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Articolo 2034 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Obbligazioni naturali

Dispositivo dell'art. 2034 Codice civile

Non è ammessa la ripetizione di quanto è stato spontaneamente (1) prestato (2) in esecuzione di doveri morali o sociali (3), salvo che la prestazione sia stata eseguita da un incapace (4) (5).
I doveri indicati dal comma precedente, e ogni altro per cui la legge non accorda azione ma esclude la ripetizione di ciò che è stato spontaneamente pagato, non producono altri effetti (6) (7).

Note

(1) La prestazione non deve essere fatta in esecuzione di un dovere giuridico (ad esempio di una sentenza di condanna), ciò che costituisce la principale differenza tra l'obbligazione naturale e l'obbligazione civile (1173 ss. c.c.). La spontaneità non va confusa con la volontarietà, per cui l'eventuale errore non rileva.
(2) E' discusso se la prestazione comprenda solo un dare (ad esempio, versare una somma di denaro) od anche un fare (ad esempio, eseguire una certa attività).
(3) Il riferimento al dovere morale e sociale consente di ritenere applicabile la norma anche in ipotesi non tipizzate dal codice (di cui, in generale, al comma 2; tra di esse il debito prescritto, 2940 c.c., ed il debito di gioco, 1933 c.c.), ogni volta che l'inosservanza del dovere determini una disapprovazione sociale da parte della comunità.
(4) Se si ritiene che la norma si giustifichi in base ad un principio di autoresponsabilità deve concludersi che la capacità in questione sia solo quella naturale (428 c.c.). Se, invece, si qualifica la prestazione come atto negoziale deve sussistere la capacità d'agire (2 c.c.).
(5) Oltre a spontaneità e capacità si ritiene che l'operatività della norma esiga anche un rapporto proporzionale tra la prestazione e le capacità economiche del solvens. L'istituto disciplinato dal comma prende il nome di soluti retentio.
(6) Si ritiene che il secondo comma della norma sia speciale rispetto al primo (quindi ne contiene tutti gli elementi), in quanto fa riferimento alle ipotesi in cui l'obbligazione naturale è tipizzata dal codice, come, ad esempio, quella di debito di gioco (1933 c.c.). Anche l'elaborazione giurisprudenziale ha individuato delle fattispecie riconducibili all'ambito della norma, tra le quali il pagamento di interessi extralegali (purché non usurari ex art. 1284, comma 3 c.c.) convenuti oralmente.
(7) Per cui, tra gli altri: non è suscettibile di compensazione (1241 c.c.) o novazione (1230 c.c.); non è trasmissibile in via ereditaria, cosicchè l'erede che vi adempie lo fa, a sua volta, in esecuzione di un'obbligazione naturale; non è suscettibile di essere garantita personalmente (1936 c.c.) o realmente (pegno, 2784 c.c. o ipoteca (2808 c.c.).

Ratio Legis

Il legislatore riproduce il principio per cui i i vincoli che non hanno carattere giuridico non ricevono tutela dall'ordinamento, essendo rilevanti, al più, sul piano morale e sociale.
Tuttavia, il pagamento spontaneo non può essere ripetuto e ciò si giustificherebbe in base al principio di autoresponsabilità, conclusione rafforzata dal fatto che l'irripetibilità non opera se il solvens è incapace.

Brocardi

Is natura debet, quem iure gentium dare oportet, cuius fidem secuti sumus
Soluti retentio

Spiegazione dell'art. 2034 Codice civile

Nozione di "obbligazione naturale"

L'obbligazione naturale consiste nell'adempimento di un dovere morale o sociale, tale per cui il debitore, pur non avendo il dovere (giuridico) di adempiere, una volta eseguita la prestazione non può più ottenere la ripetizione (restituzione) di quanto prestato. Si suole dire, infatti, che le obbligazioni naturali non costituiscono una idonea causa obbligandi, ma sono una valida causa solvendi. Diversamente da quanto avviene nei casi di obbligazioni civili, il debitore non è giuridicamente obbligato ad eseguire la prestazione, ma, se la esegue, non può chiederne la restituzione (c.d. soluti retentio).
L'art. 2034 c.c. costituisce una evidente eccezione al disposto del precedente art. 2033 c.c. che disciplina il c.d. indebito oggettivo.

Ratio e funzione dell' "obbligazione naturale"

L'istituto permette all'ordinamento di aprirsi alle nuove esigenze sociali e di dare un valore giuridico a certi comportamenti ignorati dal diritto ma sentiti come vincolanti dalla collettività (Gazzoni). Più in generale l'ordinamento mostra, mediante la previsione di questa norma nel proprio corpus normativo, di valutare positivamente l'esecuzione spontanea di doveri di natura prettamente morale e sociale, anche laddove questi non abbiamo assunto rilievo giuridico normativo.

E' utile precisare che, secondo l'opinione che risulta prevalere in giurisprudenza e dottrina, non vi rientrano i doveri dettati della moralità individuale o quelli che esprimono valori condivisi da una collettività ristretta, privi del carattere di generalità. Non basta, pertanto, che il soggetto avverta, per la sua morale personale, la necessità di adempiere. Occorre che tale inclinazione risponda a un sentire diffuso, condiviso dalla collettività, e che sia pertanto oggettivamente qualificabile come dovere sociale.

Esempio di scuola di obbligazione naturale è il pagamento dei debiti di gioco.

Natura dell'atto di adempimento dell' "obbligazione naturale"

Secondo parte della dottrina, l'atto di adempimento avrebbe natura negoziale poichè nell'adempimento di una obbligazione naturale mancherebbe la doverosità, conseguentemente si sarebbe in presenza di un contratto di attribuzione (Rescigno) ad effetti reali e reale (Oppo), ovvero di un negozio unilaterale (Bianca). Pertanto, l'atto di attribuzione compiuto in adempimento di una obbligazione naturale, essendo appunto atto di natura negoziale, richiederebbe sempre e comunque la ricorrenza della piena capacità di agire, non bastando quella di intendere e volere (ovvero la capacità "naturale"), come accade, invece, nel caso delle obbligazioni c.d. civili, e l'adempimento sarebbe impugnabile con l'azione di annullamento certamente in caso di violenza e dolo, e per taluni (ma è posizione del tutto minoritaria), per errore (sulla obbligatorietà giuridica dell'adempimento).
Per altra corrente dottrinale, invece, si tratterebbe di un atto non negoziale, e precisamente di un atto giuridico in senso stretto, in quanto l'adempimento non rappresenterebbe di per sè un atto di autoregolamentazione, essendo la regola già prefissata e derivante appunto dal dovere morale o sociale previsto dall'ordinamento extrastatuale, quindi indipendentemente dalla volontà del solvens. Sarebbe, pertanto, un adempimento in tutto simile a quello delle obbligazioni c.d. civili. Effetto immediato di questa teoria è che non può comunque rilevare l'errore, e, per conseguenza, chi paga credendo (erroneamente) di esservi tenuto giuridicamente (non socialmente), non potrà, in seguito, impugnare in alcun modo il suo atto di adempimento.
Resta, però, da spiegare come mai il legislatore escluda allora la possibilità della soluti retentio nel caso di incapacità. Secondo l'opinione maggioritaria laddove il legislatore, all'art. 2034, dice "salvo che la prestazione sia eseguita da un incapace" deve leggersi come riferimento alla mera capacità naturale. Basta, pertanto, la consapevolezza del proprio agire, a prescindere che si tratti di soggetto capace o incapace di agire. Sarebbe così anche spiegata la scelta fatta da legislatore del termine "spontaneamente", preferendolo a "volontariamente", che pure era possibile. Laddove, infatti, quest'ultimo richiama al concetto di volontà dell'agire (e quindi non possono non rilevare tutti i vizi della volontà, compreso l'errore), il primo invece mostra di considerare unicamente l'aspetto legato alla mera capacità naturale, ovvero alla necessità che vi sia la capacità di intendere e volere, e nulla più.

Vicende dell' "obbligazione naturale"

L'unico effetto giuridicamente rilevante conseguente all'adempimento dell'obbligazione naturale consiste nel diritto del destinatario a a trattenere e non restituire la prestazione effettuata in suo favore.
Pertanto, nessuna obbligazione naturale potrà mai essere suscettibile di novazione, compensazione, datio in solutum, nè tramite tali figure giuridiche sarà possibile trasformare l'obbligazione da naturale in civile.
Quanto alla cessione del credito naturale, la dottrina maggioritaria ritiene che l'effetto di irripetibilità non si produca in favore di una persona diversa dal creditore naturale, ciò alla luce del carattere personale del rapporto, che non sembra poter tollerare un adempimento del terzo, anche a causa del possibile regresso. Lo stesso dicasi per la delegazione di pagamento del creditore naturale al proprio debitore naturale in favore di un terzo.
Per tali ragioni l'obbligazione naturale non si trasmette neppure mortis causa, poichè, non avendo giuridicità prima e fuori dall'adempimento, non ha carattere patrimoniale e quindi non fa parte di quei diritti ed obblighi nei quali l'ordinamento prevede il subentro dell'erede. Si ritiene comunque possibile che sorga in capo all'erede un'autonoma obbligazione naturale avente ad oggetto l'adempimento di quella del de cuius.

Ambito applicativo dell' "obbligazione naturale"

L'art. 2034 c.c. distingue le obbligazioni naturali in due categorie, tra le quali sussiste un rapporto di genus a species. Il primo comma ha una portata applicativa generica, bastando, per la sua sussistenza, l'esistenza di un dovere morale o di coscienza e l'esecuzione spontanea dello stesso.

Invece il secondo comma prevede (con un rimando generico, laddove dice "e ogni altro per cui la legge non accorda azione ma esclude la ripetizione di ciò che è stato spontaneamente pagato") fattispecie tipiche di obbligazioni naturali, casi cioè predeterminati dall'ordinamento e, nello specifico, il pagamento del debito di gioco ( art. 1933 del c.c. ), l'obbligo di eseguire la c.d. disposizione fiduciaria (art. 627 del c.c. ), e infine il pagamento di un debito prescritto (art. 2940 del c.c.).

Su quest'ultima fattispecie, però, non c'è accordo unanime in dottrina, essendo oggetto di ampio dibattito se davvero l'adempimento di un debito prescritto dia luogo ad una ipotesi di adempimento di obbligazione naturale.
Secondo alcuni autori la risposta non può che essere affermativa, poichè l' art. 2940 del c.c., che sancisce l'irripetibilità dell'adempimento spontaneo, ha richiama chiaramente, negli effetti e nella struttura, l'art. 2034 c.c.. La prescrizione opererebbe nel senso della estinzione dell'obbligazione civile con contestuale nascita immediata di una obbligazione naturale, che ne prenderebbe il posto. Ne consegue, pertanto, che l'eventuale incapacità sopravvenuta determinerebbe la ripetibilità di quanto prestato.
Secondo altra parte della dottrina, invece, la prescrizione estinguerebbe non l'obbligazione bensì l'azione volta ad ottenere l'adempimento coattivo, e quindi il debito sopravviverebbe. La spiegazione, pertanto, della non ripetibilità dell'indebito, andrebbe trovata al di fuori delle obbligazioni naturali. Semplicemente la prescrizione non estingue il diritto, cosicchè, in caso di adempimento, andrebbe applicato l'art. 1191 del c.c., in base al quale vige l'irrilevanza dell'incapacità (anche di quella solo naturale) nel caso di adempimento di obbligazioni civili. Il pagamento, pertanto, non sarà in alcun caso ripetibile.

Alcuni esempi di "obbligazione naturale"

  • Prestazioni gratuite, diverse dalla donazione, effettuate a favore del convivente more uxorio - Le attribuzioni patrimoniali effettuate a favore del convivente more uxorio nel corso del rapporto (sempre che vengano rispettati i requisiti della proporzionalità ed adeguatezza) costituiscono una obbligazione naturale, poichè le unioni di fatto, quali formazioni sociali aventi rilievo ex art. 2 Cost., sono caratterizzate da doveri di natura morale di ciascun convivente nei confronti dell'altro, che si esprimono anche in rapporti di natura patrimoniale.
  • Pagamento spontaneo di interessi pattuiti oralmente in misura extralegale, sempre che non assumano connotazione usuraria;
  • Adempimento spontaneo da parte dell'erede di una disposizione testamentaria orale del de cuius - In tal caso però devono sussistere due requisiti fondamentali: in primo luogo il testatore deve aver manifestato all'erede legittimo in vita una propria volontà in modo chiaro ed inequivoco; in secondo luogo il destinatario di tale volontà deve eseguirla in modo spontaneo.
  • il pagamento di un debito esistente nonostante la sentenza di assoluzione pronunciata in ragione della mancanza di prove dell'obbligazione
  • l'adempimento di una obbligazione annullata per mancanza di capacità
  • la riparazione di un danno cagionato a terzi, anche laddove non ricorrano tutti i presupposti per ottenere il risarcimento
  • la prestazione di alimenti da patrigno a figliastra, nel caso in cui il patrigno abbia trattato la figliastra sempre come figlia
  • l'esecuzione volontaria di una disposizione testamentaria nulla per qualche vizio di forma

Accertamento giudiziale dell' "obbligazione naturale"

L'indagine che il giudice deve compiere per accertare se si trovi di fronte ad una obbligazione naturale è duplice. Da un lato dovrà accertare se, nel caso di specie, sussiste un dovere morale e sociale, in relazione alla valutazione corrente nella società attuale; dall'altro se tale dovere sia stato adempiuto con una prestazione avente carattere di proporzionalità ed adeguatezza. Tali indagini implicano valutazioni e apprezzamenti di fatto che si sottraggono a censura in sede di legittimità se correttamente motivate.

Rapporti e differenze della "obbligazione naturale" con altri istituti

Obbligazione naturale e donazione
Chi adempie una obbligazione naturale lo fa con la convinzione di esservi tenuto e non per compiere una liberalità: adempie, cioè, con animus solvendi e non con animus donandi. In particolare, l'obbligazione naturale va distinta dalle liberalità d'uso (art. 770 del c.c., che si caratterizzano per la modicità della prestazione e per la loro conformità al costume sociale. La liberalità d'uso rientra comunque nella categoria degli atti liberali, mentre ciò non vale per il solvens dell'obbligazione naturale.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

18 L'esclusione di ogni effetto giuridico ai semplici doveri di coscienza e a quelli imposti dalla convenienza sociale contrappone, all'obbligazione in senso tecnico, quella c.d. naturale. Il codice vigente accenna a quest'ultima solo nell'art. 1237, per sancire l'effetto dell'irripetibilita del pagamento fatto in adempimento di essa. Il richiamo incidentale e generico alla categoria delle obbligazioni naturali sembra sufficiente alla commissione reale, che nell'art. 66 del suo progetto si atten­ne a quanto appare detto nel codice del 1865: la Commissione non ritenne così opportuno di definire l'origine e gli effetti delle obbligazione naturali, di prendere partito sul rapporto, tra obbligazione naturale ed obblighi morali e di coscienza, di chiarire la posizione dell'obbligazione naturale rispetto a quella civile. Non ho condiviso questo indirizzo, data la gravità delle di­spute che si agitano sul l'argomento, e che, tramandate dai cultori del diritto romano, furono ravvivate, anziché sopite, dal sistema dell'art. 1237 cod. civ. Ho innanzitutto creduto di identificare l'obbligazione naturale con i semplici doveri di coscienza e con quelli derivanti dalle convenienze sociali. E' vero che tale identificazione non cor­risponde alla genesi storica della categoria delle obbligazioni naturali, e, per quanto de iure condito autorevolmente soste­nuta, non raccoglie i favori della dottrina prevalente; ma, poiché, come ora si vedrà, ho voluto limitare gli effetti delle obbligazioni naturali alla semplice soluti retentio, quella identificazione risulta più facile, dato che si riconosce pacifica­mente che anche i doveri morali o di coscienza importano l'effetto della irripetibilità. Solo un pregiudizio di scuola quindi poteva far continuare a differenziare la categoria delle obbligazioni naturali in senso stretto da quelle puramente morali o di coscienza. Del resto, nella formulazione adottata (semplici doveri di coscienza e doveri derivanti da convenienze sociali che abbiano contenuto patrimoniale) rientrano indubbiamente le figure che la dottrina più rigorosa considerava le sole specie di obbligazioni naturali. Quanto al delicato problema relative agli effetti delle obbligazioni stesse, ho ritenuto che, ove non si volesse necessariamente a reminescenze storiche di sistemi giuridici ormai superati, non si poteva non accettare la soluzione più rigorosa. Se la giuridicità dell'obbligo deriva sostanzialmente dalla possibilità che il diritto del creditore si realizzi anche al di fuori o contro la volontà del debitore (che altrimenti il diritto del creditore non sarebbe più tale), a mio parere, deve discenderne, come conseguenza logica, che l'obbligazione naturale non è un vincolo giuridico neppure imperfetto: come tale non è idoneo a produrre effetti giuridici. La soluti retentio è, infatti, più che un effetto immediato dell'obbligazione naturale, una conseguenza del volontario adempimento, il quale crea una situazione che solo da questo momento l'ordinamento giuridico prende in considerazione e intende tutelare. Resta così chiaramente esclusa la novabilità dell'obbligazione naturale, e la possibilità di assumere una valida obbligazione civile sul fondamento esclusivo di una obbligazione naturale.

Massime relative all'art. 2034 Codice civile

Cass. n. 1266/2016

Le unioni di fatto, quali formazioni sociali rilevanti ex art. 2 Cost., sono caratterizzate da doveri di natura morale e sociale, di ciascun convivente nei confronti dell'altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale e si configurano come adempimento di un'obbligazione naturale ove siano rispettati i principi di proporzionalità ed adeguatezza. Ne consegue che, in un tale contesto, l'attività lavorativa e di assistenza svolta in favore del convivente "more uxorio" assume una siffatta connotazione quando sia espressione dei vincoli di solidarietà ed affettività di fatto esistenti, alternativi a quelli tipici di un rapporto a prestazioni corrispettive, quale il rapporto di lavoro subordinato, benchè non possa escludersi che, talvolta, essa trovi giustificazione proprio in quest'ultimo, del quale deve fornirsi prova rigorosa, e la cui configurabilità costituisce valutazione, riservata al giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità ove adeguatamente motivata. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva negato la natura di obbligazione naturale al contributo lavorativo della donna all'azienda del convivente, in quanto fonte di arricchimento esclusivo dello stesso in luogo di quello dell'intera famiglia cui detto apporto lavorativo era preordinato).

Cass. n. 1277/2014

Le unioni di fatto, quali formazioni sociali che presentano significative analogie con la famiglia formatasi nell'ambito di un legame matrimoniale e assumono rilievo ai sensi dell'art. 2 Cost., sono caratterizzate da doveri di natura morale e sociale di ciascun convivente nei confronti dell'altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale. Ne consegue che le attribuzioni patrimoniali a favore del convivente "more uxorio" effettuate nel corso del rapporto (nella specie, versamenti di denaro sul conto corrente del convivente) configurano l'adempimento di una obbligazione naturale ex art. 2034 cod. civ., a condizione che siano rispettati i principi di proporzionalità e di adeguatezza, senza che assumano rilievo le eventuali rinunce operate dal convivente - quale quella di trasferirsi all'estero recedendo dal rapporto di lavoro - ancorché suggerite o richieste dall'altro convivente, che abbiano determinato una situazione di precarietà sul piano economico, dal momento che tali dazioni non hanno valenza indennitaria, ma sono espressione della solidarietà tra due persone unite da un legame stabile e duraturo.

Cass. n. 15301/2011

La mera promessa di remunerazione, fatta ad un terzo da parte del "de cuius" non determina il sorgere di un obbligo di pagamento vincolante per gli eredi in quanto, un assenza dell'accertamento della prova di pattuizioni o di versamenti periodicamente eseguiti, a tale promessa deve riconoscersi esclusivamente la qualificazione di obbligazione naturale, non trasmissibile "mortis causa" in quanto priva di vincolatività giuridica prima e fuori dell'adempimento, tenuto conto che la promessa di pagamento, in quanto non costitutiva di un'obbligazione ma esclusivamente confermativa di un preesistente rapporto fondamentale, non è idonea a trasformare in un debito giuridicamente vincolante per il promettente un'obbligazione naturale.

Cass. n. 1218/1975

L'indagine che il giudice deve compiere per accertare se si trova di fronte a una obbligazione naturale è duplice. Da un canto egli deve accertare se nel caso sottoposto al suo esame sussiste un dovere morale o sociale, in relazione alla valutazione corrente nella società attuale; dall'altro se questo dovere sia stato adempiuto con una prestazione che presenti un carattere di proporzionalità e adeguatezza in relazione a tutte le circostanze del caso. Dette indagini implicano valutazioni e apprezzamenti di fatto, che si sottraggono a censura in sede di legittimità, se correttamente motivate. II principio secondo cui l'obbligazione naturale acquista rilevanza giuridica ed entra nel mondo del diritto solo con l'adempimento porta ad escludere che l'obbligo morale e sociale possa formare oggetto di trasmissione ereditaria in senso tecnico. Cionondimeno, i doveri morali e sociali possono sussistere non solo nei confronti della persona che ha posto in essere la particolare situazione di fatto, ma, in determinate circostanze, dopo la morte di questa, anche verso un suo strettissimo congiunto, specie se l'utilità economica che la prima avrebbe potuto trarre dalla situazione stessa e non ha tratto, si sarebbe trasformata in vantaggio anche per il congiunto.

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Quesiti degli utenti
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Giovanni R. chiede
mercoledì 25/10/2017 - Lazio
“Chiedo un approfondimento sul quesito Q201719443:
Il patrimonio del de cuius è costituito dal mobilio e dalla casa di cui mia zia deteneva i 5/9 mentre i rimanenti 4/9 sono ripartiti fra i vari eredi dei fratelli premorti. I figli e la moglie del nipote D, premorto un anno fa, che posseggono individualmente 2/81 ciascuno, ritenendosi allora eredi, avevano contribuito al sostentamento, alle cure della zia e al funerale. Al momento della pubblicazione del testamento, saputo di non poter succedere in rappresentanza del padre, hanno chiesto ai sensi dell'art 752 cc la restituzione delle somme sebbene fossimo disponibili a dare loro, legati da affetto verso D, una notevole somma, dopo la vendita della casa e al netto delle spese. Tale somma, inferiore ai 3/12 del patrimonio ereditato, sarebbe stata corrisposta attraverso atto pubblico a loro carico impegnandosi pro quota a far fronte ad eventuali passività che sarebbero potute insorgere sul patrimonio.
I figli di D non hanno accettato e continuano a considerare la parte che la zia avrebbe lasciato al padre come un loro esclusivo diritto e non certo un “regalo” da parte di alcuno e per iscritto invitano, con tono polemico, a donare la parte spettante al padre per la ricerca medica. Oltre alla restituzione delle somme non ritenendosi obbligati ai sensi dell'art 433,437, 443 risultando loro congiuntamente proprietari, come detto sopra, dei 6/81 della casa, ne chiedono le chiavi.
Chiedo:
1. I figli di D ai sensi dell'art 433 erano tenuti a contribuire al sostentamento ed alle cure della zia (per loro prozia)?
2. Dobbiamo restituire tutte le somme versate o solo quelle relative al funerale? Preciso che tali somme sono tutte provabili. Essi sostengono che siano state versate dalla madre non avendone l'obbligo ai sensi dell'art 433 cc. A questo proposito faccio presente che i relativi bonifici bancari provengono dal suo conto ma sono emessi a nome dei figli e della stessa.
3. Dobbiamo dare le chiavi? Possiamo eventualmente limitare il loro accesso solo ad alcuni ambienti considerato l'esiguità della loro percentuale di proprietà e porre il mobilio negli ambienti che chiuderemmo in attesa di venderlo o traslocarlo? In caso non fosse possibile possiamo chiedere un ragionevole tempo per il trasloco in un deposito prima di consegnare una copia delle chiavi? Prima della consegna delle chiavi va stilato un verbale dello stato dei luoghi?
4. Affermano di ritenere prematuro occuparsi della vendita della casa e di eventuali incontri con agenzie immobiliari finché non saranno risolte le pendenze economiche in questione, è corretto? In caso, per scelta di qualcuno, i tempi si dovessero allungare possiamo fare azioni per sbloccare la vendita contro la loro volontà o degli altri comproprietari?
5. Da ultimo informano che si occuperanno direttamente delle questioni inerenti il condominio. Ciò è possibile o bisogna andare in assemblea rappresentando unitariamente i millesimi attribuiti alla casa?
6. Possedendo noi 57/86 della proprietà e quindi la quota maggioritaria abbiamo diritti e doveri particolari nei confronti dei proprietari minoritari e del condominio?”
Consulenza legale i 02/11/2017
Prima di rispondere alle singole domande poste, si ritiene necessario fare alcune precisazioni nascenti dal testo del quesito stesso.

E’ del tutto errato chiedere la restituzione di somme versate per sostentamento, cure della zia e funerale ex art. 752 c.c., in quanto tale norma fa espresso riferimento alla ripartizione dei debiti ereditari tra coloro che rivestono la qualità di eredi, mentre i figli ed il coniuge di D non possiedono tale qualità nei confronti della zia defunta, essendo stati esclusi dalla successione della stessa in rappresentazione del padre premorto.

Precisato ciò, ed esclusa la possibilità di un accordo del tipo proposto, consistente nella corresponsione di una somma di denaro in segno di riconoscenza delle cure e delle premure prestate nei confronti della zia, vediamo come possono essere risolte le problematiche risultanti dalle singole domande poste.

  1. I figli di D ai sensi dell'art. 433 erano tenuti a contribuire al sostentamento ed alle cure della zia (per loro prozia)?

A questa domanda deve rispondersi negativamente, in quanto la norma citata pone l’obbligo di prestare gli alimenti in capo ai fratelli ed alle sorelle germani o unilaterali, ma non in capo ai loro figli (così n. 6 dell’art. 433 c.c.).

  1. Dobbiamo restituire tutte le somme versate o solo quelle relative al funerale?

Sembra opportuno intanto a questo proposito chiarire che, ex art. 1180 c.c., qualunque obbligazione, anche quella relativa alle spese funerarie, può essere adempiuta parzialmente o per intero da un terzo, salvo che il vero debitore si opponga o che il creditore abbia interesse che sia il debitore ad eseguire personalmente la prestazione.
Qualora non si sia voluto porre in essere un adempimento del debito altrui, ricorrerà la diversa figura del c.d. indebito soggettivo, disciplinata dall’art. 2036 c.c.; tale norma infatti, dispone che chi ha pagato un debito altrui, nell’erroneo convincimento di essere lui il debitore sulla base di un errore scusabile (in questo caso l’errore può ravvisarsi nel credersi erede in rappresentazione), può ripetere ciò che ha pagato, con diritto di subentrare nei diritti del creditore se la ripetizione non è più possibile.
Questo vale per le sole spese funerarie.
Per quanto concerne, invece, le somme uscite dal loro patrimonio per sostentamento e cure della zia, la norma a cui fare riferimento si ritiene che sia l’art. 2034 c.c., la quale dispone che non è ammessa la ripetizione di quanto sia stato spontaneamente prestato in esecuzione di doveri morali o sociali, tranne il caso in cui sia stato un incapace ad eseguire la prestazione.
Si tratta di quelle che il codice definisce obbligazioni naturali, cioè obbligazioni che vengono spontaneamente adempiute e per le quali non è prevista alcuna forma di coazione; dovere morale è l'obbligo di carattere etico, che vincola il soggetto a livello personale, mentre dovere sociale è il dovere sentito come tale dalla collettività, quale può essere proprio l'obbligo di assistere finanziariamente un parente bisognoso.
Per tali somme, dunque, i figli di D non possono vantare alcun diritto al rimborso.

  1. Dobbiamo dare le chiavi? Possiamo eventualmente limitare il loro accesso solo ad alcuni ambienti considerato l'esiguità della loro percentuale di proprietà e porre il mobilio negli ambienti che chiuderemmo in attesa di venderlo o traslocarlo? In caso non fosse possibile possiamo chiedere un ragionevole tempo per il trasloco in un deposito prima di consegnare una copia delle chiavi? Prima della consegna delle chiavi va stilato un verbale dello stato dei luoghi?

Dal testo del quesito sembra di capire che i figli e la moglie di D siano comproprietari della casa lasciata dalla zia in ragione di 6/81 indivisi per successione legittima del padre e marito.
Ciò è sufficiente per dare loro diritto a ricevere copia delle chiavi della suddetta abitazione, almeno fin quando non si sarà proceduto a stipulare un formale contratto di divisione dell’immobile, sempre che ciò sia possibile.
Fino a tale momento non ci si potrà rifiutare di consegnare loro le chiavi né si potrà pretendere di limitare il loro accesso solo ad alcuni vani dell’abitazione; del resto, si tenga presente che l’art. 1111 c.c. dettato in materia di comunione in generale, riconosce espressamente a ciascuno del partecipanti alla comunione il diritto di chiedere in qualsiasi momento il suo scioglimento, salvo che si tratti di cose che, se divise, cesserebbero di servire all’uso a cui sono destinate (così art. 1112 c.c.).
Tuttavia, allorchè ci si dovesse trovare in presenza di una situazione del genere, ossia di immobile che per ragioni tecniche, urbanistiche o di qualunque altra natura non possa essere diviso, si potrà ricorrere al disposto di cui all’art. 720 c.c., norma dettata in materia di divisione ereditaria ed espressamente richiamata dall’art. 1116 c.c.
Dispone infatti l’art. 720 c.c. che se l’immobile non è comodamente divisibile, dovrà essere preferibilmente compreso per intero nella porzione del coerede avente diritto alla quota maggiore ovvero anche nelle porzioni di più coeredi, se questi ne richiedono congiuntamente l’attribuzione; la quota degli altri comproprietari esclusi, invece, dovrà essere conguagliata in denaro (quindi, nel nostro caso, per una porzione pari a 6/81 si dovrà procedere ad una liquidazione in denaro).
Sicuramente sarà legittimo chiedere un congruo termine per sgomberare i locali da ogni bene mobile, così come si ritiene che sia alquanto prudente redigere un verbale di consegna delle chiavi, del quale si potrà apporfittare per fare una breve descrizione dello stato dell’immobile, da rappresentare, se si vuole, anche mediante foto da allegare al verbale stesso.
Nessuno formula particolare occorre rispettare per la sua stesura, purché da esso si faccia risultare la consegna di copia delle chiavi, da cui ne conseguirà ipso iure la presa di possesso pro quota dell’immobile.

  1. Affermano di ritenere prematuro occuparsi della vendita della casa e di eventuali incontri con agenzie immobiliari finché non saranno risolte le pendenze economiche in questione, è corretto? In caso, per scelta di qualcuno, i tempi si dovessero allungare possiamo fare azioni per sbloccare la vendita contro la loro volontà o degli altri comproprietari?

L’assenza di un accordo sulla vendita dell’immobile comporta la necessità di fare innanzitutto ricorso al disposto di cui al sopracitato art. 1111 c.c., norma che riconosce il diritto di chiedere in qualsiasi momento lo scioglimento della comunione, consentendo soltanto all’autorità giudiziaria di differire tale scioglimento per un termine che non può essere superiore a cinque anni e soltanto allorché si dimostri che l’immediato scioglimento possa pregiudicare gli interessi degli altri.
Ciò significa che, se all’invito di procedere alla divisione dovesse essere opposto un rifiuto, si avrà ugualmente il diritto di ottenere immediatamente la divisione, ma purtroppo l’unica strada che resta è quella della divisione giudiziale, procedimento disciplinato dall’art. 784 e ss. c.p.c..
Qualora la divisione non sia possibile e nessuno dei comproprietari sia disposto a chiederne l’assegnazione per intero con addebito dell’eccedenza, si dovrà far luogo alla vendita all’incanto ex art. 720 ultima parte c.c.; patti e condizioni della vendita, in difetto di accordo dei condividenti, saranno stabiliti dall’autorità giudiziaria (così art. 721 c.c. , che richiama a sua volta l’art. 788 c.p.c.).
Evidentemente si tratta di una procedura alquanto lunga e dispendiosa, ragione per cui si consiglia di fare il possibile per raggiungere un accordo per la vendita consensuale dell’immobile.


  1. Da ultimo informano che si occuperanno direttamente delle questioni inerenti il condominio. Ciò è possibile o bisogna andare in assemblea rappresentando unitariamente i millesimi attribuiti alla casa?

Questa domanda trova risposta nell’attuale art. 67 disp. Att. C.c., il quale prevede che, nel caso di pluralità di proprietari (ne costituiscono tipici esempi proprio l’immobile ereditato o comunque in comunione tra coniugi), tutti quanti gli interessati hanno diritto ad essere avvisati dello svolgimento dell’assemblea, ma solamente uno di essi, in rappresentanza di tutti, ha diritto di partecipare alla riunione.
Il rappresentante che parteciperà all’assemblea dovrà essere designato dai comproprietari interessati ex art. 1106 c.c., e nell’atto di delega potranno determinarsi i poteri e gli obblighi dell’amministratore/rappresentante; qualora non si riesca a raggiungere un accordo sul soggetto che dovrà svolgere la funzione di rappresentante, sarà il presidente dell’assemblea di condominio a provvedervi mediante sorteggio.

6. Possedendo noi 57/86 della proprietà e quindi la quota maggioritaria abbiamo diritti e doveri particolari nei confronti dei proprietari minoritari e del condominio?

Risulta ovvio che ogni diritto così come ogni obbligo sarà rapportato alla misura della propria quota di proprietà; ciò significa che, se viene deliberato di effettuare nel condominio dei lavori di straordinaria manutenzione, coloro che hanno la quota maggioritaria avranno senza dubbio un maggior potere nel decidere se eseguire o meno tali lavori, così come, del resto, saranno tenuti a sopportarne le relative spese in misura maggiore rispetto ai comproprietari minoritari.
In definitiva, ogni diritto ed ogni peso saranno proporzionalmente commisurati alla quota di comproprietà di cui si è titolari.

Testi per approfondire questo articolo

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