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Articolo 1021 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Uso

Dispositivo dell'art. 1021 Codice civile

Chi ha il diritto d'uso di una cosa [540] può servirsi di essa e, se è fruttifera, può raccogliere i frutti (1) per quanto occorre ai bisogni suoi e della sua famiglia [1023] (2).

I bisogni si devono valutare secondo la condizione sociale del titolare del diritto (3).

Note

(1) Diversamente da quanto avviene in materia di usufrutto, i frutti spettanti all'usuario sono esclusivamente quelli deputati al consumo materiale e diretto; non possono, pertanto, essere annoverati in tale categoria i frutti civili ed il denaro dal momento che esso non è atto a soddisfare una necessità in modo diretto, dovendosi a tale scopo provvedere ad uno scambio con altri beni.
(2) Il diritto d'uso può fare capo anche ad una persona giuridica, perché la facoltà di utilizzare il bene non ha come naturale conseguenza la soddisfazione di necessità di carattere prettamente individuale, come quelle alimentari.
L'ente che si serve di una cosa fruttifera non ha, tuttavia, il diritto di fare propri i frutti naturali, dal momento che allo stesso non fanno capo bisogni personali tali da dover essere soddisfatti con essi.
(3) L'uso può venire in essere per testamento (art. 587 del c.c.), per contratto (l'ipotesi più ricorrente è quella della donazione dell'uso o di una riserva dello stesso nella donazione di proprietà) o a seguito di usucapione (artt. 1158 ss. c.c.), ma non può esserci possesso valido a questo fine se l'attività svolta non corrisponde all'esercizio della proprietà o altro diritto reale, come accade nell'ipotesi (presa in esame dalla giurisprudenza) di utilizzo di mezzi pubblicitari su di un muro altrui finalizzato solo ad accrescere la vendita dei prodotti o la diffusione dei servizi di un complesso aziendale.

Brocardi

Cui usus relictus est, uti potest, frui non potest
Iura in re aliena
Quod ad victum sibi suisque sufficiat
Usus sine fructu

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 1021 Codice civile

Cass. civ. n. 24301/2017

L'"uso esclusivo" su parti comuni dell'edificio riconosciuto, al momento della costituzione di un condominio, in favore di unità immobiliari in proprietà esclusiva, al fine di garantirne il migliore godimento, incide non sull'appartenenza delle dette parti comuni alla collettività, ma sul riparto delle correlate facoltà di godimento fra i condomini, che avviene secondo modalità non paritarie determinate dal titolo, in deroga a quello altrimenti presunto ex artt. 1102 e 1117 c.c.. Tale diritto non è riconducibile al diritto reale d'uso previsto dall'art. 1021 c.c. e, pertanto, oltre a non mutuarne le modalità di estinzione, è tendenzialmente perpetuo e trasferibile ai successivi aventi causa dell'unità immobiliare cui accede.

Cass. civ. n. 23669/2016

Il diritto d'uso sulle aree a parcheggio, di cui all'art. 41 "sexies" della l. n. 1150 del 1942, ha natura reale ed è, pertanto, soggetto a prescrizione ventennale, non rientrando tra i diritti indisponibili ex art. 2934, comma 2, c.c., senza che osti a tale conclusione il vincolo pubblicistico di destinazione che connota in via permanente dette aree, giacché, ai fini del corretto assetto urbanistico, è indifferente che di esse fruiscano i proprietari degli appartamenti in relazione ai quali furono calcolate ovvero altri soggetti.

Cass. civ. n. 17320/2015

Il titolare del diritto reale d'uso ha diritto di servirsi della cosa e di trarne i frutti per il soddisfacimento dei bisogni propri e della propria famiglia, sì da poter ricavare dal bene, nel suo concreto esercizio, ogni utilità ricavabile. Ne consegue che l'ampiezza di tale potere, se può incontrare limitazioni derivanti dalla natura e dalla destinazione economica del bene, non può soffrire condizionamenti maggiori o ulteriori derivanti dal titolo. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso l'esistenza di qualunque diritto d'uso su una corte circostante un immobile oggetto di alienazione, senza però tener conto della natura rurale del fabbricato, della specifica distinta individuazione anche dei dati catastali di tale corte, nonché della facoltà di utilizzo attribuita al bene).

Cass. civ. n. 5034/2008

La differenza, dal punto di vista sostanziale e contenutistico, tra il diritto reale d'uso e il diritto personale di godimento è costituita dall'ampiezza ed illimitatezza del primo, in conformità al canone della tipicità dei diritti reali, rispetto alla multiforme possibilità di atteggiarsi del secondo che, in ragione del suo carattere obbligatorio, può essere diversamente regolato dalle parti nei suoi aspetti di sostanza e di contenuto (nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito la quale — in relazione al conferimento di attrezzature sciistiche e di uso di terreni nell'ambito del patrimonio di una società in fase di costituzione — aveva ritenuto che tale conferimento avesse il carattere di un diritto personale di godimento e non di un diritto reale di uso, in considerazione della stretta connessione tra l'uso dei terreni ed il mantenimento degli impianti sciistici in questione).

Cass. civ. n. 7811/2006

Il diritto di uso non è limitato a soddisfare i bisogni personali del titolare, ma si estende a tutte le utilità che possono obiettivamente trarsi dal bene secondo la sua destinazione, potendo l'usuario — non diversamente dall'usufruttuario — servirsi della cosa in modo pieno, dovendo soltanto rispettare la destinazione economica di essa. Ne consegue che la costruzione di un manufatto da adibire a garage rientra nell'ambito delle facoltà riconosciute dall'art. 1021 c.c. al titolare — in forza di convenzione scritta — di un diritto di uso su un'area nuda, salva la rilevanza che detta opera assume nella regolamentazione dei rapporti tra le parti al momento della cessazione del diritto. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda di accertamento di intervenuta usucapione proposta dall'usuario).

Cass. civ. n. 4599/2006

Ai sensi dell'art. 1020 (recte: 1021 - N.d.R.) c.c. il diritto d'uso, che ha natura personale, trova la sua fonte in un'obbligazione assunta da un soggetto nei confronti di un altro soggetto, il quale può servirsi della cosa secondo lo schema delineato dalla norma citata, con conseguente divieto di cedere il diritto stesso, ex art. 1024 c.c., salvo espressa pattuizione di deroga ad opera delle parti.

Cass. civ. n. 9593/1991

Con riguardo al godimento di una cappella gentilizia all'interno di una chiesa, la perpetuità del godimento medesimo, ove debba escludersi una situazione proprietaria, ovvero una situazione di «patronato ecclesiastico» in virtù di concessione canonica, non può essere riconosciuta sulla base di titolo costitutivo di un diritto d'uso, a norma degli artt. 1021 e ss. c.c., attesa la temporaneità di tale diritto.

Cass. civ. n. 5456/1989

Qualora l'assemblea dei soci di una cooperativa edilizia, che abbia ottenuto dal comune la concessione del diritto di superficie su un lotto di terreno al fine di costruirvi un complesso edilizio, abbia stabilito «l'assegnazione in uso» ad alcuni soci medesimi di determinate parti del terreno circostante i fabbricati, deve ritenersi (salvo che nonostante il tenore della citata espressione risulti in concreto che si sia voluto conferire un semplice diritto personale) che oggetto dell'assegnazione sia il diritto di uso di cui all'art. 1021 c.c., con la conseguenza che al riguardo è necessaria l'unanimità dei consensi dei soci, essendo il loro diritto sulle parti di area non direttamente interessate dai fabbricati assimilabile a quello dei condomini sulle parti comuni.

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Consulenze legali
relative all'articolo 1021 Codice civile

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Antonino P. chiede
lunedì 30/12/2013 - Lazio
“Vivo nella casa dei miei Genitori dal 1961, ho 3 fratelli che si sono sposati prima della morte di Papà che risale al 1989. Mamma è morta nel 2008, e come coniuge vivente avendo diritto di usufrutto ha pagato le fiscalità spettanti per intero tutte a suo nome, fino alla sua esistenza in vita.
Io sono quello che si è preso cura dei Genitori, ma ora per effetto della successione la casa ragionevolmente è una proprietà indivisa (siamo 4 fratelli) e Io (sono celibe e senza figli), seguito a vivere nella stessa casa (sono quindi 52 anni che vivo lì), ho quindi pagato l'IMU 1°casa per quanto riguarda la mia parte (ossia il 25%) con la dovuta deduzione per il 2012, nulla per il 2013 (poiché 1°Casa esente da tassa IMU), mentre i miei fratelli (che ricompenso pagando Io personalmente le loro quote, visto che ho avuto fino ad ora l’ausilio di viverci e non pagare alcun affitto) hanno pagato IRPEF e IMU come seconda casa a loro nome. Mi chiedo: posso Io pretendere in qualche forma un diritto d'uso, diritto di abitazione, Usufrutto o Usucapione (assumendomi così tutta la parte fiscale e chiedendo i vari rimborsi delle somme erogate dai miei fratelli dal momento della morte di Mamma), cosicché i miei fratelli non possano pretendere una eventuale vendita dell’immobile? Grazie”
Consulenza legale i 22/01/2014
Nel caso esposto sussiste un diritto di proprietà per quota indivisa di 1/4 su un immobile derivante da successione ereditaria.
Innanzitutto, non appare possibile configurare in capo al figlio che è rimasto a vivere nella casa dei genitori un diritto d'uso o di abitazione.
Il diritto di abitazione è quel diritto reale di godimento su una cosa altrui, per il quale il titolare ha facoltà di abitare una casa limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia (art. 1022 del c.c.). Tale diritto sorge solo se costituito per atto tra vivi (un contratto) o per atto mortis causa (testamento).
L'unica ipotesi di costituzione legale (cioè prevista per legge) del diritto di abitazione è disciplinata dall'art. 540, secondo comma, c.c., che stabilisce tale diritto a favore del coniuge superstite, anche quando concorre con altri chiamati, sulla casa adibita a residenza familiare.
Nessuna delle ipotesi descritte si rinviene nel caso di specie.

Quanto al diritto d'uso, anch'esso deve essere costituito negozialmente, per atto tra vivi o per testamento: quindi, nemmeno questa figura entra in gioco nella vicenda in esame.

Il diritto di usufrutto può essere costituito per legge (es.: usufrutto legale dei genitori sui beni dei figli, art. 324 del c.c.), per contratto (che dovrà rivestire la forma scritta se riguarda un immobile), per testamento e per usucapione.
Nessuna delle ipotesi di costituzione sembra trovare applicazione nel caso di specie, a parte quella di usucapione, su cui si dirà più avanti.

Ci si può quindi chiedere se il comproprietario del bene indiviso possa usucapire il diritto di proprietà sulla parte spettante agli altri partecipanti alla comunione (i tre fratelli).
L’usucapione è un modo di acquisto della proprietà a titolo originario, basato sul possesso continuo, pacifico, non violento e ininterrotto su una cosa per un determinato periodo di tempo: è regolato dagli articoli 1158 e seguenti c.c.
La giurisprudenza ha in più occasioni affrontato il problema in esame. Ad esempio, con sentenza della Corte di cassazione n. 5226 del 12 aprile 2002, la Suprema Corte ha statuito che in caso di successione per morte, il coerede può usucapire la quota degli altri coeredi, se dopo la morte del de cuius è rimasto nel possesso del bene ereditario. Non risulta, tuttavia, sufficiente la semplice circostanza che gli altri partecipanti alla comunione ereditaria si siano astenuti dall’uso comune del bene ereditato: al contrario, è necessario che il singolo coerede abbia goduto del bene in un modo che sia inconciliabile con la possibilità di godimento altrui, evidenziando una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus. Dice la Corte che "tale volontà non può essere desunta dal semplice fatto che il coerede abbia amministrato il bene ed abbia provveduto alla sua manutenzione e al pagamento delle imposte giacché si deve presumere che tali attività siano state compiute nella qualità di coerede. Ne discende che per invocare l’usucapione del bene ereditario occorre dimostrare che il rapporto materiale con il bene stesso si è verificato in modo tale da escludere, con palese manifestazione del volere, gli altri coeredi dalla possibilità di instaurare analogo rapporto con il medesimo bene".
Sulla stessa linea anche successive decisioni: "In tema di compossesso il godimento esclusivo della cosa comune da parte di uno dei compossessori non è, di per sé, idoneo a far ritenere lo stato di fatto così determinatosi funzionale all'esercizio del possesso “ad usucapionem”, e non anche, invece, conseguenza di un atteggiamento di mera tolleranza da parte dell'altro compossessore, risultando per converso necessario, ai fini dell'usucapione, la manifestazione del dominio esclusivo sulla “res” da parte dell'interessato attraverso una attività apertamente contrastante ed inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui, gravando l'onere della relativa prova su colui che invochi l'avvenuta usucapione del bene" (Cassazione civile , sez. II, sentenza 27 luglio 2009, n. 17462).

Alla luce delle sentenze citate, sembra di poter dire che l'usucapione è astrattamente configurabile ma solo il giudice di merito - a cui dovranno essere forniti tutti i dettagli del caso - potrà valutare la sussistenza dei presupposti dell'usucapione nella fattispecie concreta.

Si deve peraltro rilevare che un elemento di fatto apparentemente contrastante con la tesi dell'usucapione è data dal fatto che i tre fratelli che non abitano nella casa dei genitori denunciano regolarmente al fisco le rispettive quote come "seconda casa": ciò sembra collidere con l'idea che il quarto fratello si comporti come esclusivo proprietario, anche se ha affrontato nel tempo molte delle spese legate all'immobile. Proprio questo dettaglio fiscale potrebbe rappresentare una probabile eccezione in giudizio, atteso che il fatto che poi il pagamento delle imposte venga rimborsato ai fratelli potrebbe anche figurare come una sorta di corrispettivo che viene a loro pagato in cambio del godimento esclusivo dell'immobile.


In ogni caso, è bene precisare che il termine per usucapire un immobile è pari a vent'anni, che in questo caso decorrono dalla morte del genitore che ha lasciato l'immobile (la madre): essendo questa avvenuta nel 2008 non sarebbe ancora trascorso il periodo di tempo necessario per il perfezionarsi dell'usucapione. Il possesso precedente alla morte della madre, è avvenuto per il figlio in qualità di semplice comodatario, pertanto ai fini della usucapione non può essere conteggiato.
Il mancato passaggio del tempo previsto dalla legge per l'usucapione fa sì che questa debba essere esclusa anche per quanto riguarda un eventuale acquisto del diritto di usufrutto.

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