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Articolo 1988 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Promessa di pagamento e ricognizione di debito

Dispositivo dell'art. 1988 Codice civile

La promessa di pagamento o la ricognizione di un debito [969, 1309, 1870, 2720, 2944, 2966] dispensa colui a favore del quale è fatta dall'onere di provare [2697] il rapporto fondamentale (1). L'esistenza di questo si presume fino a prova contraria [1325 n. 2, [2944] (2).

Note

(1) La norma si riferisce all'ipotesi in cui la promessa di pagamento e la ricognizione di debito siano pure, cioè non facciano riferimento al rapporto fondamentale (che è quello dal quale traggono giustificazione). In tal caso esse sono, secondo la tesi dominante, dichiarazioni confessorie, cioè negozi processuali e non sostanziali perchè non fanno sorgere un obbligo ma comportano la presunzione del rapporto fondamentale e l'inversione dell'onere della prova (2697 c.c.).
(2) La prova contraria, che può essere fornita anche per testimoni (2721 c.c.), può coprire non solo l'inesistenza ma anche l'invalidità, l'inefficacia o la sopravvenuta estinzione del rapporto sottostante.

Ratio Legis

Secondo la tesi dominante (che vede nella promessa di pagamento e nella ricognizione di debito dichiarazioni confessorie) la norma risponde alla volontà legislativa di agevolare chi riceva l'una o l'altra di tali promesse unilaterali, atteso che tale soggetto non è tenuto a provare il rapporto fondamentale sottostante.

Brocardi

Recognitio nil dat novi

Spiegazione dell'art. 1988 Codice civile

Il concetto fondamentale dell'articolo secondo la relazione ministeriale. La promessa di pagamento e la ricognizione di debito come negozi giuridici, e non soltanto come prove

Non si possono trascurare le osservazioni che la Relazione mi­nisteriale contiene a proposito di detto articolo: “Nell'articolo 1988 sono riunite la promessa di pagamento e la ricognizione di debito, in quanto appaiono come negozi unilaterali. La disposizione ha preso in esame l'ipotesi che l'una e l'altra non menzionino il rapporto fondamentale, cui si ricolle­gano. L'art. 1988 attribuisce prima facie all'una o all'altra virtù obbligatoria nel senso che il debitore pub essere convenuto in base alla promessa e alla ricognizione, senza che sia necessario provare anche il rapporto fonda­mentale. Come si è detto, spetterà al convenuto richiamarvisi o provarne la mancanza, traendo tutte le possibili difese.

Il caso meritava di essere considerato perché é il solo di promessa obbligatoria non titolata, e perché conveniva di mettere in evidenza meglio di quanto non risultasse per la promessa di pagamento dell'art. 1325 del codice del 1865 che promessa di pagamento e ricognizione di debito non sono e non meritano di essere trattate soltanto come prove, ma soprattutto come negozi giuridici, regolandosi anche dal punto di vista processuale in riguardo alla loro astrattezza dal rapporto fondamentale, che rimane sempre astrat­tezza processuale e non materiale”.

In precedenza, la Relazione, ragionando della causa nei contratti aveva osservato: « La mancanza di causa è ricordata nell'art. 1418 cap. Da questo risulta riaffermato il divieto di costruire negozi astratti, mediante i quali la dichiarazione di volontà risulta separata dalla causa che le sta a base e la giustifica. Nemmeno la promessa di pagamento o la ricognizione di debito dànno origine, come si ripeterà, a negozi sostanzialmente astratti. L' una isola la promessa col .suo corrispettivo; l'altra scinde la dichiarazione di cia­scuna parte; ma nell'un caso e nell'altro la dichiarazione non è definitiva­mente staccata dalla ragione giuridica, che l'ha determinata. Ciò é tanto vero che, nello stesso giudizio in cui la controparte fa valere la promessa o la ricognizione, il promittente o il dichiarante sono ammessi a provare l'un-sussistenza del rapporto fondamentale o il suo venir meno, in modo che il giudice è costretto a costruire il complesso negozio, da cui la promessa o la ricognizione venne stralciata (c. d. astrazione processuale).


L'autonomia del documento. Le impugnative del rapporto sottostante

La parte della relazione trascritta é esauriente per spiegare la ragione e la portata della norma. Questa non codifica alcun principio nuovo e benché, secondo la relazione, mira a detergerei caratteri processuali dalla promessa di pagamento e dalla ricognizione di debito, concerne sempre l'onore della prova. Meglio si direbbe che afferma l'autonomia del documento.
In effetti, il creditore in base all'una o all'altra può chiedere la condanna, senza dare altra dimostrazione del suo credito, che il debitore promette di soddisfare o riconosce; l'origine e la causa del debito non devono essere provate, anche se la promessa o la ricognizione non ne facciano parola. A sua volta il debitore, che vuol provare la sua liberazione nei confronti della promessa ó della ricognizione, deve dimostrare che il debito fu successivamente estinto o prescritto o che la promessa o la ricognizione fu fatta per errore o fu estorta, ottenuta con dolo, ecc. Nel caso, per altro, che voglia impugnare il debito per una delle cause di nullità (art. 1418 del c.c.) del rapporto sotto­stante, questo viene in discussione e si verifica così una concentrazione pro­cessuale dell'intero negozio giuridico nelle due fasi per cui é passato della costituzione e della ricognizione. In tal caso la promessa di pagamento o la ricognizione non può valere come convalida (art. 1423 del c.c.).


Rapporto sottostante plurilaterale e gli effetti della promessa o della ricognizione a favore di uno dei creditori. Gli stessi effetti sulle obbligazioni solidali o indivisibili

Se il rapporto sottostante è plurilaterale, la promessa o la ricognizione può avvenire che sia fatta nei confronti di uno dei creditori o dei più, ma non dì tutti. Essa in tal caso opera nei confronti di colui o di coloro a favore dei quali fu rilasciata. Se si tratta però di un debito solidale, il rico­noscimento dello stesso fatto da uno dei debitori in solido non ha effetto riguardo agli altri; se invece è fatto dal debitore nei confronti di uno dei creditori in solido, giova anche altri (art. 1309 del c.c.). Altrettanto è a dire della promessa di pagamento. Gli stessi principi regolano la promessa o la ricogni­zione di prestazione indivisibile che sia tale, tanto per sua natura quanto per il modo con cui è stato considerato dalle parti nel rapporto sottostante (art. 1316 del c.c.)

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

782 Nell'art. 1988 del c.c. sono riunite la promessa di pagamento e la ricognizione di debito in quanto appariscono come negozi unilaterali. La disposizione ha preso in esame l'ipotesi che l'una o l'altra non menzionino il rapporto fondamentale cui si ricollegano. L'art. 1988 attribuisce prima facie all'una ed all'altra virtù obbligatoria, nel senso che debitore può essere convenuto in base alla promessa ed alla ricognizione senza che sia necessario provare anche il rapporto fondamentale. Come si è detto (n. 615), spetterà al convenuto richiamarvisi o provarne la mancanza, traendo tutte le possibili difese. Il caso meritava di essere considerato perchè è il solo di promessa unilaterale obbligatoria non titolata; e perciò conveniva mettere in evidenza, meglio di quanto non risultasse per la promessa di pagamento dall'art. 1325 del codice del 1865, che promessa di pagamento e ricognizione di debito non sono o non meritano di essere trattate soltanto come prove, ma soprattutto come negozi giuridici, regolandoli anche dal punto di vista processuale in riguardo alla loro astrattezza dal rapporto fondamentale, che rimane sempre astrattezza processuale e non materiale.

Massime relative all'art. 1988 Codice civile

Cass. civ. n. 26334/2016

La ricognizione del debito, prevista dall’art. 1988 c.c., costituisce una dichiarazione unilaterale recettizia che, in virtù di astrazione meramente processuale, esonera dall’onere di provare il rapporto fondamentale soltanto il soggetto al quale è stata indirizzata, a meno che non contenga l’indicazione della “causa debendi”: in tal caso, anche il cessionario del credito, quale successore a titolo particolare nel rapporto obbligatorio oggetto della scrittura ricognitiva, può avvalersi della presunzione correlata alla sua sottoscrizione.

Cass. civ. n. 20689/2016

La ricognizione di debito non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma ha solo effetto confermativo di un preesistente rapporto fondamentale, determinando, ex art. 1988 c.c., un'astrazione meramente processuale della "causa debendi", da cui deriva una semplice "relevatio ab onere probandi" che dispensa il destinatario della dichiarazione dall'onere di provare quel rapporto, che si presume fino a prova contraria, ma dalla cui esistenza o validità non può prescindersi sotto il profilo sostanziale, venendo, così, meno ogni effetto vincolante della ricognizione stessa ove rimanga giudizialmente provato che il rapporto suddetto non è mai sorto, o è invalido, o si è estinto, ovvero che esista una condizione o un altro elemento ad esso attinente che possa comunque incidere sull'obbligazione derivante dal riconoscimento.

La ricognizione di debito può offrire elementi di prova anche nei confronti di un soggetto diverso da quello dal quale proviene ove contenga un espresso riferimento al rapporto fondamentale, del quale il primo sia parte, nonché la menzione di fatti da cui possa evincersi, in concorso con altri elementi istruttori, la dimostrazione della pretesa azionata. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto immune da censure la sentenza impugnata laddove aveva condannato la debitrice della banca controricorrente avvalendosi, oltre che dei contratti di conto corrente tra esse intercorsi, recanti pure l'indicazione del pattuito tasso di interessi per la disposnibilità accordata, e delle fideiussioni rilasciate in favore della creditrice, di due lettere ricognitive di debito provenienti dalle garanti e da cui aveva desunto l'ammontare del debito residuo).

Cass. civ. n. 19803/2016

La cambiale può essere utilizzata anche come titolo recante una promessa di pagamento riconducibile alla previsione dell'art. 1988 c.c., ed in tal caso è idonea ad integrare la prova scritta del credito derivante dal rapporto sottostante (nella specie, un contratto di mutuo chirografario) tra il traente ed il prenditore della stessa.

Cass. civ. n. 14993/2016

Nel caso di assicurazione plurima contro i danni, è consentito all'assicuratore rinunciare ad avvalersi della facoltà di rifiutare il pagamento dell'indennizzo, accordatagli dall'art. 1910, comma 2, c.c., quando l'assicurato sia stato reticente circa l'esistenza di altre polizze, senza che ciò comporti una violazione del principio indennitario (secondo cui, in caso di pluralità di assicurazioni, l'assicurato non può mai ottenere un'indennità superiore all'ammontare del danno), se non vi è prova che l'assicurato abbia già percepito indennizzi sufficienti a ristorarlo del pregiudizio subito.

Cass. civ. n. 3184/2016

L'accettazione della cessione del credito da parte del debitore ceduto non costituisce ricognizione tacita del debito, trattandosi di una dichiarazione di scienza priva di contenuto negoziale, sicché, il ceduto non viola il principio di buona fede nei confronti del cessionario, se non contesta il credito, pur se edotto della cessione, né il suo silenzio può costituire conferma di esso, perché, per assumere tale significato, occorre un'intesa tra le parti negoziali cui il ceduto è estraneo.

Cass. civ. n. 13689/2012

La promessa di pagamento, al pari della ricognizione di debito, comporta la presunzione fino a prova contraria del rapporto fondamentale, differenziandosi dalla confessione,che ha per oggetto l'ammissione di fatti sfavorevoli al dichiarante e favorevoli all'altra parte; ne consegue che una promessa di pagamento, ancorché titolata, non ha natura confessoria, sicché il promittente può dimostrare l'inesistenza della causa e la nullità della stessa promessa, e che le particolari limitazioni di prova, poste per la confessione dall'art. 2732 c.c., possono trovare applicazione soltanto ove, nello stesso documento, coesistano una promessa di pagamento (o una ricognizione di un debito) e la confessione.

Cass. civ. n. 6473/2012

La ricognizione di debito e la promessa di pagamento, pur non avendo natura giuridica di confessione, consistendo la prima in una dichiarazione di scienza e la seconda in una dichiarazione di volontà, devono comunque provenire da soggetto legittimato dal punto di vista sostanziale a disporre del patrimonio su cui incide l'obbligazione dichiarata; ne consegue che, con riferimento ad un ente collettivo, non può aversi una promessa unilaterale proveniente da persona non munita dei relativi poteri rappresentativi. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva riconosciuto valore di ricognizione di debito fatta da una società di capitali ad un assegno bancario emesso da soggetto cui risultava, già in data anteriore all'emissione, revocata la delega ad operare sul conto corrente intestato alla stessa società).

Cass. civ. n. 2104/2012

Il riconoscimento e la ricognizione di debito, che ai sensi dell'art. 1988 c.c. costituiscono dichiarazione unilaterale recettizia, non rappresentano una fonte autonoma di obbligazione, ma hanno soltanto un effetto confermativo di un preesistente rapporto fondamentale. Pertanto, affinché la dichiarazione unilaterale, con la quale ci si riconosca debitori, possa spiegare i suoi effetti, è necessario che sia rimessa direttamente dall'obbligato al creditore, senza intermediazioni e vi sia lo specifico intento del primo di costituirsi debitore del secondo, da ciò conseguendo la sua efficacia nel momento in cui venga a conoscenza del promissario la volontà del mittente di obbligarsi nei suoi confronti. Ne deriva che nessuna presunzione può sussistere a beneficio del preteso promissario nel caso in cui la ricognizione ed il riconoscimento del debito siano avvenuti per interposta persona, restando irrilevante che il documento che li contenga venga ugualmente a conoscenza, seppure indirettamente, del presunto creditore.

Cass. civ. n. 5245/2006

In tema di promessa di pagamento e ricognizione di debito, una volta che il debitore abbia fornito la prova dell'inesistenza o dell'estinzione del debito relativo al rapporto fondamentale indicato dal creditore (ovvero dallo stesso debitore, essendone il creditore esentato e non essendo la promessa titolata), spetta a chi si afferma comunque creditore l'indicazione di un diverso rapporto sottostante che giustifichi il credito, in quanto il principio dell'astrazione processuale della causa, posto dall'art. 1988 c.c., che esonera colui a favore del quale la promessa o la ricognizione è fatta dall'onere di provare il rapporta fondamentale, non può intendersi nel senso che al debitore compete l'impossibile prova dell'assenza di qualsiasi altra ipotetica ragione di debito, ulteriore rispetto a quella di cui abbia dimostrato l'insussistenza.

Cass. civ. n. 6191/2005

In tema di promessa di pagamento, i limiti alla prova testimoniale, desumibili dall'art. 2556, primo comma, c.c. (in forza del quale i contratti aventi ad oggetto il trasferimento della proprietà o del godimento di un'azienda debbono essere provati per iscritto), operano solo quando sia dedotto, come fonte di obblighi, direttamente e specificamente il contratto e la parte chieda in giudizio l'accertamento o l'adempimento del suo eredito: Quando, però, la pretesa creditoria si fondi su una promessa di pagamento o su una dichiarazione ricognitiva di debito, in cui la causa non venga neppure enunciata, come il promittente, allo scopo di superare la presunzione di esistenza del rapporto sottostante (art. 1988 c.c.), non incontra alcun limite probatorio, e può provare con testimoni l'inesistenza o l'estinzione del rapporto giuridico assunto a causa della promessa, così il destinatario della promessa medesima può contrastare con qualsiasi mezzo istruttorio i risultati della prova prevista dalla controparte, e, quindi, far ricorso alla prova per testimoni contraria, anche se essa abbia ad oggetto un contratto per cui sia richiesta la forma scritta ad probationem (nella specie, trasferimento di azienda), quale fonte dell'obbligazione cui la deliberazione si riferisce, tenuto conto che, in questa situazione, il contratto stesso viene dedotto solo per esigenze difensive, quale mezzo al fine di consentire alla promessa di pagamento di spiegare i suoi effetti.

Cass. civ. n. 4632/2004

L'atto di riconoscimento di debito non ha natura negoziale né carattere recettizio e non deve essere necessariamente compiuto con una specifica intenzione ricognitiva; tuttavia occorre che esso rechi, anche implicitamente, la manifestazione della consapevolezza del debito e riveli i caratteri della volontarietà. (Nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., ha escluso che la presentazione all'INPS, da parte di un datore di lavoro, del modello 01/M, contenente il riepilogo delle retribuzioni corrisposte nell'anno precedente ai propri dipendenti, integrasse un riconoscimento del debito contributivo - in quanto tale idoneo ad interrompere la prescrizione - in relazione alle retribuzioni ivi indicate e risultanti di importo superiore a quello mensilmente documentato con i diversi modelli DM 10, in relazione alle quali i contributi erano stati regolarmente versati).

Cass. civ. n. 18311/2003

La ricognizione di debito, al pari della promessa di pagamento, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma ha soltanto effetto conservativo di un preesistente rapporto fondamentale, realizzandosi ai sensi dell'art. 1988 c.c. — nella cui previsione rientrano anche dichiarazioni titolate — un'astrazione meramente processuale della causa, comportante l'inversione dell'onere della prova, ossia l'esonero del destinatario della promessa dall'onere di provare la causa o il rapporto fondamentale, mentre resta a carico del promittente l'onere di provare l'inesistenza o la invalidità o l'estinzione di detto rapporto, sia esso menzionato oppure no nella ricognizione di debito.

Cass. civ. n. 1831/2001

La ricognizione del debito costituisce una dichiarazione unilaterale recettizia che, in virtù di astrazione meramente processuale, produce l'effetto dell'inversione dell'onere della prova in ordine all'esistenza del sottostante rapporto obbligatorio. La presunzione di esistenza della causa debendi non sottrae il rapporto sostanziale alle norme ed ai patti che lo regolano, e la legge non pone alcuna limitazione alla prova di cui è onerato l'autore della ricognizione: tale prova può riguardare, pertanto, sia l'esistenza o meno del rapporto sostanziale, sia lo specifico contenuto e la causa di questo, sia infine le modalità e le ragioni della eventuale cessazione della vigenza del rapporto o dell'esigibilità del credito.

Cass. civ. n. 15575/2000

La natura di negozio unilaterale recettizio del riconoscimento di debito di cui all'art. 1988 c.c. comporta che l'effetto negoziale della dichiarazione (che determina astrazione processuale della causa debendi ) si verifichi soltanto se detta dichiarazione è indirizzata alla persona del creditore.

La promessa di pagamento, al pari della ricognizione del debito, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma ha soltanto effetto confermativo di un preesistente rapporto fondamentale, venendo ad operarsi, in forza dell'art. 1988 c.c. - nella cui previsione rientrano anche le dichiarazioni titolate - un'astrazione meramente processuale della causa debendi , comportante una semplice rilevatio ab onere probandi per la quale il destinatario della promessa è dispensato dall'onere di provare l'esistenza del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria e che, oltre ad essere preesistente, può anche nascere contemporaneamente alla dichiarazione di promessa (o trovarsi in itinere al momento di questa), ma della cui esistenza o validità non può prescindersi sotto il profilo sostanziale, con il conseguente venir meno di ogni effetto vincolante della promessa stessa ove rimanga giudizialmente provato che il rapporto fondamentale non è mai sorto, o è invalido, o si è estinto, ovvero (come nel caso di specie) che esista una condizione ovvero un altro elemento attinente al rapporto fondamentale che possa comunque incidere sull'obbligazione derivante dal riconoscimento.

Cass. civ. n. 1231/2000

La ricognizione di debito è atto unilaterale recettizio; in mancanza di tale requisito può valere come prova del rapporto debitorio se ha efficienza confessoria.

Cass. civ. n. 6675/1998

La ricognizione di debito non è fonte di obbligazioni nuove ed autonome, in quanto ha un valore meramente confermativo di un preesistente rapporto fondamentale, con il limitato effetto di dispensare colui a cui favore è fatta dall'onere di fornire la prova. Di conseguenza, essa non sottrae il rapporto medesimo alle norma ed ai patti che lo regolano, e — pertanto — non interferisce sull'operatività della clausola compromissoria con la quale le parti abbiano devoluto ad arbitri le controversie ad esso inerenti.

Cass. civ. n. 259/1997

La promessa di pagamento, anche se titolata, non ha natura confessoria, poiché non contiene una dichiarazione di scienza, ma una dichiarazione di volontà intesa a impegnare il promittente all'adempimento della prestazione oggetto della promessa, ma questo non esclude — pur nella distinzione concettuale delle due figure negoziali — che nello stesso documento siano contenute una promessa di pagamento (o la ricognizione di un debito) e la confessione, proveniente dal promittente, di fatti a lui sfavorevoli e pertinenti al rapporto fondamentale (nella fattispecie concreta la questione della identificazione della promessa di pagamento e della confessione si è posta, nel contesto di rapporti nascenti da un contratto di factoring, in relazione alla dichiarazione di accettazione della cessione del credito da parte del debitore ceduto, che aveva sottoscritto dei moduli di notificazione della cessione, recanti l'indicazione di avvenuta regolare, esecuzione delle forniture di cui alle fatture in essi menzionate).

Cass. civ. n. 3173/1993

La promessa di pagamento cosiddetta titolata, cioè facente riferimento al rapporto fondamentale, quale è quella che abbia per oggetto il versamento di una provvigione per attività di mediazione in relazione alla conclusione di un determinato affare, spiega gli effetti di cui all'art. 1988 c.c., in tema di ripartizione dell'onere della prova, solo se non vi sia contrasto sull'interpretazione del rapporto (o, se insorto, venga risolto secondo le comuni regole di ermeneutica negoziale), ed, inoltre, ove il rapporto stesso sia ancora in fieri al momento della formulazione, se il promissario fornisca la dimostrazione del suo perfezionamento; pertanto, se il promittente neghi che il rapporto sia stato eseguito, spetta al promissario dare la prova dell'esecuzione, fornita la quale spetta al promittente provare gli eventuali fatti modificativi o estintivi del rapporto medesimo, ai sensi dell'art. 2697 c.c.

Cass. civ. n. 9480/1991

Con riguardo alla ricorrenza di una promessa unilaterale di pagamento non sussistono limitazioni di carattere probatorio a carico del promissario, il quale, pertanto, si può avvalere della prova testimoniale, anche se questa abbia riferimento ad un rapporto per il quale sia richiesta la prova scritta, tenuto conto che il contratto viene richiamato solo per esigenze difensive, quale mezzo al fine di consentire alla promessa di pagamento di spiegare i suoi effetti e non viene azionato come autonoma fonte dalla quale nasca l'obbligazione dedotta in giudizio.

L'effetto giuridico che si ricollega alla promessa unilaterale di pagamento, sia essa pura o titolata, è l'astrazione processuale della causa debendi , per cui il promissario, agendo per l'adempimento dell'obbligazione, ha soltanto l'onere di provare la ricorrenza di tale promessa e non anche l'esistenza del rapporto giuridico da cui essa trae origine, mentre incombe al promittente l'onere di provare l'inesistenza o l'invalidità o l'estinzione del rapporto fondamentale, sia questo menzionato oppure non nella promessa unilaterale di pagamento.

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Alessio C. chiede
domenica 11/08/2019 - Estero
“Gentilissimi Avv.ti,
nel 2015 ho firmato, per obbligazione, una scrittura privata di riconosciamento di debito. In questa scrittura mi impegnavo a restituire una somma di denaro prestata dai genitori della mia ex socia, soldi che solo in parte sono arrivati nei conti della societa perche i genitori facevano dei bonifici al conto privato italiano della mia socia mentre l'attività aveva due conti spagnoli (stato nel quale risiedo tutt'ora).
Questa scrittura è stata fatta dopo la chiusura della società, il giorno prima del ritorno della famiglia della mia socia in italia. uno dei genitori quel giorno, si è presentato nel mio attuale posto di lavoro, urlando e minacciandomi che avrei dovuto firmare il documento sopra citato, cosa che ho dovuto fare per evitare problemi con il mio lavoro.
chiedo se è possibile annullare tale scrittura, sia per dolo (con testimone il mio collega di lavoro) sia per il contenuto e la veridicità del prestito concessoci.”
Consulenza legale i 20/08/2019
Il codice civile disciplina in una sola norma, l’art. 1988 c.c., la promessa di pagamento e la ricognizione di debito, ai quali fa conseguire il medesimo effetto, ossia: dispensare colui o coloro a favore dei quali vengono fatte dall’onere di provare il rapporto fondamentale, la cui esistenza si presume fino a prova contraria.
Pertanto, riconosciuto, come nel caso di specie, un debito X in favore di terzi, questi ultimi (nel nostro caso i genitori della ex socia) si trovano nella posizione indubbiamente favorevole di decidere, in qualunque momento, di agire in giudizio per ottenere il pagamento, anche se il loro credito non esiste, mentre incomberà sul debitore, che non vuole pagare, l’onere di cercare di dimostrare che il debito non esiste.
Questa, in termini semplici, la situazione in cui al momento ci si trova.

Sia la promessa di pagamento che la ricognizione di debito, inoltre, possono essere pure o titolate; in particolare, si ha ricognizione pura nel caso in cui un soggetto riconosce un debito senza nulla aggiungere, mentre si ha ricognizione titolata nel caso in cui il soggetto si riconosce debitore facendo riferimento al rapporto da cui il debito è sorto.
Nel nostro caso si ritiene possa affermarsi che ci si trova innanzi ad un’ipotesi di riconoscimento di debito titolato, in quanto si presume che dal contesto della scrittura privata risulti che quelle somme erano state date in prestito per far fronte a debiti di una società, nella quale si rivestiva la posizione di socio.

Per cercare adesso di capire come muoversi per invalidare, rendendola priva di effetti, quella scrittura privata di riconoscimento di debito, si rende preliminarmente necessario analizzare la natura giuridica di tale dichiarazione unilaterale.
Parte della giurisprudenza (cfr. Cass. 13506/2014; 63/2012) ritiene che entrambi gli istituti siano dei meri atti giuridici (dichiarazioni di scienza), i quali producono i loro effetti in virtù della legge ed indipendentemente dalla volontà di chi li ha posti in essere, ovvero indipendentemente dalla consapevolezza che il soggetto aveva di tali effetti e dalla volontà di creare una modificazione alla propria situazione giuridica. In quanto tali, si ritiene che essi non possano valere quali fonti di obbligazioni, con la conseguenza che se si scopre o, meglio, si riesce a dimostrare che non esisteva nessun debito (cioè che non esiste nessuna fonte del rapporto), colui che ha promesso o che ha riconosciuto il debito non sarà tenuto a pagare nulla.
In particolare, è stato affermato che nella ricognizione di debito, in quanto mero atto, gli effetti sono quelli propri della confessione (art. 2730 del c.c.), poichè non si realizza alcuna modificazione nella sfera giuridica di chi pone in essere l'atto, ma semplicemente ci si limita a confessare un fatto a se sfavorevole.

Secondo un’altra tesi, invece, sia la promessa di pagamento che la ricognizione di debito possono essere considerati come vere e proprie dichiarazione di volontà, a cui l’ordinamento giuridico ricollega effetti giuridici conformi al voluto, secondo la tradizionale definizione che viene data di negozio giuridico.
Nella stessa Relazione al codice civile si legge che tali figure vanno considerate non solo come prove, ma come veri e propri negozi giuridici, e precisamente come gli unici casi di promessa unilaterale non titolata, la cui astrazione non è sostanziale, ma processuale (agisce, infatti, sul piano probatorio).
In particolare, è stata avanzata la tesi secondo cui avrebbero natura di negozi unilaterali di accertamento, poiché volti proprio ad accertare l’esistenza di un rapporto su cui non vi è certezza.

Ebbene, l’analisi appena svolta della struttura e natura giuridica del riconoscimento di debito non è certamente fine a se stessa, ma risulta indispensabile per cercare di stabilire di quale strumento giuridico avvalersi al preciso scopo di invalidarne gli effetti.
Infatti, qualora si aderisca alla tesi secondo cui il riconoscimento di debito ha natura di mero atto giuridico, con effetti processuali ed assimilabile ad una confessione, sarà possibile la sua revoca avvalendosi del disposto di cui all’art. 2732 del c.c..
Tale norma dispone che la confessione di regola non può essere revocata, a meno che non si riesca a dimostrare che essa sia stata determinata da errore di fatto o da violenza.
Si potrebbe dunque cercare di dimostrare, qualora convenuti in giudizio per il pagamento del debito riconosciuto, che quel riconoscimento è stato frutto di violenza, avvalendosi a tal fine della prova testimoniale del collega di lavoro presente al momento della sottoscrizione della scrittura.

Per violenza, infatti, si intende proprio quella morale che abbia indotto la parte a dichiarare un fatto non vero, la quale deve presentare gli stessi caratteri richiesti dall’art. 1435 del c.c. ai fini dell’annullamento del contratto, dovendo apparire tale da far impressione sopra una persona sensata e da farle temere di esporre sé o i suoi beni a un male ingiusto e notevole; in giurisprudenza si è ritenuto sufficiente ai fini della revoca della confessione la sola prova della violenza, non essendo neppure necessaria in tal caso la dimostrazione della falsità del fatto dichiarato (così Cass. n. 547/1999; Cass. n. 2993/1984).
Si aggiunge poi che allorquando la confessione di fatti sfavorevoli al dichiarante sia contestuale al riconoscimento di un debito o ad una promessa di pagamento che trovino nei fatti stessi la loro causa giustificatrice, la revoca della dichiarazione ottenuta a norma dell'art. 2732 c.c. determina l'automatico annullamento della ricognizione o della promessa per difetto di causa, senza che sia necessario applicare, al fine del loro annullamento, la disciplina relativa all'errore in tema di contratti (così Cass. n. 136/1985; Cass. n. 259/1997).

Questo il rimedio esperibile per il caso in cui si aderisca alla tesi che esclude la natura negoziale del riconoscimento di debito, tesi peraltro recentemente affermata dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 9097/2018.

Nel caso in cui, invece, la controparte contesti la natura di mero atto giuridico del riconoscimento di debito, affermandone la sua natura negoziale, conformemente peraltro all’opinione che sembra più diffusa sia in dottrina che in giurisprudenza (C. 15575/2000; C. 130/1998; C. 10253/1994; A. Cagliari 13.3.2002; T. Ivrea 11.3.2011; T. Verona 11.2.2004), sarà all’art. 1324 del c.c. che occorrerà volgere l’attenzione.
Tale norma, infatti, estende agli atti giuridici unilaterali (tale sarebbe strutturalmente il riconoscimento di debito) le norme che regolano i contratti, tra le quali non possono che richiamarsi, per quanto qui ci interessano, l'art. 1434 del c.c. e l'art. 1435 del c.c..
In forza di queste ultime norme, infatti, potrà sempre invocarsi l’annullamento di quella dichiarazione di volontà contenente il riconoscimento di debito perché estorta con violenza.
Anche qui ci si potrà avvalere quale fonte di prova della testimonianza del collega di lavoro, mentre per cercare di dimostrare l’inesistenza parziale di quel debito che si è stati costretti a riconoscere ci si può avvalere delle movimentazioni bancarie, le quali saranno sicuramente in grado di dare piena prova di quanto effettivamente confluito nella casse di quella società in favore della quale le somme sarebbero state date in prestito.

Sotto quest’ultimo profilo si ritiene possa essere estremamente utile segnalare una sentenza della Corte di Cassazione, la n. 6473 del 2012, nella quale la S.C. afferma che, con riferimento ad un ente collettivo (tale è la società) il riconoscimento di debito, per essere valido ed efficace, deve provenire da una persona che sia munita dei relativi poteri rappresentativi (quindi, si suggerisce di approfondire anche quest’eventuale aspetto per tentare di invalidare l’atto di riconoscimento).

E’ chiaro che quelle sopra suggerite sono tutte soluzioni le quali presuppongono che il presunto creditore si decida ad agire in giudizio per recuperare il suo credito; fino a quel momento sarebbe opportuno non prendere alcuna iniziativa, confidando in una possibile inerzia del titolare del credito, a cui si potrebbe eventualmente anche opporre la prescrizione del relativo diritto.


Giorgio P. chiede
lunedì 01/07/2019 - Lombardia
“Buongiorno.
A seguito della consulenza precedente Q201923477 appurato che la divisione spese sarebbe stata impugnabile entro trenta giorni dal verbale assemblea straordinaria e quindi non corretta anche in ragione della perizia che non ha riconosciuto la tinteggiatura totale della scala ma solo della parte danneggiata.

Desidero precisare che precedentemente,durante la riunione condominiale del 27/11/2018 il condomino che serve della scala per accedere al proprio appartamento dichiarava.

" che in caso di parziale rimborso da parte dell'assicurazione la tinteggiatura delle pareti della scala sarebbe stata eseguita a sue cure e sue spese "

La cosa dichiarate davanti a tutti i condomini presenti è stata riportata nel verbale assemblea.

Ok sono passati trenta giorni e oltre dall'assemblea straordinaria ma il fatto che la cosa sia stata chiarita durante l'assemblea e poi riportata nel verbale credo abbia valore.

Non credo proprio che un verbale non abbia alcun valore probante.
Chiedo quindi se in base a questo si possa contrastare la divisione spese successiva che distribuiva la cifra mancante a tutti i condomini.

Distinti saluti.


Consulenza legale i 02/07/2019
Pur rimanendo assolutamente ferma, inoppugnabile e vincolante per tutti i proprietari ai sensi del 1°co. dell’art.1137 del c.c. la ripartizione elaborata dall’amministratore di condominio e fatta propria da una delibera assembleare, il fatto che uno dei proprietari abbia reso quel tipo di dichiarazione potrebbe avere un qualche peso giuridico.

Il verbale della riunione condominiale non contiene solo le decisioni prese dai singoli proprietari sui punti all’ordine del giorno, ma vi sono accertamenti di situazioni di fatto (es. il luogo e la data in cui si è tenuta la riunione, i condomini che erano presenti personalmente o per delega ecc. ecc.), il calcolo delle singole maggioranze e le dichiarazioni rese che i singoli condomini desiderano essere riportate per iscritto.
Secondo la giurisprudenza costante: "il verbale di un' assemblea condominiale ha natura di scrittura privata, sicché il valore di prova legale del verbale di assemblea condominiale, munito di sottoscrizione del presidente e del segretario, è limitato alla provenienza delle dichiarazioni dai sottoscrittori e non si estende al contenuto della scrittura, e, per impugnare la veridicità di quanto risulta dal verbale, non occorre che sia proposta querela di falso, potendosi, invece, far ricorso ad ogni mezzo di prova ( si veda in tal senso Cass. Civ, Sez. II, n. 11375 del 9 maggio 2017).
Dalla natura di scrittura privata, ne deriva che il verbale della riunione condominiale fa prova di quanto in esso contenuto, ma rimane comunque ferma la possibilità per ciascun condomino di provare, con ogni mezzo, che quanto in esso riportato non corrisponde al vero.
Nel caso specifico, durante lo svolgimento dei lavori dell'assemblea, uno dei partecipanti rende una dichiarazione ridotta per iscritto nel verbale, in cui si assume l’obbligo di eseguire a sue cure e spese la tinteggiatura delle pareti della scala, qualora la compagnia assicurativa del condominio non copra tale parte di danno.
A parere di chi scrive tale tipo di dichiarazione potrebbe considerarsi (ma è un pò azzardato) una promessa di pagamento ai sensi dell’art.1988 del c.c.
La promessa di pagamento non ha tanto la funzione di far sorgere una nuova obbligazione in capo al dichiarante, ma offre in sede processuale un importante vantaggio in merito all’onere probatorio che ciascuna parte è chiamata a sostenere in giudizio.

Come regola generale, infatti, un soggetto che in mancanza del pagamento di un determinato credito, cita in giudizio il proprio debitore ha come onere probatorio primario e principale quello di dimostrare il rapporto giuridico che giustifica la debenza di una determinata somma: in altre parole deve dimostrare che il credito esiste.
Nel caso in cui vi sia una promessa di pagamento ex art.1988 del c.c., tale onere probatorio è assolto semplicemente producendo in giudizio tale dichiarazione: sarà poi compito del dichiarante convenuto provare il contrario ovvero che tale credito non esiste, oppure che il soggetto non ha reso tale dichiarazione.
Tale prova contraria, per quanto potrà essere assolta utilizzando ogni mezzo probatorio, stante la giurisprudenza che si è sopra citata, pare comunque di difficile assolvimento in quanto il soggetto onerato dovrà nei fatti dimostrare, ad esempio attraverso il ricorso alla prova testimoniale, di non aver reso o comunque non aver materialmente partecipato alla riunione in cui ha reso la dichiarazione compromettente.

Quindi, per concludere, fermo restando che l’autore del quesito rimane obbligato nei confronti del condominio a pagare la suddivisione delle spese sulla base di un verbale di approvazione divenuto assolutamente vincolante ai sensi del co.1° dell’art.1137 del c.c., egli potrebbe pretendere, sulla scorta della dichiarazione resa nella riunione del 27.11.2018, di essere manlevato di quanto speso dall’autore della dichiarazione verbalizzata, eventualmente anche convenendolo in giudizio, qualora il soggetto che si è “ auto obbligato” non adempia di sua volontà a quanto promesso.

Enrico Z. chiede
martedì 11/12/2018 - Emilia-Romagna
“Gentilissimi, scrivo in merito ad una spinosa questione familiare che sta angustiando il sottoscritto e mia sorella.
Mio padre, vedovo e divorziato dalla seconda moglie, cui paga un assegno di mantenimento, è ora in procinto di risposarsi con una donna che conosce da appena 1 anno, ucraina, professione badante, 23 anni più giovane di lui (55 anni contro i suoi 78).
Verrò subito al punto: mio padre non ha intenzione di fare alcuna donazione a noi, né di spogliarsi in alcun modo di parte del suo patrimonio, consistente nell’appartamento in cui vive e in un deposito titoli e di c.c. che dovrebbe ammontare a circa 200.000.
Gli è stata prospettata la possibilità di redigere e far sottoscrivere alla signora una Ammissione o Ricognizione di debito quale unico mezzo alternativo valido in Italia per salvaguardare la ns. quota di legittima e gli eventuali possibili futuri assegni di mantenimento.
Malgrado lo scarso interesse da lui dimostrato in questa soluzione, si recherà comunque dall’avvocato con la signora per farle illustrare questo documento.
Ora chiedo: è questo un atto che potrà evitare concretamente che la sua quota di legittima (ed eventualmente della disponibile), così come anche l’ammontare di assegni di mantenimento possano finire in mano alla donna?
Abbiamo letto che va in prescrizione dopo 10 anni: c’è una clausola, un cavillo, un pro-forma, una modalità di stipula di questo atto che riesca a bypassare questo scoglio della scadenza?
Pongo queste domande in quanto l’avvocato in questione non è specializzato nel diritto successorio e non vorremmo che redigesse un atto viziato o quanto meno non efficace.
Richiedo inoltre suggerimenti in ordine a eventuali altre soluzioni adottabili a integrazione o in sostituzione di quanto sopra descritto, al fine di tutelare i nostri interessi.
Ringrazio anticipatamente

Consulenza legale i 16/12/2018
La soluzione a cui si è pensato di fare ricorso si ritiene che sia una buona scelta, anche se sarebbe opportuno strutturarla in maniera diversa al fine di riuscire ad ottenere qualche garanzia in più sul risultato che si vuole conseguire.
Punto fermo della vicenda, da cui sembra che non ci si possa in alcun modo discostare, è che il proprio genitore non ha la benché minima intenzione in vita di disporre di alcuna parte del suo patrimonio, sia mobiliare (denaro compreso) che immobiliare.

Il riconoscimento o ricognizione di debito, istituto giuridico previsto dall’art. 1988 c.c., può in effetti consentire di soddisfare la volontà di entrambe le parti, in quanto permetterebbe ai figli di recuperare quanto a loro spettante in sede successoria ed al padre di fare ciò che vuole del suo patrimonio, ma con i limiti che vedremo.

Altro presupposto di cui tenere conto, e che sembra essere stato in certa misura sottovalutato nel quesito, è che la necessità di dover porre un freno agli eventuali atti dispostivi del padre, in favore di estranei al ristretto gruppo familiare, potrebbe porsi non soltanto per il periodo post mortem, ma anche durante vita.
Considerato, dunque, che sarebbe opportuno avere sin da subito degli strumenti per bloccare ogni iniziativa che riguardi il patrimonio del genitore (in considerazione soprattutto dell’enorme divario di età esistente tra il padre e la donna di recente conosciuta), ciò che si consiglia è di far sottoscrivere proprio al padre (anziché alla futura moglie) un atto di riconoscimento di debito, rassicurandolo del fatto che un atto di tale tipo non potrà privarlo anticipatamente di alcun bene del suo patrimonio, ma che potrà essere soltanto atto a garantire la posizione dei figli in favore dei quali il debito verrà riconosciuto (forma di tutela minima che ciascun genitore dovrebbe, di norma, assicurare ai propri figli).

Peraltro, si tenga conto del fatto che il riconoscimento di un debito del padre nei confronti dei figli può anche sembrare più attendibile agli occhi di un giudice chiamato a decidere un’eventuale controversia insorta con un terzo estraneo, il quale pretende di avere diritti sul patrimonio del padre (per terzo estraneo qui si intende la donna che vorrebbe sposare).
Infatti, risulterebbe senza dubbio più difficile superare l’ostacolo dell'assenza di ogni traccia di flusso finanziario nei rapporti con il terzo (e che possa giustificare la reale esistenza del debito riconosciuto), mentre si potrà assumere che il debito del padre nei confronti dei figli nasce da frazionate elargizioni di denaro in suo favore, avvenute nel corso di tanti anni, per bisogni di vario tipo e di natura contingente (il rapporto padre-figli è sicuramente più longevo).

Fatte queste precisazioni di carattere generale e avendo visto come impostare l’atto di riconoscimento di debito (sarà il padre a riconoscere un debito nei confronti dei propri figli), passiamo adesso ad esaminare sotto un profilo più tecnico il modo in cui tale riconoscimento dovrebbe operare ed i risvolti positivi che potrà avere.
Corretta e opportuna, intanto, sarà la soluzione di farsi assistere da un legale nella redazione dell’atto di riconoscimento di debito, essendo indubbiamente necessario che esso venga trasfuso in un documento scritto, e ciò soprattutto sulla base di considerazioni di ordine pratico, ossia la constatazione che la ricognizione, per essere efficace ed invertire l’onere della prova, deve essere esibita nel processo e quindi essere disponibile da parte del creditore (non potendosi ovviamente disporre di un riconoscimento effettuato oralmente).
Ancor meglio sarebbe trovare un modo per dare certezza di data a quell’atto, e per tale scopo si rinvia a questo link:
https://www.brocardi.it/notizie-giuridiche/cosa-come-ottiene-data-certa-documento/1807.html

L’inconveniente di un atto di questo tipo, però, come giustamente è stato osservato nel quesito, è che va incontro a prescrizione trascorsi dieci anni dalla data in cui è stato posto in essere (non da quella in cui è sorto il debito, potendo questo essere antecedente alla dichiarazione di riconoscimento).
In tal senso può argomentarsi dal combinato disposto dell' art. 2944 del c.c. e dell' art. 2946 del c.c., il primo dei quali fissa in dieci anni il termine di prescrizione ordinaria, mentre dalla lettura del secondo se ne deduce che dalla data del riconoscimento comincia a decorrere un nuovo termine di prescrizione.
Ciò significa che colui il quale viene riconosciuto come creditore avrà un tempo di dieci anni per agire nei confronti del suo parente o amico e chiedergli la restituzione della somma data in prestito.
Purtroppo non è neppure consentito rinunciare preventivamente a far valere la prescrizione, ciò che si desume abbastanza chiaramente dal disposto dell’art. 2937 del c.c., ai sensi del quale è possibile rinunciare alla prescrizione solo quando questa è compiuta.

Tale sistema, comunque, non deve scoraggiare, in quanto vi sono dei correttivi che consentono di porvi rimedio.
Intanto, come si è prima accennato, la prescrizione decennale comporta che il creditore, trascorsi dieci anni, non potrà più agire in giudizio per far valere il suo credito.
Ciò viene sottolineato per dire che, se prima dello scadere dei dieci anni il proprio genitore dovesse opporsi a rinnovare il riconoscimento di debito con un atto dello stesso tipo del precedente, si avrebbe pur sempre il pieno diritto, entro quel termine, di pretendere forzatamente la restituzione delle somme, eventualmente “aggredendo” esecutivamente (sempre per una sottostante ragione di tutela del proprio patrimonio familiare) i suoi beni, facendoli così rientrare nella sfera giuridica di chi agisce.

Ma c’è anche un altro strumento che si vuole suggerire di utilizzare: convincere il proprio genitore a redigere contestualmente un testamento olografo contenente il riconoscimento di quel medesimo debito e l’attribuzione quantomeno dell’appartamento allo scopo di estinguere tutto o parte di quel debito.
Si tratta di una soluzione a cui il genitore, almeno in linea teorica, non potrebbe avere motivo di opporsi, in quanto non lo priverebbe durante la sua vita di alcuno
dei suoi beni.

Un testamento con un tale contenuto produrrebbe notevoli vantaggi per colui o coloro che vengono riconosciuti creditori, in quanto:
  1. l’attribuzione dell’appartamento assumerebbe la natura giuridica di institutio ex re certa (cioè si tradurrebbe in una assegnazione diretta post mortem di quel bene);
  2. il riconoscimento del debito in sede testamentaria darebbe diritto al creditore o ai creditori di avvalersi dell’istituto giuridico della separazione dei benidel defunto da quelli dell’erede, disciplinato dall' art. 512 del c.c. e ss., con diritto a soddisfarsi ex art. 512 ultimo comma c.c. anche sui beni propri dell’erede-terzo (la donna). Si tenga conto che, ex art. 516 del c.c., il diritto alla separazione deve essere esercitato entro il termine di tre mesi dall’apertura della successione.
  3. quel testamento, almeno per la disposizione di carattere non patrimoniale atipica che contiene (tale è il riconoscimento di debito), manterrebbe la sua validità ed efficacia anche in caso di testamento successivo che lo revochi espressamente.
Infatti, la revoca totale del testamento, contenente anche il riconoscimento di debito, non impedisce a quest’ultima disposizione di mantenere la sua efficacia come dichiarazione di scienza, analogamente a quanto previsto per il riconoscimento di figlio naturale dall'art. 256 del c.c., ma sempre e soltanto a partire dalla morte del suo autore.

Peraltro, a dare forza e concretezza ad una disposizione di tale tipo soccorre nel nostro ordinamento l’art. 659 del c.c., norma che prevede proprio la fattispecie del c.d. legato di debito, con cui si realizza concretamente una datio in solutum.

La soluzione che si propone, invece, dovrebbe essere strutturata, come accennato prima, secondo la forma dell’instituio ex re certa, ossia come attribuzione di quota ereditaria sottoposta all’implicita condizione della estinzione totale o parziale del pregresso rapporto obbligatorio, di modo che l’erede-delato, accettando l’eredità, aderirebbe al programma del testatore, e, pertanto, presterebbe il suo consenso all’implicita estinzione di quel rapporto.

Al di là di questi escamotage, purtroppo, non si riescono ad intravedere altri strumenti per garantire la propria posizione di eredi e di figli, restando pur sempre salvo, ovviamente, il diritto di far valere la propria posizione di legittimari in caso di lesione della c.d. quota di riserva, avvenuta anche con atti di donazione in vita del de cuius.

Franco V. chiede
mercoledì 25/07/2018 - Toscana
“Nel 2001 avevo la residenza nelle Marche ed ho ricevuto in prestito da un privato 20.000.000 di lire,all'interesse dell '8 %, che non no mai avuto la possibilità di restituire, rilasciando 4 cambiali, con doppia indicazione sia in lire che in euro, da 5.000.000 di lire con tassa di bollo di 60.000 . Da quella data non ho avuto nessuna richiesta scritta per la dovuta restituzione. Nel 2017 ho ricevuto una ingiunzione di pignoramento per la copertura del debito, avendo il creditore presentato in tribunale copia di n. 3 cambiali da 5.000,00 euro firmate da me e mia moglie, Marta Mariani, avendo contraffatto le cambiali da lire, in euro, e sullo spazio in lettere relativo all'importo, che era rimasto in bianco, ha scritto l'importo di cinquemila euro, con un altro tipo di penna, e cancellando l'ultimo "0" dei 5.000.000 con un #(cancelletto).
Il pignoramento è stato sospeso,ma l'avvocato che ci difende, a suo tempo aveva detto che le cambiali erano evidentemente contraffatte, prima ha richiesto di chiudere la pratica con 4 o 5 mila euro, poi che non servivano più,in quanto bastava la testimonianza dei miei figli, dichiarando che l'importo ricevuto nel 2001, che era in lire . Successivamente mi comunica che il Giudice difficilmente richiederà una testimonianza, e che la pratica si può chiudere con 10.000,00 euro più interessi.In sostanza tutto il dovuto. Il nostro avvocato, dice che le firme sono autentiche, e di conseguenza anche la contraffazione non è presa in considerazione dal giudice. I bolli cambiari sono relativi ad un importo pari a 5 milioni di lire o ad un valore corrispondente in euro 30,99-che non corrispondono al valore di € 5.000,00, ma il giudice, sempre secondo l'avvocato mi riferisce che è solamente evasione di bollo cambiario e non di veridicità dell'importo di 5.000,00 euro.
All'inizio il nostro avvocato ha detto che la veridicità del titolo la deve dimostrare chi presenta i titoli, ora non più in quanto la contraffazione la debbo certificare io con una perizia calligrafica. che verrebbe a costarmi più dell'importo dovuto.Mi sento preso in giro, e penso che il nostro avvocato è contro di noi a favore del creditore non prendendo in considerazione una querela per contraffazione falsificazione di titoli in atto pubblico. Inoltre non è stata presa in considerazione la prescrizione dei titoli, in quanto non c'è la data di emissione.Il giudice, a ragione, dice che un prestito va sempre restituito. Sono d'accordo ma non ho e non ho mai avuto la possibilità della restituzione”
Consulenza legale i 07/08/2018
Va premesso che, per articolare una risposta il più possibile esauriente e aderente alle caratteristiche del caso concreto, sarebbe stata opportuna una conoscenza più dettagliata degli atti processuali, purtroppo solo in minima parte a disposizione del cliente. Pertanto il parere verrà formulato sulla base della documentazione fornita e delle informazioni comunque assunte.
Partendo proprio dall’unico atto processuale prodotto, ossia l’ordinanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del decreto ingiuntivo opposto, in essa si precisa che la sospensione stessa viene disposta sulla base del disconoscimento dell’autografia sia del contenuto che della sottoscrizione delle cambiali. Sembra dunque che nell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo sia stata contestata anche l’autenticità delle firme apposte sulle cambiali: ciò contrasta con la versione riportata nel quesito, ove non si afferma la falsità delle sottoscrizioni, ma si lamenta semmai tanto una contraffazione del contenuto originario delle cambiali (quanto all'indicazione dell'importo in cifre) quanto un abusivo riempimento di talune parti lasciate in bianco.
Anche per questo sarebbe stato necessario un esame quanto meno dell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo nonché dei successivi atti processuali, in modo da comprendere la linea difensiva seguita.
In linea generale, è possibile contestare l’autenticità di un documento, a seconda dei diversi casi che possono presentarsi, o mediante il giudizio di verificazione della scrittura privata (artt. 214 ss. c.p.c.), che deve essere proposta dalla parte che intende avvalersi del documento a fronte del disconoscimento effettuato da controparte, o per mezzo della querela di falso (artt. 221 ss. c.p.c.), da proporsi invece a cura di chi vuol far valere la falsità.
In entrambi i casi, sarà necessario l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio ad opera di un perito nominato dal giudice. Certamente la C.T.U. ha un costo notevole, che a seconda dell’esito del giudizio potrà essere posto dal giudice a carico dell’una o dell’altra parte ovvero suddiviso tra le stesse. Difficilmente però potrà avere un costo superiore all’importo in questo caso dovuto.
Quanto alla circostanza per cui le cambiali in esame risultano prive sia della data di emissione che della data di scadenza, occorre ricordare che il titolo cambiario invalido, o comunque privo dell’efficacia sua propria, può essere fatto valere come chirografo contenente una promessa unilaterale di pagamento (così Cass. Civ., Se. VI, ord. n. 17850/2017). Infatti in questo caso le cambiali non sono state azionate direttamente, non potendo valere come titoli di credito, ma sono state utilizzate quale “prova scritta” ex art. 633 del c.p.c. ai fini dell’emissione di decreto ingiuntivo.
Riguardo, infine, alla questione della prescrizione, sempre secondo la giurisprudenza appena citata, l'utilizzo della cambiale quale promessa di pagamento grava il debitore dell'onere di provare l'inesistenza del rapporto sottostante, ovvero l'estinzione delle obbligazioni da esso nascenti (ad esempio per prescrizione). Infatti ai sensi dell’art. 1988 del c.c. la promessa di pagamento esonera colui a favore del quale è fatta dall'onere di provare il rapporto fondamentale; l’esistenza di questo si presume fino a prova contraria.
Quindi in questo caso incombe sul debitore l’onere di provare l’estinzione del credito per avvenuta prescrizione.


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    (continua)