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Articolo 540 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Riserva a favore del coniuge

Dispositivo dell'art. 540 Codice civile

A favore del coniuge è riservata la metà del patrimonio dell'altro coniuge, salve le disposizioni dell'articolo 542 per il caso di concorso con i figli (1) [548 c.c.].

Al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare (2) [144 c.c.] e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni (3). Tali diritti gravano sulla porzione disponibile [556 c.c.] e, qualora questa non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente sulla quota riservata ai figli (4) [566 c.c.].

Note

(1) Se al de cuius succede solo il coniuge (in assenza di figli), a questo spetta 1/2 del patrimonio.
Qualora vi sia concorso tra il coniuge e i figli, si applicano le disposizioni di cui all'art. 542 del c.c.: in presenza di un solo figlio a questo e al coniuge spetta 1/3 del patrimonio ciascuno, se vi sono più figli a questi spetta 1/2 del patrimonio (da dividere in quote uguali tra i figli) e al coniuge 1/3.
(2) Per casa si intende quella abitata in maniera prevalente e duratura dalla famiglia. Restano, pertanto, escluse le seconde case.
La norma non si applica al coniuge separato, in quanto in tal caso difetta il requisito della coabitazione.
(3) Dubbio è se il diritto spetti anche sugli immobili in comproprietà con terzi.
(4) I diritti d'uso e d'abitazione spettano al coniuge superstite in aggiunta alla quota di legittima a cui ha diritto in base agli articoli 540, 542 e 544 del c.c.. Il valore di tali diritti deve essere scomputato dall'asse ereditario prima di procedere alla divisione dello stesso in quote, con un meccanismo simile a quello previsto per il prelegato.

Ratio Legis

Riservando al coniuge, oltre alla quota di legittima, anche il diritto di abitazione e di uso rispettivamente sulla residenza familiare e sui mobili che la corredano, la norma vuole preservare la sfera degli affetti del coniuge superstite, consentendo a questo di continuare a vivere nella casa familiare.

Brocardi

Habitatio

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

263 Il trattamento fatto al coniuge dal progetto definitivo, il quale ne migliora la condizione rispetto al codice del 1865, senza giungere all'eccessivo favore del progetto preliminare, che gli attribuiva metà del patrimonio in piena proprietà, non è tuttavia, sembrato a taluni pienamente soddisfacente. Si è, infatti, suggerito di riservare al coniuge superstite, oltre i diritti che gli riservava il progetto, metà della proprietà dei beni acquistati durante il matrimonio con i redditi professionali di uno dei coniugi. Ho considerato che l'accoglimento di tale voto importerebbe una sostanziale modificazione del regime dei rapporti patrimoniali tra coniugi, quale è stabilito nel libro primo. Infatti si verrebbe ad affermare come regola assoluta il principio della comunione degli utili e degli acquisti, mentre il primo libro pone come regola il sistema della separazione dei patrimoni. D'altra parte, non sarebbe giustificata una diversità di disciplina tra i beni acquistati con i redditi professionali e quelli acquistati con i proventi dei beni in proprietà di ciascuno dei coniugi. E fuor di dubbio infine che una disposizione come quella proposta presenterebbe gravi difficoltà nella sua pratica attuazione e sarebbe fonte di frequenti e gravi liti.

Massime relative all'art. 540 Codice civile

Cass. civ. n. 2754/2018

I diritti sull’abitazione adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, attribuiti dall’art. 540, comma 2, c.c., spettano al coniuge superstite anche ove si apra una successione legittima, in aggiunta alla quota attribuita dagli artt. 581 e 582 c.c., essendo i detti diritti finalizzati a dare tutela, sul piano patrimoniale e su quello etico-sentimentale, al coniuge, evitandogli i danni che la ricerca di un nuovo alloggio cagionerebbe alla stabilità delle abitudini di vita della persona.

Cass. civ. n. 26741/2017

In tema di successione necessaria, i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, riservati al coniuge ex art. 540, comma 2, c.c. si sommano alla quota spettante allo stesso in proprietà, con conseguente incremento quantitativo di tale quota, gravando in primo luogo sulla porzione disponibile e, ove questa non sia sufficiente, sulla quota riservata al coniuge in proprietà nonché, eventualmente, su quella riservata ai figli; ciò implica che la determinazione della porzione disponibile e delle quote di riserva dei legittimari deve avvenire considerando il valore del "relictum" (e del "donatum", se vi sia stato), comprensivo del valore della casa familiare in piena proprietà.

Cass. civ. n. 13407/2014

I diritti di abitazione e d'uso riservati al coniuge superstite dall'art. 540, secondo comma, cod. civ. riguardano l'immobile concretamente utilizzato come residenza familiare prima della morte del "de cuius", sicché essi non spettano al coniuge separato senza addebito, qualora la cessazione della convivenza renda impossibile individuare una casa adibita a residenza familiare.

Cass. civ. n. 9651/2013

In tema di successione necessaria, i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, riservati al coniuge ai sensi dell'art. 540, secondo comma, cod. civ., si sommano alla quota spettante a questo in proprietà, e gravano in primo luogo sulla porzione disponibile, determinata, a norma dell'art. 556 cod. civ., considerando il valore del "relictum" (e del "donatum", se vi sia stato) comprensivo del valore capitale della casa familiare in piena proprietà, mentre, in caso di incapienza della disponibile, comportano la proporzionale riduzione della quota di riserva del medesimo coniuge, nonché, ove pure questa risulti insufficiente, delle quote riservate ai figli o agli altri legittimari. (Nella specie, alla luce dell'enunciato principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito la quale, allo scopo di determinare la legittima riservata ai figli del "de cuius", aveva calcolato la consistenza dell'asse ereditario dopo aver preliminarmente detratto il valore dei diritti di abitazione e di uso spettanti al coniuge).

Cass. civ. n. 4847/2013

In tema di successione legittima, spettano al coniuge superstite, in aggiunta alla quota attribuita dagli artt. 581 e 582 c.c., i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, di cui all'art. 540, secondo comma, c.c., dovendo il valore capitale di tali diritti essere detratto dall'asse prima di procedere alla divisione dello stesso tra tutti i coeredi, secondo un meccanismo assimilabile al prelegato, e senza che, perciò, operi il diverso procedimento di imputazione previsto dall'art. 533 c.c., relativo al concorso tra eredi legittimi e legittimari e strettamente inerente alla tutela delle quote di riserva dei figli del "de cuius".

Cass. civ. n. 6625/2012

Il diritto di abitazione, riservato dall'art. 540, secondo comma, c.c. al coniuge superstite sulla casa adibita a residenza familiare, si configura come un legato "ex lege", che viene acquisito immediatamente da detto coniuge, secondo la regola di cui all'art. 649, secondo comma, c.c., al momento dell'apertura della successione. Ne consegue che non può porsi un conflitto, da risolvere in base alle norme sugli effetti della trascrizione, tra il diritto di abitazione, che il coniuge legatario acquista direttamente dall'ereditando, ed i diritti spettanti agli aventi causa dall'erede. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, la quale aveva escluso la necessità della trascrizione del diritto di abitazione ex art. 540 c.c. ai fini della sua opponibilità al ricorrente, aggiudicatario in sede di asta fallimentare di una quota di comproprietà dell'immobile appartenente ad un coerede).

Cass. civ. n. 4088/2012

l diritto di abitazione, che la legge riserva al coniuge superstite (art. 540, secondo comma, c.c.), può avere ad oggetto soltanto l'immobile concretamente utilizzato prima della morte del "de cuius" come residenza familiare. Il suddetto diritto, pertanto, non può mai estendersi ad un ulteriore e diverso appartamento, autonomo rispetto alla sede della vita domestica, ancorché ricompreso nello stesso fabbricato, ma non utilizzato per le esigenze abitative della comunità familiare

Cass. civ. n. 14594/2004

Il principio della conversione del diritto di abitazione spettante al coniuge superstite nel suo equivalente monetario nell'ipotesi in cui la residenza familiare del de cuius sia ubicata in un immobile in comproprietà, — e, per l'indivisibilità dell'immobile, non possa attuarsi il materiale distacco della porzione spettante al coniuge qualora l'immobile stesso venga assegnato per intero ad altro condividente — è applicabile anche all'ipotesi (quale quella di specie) in cui, a seguito della vendita all'incanto dell'immobile ritenuto indivisibile, si verrebbe inevitabilmente a creare la convergenza sullo stesso bene del diritto di proprietà acquisito dal terzo aggiudicatario e del diritto di abitazione spettante al coniuge superstite (risultando concretamente impossibile la separazione della porzione dell'immobile spettante a quest'ultimo).

Cass. civ. n. 6231/2000

La titolarità del diritto di abitazione riconosciuto dall'art. 540 comma secondo c.c. al coniuge superstite sulla casa adibita a residenza familiare - che, costituendo ex lege oggetto di un legato, viene acquisito immediatamente da detto coniuge, secondo la regola dei legati di specie, al momento dell'apertura della successione - ha esclusivo riferimento al diritto dominicale spettante sull'abitazione del de cuius, con la conseguenza che, nel caso di residenza familiare ubicata in un immobile in proprietà esclusiva di quest'ultimo, il diritto del coniuge superstite non incontra, simmetricamente, alcun limite, anche se, di fatto, parte dell'immobile sia temporaneamente occupato da terzi.

Cass. civ. n. 4329/2000

In tema di successione necessaria, la disposizione di cui all'art. 540 comma secondo c.c. determina un incremento quantitativo della quota contemplata in favore del coniuge, in quanto i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredano (quindi, il loro valore capitale) si sommano alla quota riservata al coniuge in proprietà (posto che la norma stabilisce che i diritti di abitazione e di uso gravano, in primo luogo, la disponibile, ciò significa che, come prima operazione si deve calcolare la disponibile sul patrimonio relitto, ai sensi dell'art. 556 c.c. e, per conseguenza, determinare la quota di riserva. Calcolata poi la quota del coniuge nella successione necessaria, in base a quanto stabiliscono gli arti. 540 comma primo, 542 e 543 comma primo, alla quota di riserva così ricavata si devono aggiungere i diritti di abitazione e di uso in concreto, il cui valore viene a gravare la disponibile. Se la disponibile non è sufficiente, i diritti di abitazione e di uso gravano, anzitutto, sulla quota di riserva del coniuge, che viene ad essere diminuita della misura proporzionale a colmare l'incapienza della disponibile. Se neppure la quota di riserva del coniuge risulta sufficiente, i diritti di abitazione e di uso gravano sulla riserva dei figli o degli altri legittimari). L'attribuzione dei diritti di abitazione e di uso costituisce un legato ex lege in favore del coniuge, per cui questi può invocarne l'acquisto ipso iure, ai sensi dell'art. 649 comma primo c.c., senza dover ricorrere all'azione di riduzione. Per contro, non essendo ciò previsto da nessuna norma in tema di successione legittima, non v'è ragione per ritenere che alla quota intestata contemplata dagli artt. 581 e 582 c.c. si aggiungano i diritti di abitazione e di uso.

Cass. civ. n. 2263/1999

Ai diritti reali di abitazione della casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che l'arredano, attribuiti al coniuge superstite dall'art. 540, comma secondo, c.c. non si applicano gli artt. 1021 e 1022 c.c. nella parte in cui limitano il diritto in relazione al fabbisogno del titolare.

Cass. civ. n. 2159/1998

I diritti reali di abitazione e di uso dei mobili che l'arredano, riservati per legge, a titolo di legato, al coniuge superstite (art. 540 c.c.), hanno ad oggetto la casa coniugale, ossia quella che in concreto era adibita a residenza familiare, e non quella ove i coniugi, prima del decesso di uno di essi, avrebbero voluto fissare la residenza della famiglia (art. 144 c.c.).

Cass. civ. n. 5731/1994

Il coniuge che continua ad abitare la casa di abitazione coniugale in comune proprietà, dopo la morte dell'altro (coniuge), anche per la quota di questo, in forza del diritto di abitazione che è a lui riservato dall'art. 540 c.c., acquista il possesso solo rappresentativo della quota trasferita in proprietà agli eredi del coniuge deceduto i quali, conseguentemente, subentrano egualmente, ai sensi dell'art. 1146 c.c., nel possesso del bene senza necessità di materiale apprensione.

Cass. civ. n. 8171/1991

I diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la arredano, previsti in favore del coniuge superstite, presuppongono per la loro concreta realizzazione l'appartenenza della casa e del relativo arredamento al de cuius o in comunione a costui e all'altro coniuge, non potendo estendersi a carico di quote di soggetti estranei all'eredità nel caso di comunione degli stessi beni tra il coniuge defunto e tali altri soggetti.

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Consulenze legali
relative all'articolo 540 Codice civile

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Giuseppe L. chiede
lunedì 29/07/2019 - Sicilia
“Nel 1963 avviene il decesso di Tizio che lascia moglie e tre figli piccoli: secondo il diritto di famiglia dell'epoca, alla moglie va soltanto l'usufrutto di un terzo dell'abitazione e di un magazzino commerciale mentre la proprietà viene divisa in parti uguali fra i figli. Il nucleo familiare continua a risiedere nell'abitazione fino a quando alla fine degli anni Settanta i figli lasciano l'abitazione e acquistano ciascuno una casa di loro proprietà dove vanno a risiedere, lasciando il diritto di abitazione alla madre, secondo il nuovo diritto di famiglia entrato in vigore nel 1975. La madre mantiene residenza e domicilio e paga regolarmente tutte le tasse relative all''abitazione, prima ICI e poi IMU, mentre i figli pagano le tasse relative al magazzino commerciale, per le quali, ovviamente, non si può far riferimento al diritto di abitazione. Nel 2012 il Comune di ...omissis... effettua un accertamento sull'IMU e, nonostante la tassa risulti pagata per intero dalla madre, come da ricevute in nostro possesso, sostiene che la tassa sull'abitazione in questione non deve essere pagata dalla madre, in quanto essendo il decesso avvenuto nel 1963, la sua quota dell'usufrutto non le garantisce il diritto di abitazione. Quindi, secondo questa tesi, a prescindere dalle valutazioni giuridiche, non viene riconosciuta una situazione di fatto cristallizzata da oltre 30 anni, con un diritto di abitazione mai messo in discussione dagli eredi, con lo scopo surrettizio di ottenere il pagamento di una tassa già pagata in alcuni anni, o non dovuta quando la legge prevedeva l'esenzione per l'abitazione principale. Noi riteniamo che l'amministrazione sia incorsa in un eccesso di potere, in quanto il tipo di controlli che si possono effettuare in queste circostanze, riguardano le dichiarazioni mendaci (sostengo di usare una abitazione per evitare di far pagare l'imposta ai proprietari, ma in realtà, abito altrove) non certo per verificare la genesi del diritto di abitazione del coniuge superstite, in relazione alla normativa vigente al momento del decesso del coniuge, avvenuto più di 50 anni prima dell'accertamento tributario. Peraltro, si potrebbe mettere in discussione il diritto di abitazione, solo qualora l'accertamento fosse intervenuto prima dell'entrata in vigore del nuovo diritto di famiglia, non certo 37 anni dopo. E, ammesso e non concesso che la tesi del Comune avesse un qualche fondamento, interviene l'art. 1014 del codice civile che parla di estinzione prescrittiva, quando l'usufrutto non viene usato o rivendicato per venti anni, cosa che è documentalmente provata (tutti e tre i figli hanno lasciato l'abitazione da oltre trentanni senza richiedere alcun compenso alla madre). Dopo un confronto molto acceso con i dirigenti dei Servizio tributario, abbiamo ottenuto la richiesta di un parere all'avvocatura comunale, ma vorremmo anche noi in parere giuridico neutrale. Sono pronto a fornire via mail tutto il materiale che doveste ritenere necessario al fine di formulare un parere e attendo un vostro riscontro. Cordiali saluti”
Consulenza legale i 06/08/2019
Per affrontare il presente caso occorre preliminarmente analizzare ciò che dettava il codice civile prima della riforma del diritto di famiglia del 1975.
Disponeva l’art. 581 c.c., nel testo in vigore dal 19.04.1942 al 19.09.1975 che "Quando con il coniuge concorrono figli legittimi, soli o con figli naturali, il coniuge ha il diritto all’usufrutto di una quota di eredità. L’usufrutto è della metà dell’eredità, se alla successione concorre un solo figlio, e di un terzo negli altri casi.…".
Secondo l’opinione prevalente tale diritto reale di usufrutto, riconosciuto al coniuge, non poteva valere ad attribuire allo stesso la qualità di erede, bensì quella di semplice legatario ex lege.

Continuava poi lo stesso vecchio testo dell’art. 581 c.c. disponendo al terzo comma che i diritti del coniuge superstite potevano essere soddisfatti nel modo indicato dall’art. 547 c.c.
Si trattava della c.d. facoltà di commutazione, attribuita ai figli del defunto e che svolgeva le funzioni di una vera e propria condizione risolutiva (di natura meramente potestativa) del diritto reale di usufrutto del coniuge.

Tale norma, infatti, abrogata anch’essa dalla riforma del diritto di famiglia, riconosceva agli eredi (ossia i figli, avendo la moglie la qualità di legataria) la facoltà di soddisfare le ragioni del coniuge mediante l'assicurazione di una rendita vitalizia o mediante l'assegno di frutti di beni immobili o capitali ereditari, da determinarsi di comune accordo o, in mancanza, dall'autorità giudiziaria, avuto riguardo delle circostanze del caso.
Fin quando il coniuge non fosse stato soddisfatto delle sue ragioni, avrebbe continuato a conservare i propri diritti di usufrutto su tutti i beni ereditari, in ragione della quota spettantele per legge.

Trattasi, peraltro, di un diritto di commutazione diverso da quello che l’art. 541 c.c., sempre ante riforma, riconosceva ai figli legittimi in caso di concorso con figli naturali, ed in forza del quale ai figli legittimi veniva concessa la facoltà di soddisfare con attribuzione di una somma di denaro o di uno o più immobili ereditari la quota di eredità spettante per legge ai secondi.

In ogni caso, l’esercizio della facoltà di commutazione non avrebbe potuto farsi discendere da una semplice situazione di fatto, ma necessitava di una espressa e formale manifestazione di volontà in tal senso, racchiusa in un atto pubblico e regolarmente trascritto ai fini della sua opponibilità ai terzi.
Solo in tal modo il Comune interessato sarebbe stato posto in condizione di individuare correttamente i soggetti passivi delle diverse imposte, tra cui va annoverata anche l’IMU.

La semplice circostanza che la madre continuasse ad occupare l’immobile adibito a residenza familiare, dunque, non può valere a costituire sul medesimo immobile quel diritto reale di abitazione che l’art. 540 c.c. post riforma riconosce al coniuge superstite ed in forza del quale si verifica il presupposto oggettivo dell’imposizione IMU.
Vale la pena di ricordare, a tal proposito, che la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6192 del 16 marzo 2007, ha perfino sancito che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario dei figli, essendo finalizzata all’esclusiva tutela dei figli ed assumendo natura di atipico diritto personale di godimento e non già di diritto reale, non può costituire presupposto per l’individuazione del soggetto passivo IMU.

Logico corollario di quanto sopra detto è che, non potendo la situazione di fatto mutare le posizioni giuridiche degli eredi ed i diritti a ciascuno di essi spettanti, si ritiene corretta la pretesa avanzata dall’Amministrazione comunale interessata, né può intravedersi in tale sua pretesa un eccesso di potere, in quanto non sta svolgendo alcuna attività esegetica, ma si sta soltanto limitando a fare applicazione della reale situazione giuridica, quale sicuramente risulta dai pubblici registri immobiliari.

Si ritiene che non colga nel segno neppure il richiamo fatto all’art. 1014 del c.c., nella parte in cui è disposto che il diritto di usufrutto si estingue per prescrizione per effetto del non uso protratto per venti anni.
Risulterebbe estremamente difficile, infatti, poter asserire che quell’immobile sia stato utilizzato in forza di un diritto di abitazione (mai validamente costituito) e non in forza del sussistente diritto di usufrutto (in ogni caso, sia per l’estinzione del diritto di usufrutto che per il riconoscimento in favore del coniuge del diritto di abitazione occorre quantomeno una sentenza costitutiva).

La scelta corretta, dunque, sarebbe dovuta essere quella di adempire al pagamento dell’IMU in ragione dei rispettivi diritti di pertinenza, tenendo conto di quanto si ricava dagli artt. 8 e 9 del D.L. n. 23 del 14 marzo 2011 recante “Disposizioni in materia di federalismo municipale”.
In particolare, in base al tenore letterale dell’art. 9, comma 1, del D.Lgs. n. 23 del 14 marzo 2011, e con particolare riferimento agli immobili ed al caso di specie, soggetti passivi IMU sono, tra gli atri:
  1. il proprietario, ossia colui che, in base all’art. 832 c.c., ha il diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico;
  2. l’usufruttuario, cioè colui che ha diritto di godere della cosa, ma deve rispettarne la destinazione economica.
Il nudo proprietario non è tenuto al pagamento del tributo che, di conseguenza, grava sul titolare del diritto reale di godimento (in generale, i soggetti privi di diritti reali non sono soggetti passivi del tributo).
In conclusione, dunque, il pagamento dell’IMU sarebbe dovuto gravare per un terzo sulla moglie nella sua qualità di usufruttuaria e per due terzi sui figli, nella loro qualità di pieni proprietari della suddetta quota.


Franco F. chiede
martedì 12/02/2019 - Emilia-Romagna
“Mio suocero ha lascialo per testamento (olografo) il 50% del suo patrimonio alle quattro figlie e l'altro 50% alla seconda moglie, precisando nel testamento che alla moglie spetta anche il diritto di abitazione sulla residenza coniugale.
Fatte le perizie ci viene proposto un conteggio che detrae preliminarmente il valore del diritto di abitazione e divide a metà il residuo, comprimendo in questo modo la spettanza delle figlie, già al limite della legittima.
Ho trovato due sentenze di Cassazione (9651/2013 e 26741/2017) che mi sembra siano applicabili al nostro caso. Secondo queste la quota di riserva delle figlie dovrebbe essere calcolata sull'intero valore, quindi il 50% comprendendo la residenza coniugale in piena proprietà.
Il diritto di abitazione (valorizzato 103.000 euro) sarebbe quindi già coperto nella quota disponibile del 25% (in valore 155.000 euro) che il decuius ha nel testamento interamente destinato alla moglie.
Per completare il quadro preciso che sulla parte mobiliare visto che c'erano stati dei trasferimenti di valori è già stato raggiunto e perfezionato un accordo transattivo.”
Consulenza legale i 19/02/2019
Partiamo dalla norma di riferimento, che è l’articolo 540 c.c., inserito nelle norme sulla successione testamentaria: secondo tale norma al coniuge è riservato il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui beni mobili in essa contenuti e che la corredano.

La finalità dell’istituto sta nell’intento di tutelare il coniuge non solo e non tanto sotto il profilo patrimoniale, quanto soprattutto sotto quello affettivo e psicologico, perché la ricerca di una nuova abitazione è quasi sempre fonte di stress e disagio e incide sulla stabilità delle abitudini di vita della persona (questa l’opinione della Corte di Cassazione: sentenza n. 2754 del 5/2/2018).

I diritti in commento attribuiti al coniuge sono dei veri e propri legati ex lege, ovvero delle disposizioni a titolo particolare (lasciti) a favore di una o più determinate persone, in questo caso al coniuge - erede.
Il diritto di abitazione di cui all’art. 540 c.c. non viene attribuito “in conto di legittima”, ovvero non è già compreso nella porzione di legittima (la porzione di eredità riservata per legge al coniuge) ma in aggiunta rispetto a quest’ultima, e dev’essere computato dunque sulla quota disponibile (ovvero la quota del patrimonio ereditario di cui il testatore può liberamente disporre e non deve riservare a nessuno).

Se e solo se il valore della porzione disponibile non è sufficiente a soddisfare il legato, il valore di questo andrà a gravare sulla porzione riservata al coniuge ed eventualmente su quella riservata ai figli.

Pertanto, tornando al caso in esame, si dovrà in primo luogo stabilire quali siano la porzione disponibile e quella di riserva; dopodiché si dovrà detrarre dalla porzione disponibile il valore del diritto di abitazione.

Le due sentenze citate nel quesito sono molto chiare in merito:

In tema di successione necessaria, i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, riservati al coniuge ai sensi dell’art. 540, secondo comma, cod civ., si sommano alla quota spettante a questo in proprietà, e gravano in primo luogo sulla porzione disponibile, determinata, a norma dell’art. 556 cod. civ., considerando il valore del "relictum" (e del "donatum", se vi sia stato) comprensivo del valore capitale della casa familiare in piena proprietà, mentre, in caso di incapienza della disponibile, comportano la proporzionale riduzione della quota di riserva del medesimo coniuge, nonché, ove pure questa risulti insufficiente, delle quote riservate ai figli o agli altri legittimari. (Nella specie, alla luce dell'enunciato principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito la quale, allo scopo di determinare la legittima riservata ai figli del "de cuius", aveva calcolato la consistenza dell'asse ereditario dopo aver preliminarmente detratto il valore dei diritti di abitazione e di uso spettanti al coniuge)” (Cass. civ. Sez. II Sent., 19/04/2013, n. 9651);


In tema di successione necessaria, i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, riservati al coniuge ex art. 540 comma 2, c.c. si sommano alla quota spettante allo stesso in proprietà, con conseguente incremento quantitativo di tale quota, gravando in primo luogo sulla porzione disponibile e, ove questa non sia sufficiente, sulla quota riservata al coniuge in proprietà nonché, eventualmente, su quella riservata ai figli; ciò implica che la determinazione della porzione disponibile e delle quote di riserva dei legittimari deve avvenire considerando il valore del "relictum" (e del "donatum", se vi sia stato), comprensivo del valore della casa familiare in piena proprietà.” (Cass. civ. Sez. II Sent., 13/11/2017, n. 26741)

Il calcolo che è stato proposto agli eredi, dunque, alla luce di quanto illustrato e delle citate sentenze, non pare corretto.

Si evidenzia a tal proposito come, probabilmente, chi ha suggerito la detrazione del legato ex lege dall’intera massa ereditaria lo abbia fatto applicando il criterio di imputazione valevole per le successioni legittime.
Chiariamo: il caso di cui parliamo e la norma applicabile (art. 540 c.c.) concernono un caso di successione testamentaria. La giurisprudenza, però, nel tempo si è interrogata sull’applicazione del 540 c.c. anche al caso di successione legittima (ovvero quella che avviene in base alla legge, in assenza di testamento).
La conclusione è stata affermativa, ma con l’utilizzo di un criterio di imputazione del diritto di abitazione del tutto diverso da quello dettato dalla norma per la successione testamentaria, ovvero con detrazione preventiva del legato dalla massa ereditaria e successiva divisione del residuo sulla base delle quote previste per legge.

ANTONIO M. chiede
sabato 10/11/2018 - Lombardia
“Dal 2016 ho il diritto di abitazione sulla casa ove tutt'ora abito. Mio figlio (nato dal primo matrimonio) è il nudo proprietario della stessa casa. Nel 2017 ho contratto nuovo matrimonio e, la casa in questione, è diventata la residenza mia e della mia nuova moglie.
DOMANDA: Nel caso morissi prima di mia moglie il diritto di abitazione, costituito originariamente in capo a me, si trasmetterebbe in capo a mia moglie? Mia moglie vanterebbe il diritto di continuare ad abitare la casa? Ringrazio anticipatamente.”
Consulenza legale i 13/11/2018
Il diritto di abitazione fa parte della categoria dei diritti reali di godimento su cosa altrui di cui il titolare può servirsi limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia (art. 1022 c.c.).
Per espressa previsione normativa (art. 1024 c.c.) il diritto di abitazione non può essere ceduto né dato in locazione.

Ciò posto, per rispondere al quesito in esame occorre far riferimento all’art. 540 del codice civile che testualmente prevede che al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.
Come ha sottolineato la Suprema Corte (sentenza n.22456/2014) "il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite, ha ad aggetto la casa coniugale, ossia l'immobile che in concreto era adibito a residenza familiare e si identifica con l'immobile in cui i coniugi - secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi - vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare".

Appurato quale sia l’oggetto di tale diritto, già dalla semplice lettura della norma sopra citata appare pacifico che esso spetti al coniuge superstite (cioè Sua moglie, nell’ipotesi prospettata nel quesito) soltanto se la casa coniugale fosse di proprietà del coniuge defunto ovvero in comproprietà.
Nel quesito leggiamo invece che Lei è titolare soltanto del diritto di abitazione e non anche del diritto di proprietà (nemmeno pro quota).

Alla luce di ciò, le risposte alle due domande contenute nel quesito devono intendersi negative: alla Sua morte il diritto di abitazione non si trasferirebbe a Sua moglie e, pertanto, essa non vanterebbe il diritto di continuare ad abitare nella casa di proprietà di Suo figlio.

Piercarlo C. chiede
giovedì 28/06/2018 - Piemonte
“Il testamento con il quale il testatore nomina erede universale suo fratello, in assenza di figli ed ascendenti, ma con presenza del coniuge è, ovviamente, impugnabile dal coniuge stesso.
Tale testamento è da considerarsi nullo e pertanto, in assenza di altro testamento, l’eredità si devolve per 2/3 al coniuge superstite ed 1/3 al fratello o si devolve 50% al fratello e 50% al coniuge ( come quota di legittima)?”
Consulenza legale i 03/07/2018
Se è corretto affermare che la disposizione testamentaria che devolve l’intera eredità al fratello in presenza del coniuge non è legittima, è però altrettanto vero che il testamento non è affatto nulloannullabile.
Esso, infatti, è semplicemente inefficace nei limiti della lesione e nei soli confronti dei legittimari che hanno agito in riduzione.

Chiariamo i concetti.
Vi sono delle categorie di successibili (chiamati “legittimari”) o "necessari" che, per legge, hanno diritto ad una quota del patrimonio ereditario: si tratta di coniuge, figli ed ascendenti.

Per quanto riguarda il coniuge, in particolare, l’art. 540 c.c. riserva al medesimo, in assenza degli altri legittimari, la metà del patrimonio del defunto.

Qualora il testatore, nelle sue ultime volontà, non rispetti la suddetta proporzione e non lasci nulla, oppure meno della metà del proprio patrimonio, al proprio coniuge, quest’ultimo avrà diritto di agire in “riduzione”.
Si tratta di una vera e propria azione giudiziale che il legittimario leso nella propria quota di legittima può promuovere nei confronti del soggetto a favore del quale il testatore ha disposto nel testamento.

La seguente pronuncia riassume bene quanto detto sinora: “Quando il legittimario sia stato pretermesso (…) dal testatore (e cioè allorquando questi abbia disposto interamente dell'eredità mediante disposizioni a titolo universale che non includono il legittimario), questi non ha la posizione di chiamato all'eredità: a questa, infatti, sono chiamati coloro che sono designati dal testamento, il quale è intanto valido ed efficace. Per conseguire la quota di eredità spettantegli, il legittimario (…) deve esercitare un'azione giudiziaria a carattere costitutivo, e cioè l'azione di riduzione, al fine di ridurre le disposizioni testamentarie lesive della sua quota. Solo a seguito di tale azione il legittimario conseguirà la qualità di chiamato all'eredità, in quanto avrà conseguito una quota dell'eredità, infatti, solo dal momento della sentenza che accoglie la domanda di riduzione viene rimossa l'efficacia preclusiva delle disposizioni testamentarie; tali disposizioni, in quanto lesive della legittima, non sono nulle ne' annullabili (fino a quando esse non vengano impugnate con l'azione di riduzione, esse conservano, pertanto, la loro piena efficacia).” (App. Potenza Sent., 29/06/2009).

Più precisamente, si procede con quella che viene chiamata la “riunione fittizia”: si forma (solo sulla “carta” e non realmente) una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti; poi si riuniscono a questa massa tutti quei beni (se ci sono) dei quali si sia disposto in vita a titolo di donazione. Sulla massa che residua si calcola la porzione disponibile (art. 556 c.c.).

Nel caso di specie, per rispondere al quesito – essendo il testamento valido e non operando, in difetto di nullità dello stesso, le regole della successione per legge - la quota di patrimonio riservata al coniuge sarà del 50% (da calcolarsi, attenzione, con le modalità sopra descritte), cosicché al fratello nominato erede spetterà il residuo 50%.

Si precisa che la reintegrazione della quota di legittima lesa deve sempre avvenire in natura e non per equivalente in denaro: il calcolo, insomma, si effettua “formando la massa” in modo fittizio, ma una volta calcolate le quote, il legittimario avrà diritto alla sua parte di beni in natura e non solo mediante liquidazione in denaro da parte degli altri eredi.
Afferma a tal proposito la giurisprudenza: “La reintegrazione della quota di legittima, conseguente l'esercizio dell'azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura (…). Tale principio trova fondamento giuridico nella natura della legittima, che è una quota di eredità, cosicché la riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni poste in essere dal de cuius attribuisce al legittimario la qualità di erede. Il legittimario, pertanto, ha diritto di ricevere la sua quota di eredità in natura e non può essere obbligato a ricevere la reintegrazione della sua quota in denaro. Peraltro, quando la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario interamente pretermesso acquista, con la riduzione, la qualità di erede pro quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria. La partecipazione alla comunione ereditaria da parte del legittimario è limitata alla quota astratta o frazione prevista dalla legge,(…). Pertanto, il giudice, nell'accogliere la domanda di riduzione, è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi che spetta a ciascun legittimario, divenuto erede necessario.” (Cass. civ. Sez. II, 04/12/2015, n. 24755) ed ancora “poiché, dopo la riduzione di disposizioni testamentarie a titolo universale, il legittimario preterito acquista la qualità di erede e partecipa alla comunione ereditaria in proporzione alla quota di riserva, il giudice che accoglie la relativa domanda di riduzione deve dichiarare, non quale sia il valore economico della quota medesima, ma quali siano i beni ereditari e, in relazione ad essi, la quota di comproprietà spettante a tale legittimario.

Se nel patrimonio ereditario, poi, vi sono degli immobili, si procede come segue: “Qualora il patrimonio relitto comprenda beni immobili, il giudice che dispone la riduzione di disposizioni testamentarie a titolo universale deve individuare i beni medesimi ed ordinare la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, della quota di comproprietà spettante al legittimario e, correlativamente, di quelle spettanti agli altri eredi.” (vedi Cass. n. 24755/2015 già citata).




Vincenzo B. chiede
lunedì 23/04/2018 - Lazio
“il coniuge superstite comunque titolare del diritto d'uso e abitazione sulla casa coniugale di esclusiva proprietà del defunto marito per mantenere tale diritto deve essere necessariamente residente e domiciliata nella stessa abitazione? Cosa accade se dovesse cambiare domicilio e eventualmente anche residenza a causa del suo soggiorno in una casa di cura per anziani temporaneo o permanente che sia? Nel caso in cui decadesse la titolarità del diritto d'uso e abitazione gli altri attuali comproprietari (i figli) possono vantare il diritto di abitarvi o comunque usare il bene?”
Consulenza legale i 03/05/2018
L’art. 540, comma 2 del c.c. stabilisce che al coniuge superstite, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e il diritto di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.

La giurisprudenza ha chiarito che la ratio di tali diritti risiede nell’esigenza di realizzare, anche nella materia successoria, una completa parificazione dei coniugi non solo sul piano patrimoniale ma anche sotto quello etico e sentimentale, sul presupposto che la ricerca di un nuovo alloggio per il coniuge superstite potrebbe essere fonte di un grave danno psicologico e morale per la stabilità delle abitudini di vita della persona (così Cass. SS. UU. 4847/2013).
Ed ancora: “secondo l'opinione prevalente, la ratio della suddetta normativa è da rinvenire nella tutela non tanto dell'interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto dell'interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare. In proposito, è stato autorevolmente rilevato che oggetto della tutela dell'art. 540, secondo comma, c.c., non è il bisogno dell'alloggio (che da questa norma riceve protezione solo in via in indiretta ed eventuale), ma altri interessi di natura non patrimoniale, riconoscibili solo in connessione con la qualità di erede del coniuge, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbols goduti durante il matrimonio, con conseguente inapplicabilità, tra l'altro, dell'art. 1022 c.c., che regola l'ampiezza del diritto di abitazione in rapporto al bisogno dell'abitatore" (così Cass. II, 13407/2014).

La legge non subordina né l’acquisto né la conservazione dei diritti in esame al mantenimento della residenza, o del domicilio, nell’immobile già adibito a residenza familiare, e neppure allo stato di bisogno del coniuge superstite.
Anzi, secondo l’opinione condivisa i diritti in questione hanno natura di legato ex lege; pertanto, conformemente a quanto disposto dall’art. 649 del c.c., si acquistano senza bisogno di accettazione. Viene fatta salva la possibilità di rinunciarvi: ora, anche se il codice non prescrive alcuna forma particolare per la rinuncia, deve ritenersi che, trattandosi di beni immobili, la stessa debba essere effettuata non solo espressamente ma per iscritto, ai sensi dell'art. 1350, n. 5) del c.c. (così Cass. 8878/2000).

Le considerazioni che precedono - relative alla finalità non solo patrimoniale dell’istituto in esame, all'automaticità dell’acquisto e al carattere necessariamente espresso della eventuale rinuncia - inducono a ritenere che il coniuge superstite non perda i diritti di uso ed abitazione sulla casa familiare per effetto del trasferimento ad altro “domicilio” (peraltro, il concetto di domicilio è diverso da quello di residenza: si veda l’art. 43 del c.c.), tanto più ove ciò avvenga per esigenze di cura e assistenza della persona come nel caso del ricovero in una struttura per anziani.

Vincenzo B. chiede
lunedì 08/01/2018 - Lazio
“Nel 2009 mio suocero è deceduto senza lasciare testamento. E' stata presentata una successione per Legge che ha attribuito la proprietà dell'unico appartamento per il 33,33% alla moglie e per il 66,66% ai 5 figli. Fin qui tutto giusto.
La domanda è: poiché sul 66,66% di proprietà dei figli grava di diritto reale di abitazione in capo al coniuge superstite, tale proprietà non è piena e può essere ritenuta alla stregua di una nuda proprietà?
Se si, deve risultare nelle visure catastali ed in Conservatoria?
Grazie.
Cordilaità
Consulenza legale i 09/01/2018
Al decesso di uno dei coniugi, la legge accorda all’altro, ancora in vita, il diritto di continuare a vivere nello stesso immobile.

Si tratta del c.d. diritto di abitazione che spetta per tutta la vita al coniuge superstite ai sensi dell’art. 540, 2° comma, c.c. secondo il quale “Al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni…”

Si tratta dell’unica ipotesi di costituzione legale (ovvero per volontà diretta della legge e non per accordo libero della parti) del diritto di abitazione previsto dalla legge al fine di tutelate le abitudini di vita del coniuge rimasto in vita ed evitare l’ulteriore danno morale che potrebbe derivare dal dover abbandonare l’alloggio attuale.

Requisito fondamentale affinchè il coniuge possa vedersi riconosciuto il diritto di abitazione è che la casa e gli arredi siano di proprietà esclusiva del coniuge defunto o in comunione fra i coniugi.

Il diritto di abitazione è inteso quale diritto di abitare direttamente la casa o l’alloggio che ne costituisce oggetto.

Tale diritto è riconosciuto solo alla persona del titolare ed ai membri della sua famiglia.

Ha natura rigorosamente personale con la conseguenza che non può essere ceduto, né la casa può essere concessa in affitto.

Il nudo proprietario di un bene, invece, conserva solo il diritto di proprietà e non ha il possesso e la disponibilità del suo bene.

Dunque, se una piena proprietà è gravata dal diritto di abitazione, quello che resta è una nuda proprietà in quanto, ai sensi dell’art. [[n1026cc]] c.c., il diritto di abitazione è regolato, ove compatibili, dalle disposizioni in materia di usufrutto.

Nel caso in esame la proprietà spetta, nel rispetto delle quote che la legge riserva ai legittimari, al coniuge che vi ha anche il diritto di abitazione e ai figli che vanno, quindi, qualificati come nudi proprietari.

Il diritto di abitazione si acquista ex lege all’apertura della successione e come tale è valido ed efficace a prescindere dalla sua trascrizione.

Tuttavia, in quanto diritto reale, solo con la trascrizione è opponibile ai terzi.

Anche la nuda proprietà risulta dalla visura catastale.

Nelle visure catastali sono, difatti, indicati i diritti reali (piena proprietà, nuda proprietà, usufrutto) e la relativa quota.

Tali diritti vengono annotati a seguito della presentazione della dichiarazione di successione all’Agenzia delle Entrate territorialmente competente.

Nel caso in esame la proprietà spetta, nel rispetto delle quote che la legge riserva ai legittimari, al coniuge che vi ha anche il diritto di abitazione e ai figli che vanno, quindi, qualificati come nudi proprietari.


P. C. chiede
venerdì 03/11/2017 - Piemonte
“Permane il diritto di abitazione, a favore del coniuge superstite, sulla casa adibita a residenza familiare ex art. 540, secondo comma, in caso di trasferimento della residenza del coniuge superstite ad altro indirizzo (esempio casa di riposo), sia prima che dopo il decesso del coniuge?
É compreso nel diritto di abitazione l’uso di beni mobili (esempio: capi di abbigliamento, libri, quadri ed, in generale, oggetti di arredamento non strettamente necessari alla vita quotidiana)?”
Consulenza legale i 13/11/2017
In qualità di legatario il coniuge beneficia dei diritti di uso e di abitazione sulla residenza familiare ai sensi dell’art. 540 c.c. 2° comma e sui beni mobili che la corredano.
La ratio di questa disposizione è quella di offrire una tutela al coniuge vedovo, non proprietario, tutela che investe non tanto l’aspetto economico (quello di lasciare al coniuge la disponibilità del bene immobile), ma piuttosto quello morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare.
In una recente sentenza la Cassazione si è pronunciata con riguardo all’abbandono della casa coniugale da parte di un coniuge, a seguito della separazione, specificando che “deve ritenersi che, in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l'impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell'attribuzione dei diritti in parola.
Se, infatti, per le ragioni esposte, il diritto di abitazione (e il correlato diritto d'uso sui mobili) in favore del coniuge superstite può avere ad oggetto esclusivamente l'immobile concretamente utilizzato prima della morte del "de cuius" come residenza familiare, è evidente che l'applicabilità della norma in esame è condizionata all'effettiva esistenza, al momento dell'apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare; evenienza che non ricorre allorchè, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi

(Cass. 13407/2014).

Anche nel caso oggetto della presente consulenza, già prima della morte del coniuge, era venuto meno il presupposto di applicabilità della norma in parola: la convivenza e la destinazione dell’immobile in parola alla coabitazione familiare; ragion per cui deve negarsi permanga il diritto d'abitazione e d'uso della casa familiare.

Per quanto attiene poi al diritto d’uso dei beni che corredano l’abitazione, il riferimento deve farsi a tutti quei beni che hanno una relazione accessoria rispetto all’abitazione: dunque non vi possono rientrare i beni personali del de cuius come gli abiti ed i gioielli.
Sicuramente invece vi rientrano i quadri, ed anche gli oggetti di arredamento non strettamente necessari alla vita quotidiana.

Andrea M. chiede
martedì 09/05/2017 - Lombardia
•Area unioni-civili-convivenza
•Quesito: Legge 76 del 2016.
Immobile di proprietà 50% padre e 50% madre. Muore la madre nel 2010 e l'immobile per successone legittima va per il75% al padre e per il 25% all' unica figlia sposata. dal 2014 il padre convive con una signora divorziata. la convivenza > non e stata certificata all'anagrafe. nel 2017 il padre muore e la figlia per successione legittima diventa proprietaria dell'intero immobile.la signora "convivente" acquisisce il diritto di uso dell'abitazione in base alla legge 76 2016 ?. Tale diritto di abitazione/uso e' applicabile nel caso in questione essendo l'immobile in comproprietà fra padre e figlia ?.”
Consulenza legale i 16/05/2017
In primo luogo va detto che la recente Legge n. 76/2016 non disciplina solamente le unioni civili ma altresì le cosiddette “convivenze di fatto”.

L’unione civile è una “formazione sociale” che viene costituita formalmente “mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni” (art. 1 della citata legge).
L'unione civile tra persone dello stesso sesso è quindi certificata dal relativo documento attestante la costituzione dell'unione, che deve contenere i dati anagrafici delle parti, l'indicazione del loro regime patrimoniale e della loro residenza, oltre ai dati anagrafici e alla residenza dei testimoni.
All’unione civile sopra definita si applicano anche le disposizioni del codice civile relative ai legittimari e dunque anche l’art. 540 del cod. civ. sul diritto di abitazione della casa familiare del coniuge superstite: “(…) Al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. (…)”.

Le convivenze di fatto, invece, sono disciplinate dagli articoli 36 e seguenti della legge n. 76/2016, dove i “conviventi di fatto” sono definiti “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile.
Il comma 42 dell’articolo 1 stabilisce, per quel che qui interessa, che “Salvo quanto previsto dall'articolo 337-sexies del codice civile, in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.
43. Il diritto di cui al comma 42 viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto.
Pertanto, come si può leggere, è riconosciuto il diritto di abitazione anche al convivente superstite, diritto assimilabile in tutto e per tutto a quello di cui all’art. 540 cod. civ. ad eccezione della durata.

Il problema, tuttavia, nel caso in esame è dato dall’esistenza di uno stato di comproprietà dell’immobile, mentre il de cuius era in vita, con la figlia di quest’ultimo.
Nessuna questione, in effetti, si porrebbe se l’immobile fosse stato in comproprietà tra il convivente defunto e quello superstite.
Ma la figlia del defunto, non essendo parente della convivente superstite, va considerata soggetto “terzo” rispetto a quest’ultima ed alla situazione giuridica in esame.

Ebbene, la giurisprudenza e la dottrina (ovvero gli studiosi del diritto) hanno dibattuto a lungo sul tema, che rimane ancora, in realtà, piuttosto controverso.
Si può affermare, in ogni caso, che la Corte di Cassazione sia giunta alla conclusione negativa in merito al riconoscimento del diritto di abitazione in un caso come quello in esame.
La sentenza di riferimento è la n. 6691 del 23/5/2000 (si veda, sostanzialmente conforme, anche la successiva Cassazione civile, sez. II, 30/07/2004, n. 14594), la quale effettua una lunga disamina delle varie posizioni dottrinali sul punto, e della quale si riportano di seguito le parti più significative ai nostri fini.

Si tenga ben presente, in ogni caso, che la giurisprudenza fa riferimento a situazioni di coniugio e non di convivenza: dato, però, lo spirito ed il contenuto della legge n. 76/2016, ad avviso di chi scrive dovrebbero valere per le convivenze di fatto i medesimi principi enunciati per i rapporti di coniugio.

Questo il testo della citata sentenza: “Questa Corte deve pertanto esaminare il problema del se al coniuge superstite, non importa se sposato in prime o in seconde nozze, spettino i diritti di abitazione e di uso degli arredi anche quando la casa coniugale non fosse in proprietà esclusiva del coniuge defunto o in comunione tra coniugi, bensì in comunione tra il de cuius e terzi. Diritti che, riconosciuti a favore del coniuge superstite a seguito delle novazioni alla normativa ereditaria introdotte dalla legge di riforma del diritto di famiglia, all'ultimo momento del suo iter formativo, costituiscono, forse proprio per questo, istituti successori fra i più discussi e incerti, oggetto di persistenti, divergenti valutazioni dottrinarie sotto vari aspetti, primo fra tatti quello dei meccanismi di acquisizione dell'attribuzione patrimoniale concessa al coniuge superstite.
In base al capoverso dell'art. 540 c.c., al coniuge superstite, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. In altri termini, condizione per la nascita dei diritti in questione è che la casa e gli arredi siano "di proprietà del defunto o comuni".
(…)
Ponendo l'accento sul contenuto economico dei diritti in discorso, la Cassazione è in un primo arresto (sent. n, 2474-87) (…), ha ammesso che il coniuge superstite, nei limiti della quota di proprietà del coniuge defunto, possa avere l'equivalente monetario del predetto diritto.
(….) Chiamata una seconda volta a pronunciarsi sul problema, la Corte di legittimità affermò che i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la arredano, previsti in favore del coniuge superstite, presuppongono, per la loro concreta realizzazione, l'appartenenza della casa e del relativo arredamento al de cuius o, in comunione, a costui e all'altro coniuge, essendo manifestamente inammissibile una loro estensione a carico di quote di soggetti estranei all'eredità nel caso di comunione degli stessi beni tra il coniuge defunto e tali altri soggetti (sent. n. 8171-91) (…)
Sulla scia di questo dictum, che il Collegio condivide, si deve pervenire alla conclusione che una direttrice interpretativa, indirizzata ad una più valida e corretta ricostruzione della norma, non può esimersi dal negare la configurabilità del diritto di abitazione in favore del coniuge superstite quando la casa familiare fosse in comunione tra il coniuge defunto e un terzo.
(…)
Deve, quindi, conclusivamente rilevarsi che la locuzione "se di proprietà del defunto o comuni" sia da interpretare "se di proprietà del defunto o comuni tra i coniugi", secondo le regole della comunione ordinaria o legale di cui agli artt.177 e segg. c.c.”.

Per rispondere, in conclusione, al quesito, la situazione di comproprietà dell’immobile – antecedente la morte del de cuius – tra quest’ultimo e la figlia, proprio in forza del principio sopra espresso nella sentenza, per il quale il dettato dell’art. 540 cod. civ. va inteso nel senso di comunione della casa familiare con il coniuge e non con un terzo soggetto (che sia parente o meno), conduce ad escludere il diritto di abitazione della convivente superstite.

Albino B. chiede
giovedì 04/05/2017 - Calabria
“Le mie due figlie maggiorenni, sono destinatarie di un lascito testamentario olografo da parte di una carissima amica di famiglia coniugata ma sola al mondo.
Il giorno 20 di aprile ultimo, ci ha lasciati.
A me, nel 2004, aveva affidato la custodia, in busta chiusa, delle sue ultime volontà:
......"nomino eredi universali: (seguono i nominativi delle mie due figlie).
Data la nostra frequentazione familiare, saremmo più o meno a conoscenza della consistenza patrimoniale e finanziaria della coppia:
1) la casa di abitazione che dalla visura per soggetto, risulta di proprietà di entrambi coniugi, in regime di comunione dei beni, in seguito a voltura del 1986. Noi abbiamo saputo sempre che detto immobile fosse di proprietà della madre di lei e che pertanto facesse parte dei "beni personali" della medesima, giacchè la madre ed il papà sono già deceduti, ragion per cui non si comprende il dante causa della acquisizione della comproprietà da parte del marito!

2) un appartamento avuto in successione esclusiva da lei, da parte di una cugina con testamento olografo, che dalla visura risulta venduto a terzi!

3) un altro appartamento al mare in Calabria costruito con il ricavato della vendita di una edicola di proprietà della medesima !

4) un consistente quantitativo di preziosi in oro e pietre personali di lei, pari a kg quattro o più !

5) conti correnti bancari e postali, titoli finanziari, probabilmente, cointestati ad entrambi!

Una autovettura importante acquistata di recente !

Abbiamo già informato il marito della esistenza di tale documento, fornendogli fotocopia dello stesso.
Ci ha informati che egli ha già provveduto a intestarsi il tutto e che pertanto deciderà lui a chi lasciare i beni di cui trattasi.
Alla luce di quanto esposto, conoscendo la leggerezza dei notai, prima di avviare la pubblicazione, abbiamo necessità di capire come muoverci, soprattutto rispetto al dettato dell'art 179 cc, poiché non è chiaro come e in base a quale titolo il marito risulti comproprietario di quanto sopra elencato !”
Consulenza legale i 11/05/2017
Vi sono, in relazione al caso di specie, due aspetti da chiarire.

Il primo è quello legato all’art. 179 cod. civ. citato nel quesito.
E’ senz’altro vero che i beni derivanti da successione non rientrano nella comunione dei coniugi, in quanto beni “personali”, proprio in forza del comma 1, lett. b, della norma. Tuttavia, la disposizione non vincola la destinazione dei beni stessi, vale a dire che se – per legge – essi automaticamente divengono di proprietà esclusiva del coniuge che li ha ereditati, quest’ultimo può in seguito, del tutto liberamente, disporne come vuole.
Nel caso di specie, i due coniugi si sono probabilmente accordati, mentre la cara amica di famiglia era ancora in vita (quasi certamente al tempo dell'apertura della successione della di lei madre) di intestarsi l’immobile ciascuno al 50%.
Infatti questo risulta dalla visura, nella quale si fa riferimento ad una voltura: trattasi sicuramente di voltura catastale, presentata dal notaio a seguito del rogito notarile che ha disposto il trasferimento di quota.
L'operazione è del tutto lecita. Probabilmente la signora ha voluto beneficiare il marito di una parta della sua, personale eredità.

Per quanto riguarda, invece, la successione dell’amica in generale, vanno fatte due osservazioni:

a) la testatrice non poteva “pretermettere” (il che significa, in gergo tecnico, escludere) totalmente il marito dalla successione: egli, infatti, rientra per legge nella categoria degli eredi “legittimari”; ovvero coloro che hanno diritto (irrinunciabile ed indisponibile) ad una parte del patrimonio del defunto in virtù del particolare rapporto di parentela che hanno con quest’ultimo. Si chiama, per legge, “quota di legittima”.
Nel caso del coniuge, è l’art. 540 cod. civ., che stabilisce: “A favore del coniuge è riservata la metà del patrimonio dell’altro coniuge, salve le disposizioni dell’articolo 542 per il caso di concorso con i figli (…)”.
Pertanto, nel caso che ci occupa, l’immobile ai coniugi cointestato – che era già al 50% di proprietà del marito – rimarrà tale per il 50%, mentre per il restante 50% sarà devoluto per la metà (25% dell’immobile) alle due eredi designate nel testamento e per l’altra metà (residuo 25%) al marito della defunta (che ariverà pertanto ad un totale 75%).

b) Il marito non poteva intestarsi tutti i beni ereditari e se lo ha fatto è incorso in violazione di legge: il testamento, infatti, anche se egli è stato escluso, è e rimane comunque valido ed efficace fino a che non venga impugnato.
Perciò il legittimario pretermesso (quindi il marito, nel nostro caso) doveva correttamente agire in un diverso modo: impugnare il testamento davanti al Giudice, facendo valere il proprio diritto alla quota di legittima, attraverso un’azione chiamata di “riduzione”, disciplinata dagli articoli 553 e seguenti del codice civile: “Le disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il defunto poteva disporre sono soggette a riduzione nei limiti della quota medesima” (art. 554 cod. civ.).
L’azione rende inefficaci nei confronti del legittimario le disposizioni testamentarie lesive della sua quota di legittima e consente di rideterminare le porzioni spettanti a tutti per poi assegnarle in modo corretto.

Si consiglia, quindi, di procedere con la pubblicazione del testamento e di far seguire una formale lettera di diffida al marito della testatrice nella quale si esporrà la situazione, spiegando quali siano i diritti dei vari soggetti coinvolti, richiedendo la restituzione alle due eredi designate della quota parte di beni mobili dei quali il marito si è illegittimamente appropriato nonché invitando quest’ultimo a collaborare per la re-intestazione dell’immobile secondo le quote più sopra indicate).
Se il marito non dovesse collaborare spontaneamente, bisognerà muovergli causa per l’accertamento dei diritti successori e le conseguenti condanne.

Anonimo chiede
martedì 18/04/2017 - Abruzzo
“G.le redazione,
a seguito del decesso di mia madre, ha lasciato la casa coniugale di sua proprietà, quindi ora spettante per 1/3 a mio padre e 2/3 a me e mio fratello. Per quanto ho capito documentandomi, lui gode del "diritto di residenza". Fin qui tutto chiaro.
Il problema sorge nel momento in cui lui (mio padre), dopo neanche quattro mesi dal decesso di mia madre, inizia a far frequentare la casa da un altra donna in modo sistematico, per 3-4-5 giorni a settimana, il restante dei quali torna a casa sua, in un altra città distante un centinaio di chilometri, per recarsi al lavoro. Tale frequentazione è a titolo sentimentale e non per servizi di governance della casa e professionale.
Io e mio fratello ci opponiamo alla frequentazione di questa donna nella casa coniugale, originariamente della famiglia di mia madre, in quanto lo viviamo come una gravissima e palese mancanza di rispetto alla memoria di nostra madre.
Possiamo io e mio fratello impugnare diritto di residenza e pretendere che se tale frequentazione debba continuare, venga pure fatta ma altrove?
Grazie!”
Consulenza legale i 25/04/2017
Va preliminarmente specificato che quello di cui gode il padre non è un diritto di residenza ma più propriamente il “diritto di abitazione” di cui all’art. 540 cod. civ., in forza del quale al coniuge superstite, anche quando concorra con altri chiamati all’eredità, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano (se tali beni erano in comunione con il coniuge defunto).

Il diritto di abitazione - disciplinato, più in generale, dall’art. 1022 cod. civ. - non attribuisce il diritto di usare e godere del bene come si preferisca (come nel caso dell’usufrutto), ma è soggetto – al contrario – a dei limiti ben precisi.

La norma, infatti, in primo luogo stabilisce che colui che gode del diritto in questione può abitare nell’immobile solo con la propria famiglia; in secondo luogo, egli può servirsi della casa soltanto nella misura occorrente ai bisogni suoi e della sua famiglia, tanto che può occupare con i propri familiari esclusivamente le parti della casa la cui utilizzazione si renda necessaria e sufficiente per il soddisfacimento di questi bisogni.

Già da quanto sopra chiarito risulta evidente che, nel caso che ci occupa, non è consentito al vedovo far entrare nella casa familiare e sulla quale insiste la comunione ereditaria un’estranea, a maggior ragione se lui stesso non vi abita stabilmente.
D’altra parte: “La ratio dell'art. 540 c.c. è da rinvenire non tanto nella tutela dell'interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto dell'interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, delle relazioni sociali e degli status simbols goduti durante il matrimonio.” (Cassazione civile, sez. II, 22/10/2014, n. 22456).

In ogni caso, quand’anche il padre non godesse del diritto di abitazione ai sensi del 540 cod. civ., egli non avrebbe comunque la libertà di far entrare chiunque in casa senza il consenso degli altri comproprietari.
Sull’uso e l’amministrazione della cosa comune (articoli 1102 cod. civ. e seguenti) i comunisti devono essere d’accordo.
La donna di cui si parla nel quesito potrà accedere all’immobile solo quando è presente il vedovo ed intrattenersi presso l’appartamento con lui per qualche tempo, ma non può entrare quando lui non c’è e soprattutto non può disporre delle chiavi dell’appartamento utilizzandolo a proprio piacimento.
D’altra parte, il vedovo non potrebbe obiettare che egli ha il diritto di ospitare la donna nella parte di casa corrispondente alla sua quota di proprietà del bene: nelle comunioni ereditarie, infatti, le quote di proprietà degli eredi non si possono identificare fisicamente con delle porzioni di proprietà, quindi il suddetto ragionamento non avrebbe alcun fondamento giuridico.

L’unica possibilità, per il vedovo, di fare entrare la donna o qualunque altro terzo estraneo nella casa comune è quella di acquistare le altre quote di quest’ultima dai figli e liquidarne loro il valore, divenendone proprietario esclusivo.
Nel caso in cui la situazione descritta nel quesito dovesse reiterarsi, i figli comproprietari saranno poi legittimati a denunciare la signora per violazione di domicilio (art. 614 c. p.).

Anonimo chiede
venerdì 08/04/2016 - Toscana
“Buongiorno. Sono (omissis).Vi chiedo gentilmente quanto segue. Mia zia, sorella di mia Madre, sposata, senza figli, ha lasciato un testamento olografo,da lei scritto a mano nel (omissis), già pubblicato con atto notarile a (omissis), un mese dopo la morte di zia, nel quale in relazione alla casa di sua esclusiva proprietà, in quanto ricevuta se non erro tramite donazione da sua madre, nostra nonna, cinque anni prima di contrarre matrimonio con suo marito, tra l'altro ancora in vita, ha lasciato appunto l'usufrutto di questa casa a suo marito, e la piena proprietà a me e mio fratello. Il marito, in virtù di non so cosa, avanza lesione di legittima sull appartamento, dove abitava con zia, e dove dice di avere diritto di abitazione, ovvero chiede impugnando il testamento che gli venga riconosciuto il valore del 50% dell appartamento. A parere mio e di mio fratello, non dovrebbe essere così in virtù del fatto che tale appartamento, non dovrebbe rientrare in regime di comunione, ved. art.179 c.c. dato che zia lo aveva ereditato 5 anni prima del matrimonio. Nello stesso testamento olografo, in virtù di un altro cespite,questo acquistato dopo il matrimonio,ha lasciato sempre l usufrutto pieno a suo marito, e per quanto riguarda la sua spettanza, ovvero il 50% del valore, come nuda proprietà a noi.Tra l l altro il marito, ci ha invitati ad una mediazione,alla quale si è presentato solo al primo incontro, e poi ha disertato tutti gli altri,dando adito al mediatore di chiudere la mediazione con esito negativo per ingiustificata e reiterata assenza della parte istante. Il problema, è che io e mio fratello, abbiamo già versato il 50% del valore della mediazione, ovvero (omissis) e questi non vogliono rilasciarci verbale, fino a quando non effettuiamo il saldo, ovvero versando altri (omissis). Ma è normale, per una mediazione, che ha avuto solo il primo incontro con la parte istante, e che non ha avuto nessun epilogo, tanto meno nessun tentativo di accordo che dovremmo versare anche questo saldo, altrimenti non ci rilasciano verbale finale? Tra l'altro, questo signore, ovvero la parte istante, per la mediazione, ha pagato solo (omissis) e per il primo incontro, e poi assolutamente più nulla... Ci sembra un po anomalo tale atteggiamento. In virtù di questa situazione, questo, dato che zia è deceduta in data (omissis), anche se consci di essere in leggero ritardo, possiamo effettuare denuncia di successione,sulla casa senza che nessuno possa arrecarci problemi successivi?Mia zia non aveva figli, ma questo,ovvero il marito, addirittura aveva tenuto nascosta a mia zia una relazione con un altra donna,con la quale aveva avuto un figlio, che ha riconosciuto ed attualmente ha (omissis) anni, cosa che confermo, mia zia, assolutamente non conosceva. Altra cosa degna di attenzione, era la disponibilità di somme di denaro, che mia zia per testamento, devolveva a me e mio fratello, disponibili presso alcuni istituti bancari. Bene, questi soldi,sono spariti tutti...Cosa possiamo eventualmente fare in merito? Desidererei vostra autorevole attenzione e chiarimento in merito. In attesa di un felice riscontro, ringrazio ed invio cordiali saluti.”
Consulenza legale i 19/04/2016
Il quesito pone diverse questioni: prima di esaminarle nel dettaglio, va velocemente chiarito che la presentazione tardiva della denuncia di successione ha come unica conseguenza la comminazione di sanzioni pecuniarie, in merito alle quali può essere, tuttavia, avviata una pratica di “ravvedimento operoso”, la quale consente la regolarizzazione della posizione col beneficio di una riduzione dell’importo delle sanzioni.

Ciò detto, la prima questione riguarda i diritti che può vantare il coniuge superstite rispetto alla moglie defunta: esaminiamo, dapprima, le norme applicabili al caso concreto per poi individuare le soluzioni più appropriate ai quesiti posti.
Il marito rientra nella categoria degli eredi cosiddetti “legittimari”, ovvero quelli ai quali la legge riserva, senza possibilità di deroghe da parte del testatore, una determinata quota di eredità (appunto “quota/porzione di riserva”); la parte, invece, di eredità della quale il testatore può disporre come vuole si chiama “quota/porzione disponibile” od anche, più sinteticamente, “disponibile”.

Tra i legittimari, il coniuge, in particolare, ha diritto (art. 540 c.c.):
a) a metà del patrimonio dell’altro coniuge defunto (in assenza di figli, come in questo caso); “metà del patrimonio” va inteso come la metà del valore dell’intera eredità: si noti bene che si parla di valore perché la “quota di legittima” va soddisfatta in senso quantitativo e non qualitativo, ovvero il testatore può soddisfare il legittimario con beni di qualsiasi natura, purché compresi, evidentemente, nell’asse ereditario. Quindi non necessariamente con immobili ma anche solo con denaro o altri beni mobili che però, nel loro complesso, abbiano una valore corrispondente, appunto, alla “quota di legittima del coniuge” (50% del valore dell’eredità).
b) anche in presenza di altri eredi, al diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui beni mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.

Per quanto riguarda, in particolare, il diritto di abitazione, si tratta di una forma di tutela molto ampia accordata dal legislatore al coniuge superstite: l’immobile, infatti, non necessariamente deve rientrare nella comunione legale dei coniugi ma può anche essere (come dice espressamente la norma) unicamente di proprietà del defunto (pertanto, può trattarsi anche di un bene che rientrava, mentre il defunto era ancora in vita, tra quelli suoi personali ex art. 179 c.c. e non in comunione).
Inoltre – e questo è molto rilevante – il valore del diritto di abitazione va a “gravare” sulla “porzione disponibile”. Cerchiamo di spiegarlo con parole semplici: il diritto di abitazione ha un vero e proprio valore monetario, che si calcola utilizzando determinati coefficienti; questi ultimi sono gli stessi elaborati per il calcolo del valore del diritto di usufrutto.
Una volta calcolato il valore del diritto di abitazione, si verifica se quest’ultimo corrisponda al valore della “porzione disponibile” oppure lo superi: se corrisponde, allora il coniuge superstite avrà diritto sia al diritto di abitazione che alla sua intera quota di riserva (50% del patrimonio del coniuge defunto); se viceversa (ma è raro che accada) il valore del diritto di abitazione supera quello della “porzione disponibile”, esso andrà ad intaccare la quota di riserva del coniuge, il quale in tal caso avrà diritto alla differenza (50% del valore del patrimonio del coniuge defunto meno il valore del diritto di abitazione che eccede la quota disponibile). Se anche la porzione di riserva del coniuge superstite non dovesse bastare, si andrà ad intaccare quella degli altri legittimari (ma nel caso di specie non ve ne sono).

Il diritto di usufrutto su di un bene immobile, consiste nel potere di godere della cosa altrui, nel rispetto della sua destinazione economica (art. 981 c.c.), ma anche il diritto di abitazione (art. 1022 c.c.) è un diritto di godimento su cosa altrui, tuttavia di contenuto più ridotto, perché incontra due limitazioni:
1) il titolare può utilizzare l’abitazione solamente dimorandovi con la propria famiglia;
2) il titolare può servirsene solo nella misura occorrente per far fronte ai bisogni suoi e della famiglia.
Nella fattispecie che ci occupa, pertanto, per individuare la soluzione al primo problema (se siano fondate o meno le pretese del marito della defunta), va detto che il diritto di abitazione è stato rispettato, dal momento che l’usufrutto assegnato dalla moglie defunta al marito sull’appartamento dove vivevano insieme ricomprende certamente anche il diritto di abitazione. Del tutto errato, pertanto, è il ragionamento del marito che pretende il 50% dell’immobile per sé: egli gode dell’abitazione familiare, nel rispetto dell’art. 540 c.c., ed avrà diritto al 50% del patrimonio della moglie ma non necessariamente della titolarità dell’appartamento. Occorrerà, quindi, per verificare se i suoi diritti successori siano stati lesi, dapprima procedere con il calcolo esatto del valore delle quote di riserva e della disponibile; dopodiché si dovrà calcolare, secondo le modalità sopra descritte, il valore del diritto di abitazione di cui egli gode e verificare se questo valore leda o meno la sua quota di legittima, tenendo conto altresì dell’altro lascito (secondo immobile con usufrutto).

Per quanto riguarda, invece, la procedura di mediazione, il marito della defunta l’ha esperita in quanto obbligatoria per legge (Decreto Legislativo n. 28/2010) ogni qualvolta si voglia intentare in giudizio in materia di successioni ereditarie. Il previo esperimento della procedura di mediazione è condizione di procedibilità della domanda avanti al Giudice.
La norma lascia un certo margine di discrezionalità a ciascun Organismo di mediazione per quel che riguarda le modalità concrete di svolgimento del procedimento, stabilendo solamente poche regole. Tra queste, l’art. 11, punto 4, indica: “Se la conciliazione non riesce, il mediatore forma processo verbale con l'indicazione della proposta; il verbale è sottoscritto dalle parti e dal mediatore, il quale certifica l'autografia della sottoscrizione delle parti o la loro impossibilità di sottoscrivere. Nello stesso verbale, il mediatore dà atto della mancata partecipazione di una delle parti al procedimento di mediazione. 5. Il processo verbale è depositato presso la segreteria dell'organismo e di esso è rilasciata copia alle parti che lo richiedono”.
Le spese di mediazione variano a seconda del valore della lite: in materia è intervenuto il Decreto Ministeriale n. 180/2010 relativo ai criteri per determinare le indennità nella mediazione civile e commerciale, che all’articolo 16 così stabilisce: “L'indennità comprende le spese di avvio del procedimento e le spese di mediazione.
2. Per le spese di avvio, a valere sull’indennità complessiva, è dovuto da ciascuna parte un importo di euro 40,00 che è versato dall’istante al momento del deposito della domanda di mediazione e dalla parte chiamata alla mediazione al momento della sua adesione al procedimento.
3. Per le spese di mediazione è dovuto da ciascuna parte l'importo indicato nella tabella A allegata al presente decreto.
4. L'importo massimo delle spese di mediazione per ciascun scaglione di riferimento, come determinato a norma della medesima tabella A:
a) può essere aumentato (…)
9. Le spese di mediazione sono corrisposte prima dell'inizio del primo incontro di mediazione in misura non inferiore alla metà. Il regolamento di procedura dell'organismo può prevedere che le indennità debbano essere corrisposte per intero prima del rilascio del verbale di accordo di cui all'articolo 11 del decreto legislativo. In ogni caso, nelle ipotesi di cui all'articolo 5, comma 1, del decreto legislativo, l'organismo e il mediatore non possono rifiutarsi di svolgere la mediazione (6).
10. Le spese di mediazione comprendono anche l'onorario del mediatore per l'intero procedimento di mediazione, indipendentemente dal numero di incontri svolti. Esse rimangono fisse anche nel caso di mutamento del mediatore nel corso del procedimento ovvero di nomina di un collegio di mediatori, di nomina di uno o più mediatori ausiliari, ovvero di nomina di un diverso mediatore per la formulazione della proposta ai sensi dell'articolo 11 del decreto legislativo.
La tabella A allegata al predetto decreto è la seguente:
Valore della lite Spesa (per ciascuna parte)
Fino a Euro 1.000 Euro 65
da Euro 1.001 a Euro 5.000 Euro 130
da Euro 5.001 a Euro 10.000 Euro 240
da Euro 10.001 a Euro 25.000 Euro 360
da Euro 25.001 a Euro 50.000 Euro 600
da Euro 50.001 a Euro 250.000 Euro 1.000
da Euro 250.001 a Euro 500.000 Euro 2.000
da Euro 500.001 a Euro 2.500.000 Euro 3.800
da Euro 2.500.001 a Euro 5.000.000 Euro 5.200

Sotto questo profilo, il decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (cosiddetto decreto “del fare”, convertito in legge 9 agosto 2013 n. 98) aveva apportato delle modifiche alla legge sulla mediazione, introducendo la gratuità del primo incontro di programmazione in caso di mancato accordo; tuttavia, il Consiglio di Stato, con Ordinanza n. 1694 del 22 aprile 2015, ha invece affermato che sono sempre dovute, per il primo incontro di mediazione, le spese di avvio e le spese vive documentate.
Sembra che queste ultime non debbano intendersi, tuttavia, come comprensive dell’onorario del mediatore per l’intero procedimento ma solamente quali residue spese generali di avvio sostenute dal mediatore stesso.
Per comprendere, dunque, se nella fattispecie concreta al nostro esame vi siano state o meno delle irregolarità da parte dell’Organismo di mediazione per quanto riguarda le spese addebitate, oltre che su tempi e condizioni delle richieste di pagamento, si può affermare che sicuramente erano dovuti da chi ha promosso il procedimento gli € 40,00 per diritti di cancelleria, importo che, tuttavia, anche i soggetti invitati avrebbero dovuto versare; per quel che riguarda, invece, l’altro e ben maggiore importo pagato (€ omissis), sembrerebbe trattarsi (nonostante l’importo non certo esiguo) delle menzionate spese generali di avvio di cui all’ordinanza citata. Per essere più precisi ed esatti, tuttavia, sarebbe necessario visionare il regolamento dell’Organismo di mediazione coinvolto nella controversia in oggetto il quale, come detto, contiene le regole interne applicate al procedimento.

Per quanto concerne, ancora, il figlio che il marito della defunta ha avuto con un’altra donna, questi non potrà vantare alcun diritto di successione sul patrimonio ereditario di cui si sta parlando: potrà solamente vantare diritti sull’eredità paterna, al momento della morte del padre.

Infine, in ordine alle somme scomparse, non avendo ulteriori elementi a disposizione, non resta che sporgere denuncia contro ignoti, fornendo, in sede di redazione della denuncia, all’Autorità di Polizia Giudiziaria tutte le circostanze note che potrebbero aiutare nelle indagini.

Paolo S. chiede
mercoledì 24/02/2016 - Liguria
“Gentile redazione, mio padre alla sua morte mi ha lasciato in eredita' (in base a testamento pubblicato ma non ancora accettato con acquiescenza da parte degli eredi) oltre a 2 appartamenti, un terzo appartamento in cui aveva la sua residenza. Sua moglie (seconda moglie), pur essendo residente da sempre in un altra citta' e regione, pur avendo ereditato 3 appartamenti e usufruito dopo un mese dalla morte del de cuius ( mio padre), di una cospicua pensione di reversibilita' , ha voluto pero' esercitare in base alla legge 540, il suo diritto all'utilizzo esclusivo dell ' immobile poiche' secondo lei era la sede della loro residenza familiare. La mia prima domanda e': in base a quale criterio la moglie puo dimostrare che quella dove era residente mio padre e' la Residenza Familiare, essendo essa residente in altro luogo dove spesso mio padre , con lei, soggiornava ed essendo la stessa non presente per vari periodi dell' anno nell'abitazione di residenza di mio padre lasciandolo quindi spesso da solo?
La seconda domanda e': qualora essa , potesse per qualche motivo , vantare ed esercitare , tale diritto abitativo nell' immobile da me ereditato, potrebbe il sottoscritto avere comunque diritto, avendo preso la residenza dopo la morte del de cuius nello stesso immobile, alla coabitazione con la moglie ( vedova ) del de cuius , o invece quest ultima potrebbe impedirlo poiche ' il suo e' un diritto di abitazione esclusivo?
Terza ed ultima domanda, se per ipotesi , pur essendo io, attualmente domiciliato in affitto in altro appartamento, decidessi, con mia moglie e mia figlia di 2 mesi, di trasferirmi nell'appartamento in questione, avuto , ripeto, in eredita' da mio padre, avendone le chiavi ed approfittando dell' assenza della moglie ( vedova ) , spesso assente, a quali conseguenze andremmo incontro io e mia moglie, se al suo rientro, trovandoci all'interno insieme a nostra figlia, chiamasse la forza pubblica per obblogarci ad uscire? Cordiali Saluti”
Consulenza legale i 29/02/2016
Il diritto di abitazione rappresenta un diritto reale di godimento su cosa altrui attraverso il quale il titolare (habitator) può abitare una casa limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia (art. 1022 del c.c.). Il diritto d'abitazione ha natura strettamente personale, quindi la titolarità ed il godimento dell'immobile spettano unicamente all'habitator e alla sua famiglia che potranno alloggiarvi limitatamente ai propri bisogni.

In ambito successorio, il codice civile prevede, all'art. 540, un'ipotesi di costituzione legale del diritto di abitazione precisando che al coniuge del defunto, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano.

Si precisa che la titolarità del diritto di abitazione riconosciuto dall’art. 540 comma 2 c.c. al coniuge superstite sulla casa adibita a residenza familiare costituisce ex lege oggetto di un legato e viene attribuito immediatamente all’apertura della successione secondo la regola dei legati di specie ex art. 649 c.c.. Non è quindi il coniuge superstite che può scegliere di usufruire del diritto di abitazione, ma gli viene riconosciuto dalla legge.

La ratio della disposizione si può cogliere nell’esigenza di tutelare le abitudini di vita del coniuge rimasto in vita ed evitargli l'ulteriore danno, psicologico e morale, che potrebbe derivare dal dover abbandonare l'alloggio abituale. Il presupposto, quindi, del diritto di abitazione dell’immobile coincide con il fatto di aver fissato la residenza familiare proprio nell’immobile de quo, in quanto con il termine "casa" il legislatore ha voluto intendere la casa abitata in maniera prevalente e duratura dalla famiglia.
Restano, pertanto, escluse le seconde case.

Ai fini della risposta al quesito, appare opportuno precisare che per residenza familiare si intende quella che i coniugi hanno scelto di comune accordo e che rileva altresì ai fini fiscali (si pensi al concetto di prima casa, rilevante per le relative agevolazioni). Infatti, i coniugi possono conservare differenti residenze anagrafiche ai sensi dell'art. 43 del c.c. rappresentando però sempre un unico nucleo familiare. La scelta della residenza familiare, inoltre, deve essere effettuata nell’ottica della salvaguardia delle esigenze di ambo i coniugi e "quelle preminenti della serenità della famiglia" (così Cass. Civ. sez. I, n. 24574/2008). Nel caso di specie, la seconda moglie in qualità di coniuge superstite potrà dunque invocare con qualsiasi mezzo probatorio la sussistenza di un accordo con il marito defunto per la fissazione della residenza familiare proprio in quell’immobile, nonostante avesse una residenza anagrafica diversa. Visto da un'altra prospettiva, si potrà parimenti contestare con qualsiasi mezzo il fatto che i coniugi avessero fissato in quell’immobile la loro residenza familiare.

Ove l’immobile, come nel caso di specie, sia stato attribuito ad un erede diverso dal coniuge superstite, è bene precisare che l’erede attributario riveste la qualifica di “nudo proprietario” di fatto, mentre il coniuge superstite gode di un diritto esclusivo di abitazione, potendo fruire interamente della casa coniugale così come ne aveva fruito con il de cuius, pur essendogli preclusa la cessione del diritto di abitazione o la locazione dell'immobile.
Pertanto, non è possibile obbligare il coniuge superstite alla coabitazione con l’erede titolare della nuda proprietà dell’immobile e con la sua famiglia. Al contrario, il coniuge superstite titolare del diritto di abitazione ha tutta la facoltà di escludere dall’uso dell’immobile l’erede attributario.

Nel caso di specie, si potrebbe peraltro suggerire di monetizzare il diritto di abitazione della seconda moglie del de cuius, offrendo l’equivalente monetario del diritto medesimo (quantificabile con l'ausilio di un tecnico) e ottenendo così la piena disponibilità dell’immobile.

Francesco A. chiede
martedì 19/01/2016 - Marche
“Chiedo aiuto per risolvere una questione di natura tributaria.
Trattasi di immobile del quale è stata donata la nuda proprietà ad un figlio da anni riservando l'usufrutto ai genitori:
Situazione al 31/12/2015:
Padre: Usufruttuario al 50% (senza diritto di accrescimento)
Madre: Usufruttuario al 50% (senza diritto di accrescimento)
Figlio: Nuda proprietà al 100%
Al decesso del padre il (2016), è stata fatta una voltura catastale che trasforma come di seguito le quote catastali:
Madre: Usufruttuario al 50% (senza diritto di accrescimento)
Figlio: Nuda proprietà al 50%
Figlio: Proprietario al 50%
Il comune informa il contribuente che probabilmente non potrà avere la possibilità di far dichiarare alla madre l'abitazione in cui risiede solo la signora ed è la casa coniugale (il figlio risiede in altro comune dal 2015) come coniuge superstite, consegnandogli una risposta nel quale citano l'Art. 540 del Codice Civile (libro II - delle successioni), nel quale si cita che "Al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza famigliare e di uso sui mobili che lo corredano, se di proprietà del defunto o comuni. Tali diritti gravano sulla porzione disponibile e, qualora questa non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente sulla quota riservata ai figli." Continua poi affermando che "Nel caso in cui la casa adibita a residenza famigliare sia di proprietà di un terzo (ovvero in comproprietà tra il defunto ed un terzo, per es. un figlio) i diritti d'uso ed abitazione a favore del coniuge non si costituiscono. Il diritto di abitazione, quindi, si forma solo qualora si presenti una delle seguenti fattispecie:
- alloggio posseduto interamente da solo coniuge deceduto;
- alloggio posseduto in comproprietà dai soli due coniugi (senza alcun intervento di altri soggetti anche nel caso di nuda proprietà)."
Secondo voi, mia madre non ha diritto di dichiarare al 100% l'immobile come coniuge superstite ai fini IMU e TASI? Ha diritto per il 50% ed io dovrò provvedere a versare il restante come fabbricato generico?”
Consulenza legale i 25/01/2016
Il diritto di abitazione del coniuge superstite è riconosciuto dall'art. 540 c.c. al ricorrere di alcuni presupposti, vale a dire:
- l'esistenza di un rapporto di coniugio;
- il fatto che la casa fosse adibita a residenza familiare;
- il fatto che la casa ed i mobili che la corredano fossero di proprietà del defunto o comuni.

In ordine a tale ultimo profilo la giurisprudenza si è chiesta se i beni possano essere comuni tra il defunto ed un terzo ovvero possano esserlo solo tra il de cuius ed il coniuge, arrivando ad aderire a tale ultima soluzione (Cass. 6691/2000, Cass. 8171/1991). La risposta fornita al richiedente sembra far leva proprio su questa impostazione giurisprudenziale.

Peraltro, nel caso di specie, la situazione è la seguente: il de cuius, al momento del decesso, non era proprietario dell'immobile ma titolare del solo diritto di usufrutto sul 50% dello stesso. L'usufrutto va tenuto distinto dal diritto di proprietà: quest'ultimo è il diritto di godere e disporre in modo pieno ed esclusivo del bene (art. 832 del c.c.), il primo è un diritto sul bene (diritto reale) ma limitato, che consente al titolare di godere del bene e trarne i frutti (art. 981 del c.c.), e che limita il diritto del proprietario che viene ad essere nudo proprietario.

Pertanto, poiché l'art. 540 c.c. presuppone la proprietà del de cuius sul bene, manca nel caso sottoposto all'esame un presupposto per la sua applicazione, cioè il titolo di proprietà del bene, essendo egli solo usufruttuario. Sulla base di ciò si può ritenere che vada escluso il diritto di abitazione su questo bene a favore del coniuge superstite.

In ogni caso dalla descrizione si evince che sul bene coesistono il diritto di usufrutto della madre per il 50% (al quale corrisponde il 50% di nuda proprietà del figlio) ed il 50% di piena proprietà del figlio. Pertanto, anche ai fini della tassazione IMU e TASI, si potranno far valere entrambe queste situazioni, in modo da calcolare sulla base di esse quanto dovuto, in relazione alle disposizioni di legge ed alle eventuali delibere adottate in materia dal Comune in cui è sito l'immobile.

SILVANO M. chiede
sabato 19/12/2015 - Veneto
“Spett. le Studio di consulenza legale, espongo il mio problema per il quale desidero avere una consulenza a pagamento. Dal decesso di entrambi i genitori avvenuto due anni fa, sono comproprietario con mio unico fratello di una casa in campagna dove lui ci vive con sua moglie ed un figlio di lei, mentre io vivo in altra abitazione di mia proprietà. A mio fratello purtroppo è stata diagnosticata una malattia che non gli concederà speranze di vita. Poichè alla sua scomparsa, è mia intenzione vendere la casa per ricavare la mia quota di capitale, chiedo se sua moglie in questo caso avrà il diritto di abitazione che in tal caso pregiudicherebbe la mia facoltà di vendita. Specifico che la moglie e suo figlio in questo momento non hanno ancora la residenza anagrafica ma l'hanno richiesta recentemente presso il comune. L'ufficio anagrafe del comune ha interpellato anche me in quanto comproprietario dell'immobile, poichè pare che in base ad una norma del 2014 per ottenere la residenza anagrafiche è necessario anche l'assenso dei proprietari.
Chiedo inoltre se è opportuno che in seguito alla sua richiesta di residenza io esprima il mio parere favorevole, oppure in previsione dei fatti di cui sopra sia conveniente esprimere il mio dissenso.”
Consulenza legale i 28/12/2015
L'art. 5 d.l. 47/2014 (convertito, con modificazioni, dalla l. 80/2014) esclude che chi occupa abusivamente un immobile possa ottenere la residenza (così come l'allacciamento ai servizi pubblici). Di conseguenza, la residenza si può ottenere solo dimostrando di occupare il bene in base ad un titolo idoneo: da qui la richiesta, da parte del comune, del consenso del proprietario/i per concedere la residenza ai soggetti indicati.

Il richiedente la consulenza legale intende vendere l'immobile quando il di lui fratello sarà venuto meno. Come egli stesso intuisce, è prudente negare il consenso richiesto dal comune, in quanto certamente, presto o tardi, egli potrebbe essere con buona probabilità penalizzato dal fatto che nell'alloggio risiedano alcuni soggetti.

Quanto al diritto di abitazione del coniuge superstite, questo diritto è riconosciuto dall'art. 540 del c.c. anche quando il coniuge concorra con altri chiamati. La ratio cui risponde l'istituto non è soddisfare un bisogno materiale quanto garantire all'avente diritto la "conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbol goduti durante il matrimonio" (C. App. Cagliari, 26/09/2005).

L'art. 540 si applica solo se vi è un rapporto di coniugio. Inoltre, è necessario che la casa fosse adibita a residenza familiare e che questa ed i mobili fossero di proprietà del defunto o comuni.

In relazione a tale ultimo aspetto, si è posto in dottrina e giurisprudenza il problema di stabilire se il bene debba essere "comune" ai soli coniugi oppure se possa essere comune anche con un terzo. In giurisprudenza alcune sentenze hanno stabilito che se l'immobile è in comproprietà tra il de cuius ed un terzo il diritto di abitazione è escluso (Cass. 6691/2000, Cass. 8171/1991). Questo perché non sarebbe ammissibile estendere le limitazioni che tale diritto comporta a soggetti terzi, estranei all'eredità. Pertanto, seguendo questo orientamento, si può affermare che nel caso di specie il diritto di abitazione della moglie non dovrebbe essere riconosciuto. Altra, più risalente, pronuncia ha invece affermato che il diritto trova solo un limite nella comproprietà, con la conseguenza che se il bene non è materialmente divisibile tale diritto va monetizzato (Cass. 2472/1987). Sarebbe pertanto da riconoscere una somma di denaro alla vedova.

Altro presupposto richiesto dall'art. 540 c.c. è che la casa fosse adibita a residenza familiare, cioè a residenza del soggetto "famiglia". Giuridicamente la residenza è il luogo in cui un soggetto ha la dimora abituale (art. 43 del c.c.). Essa si compone di un elemento oggettivo, dato dalla permanenza stabile in un luogo, ed uno soggettivo, dato dalla volontà di rimanervi in modo stabile.
In tema di diritto di abitazione la giurisprudenza tende a valorizzare un concetto di residenza familiare effettiva, quale luogo in cui i coniugi concretamente svolgevano la propria vita insieme al momento del decesso di uno di essi. Ciò si deduce, ad esempio, da Cass. 13407/2014, secondo cui il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. "ha ad oggetto la casa coniugale, ossia l'immobile che in concreto era adibito a residenza familiare. Poiché, dunque, l'oggetto del diritto di abitazione mortis causa coincide con la casa adibita a residenza familiare, esso si identifica con l'immobile in cui i coniugi - secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi- vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare". Nello stesso senso Cass. 4088/2012 (che ha escluso che il diritto possa estendersi ad un appartamento diverso, anche se situato nello stesso fabbricato).

Sulla scorta di queste considerazioni si può ritenere che, esclusivamente sotto tale profilo e fermo tutto quanto detto sopra, il diritto di abitazione potrebbe essere riconosciuto sull'immobile in cui la famiglia abita anche in mancanza di residenza anagrafica, se in quel luogo si palesasse l'effettiva residenza della famiglia.

Anna A. chiede
giovedì 26/11/2015 - Veneto
“Buongiorno, il comune di P. non riconosce a mio padre il diritto di abitazione a seguito della morte della mamma, che risiedeva da alcuni anni presso una casa di riposo per gravi motivi di salute. La casa coniugale era 50% della mamma e 50% del papa' e a seguito della successione sono state fatte le quote di proprieta' con i 4 figli. Il papa' e' il solo residente nella casa coniugale e in base al diritto di abitazione spetterebbe a lui abitare la casa e relative imposte al 100%. Diversamente il comune di P. citando l'art. 540 del cod.civile ritiene che il papa' non abbia il diritto di abitazione in quanto la mamma quando e' deceduta non aveva la residenza nella casa coniugale e di conseguenza il papa' dovrebbe pagare la Tasi al 66,67% e i figli l'imu 2° casa per la loro quota. Per far valere al papa' il suo diritto di abitazione sia da un punto di vista legale ma soprattutto morale ed affettivo, chiedo a chi posso rivolgermi per avere qualcosa di ufficiale e garantire sia il papa' che noi figli da eventuali pagamenti di multe. Cordiali saluti e grazie”
Consulenza legale i 02/12/2015
Il diritto di abitazione è riconosciuto, nel nostro ordinamento, dall'art. 540 del c.c., a favore del coniuge del defunto sulla casa adibita a residenza familiare, anche quando egli concorra con altri chiamati.
La ratio sottesa all'istituto non è di soddisfare un bisogno materiale quanto garantire all'avente diritto la "conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbol goduti durante il matrimonio" (C. App. Cagliari, 26/09/2005).

Presupposti di applicazione della norma sono: che la casa fosse di proprietà esclusiva del de cuius o in comunione con il coniuge (Cass. 6691/2000); che la casa fosse adibita a residenza familiare.
Nel caso in esame il comune contesta questo secondo presupposto a causa della degenza della moglie in casa di riposo.

Interessante a tal fine Cass. 4088/2012 che ha escluso che questo diritto possa cadere su un appartamento (pur facente parte dello stesso edificio) che sia autonomo da quello sede della vita domestica e non utilizzato a questo scopo. Questo perché il diritto in esame "può avere ad oggetto soltanto l'immobile concretamente utilizzato prima della morte del de cuius come residenza familiare".

Secondo altra pronuncia tale diritto "sorge chiaramente in esclusivo riferimento alla casa che dai coniugi era stata adibita a residenza familiare (dove il concetto di residenza, di cui all'art. 43, comma secondo, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella casa coniugale)". Infatti "l'applicabilità della norma in esame è condizionata all'effettiva esistenza, al momento dell'apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare" (Cass. 13407/2014): di conseguenza, secondo tale pronuncia, esso non spetta al coniuge separato, a causa della cessata convivenza.

Da tali pronunce possiamo trarre alcune considerazioni importanti in relazione al caso di specie. La Suprema Corte fa leva sul concetto di residenza familiare effettiva, cioè di luogo in cui i coniugi concretamente svolgevano la propria vita insieme al momento del decesso di uno di essi. Nel caso sottoposto al nostro esame, la moglie risiedeva invece già da alcuni anni presso una casa di riposo, per cui pare doversi concludere nel senso della mancanza di una residenza familiare effettiva.
E' utile ricordare come la stessa giurisprudenza (Cass. 2396/1980) abbia precisato che la residenza si compone di due elementi essenziali: il fatto, di carattere oggettivo, di permanere stabilmente in un luogo e quello soggettivo dato dalla volontà (volontarierà) di permanervi (Cass. 2936/1980).

Tuttavia, si possono provare a fare anche talune considerazioni di segno opposto.
Innanzitutto, la sentenza Cass. 13407/2014 si riferisce ad una separazione legale, mentre nel caso sottoposto sembra dedursi, al più, una separazione di fatto, dovuta alle condizioni di salute della moglie. Inoltre, è ovvio che tanto più breve è stato il periodo di vita separata tanto più agevolmente si potrà dare la prova che la casa era da considerarsi comunque residenza famigliare e che permaneva quella memoria affettiva che l'istituto vuole tutelare. In sostanza, si dovrà fare leva non tanto sulla situazione immediatamente precedente la morte del coniuge quanto su quella, protrattasi nel tempo, che ha visto per lungo tempo la famiglia svolgere nella casa la propria vita familiare.

In conclusione possiamo dire che la situazione descritta non permette di affermare con certezza che il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. a favore del marito sussiste, sebbene ci siano alcuni argomenti, seppure non solidissimi, che appaiono validamente spendibili in questo senso.

Per completezza, ricordiamo che il diritto di abitazione può anche essere costituito ai sensi dell'art. 1022 ss c.c., quale diritto reale su cosa altrui; ad esso si applicano le norme dettate per l'usufrutto, in quanto compatibili (art. 1026 del c.c.).

Il riconoscimento del diritto di abitazione produce conseguenze anche in relazione al pagamento di alcune imposte locali, per cui l'incertezza sulla sua esistenza si riflette anche in tale ambito.

Per far valere la situazione incerta che si crea sull'esatta applicazione di un tributo è possibile utilizzare lo strumento dell'interpello di cui all'art. 11 l. 212/2000, istituto di cui si riportano i punti essenziali.
Esso consente di presentare, all'ente impositore, domande specifiche e circostanziate relative a come applicare le disposizioni tributarie al suo caso concreto, quando, appunto, questa applicazione sia dubbia (co. 1). Resta fermo che l'istanza non ha effetto sulle scadenze previste dalla normativa tributaria (co.1). L'amministrazione risponde entro 120 giorni (co.1) e se non risponde opera un meccanismo di silenzio-assenso, cioè si intende che l'amministrazione concordi col comportamento tenuto o l'interpretazione fornita dal richiedente (co. 2) (pertanto è utile che nell'interpello il contribuente suggerisca l'interpretazione che ritiene corretta). La risposta vincola solo in relazione alla questione ed al soggetto richiedente ma è importante considerare che qualsiasi atto (anche di sanzione o impositivo) che sia difforme alla risposta emanata è nullo (co. 2).

NICOLO chiede
lunedì 18/06/2012 - Sicilia
“salve,desideravo un vostro parere in merito imu, essendo comproprietario della casa di famiglia (padre defunto)che risulta essere seconda casa avendone una mia,devo pagare la mia quota di tassa o deve pagarla solo la reale residente cioè mia mamma? In attesa vostra cordiale risposta porgo distinti saluti, RUSSO NICOLò PALERMO.”
Consulenza legale i 18/06/2012

In caso di successione, asi sensi dell'art. 540 del c.c. il coniuge superstite vanta il diritto di abitazione sulla casa di famiglia. Inoltre, riveste la qualifica di unico soggetto passivo dell'IMU in relazione a tale abitazione principale.

Secondo la normativa che disciplina la predetta imposta, il coniuge supestite ha diritto all'aliquota ridotta dello 0,4%, che il Comune può variare entro 0,2 punti percentuali in più o in meno, e alla detrazione d'imposta ordinaria pari a 200,00 euro.

Sul punto, merita di essere ricordata una recente pronuncia della Corte di Cassazione, la n. 1920 del 29.01.2008 con la quale la sezione tributaria ha sancito che il coniuge superstite, con l'apertura della successione, diviene titolare del diritto reale di abitazione della casa adibita a residenza familiare; quindi la titolarità del diritto sorge non a titolo successorio-derivativo, bensì a titolo costituitivo, fondato sulla qualità di coniuge che prescinde dai diritti successori.

Tale situazione di diritto rimane immutata e produce effetti anche in relazione all'Imu. Pertanto, sarà solamente il coniuge superstite a dover sopportare interamente il costo dell'imposta.


Cesare D. B. chiede
sabato 11/02/2012 - Friuli-Venezia
“E' appena decedute mia moglie( di 101 anni, io ne ho 92). Lei, ha stilato testamento con il notaio nominandomi erede universale di tutti i suoi averi. Non abbiamo figli. Il fratello di lei (87 anni) si fa insistente, non capisco perchè ! Lui ha qualche diritto sui beni di mia moglie, dopo che non si parlavano per 15 anni ? Per questo motivo Lei ha voluto fare il testamento ! Posso stare tranquillo o devo preoccuparmi di azioni legali ?
Vi ringrazio di cuore per la risposta.
Cesare DB.”
Consulenza legale i 12/02/2012

Ai sensi dell'art. 587 del c.c. il testamento è "un atto revocabile con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse". Il riconoscimento dell'autonomia testamentaria è indice di massimo rispetto della personalità del soggetto e della sua volontà da parte dell'ordinamento, che gli consente di decidere a chi attribuire i propri beni o diritti per il tempo in cui avrà cessato di vivere e non potrà più servirsene personalmente. Questo, per esempio, non era minimamente consentito in tutti i paesi del blocco comunista.

La legge riconosce solo ad alcuni stretti congiunti, detti legittimari, il diritto di succedere comunque in una quota del patrimonio del defunto, anche contro la vocazione testamentaria (e quindi la volontà del testatore). L'art. 536 del c.c. dispone, infatti, che "le persone a favore delle quali la legge riserva una quota dell'eredità o altri diritti nella successione sono: il coniuge, i figli legittimi, i figli naturali, gli ascendenti legittimi".

Alla luce di quanto esposto, nel caso di specie il fratello della defunta non ha alcun diritto nei confronti dei beni della sorella, non rientrando tra i soggetti aventi diritto alla quota di legittima ed avendo ella nominato erede universale il marito.


Francescobarlesi D. M. chiede
lunedì 04/10/2010
“Una cugina ottantaquattrenne mi ha chiesto se è giusto e legale che i parenti del defunto marito ogni due/tre mesile entrino in casa anche facendo fotografie per controllare che non manchi nulla nell'arredamento, e la sollecitino ad una puntuale manutenzione tanto della casa che degli infissi che dei mobili che la arredano, dicendole che deve provvedervi senza scusa alcuna: ho capito che sulla detta casa tale cugina ha avuto riconosciuto il solo diritto di abitazione ed uso dei mobili vita natural durante. Non sapendo cosa dire e addolorato per la sorte toccatale dopo circa 40 anni di vita coniugale, chiedo cortesemente a Voi lumi al riguardo. Grazie francesco barlesi”
Consulenza legale i 08/10/2010

Non vi è alcun diritto dei parenti del defunto di entrare in casa per effettuare le verifiche esposte.

Come dice l'art. 1025 c.c., il titolare del diritto di abitazione è tenuto unicamente a sostenere le spese necessarie per la manutenzione ordinaria dei beni, non certo a garantire l'ingresso nell'immobile al nudo proprietario ogni qualvolta questi lo desideri, foss'anche allo scopo di verificare la regolare manutenzione ordinaria dei beni.


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