa presso la sede di lavoro ed escludenti «ogni forma di monetizzazione indennizzante», non potevano essere chiesti in ripetizione al dipendente pubblico in buona fede, dopo quasi 10 anni dalla loro erogazione, e con la motivazione che solo in quel momento la P.A. si era accorta dell'errore nell'applicazione di una norma (si applicò ai militari la legge sui dipendenti civili).

Nel nostro caso, ci potrebbero essere margine per contrastare la richiesta del Ministero della Difesa, argomentando in modo simile a quello sopra riportarto, anche se qui si tratta di ripetere una parte di una mera somma di denaro dovuta a titolo di indennità, quindi un importo che tutto sommato non coinvolge prestazioni di base come quello del servizio mensa. E' consigliabile contattare un legale - di cui si abbia totale fiducia in riferimento al profilo di onestà intellettuale - che possa valutare se valga la pena opporsi al recupero della P.A. nel caso di specie, ove l'importo da restituire è piuttosto modesto (circa euro 1.000).

Nicolò R. chiede
sabato 07/03/2015 - Sicilia
“Come è possibile che "l'azione di ripetizione di somme in esecuzione di una sentenza di I° grado provvisoriamente esecutiva, successivamente riformata in appello, non si inquadra nell'istituto della conditio indebiti (art. 2033 c.c.) del quale differisce per natura e funzione e pertanto, gli interessi legali devono essere riconosciuti dal giorno del pagamento e non da quello della domanda" giusto Cassazione civile sez. lavoro del 05/08/2005 n.16659 in evidente contrasto con Cass. a sez. unite del 25/06/2009 n.14886 secondo cui all'indebito si applica la tutela prevista per il possessore in buona fede - in senso soggettivo - dall'art. 1148 a norma del quale il debitore è obbligato a restituire i frutti sol-tanto dalla domanda giudiziale, secondo il principio per il quale gli effetti della sentenza retroagiscono al momento della proposizione della domanda.”
Consulenza legale i 12/03/2015
Con sentenza della Corte di Cassazione del 25.6.2009, n. 14886, le Sezioni Unite hanno precisato che il debito dell'accipiens, a meno che egli non sia in mala fede, produce interessi solo a seguito della proposizione di una apposita domanda giudiziale: non è, quindi, sufficiente, un qualsiasi atto di costituzione in mora del debitore, poiché all'indebito si applica la tutela prevista per il possessore in buona fede - in senso soggettivo - dall'art. 1148 del c.c., a norma del quale questi è obbligato a restituire i frutti solo dalla domanda giudiziale (per il principio in base al quale gli effetti della sentenza retroagiscono al momento della domanda).

La sentenza della Suprema corte, sez. lavoro, n. 16659 del 2005 non si pone in contrasto con la predetta pronuncia a Sezioni Unite.
Difatti, nel 2005 la Cassazione si è pronunciata sulla natura dell'azione di ripetizione delle somme pagate in esecuzione della sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva, successivamente riformata in appello con sentenza confermata dalla Cassazione, stabilendo che tale domanda non va qualificata come richiesta di indebito ai sensi dell'art. 2033 del c.c.: il diritto alla restituzione sorge solamente in virtù della pronuncia che riforma la sentenza di primo grado, unico titolo che la parte vittoriosa può vantare nei confronti della parte soccombente in appello (ma che aveva vinto in primo grado).
Coerentemente con questo assunto (cioè con la tesi per cui il diritto alla restituzione non costituisce pagamento di indebito), la Cassazione dice quindi che non hanno alcun rilievo in questo caso gli stati soggettivi di buona o mala fede dell'accipiens e di conseguenza gli interessi legali devono essere riconosciuti dal giorno del pagamento e non da quello della domanda.

Va sottolineato che la tesi seguita da Cass. n. 16659/2005 costituisce orientamento costante della giurisprudenza di legittimità, che è mutato rispetto a quello seguito in periodo più risalente (v. Cass. 23.1.1995, n. 722; Cass. 20.7.1988 n. 4708; Cass. 5.5.1983, n. 3071; che ritenevano invece rilevanti gli stati soggettivi di mala e buona fede per determinare il momento da cui si producevano gli interessi).
Si possono citare in tal senso un paio di pronunce:
- Cass. civ., 6.4.1999 n. 3291: "L'azione di ripetizione di somme pagate in esecuzione della sentenza d'appello successivamente cassata ovvero di sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva successivamente riformata in appello non si inquadra dell'istituto della condictio indebiti (art. 2033 c.c.)";
- Cass. civ., sez. VI, ordinanza 27 marzo – 8 maggio 2014, n. 9929: "L'azione di restituzione e riduzione in pristino non è riconducibile allo schema della ripetizione d'indebito, perché si collega ad un'esigenza di restaurazione della situazione patrimoniale anteriore a detta sentenza; prescinde dall'esistenza del rapporto sostanziale (ancora oggetto di contesa); né, in particolare, si presta a valutazioni sulla buona o mala fede dell'accipiens, non potendo venire in rilievo stati soggettivi rispetto a prestazioni eseguite e ricevute nella comune consapevolezza della rescindibilità del titolo e della provvisorietà dei suoi effetti, chi ha eseguito un pagamento non dovuto, per effetto di una sentenza provvisoriamente esecutiva successivamente riformata, ha diritto ad essere indennizzato dell'intera diminuzione patrimoniale subita, ovvero alla restituzione della somma con gli interessi legali a partire dal giorno del pagamento (confr. Cass. civ. 20 ottobre 2011, n. 21699)".

Mario G. chiede
sabato 10/01/2015 - Sicilia
“il mio commercialista mi ha arrecato un danno, non trasmettendo l'unico per diversi anni, dopo gli accertamenti fiscali subiti sto pagando quanto di conseguenza. nel contempo lo stesso per evitare di pagare il mio danno ha fatto fare donazione di beni da una parente deceduta, alla propria moglie e al figlio maggiorenne: siccome ha la separazione dei beni, è possibile applicare l'articolo di cui sopra?”
Consulenza legale i 15/01/2015
Nella vicenda in esame, in base ai dati forniti nel quesito, sembra che il debitore (il commercialista) abbia ricevuto in eredità alcuni beni, che però ha donato alla moglie e al figlio maggiorenne per evitare che siano aggrediti dal creditore (l'ex cliente del commercialista).

Nel caso di specie, lo scopo del creditore è quello di potersi rifare sui beni donati.
Le soluzioni sono diverse, tuttavia la più idonea sembra essere quella di esperire una azione revocatoria.

L'azione revocatoria (detta anche pauliana) è regolata dagli artt. 2901 e ss. del codice civile. Si tratta di un rimedio previsto a favore del creditore contro le alienazioni di beni del debitore fatte allo scopo di sottrarre il suo patrimonio all'esecuzione forzata.

I presupposti dell'azione sono il consilium fraudis (frode da parte del debitore, che compia l'alienazione sapendo di pregiudicare le ragioni del creditore) e l'eventus damni (il pregiudizio che può derivare alle pretese del creditore).
Effetto della revocatoria è la dichiarazione di inefficacia dell'atto di alienazione, che avvantaggia solo il creditore che ha esperito l'azione (cioè, agli occhi del creditore, il bene donato a terzi risulta ancora nel patrimonio del debitore).

Affinché sussistano entrambi i presupposti dell'azione, nel nostro caso è necessario:
- che sussista un diritto di credito verso il debitore: il creditore deve dimostrare di avere un credito, anche se non è richiesto che possieda già un titolo esecutivo (es. un decreto ingiuntivo, una sentenza a suo favore). Non si richiede nemmeno che il credito sia liquido, né che sia esigibile. Sarà il giudice adito ad operare una valutazione sull'esistenza del credito, anche se non è stata proposta una specifica domanda a tal proposito (domanda che però si consiglia di proporre se il creditore non fosse in possesso di altro titolo che attesti il credito);
- che l'atto revocando possa provocare un pregiudizio alle ragioni del creditore (eventus damni): il danno o il pericolo di danno può concernere sia l'entità della garanzia patrimoniale, sia la qualità dei beni che formano oggetto della medesima (es. non può essere revocata la donazione di un immobile se il debitore è titolare di altri dieci; può essere revocata la donazione di denaro anche se il debitore ha un immobile intestato, perché il denaro è più facilmente aggredibile esecutivamente).
- che il debitore abbia donato i beni con l'intenzione di pregiudicare il creditore (consilium fraudis): il debitore deve avere almeno la consapevolezza del carattere pregiudizievole del proprio comportamento, non essendo necessario un vera e propria specifica conoscenza del danno provocato.
Trattandosi di donazione, e quindi di atto a titolo gratuito, non è richiesta nel caso di specie la prova della partecipazione alla frode dei terzi acquirenti (moglie e figlio).

Ai sensi dell'art. 2903 del c.c., l'azione per revocare l'atto compiuto in frode si prescrive con il decorso di cinque anni dal compimento dell'atto stesso. A garanzia della certezza dei rapporti giuridici, è del tutto irrilevante la conoscenza o meno da parte del creditore della data in cui l'atto è stato compiuto: trascorsi 5 anni dall'atto, l'azione revocatoria è preclusa.

Circa il regime patrimoniale di separazione dei beni tra i coniugi, va precisato che i patrimoni di marito e moglie vanno tenuti nettamente distinti: il creditore del solo marito non ha azione diretta nei confronti del patrimonio della moglie non debitrice. Se invece i due fossero stati in comunione dei beni, l'art. 189 del c.c. avrebbe consentito al creditore di soddisfarsi in via sussidiaria sui beni della comunione fino al valore corrispondernte alla quota del coniuge obbligato.

Ai fini dell'azione revocatoria sopra descritta, è irrilevante che i coniugi abbiano scelto la separazione dei beni: l'azione può essere esperita.

Soluzione alternativa ma forse più complessa a livello probatorio è l'azione di simulazione della donazione: il creditore (ex cliente) del simulato alienante (il commercialista) può far valere la simulazione che lo pregiudica (in questo caso, l'alienazione di un bene che riduce il patrimonio del debitore) utilizzando come prova anche la testimonianza (artt. 1416-1417 c.c.).

Ancora, si può ipotizzare un'azione di nullità della donazione, se si riscontrasse la mancanza di un suo elemento essenziale (es. la forma solenne, cioè l'atto pubblico con testimoni).

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