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Articolo 978 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Costituzione

Dispositivo dell'art. 978 Codice civile

L'usufrutto è stabilito dalla legge, o dalla volontà dell'uomo [587, 785, 1350 n. 2, 2643 n. 2, 2648]. Può anche acquistarsi per usucapione (1).

Note

(1) Anche se la disposizione in esame non dice nulla sull'argomento, l'usufrutto può venire in essere per sentenza, in ipotesi, ad esempio, di esecuzione in forma specifica dell'obbligo di costituire un usufrutto ai sensi dell'art. 2932 del c.c..

Brocardi

Fructuarius acquirere servitutem non potest, retinere potest
Nuda proprietas
Ususfructus sine persona esse non potest

Spiegazione dell'art. 978 Codice civile

I modi di costituzione

Questa disposizione, che riproduce nella sostanza l'art. 478 del codice del 1865 e che, per il suo contenuto classificatorio, può considerarsi superflua, ma permette di fare una breve analisi sui modi di costituzione del diritto di usufrutto. Alla dicotomia dell'art. 478 (legge - volontà dell'uomo) la disposizione dell'art. 978 sostituisce una tricotomia (legge - volontà dell'uomo - usucapione) che, se da un punto di vista pratico può apparire più completa, per quanto neppure per il vecchio codice si fosse mai dubitato che l'usufrutto potesse acquistarsi per usucapione, non è concettualmente impeccabile, perché, se con l'espressione « volontà dell'uomo » si vuole far riferimento alle fattispecie negoziali, è chiaro che nella legge rientrano tutti i modi di acquisto del diritto che non si ricollegano a un negozio giuridico.

D'altro canto sono note le critiche mosse alla solita contrapposizione fra legge e negozio giuridico, fondate sul rilievo che la legge è sempre la fonte dei diritti e degli obblighi nel senso che essa ricollega a una determinata situazione di fatto, negoziale o meno, determinati effetti giuridici, per cui una contrapposizione di essa al negozio giuridico, come di due entità che stanno sul medesimo piano, non è logicamente esatta.


Le forme di usufrutto legale

Le ipotesi di usufrutto legale sono sempre le due tradizionali: l'usufrutto del genitore esercente la patria potestà sui beni dei figli mi­nori, e quello che spetta al coniuge superstite sui beni del coniuge defunto.

Le particolarità dell'usufrutto legale del genitore e di quello spettante al coniuge, sia nel caso di successione intestata nella quale concorra con figli legittimi, sia nel caso in cui la legge lo attribuisce a titolo di riserva, sono state esposte in sede più opportuna e non è il caso di richiamarle qui.

Può invece essere utile avvertire che mentre l'usufrutto del coniuge è interamente regolato dalle norme generali sull'usufrutto, salva qualche particolarità in ordine alla potestà di commutazione che spetta agli eredi (art. 537 del c.c., oggi abrogato), invece per l'usufrutto del genitore, che è il più rilevante aspetto patrimoniale della patria potestà, le norme sull'usufrutto trovano applicazione subordinatamente a quelle, che sono numerose e svariate, dettate specificamente nel primo libro del nuovo codice (art. 324 e segg.).


II negozio giuridico come mezzo di costituzione dell'usufrutto

Il negozio giuridico che può dar vita all'usufrutto può essere inter vivos (contratto) o mortis causa (testamento).

Nel primo caso l'usufrutto può sorgere in due modi, o mediante un contratto di alienazione (donazione, vendita, permuta ecc.) che abbia per oggetto la costituzione dell'usufrutto a favore dell'acquirente, ovvero mediante un contratto che abbia che abbia per oggetto il trasferimento della nuda proprietà, di modo che il diritto di usufrutto venga a crearsi in capo all’alienante (vendita, donazione, ecc. con riserva di usufrutto) o eventualmente ad un terzo beneficiario (contratto a favore di terzo).

A seconda della natura del contratto con il quale si costituisce il diritto di usufrutto la disciplina sarà diversa. Può essere tuttavia opportuno rilevare che in ogni caso il contratto costitutivo del diritto di usufrutto deve esser fatto in forma scritta sotto pena di nullità (art. 1350 del c.c. ed è soggetto alla formalità della trascrizione (art. 2643 n. 2).

Naturalmente, per la particolare natura dell'oggetto, il contratto costitutivo del diritto di usufrutto è sottratto all'applicazione di alcune delle norme dettate per il tipo di contratto di cui si tratta. Così si è ritenuto che la vendita di usufrutto o la vendita con riserva di usufrutto non è soggetta alla rescissione per lesione enorme, dato il carattere aleatorio che la vendita assume in tal caso. Altrettanto dovrà ritenersi per quanto riguarda l'azione generale di lesione, ammessa dal nuovo codice per tutti i contratti con prestazioni corrispettive (art. 1448 del c.c., il quale espressamente sottrae al rimedio della lesione i contratti aleatori), e per quanto riguarda la risoluzione del contratto per sopravvenuta eccessiva onerosità della prestazione (art. 1467 del c.c.), che in astratto si potrebbe ammettere nel caso in cui il corrispettivo dovuto dall'usufruttuario sia frazionato, ma che deve escludersi in base a quanto prevede l’ordinamento.

La costituzione dell'usufrutto per effetto di testamento dà luogo in ogni caso ad un'attribuzione a titolo particolare (legato) e va quindi soggetta a tutte le norme relative ai legati, che non è certo il caso di esporre in questa sede. Qualcosa di molto simile al legato di usufrutto potrebbe ravvisarsi nella istituzione o nel legato a favore di una persona quando il testatore abbia disposto una sostituzione fedecommissaria: ma la legge stessa non va oltre la semplice analogia fra le due situazioni, analogia che permette l'applicazione di alcune delle norme re­lative all'usufrutto (art. 692 del c.c.).


Le varie forme di usucapione

L'usucapione, che è il terzo modo di acquisto del diritto di usufrutto, si compie in venti anni in mancanza di titolo e di buona fede e qualunque sia l'oggetto che si possiede come usufruttuario (art. 1158 del c.c.); si compie in dieci anni per gli immobili e in tre anni per i beni mobili iscritti in pubblici registri (nave, aeromobile. autoveicolo), con il concorso delle condizioni enunciate dagli artt. 1159 e 1162 (esistenza di un titolo traslativo a non domino, trascrizione del titolo, buona fede dell'acquirente, possesso); si compie in cinque anni per le cose mobili quando il possessore e di buona fede, ma manca un titolo idoneo al trasferimento del diritto (se vi fosse il titolo reale a non domino l’acquisto si opererebbe immediatamente).

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 978 Codice civile

Cass. civ. n. 1967/2007

Seppure l'art. 978 c.c. faccia genericamente riferimento alla volontà dell'uomo, la tipologia negoziale idonea a costituire il diritto di usufrutto deve essere individuata - non diversamente da quanto è stabilito in materia di servitù dall'art. 1058 c.c. - nel testamento e nel contratto, mentre, per quanto riguarda i negozi unilaterali, nei limiti in cui sono ritenuti vincolanti per l'ordinamento, la possibilità di costituire l'usufrutto deve ritenersi limitata alle sole figure della promessa al pubblico prevista dall'art. 1989 c.c. e della donazione obnuziale di cui all'art. 785 c.c. (Nella specie, è stata escluso che potesse integrare un atto valido per la costituzione del diritto di usufrutto la scrittura privata sottoscritta soltanto dalla parte che aveva invocato l'avvenuta concessione del diritto).

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Consulenze legali
relative all'articolo 978 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Davide L. chiede
mercoledì 27/01/2016 - Emilia-Romagna
“Viviamo in un appartamento di cui la mia compagna è proprietaria dell'usufrutto.
La mia compagna ha firmato delle cambiali a una società , purtroppo non è in grado di poterle pagare e ci potrebbero essere tutti i presupposti per il pignoramento del'usufrutto; cosa potremmo fare fare prima che questo avvenga: ( rinuncia - cessione - diritto di abitazione )
Ringrazio anticipatamente per un vostro consiglio”
Consulenza legale i 01/02/2016
Il diritto di usufrutto può essere oggetto di pignoramento da parte del creditore. Precisamente, ciò che viene pignorato non è il bene oggetto del diritto ma il diritto stesso, che, come noto, presenta un proprio valore. Tale valore dipende da una serie di fattori, tra i quali la durata dell'usufrutto stesso. Ne deriva, quindi, come l'interesse di un soggetto a rendersi assegnatario di un diritto di usufrutto pignorato potrebbe essere molto basso se il diritto presentasse un valore esiguo.

Gli istituti indicati nel quesito, cessione dell'usufrutto e rinuncia, sono idonei a far venir meno il diritto in capo al loro titolare. Nello specifico, la cessione comporta il trasferimento del diritto in capo ad un terzo e può essere fatta per un certo tempo o per la durata dell'usufrutto, purché non sia vietata dal titolo costitutivo (art. 980 del c.c.). La rinuncia è causa di estinzione del diritto in quanto comporta la riunione in capo al medesimo soggetto dell'usufrutto e della proprietà (art. 1014 del c.c.). Entrambe, cessione e rinuncia, quando hanno ad oggetto beni immobili devono essere fatte per iscritto (atto pubblico o scrittura privata autenticata) ex art. 1350 n. 2 e 5 c.c.. Inoltre, se esse si configurano alla stregua di donazione, vanno soggette alla relativa disciplina, anche in tema di forma (v. art. art. 769 del c.c. ss c.c.). Altresì, entrambi i relativi atti sono soggetti a trascrizione per potere essere resi opponibili ai terzi (opponibilità che decorre dalla data della trascrizione); in mancanza, gli atti sono validi ma solo tra le parti.
Sul piano formale, anche la costituzione di un diritto di abitazione (art. 1022 del c.c.) esige la forma scritta a pena di nullità (art. 1350 n. 4 c.c.) e la trascrizione ai fini di opponibilità ai terzi (art. 2643 n. 4 c.c.). La dottrina ritiene che il diritto di abitazione non sia pignorabile, argomentando ex art. art. 1024 del c.c. c.c., ma la tesi è discussa. Poiché il diritto di abitazione è ritenuto una specie del diritto di usufrutto, appare ragionevole ritenere che non si possa costituire un diritto di abitazione a favore di chi è già usufruttuario, ma che sia necessario il preventivo venir meno di quest'ultimo per la costituzione del primo.

Fatte queste considerazioni, possiamo però osservare come, nel caso di specie, ogni operazione di "dismissione" del diritto da parte della debitrice potrebbe risultare di fatto inutile nei confronti del creditore. Su di un piano strettamente civilistico - e a prescindere da ogni considerazione sulla possibilità che una simile condotta possa configurare illeciti penalmente rilevanti (a titolo di mero esempio: operazioni volte a diminuire la garanzia creditoria in caso di determinati debiti tributari possono configurare reato, ex art. 11 d.lgs. 74/2000) - il trasferimento del diritto potrebbe essere assoggettato a revocatoria da parte del creditore. Queste considerazioni valgono sia per la cessione o il trasferimento in sé stessi sia come condotte prodromiche alla costituzione di un diritto di abitazione.

L'azione revocatoria di cui all'art. art. 2901 del c.c. ss c.c. è esperibile dal creditore quando il debitore ponga in essere atti che possano modificare, in senso quantitativo o anche solo qualitativo, la consistenza del suo patrimonio di modo da far diventare la sua possibilità di soddisfazione del credito incerta o difficile. Presupposti per esperire l'azione sono:
- un atto di disposizione patrimoniale, entro il quale rientra certamente anche l'atto di disposizione di un diritto reale;
- il c.d. eventus damni, ovvero il pregiudizio del creditore (che non si ha se il debitore si limita a pagare un debito già scaduto);
- la c.d. scientia fraudis, cioè la consapevolezza da parte del debitore del pregiudizio che l'atto porta al creditore (non è necessaria una volontà di nuocere ai suoi interessi); se l'atto è a titolo oneroso questa consapevolezza deve sussistere anche in capo all'acquirente.
Il creditore può esperire l'azione entro 5 anni dalla data dell'atto (art. 2903 del c.c.). Effetto di essa è di rendere l'atto inefficace verso il creditore che agisce, in modo che questi possa poi soddisfarsi sul bene (art. 2902 del c.c.).

In conclusione, sulla base delle osservazioni formulate, si ritiene che le ipotesi prospettate in quesito potrebbero rivelarsi inutili in quanto suscettibili di revocatoria; a ciò si aggiunga che si tratta, pur sempre, di operazioni aventi un certo costo (notaio, imposta di registro, etc.).

Antonio C. chiede
martedì 27/10/2015 - Campania
“Lo zio redige il testamento olografo e scrive "lascio l'appartamento con garage a mio nipote e LA RENDITA a mia moglie". Il nipote nel 1991 vende detti immobili con riserva di usufrutto, al signor Tizio e l'immette nel possesso legale e materiale, mentre era in vita la beneficiaria della rendita.
Dopo 13 giorni dall'atto di vendita muore la beneficiaria della rendita. L'acquirente per 13 anni ha goduto e posseduto quanto acquistato senza aver mai ricevuto alcuna richiesta di rilascio oppure di corrispettivo dall'usufruttuario. Nel 2002, quest'ultimo chiede il rilascio dei beni venduti a Tizio mettendo in atto secondo lui il diritto di usufrutto.
Tanto premesso, chiede: poteva sussistere contemporaneamente a due persone diverse, una beneficiaria della rendita degli immobili e l'altra usufruttuaria degli stessi? Il venditore dopo 13 anni che aveva immesso nel possesso legale e materiale l'acquirente e mai chiesto nulla, poteva far valere il diritto dell'usufrutto?
C'è differenza tra rendita e usufrutto oppure sono la stessa cosa?”
Consulenza legale i 28/10/2015
La domanda proposta attiene all'interpretazione di un testamento olografo.
Il testatore ha desiderato lasciare la proprietà dell'immobile al nipote, attribuendo alla moglie il diritto di percepire la "rendita" dello stesso, che può intendersi in vari modi. Possiamo individuarne alcuni, quali:
1. il diritto a percepire i canoni di una locazione;
2. il diritto di usufrutto dell'immobile;
3. la rendita vitalizia ai sensi dell'art. 1872 del c.c. o un onere dell'erede.

Non è certo facile capire quale fosse la reale intenzione del testatore, vista l'assoluta imprecisione e genericità della disposizione testamentaria.
Si dovrebbero analizzare ulteriori elementi, quali il comportamento del testatore sia prima che dopo la redazione del testamento, per determinare, in base al criterio teleologico, gli scopi pratici che il de cuius intendeva perseguire. Si può solo immaginare che l'obiettivo del marito fosse quello di garantire alla moglie una entrata economica, per tutta la durata della vita della donna, senza però lasciarle la proprietà dell'immobile, e quindi la possibilità di scegliere a chi destinarlo dopo la sua morte. Desiderava che il bene fosse destinato al nipote e a nessun altro.
Analizziamo nel dettaglio le tre ipotesi sopra indicate.

Nel caso 1 (che appare il meno probabile), possiamo parlare di legato di credito avente ad oggetto i canoni di locazione dell'appartamento. L'art. 658 del c.c. ci dice che "Il legato di un credito o di liberazione da un debito ha effetto per la sola parte del credito o del debito che sussiste al tempo della morte del testatore". Tuttavia, si ritiene che i crediti possano essere anche futuri (es. canoni non ancora percepiti), basta che il loro titolo giustificativo e costitutivo esista al momento dell'apertura della successione (es. un valido contratto di locazione, che sia appunto, già in essere).
L'onerato sarebbe stato il nipote, proprietario dell'immobile succeduto nella qualifica di locatore.

L'ipotesi 2. è verosimile, se il testatore ha inteso costituire un diritto reale di usufrutto a favore della moglie, trasmettendo al nipote solo la nuda proprietà dell'immobile.
Tuttavia, sembra che il nipote, nell'accettare l'eredità, abbia trascritto a proprio favore un diritto di proprietà piena, poiché ha venduto l'immobile trasferendo all'acquirente anche il godimento, senza mai coinvolgere la signora che era asseritamente usufruttuaria. Né si evince dal quesito di quali diritti abbia davvero goduto la donna (abitava nell'immobile? percepiva canoni di locazione?). Si deve controllare anche l'atto di accettazione dell'eredità da parte della moglie per capire quale diritto la stessa avrebbe accettato.
Se davvero la moglie non ha mai preteso che fosse trascritto un proprio diritto di usufrutto sull'immobile (in base all'art. 2648 del c.c.), tale diritto reale non sarebbe mai divenuto opponibile ai terzi e sembrerebbe ormai prescritta anche per i suoi eredi la possibilità di effettuare una trascrizione tardiva o una richiesta di risarcimento danni per mancato godimento del diritto.

Infine, il caso n. 3, contempla l'ipotesi della costituzione di una rendita in denaro a favore della moglie. Si può immaginare che, se la disposizione testamentaria ha voluto imporre all'erede l'onere di prestare assistenza materiale e morale alla moglie del de cuius vita natural durante, si configuri un onere ai sensi dell'art. 647 del c.c., assimilabile nel contenuto e nella portata al vitalizio alimentare ex art. 1872 c.c.
E' evidente che una rendita siffatta è del tutto diversa da un diritto di usufrutto: la prima, a differenza della seconda, non richiede la trascrizione, ed è un mero diritto di credito, collegato ad un evento finale certus an e incertus quando (ad esempio, la morte del beneficiario della rendita).

Per rispondere alle domande proposte nel quesito (non del tutto chiaramente formulate), può in definitiva dirsi che:
- se il diritto della moglie era un mero diritto di credito, esso poteva convivere con l'esistenza di un diritto reale (di proprietà o usufrutto) in capo a un altro soggetto (il nipote): al contrario, non potevano sussistere contemporaneamente due diritti di usufrutto, in base alla situazione descritta;
- il nipote che ha venduto il bene riservandosi l'usufrutto (immaginiamo, con atto pubblico notarile debitamente trascritto), poteva in qualsiasi momento pretendere da qualunque possessore - compreso il nudo proprietario - che questi dismettesse la cosa e gli consentisse di apprenderla materialmente, per poterne godere. L'unico limite temporale previsto dalla legge è il non uso del diritto continuativo per venti anni (art. 1014 del c.c.), che determina l'estinzione del diritto di usufrutto, ma nel nostro caso erano trascorsi solo 13 anni dall'immissione nel possesso dell'acquirente. Quindi l'azione appariva ancora ammissibile all'epoca.

Gian Piero P. chiede
domenica 10/05/2015 - Lombardia
“Per togliere una iscrizione catastale di usufrutto è possibile la vendita dello stesso a particolari condizioni?”
Consulenza legale i 13/05/2015
Per rispondere al quesito è necessario premettere alcuni cenni generali.

Il catasto è costituito dall'insieme di documenti, mappe e atti, che servono a descrivere i beni immobili nella loro oggettività (confini, dimensioni, ...) e contengono anche i dati anagrafici delle persone fisiche o giuridiche intestatarie dei beni.
Di norma, la situazione catastale di un immobile deve rispecchiare la situazione reale della titolarità dei diritti. Tuttavia, può accadere che i due dati siano discordanti. In tal caso, non è mai la situazione catastale a prevalere: è, infatti, principio pacifico che la prova della proprietà dei beni immobili non può essere fornita con la produzione dei certificati catastali, i quali sono solo elementi sussidiari in materia di regolamento di confini (v. Cass. civ., sez. II, 25.10.2013, n. 24167).

Ciò chiarito, "togliere una iscrizione catastale di usufrutto" implica che l'usufrutto sia estinto o ceduto ad altro soggetto.

L'usufrutto è un diritto reale di godimento, che consiste nel diritto riconosciuto ad un soggetto (usufruttuario) di godere e di utilizzare un bene uti dominus (cioè a proprio vantaggio, potendone percepire anche i frutti), limitato solamente dal non poterne trasferire la proprietà principale e dalla necessità di rispettare la destinazione economica impressa dal proprietario.

L'estinzione dell'usufrutto si verifica, ai sensi dell'art. 1014, 1) per prescrizione per effetto del non uso durato per venti anni; 2) per la riunione dell'usufrutto e della proprietà nella stessa persona; 3) per il totale perimento della cosa su cui è costituito. Inoltre, poiché la durata dell'usufrutto non può eccedere la vita dell'usufruttuario (art. 979 del c.c.), l'usufrutto cessa di regola con la morte di quest'ultimo.

Quanto alla possibilità di trasmettere ad altri l'usufrutto, il codice civile sancisce che l'usufruttuario può cedere il proprio diritto per un certo tempo o per tutta la sua durata, solo se ciò non è vietato dal titolo costitutivo.

Quindi, quando il bene immobile - su cui esiste un diritto di usufrutto a favore di una persona - viene venduto, l'usufrutto a favore di quella persona viene "cancellato" nei seguenti casi (i più frequenti):
- l'usufruttuario rinuncia al suo diritto senza chiedere nulla in cambio, quindi il nudo proprietario torna ad essere pieno proprietario: l'acquirente acquisterà quindi la proprietà piena sull'immobile;
- l'usufruttuario cede il suo diritto al proprietario (ricevendo un certo corrispettivo), il quale acquista la piena proprietà e la vende all'acquirente;
- nell'atto di alienazione vi è una simultanea vendita sia della nuda proprietà che dell'usufrutto (le parti venditrici sono quindi due), e l'acquirente acquista di conseguenza la proprietà piena dell'immobile.
Risulta evidente dagli esempi fatti che l'usufruttuario deve sempre intervenire all'atto notarile di compravendita, poiché il nudo proprietario non può disporre del diritto di usufrutto liberamente. Oppure, in alternativa, la rinuncia abdicativa o la cessione al nudo proprietario possono avvenire prima della vendita del bene a un terzo, ma sempre nella forma dell'atto pubblico e con obbligo di trascrizione (artt. 1350 n. 5, 2643 n. 5, 2684 n. 3, c.c.).

L'unico caso in cui il nudo proprietario può ottenere la dichiarazione della cessazione dell'usufrutto senza il consenso dell'usufruttario si ha quando quest'ultimo abusi del suo diritto, alienando i beni o deteriorandoli o lasciandoli andare in perimento per mancanza di ordinarie riparazioni (art. 1015). In questo caso, però, è necessario ottenere una pronuncia giudiziale, che ha natura costitutiva.

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    Collana: Consumatori oggi
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    Data di pubblicazione: dicembre 2008
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  • Il diritto all'abitazione nella prospettiva dell'housing sociale

    Collana: Quaderni della Rassegna di dirit. civile
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    Data di pubblicazione: dicembre 2008
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    Categorie: Uso e abitazione
    Le migrazioni, le emergenze legate al nomadismo, e più in generale la domanda diffusa e delusa di case, suggeriscono una rimodulazione del diritto all'abitazione, declinato come diritto all'alloggio e come diritto all'ospitalità. Ne consegue una apertura del predicato della normatività a nuove modalità espressive, a misura di emergenti profili di rilevanza della persona. L'housing sociale è, allo stato, un insieme eterogeneo di esperienze, dalla prima accoglienza all'alloggio, situate... (continua)