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Articolo 1418 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Cause di nullità del contratto

Dispositivo dell'art. 1418 Codice civile

Il contratto è nullo quando è contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga diversamente (1).
Producono nullità del contratto la mancanza di uno dei requisiti indicati dall'articolo 1325, l'illiceità della causa [1343], l'illiceità dei motivi nel caso indicato dall'articolo 1345 e la mancanza nell'oggetto dei requisiti stabiliti dall'articolo 1346 (2).
Il contratto è altresì nullo negli altri casi stabiliti dalla legge [458, 778, 785, 788, 794, 1350, 1354, 1355, 1472, 1895, 1904, 1963, 1972, 2103, 2115, 2265, 2744] (3).

Note

(1) Si tratta delle c.d. nullità virtuali, così definite in quanto la legge non individua un tipo ma rimanda alle norme imperative violate.
(2) Il comma si riferisce alle c.d. nullità strutturali, qualificate come tali perchè incidono sugli elementi costitutivi del negozio. Ne sono esempi: la pattuizione orale se il contratto è volto a trasferire la proprietà di un immobile (1350, 1325 c.c.); il contratto in cui il prezzo è versato per corrompere un pubblico ufficiale (1343 c.c.; 318 c.p.); il contratto di locazione (1571 c.c.) se entrambe le parti si dispongono a stipulare solo per consentire al locatario di realizzarvi una casa per appuntamenti; il negozio tra due privati che ha per oggetto la compravendita (1470 c.c.) del Colosseo.
(3) Si tratta delle c.d. nullità testuali, contenute in singole norme di legge.

Ratio Legis

Il primo comma si giustifica considerando il carattere imperativo delle norme violate che, come tale, non può che condurre alla nullità del negozio; inoltre, la previsione consente di sanzionare anche ipotesi che, pur illecite, non dovessero rientrare nella previsione di causa illecita.
Nel secondo comma il legislatore contempla altri casi di nullità dovuti alla mancanza di elementi essenziali o alla illiceità che afflige il contratto e che, come tale, è sempre sanzionata nel modo più severo.
Infine, poichè la nullità è un rimedio di carattere eccezionale che, quindi, necessita di una previsione espressa, il legislatore si preoccupa di richiamare anche le altre ipotesi di legge che la prevedono.

Brocardi

Exceptio nullitatis
Pacta, quae turpem causam continent, non sunt observanda
Quod nullum est nullum producit effectum
Rerum inhonestarum nulla est societas

Spiegazione dell'art. 1418 Codice civile

La nullità del contratto per contrarietà a norme imperative

Tralasciando, sull'esempio degli altri codici, di dare una definizione del fenomeno della nullità, la quale sarebbe inutile ed inopportuna in un testo di legge, il legislatore italiano inizia il capo della nullità con l'elencazione delle cause di nullità del contratto.

Il modo con cui questa norma è formulata dà luogo a taluni dubbi e perplessità.

Il primo comma considera la nullità del contratto per contrarietà a norme imperative. Nel progetto ministeriale (art. 294, 1° comma) si parla invece di norme imperative o proibitive; quest'aggiunta fu soppressa in base all'osservazione, in seno alla C.A.L. (Atti verb., n. 12, pag. 158) che la norma o è imperativa, nel senso di cogente, o è dispositiva; la norma proibitiva è sempre cogente e quindi è inutile tale specificazione. Se questa è la ragione per cui fu abbandonata la dizione originaria, non si comprende perché non si sia parlato senza altro di norme cogenti anziché di norme imperative, espressione ambigua, dato il significato tradizionale in cui essa viene usata in antitesi alle norme proibitive. Nella R. R. (n. 116) la configurazione delle norme imperative come ragione autonoma di nullità del contratto e giustificata in base alla osservazione che in tal modo si vengono a cornprendere nella nullità del contratto anche le ipotesi che potrebbero non rientrare nel concetto di causa illecita.

Nonostante tale ausilio dei lavori preparatori, resta dubbio in che senso debba intendersi l'espressione di «norme imperative» del testo definitivo. Che ad essa si debba attribuire, in conformità a quanto ristilta dalla discussione in seno alla C.A.L., il significato di norma cogente è un'opinione difficilmente sostenibile, non solo perché tutti i casi di nullità elencati nel comma successivo sono casi di nullità per contrarietà a norme cogenti, ma anche e sopratutto perché con questa interpretazione il disposto del 1° comma dell'art. 1418 viene a trovarsi in stridente contrasto con il disposto dell'art. 1325, il quale per la nul­lità di un contratto concluso senza l'osservanza di una prescrizione di forma richiede che la sanzione della nullità risulti dalla norma violata. Più attendibile è l'opinione che l’espressione in esame debba intendersi nel senso più ristretto di norme proibitive, come risulta implicitamente dalla R. R. e come è stabilito nel codice civile germanico; il primo comma sarebbe pertanto diretto a ricondurre sotto la sanzione della nullità, quelle ipotesi di illiceità del negozio che non rientrano a rigore nel concetto di illiceità per contrarietà del contenuto, in sè e per sè considerato, del negozio a una proibizione di legge. Queste ipotesi si riducono essenzialmente, a mio avviso, alla illiceità del contenuto del negozio in relazione al soggetto o ai soggetti del negozio (es.: articolo 1471, nn. 1 e 2 cod. civ.).

Interpretando in tal modo il primo comma dell'art. 141 8, si deve osservare che la configurazione in un comma a sè stante dell'ipotesi di violazione di una norma poibitiva, per quanto non erronea, dato che nel testo definitivo, a differenza del testo non coordinato del Libro IV, tale causa di nullità non è contrapposta alle cause elencate nel secondo comma, è tuttavia inopportuna; in una formulazione più precisa e più stringata il primo comma doveva essere abolito e sostituito da un'aggiunta, in quella parte del 2° comma dove si menziona l’illiceità del negozio.

L'inciso finale del 1° comma, aggiunto solo nel testo coordinato, risolve la questione circa gli effetti della violazione di un divieto di legge che non stabilisca espressamente la sanzione della nullità: la regola è la nullita del negozio contra legem, salvo una esplicita diversa disposizione. Con una, formulazione diversa e preferibile, il codice civile germanico non richiede che la sanzione diversa dalla nullità sia espressamente comminata, limitandosi a stabilire che detta diversa sanzione non deve risultare dalla legge. Si ammette così, in conformità del resto con l’insegnamento della migliore dottrina italiana sotto l'impero del codice abrogato, che la sanzione diversa dalla nullità possa anche essere desunta, nel silenzio della lettera della legge, dalla ratio legis. E’ da avvertire però che l'adozione di questo sisterna nel nostro ordinamento presenterebbe l'inconveniente di non offrire un criterio sicuro e certo per l'individuazione dei casi di nullità e di annullabilità, dato che il nostro legislatore ricollega talora alla violazione di norme proibitive aventi la medesima ratio in taluni casi la nullità ed in altri la semplice annullabilità (es. art. 1471, nn. 1 e 2, e nn. 3 e 4 cod. civ.).

La nullità del contratto per le altre cause di cui al secondo e terzo comma dell’articolo in esame

L'elencazione delle cause di nullità contenuta nel secondo comma presenta, di riflesso, gli stessi difetti dell’elencazione degli elementi essenziali del contratto contenuta nell'art. 1325 cod. civ.

Non è esatto considerare in linea generale la mancanza dell'accordo come causa di nullità del contratto, giacché, nel sistema accolto dal nuovo legislatore in ordine al problema del valore dell'elemento volitivo nella fattispecie negoziale, solo la divergenza bilaterale (simulazione) tra volontà e dichiarazione è causa di nullita del negozio; la divergenza unilaterale, come è stabilito testualmente negli articoli 428 e 1433 cod. civ. per l'errore ostativo e l’incapacità naturale
è causa di semplice annullabilità. Superflua è inoltre la menzione della illiceità della causa, giacché la causa non costituisce un elemento del
negozio distinto dall'elemento oggettivo e l’illiceità causale altro non è che l'illiceità dell'oggetto del negozio, ricordata più avanti nello stesso comma. E’ da osservare infine che l'elencazione considera sullo stesso piano delle cause generali di nullità del contratto una causa — il difetto di forma — propria solo di singoli tipi di contratto.

Il terzo comma dell'art. 1418 stabilisce, con una disposizione che poteva essere omessa, che la nullità del contratto può anche derivare da cause particolari stabilite volta per volta dalla legge. Ciò avviene, per non citare che le ipotesi principali, nel caso di contratto sottoposto a condizione illecita od impossibile (art. 1354 cod. civ.), di contratto di alienazione di un diritto o di assunzione di un obbligo sottoposto a condizione sospensiva puramente potestativa (art. 1455 cod. civ.) e di contratto in cui la determinazione della prestazione sia rimessa al mero arbitrio di un terzo, il quale non vuole o non può operare la determinazione e le parti non si accordano per la nomina di un nuovo arbitratore (art. 1349 cod. civ.).

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

278 Data l'elencazione fatta dall'art. 182, nell'iniziare la esposizione dei principi concernenti la nullità del contratto mi sono limitato a dire genericamente che tale nullità opera quando il contratto manchi degli elementi essenziali per la sua esistenza, aggiungendo l'ulteriore ipotesi di contrarietà alle norme imperative o proibitive della legge.
Mancava, però, nel progetto del 1936 la disciplina delle nullità parziali. Vi ho provveduto nei due ultimi comma dell'art. 296, applicando il principio utile per inutile non vitiatur.
Là dove risulta che i contraenti non avrebbero voluto il contratto senza quella parte del suo contenuto che è colpita da nullità, la nullità parziale trascina nei suoi effetti tutto il contratto, diversamente il contratto resta valido. Si contempla, però, un'eccezione; quella in cui è previsto che norme imperative sostituiscono di diritto singole clausole contrattuali. Tale ipotesi si ha in modo particolare nei contratti individuali di lavoro, e nei casi in cui si è trascurato di determinare per iscritto la misura ultralegale dell'interesse civile: allora la volontà stessa della norma esclude che si possa considerare essenziale la clausola nulla, tenuto conto che le parti non potevano ignorare la norma proibitiva e che, se si proclamasse in tali casi la nullità del contratto nel suo complesso, si renderebbe impossibile la stessa inserzione automatica nel rapporto delle disposizioni imperative.

Massime relative all'art. 1418 Codice civile

Cass. civ. n. 19196/2016

La violazione di una norma imperativa non dà luogo necessariamente alla nullità del contratto, giacché l'art. 1418, comma 1, c.c., con l'inciso «salvo che la legge disponga diversamente», impone all'interprete di accertare se il legislatore, anche nel caso di inosservanza del precetto, abbia consentito la validità del negozio predisponendo un meccanismo idoneo a realizzare gli effetti voluti della norma, sicché, in assenza di un divieto generale di porre in essere attività negoziali pregiudizievoli per i terzi, la stipulazione di un contratto di mutuo ipotecario in violazione dell'art. 216, comma 3, l.fall., che punisce la condotta di bancarotta preferenziale, non dà luogo a nullità per illiceità di causa, ai sensi del citato art. 1418, ma costituisce il presupposto per la revocazione degli atti lesivi della "par condicio creditorum".
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 19196 del 28 settembre 2016)

Cass. civ. n. 8066/2016

In tema di nullità del contratto per contrarietà a norme imperative, l'area delle norme inderogabili di cui all'art. 1418, comma 1, c.c., ricomprende, oltre le norme relative al contenuto dell'atto, anche quelle che, in assoluto, oppure in presenza o in difetto di determinate condizioni oggettive e soggettive, direttamente o indirettamente, vietano la stipula stessa del contratto ponendo la sua esistenza in contrasto con la norma imperativa. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto la nullità di un accordo transattivo relativo al conferimento dell'incarico di direttore generale della RAI, illecito perché stipulato in violazione dell'incompatibilità di cui all'art. 2, comma 9, della l. n. 481 del 1995).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 8066 del 21 aprile 2016)

Cass. civ. n. 11933/2013

La prescrizione del diritto al risarcimento del danno causato da nullità del contratto inizia a decorrere dalla data del contratto, se a domandarlo è la stessa parte che ha invocato la nullità; decorre, invece, dalla data di accertamento giudiziale della nullità, se è preteso da una parte negoziale diversa da quella che ha fatto valere quest'ultima.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11933 del 16 maggio 2013)

Cass. civ. n. 26724/2007

In relazione alla nullità del contratto per contrarietà a norme imperative, in difetto di espressa previsione in tal senso (c.d. «nullità virtuale»), deve trovare conferma la tradizionale impostazione secondo la quale, ove non altrimenti stabilito dalla legge, unicamente la violazione di norme inderogabili concernenti la validità del contratto è suscettibile di determinarne la nullità e non già la violazione di norme, anch'esse imperative, riguardanti il comportamento dei contraenti la quale può essere fonte di responsabilità. Ne consegue che, in tema di intermediazione finanziaria, la violazione dei doveri di informazione del cliente e di corretta esecuzione delle operazioni che la legge pone a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi di investimento finanziario (nella specie, in base all'art. 6 della legge n. 1 del 1991) può dar luogo a responsabilità precontrattuale, con conseguenze risarcitorie, ove dette violazioni avvengano nella fase antecedente o coincidente con la stipulazione del contratto di intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti tra le parti (c.d. «contratto quadro», il quale, per taluni aspetti, può essere accostato alla figura del mandato); può dar luogo, invece, a responsabilità contrattuale, ed eventualmente condurre alla risoluzione del contratto suddetto, ove si tratti di violazioni riguardanti le operazioni di investimento o disinvestimento compiute in esecuzione del «contratto quadro»; in ogni caso, deve escludersi che, mancando una esplicita previsione normativa, la violazione dei menzionati doveri di comportamento possa determinare, a norma dell'art. 1418, primo comma, c.c., la nullità del cosiddetto «contratto quadro» o dei singoli atti negoziali posti in essere in base ad esso.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 26724 del 19 dicembre 2007)

Cass. civ. n. 19024/2005

La violazione dell'obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, stabilito dall'art. 1337 c.c., assume rilievo non soltanto nel caso di rottura ingiustificata delle trattative, ovvero qualora sia stipulato un contratto invalido o inefficace, ma anche, quale dolo incidente (art. 1440 c.c.), se il contratto concluso sia valido e tuttavia risulti pregiudizievole per la parte rimasta vittima del comportamento scorretto; in siffatta ipotesi, il risarcimento del danno deve essere commisurato al «minor svantaggio», ovvero al «maggior aggravio economico» prodotto dal comportamento tenuto in violazione dell'obbligo di buona fede, salvo che sia dimostrata l'esistenza di ulteriori danni che risultino collegati a detto comportamento da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto. La nullità del contratto per contrarietà a norme imperative, ai sensi dell'art. 1418, primo comma, c.c., postula che siffatta violazione attenga ad elementi intrinseci della fattispecie negoziale, cioè relativi alla struttura o al contenuto del contratto, e quindi l'illegittimità della condotta tenuta nel corso delle trattative per la formazione del contratto, ovvero nella sua esecuzione, non determina la nullità del contratto, indipendentemente dalla natura delle norme con le quali sia in contrasto, a meno che questa sanzione non sia espressamente prevista anche in riferimento a detta ipotesi, come accade nel caso disciplinato dal combinato disposto degli artt. 1469ter quarto comma, e 1469quinquies, primo comma, c.c., in tema di clausole vessatorie contenute nei c.d. contratti del consumatore, oggetto di trattativa individuale. (In applicazione di siffatto principio, la S.C. ha escluso che l'inosservanza degli obblighi informativi stabiliti dall'art. 6 della legge n. 1 del 1991, concernente i contratti aventi ad oggetto la compravendita di valori mobiliari, cagioni la nullità del negozio, poiché essi riguardano elementi utili per la valutazione della convenienza dell'operazione, sicché la loro violazione neppure dà luogo a mancanza del consenso).

In materia di contratti di compravendita di valori mobiliari, la violazione da parte della società di intermediazione mobiliare del divieto di effettuare operazioni con o per conto del cliente nel caso in cui abbia, direttamente o indirettamente, un interesse conflittuale nell'operazione, a meno che non abbia comunicato per iscritto la natura e l'estensione del suo interesse nell'operazione ed il cliente abbia preventivamente ed espressamente acconsentito per iscritto all'operazione (art. 6, comma 1, lett. g), applicabile nella specie ratione temporis), non determina la nullità del contratto di compravendita successivamente stipulato, ma può dare luogo al suo annullamento ai sensi degli artt. 1394 o 1395 c.c.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 19024 del 29 settembre 2005)

Cass. civ. n. 14234/2003

In tema di cause di nullità del negozio giuridico, per aversi contrarietà a norme penali ai sensi dell'art. 1418 c.c., occorre che il contratto sia vietato direttamente dalla norma penale, nel senso che la sua stipulazione integri reato, mentre non rileva il divieto che colpisca soltanto un comportamento materiale delle parti e, meno che mai, di una sola di esse. (Fattispecie in tema di fideiussione, di cui il fideiussore ricorrente assumeva la nullità per avere la banca garantita erogato il credito al debitore principale nonostante la richiesta di finanziamento da parte di quest'ultimo asseritamente integrasse gli estremi del reato di ricorso abusivo al credito).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14234 del 25 settembre 2003)

Cass. civ. n. 11256/2003

In tema di nullità del contratto prevista dall'art. 1418 c.c. la natura imperativa della norma violata deve essere individuata in base all'interesse pubblico tutelato. (La Corte, nel formulare il principio sopra richiamato, ha confermato la decisione di giudici di appello che avevano rilevato la nullità del contratto avente ad oggetto una fornitura di caffè, atteso che le relative confezioni non recavano la data di scadenza del prodotto, contrariamente alle prescrizioni dettate dagli artt. 3 e 12 del D.P.R. 322/1982 a tutela della salute del consumatore).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 11256 del 18 luglio 2003)

Cass. civ. n. 8236/2003

La violazione di una norma imperativa non dà luogo necessariamente alla nullità del contratto giacché l'art. 1418, primo comma, c.c., con l'inciso «salvo che la legge disponga diversamente», esclude tale sanzione ove sia predisposto un meccanismo idoneo a realizzare ugualmente gli effetti voluti della norma, indipendentemente dalla sua concreta esperibilità e dal conseguimento reale degli effetti voluti. Pertanto la vendita di un fondo compiuta senza il rispetto delle norme sul diritto di prelazione di cui agli artt. 8 della legge n. 590 del 1965 e 7 della legge n. 817 del 1971, non è viziata da nullità ai sensi del citato art. 1418 (né ai sensi dell'art. 1344 c.c.) sussistendo il rimedio dell'esercizio del riscatto (da parte degli aventi diritto alla prelazione) idoneo a conseguire l'obiettivo normativo dello sviluppo della proprietà contadina, a nulla rilevando l'accidentale decadenza della possibilità di esperirlo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8236 del 24 maggio 2003)

Cass. civ. n. 5372/2003

Nel sancire la nullità del contratto per contrasto con norme imperative, l'art. 1418 c.c. fa salvo il caso in cui «la legge disponga diversamente». Ne consegue che tale nullità va esclusa sia quando risulta espressamente prevista una diversa forma di invalidità (es., annullabilità) sia quando la legge assicura l'effettività della norma imperativa con la previsione di rimedi diversi, quali la decadenza da benefici fiscali e creditizi (es., art. 28 legge n. 590 del 1965).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5372 del 5 aprile 2003)

Cass. civ. n. 10119/1996

La nullità di una clausola di un contratto collettivo per contrasto con norma imperativa (art. 1418, primo comma, c.c.) sussiste anche nell'ipotesi in cui la suddetta clausola preveda, come presupposto per la propria operatività, l'abrogazione della norma imperativa suddetta, atteso che non è possibile sottoporre a condizione sospensiva un negozio nullo in radice. Deve pertanto ritenersi nulla, per contrasto con la norma imperativa di cui all'art. 2, terzo comma, della legge 1 febbraio 1978, n. 30 (sull'approvazione delle tabelle nazionali delle qualifiche del personale addetto ai pubblici servizi di trasporto), la norma collettiva che definisce le nuove qualifiche per gli autoferrotranvieri ancorché tale norma colleghi la «eseguibilità» dei nuovi inquadramenti all'evento, ancora incerto, dell'approvazione di un disegno di legge comportante l'abrogazione della norma imperativa suddetta.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 10119 del 19 novembre 1996)

Cass. civ. n. 1877/1995

In base ai principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, l'illiceità (e la conseguente invalidità) del contratto deve essere riferita alle norme in vigore nel momento della sua conclusione e, pertanto, il negozio giuridico nullo all'epoca della sua perfezione, perché contrario a norme imperative, non può divenire valido e acquistare efficacia per effetto della semplice abrogazione di tali disposizioni, in quanto, perché questo effetto si determini, è necessario che la nuova legge operi retroattivamente, incidendo sulla qualificazione degli atti compiuti prima della sua entrata in vigore.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1877 del 21 febbraio 1995)

Cass. civ. n. 2057/1990

In caso di nullità di una clausola contrattuale per contrarietà a norme imperative, il riconoscimento della sua liceità ad opera della parte, espresso con la preventiva accettazione dell'intero contenuto negoziale, è giuridicamente irrilevante perché l'oggetto è indisponibile e non rimane influenzato dalle opinioni che i soggetti interessati possano aver avuto o manifestato in ordine ad esso.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 2057 del 14 marzo 1990)

Cass. civ. n. 1901/1977

L'ipotesi di nullità del contratto per contrarietà alle norme imperative si verifica, salvo che la legge disponga altrimenti, indipendentemente da una espressa comminatoria della sanzione di nullità nei singoli casi. Infatti, la norma dell'art. 1418 c.c. esprime un principio generale, rivolta a prevedere e disciplinare proprio quei casi in cui alla violazione di precetti imperativi non si accompagna una specifica previsione di nullità. In tali casi, compito del giudice, ai fini della declaratoria di nullità, è solo quello di stabilire se la norma o le norme contraddette dall'autonomia privata abbiano carattere imperativo, siano, cioè, dettate a tutela dell'interesse pubblico.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1901 del 13 maggio 1977)

Cass. civ. n. 2697/1972

Poiché a norma degli artt. 1418, 1419 e 1339 c.c. il contratto è nullo quando è contrario a norma imperativa, salva l'eccezione di una diversa disposizione di legge, allorquando si sia in presenza di una norma proibitiva non formalmente perfetta, cioè priva della sanzione dell'invalidità dell'atto proibito, occorre specificamente controllare la natura della disposizione violata per dedurre la invalidità o la semplice irregolarità dell'atto e tale controllo si risolve nella indagine sullo scopo della legge ed in particolare sulla natura della tutela apprestata, se cioè di interesse pubblico o privato, senza che soccorra il criterio estrinseco della forma.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 2697 del 21 agosto 1972)

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