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Articolo 1241 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Estinzione per compensazione

Dispositivo dell'art. 1241 Codice civile

Quando due persone (1) sono obbligate l'una verso l'altra, i due debiti si estinguono per le quantità corrispondenti, secondo le norme degli articoli che seguono.

Note

(1) Più correttamente, la norma avrebbe dovuto parlare di patrimoni appartenenti a diversi soggetti. La compensazione, infatti, opera anche in caso di accettazione dell'eredità beneficiata (484 c.c.) tra i due patrimoni che ne derivano in capo al medesimo erede.

Ratio Legis

In un'ottica particolare, la compensazione garantisce il creditore dall'eventuale inadempimento del debitore, poichè gli consente di compensare il suo credito con un debito che abbia verso la controparte. Secondo una visione più ampia, si favorisce la circolazione dei traffici giuridici rendendo più snelli i rapporti tra le parti.

Brocardi

Compensatio est debiti et crediti inter se contributio
Dedisse intelligendus est etiam is, qui permutavit vel compensavit
Id quod invicem debetur, ipso iure compensatur

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 1241 Codice civile

Cass. civ. n. 7474/2017

In tema di estinzione delle obbligazioni, si è in presenza di compensazione cd. impropria se la reciproca relazione di debito-credito nasce da un unico rapporto, in cui l'accertamento contabile del saldo finale delle contrapposte partite può essere compiuto dal giudice d'ufficio, diversamente da quanto accade nel caso di compensazione cd. propria, che, per operare, postula l'autonomia dei rapporti e l'eccezione di parte; resta salvo il fatto che, così come la compensazione propria, anche quella impropria può operare esclusivamente se il credito opposto in compensazione possiede il requisito della certezza.

Cass. civ. n. 10750/2016

La disciplina della compensazione ex art. 1241 c.c. è applicabile nelle ipotesi in cui le reciproche ragioni di credito, pur avendo il loro comune presupposto nel medesimo rapporto, siano fondate su titoli aventi diversa natura, l'una contrattuale e l'altra extracontrattuale.

Cass. civ. n. 11729/2014

Le norme che regolano la compensazione, ivi compresa quella concernente il divieto di rilevarla di ufficio, riguardano l'ipotesi della compensazione in senso tecnico, che postula l'autonomia dei contrapposti rapporti di credito, ma non si applicano allorché i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto ovvero da rapporti accessori, in assenza quindi di autonomia, potendo il relativo calcolo, in tale evenienza, essere compiuto d'ufficio dal giudice in sede d'accertamento della fondatezza della domanda.

Cass. civ. n. 8971/2011

La compensazione impropria, che si verifica quando i contrapposti crediti e debiti delle parti hanno origine da un unico rapporto, rende inapplicabili le sole norme processuali che pongono preclusioni o decadenze alla proponibilità delle relative eccezioni, poiché in tal caso la valutazione delle reciproche pretese importa soltanto un semplice accertamento contabile di dare ed avere, al quale il giudice può procedere anche in assenza di eccezione di parte o della proposizione di domanda riconvenzionale; ne consegue che la compensazione impropria non osta all'applicazione dell'art. 1248 c.c., secondo cui il debitore che ha accettato puramente e semplicemente la cessione che il creditore ha fatto delle sue ragioni ad un terzo non può opporre al cessionario la compensazione che avrebbe potuto oppone al cedente.

Cass. civ. n. 21802/2006

Nel caso di coesistenza di debiti reciproci aventi natura diversa, per essere uno di valore, in quanto a titolo di risarcimento danni, e l'altro di valuta, nella determinazione, ai fini della compensazione, dell'ammontare del primo, non può non tenersi conto — dovendo i danni da risarcire essere determinati con riferimento ai valori monetari del tempo della decisione finale della causa — della incidenza della svalutazione monetaria, il cui calcolo, con la conseguente sua aggiunta all'entità dei danni determinata con riferimento ai valori della moneta al tempo, dell'evento dannoso, costituisce una semplice modalità della liquidazione.

Cass. civ. n. 18498/2006

Quando tra due soggetti i rispettivi debiti e crediti hanno origine da un unico — ancorché complesso — rapporto, come nel caso in cui i reciproci crediti al risarcimento dei danni derivino da un unico evento prodotto dalle concomitanti azioni colpose, presunte tali ex art. 2054 c.c., di entrambi i conducenti dei veicoli venuti a collisione, non vi è luogo ad un'ipotesi di compensazione «propria» ex art. 1241 ss. c.c. (secondo cui i debiti tra due soggetti derivanti da distinti rapporti si estinguono per quantità corrispondenti fin dal momento in cui vengono a coesistere), che presuppone l'autonomia dei rapporti da cui nascono i contrapposti crediti delle parti, bensì ad un mero accertamento di dare e avere, con elisione automatica dei rispettivi crediti fino alla reciproca concorrenza, cui il giudice può procedere senza che sia necessaria l'eccezione di parte o la domanda riconvenzionale. Tale accertamento (c.d. compensazione «impropria»), pur potendo dare luogo ad un risultato analogo a quello della compensazione propria, non per questo è soggetto alla relativa disciplina tipica, sia processuale (sostanziantesi nel divieto di applicazione d'ufficio da parte del giudice ex art. 1242, secondo comma, c.c.) che sostanziale (concernente essenzialmente l'arresto della prescrizione ex art. 1242, secondo comma, c.c. e la incompensabilità del credito dichiarato impignorabile ex art. 1246, primo comma n. 3, c.c. e 545 c.p.c.).

Cass. civ. n. 10629/2006

Ai fini della configurabilità della compensazione in senso tecnico di cui all'art. 1241 c.c., non rileva la pluralità o unicità dei rapporti posti a base delle reciproche obbligazioni, essendo invece necessario solo che le suddette obbligazioni, quale che sia il rapporto (o i rapporti) da cui esse prendono origine, siano «autonome», ovvero «non legate da nesso di sinallagmaticità», posto che, in ogni altro caso, non vi sarebbe motivo per escludere l'applicabilità della disciplina prevista dall'art. 1246 c.c., che tiene conto anche delle caratteristiche dei crediti (specialmente in relazione alla — totale o parziale — impignorabilità dei medesimi) proprio per evitare, tra l'altro, che l'operatività della compensazione si risolva in una perdita di tutela per i creditori. In ogni caso, escludere che, in alcune ipotesi, possa operare l'istituto della compensazione disciplinato dal codice, non può essere un modo indiretto per poi ammettere una sorta di «compensazione di fatto», oltre i limiti previsti dalla disciplina codicistica e in fattispecie in cui tale disciplina non ammetterebbe la compensazione. Le cosiddette «compensazioni atecniche», pertanto, in mancanza di espressa previsione testuale, non possono essere estese oltre le ipotesi in cui una compensazione non sia logicamente configurabile, dovendo, in ogni altro caso, ritenersi applicabile l'istituto della compensazione previsto dal codice, con i limiti e le garanzie della relativa disciplina. (Nella specie, la S.C., sulla scorta dell'enunciato principio, poiché il credito del ricorrente dipendente a titolo di pensione aziendale, pur avendo natura retributiva, era da considerarsi del tutto autonomo rispetto al credito vantato dal datore di lavoro, in difetto del nesso di corrispettività, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata, che era incorsa in errore di diritto avendo escluso che fosse configurabile un'ipotesi di compensazione in senso tecnico).

Cass. civ. n. 260/2006

La compensazione presuppone che i debiti contrapposti derivino da rapporti autonomi, con la conseguenza che, in presenza di un rapporto unico, il giudice deve procedere d'ufficio all'accertamento delle rispettive posizioni attive e passive e, cioè, alla determinazione del saldo a favore o a carico dell'una o dell'altra parte. L'operatività della compensazione anche tra debiti scaturenti da un rapporto unico è, tuttavia, esclusa quando si tratti di obbligazioni legate da un vincolo di corrispettività che ne escluda l'autonomia, perché se in siffatta ipotesi si ammettesse la reciproca elisione delle obbligazioni in conseguenza della compensazione, si verrebbe ad incidere sull'efficacia stessa del negozio, paralizzandone gli effetti.

Cass. civ. n. 11943/2002

Il principio secondo il quale l'istituto della compensazione — postulando l'autonomia dei rapporti cui si riferiscono le contrapposte ragioni di credito delle parti — non trova applicazione nel caso in cui non sussista la predetta autonomia di rapporti per avere origine i rispettivi crediti nell'ambito di un'unica relazione negoziale (ancorché complessa) non esclude la possibilità della valutazione, nell'ambito del medesimo giudizio, delle reciproche ragioni di credito e del consequenziale accertamento contabile del saldo finale delle contrapposte partite di dare-avere derivanti da un unico rapporto, valutazione che, per contro, può sempre aver luogo ed alla quale, anzi il giudice deve procedere d'ufficio, trovando il detto principio di applicazione, per converso, al solo fine di escludere che, a tale operazione, possano essere opposti i limiti di carattere tanto sostanziale quanto processuale stabiliti dall'ordinamento per l'operatività della compensazione stessa quale regolata, in senso tecnico-giuridico, negli arti. 1241 ss. c.c. (principio affermato in tema di contratto di appalto con riferimento alle pretese creditorie reciprocamente vantate da appaltante ed appaltatore).

Cass. civ. n. 14456/1998

Il principio secondo cui non sono applicabili le norme di legge sulla compensazione se non sussiste l'autonomia dei rapporti cui si riferiscono i contrapposti crediti delle parti, e che in tal caso la valutazione delle reciproche pretese delle parti si risolve in un semplice accertamento contabile di dare ed avere, può essere pattiziamente derogato, non opponendosi a ciò alcuna norma di legge né i principi generali dell'ordinamento giuridico, ma tale deroga, quando è inserita in un contratto di agenzia con una Compagnia di assicurazioni, non può più ritenersi efficace successivamente alla risoluzione di diritto del contratto che si verifica a seguito della pubblicazione del decreto di sottoposizione dell'impresa a liquidazione coatta amministrativa (art. 6, L. n. 738 del 1978), tenendo conto in particolare che si tratta di clausola limitativa di diritti. (Fattispecie relativa a clausola che non consente all'agente di trattenere somme, e in particolare i premi incassati, neanche a compensazione di suoi crediti).

Cass. civ. n. 10447/1991

L'applicabilità delle disposizioni degli artt. 1241 e ss. c.c. (riguardanti l'ipotesi della compensazione in senso tecnico-giuridico) postula l'autonomia dei rapporti da cui nascono i contrapposti crediti delle parti e pertanto va esclusa allorché rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto, occorrendo in tal caso procedere ad un semplice accertamento delle reciproche partite di dare e avere, che il giudice deve compiere, alla stregua degli atti, anche se non sia stata proposta specifica domanda riconvenzionale o eccezione di compensazione. Ne deriva che, ove l'unico rapporto sia rappresentato da un rapporto di agenzia caratterizzato da parasubordinazione, occorre prima determinare il saldo contabile, comprendendo nell'operazione tutte le partite di debito e credito derivanti dal rapporto stesso, e, solo ove risulti un credito residuale dell'agente (parasubordinato), il relativo importo deve essere rivalutato e maggiorato degli interessi legali secondo gli artt. 429, terzo comma, c.p.c. e 150 disp. att. stesso codice.

Cass. civ. n. 1905/1983

Le norme concernenti la compensazione - fra cui, in particolare, quella della non rilevabilità d'ufficio - riguardano l'ipotesi di compensazione in senso tecnico-giuridico, la quale postula l'autonomia dei rapporti cui si riferiscono i contrapposti crediti delle parti, e non sono perciò applicabili quando i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto intercorso fra le stesse parti, risolvendosi in tal caso la valutazione delle reciproche pretese in un semplice accertamento contabile di dare ed avere. A tal fine, l'identità del rapporto non è esclusa dal fatto che uno dei due crediti sia di natura risarcitoria, derivando da inadempimento, e sia stato quantificato a seguito di apposito giudizio.

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Consulenze legali
relative all'articolo 1241 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Rafaele M. chiede
giovedì 16/02/2017 - Sardegna
“Buonasera, se il canone di locazione commerciale viene pagato PRIMA dell'intimazione lo sfratto si convalido lo stesso? Inoltre è leggitima la compensazioni di canoni tra due aziende? il contratto prevede il pagamento semestrale anticipato e il primo semestre è stato compensato senza alcuna obiezione.Nell'intimazione si contesta il pagamento parziale del primo semestre.Grazie”
Consulenza legale i 22/02/2017
La soluzione del caso va fondata essenzialmente sulla trattazione dell’istituto giuridico della compensazionee sulle sue modalità operative.
La compensazione viene disciplinata dagli articoli 1241-1252 del codice civile ed è un modo di estinzione dell’obbligazione diverso dall’adempimento per effetto del quale, quando due soggetti sono al contempo creditore e debitore l’uno dell’altro, i due debiti si estinguono per le quantità corrispondenti.

Trattasi di un meccanismo che risponde non solo ad un criterio di economia degli atti giuridici (appare inutile dar luogo a due adempimenti reciproci quando entrambi possono essere evitati), ma anche ad un criterio di garanzia della realizzazione del credito.
Se infatti la compensazione non potesse essere opposta, il debitore non potrebbe rifiutare il pagamento pur in presenza di un inadempimento da parte del proprio creditore di altra prestazionedovuta nei suoi confronti.

La compensazione, tuttavia, non opera sempre ed automaticamente, ma secondo modalità fissate dalla legge in relazione a tre diverse ipotesi a cui corrispondono la compensazione legale, la compensazione giudiziale e la compensazione volontaria.
La compensazione legale si verifica solo tra due debiti che hanno per oggetto una somma di denaro o una quantità di cose fungibili dello stesso genere e che sono ugualmente liquidi ed esigibili (art. 1243c.c.); costituisce suo presupposto, dunque, la omogeneità, liquidità ed esigibilità dei crediti, in presenza dei quali l’estinzione dei due debiti opera fin dal giorno della loro coesistenza.

Circa il modo di operare della stessa, mentre la giurisprudenza ne ammette la sua automatica operatività, cioè a prescindere da qualsivoglia manifestazione di volontà della parte interessata, la dottrina ritiene al contrario che sia necessario esercitare il potere di opporre la compensazione da parte del debitore a cui sia stato richiesto di adempiere.
A tal fine è configurabile un esercizio stragiudiziale del potere, che si concretizza in unatto unilaterale recettizio, i cui effetti retroagiscono al momento della coesistenza dei due debiti.
Si ritiene più prudente seguire la tesi dottrinaria, anche in considerazione del fatto che la compensazione non può essere rilevata d’ufficio dal Giudice in giudizio, ma deve essere comunque eccepita dalla parte interessata, la quale avrà così anche facoltà di valutare l’interesse al proprio adempimento.
Pertanto, ammesso l’esercizio stragiudiziale del potere di opporre la compensazione, il giudice sarebbe legittimato a rilevare l’avvenuta compensazione a prescindere da una rituale eccezione sollevata in giudizio dalla parte, purchè la prova dell’atto di esercizio suddetto risulti acquisita al processo.
La sentenza con cui il giudice rileva l’avvenuta compensazione legale è una sentenza dichiarativa, che si limita all’accertamento di un evento già verificatosi e dunque opera ex tunc.

Diverso, invece, è il caso della compensazione giudiziale, nella quale il giudice non si limita ad accertare un fatto, ma lo determina, cosicchè la sentenza opererà ex nunc. Ad essa si fa ricorso quando quella legale non abbia potuto operare perché uno dei debiti (o entrambi) non è liquido, purchè sia di facile e pronta liquidazione.

L’art. 1252 c.c. detta, infine, una sorta di norma di chiusura in base alla quale può darsi luogo a compensazione, sull’accordo delle parti e dunque mediante un contratto di natura estintiva, qualora non ricorrano i requisiti per darsi luogo a compensazione legale o giudiziale.
Essa, tuttavia, non può superare la mancata ricorrenza di qualsivoglia presupposto (primo fra tutti la reciprocità del rapporto debito-credito), ma solo l’eventuale difetto di omogeneità, liquidità, ed esigibilità del credito.

A questo punto, delineato il quadro generale dell’istituto giuridico della compensazione, vediamo come esso può trovare concreta applicazione nel caso che ci occupa.
Escluso che si versi in una delle ipotesi previste espressamente dall’art. 1246c.c. ed in cui la compensazione non è ammessa, si ritiene che ricorrano tutti i presupposti per l’operatività della compensazione legale, trattandosi di crediti:
  1. omogenei, entrambi hanno ad oggetto una somma di denaro;
  2. liquidi, entrambi sono certi e determinati con precisione nel loro ammontare;
  3. esigibili, poiché possono essere fatti valere in giudizio al fine di ottenere una sentenza di condanna per il caso di inadempimento.
Ciò che difetta, invece, almeno conformemente alla più prudente tesi dottrinaria sopra riportata, è l’esercizio stragiudiziale del potere, che si concretizza in un atto unilaterale recettizio.
Non si può, infatti, pretendere che la volontà di compensare una reciproca partita di crediti possa farsi discendere da una manifestazione tacita di volontà risultante da un comportamento concludente, ossia il pagamento parziale del proprio debito a cui è stato ab initio detratto per decisione unilaterale e non condivisa ne chiaramente comunicata, l’ammontare del proprio credito.
E’ indispensabile, pertanto, che nel momento in cui il debitore adempie il proprio debito manifesti espressamente la volontà di compensare una parte di quel debito con il credito da lui a sua volta vantato, dovendo tale volontà rivestire il carattere di atto unilaterale (da lui proveniente e senza necessità di accettazione dell’altra parte) e recettizio (deve giungere nella sfera di conoscenza dell’altra parte e di ciò si deve essere in grado di darne prova).
In difetto di ciò il pagamento in misura ridotta del canone di locazione configura un adempimento parziale e correttamente legittima l’esercizio del potere di cui all’art. 1456 c.c. (se espressamente previsto in contratto).

A questo punto, non essendo stato mai quel pagamento parziale del primo semestre configurato come esercizio del potere di compensazione per assenza di espressa manifestazione di volontà in tal senso, il locatore si è visto costretto ad intimare sfratto per morosità, e qui entra in gioco il meccanismo della operatività della eccezione di compensazione di cui all’art. 1242co. 1 seconda parte del codice civile.

Viene chiesto se, nell’ipotesi in cui il canone di locazione commerciale venga pagato prima dell’intimazione, lo sfratto si convalidi lo stesso.
Ebbene, precisato che l’intimazione può solo seguire al mancato pagamento, va detto che all’udienza di convalida possono verificarsi le seguenti ipotesi:
  1. il conduttore si presenta e si oppone alla convalida: in questo caso il giudice potrà rinviare al giudizio ordinario l’esame delle ragioni di opposizione e decidere se pronunciare o meno subito in favore del proprietario ordinanza di rilascio dell’immobile;
  2. il conduttore si presenta e salda la morosità (non è possibile chiedere un termine c.d. “di grazia”, ossia per adempiere, perché previsto solo per le locazioni ad uso abitativo).
Nell’ipotesi sub lettera b), che è poi quella prevista nella domanda, il giudice non potrà convalidare lo sfratto.

Nulla esclude, comunque, sulla base di tutto quanto detto prima, che il conduttore intimato si opponga alla convalida, eccependo ex art. 1242 co. 1 c.c. la compensazione della residua somma dovuta con il credito a sua volta vantato nei confronti del suo creditore, di modo così da ottenere una pronuncia dichiarativa di compensazione e sanare la morosità (è questa l’ipotesi prevista alla precedente lettera a).

Gianpietro R. chiede
domenica 28/09/2014 - Lombardia
“nel condominio ove sono condomino sono ritenuto capace di effettuare lavori di giardinaggio; l'amministratore ritiene che per effettuare i lavori per il condominio devo presentare fattura; esiste un altro modo es. compensazione con le spese condominiali per essere compensato dei lavori effettuati ?”
Consulenza legale i 01/10/2014
E' situazione frequente quella in cui un condomino svolga alcune attività di manutenzione delle parti comuni, per non ricorrere a soggetti esterni, solitamente più onerosi.
Se il condomino svolge già una attività professionale autonoma compatibile, egli potrà emettere regolare fattura: ma se così non fosse?
Va premesso, innanzitutto, che la volontà dell'assemblea è sovrana in questo ambito, e potrà decidere come remunerare il condomino: se con compenso ad hoc o mediante altro tipo di agevolazione. I problemi, quindi, non stanno tanto in questo, quanto nelle implicazioni fiscali e previdenziali.

Se viene previsto un compenso, il condominio che non possa emettere fattura, potrà eventualmente eseguire una prestazione occasione, purché il rapporto sia di durata complessiva non superiore, nell'anno solare, a 30 giorni ed il compenso complessivo annuo che il prestatore percepisce non superari i 5.000€.
Questa soluzione, fiscalmente semplice, presenta però aspetti problematici sotto il profilo previdenziale (non esiste copertura) e della sicurezza sul lavoro: difatti, il condomino che svolga lavori di giardinaggio come prestazione occasionale non godrebbe di alcuna assistenza in caso di infortunio e il condominio potrebbe incorrere in gravi sanzioni nonché in obbligo di risarcimento del danno.

E' evidente che il medesimo problema si avrebbe qualora l'assemblea decidesse di compensare il condomino mediante uno "sconto" sulle spese condominiali: di fatto, la situazione sarebbe identica (peraltro, il condomino potrebbe comunque sempre compensare il suo credito con il debito verso il condominio, se si tratta di somme di denaro liquide ed esigibili, art. 1243 del c.c.).

Una soluzione potrebbe essere quindi quella dei "buoni" (voucher) INPS, che servono a remunerare attività lavorative svolte in modo saltuario, garantendo una copertura previdenziale presso l'INPS e assicurativa presso l'INAIL: i voucher possono essere acquistati in forma cartacea ma anche in modo telematico (maggiori informazioni sul sito dell'INPS).
Anche in questo caso vige il limite annuale di 5.000 euro netti (6.660 euro lordi) per singolo committente. L'attività di giardinaggio è ricompresa tra quelle previste dalla normativa dei voucher, che sono previsti anche per lavori di pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi e monumenti; fiere e manifestazioni sportive, culturali o caritatevoli; lavori di emergenza o di solidarietà; consegna porta a porta e vendita ambulante di quotidiani e periodici, attività agricole o lezioni private.

Giuseppe chiede
martedì 03/04/2012 - Sicilia
“Devo ricevere dal condominio delle somme dovutemi per danni subiti al mio appartamento già deliberati ed approvati all'unanimità. Ho chiesto all'amministratore la compensazione in base all'art.1241 e1242 del c.c.delle spese condominiali.
E mi risposto che non è possibile.

Ringrazio per una eventuale risposta distinti saluti. Giuseppe”
Consulenza legale i 04/04/2012

L'obbligo di partecipazione alle spese condominiali è stato ritenuto, da giurisprudenza prevalente, una obbligazione "propter rem", ossia un impegno che segue la cosa privata. L'accento è stato posto, infatti, sulla stretta connessione tra detto obbligo e la contitolarità del diritto di proprietà che ciascun condomino vanta sui beni comuni. Quanto dovuto a titolo di oneri condominiali non può essere compensato con eventuali somme dovute al singolo condomino per il ristoro di eventuali danni subiti dalla cosa comune alla proprietà individuale. Non si può compensare un credito dovuto a titolo di oneri condominiali attinenti alla gestione economica della "collettività" con un credito privato a titolo di risarcimento danni. Al condomino non rimane che corrispondere quanto dovuto a titolo di spese condominiali, ferma restando la possibilità di avviare un autonomo procedimento giudiziario per ottenere il risarcimento dei danni subiti.