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Articolo 144 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia

Dispositivo dell'art. 144 Codice civile

I coniugi concordano (1) tra loro l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia (2) secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa [29 Cost].

A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l'indirizzo concordato (3).

Note

(1) Per le decisioni fondamentali ed essenziali, i coniugi dovranno agire d'accordo; tale negozio giuridico è doveroso e vincolante, pena l'applicazione dell'art. 145 del c.c. che rimette al giudice competente le decisioni sul tenore di vita e sulla contribuzione per i bisogni familiari; extrema ratio (anche dal punto di vista statistico, trovando l'articolo testé citato rara applicazione pratica) risulterà essere la richiesta di separazione personale.
(2) Per residenza familiare si intende quella dei coniugi, la quale rileva altresì ai fini fiscali (si pensi al concetto di prima casa, rilevante per le relative agevolazioni). Infatti, pur potendo i coniugi conservare differenti residenze individuali ai sensi dell'art. 43 del c.c., il soggetto "famiglia" dovrà risiedere (ai fini fiscali, ma la ratio è estensibile) immediatamente o nei diciotto mesi dall'acquisto nel Comune in cui è ubicato l'immobile (si vedano Cass. 28 gennaio 2009 ord. n. 2109; Cass. 8 settembre 2003 n. 13085 e Cass. 28 ottobre 2000 n. 14237). La scelta della residenza familiare, inoltre, deve salvaguardare le esigenze di ambo i coniugi e "quelle preminenti della serenità della famiglia" (Cass. sez. I, n. 24574/2008).
(3) Con la formulazione del co. II il legislatore ha sottratto l'imperio unilaterale del singolo coniuge nell'attuare in maniera "sorda e rigida" (così Cass. sez. I 17710/2005) l'indirizzo della vita familiare: l'obbligo di concordare dapprima l'indirizzo, ed in seguito - pur se singolarmente - esplicarlo nei modi e nei limiti adottati d'intesa, costituiscono espressione della raggiunta parità tra i coniugi (oltretutto configurandosi, in determinati casi, una responsabilità solidale per le obbligazioni contratte nell'interesse della famiglia - Cass. 3471/2007).

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

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Consulenze legali
relative all'articolo 144 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Gaetano B. chiede
giovedì 05/05/2016 - Lazio
“Lui, libero professionista, proprietario di un immobile (1^casa-mutuo estinto) sposa (in comunione di beni) lei, impiegata, proprietaria anche essa, nello stesso Comune, di un immobile (1^ casa-mutuo estinto). I due, pur vivendo insieme da decenni in uno e usando l'altro come supporto al lavoro di lui, mantengono a tutt'oggi le rispettive residenze. Si chiede : ai fini fscali, come vanno considerati i 2 imm.li ? Entrambi 1^ casa oppure 1^ + 2^ casa ? Anagraficamente, come nucleo familiare (senza figli), debbono rivedere qualcosa ? Grazie e buon lavoro. P.S. Nel corso del pomeriggio Vi trasmetteremo, via fax, copia del dispositivo di bonifico.”
Consulenza legale i 15/05/2016
Normalmente ci si pone il problema della perdita delle agevolazione fiscali prima casa quando, in costanza di matrimonio, si acquista una nuova abitazione in comunione dei beni. Tra i requisiti richiesti dalla legge, infatti, ve n'è uno in particolare che richiede l’acquirente non sia titolare – esclusivo o in comunione - di diritti reali su altro immobile nel territorio del Comune dove si trova l’immobile oggetto dell’acquisto agevolato, oppure che non sia titolare, neppure per quote o in comunione legale, su tutto il territorio nazionale, di diritti reali su altro immobile acquistato, anche dal coniuge, con le agevolazioni medesime.

Se, tuttavia, come nel caso di specie, non si fa questione di un “nuovo acquisto” ma semplicemente i coniugi erano già proprietari ciascuno di un immobile a fiscalità agevolata prima del matrimonio – immobile che non rientra quindi in comunione, in quanto bene personale – non vi sarà il rischio della perdita delle agevolazioni sotto questo particolare profilo.

Il problema, tuttavia, si pone invece sotto un diverso profilo, ovvero quello della residenza.

Infatti, la legge prevede - tra i requisiti soggettivi da possedere per poter usufruire dei benefici fiscali – anche quello dell’ubicazione dell’immobile ad acquisto agevolato nel Comune dove il soggetto ha la propria residenza (o la trasferisca entro 18 mesi dall’acquisto).

Nel caso in esame le residenze sono state mantenute formalmente separate, pertanto ci si chiede, correttamente, se tale formale situazione (diversa da quella sostanziale, nella quale vi è coabitazione presso uno solo dei due immobili) possa essere sufficiente per non perdere i vantaggi fiscali sino ad ora goduti.

Purtroppo esiste una non corrispondenza tra il concetto anagrafico di residenza e quello che si evince dalle norme sul diritto di famiglia che incide, purtroppo, anche sull’applicazione delle norme fiscali.

La giurisprudenza di Cassazione, infatti, per orientamento consolidato ritiene che, laddove il codice civile, nelle norme che riguardano i rapporti tra i coniugi, parla di obbligo di “coabitazione”, non si riferisca al concetto anagrafico di residenza, per cui non esiste, in realtà, alcun obbligo per marito e moglie di fissare la residenza nel medesimo luogo, potendo mantenerla – come nel caso in esame – presso due abitazioni distinte.

Tuttavia, precisa ancora la Corte di Cassazione, sotto il profilo fiscale la “residenza” non può essere quella “anagrafica”, ma sarà, invece, il luogo coabitato dal nucleo familiare e che non necessariamente coincide con la residenza anagrafica.

Si riportano, di seguito, alcune pronunce molto chiare sul punto: “(…) tanto più in considerazione del fatto che i coniugi non sono tenuti ad una comune residenza anagrafica, ma reciprocamente alla coabitazione (art. 143 del c.c.), sicché un'interpretazione della legge tributaria (che del resto parla di residenza e non di residenza anagrafica), conforme ai principi del diritto di famiglia, porta a considerare la coabitazione con il coniuge acquirente come elemento adeguato a soddisfare il requisito della residenza ai fini tributari.” (Cassazione civile, sez. trib., 01 luglio 2009, n. 15426); e ancora : “In tema di imposta di registro e di relativi benefici per l'acquisto della prima casa, il requisito della residenza va riferito alla famiglia, per cui ove l'immobile acquistato sia adibito a tale destinazione non rileva la diversa residenza di uno dei due coniugi che abbiano acquistato in regime di comunione, essendo essi tenuti non ad una comune sede anagrafica ma alla coabitazione”. (Cassazione civile, sez. trib., 23 dicembre 2015, n. 25889); infine: “L’agevolazione fiscale prevista per l'acquisto della prima casa nella ipotesi in cui uno solo dei coniugi abbia la residenza nel comune dove è sito l'immobile, spetta per l'intero, sia perché uno degli elementi fisici fondamentali che assicura la formazione (art. 31) e l'unità della famiglia (art. 29) è la proprietà di una casa, sia perché in tal caso viene in evidenza come acquirente di una casa da destinare a residenza del nucleo familiare, e quindi come vero titolare del beneficio fiscale sul piano teorico, non tanto la coppia coniugale, riguardata come marito + moglie, ma “la famiglia” come entità autonoma; e, del resto, dal coordinamento degli art. 29 e 31 cost., con l'art. 144 c.c., ai sensi del quale i “coniugi fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa”, si evince chiaramente che il legislatore ha una concezione unitaria della famiglia e della sua residenza, cosicché ognuno di essi la rappresenta nella sua interezza; con la conseguenza che, se uno dei coniugi ha la residenza nel comune dov'è sito l'immobile e lo occupa, mentre l'altro coniuge per suoi motivi (ragioni di lavoro, per esempio) non ha spostato la propria residenza in detto comune, la circostanza è ininfluente ai fini della concessione del beneficio fiscale, anche in quanto, se avesse un'influenza negativa, si produrrebbero effetti contrari all'esigenza di assicurare l'unitarietà e la formazione della nuova famiglia, e l'interpretazione finirebbe per essere “anticostituzionale”. (Comm. trib. reg. Salerno, sez. IX, 28 marzo 2007, n. 232).

Per rispondere, quindi, al quesito posto, sotto il profilo fiscale le due abitazioni saranno considerate: come prima casa quella in cui i coniugi effettivamente vivono, mentre sarà seconda casa l’altra, utilizzata per esigenze lavorative; non ci sarà, in realtà, alcun obbligo di apportare variazioni formali alla situazione anagrafica: tuttavia, dev’esserci la consapevolezza che, fiscalmente, avrà rilevanza la situazione sostanziale, di fatto, e non quella risultante dai pubblici registri.

Lorenzo L. chiede
lunedì 11/01/2016 - Lazio
“Buongiorno, ho contratto regolare matrimonio a settembre, in questi giorni un amico mi ha chiesto se avessimo fatto il cambio di residenza io e mia moglie in quanto lei risulta ancora residente nella casa paterna (in S.) ed io invece a R.. Vorrei sapere se esiste un obbligo di legge per cui io e mia moglie dobbiamo avere la medesima residenza e se comunque lei deve cambiare la propria in quanto non più facente parte del nucleo familiare originario.
Cordiali saluti”
Consulenza legale i 16/01/2016
La residenza "è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale" (art. 43 co. 2 c.c.). Nell'ambito della famiglia esiste anche la residenza famigliare, cioè appunto quella in cui il nucleo familiare sviluppa la propria vita comune (tra i coniugi ed eventualmente i figli) che rileva a vari fini (ad esempio ai fini fiscali). Quando viene ad esistenza un nuovo nucleo familiare, quindi, questo ha la propria residenza in un dato luogo, nel caso dedotto si deduce a R..

Tuttavia, come detto, l'art. 43 c.c. individua la residenza di una persona dove questa ha la propria dimora abituale: si pensi, ad esempio, all'ipotesi in cui la famiglia ha stabilito come propria residenza Milano (lì si trovano i figli, che frequentano le scuole del luogo ecc.) e, al contempo, il marito lavori e perciò dimori abitualmente a Genova. In questo caso la sua residenza dovrebbe essere fissata a Genova.

Dunque, l'ordinamento non impone, in via generale, che i coniugi abbiano la medesima residenza; stabilisce però che questa coincide con la dimora abituale, ed è a questo criterio che si deve guardare. Pertanto, se la moglie del richiedente dimora abitualmente in S. questa è la sua residenza, mentre se dimora abitualmente a R. dovrà fissare qui la propria residenza.

Accade spesso che la residenza sia "fittizia", cioè venga fissata in un luogo in cui non vi è effettiva dimora abituale (nota è la pratica in relazione alle seconde case, per garantirsi benefici fiscali). Non si tratta, però di una pratica conforme a legge ed infatti se ciò viene accertato può attivarsi un procedimento amministrativo volto a regolarizzare la situazione.

ANDREA C. chiede
giovedì 27/08/2015 - Liguria
“Buongiorno,
approfitto del cortese ed utilissimo servizio che fornite
attraverso questo sito per richiedere un chiarimento specifico sul significato di quanto previsto dall`articolo 144 Codice Civile e degli obblighi che ne derivano per i coniugi.

La domanda e` questa: la frase "fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa" significa che deve essere concordato anche il posto dove verra` / viene acquistata l`unica abitazione nella quale i due coniugi vanno ad abitare?

In altre parole, tra quelli che sono i diritti / doveri della coppia unita nel matrimonio, riportati nel Codice Civile, l`articolo 144 prevede che il rispetto delle esigenze di entrambi e quelle preminenti
della famiglia stessa, siano oggetto anche della scelta / acquisto della casa dove abitare oppure il termine "residenza" ha altri significati?

Il mio problema è che io e mia moglie (sposati dal 2009, in regime di separazione dei beni, ciascuno di noi e` proprietario, al 50%, dell`appartamento, dove abitiamo e residiamo) abbiamo stabilito la residenza vicino ai suoi genitori su sua insistenza, mentre ora io vorrei spostarmi in quanto, anche a causa di mutamento dei luoghi e di false promesse di costruzione di aree per la famiglia vicino a casa nostra, che non si faranno mai, non ritengo questo il posto migliore dove crescere i nostri figli.

Aggiungo ancora 2 ultimi punti: se e` indiscutibilmente vero che nei primi due anni di eta` dei nostri 2 gemelli l`aiuto dei suoi genitori e` stato fondamentale, e` altrettanto vero che, oggi, questa necessita` e` decisamemente e significativamente scemata, anche perche`, vista l`eta` avanzata dei miei suoceri, (80 e 77 anni), non hanno piu` le forze per poter badare a due bimbi di 3 anni e mezzo e quindi ci stiamo affidando ad altre soluzioni, (baby sitter).

Infine, mio figlio ha manifestato una particolare debolezza e sensibilita` dell`apparato respiratorio, che lo ha esposto a frequenti bronchiti e polmoniti in questi 3 anni.

La pediatra, su mia richiesta, ha confermato che il trasferimento in zona piu` a ridosso del mare, con temperature invernali piu` mitigate rispetto alla zona dove abitiamo ora, comporterebbe un beneficio tangibile.

Con questo nuovo quadro ho manifestato a mia moglie l`intenzione di concordare con lei la vendita dell`appartamento ed il trasferimento di tutta la famiglia in altra zona, principalmente secondo le indicazioni della pediatra, ma da parte sua c`e` sempre stato il solito rifiuto in quanto "voglio abitare vicino ai miei genitori".

Chiedo un vostro cortese parere in merito al fatto che in tale situazione possa far valere, (ed eventualmente in che modo), quanto previsto dall`articolo 144 Codice Civile, che prevede espressamente che l'indirizzo della vita familiare e la fissazione della residenza della famiglia avvenga secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.

Cioe` se il rifiutarsi da parte di mia moglie di concordare come risolvere quelle che io ho indicato, e vivo, come criticita` della nostra famiglia, sia un atteggiamento in costrasto con i doveri coniugali, compreso quello di assistenza morale al sottoscritto, che, come detto, vive come un tormento e colpa il fatto di avere messo al mondo due figli per farli crescere in tale zona abitativa.

Grazie in anticipo per la vostra cortese risposta ed indicazione.”
Consulenza legale i 01/09/2015
In materia di famiglia il codice civile detta, inevitabilmente, alcune norme che attengono poco al campo giuridico e molto più a quello "umano". L'art. 144 costituisce un esempio perfetto di come il legislatore, in certi ambiti, possa solo stabilire dei principi generali, la cui applicazione in concreto è lasciata ai coniugi e al loro buon rapporto.

Come evidenziato nel quesito, l'articolo in commento esige che i coniugi siano d'accordo su uno degli aspetti fondamentali della vita matrimoniale: la collocazione della residenza della famiglia.
Per "residenza" si intende qui il luogo in cui la famiglia dimorerà abitualmente, anche se, come noto, le residenze anagrafiche di due coniugi possono anche essere situate in luoghi diversi. La norma risulta particolarmente importante in presenza di figli, posto che il loro domicilio coincide con il luogo di residenza della famiglia (se i genitori non hanno la stessa residenza, il minore ha il domicilio del genitore con il quale convive, v. art. 45 del c.c.).

I coniugi si considerano, quindi, obbligati a trovare un accordo: obbligo che ovviamente non può essere coattivamente imposto e che lascia spazio a contrasti rimediabili solo con il ricorso ad un Giudice.

Nel caso di specie, premesso che la controversia non appare conciliabile con le sole forze e volontà dei due coniugi, i quali non trovano un punto d'incontro, si prospettano due rimedi.

L'art. 145 del c.c. stabilisce che, in caso di disaccordo, ciascuno dei coniugi può chiedere senza formalità, l'intervento del giudice. Questi è tenuto innanzitutto a cercare di far raggiungere una soluzione concordata ai coniugi, sentendo le loro opinioni (e, per quanto opportuno, quelle dei figli conviventi che abbiano compiuto il sedicesimo anno di età).
Se l'accordo non si perfeziona e la questione concerna la fissazione della residenza, il giudice, su richiesta espressa e (attenzione!) congiunta dei coniugi, adotta, con provvedimento non impugnabile, la soluzione che ritiene più adeguata alle esigenze dell'unità e della vita della famiglia. In altre parole, il giudice deciderà per i coniugi solo se questi congiuntamente glielo chiederanno: un solo coniuge non può ottenere un provvedimento di fissazione della residenza da "imporre" all'altro.

Il caso in esame, tuttavia, presenta anche un altro profilo importante: la questione concernente la salute di uno dei figli.
Si può, pertanto, ravvisare nella vicenda descritta un contrasto su questione di particolare importanza (residenza della famiglia) che concerne direttamente l'esercizio della responsabilità genitoriale.
Ne discende l'applicabilità anche dell'art. 316 del c.c., in base al quale ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità - quindi anche con semplice richiesta verbale - al giudice, indicando i provvedimenti che ritiene più idonei.
Coinvolto il giudice, questi, sentiti i genitori, suggerisce le determinazioni che ritiene più utili nell'interesse del figlio e dell'unità familiare. Se il contrasto permane, il giudice attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l'interesse del figlio. Nel caso di specie, se la madre oppone un rifiuto al trasferimento privo di reale giustificazione, apparirà più idoneo a curare l'interesse del figlio il padre, sempre che il motivo di salute sia a tutti gli effetti accertato.

In caso di contrasto assolutamente insanabile, purtroppo, rimane solamente l'opzione estrema della separazione dei coniugi.

Marina chiede
venerdì 26/11/2010

“Se i 2 futuri coniugi abitano in città diverse per motivi lavorativi e hanno residenze diverse prima del matrimonio e continueranno così anche dopo il matrimonio, una volta sposati uno dei due dovrà per forza cambiare residenza o ognuno potrà tenere la residenza nella città in cui lavora?
Grazie.”

Consulenza legale i 26/11/2010

Il nostro ordinamento non prevede alcun obbligo giuridico di fissare un'unica residenza in capo ai coniugi. A maggior ragione se gli stessi lavorano in città diverse. L'indirizzo della vita familiare di cui all'art. 144 del c.c. si concreta nelle scelte sul tenore di vita della famiglia, nella determinazione delle rispettive contribuzioni secondo i criteri di cui all'art. 143 del c.c., nella distribuzione dei compiti relativi alla famiglia, nelle scelte che dovranno di volta in volta essere fatte in ordine alle persone dei coniugi e dei figli. L'accordo di cui alla norma ha natura di negozio giuridico familiare, personalissimo, senza però che a tale qualificazione osti il fatto che per esso l'autonomia privata sia limitata la presenza di interessi superiori da rispettare e di fini da raggiungere.


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