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Articolo 752 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Ripartizione dei debiti ereditari tra gli eredi

Dispositivo dell'art. 752 Codice civile

(1) I coeredi contribuiscono tra loro [1295, 1315, 1318, 1319, 1546 c.c.] al pagamento dei debiti e pesi ereditari (2) [754, 755, 756 c.c.] in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il testatore abbia altrimenti disposto (3) [662, 663 c.c.].

Note

(1) La norma si riferisce ai rapporti interni tra coeredi, mentre i rapporti con i creditori sono disciplinati dall'art. 754 del c.c..
(2) Sono pesi ereditari i debiti che sorgono a capo degli eredi in dipendenza della successione, quali: le spese funerarie, le spese giudiziarie, d'inventario, di amministrazione e di divisione, gli oneri imposti al chiamato (v. art. 647 del c.c.), l'assegno vitalizio spettante ai figli naturali aventi diritto al mantenimento, all'istruzione e all'educazione (v. art. 580 del c.c.), la retribuzione dell'esecutore testamentario (v. art. 711 del c.c.), le spese fatte dall'esecutore testamentario per l'esercizio del suo ufficio (v. art. 712 del c.c.) e il risarcimento del danno da illecito commesso mediante testamento, il legato obbligatorio.
(3) I coeredi all'unanimità possono derogare alla disposizione in commento, in sede di divisione contrattuale o in sede di accettazione della divisione giudiziale.

Brocardi

Nomina hereditaria ipso iure dividuntur

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 752 Codice civile

Cass. civ. n. 8900/2013

La disciplina di ripartizione dei debiti e pesi ereditari tra i coeredi in proporzione delle loro quote, salvo che il testatore abbia diversamente disposto, ai sensi dell'art. 752 c.c., opera per i debiti e pesi presenti nel patrimonio del "de cuius" al momento della morte, nonché per quelli sorti in immediata conseguenza della successione ereditaria, e non anche per i debiti (quale, nella specie, l'obbligo risarcitorio per il mancato rilascio di un immobile concesso in comodato al "de cuius" e richiesto in restituzione dal comodante per la prima volta agli eredi) venuti occasionalmente ad esistenza dopo la morte di quello a causa della condotta degli eredi, i quali non adempiano ad obbligazioni che pur traggono i propri presupposti remoti da atti o fatti riconducibili alla sfera patrimoniale del defunto.

Cass. civ. n. 14629/2012

Gli artt. 752 e 754 c.c. regolando, rispettivamente, la ripartizione dei debiti ereditari tra gli eredi ed il pagamento di tali debiti da parte dei coeredi, disciplinano i rapporti tra coeredi, da un lato, e creditori del "de cuius", dall'altro, tra i quali ultimi non rientra il coerede che vanti un credito nei confronti del "de cuius"; né a tale credito consegue un diritto al prelevamento, ai sensi dell'art. 725 c.c., riguardando piuttosto, quest'ultima norma, in combinato con l'art. 724, secondo comma, c.c., la definizione dei rapporti obbligatori tra coeredi in dipendenza della situazione di comunione. Nondimeno, il medesimo credito del coerede verso il "de cuius", e quindi verso la massa, può essere fatto valere, per ragioni di economia processuale, nello stesso giudizio di scioglimento della comunione ereditaria mediante imputazione alle quote degli altri coeredi, trattandosi di rapporto obbligatorio avente comunque la sua collocazione e la sua tutela nell'ambito della vicenda successoria, la quale ha dato luogo alla comunione ereditaria.

Cass. civ. n. 26170/2009

Nel caso di divisione ereditaria, ove vi siano più coeredi debitori di conguagli in denaro, e più coeredi creditori di conguagli, non sussiste solidarietà passiva tra i condividenti tenuti al pagamento in favore dei coeredi creditori, senza però che si debba pervenire a statuire reciproche obbligazioni proporzionali all'ammontare del debito e del credito di ciascuno, potendo ciascun creditore di conguaglio, nei limiti dei proprio credito, soddisfarsi interamente nei confronti di uno solo dei debitori, nei limiti del conguaglio da questi dovuto.

Cass. civ. n. 24792/2008

In tema di debiti ereditari, sia l'art. 752 cod. civ., che concerne i rapporti tra coeredi, sia l'art. 754 cod. civ., in base al quale i creditori possono pretendere nei confronti di ciascun erede l'adempimento della prestazione divisibile in misura non eccedente la rispettiva quota ereditaria, sono, anche tacitamente, derogabili dagli eredi e non impediscono che un solo coerede assuma l'obbligo di adempiere l'intero debito.

Cass. civ. n. 20338/2007

Il fatto che, ai sensi dell'art. 752 c.c., i coeredi «contribuiscono tra loro al pagamento dei debiti e pesi ereditari in proporzione delle quote ereditarie...» e che, ai sensi dell'art. 754 c.c., ciascuno è tenuto verso i creditori in proporzione della sua quota, comporta solo che, a seguito della successione, ciascuno dei debitori «non è tenuto a pagare il debito che per la sua parte» a norma dell'art. 1314 c.c., e non significa anche che sussistono originariamente tanti autonomi rapporti quanti sono gli eredi, giacché il debito di ognuno (“pro quota”) ha comunque la sua fonte nell'obbligazione del de cuius la quale determina l'unicità genetica del rapporto obbligatorio. Ne consegue che l'art. 11 c.p.c. (che pone una regola derogatoria a quella di cui all'art. 10, comma secondo, c.p.c. e che sarebbe inutile se non fosse ritenuto applicabile alle obbligazioni divisibili, essendone esclusa la riferibilità alle obbligazioni solidali ed indivisibili) trova applicazione nel caso in cui a più eredi sia richiesto, con domande proposte sin dall'inizio nello stesso processo, l'adempimento pro quota dell'unica obbligazione del de cuius essendo irrilevante che, a seguito della successione, i rapporti obbligatori tra il creditore e ciascuno degli eredi siano ormai autonomi e restando il valore della causa determinato, dunque, dalla somma delle quote di cui il creditore abbia chiesto il pagamento.

Cass. civ. n. 5092/2006

I debiti per interessi maturati successivamente all'apertura della successione in relazione ad un debito del de cuius sono debiti ereditari che gravano su ciascuno dei coeredi in proporzione alla propria quota ereditaria e non in proporzione alla quota di partecipazione alla comunione ereditaria.

Cass. civ. n. 13953/2005

In tema di ripartizione dei debiti ereditari, l'art. 752 c.c. concerne solamente i rapporti tra coeredi, e non è pertanto invocabile dai creditori del de cuius per i quali trova viceversa applicazione l'art. 754 c.c., in base al quale essi possono pretendere nei confronti di ciascun coerede l'adempimento della prestazione divisibile in misura non eccedente la rispettiva quota ereditaria, norma che, nel fare eccezione alla regola della solidarietà passiva di cui all'art. 1294 c.c., è peraltro, ai sensi degli artt. 1295 e 1394 c.c., anche tacitamente derogabile dagli eredi, e in ogni caso non impedisce l'adempimento del terzo con efficacia estintiva dell'obbligazione.

Cass. civ. n. 28/2002

Le spese per le onoranze funebri sono da comprendere tra i pesi ereditari, cioè tra quegli oneri che sorgono in conseguenza dell'apertura della successione e, pur dovendo essere distinti dai debiti ereditari — ossia dai debiti esistenti in capo al de cuius e che si trasmettono, con il patrimonio del medesimo, a coloro che gli succedono per legge o per testamento — gravano sugli eredi per effetto dell'acquisto dell'eredità, concorrendo a costituire il passivo ereditario, che è composto sia dai debiti del defunto sia dai debiti dell'eredità; ne consegue che colui che ha anticipato tali spese ha diritto di ottenere il rimborso dagli eredi, sempre che non si tratti di spese eccessive sostenute contro la volontà espressa dai medesimi.

Cass. civ. n. 14063/2000

L'art. 752 c.c. prevede che i coeredi contricontribuiscano fra loro al pagamento dei debiti ereditari, in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il testatore abbia disposto diversamente. Ne deriva che in mancanza di un patto con cui il de cuius abbia stipulato l'obbligazione solidale dei propri eredi a favore del creditore, gli eredi sono tenuti al pagamento dei debiti personalmente in proporzione delle rispettive quote.

Cass. civ. n. 562/2000

Il debito ereditario di cui all'art. 752 c.c. è quello esistente in capo al de cuius al momento della sua morte - che si trasmette, insieme con il suo patrimonio, ai suoi successori, ex lege o per testamento, ripartendosi automaticamente tra di loro - e ricomprende sia la somma capitale, sia gli interessi, il cui maturarsi giorno per giorno non trova un limite temporale nella morte del debitore. Ne consegue che, essendo ciascun coerede tenuto al pagamento del debito ereditario in proporzione della propria quota (nomina haereditaria ipso iure dividuntur), anche gli interessi maturati dopo la morte del de cuius gravano sugli eredi fino a che il debito non venga estinto da ciascuno di essi per la propria quota.

Cass. civ. n. 4155/1989

Gli eredi del condebitore solidale rispondono del debito del de cuius in proporzione delle rispettive quote senza vincolo di solidarietà.

Cass. civ. n. 3789/1982

Con riguardo a debito ereditario, la pronuncia di condanna generica «in solido» a carico degli eredi non trova ostacolo nel principio fissato dall'art. 752 c.c., sulla ripartizione del debito medesimo fra gli eredi in proporzione delle quote, in quanto la concreta determinazione dell'obbligo di ciascuno, secondo tale principio, resta demandata al giudice che provvede alla liquidazione del quantum.

Cass. civ. n. 1479/1977

Gli eredi dell'originario debitore sono obbligati a soddisfare i debiti ereditari esclusivamente pro quota, e cioè in proporzione delle rispettive quote ereditarie; essi, pertanto, non possono essere condannati al pagamento solidale di tali debiti.

Cass. civ. n. 2050/1976

Poiché ciascun erede è tenuto a soddisfare il debito ereditario esclusivamente in proporzione della quota attiva in cui succede, al fine della determinazione dell'entità di detto obbligo, quando si tratti di institutio ex re certa, è necessario accertare il valore dei beni attribuiti all'erede medesimo, e porlo in relazione al valore dell'intero patrimonio ereditario.

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Consulenze legali
relative all'articolo 752 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Marco C. N. chiede
giovedì 20/09/2018 - Lazio
“Io ho ricevuto, in qualità di erede di mia madre, n. 2 ingiunzioni di pagamento, dal Comune di C. relativi agli anni dal 2010 al 2012, concernenti la "tassa rifiuti solidi urbani" e "tributi coattivi" per un immobile sito in detto comune.
Atteso che in questi anni mia madre, già invalida e poi deceduta a novembre 2012, era seguita da mia sorella dal punto di vista amministrativo.
Si evidenzia che gli unici eredi legittimi sono il sottoscritto e la suindicata sorella e che i rapporti tra noi si sono interrotti alla morte di mia madre. In questo caso non posso verificare se i suddetti pagamenti sono stati effettuati e nel caso negativo dette somme sono obbligato a pagarle. Le suddette ingiunzioni di pagamento fanno riferimento a precedenti avvisi di accertamenti da me mai ricevuti.
Chiedo:
A) essendo due eredi le somme, ritengo, debbano essere divise per due. Come posso richiedere formalmente il 50% delle somme che mi vengono richieste e quali atti legali devo intraprendere in caso di probabile rifiuto?

B) come posso richiedere formalmente a mia sorella copie dei pagamenti eventualmente da lei effettuati?


Consulenza legale i 27/09/2018
Va doverosamente premesso che sarebbe opportuno visionare le ingiunzioni ricevute, per vedere a chi sono esattamente intestate, per quale tipo di tributo sono state emesse, relativamente a quale anno e i dati degli avvisi di accertamento ivi menzionati.

In ogni caso, prima di porsi il problema del soggetto a carico del quale va posto il pagamento, è opportuno valutare se vi sia la possibilità di evitare quest’ultimo, ed in particolare se il diritto del Comune alla riscossione dei crediti in questione si sia prescritto oppure ancora se il procedimento di riscossione risulti in qualche modo viziato.

I tributi locali (come la tassa sui rifiuti, la tassa per l’occupazione del suolo pubblico, la tassa sulla concessione del passo carrabile, i contributi vari) si prescrivono in 5 anni dal giorno in cui è dovuto il tributo, oppure, nel caso in cui ci siano state delle notifiche in relazione al tributo stesso ed agli obblighi di pagamento relativi, dall’ultima notifica ricevuta.
A confermare tale termine breve di prescrizione è stata la Corte di Cassazione, con sentenza n. 4283 del 23/2/2010, la quale ha statuito che le imposte e i tributi locali hanno carattere periodico, e dunque, ex art 2948 del Codice Civile, rientrano nell’applicazione del quarto comma dello stesso articolo.
La richiesta di pagamento al contribuente dev'essere generalmente preceduta dalla notifica di un avviso di accertamento motivato, ad eccezione che nel caso della tassa rifiuti: secondo la Cassazione, infatti, quando il Comune chiede il pagamento di quest'ultima basandosi sulla autoliquidazione fatta dal contribuente – ossia la dichiarazione relativa all’unità immobiliare e al numero di persone che la abitano – può riscuotere l’imposta senza prima un accertamento, ossia delegando direttamente l’Agente della Riscossione (e, quindi, con la notifica della cartella) oppure a mezzo di ingiunzione fiscale (che è l’atto, corrispondente alla cartella, emesso però in autonomia dal Comune).
Diverso è invece il caso in cui il Comune intenda contestare i dati forniti dal contribuente: quando infatti si è in presenza di una dichiarazione omessa o infedele, il recupero dell’imposta sui rifiuti può avvenire solo previo accertamento, al fine di dare al contribuente la possibilità di difendersi e contestare la rideterminazione dell’immobile fatta dall’amministrazione.
Poiché nel quesito è specificato che l’ingiunzione dà conto di precedenti avvisi di accertamento notificati, è probabile che il caso in esame rientri nella fattispecie da ultimo illustrata.

A questo punto, per valutare se le notifiche vi siano state e siano state regolari (perché in assenza di precedenti, valide e tempestive notifiche il termine quinquennale di prescrizione potrebbe anche essere maturato), sarebbe opportuno fare domanda di accesso agli atti del procedimento amministrativo, così da prendere visione ed estrarre copia dei documenti utili a fare chiarezza sul pregresso.
Nell'ingiunzione, infatti, riguardando essa debiti di natura tributaria ed applicandosi così lo Statuto del Contribuente (L. 212/2000, art. 7) deve essere indicato il responsabile del procedimento e l'ufficio presso il quale si possono richiedere informazioni.
Attenzione, però, che nel caso esistano gli estremi per proporre impugnazione all’ingiunzione di pagamento i tempi sono abbastanza contenuti: sono 60 i giorni per proporre opposizione avanti alla Commissione Tributaria Provinciale. Si consiglia, dunque, sotto questo profilo – rapidamente - di rivolgersi ad un legale (possibilmente competente in diritto amministrativo) per inoltrare una richiesta di informazioni completa e precisa al responsabile del procedimento amministrativo e valutare la possibilità di un’impugnazione per intervenuta prescrizione.

Tornando ora al quesito in oggetto, va detto che l’accesso agli atti consentirebbe forse di trovare risposta alla seconda delle due domande poste: prendendo visione del fascicolo amministrativo, infatti, dovrebbe essere possibile venire a sapere se in quest’ultimo periodo la posizione sia stata interamente o parzialmente sanata.
Diversamente, non c’è alcun modo di costringere la sorella a fornire copia di eventuali disposizioni di pagamento, se non chiedendo un ordine di esibizione al Giudice ma nel corso di una causa civile.

E qui veniamo all’ultima questione, quella relativa all’individuazione del soggetto sul quale ricade l’obbligo di pagamento.
Se, come è scritto nel quesito, gli unici eredi legittimi (ovvero l’eredità si devolve secondo le regole previste dalla legge in assenza di testamento) sono in effetti i due figli, il patrimonio della madre si divide esattamente a metà.
Se i due figli chiamati all’eredità l’hanno accettata entrambi anche i debiti ereditari (come il tributo erariale) ricadranno al 50% sugli eredi, ai sensi dell’art. 752 del c.c..
In questo caso, l’erede che paga per l’intero ha diritto di rivalersi pro quota sull’altro (ovvero può richiedere la restituzione del 50% di spettanza dell’altro erede che è stata anticipata per suo conto).
Nel caso in cui, poi, la sorella dovesse rifiutarsi di pagare, il fratello gravato dall’ingiunzione potrà/dovrà rivolgersi al Giudice, previo esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione (mediazione se, come ad avviso di chi scrive, la controversia rientra nella macrocategoria delle “successioni ereditarie”, oppure negoziazione assistita, se si qualifica l’azione come una richiesta di pagamento somme di importo, si presume, inferiore ad € 50.000,00).

Nell’ipotesi in cui, infine, al contrario di quella appena ipotizzata, la sorella non dovesse aver accettato l’eredità, il debito, purtroppo, ricadrebbe interamente sull’unico erede, che non avrebbe altra possibilità se non quella di pagare.

Alfonso Z. chiede
martedì 11/09/2018 - Lombardia
“Mio fratello ha ricevuto da mia madre(col mio consenso) due anticipi sull'eredità, che però mia madre ha voluto che fossero chiamati "prestiti". Mio fratello ha quindi rilasciato ricevuta a mia madre per un prestito, dichiarando anche che nel caso di premorte di mia madre avrebbe rimborsato a me il 50% di ogni prestito.<br />
Purtroppo nello scorso mese di Marzo mio fratello è morto, mentre mia madre è tuttora vivente. Mia madre anni fa ha fatto testamento olografo, in cui (secondo sue parole) avrebbe lasciato il 50% a me ed il 50% a mio fratello.<br />
Mio fratello ha lasciato moglie e due figli. All'apertura del testamento come posso far valere le ricevute di mio fratello, tenuto conto che nell'asse ereditario ci sono beni superiori al valore delle due ricevute?<br />
Cordialmente A. Z.”
Consulenza legale i 18/09/2018
Ogni volta in cui viene prestato del denaro tra soggetti privati si conclude un vero e proprio contratto, c.d di mutuo o di prestito, anche se tale accordo avviene oralmente.
Il contratto di mutuo, disciplinato all’art. 1813 cod. civ., è "quel contratto col quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di denaro o di altre cose fungibili e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità".
Il mutuo non è un contratto che può essere stipulato solo dalle banche, ma anche da qualsiasi altro soggetto privato.
Dalla definizione normativa si evince che per la sua costituzione non sono richieste particolari formalità, essendo sufficiente la consegna della cosa data a mutuo (denaro o bene fungibile). Trattasi, pertanto, di un contratto avente natura reale (i.e.: contratto che si perfezione con la consegna della cosa).
Il prestito può essere gratuito se il mutuatario si impegna a restituire solo la somma iniziale erogata; può essere oneroso se il mutuario, oltre al capitale, è tenuto a restituire anche gli interessi.

Ebbene, anche nel caso in esame è stato concluso, tra sua mamma e suo fratello, un contratto di mutuo, con riconoscimento del debito da parte di suo fratello nei confronti di sua mamma relativamente alle somme ricevute.
Trattandosi di un contratto di mutuo, il debitore è obbligato a restituire la somma che ha ricevuto.
Pertanto, nel caso di specie, suo fratello è tenuto a rimborsare alla mamma le somme dalla stessa ricevute in prestito.
In caso di morte del debitore prima della restituzione di quanto percepito, come avvenuto nel caso di specie, gli eredi del debitore rispondono dell’adempimento delle obbligazioni contratte dal de cuius in vita laddove abbiano accettato l’eredità senza beneficio di inventario.
Ai sensi dell’art. 752 c.c., infatti, “i coeredi contribuiscono tra loro al pagamento dei debiti e pesi ereditari in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il testatore abbia altrimenti disposto”.

Alla luce di quanto detto, allo stato, solo sua madre, in qualità di creditrice di suo fratello, sarebbe legittimata a chiedere l’adempimento dell’obbligo di restituzione della somma data in prestito, agendo se necessario anche giudizialmente nei confronti della moglie e dei figli di suo fratello e quest’ultimi, laddove abbiano accettato l’eredità senza beneficio di inventario, ne risponderanno con il proprio patrimonio oltre che con quello ereditario.

Qualora sua madre non avesse alcuna intenzione di chiedere la restituzione delle somme date a prestito agli eredi di suo fratello, non si potrà far altro che attendere l’apertura della sua successione e dare esecuzione alla volontà testamentaria.
A quel punto nel patrimonio ereditario si ritroverà, tra l’altro, il credito vantato nei confronti del fratello premorto, il quale ovviamente in ragione del 50% (ossia per la quota gravante sugli eredi del fratello) si estinguerà per confusione ex art. 1253 c.c. (cioè perché vengono a coincidere nelle stesse persone la posizione di debitore e di creditore), mentre continuerà a permanere in vita per il restante 50%, con diritto ad agire anche esecutivamente per la riscossione di quel credito nei confronti degli altri eredi.
Sul patrimonio ereditario così costituito sarà possibile determinare con esattezza se vi è stata o meno lesione di legittima (la cui quota non può essere inferiore ad un terzo ex art. 537 comma 2 c.c.), anche se sembra un’ipotesi improbabile, considerato che, come viene detto nello stesso quesito, nell'asse ereditario vi sono beni superiori al valore delle due ricevute.
Diversa, invece, sarà la situazione se sua madre disponesse nel testamento un legato di liberazione di debito in favore degli eredi del fratello premorto, legato previsto dall’art. 658 c.c.; a quel punto non sarà più possibile agire contro gli altri eredi per la riscossione delle somme date a prestito e risultanti dalle ricevute, ma quella somma dal cui rimborso si è stati liberati dovrà considerarsi come oggetto di una donazione indiretta ed in quanto tale potrà essere soggetta a riduzione qualora non sia stata rispettata la quota di riserva in suo favore.

Cristina V. chiede
lunedì 15/01/2018 - Emilia-Romagna
“Buongiorno

In qualità di Amministratore di Sostegno, dovendo affrontare le operazioni di trasferimento del beneficiario presso nuova abitazione, pongo il seguente quesito:

Il beneficiario attualmente risiede, in affitto, presso la abitazione bolognese, presso la quale, già risiedeva con la nonna, titolare del contratto di locazione, deceduta nel mese di settembre 2016, in seguito, al cui decesso è stata prevista la nomina dell'Amministratore di Sostegno.

Dovendo affrontare a breve il predetto trasloco, con trasferimento del beneficiario presso la nuova abitazione, si chiede, se gli oneri finanziari conseguenti il trasloco stesso, debbano essere intesi a carico del beneficiario, attualmente residente, presso l'appartamento, di cui trattasi, ovvero, se gli stessi debbano, invece, essere sostenuti, come richiesto dal beneficiario, congiuntamente da tutti i coeredi. Nessuno dei quali residente presso l'appartamento in questione.

Le spese di trasloco comprenderanno lo smontaggio di eventuali arredi e materiali attualmente in essere presso l'appartamento stesso, il trasferimento di parte degli stessi presso il nuovo appartamento del beneficiario, il trasporto di materiale inidoneo o non più utilizzabile, presso eventuali centri di raccolta o presso deposito temporaneo per quegli elementi non immediatamente utili o necessari.

All'uopo si precisa che gli eredi legittimari sono, nella fattispecie, le due figlie, oltre al beneficiario stesso, in qualità di ascendente, intervenuto, in seguito a premorienza della terza figlia. In relazione al caso di specie sono già stati definiti a suo tempo, ovvero, nel mese di novembre 2016, i procedimenti inerenti la successione ereditaria (dichiarazione di successione)

Tanto premesso, ringrazio e , porgo cordiali saluti, restando a disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti

Consulenza legale i 21/01/2018
Per capire come andrebbero ripartite le spese inerenti lo smaltimento o il trasloco dei beni mobili presenti in un appartamento, occorrerebbe prima sapere a chi appartengono questi beni.

Ad esempio, sarà l’amministrata a decidere se un suo bene deve essere smaltito in quanto non più utilizzabile oppure no e sarà sempre l’amministrata a doversi fare carico delle spese inerenti.
Se invece il bene apparteneva alla de cuius, le spese per lo smaltimento ricadrebbero sugli eredi, tutti, in proporzione alle loro quote.

Ai sensi dell’art. 752 c.c. ciascun coerede deve rispondere dei debiti del de cuius in maniera proporzionale alla quota di eredità a lui pervenuta, e sicuramente le spese per il trasloco a discarica dei mobili rientrano tra i debiti ereditari.

Se i beni appartenevano alla de cuius ma gli altri eredi hanno consentito a che l’amministrata potesse portarli via, appare iniquo richiedere loro il pagamento dello smontaggio e del rimontaggio presso altra abitazione, in quanto potrebbero sempre rifiutarsi di farsene carico e preferire lo smaltimento a spese di tutti gli eredi. Tuttavia, per quanto iniquo, se il trasloco della mobilia della de cuius avesse un costo inferiore rispetto a quello dovuto per lo smaltimento, effettivamente l’amministrata potrebbe giustamente chiedere alle altre eredi di contribuire in proporzione alla loro quota di eredità.
Dunque, andrebbe verificato oggetto per oggetto a chi appartiene, ovvero a chi apparteneva, per comprendere da chi debbano essere sostenute le spese relative.

E’ vero, però, che la ricognizione del diritto di proprietà sui singoli beni non è operazione semplice: eccettuati i beni per i quali le parti saranno d’accordo nel riconoscerne la proprietà, per gli altri oggetti occorrerebbe esperire un procedimento giurisdizionale, che avrebbe dei costi probabilmente di gran lunga superiori al valore dei beni in questione.
Il titolare del diritto di proprietà potrebbe agire in rivendicazione (art. 948 c.c.) per il riconoscimento giudiziale del proprio diritto ed il recupero del bene da altri illegittimamente detenuto. Oppure potrebbe esperire un’azione negatoria(art. 949 c.c.) affinché venga accertata l’inesistenza dei diritti vantati da altri ed accertato il proprio diritto.
Oppure le altre eredi potrebbero esperire una domanda per il riconoscimento del pagamento del dovuto ad esempio per lo smaltimento della mobilia ed in quella sede chiedere al Giudice che venga accertato che detti beni appartenevano alla de cuius.

In definitiva, dunque, non è possibile fornire una risposta generalizzata al quesito formulato, in quanto occorrerebbe prima sapere chi è o chi era il proprietario di questi oggetti.

Michele P. chiede
venerdì 01/12/2017 - Basilicata
“Scrivo per conto di un associato ad associazione non riconosciuta aderente alla Cisl quale servizio sociale gratuito.
Il caso giuridico: i genitori con atto notarile stipulato nel 2002 fanno atto di donazione dei loro beni immobiliari-fabbricato e terreni, ai loro due figli che accettano.
Ambedue sono deceduti nel tempo: prima il padre nel 2006 e poi la madre nel marzo 2016.
In questi giorni ricevono dall’ ufficio legale INPS una richiesta di somme che la madre avrebbe ricevuto in maniera indebita nel 1991, più volte richiesta alla madre de cuius, per indennità di disoccupazione percepita; al chè la restituzione di quella somma di € 1800 viene richiesta ai due figli eredi, con termine perentorio al versamento entro 30 giorni, oppure si invitavano i figli a fare rinuncia ad eredità attiva e passiva come previsto dal codice civile (rinunciando in Tribunale o davanti ad un notaio).
Non ci sono termini di prescrizione, in quanto a dire dell’INPS la madre ha ricevuto nel frattempo diversi inviti a pagare per interrompere la prescrizione, e questo sarebbe documentato.
I figli vorrebbero ricorrere alla rinuncia ai beni in quanto, dopo l'atto di donazione avvenuto in data 2002 - ante decesso quindicennale - non hanno ereditato nulla nè di attivo immobiliare che mobiliare.
I genitori sono morti poveri, vivendo con la sola pensione (anche le spese mortuarie sono state pagate dalla figlia.
Domanda: la rinuncia ai beni se fatta oggi, come a loro suggerito dall’INPS suggerita per ottenere l’estinzione del debito, incide anche sulla donazione del 2002 invalidando tutto, oppure quell'atto è ormai acquisito, consolidato oppure i figli possono ancora essere ancora oggetto di rivalsa da parte dell'Ente?
C'è da dire che la madre gestiva da sola tuti i suoi rapporti ed i figli non ne avevano conoscenza del vero o presunto debito come richiesto dall’ Inps.
!In tal caso, vigendo la cristallizzazione inattaccabile anche in futuro, loro ricorrerebbero in Tribunale alla rinuncia alle attività e passività della de cuius.
Il preposto al Tribunale avrebbe dato questa interpretazione legale sulla non rivalsa per atti gli passati fatti in vita dai genitori, operando la rinuncia dal momento del decesso in avanti.
Sono stato delegato a porvi questo importante quesito e faremo tesoro anche per il futuro dei vostri servizi in quanto competenti, professionali, democraticamente economici per il bene dei cittadini.
Grazie”
Consulenza legale i 13/12/2017
Non sempre ricevere una eredità risulta vantaggioso, in quanto può accadere che insieme al patrimonio del defunto si possano ereditare dei debiti, con il rischio di doverli pagare personalmente.

E’ proprio per questo motivo che la legge, ed in particolare il codice civile, consente di scegliere se accettare o meno l’eredità, lasciando a chi non è nel possesso dei beni ereditari dieci anni di tempo per fare tale scelta; chi, invece, è nel possesso dei beni ereditari (ad esempio i familiari che convivevano con il defunto o chiunque possieda dei beni), ha soltanto tre mesi di tempo per scegliere se accettare o rinunziare all’eredità, dopodiché viene considerato erede contro la sua volontà.

In ogni caso, chi decide di rinunciare all’eredità deve fare una dichiarazione espressa e formale, secondo quanto disposto dall’art. 519 c.c., il quale prevede due alternative:
1. far risultare la rinuncia mediante dichiarazione ricevuta da un notaio;
2. rendere la medesima dichiarazione dinanzi al cancelliere del Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione.
Certamente questa seconda forma è quella meno costosa.

Una volta fatta la rinuncia all’eredità, questa agisce retroattivamente, sicché il rinunziante perde ab origine la qualità di erede e si considera come mai chiamato alla successione (art. 521, 1° comma, c.p.c.).

Per effetto di ciò, il rinunciante sarà considerato completamente estraneo all’eredità in ordine alle obbligazioni ed ai debiti contratti o comunque sorti in capo al de cuius, con la conseguente impossibilità di assoggettare il suo patrimonio ad esecuzione forzata.
Dispone infatti l’art. 752 c.c., in materia proprio di pagamento dei debiti ereditari, che al pagamento dei debiti e dei pesi ereditari sono tenuti soltanto i coeredi, ossia coloro che hanno acquistato la qualità di erede.

Il dubbio che ci si pone nel caso in esame, però, è se tale regola valga anche per quegli eredi che hanno ricevuto in vita donazioni da parte del de cuius; si potrebbe infatti pensare che qualora a rinunciare fossero i donatari, i medesimi debbano comunque essere considerati eredi puri e semplici del proprio debitore, avendo trattenuto i beni appartenuti al de cuius, seppure confluiti nel loro patrimonio a titolo di donazione.

Trattasi, però, di una concezione errata, in quanto i donatari in realtà non potranno essere in alcun modo tenuti a rispondere dei debiti ereditari, né la rinuncia all’eredità del donante potrà intaccare la validità della donazione ricevuta in vita.
Anche qualora la donazione dovesse essere stata fatta in conto di legittima, cioè qualora il donante l’abbia voluto considerare come una anticipazione dell’eredità, dovrà considerarsi pienamente valida ed efficace, comportando un’attribuzione liberale attuale ed irrevocabile, in cui neppure gli effetti potrebbero ritenersi sospesi o differiti al momento della morte del donante.

Neppure i creditori, che decidessero di agire in separazione (cioè di chiedere la separazione dei beni del defunto da quelli degli eredi) potrebbero estendere le loro pretese su quei beni definitivamente usciti dal patrimonio del defunto attraverso atti di donazione, a meno che non sussistessero, all’epoca delle compiute liberalità, i presupposti dell’azione revocatoria.

A nulla poi varrebbe richiamare per sostenere il contrario il disposto dell’art. 521 comma 2 c.c., secondo cui il rinunziante all’eredità può ritenere le donazioni effettuate in suo favore soltanto fino alla concorrenza della porzione disponibile.
Trattasi di norma che si fonda proprio sul principio della irrilevanza della rinuncia all’eredità rispetto alle donazioni ricevute; infatti, poiché le donazioni ricevute non sono invalidate dalla rinuncia, dal momento che il rinunziante all’eredità perde la qualità di erede e viene a trovarsi nella stessa posizione di un estraneo alla successione, la norma in esame dispone che egli può trattenere quanto donatogli soltanto nei limiti della disponibile, con la conseguenza che le donazioni potranno essere assoggettate ad un’eventuale azione di riduzione qualora risulti lesa la quota di riserva di un legittimario (quindi, trattasi di una norma a tutela degli altri legittimari, ma non di colui o coloro che vantano dei crediti nei confronti del de cuius).

In conclusione, dunque, il donatario che sia anche erede e che decida di rinunciare all’eredità, sotto ogni profilo non potrà essere chiamato a rispondere dei debiti ereditari né la sua rinuncia potrà avere alcuna conseguenza negativa sulla validità della donazione ricevuta in vita dal de cuius.


Anonimo chiede
mercoledì 10/05/2017 - Lombardia
“Buonasera, io sono proprietaria di un immobile in sicilia al 40% il rimanente di un'altra sorella deceduta, fatta successione con altri 4 eredi quindi la mia quota adesso al 55%. In questo immobile ai tempi dei miei genitori sono stati fatti ampliamenti mai dichiarati per cambio valore catastale. La mia quota del 40% e' dovuta 10% avuta in eredita dal papa' e il rimanente 30% ritirato dai fratelli. Adesso questo immobile e' in vendita con gia' gli acquirenti ma al momento dei vari documenti il tecnico venuto a fare i l sopralluogo s' accorge degli ampliamenti effettuati e quindi decide per nuove planimetrie e integrazione successione della sorella defunta nel 2012 e fatta successione nel 2013. La mia domanda e' ; in che modo vengono ripartite le spese delle nuove planimetrie? in base alle quote di proprieta' o in parti uguali? e le spese d'integrazione alla successione? Da precisare che nel 2013 la successione e' stata pagata in parti uguali.Grazie”
Consulenza legale i 16/05/2017
Il codice civile non disciplina specificatamente le modalità di ripartizione delle spese a cui si fa riferimento nel quesito.

Ciò comporta la necessità di fare ricorso all’analogia, ossia all’applicazione di norme il cui contenuto possa estendersi a fattispecie non espressamente previste, e tra queste norme, per quel che ci riguarda, si ritiene che di indubbio rilievo sia quella contenuta nell’art. 752 c.c. che, nell’occuparsi proprio di ripartizione di debiti ereditari tra gli eredi, sancisce il principio secondo cui i coeredi contribuiscono al pagamento dei debiti e pesi ereditari in proporzione delle loro quote ereditarie.

Trattasi, infatti, di spese (sia quelle per la redazione di nuove planimetrie che quelle dovute per effettuare una integrazione della denuncia di successione) da comprendere tra quelli che il legislatore definisce pesi ereditari, cioè tra quegli oneri che sorgono in conseguenza dell'apertura della successione e che, pur dovendo essere distinti dai debiti ereditari (ossia dai debiti esistenti in capo al de cuius e che si trasmettono, con il patrimonio del medesimo, a coloro che gli succedono per legge o per testamento) gravano sugli eredi per effetto dell'acquisto dell'eredità, concorrendo a costituire il passivo ereditario, composto sia dai debiti del defunto che dai debiti dell'eredità.

Costituisce questo un indirizzo interpretativo consolidato nella giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, la quale sostiene appunto che i pagamenti di somme riconducibili alla divisione o sistemazione in genere del patrimonio ereditario rientrano tra quei pesi ereditari che, sorgendo in conseguenza dell'apertura della successione, costituiscono, unitamente ai debiti del defunto, il passivo ereditario gravante sugli eredi ex art. 752 c.c., sicché ai sensi dell' art. 754 c.c. colui che ha anticipato tali spese ha diritto ad ottenerne il rimborso da parte degli altri coeredi, sempre che non si tratti di spese eccessive, sostenute contro la loro volontà (Cass. Civ. Sez.11 sent. del 02/02/2016 n. 1994; Cass. 3 gennaio 2002, n. 28; Cass. 4 agosto 1977, n. 3489; Cass. 23 luglio 1966, n. 2023).

A ciò si aggiunga che, con particolare riferimento all’imposta di successione (tale è quella che viene liquidata in sede di denuncia di successione), ai sensi dell'art. 36 d.lgs 31 ottobre 1990 n. 346 costituisce anch'essa debito della massa ereditaria, al cui pagamento dunque i coeredi sono tenuti in proporzione delle rispettive quote ereditarie.

Detto ciò, pertanto, nell’imminenza della vendita e qualora possa rendersi necessario dar corso ad essa nel minor tempo possibile (magari per scadenza di eventuali termini fissati per la sua stipula), sarà consigliabile intanto richiedere formalmente agli altri eredi di contribuire nelle spese che si rende necessario affrontare, specificando che la contribuzione dovrà essere ragguagliata alla propria quota di eredità.

Qualora poi non si riesca a raggiungere un accordo sulla esatta qualificazione di tali spese (cioè gli altri eredi non concordino sul fatto che si tratta di spese da far rientrare nel concetto di pesi ereditari), si tenga presente che anche uno solo degli eredi potrà decidere di anticiparle, fermo restando il suo diritto di chiederne ed ottenerne successivamente il rimborso da parte degli altri eredi; a tal fine, tuttavia, sarà ovviamente necessario che si tratti di spese debitamente documentate e che, come dispone il summenzionato art. 754 c.c., non si tratti di spese eccessive sostenute contro la volontà espressa degli altri coeredi.

Michele D. B. chiede
sabato 05/03/2016 - Campania
“Egregi avvocati, gradirei conoscere a chi competono le spese di pubblicazione del testamento olografo. In particolare, ho avendone ricevuto in custodia da mia madre, successivamente al suo decesso ho proceduto alla pubblicazione del suo testamento olografo. Tale testamento prevede il lascito ereditario (un appartamento - proprieta' al100% - e la meta' di quello adiacente sullo stesso pianerotolo, detenuto da mia madre in quote paritetiche con mio padre - coniuge superstite, ivi residente - e' spettato all'unico mio fratello, il quale gia dal 2000 vive con la sua famiglia nel primo appartamento - mentre un altro immobile con annesso giardino di pertinenza 100% di proprieta' e' toccato al sottoscritto, ivi residente dal 1998). Il valore dei due lasciti stimati nel testamento sono sostanzialmente simili. Avendo pagato le spese notarili per la predetta pubblicazione, vorrei sapere se e ai sensi di quale normativa posso rivalermi nei confronti di mio fratello che ha beneficiato del lascito ereditario. Ringrazio anticipatamente per la cortese attenzione.”
Consulenza legale i 10/03/2016
Le spese sostenute per la pubblicazione del testamento olografo presso un notaio comprendono di regola:

- la registrazione del verbale con cui viene effettuata la pubblicazione (imposta di registro);
- marche da bollo;
- tassa archivio;
- onorario del notaio.

Premesso che l'obbligo di pubblicazione grava su chiunque sia - anche solo per caso - venuto in possesso di un testamento, nei confronti del notaio l'onere delle spese relative alla pubblicazione del testamento è posto a carico del richiedente o presentatore ai sensi dell'art. 74 della legge notarile: ciò anche se egli non ne sia in alcun modo beneficiario.
Nel caso in cui manchi un richiedente (es. testamento segreto, art. 621 del c.c.) oppure qualora colui che presenta il testamento olografo si rifiuti di sottoscrivere il verbale e di depositare presso il notaio l'importo delle tasse, degli onorari e delle spese (come prevede l'ultimo comma dell'art. 28 l. not.), l'art 78 l. not. prevede che "Il notaro può rifiutarsi verso chiunque alla spedizione delle copie degli estratti e dei certificati, finché l'accennato pagamento o, rimborso non sia interamente eseguito".

Dal punto di vista sostanziale, invece, le spese per la pubblicazione del testamento (così come, ad esempio, le spese funerarie e di sepoltura), sebbene non vi sia una norma che le qualifichi in maniera espressa, sono ritenute debiti ereditari (vedi A. Cicu, La divisione ereditaria, in Trattato Cicu-Messineo, Milano 1961, p. 477; G. Capozzi, Successioni e donazioni, Milano 2002, p. 302), ossia debiti che sorgono a carico degli eredi in dipendenza della successione: ai sensi dell’art. 752 c.c. esse si ripartiscono tra i coeredi in proporzione alle rispettive quote ereditarie. Pertanto, chi le anticipa, avrà diritto a chiedere a ciascun coerede la rispettiva quota di spettanza.

Maurizio S. chiede
giovedì 27/08/2015 - Umbria
“Oggetto: Eredità titoli di Stato

Come da art. 12 del Testo Unico dell’imposta sulle successioni e donazioni, per i titoli di stato ereditati non sussiste l’obbligo di includerli nella dichiarazione di successione con il Beneficio di Legge che quindi non andranno a costituire l’attivo ereditario.

Essendo pacifico che in virtù di tale articolo di legge i titoli di stato non saranno tassati in capo all’erede, vorrei sapere quanto segue:

In forze dell’art. 12 del Testo Unico dell’imposta sulle successioni che permette ai titoli di Stato di non costituire attivo ereditario è plausibile considerare, quindi, tali titoli non aggredibili da parte dei creditori (anche fiscali) del defunto proprio perché non costituiscono attivo ereditario?”
Consulenza legale i 01/09/2015
L'art. 12 del T.U. delle disposizioni concernenti l'imposta sulle successioni e donazioni stabilisce che non concorrono a formare l'attivo ereditario, tra gli altri: "h) i titoli del debito pubblico, fra i quali si intendono compresi i buoni ordinari del tesoro e i certificati di credito del tesoro ivi compresi i corrispondenti titoli del debito pubblico emessi dagli Stati appartenenti all'Unione europea e dagli Stati aderenti all'Accordo sullo Spazio economico europeo; i) gli altri titoli di Stato, garantiti dallo Stato o equiparati [...]".

La norma in esame ha un'unica funzione: essa è preposta a stabilire la base imponibile per il calcolo dell'imposta sulle successioni, com'è agevole inferire anche dalla sua collocazione sotto al titolo II "Applicazione dell'imposta di successione", capo II "Base imponibile", sezione I "Attivo ereditario".
L'art. 9 del T.U. dà la definizione di attivo ereditario, ma sempre e solo al fine di applicarvi l'imposta: esso, a fini fiscali, è costituito da tutti i beni e i diritti che formano oggetto della successione, ad esclusione di quelli non soggetti all'imposta a norma degli articoli 2, 3, 12 e 13.

Il codice civile, invece, non fornisce una univoca definizione dell'eredità, che viene normalmente considerata come comprensiva sia delle poste attive che di quelle passive. A fini particolari, come il calcolo della quota dei legittimari e la collazione, si prevedono diverse modalità di calcolo del compendio ereditario.

In generale, però, non è previsto da alcuna norma che elementi patrimoniali attivi del patrimonio del de cuius, come appunti i titoli di Stato (o, meglio, i loro proventi), siano esclusi dall'eredità, e quindi dalle azioni esecutive dei creditori. Nè tale esclusione appare conforme ai principi generali della disciplina successoria, posto che i debiti ereditari non si estinguono con la morte del de cuius ma devono essere onorati dai suoi eredi, appunto attraverso il compendio ereditario.

Dalle norme menzionate e dai principi generali dell'ordinamento si evince in maniera inequivoca che non è possibile far discendere dall'art. 12 del T.U. d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 la conseguenza che i titoli di Stato - esenti dall'imposta di successione - siano esclusi dal novero dei beni aggredibili da parte dei creditori dell'eredità o dell'erede (se il patrimonio di questi si sia confuso con il compendio ereditario).

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