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Articolo 2476 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Responsabilità degli amministratori e controllo dei soci

Dispositivo dell'art. 2476 Codice civile

Gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall'inosservanza dei doveri ad essi imposti dalla legge e dall'atto costitutivo per l'amministrazione della società. Tuttavia la responsabilità non si estende a quelli che dimostrino di essere esenti da colpa e, essendo a cognizione che l'atto si stava per compiere, abbiano fatto constare del proprio dissenso.

I soci che non partecipano all'amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali [2261, 2320] ed i documenti relativi all'amministrazione.

L'azione di responsabilità contro gli amministratori è promossa da ciascun socio, il quale può altresì chiedere, in caso di gravi irregolarità nella gestione della società, che sia adottato provvedimento cautelare di revoca degli amministratori medesimi. In tal caso il giudice può subordinare il provvedimento alla prestazione di apposita cauzione (1).

In caso di accoglimento della domanda la società, salvo il suo diritto di regresso nei confronti degli amministratori, rimborsa agli attori le spese di giudizio e quelle da essi sostenute per l'accertamento dei fatti.

Salvo diversa disposizione dell'atto costitutivo, l'azione di responsabilità contro gli amministratori può essere oggetto di rinuncia o transazione da parte della società, purché vi consenta una maggioranza dei soci rappresentante almeno i due terzi del capitale sociale e purché non si oppongano tanti soci che rappresentano almeno il decimo del capitale sociale.

Gli amministratori rispondono verso i creditori sociali per l'inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell'integrità del patrimonio sociale. L'azione può essere proposta dai creditori quando il patrimonio sociale risulta insufficiente al soddisfacimento dei loro crediti. La rinunzia all'azione da parte della società non impedisce l'esercizio dell'azione da parte dei creditori sociali. La transazione può essere impugnata dai creditori sociali soltanto con l'azione revocatoria quando ne ricorrono gli estremi. (2)

Le disposizioni dei precedenti commi non pregiudicano il diritto al risarcimento dei danni spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori.

Sono altresì solidalmente responsabili con gli amministratori, ai sensi dei precedenti commi, i soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi.

L'approvazione del bilancio da parte dei soci non implica liberazione degli amministratori e dei sindaci per le responsabilità incorse nella gestione sociale.

Note

(1) La Corte costituzionale con sentenza 14-29 dicembre 2005, n. 481 ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità degli artt. 2409, 2476, terzo comma e 2477, quarto comma c.c. in riferimento agli artt. 76 e 3 Cost.
(2) Comma introdotto dal D. Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14.

Ratio Legis

La norma conferma i tradizionali caratteri della responsabilità verso la società: contrattuale, solidale, per colpa.

Spiegazione dell'art. 2476 Codice civile

In merito alla responsabilità degli amministratori occorre distinguere tra:
1) responsabilità verso la società;
2) responsabilità verso singoli soci o terzi;
3) responsabilità verso i creditori sociali.


La legittimazione all'azione sociale è estesa ad ogni socio qualunque sia la sua quota.
Strumentale all'effettività dell'azione del socio è il suo potere di controllo che non dipende dall'entità della quota e non ha limiti di consultazione. In caso di comproprietà della quota il diritto spetta al rappresentante comune.

La responsabilità verso i terzi è extracontrattuale che dà luogo ad azione individuale.

Per quanto riguarda la responsabilità verso i creditori sociali, non è disciplinata l'azione da parte di questi. La dottrina e la giurisprudenza ammettono comunque l'azione di responsabilità da parte dei creditori sociali qualificandola come azione di responsabilità extra-contrattuale per lesione di un diritto di credito.

Anche i soci non amministratori sono responsabili qualora abbiano deciso o autorizzato atti dannosi per la società, i creditori, i singoli soci e terzi.

Relazione al D.Lgs. 6/2003

(Relazione illustrativa del decreto legislativo recante: "Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366.")

Massime relative all'art. 2476 Codice civile

Cass. civ. n. 2038/2018

La responsabilità solidale degli amministratori della s.r.l. per i danni derivanti dall’inosservanza dei doveri imposti dalla legge e dall’atto costitutivo per l’amministrazione della società non costituisce una forma di responsabilità oggettiva posto che l’esonero da responsabilità previsto dall’art. 2476 c.c. non è ancorato al mero procedimento di rituale verbalizzazione del dissenso in occasione del consiglio di amministrazione deliberante, ma all’effettiva mancanza di qualsiasi profilo di colpa.

Compete anche al socio amministratore di s.r.l. il diritto, previsto dall’art. 2476, comma 2, c.c. di ricevere notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare i libri e i documenti relativi alla gestione societaria compiuta dagli altri amministratori, cui egli non abbia in tutto o in parte partecipato.

Cass. civ. n. 12454/2016

In tema di responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata per i danni ad essa cagionati da operazioni illegittime, il giudice ben può tenere conto, al fine di ricostruire nei limiti del possibile l'andamento degli affari sociali, e di valutare gli effetti concreti dell'operato degli amministratori medesimi, delle risultanze di scritture contabili informali, ossia non conformi alle prescrizioni di legge.

Cass. civ. n. 10936/2016

Nella società a responsabilità limitata, il singolo socio è legittimato, giusta l'art. 2476, comma 3, c.c., ad esercitare, come sostituto processuale, l'azione di responsabilità spettante alla società, nei cui confronti, pertanto, deve essere integrato il contraddittorio, quale litisconsorte necessaria.

Cass. civ. n. 12333/2012

La clausola compromissoria inserita nell'atto costitutivo di una società, che prevede la possibilità di deferire agli arbitri le controversie tra i soci, quelle tra la società e i soci nonché quelle promosse dagli amministratori e dai sindaci, in dipendenza di affari sociali o dell'interpretazione o esecuzione dello statuto sociale, non include anche l'azione di responsabilità ex art. 2476 c.c. promossa dal socio nei confronti dell'amministratore, non rilevando che quest'ultimo sia anche socio della società.

Cass. civ. n. 16999/2004

L'esercizio dell'azione sociale di responsabilità va deliberato, anche nelle società a responsabilità limitata, ai sensi dell'art. 2487 in relazione art. 2393, primo comma, c.c. nel testo antecedente l'entrata in vigore del D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 3 , dall'assemblea dei soci: la mancanza di tale presupposto, incidente sulla legittimazione processuale del rappresentante della società, può anche essere rilevato d'ufficio dal giudice.

Cass. civ. n. 11057/1993

Nelle società a responsabilità limitata in cui non esiste il collegio sindacale, il diritto dei soci che rappresentano almeno un terzo del capitale di far eseguire annualmente, a proprie spese, la revisione della gestione, (art. 2489, primo comma, ult. parte, c.c.) è inderogabile (ult. comma, art. cit.) perché posto a tutela di interessi insopprimibili nella vita e nella gestione della società, mancante dell'organo di controllo. Pertanto, nel caso in cui lo statuto deroghi alla legge in senso più favorevole alla minoranza, abbassando il suddetto quorum, tale vantaggio non può essere eliminato se non con il consenso di tutti i soci, a prescindere dall'entità del valore della quota di ciascuno di essi.

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Consulenze legali
relative all'articolo 2476 Codice civile

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Catia F. chiede
martedì 25/06/2019 - Lombardia
“Vorrei rispondere in modo incisivo sottolineando le conseguenze civili e penali, a una mail inviata dall'amministratore di convocazione assemblea di approvazione del bilancio di un'immobiliare srl (di cui sono socia per 1/6), in cui lo stesso propone come alternativa di evitare l'effettiva riunione e redigere un verbale finto con il consenso dei soci all'unanimità. Riporto le sue parole tratte dalla mail: "Se non fosse possibile direi di fare come abbiamo sempre fatto da 40 anni (e cioè approvazione all’unanimità con tutti presenti) fino a due anni fa." Tale pratica illegale, MAI autorizzata dalla sottoscritta, è stata da me scoperta nel 2016, ignara che sino a quel momento erano state redatte decine di verbali falsi in cui si affermava che ero presente e d'accordo su tutti i punti. Purtroppo, l'amministratore ha il consenso della parte restante dei soci, con cui è parente e probabilmente ha un tornaconto occulto. A ciò si aggiunga che nel corso degli anni a partire dal 1978, anno in cui sono entrata in possesso di tale quota, l'amministratore non mi ha mai consultato nelle decisioni collegiali prese soltanto con alcuni soci, se non dopo a fatto compiuto. Tanto per fare un esempio, nel 2016 sono venuta a conoscenza di una lauta offerta di acquisto di parte della proprietà inviata all'amministratore via fax nel 2008, offerta rifiutata dallo stesso senza consultarmi. Un'altra azione scellerata fatta dall'amministrare è stata quella di disdire quasi tutti i contratti delle aziende che erano in affitto nei capannoni, per lasciarli sfitti con l'intenzione di cambiare destinazione all'area. Un altro errore grave è l'incarico dato a due architetti ai quali ha pagato compensi assurdi a fronte del nulla, solo per dei disegni e pratiche comunali. A tutto ciò si aggiunga che nei verbali risulta che tutti i soci sono d'accordo all'unanimità nel NON distribuire gli utili. Ho già chiesto di inserire nell'Ordine del Giorno la rimozione dell'amministratore e dello studio commercialista suo complice. Naturalmente, essendo l'unica a sollevare la questione, mi è già stato risposto che si farà un'assemblea straordinaria, tanto per rimandare. In definitiva, mi ritengo gravemente danneggiata da queste iniziative dissennate dell'amministratore e dal suo reiterato ostentamento nel voler redigere verbali falsi.”
Consulenza legale i 02/07/2019
Partendo dall’ultima questione posta, la più semplice, è noto che i soci hanno pieno diritto di consultare la documentazione della società. L’art. 2476 c.c. stabilisce infatti che i soci che non partecipano all’amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali ed i documenti relativi all'amministrazione.
E’ irrilevante, dunque, che l’amministratore consideri offensiva la richiesta perché è previsto dalla legge che ogni socio abbia diritto di prendere visione quante volte vuole e quando vuole della documentazione inerente l’amministrazione, come libri sociali, bilanci e verbali.

Ciò detto le altre condotte descritte rilevano sia sotto il profilo civile che penale, in misura diversa.
Il medesimo articolo già citato (2476 c.c.) afferma che ogni socio può muovere un’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore per inosservanza dei suoi doveri e gravi irregolarità nella gestione della società (come avvenuto nel caso in esame), chiedendo nello specifico che sia adottato al Giudice un provvedimento cautelare di revoca dell’amministratore stesso.
La norma continua facendo salvo anche il diritto al risarcimento dei danni spettante al singolo socio o al terzo che siano stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori.

Pertanto, nel caso in esame, la socia pretermessa dalle assemblee e dalle decisioni adottate dagli altri soci potrà agire personalmente e da sola promuovendo due tipi di azione:
  • un’azione cautelare attraverso la quale potrà chiedere la revoca dell’amministratore per le gravi irregolarità nella gestione della società;
  • un’azione di risarcimento danni contro l’amministratore se sarà stata – attenzione – danneggiata personalmente da tale condotta. Va sempre ricordato, infatti, che qualunque richiesta di danni è subordinata alla rigorosa prova del danno stesso.
Infine, è opportuno sottolineare che l’articolo specifica che sono altresì solidalmente responsabili con gli amministratori per le condotte sopra descritte i soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi. Pertanto, sarà possibile muovere l’azione intrapresa nei confronti dell’amministratore anche gli altri soci che abbiano intenzionalmente agito d’accordo con lui ed all’insaputa della socia esclusa.

Ora andiamo ad esaminare invece le medesime condotte sotto il profilo penale,
Partiamo dalla redazione di verbali di assemblea in cui si attesta che erano presenti tutti i soci e che la decisione è stata approvata all’unanimità, quando invece mancavano uno o più soci.

La questione è stata a lungo dibattuta.
L’articolo di riferimento è il 485 c.p., che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni «chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio, o di recare ad altri un danno, forma in tutto o in parte, una scrittura privata falsa o altera una scrittura privata vera, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne faccia uso».
E’ stato discusso se integri il reato in questione colui che, nel redigere il verbale di un’assemblea, attesti essersi verificati fatti (o essere state rese dichiarazioni) mai verificatesi (o mai rese) oppure dichiari essere avvenuti fatti (o essere state rese dichiarazioni) diversi da quelli effettivamente verificatisi (o da quelle effettivamente rese).
Ora, la Corte di Cassazione, è partita dalla premessa che l’art. 485 c.p. non prevede come reato il c.d. falso ideologico in scrittura privata ma sanziona esclusivamente le falsità materiali in scrittura privata. Ha escluso quindi che siano punibili le eventuali false attestazioni contenute nel verbale assembleare.
Il falso ideologico, ha affermato - cioè la non conformità al vero delle dichiarazioni risultanti dal documento, rilevante in materia di querela di falso - riguarda solamente la rappresentazione di fatti occorsi in presenza del verbalizzante, e non la veridicità o meno di giudizi o dichiarazioni effettivamente rese al suo cospetto (mere sviste o errori materiali) ovvero della rappresentazione di dichiarazioni effettivamente rese, della cui conformità al vero si voglia discutere.

Tuttavia, nella sentenza n. 7857 del 2018, la Corte ha stabilito invece la rilevanza penale della condotta sopra descritta, secondo il ragionamento che segue.
Il dato di partenza è che commette falsità in atti pubblici ed è perciò penalmente responsabile il privato che rilasci una falsa dichiarazione ai sensi delle norme sull’autocertificazione e sulle dichiarazioni sostitutive (artt. 46 e 47 del DPR 445/2000).
Secondo l’art. 76 del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa (DPR 445/2000), tali dichiarazioni sono infatti considerate come fatte a pubblico ufficiale; ciò basta a sancirne la destinazione a essere trasfuse in atto pubblico e, dunque, a rendere applicabili le sanzioni previste nell’ambito della falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, ai sensi dell’art. 483 c.p. (che punisce i casi – puniti con la reclusione fino a due anni – in cui un privato attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità).

Ciò viene ribadito dalla Cassazione nella sentenza citata, in un caso in cui l’amministratore di fatto di una srl, nonché professionista incaricato della pratica di invio telematico dei verbali di assemblea alla Camera di commercio, attestava falsamente la conformità all’originale di uno di tali verbali in cui si dava atto del mutamento della persona dell’amministratore.
Nel caso di specie la Corte d’appello aveva condannato tale soggetto facendo riferimento all’art. 483 c.p., l’interpretazione maggioritaria del quale ritiene che la nozione di “atto pubblico” debba qui intendersi in senso più ampio rispetto a quello civilistico (art. 2699 c.c.), ovvero comprensivo di tutti quei documenti che vengono redatti da pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni.

Con riguardo alle dichiarazioni sostitutive di atto notorio e di certificazioni rilasciate ai sensi degli artt. 46 e 47 del DPR 445/2000, la natura pubblica dell’atto è stata desunta dalla sua naturale destinazione a provare la verità dei fatti in esso affermati, a sua volta ricavabile dalla funzione di comprovare stati, qualità personali e fatti.
A sostegno di tale interpretazione vi è anche la lettera della legge e, in particolare, l’affermazione dell’art. 76 comma 3 del DPR 445/2000 secondo cui tali dichiarazioni “sono considerate come fatte a pubblico ufficiale” e il tenore letterale dell’art. 2699 c.c., che definisce la nozione di atto pubblico in relazione al soggetto che lo emana secondo le previste formalità e al potere conferitogli di attribuire allo stesso “pubblica fede”.
Dunque secondo i giudici è la stessa legge sulla documentazione amministrativa ad attribuire alle suddette autodichiarazioni la qualità di atti pubblici ed è “evidente ed incontestabile la specifica funzione probatoria” delle stesse.
Ne deriva, pertanto, l’illiceità penale, da inquadrare in una delle fattispecie astratte previste dal codice penale in tema di falsità in atti pubblici, nel caso in cui il privato rilasci una autodichiarazione falsa, anche ove questa sia una comunicazione telematica alla Camera di commercio.

Diverso è il caso della formazione di un verbale del tutto falso, ovvero la creazione ad hoc del verbale di un’assemblea che in realtà non si è mai tenuta.
In al caso il documento non è falso, ma addirittura inesistente.
Sono stati i giudici e gli studiosi del diritto ad elaborare questa categoria giuridica per tutelare i diritti soggettivi dei singoli soci.
Inesistenti sarebbero quelle deliberazioni affette da un vizio talmente macroscopico da non poter neppure essere configurate come atti deliberativi.
L’insistenza, come l’inefficacia, comporta semplicemente quale conseguenza la mancanza di effetti. Che andrà, tuttavia - se si vuol far valere - rilevata in giudizio.

Da ultimo, si sottolinea che eventuali condotte degli amministratori lesive del patrimonio della società potrebbero essere punite anche sotto il versante del reato di infedeltà patrimoniale, di cui all'art. 2634 del cc.


GIOVANNI B. M. chiede
sabato 26/01/2019 - Sardegna
“Fatto: processo civile con rito societario, promosso dal Fallimento XXX S.r.l. Sassari contro gli ex amministratori per mala gestio.
Con sentenza di primo grado, gli ex amministratori della società fallita, A e B, entrambi cessati nel marzo 2000, e l'attuale amministratore, C, vengono condannati per mala gestio, in solido tra loro, al risarcimento del danno, quantificato in circa 840 mila euro.
Solo B propone appello, A e C restano contumaci. La Corte d'appello riforma la sentenza di primo grado, accoglie l’appello di B e dichiara inesistente il danno, B vince l’appello.
La sentenza in appello nulla dice in riferimento ai contumaci A e C. Nessuna delle parti ricorre in cassazione. Si forma il giudicato per la sentenza d'appello!
Quesito: la sentenza d'appello, che dichiara inesistente il danno, ha o può avere effetti espansivi interni e, di conseguenza, estendere i suoi effetti positivi anche ai contumaci, già coobbligati unitamente a B?

Consulenza legale i 01/02/2019
In una società di capitali (come la s.r.l.) “gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall'inosservanza dei doveri ad essi imposti dalla legge e dall'atto costitutivo per l'amministrazione della società". (art. 2476 c.c. I comma).
Tale vincolo di solidarietà è del resto espressamente indicato anche nella pronuncia di primo grado.

Ciò posto, per rispondere alla prima domanda contenuta nel quesito, occorre verificare preliminarmente se il vincolo di solidarietà passiva generi o meno un litisconsorzio necessario e cioè la necessità che il giudizio di appello debba svolgersi nei confronti di tutte le parti processuali in primo grado. Questo perché occorre verificare, ancor prima della efficacia della sentenza, se a monte sia stato regolarmente costituito il contraddittorio. La risposta fornita dalla giurisprudenza di cassazione sul punto è sicuramente positiva nel senso che non vi è alcun litisconsorzio necessario.
Infatti, a titolo di esempio, citiamo una massima pronunciata dalla Suprema Corte nella sentenza n. 17458 del 2013 secondo cui: “L'esistenza di un vincolo di solidarietà passiva [...] non genera mai un litisconsorzio necessario, avendo il creditore titolo per valersi per l'intero nei confronti di ogni debitore, con conseguente possibilità di scissione del rapporto processuale che può utilmente svolgersi anche nei riguardi di uno solo dei coobbligati, per cui non è configurabile, sul piano processuale, inscindibilità delle cause in appello neppure nell'ipotesi in cui i convenuti si siano difesi in primo grado addossandosi reciprocamente la responsabilità esclusiva del sinistro [...]. Ciò comporta che non va disposta l'integrazione del contraddittorio dell' obbligato solidale”.

Appurato dunque che la sentenza di appello nella presente vicenda è stata emessa senza alcuna violazione del contraddittorio, con riguardo alla sua efficacia nei confronti di coloro che non avevano appellato si osserva quanto segue.
In base all’art. 1306 del codice civile “la sentenza pronunziata tra il creditore e uno dei debitori in solido, o tra il debitore e uno dei creditori in solido, non ha effetto contro gli altri debitori o contro gli altri creditori. Gli altri debitori possono opporla al creditore, salvo che sia fondata sopra ragioni personali al condebitore”.
Riguardo tale aspetto, la Corte di Cassazione ha statuito che: “la regola dell'art. 1306 c.c., comma 2, in base alla quale i condebitori in solido hanno facoltà di opporre al creditore la sentenza pronunciata tra questi ed uno degli altri condebitori, trova applicazione soltanto nel caso in cui la sentenza suddetta sia stata resa in un giudizio cui non abbiano partecipato i condebitori che intendano opporla. Se, invece, costoro hanno partecipato al medesimo giudizio - come si è verificato nel caso in esame - operano allora le preclusioni proprie del giudicato, con la conseguenza che la mancata impugnazione da parte di uno o di alcuni dei debitori solidali, soccombenti in un rapporto obbligatorio scindibile, qual è quello derivante dalla solidarietà, determina il passaggio in giudicato della sentenza nei loro confronti, ancorchè altri condebitori solidali l'abbiano impugnata e ne abbiano ottenuto l'annullamento o la riforma” ( Corte di Cassazione n.20559 del 30.09.14).
Tale principio era stato ribadito anche da sentenze precedenti quali la n. 13722/2012 secondo cui:“la mancata impugnazione da parte di uno dei debitori solidali, soccombenti in un rapporto obbligatorio scindibile, qual è quello derivante dalla solidarietà, determina il passaggio in giudicato della sentenza nei suoi confronti, ancorchè altri condebitori solidali l'abbiano impugnata e ne abbiano ottenuto l'annullamento o la riforma”.

Alla luce di tale costante interpretazione giurisprudenziale, dunque, la risposta alla prima domanda contenuta nel quesito deve intendersi negativa, per cui nessun effetto “benefico” della sentenza potrà estendersi a chi non aveva appellato la sentenza di primo grado.

Con riguardo invece alla seconda domanda relativa alla revocazione della sentenza di primo grado si osserva quanto segue.
La revocazione è un mezzo di impugnazione che può avere ad oggetto anche sentenze passate in giudicato (come nel caso di specie).
I casi tassativi in cui la revocazione può essere proposta sono elencati nell’art. 395 del codice di procedura civile secondo cui le sentenze pronunciate in grado d'appello o in un unico grado, possono essere impugnate - tra le varie ipotesi ivi elencate- se ad esempio sono l'effetto del dolo di una delle parti, se le prove su cui si è deciso sono state dichiarate false o se dopo la sentenza sono stati trovati uno o piu' documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell'avversario. Se la sentenza può altresì essere revocata se è l'effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa; se è contraria ad altra precedente avente fra le parti autorità di cosa giudicata o se è effetto del dolo del giudice, accertato con sentenza passata in giudicato.

Orbene, la circostanza che in appello sia “stata disattesa la CTU posta a fondamento della quantificazione del danno” non rientra in nessuna delle predette ipotesi di revocazione previste dal legislatore. Ricordiamo, per inciso, che la consulenza tecnica è semplicemente un mezzo istruttorio (e non una prova vera e propria) affidato all'apprezzamento del giudice del merito, che lo utilizza per accertare i fatti quando occorrono particolari conoscenze tecniche o scientifiche.
Pertanto, anche la risposta alla seconda domanda del quesito (“se esiste la possibilità di invocare la revocazione della sentenza di 1° grado considerato che in appello è stata disattesa la CTU posta a fondamento della quantificazione del danno”) deve intendersi negativa.


Davide B. chiede
venerdì 09/12/2016 - Lazio
“Sono socio al 50% di una società immobiliare, che ha svolto un'attività molto proficua, se non fosse che l' amministratore ha sottratto l' importo di €8.500.000,00 (come da esito di un ATP) riducendo l' utile della società a pochi spicci.
Ho fatto una causa per l' azione di responsabilità all' amministratore, che è stato condannato alla restituzione di quanto ilegittimamente incassato.
Tenendo presente il carattere gestorio dell' amministratore con cui è abituato a fuggire dai propri obblighi grazie a piccoli cavilli e tramite il suo usuale utilizzo di presta nome, abbiamo pensato con quale modo potrebbe sottrarsi all' esito inevitabile del tribunale civile,
abbiamo analizzato diverse ipotesi: 1)un accordo a saldo e stralcio con me 2) far fallire la società oramai vuota e liquidare il tutto con una somma irrisoria(ipotesi impossibile perchè sarebbe la sua rovina per tutta la vita con le banche con le quali lavora per importanti somme) 3) un ordinaria liquidazione (ipotesi impossibile vista la partecipazione del 50% mia e 50%dell' amministratore stesso). 4) un concordato preventivo del quale non saprei niente tenendo anche presente che lo stesso amministratore ha comprato in completa malafede tramite un prestanome l' unico credito sociale del valore irrisorio rispetto al valore della causa ovvero delle somme già sottratte alla società (altrimenti se fosse stato in buona fede avrebbe fatto un finanziamento soci dello stesso importo e comunque mi avrebbe chiamato per versare il denaro insieme a lui pena il fallimento della società) e che l' amministratore è abituato a falsificare e modificare la realtà; motivo per cui potrebbe facilmente fare un assemblea falsa che mi vedrebbe presente per l'accettazione del concordato. A Quel punto l' unica mia possibilità sarebbe quella di impugnare un verbale di assemblea con tutte le tempistiche e dinamiche del caso.
L' ipotesi del concordato preventivo ci pareva la piu' realistica per cui mi volevo ulteriormente informare presso il Vs. Sito Internet:
per un socio è possibile impedire un concordato preventivo?
o meglio, è possibile richiedere in sede di giudizio all' amministratore di versare quanto sottratto alla società direttamente ai soci per cui anche se prima della fine della causa la società fosse cancellata dal registro delle imprese rimarrebbe comunque valida ed attiva la nostra causa di responsabilità art. 2476?

Consulenza legale i 17/12/2016
Il concordato preventivo consiste – così dice la legge fallimentare – in una “proposta dell’imprenditore”, proposta da avanzare con ricorso al Tribunale.
E’ evidente, pertanto, che risulta impossibile, in una società (a maggior ragione partecipata al 50% da due soli soci), che tale strumento possa essere utilizzato dall’uno all’insaputa o comunque senza il consenso dell’altro. Oltre al fatto che, in tema di società, condizione per qualsiasi azione in giudizio è la delibera assembleare.

Per quanto riguarda invece la seconda ed effettiva domanda, un’attenta lettura dell’art. 2476 c.c., unitamente ai principi generali in materia di società, induce ad escludere, per effetto della sentenza di condanna, il versamento diretto ai soci da parte dell’amministratore di quanto egli abbia illegittimamente sottratto alla società.
La norma in questione, infatti, parla sì di azione promossa da ciascun socio, ma specifica altresì che “In caso di accoglimento della domanda la società, salvo il suo diritto di regresso nei confronti degli amministratori, rimborsa agli attori le spese di giudizio e quelle da essi sostenute per l'accertamento dei fatti.”
E’ la società, quindi – nonostante l’attore in giudizio sia il singolo socio – ad essere tenuta, in caso di condanna dell’amministratore, a dover rimborsare il socio delle spese.

Lo stesso articolo, poi, specifica oltre che “le disposizioni dei precedenti commi non pregiudicano il diritto al risarcimento dei danni spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori”: si introduce, quindi, una sorta di “eccezione alla regola”, ovvero il caso in cui il singolo socio abbia ricevuto un danno diretto, tale da poter pretendere un risarcimento in prima persona.
Nonostante, insomma, sia la società a dover essere beneficiaria degli effetti favorevoli della condanna dell’amministratore, avranno comunque diritto al risarcimento diretto anche i singoli soci, purché abbiano subìto un danno diretto dalla condotta dell’amministratore stesso.

Afferma la giurisprudenza che trattasi, nel caso di cui all’art. 2476 c.c., di “sostituzione processuale”: “Nella società a responsabilità limitata, il singolo socio è legittimato, giusta l'art. 2476, comma 3, c.c., ad esercitare, come sostituto processuale, l'azione di responsabilità spettante alla società, nei cui confronti, pertanto, deve essere integrato il contraddittorio, quale litisconsorte necessaria” (Cassazione civile, sez. I, 26/05/2016, n. 10936).
E’ quindi comunemente e pacificamente ritenuto in giurisprudenza che la sentenza di condanna sia pronunciata a favore della società e non del singolo socio agente.

Si cita, infine, la sentenza n. 6070 del 12 marzo 2013 della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, che torna a pronunciarsi sulla sorte dei rapporti sostanziali e processuali pendenti al momento della cancellazione di una società dal registro delle imprese e che stabilisce che in caso di cancellazione il processo si interrompe, perché viene meno uno dei soggetti/parti del processo stesso.

I principi enunciati dalla Corte sono i seguenti:
1) Qualora all'estinzione della società, conseguente alla sua cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale: a) le obbligazioni si trasferiscono ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che, mentre la società era in vita, essi fossero o meno illimitatamente responsabili per i debiti sociali; b) si trasferiscono del pari ai soci, in regime di contitolarità o di comunione indivisa, i diritti ed i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta, ma non anche le mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, né i diritti di credito ancora incerti o illiquidi la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un'attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale) il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato.

2) La cancellazione volontaria dal registro delle imprese di una società, a partire dal momento in cui si verifica l'estinzione della società medesima, impedisce che essa possa ammissibilmente agire o essere convenuta in giudizio. Se l'estinzione della società cancellata dal registro interviene in pendenza di un giudizio del quale la società è parte, si determina un evento interruttivo del processo, disciplinato dagli artt. 299 e segg. c.p.c., con possibile successiva eventuale prosecuzione o riassunzione del medesimo giudizio da parte o nei confronti dei soci. Ove invece l'evento estintivo non sia stato fatto constare nei modi previsti dagli articoli appena citati o si sia verificato quando il farlo constare in quei modi non sarebbe più stato possibile, l'impugnazione della sentenza pronunciata nei riguardi della società deve provenire o essere indirizzata, a pena d'inammissibilità, dai soci o nei confronti dei soci succeduti alla società estinta.
Per rispondere, in conclusione, all’ultima domanda di cui al quesito, è possibile che l’azione di responsabilità già intrapresa resti in piedi, e prosegua nei confronti dei soci in caso di cancellazione della società dal registro delle imprese, qualora, evidentemente, siano rispettati i presupposti procedurali per la riassunzione del procedimento.

Lorenzo G. chiede
giovedì 08/12/2016 - Lazio
“Buongiorno,

vorrei sottoporvi il seguente quesito:

Una SRL regolarmente operante sul mercato effettua un'acquisto di un pickup del valore di 60000 € e decide di donarlo ad una ONLUS. L'amministratore della SRL prende accordi col rappresentante legale della ONLUS, l'intera somma per l'acquisto del pickup verrà rimborsata alla società dalla ONLUS a rate con cadenza mensile in nero, senza alcun rilascio di fattura/ricevuta fiscale.
Non è dato sapere se il capitale messo a disposizione dalla SRL per l'acquisto del bene sia di lecita natura o meno.
Cosa rischia l'amministratore della società? Cosa rischia il rappresentante legale della ONLUS?”
Consulenza legale i 15/12/2016
Il quesito non spiega il motivo dell’operazione descritta (probabilmente chi lo ha posto non ne è a conoscenza), ma si può ragionevolmente ritenere che quest’ultima sia stata posta in essere con l’intento di lucrare sull’applicazione della particolare normativa fiscale in materia di ONLUS.

Per queste ultime, infatti, com’è noto, in considerazione del loro particolare scopo, è importante, come fonte di finanziamento, la possibilità di essere destinatarie di erogazioni liberali tramite il c.d. “fundraising” cioè l’attività di raccolta di fondi. Il legislatore ha ritenuto di dover sostenere queste organizzazioni e ha previsto una serie di deduzioni e detrazioni a favore delle ONLUS.

Le agevolazioni fiscali previste per chi effettua erogazioni liberali a favore delle ONLUS, si distinguono a seconda di chi le ha effettuate (persona fisica o impresa) e in base alla natura della donazione che può riguardare denaro, beni o costi di personale per servizi.

Per quel che riguarda le imprese (società di capitali o cooperative o consorzi od enti di diverso tipo, pubblico o privato, che abbiano per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali), esse possono optare alternativamente tra:
  • la deducibilità, per le liberalità in denaro o in natura, nel limite del 10% del reddito complessivo dichiarato, e comunque nella misura massima di 70.000 € annui (art. 14 comma 1 D.L. n. 35/2005 e successive modificazioni (L. n. 80/2005).
  • la deduzione dal reddito imponibile del 2% del reddito d’impresa dichiarato per un importo massimo di 30.000 euro (comma 2 lettera h, art 100 tuir).

Ora, nel caso di specie, parrebbe proprio che, al fine di agevolare la srl, ovvero di far conseguire a quest’ultima del risparmi d’imposta in forza della predetta normativa, la medesima società e la ONLUS si siano accordate per far figurare formalmente (e quindi fiscalmente) una donazione che, in realtà, verrà poi di fatto posta nel nulla attraverso la restituzione della somma alla srl, restituzione che non dovrà comparire in alcun modo (nel bilancio, nelle scritture cintabili, ecc.).

Tale comportamento, per quel che riguarda innanzitutto gli amministratori di srl, configura una precisa responsabilità, sia di natura civile che penale.

[civile]
Sotto il primo profilo, l’art. 2476 c.c., sulla “Responsabilità degli amministratori e controllo dei soci” recita:Gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall'inosservanza dei doveri ad essi imposti dalla legge e dall'atto costitutivo per l'amministrazione della società. Tuttavia la responsabilità non si estende a quelli che dimostrino di essere esenti da colpa e, essendo a cognizione che l'atto si stava per compiere, abbiano fatto constare del proprio dissenso.
[II]. I soci che non partecipano all'amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali ed i documenti relativi all'amministrazione.
[III]. L'azione di responsabilità contro gli amministratori è promossa da ciascun socio, il quale può altresì chiedere, in caso di gravi irregolarità nella gestione della società, che sia adottato provvedimento cautelare di revoca degli amministratori medesimi. In tal caso il giudice può subordinare il provvedimento alla prestazione di apposita cauzione.
[IV]. In caso di accoglimento della domanda la società, salvo il suo diritto di regresso nei confronti degli amministratori, rimborsa agli attori le spese di giudizio e quelle da essi sostenute per l'accertamento dei fatti.
(…) [VI]. Le disposizioni dei precedenti commi non pregiudicano il diritto al risarcimento dei danni spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori.
[VII]. Sono altresì solidalmente responsabili con gli amministratori, ai sensi dei precedenti commi, i soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi.
[VIII]. L'approvazione del bilancio da parte dei soci non implica liberazione degli amministratori e dei sindaci per le responsabilità incorse nella gestione sociale”.

Come si vede, dunque, l’amministratore che agito in spregio della legge sarà soggetto ad azione di responsabilità da parte dei soci e tenuto al risarcimento del danno.

[penale]
Sotto il profilo penale, invece, potrà essere passibile di denuncia innanzitutto per il reato di false comunicazioni sociali di cui all’art. 2621 cod. civ.: “Fuori dai casi previsti dall'art. 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.”; la legge 69/2015 ha poi inserito nel codice civile due nuovi articoli:
  • il 2621 bis-bis, che riguarda il falso in bilancio delle società non quotate quando esso è di lieve entità. In tal caso la pena è la reclusione da 6 mesi a 3 anni; la medesima pena si applica alle società non soggette alla legge fallimentare. In quest'ultimo caso, il delitto è punibile a querela della società, dei soci o dei creditori.
  • il [[n2621ccter]]-ter, che riguarda invece i casi di particolare tenuità del fatto previsti dall'articolo 131-bis del codice penale e stabilisce che il giudice, per stabilire se la tenuità del fatto sussiste, deve valutare l'entità dell'eventuale danno cagionato alla società, ai soci od ai creditori.
La legge ha eliminato le soglie di non punibilità introdotte dal decreto legislativo 62/2002 (che aveva depenalizzato il falso in bilancio) e ha abolito per il reato di falso in bilancio la procedibilità a querela, tranne che per le società non soggette alla legge fallimentare.

Ancora, l’amministratore sarà perseguibile per truffa ai danni dello stato ai sensi dell’art. 640 del cod. pen.: “Truffa. Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 51 euro a 1.032 euro.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da 309 euro a 1.549 euro:
1) se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico o col pretesto di far esonerare taluno dal servizio militare”.

Per quanto riguarda, invece, il legale rappresentante della ONLUS, sotto il profilo civilistico non esistono in effetti nel codice civile degli articoli specifici sulla responsabilità di questi o della ONLUS stessa, analoghi a quelli dettati in materia di srl, né queste ultime possono essere applicate per analogia ad altri casi.

Esiste, tuttavia, una norma speciale, ovvero l’art. 28 del D.Lgs. 4 dicembre 1997, n. 460 “Riordino della disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale”, il quale così recita:. “Sanzioni e responsabilità dei rappresentanti legali e degli amministratori.(…) 3. I rappresentanti legali ed i membri degli organi amministrativi delle organizzazioni che hanno indebitamente fruito dei benefici previsti dal presente decreto legislativo, conseguendo o consentendo a terzi indebiti risparmi d'imposta, sono obbligati in solido con il soggetto passivo o con il soggetto inadempiente delle imposte dovute, delle relative sanzioni e degli interessi maturati.

Per quanto riguarda il profilo penale, invece, il legale rappresentante della ONLUS sarà – al pari dell’amministratore della srl – punibile per truffa ai danni dello stato.

Infine, il comportamento di entrambi i soggetti citati nel quesito potrebbe integrare una particolare fattispecie di illecito introdotta per sanzionare l’elusione fiscale.
L’elusione fiscale, infatti, a differenza dell’evasione, può essere considerata come una forma di risparmio fiscale conforme al dato letterale della norma, ma non alla ratio della stessa.
In altri termini, il contribuente pone in essere determinate operazioni al fine di ottenere un indebito risparmio d’imposta (ad es. in ordine alla fruizione di regimi fiscali agevolati, al riconoscimento di esenzioni e di detrazioni).

L’elusione è un concetto di confine, ponendosi a metà del guado tra l’evasione ed il legittimo risparmio di imposta.
Ciò premesso, non esiste una norma antielusiva generale ma esistono alcune specifiche disposizioni antielusive che, in quanto tali, hanno lo scopo di contrastare comportamenti elusivi.

In mancanza di una norma antielusiva generale, l’interpretazione giurisprudenziale della Corte di Cassazione, nel recepire un orientamento sorto in sede comunitaria, ha individuato nei principi costituzionali di capacità contributiva e progressività dell’imposizione di cui all’articolo 53 della Costituzione, la fonte di un principio generale, quello dell’abuso del diritto: “In materia tributaria, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici: tale principio trova fondamento, in tema di tributi non armonizzati (nella specie, imposte sui redditi), nel principio costituzionale di capacità contributiva e di progressività dell’imposizione, e non contrasta con il principio della riserva di legge, non traducendosi nell’imposizione di obblighi patrimoniali non derivanti dalla legge, bensì nel disconoscimento degli effetti abusivi di negozi posti in essere al solo scopo di eludere l’applicazione di norme fiscali. Esso comporta l’inopponibilità del negozio all’Amministrazione finanziaria, per ogni profilo di indebito vantaggio tributario che il contribuente pretenda di far discendere dall’operazione elusiva, anche diverso da quelli tipici eventualmente presi in considerazione da specifiche norme antielusive entrate in vigore in epoca successiva al compimento dell’operazione.” (Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza del 26 giugno 2009, n. 15029)

Il principio dell’abuso del diritto trova riconoscimento legislativo nell’art. 10-bis della L. n. 212 del 27/7/2000 “Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente”, il quale così recita: ”Disciplina dell'abuso del diritto o elusione fiscale” -1. Configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti. Tali operazioni non sono opponibili all'amministrazione finanziaria, che ne disconosce i vantaggi determinando i tributi sulla base delle norme e dei principi elusi e tenuto conto di quanto versato dal contribuente per effetto di dette operazioni.
2. Ai fini del comma 1 si considerano:
a) operazioni prive di sostanza economica i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, inidonei a produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali. Sono indici di mancanza di sostanza economica, in particolare, la non coerenza della qualificazione delle singole operazioni con il fondamento giuridico del loro insieme e la non conformita' dell'utilizzo degli strumenti giuridici a normali logiche di mercato;
b) vantaggi fiscali indebiti i benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell'ordinamento tributario.
(…) 6. Senza pregiudizio dell'ulteriore azione accertatrice nei termini stabiliti per i singoli tributi, l'abuso del diritto è accertato con apposito atto, preceduto, a pena di nullità, dalla notifica al contribuente di una richiesta di chiarimenti da fornire entro il termine di sessanta giorni, in cui sono indicati i motivi per i quali si ritiene configurabile un abuso del diritto.
(...) 9. L'amministrazione finanziaria ha l'onere di dimostrare la sussistenza della condotta abusiva, non rilevabile d'ufficio, in relazione agli elementi di cui ai commi 1 e 2. Il contribuente ha l'onere di dimostrare l'esistenza delle ragioni extrafiscali di cui al comma 3.
(…) 13. Le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie. Resta ferma l'applicazione delle sanzioni amministrative tributarie”.

Da ultimo, si aggiunga come la responsabilità penale di entrambe le figure trovi conferma anche in normative speciali che richiamano il codice penale, come ad esempio l’art. 76 D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445 – “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa“: “1. Chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal presente testo unico è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia.
2. L'esibizione di un atto contenente dati non più rispondenti a verità equivale ad uso di atto falso.
3. Le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli articoli 46 e 47 e le dichiarazioni rese per conto delle persone indicate nell'articolo, comma 2, sono considerate come fatte a pubblico ufficiale” nonché da varie circolari e risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate.

Anonimo chiede
domenica 17/07/2016 - Lazio
“Spett. le Brocardi,
mi chiamo (anonimo) e nel 2012 ho comprato il 50% di una srl immobiliare costituita nel 2005. Gli amministratori sono stati diversi nel tempo; nello specifico dal 2005 al 2012 sono esistiti 6 amministratori contemporaneamente tutti a firma disgiunta (che erano anche tutti i soci-sempre gli stessi dalla costituzione-) e dal 2012 al momento del mio acquisto delle quote ho preferito rimanere socio cosicché sono rimasti in carica solo 2 degli amministratori originari ad eccezione di un breve periodo di 4 mesi (marzo-luglio 2015) in cui l' amministratore unico è divenuto mio padre. A seguito della nomina di amministratore unico, gli ultimi 2 amministratori hanno impugnato il verbale e son tornati amministratori. Oggi dopo un atp sono risultati forti ammanchi economici per tutto il periodo 2005-2016 perché al ctu non è stata consegnata la documentazione dai 2 amministratori pertanto il ctu ha dovuto ricostruire la contabilità con i documenti reperiti (Ag entrate, Catasto, banche) ed ha potuto appurare forti mancanze economiche oltre al fatto che non risultano depositati i bilanci dal 2012.
Gli amministratori nel periodo in cui hanno ricevuto la notifica di atp e prima dell inizio delle operazioni peritali (hanno fatto causa a mio padre per la maggior parte della mancanza rilevata a posteriori- a questo punto è evidente che già sapevano i risultati che la ctu avrebbe rilevato e che hanno agito in mala fede-)
È bene rilevare che nel 2012 al momento di acquisto delle quote, gli amministratori-soci uscenti (solo quelli uscenti) hanno richiesto la liberazione da ogni responsabilità in merito all amministrazione che gli è stata accordata da tutti;
È possibile addebitare l' intera responsabilità ai due amministratori così come di fatto è stato? Oppure sono responsabili solo delle operazioni da loro fisicamente eseguite?
Qualora decidessero di farsi la guerra l' un l' altro, è possibile che ognuno sia responsabile in modo diverso perché l' amministrazione disgiunta ha fatto sì che solo uno ha operato a insaputa dell' altro? L' altro amministratore può dimostrare di essere stato all' oscuro di tutto nonostante il principio che l' amministratore ha legalmente completa conoscenza? Possono far eseguire una nuova ctu con il rischio che nel frattempo manomettano i documenti contabili? Come è possibile quantificare i danni nei miei confronti? Ed infine l' ultima breve domanda: a seguito della atp è possibile andare subito in decisione con l' art 702 oppure un altro?
Grazie mille per ogni aiuto (vero aiuto) che vogliate darmi,
Cordialmente”
Consulenza legale i 01/08/2016
La norma di riferimento per il caso di specie è l’art. 2476 del cod. civ., il quale così recita (per le parti che qui interessano): “Gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall'inosservanza dei doveri ad essi imposti dalla legge e dall'atto costitutivo per l'amministrazione della società. Tuttavia la responsabilità non si estende a quelli che dimostrino di essere esenti da colpa e, essendo a cognizione che l'atto si stava per compiere, abbiano fatto constare del proprio dissenso. (…) Le disposizioni dei precedenti commi non pregiudicano il diritto al risarcimento dei danni spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori.”.

Come si vede, anche per le s.r.l. vale la medesima regola dettata per l’amministrazione nelle società di capitali in generale, ovvero quella della responsabilità solidale e per colpa: tutti sono cioè responsabili per l’intero salva la prova che le conseguenze dannose siano in rapporto di causalità diretta con la condotta dei medesimi.
Quando esiste, infatti, come nella fattispecie in esame, una pluralità di amministratori, ciò non significa essi siano tutti automaticamente responsabili nei confronti della società: occorre capire, in base alle circostanze del caso, se la responsabilità sia di uno solo di essi, solamente di alcuni oppure ancora di tutti.

La responsabilità dell’amministratore è personale e, in linea di principio, colpisce il solo soggetto che compie l’atto che cagiona il danno. Questo principio è ricavabile dal citato art. 2476, comma 1°.
Due quindi, in forza di quest’ultima norma, sono i presupposti che consentono a un amministratore di non rispondere solidalmente con gli altri gestori: 1) essere esente da colpa; e 2) nel caso sia a conoscenza dell’atto, fare constare il proprio dissenso.

Per quanto riguarda il fatto di essere esente da colpa, si tratta di una fattispecie che può realizzarsi ad esempio quando un amministratore subentra a un precedente gestore: caso di un consiglio di amministrazione composto di tre membri, di cui uno ad un certo momento rimette il mandato e viene sostituito da uno nuovo. Se viene esercitata un’azione di responsabilità nei confronti dei gestori per violazioni poste in essere prima dell’assunzione dell’incarico da parte del nuovo amministratore, questi deve ritenersi esente da colpa.
Occorre tuttavia accertare se l’ignoranza non dipenda dalla violazione di un dovere di vigilare, nel qual caso essa può essere ritenuta colpevole.

Il secondo elemento necessario per escludere la responsabilità di un amministratore è che questi abbia fatto constatare formalmente il proprio dissenso, il che ovviamente può avvenire solo quando l’amministratore era a conoscenza che l’atto si stava per compiere. Del resto un dissenso si può esprimere solo se si è a conoscenza di una progettata operazione.

Riassumendo, quindi (così anche rispondendo a diverse domande poste nel quesito):
1) se l’amministratore non era a conoscenza del compimento di un atto dannoso, non ne risponde;
2) se invece era a conoscenza del compimento dell’atto, ne risponde;
3) tuttavia l’amministratore va esente da responsabilità se, anche se a conoscenza dell’atto, fa constatare il proprio dissenso. Si noti bene, in ogni caso, che per la legge non è sufficiente far risultare il proprio dissenso, perché bisogna anche essere esenti da colpa e lo si è nella misura in cui non si sia adempiuto al dovere di controllare l’operato degli altri quando si aveva l’obbligo di farlo.

Nell’amministrazione disgiuntiva, ciascun socio amministratore ha sia il potere di gestione sia quello di rappresentanza: ciò significa che è legittimato a compiere tutte le operazioni che ritiene utili nell’interesse della società, da solo e di sua iniziativa, senza bisogno del consenso degli altri, non avendo alcun obbligo di informazione preventiva.
Ciascun amministratore decide da solo per la società: in una situazione del genere, pertanto, risponde esclusivamente colui che ha preso la decisione.

Una responsabilità degli altri potrebbe tuttavia essere affermata in caso di omessa opposizione a fronte di un’operazione pregiudizievole. A tal proposito l’art. 2257, comma 2°, c.c., richiamato espressamente dall’art. art. 2475 del c.c., comma 3°, c.c., stabilisce che “se l’amministrazione spetta disgiuntamente a più soci, ciascun socio amministratore ha diritto di opporsi all’operazione che un altro voglia compiere, prima che sia compiuta”.
Si ponga il caso di una s.r.l. con tre amministratori e con un modello di amministrazione disgiuntiva. L’amministratore Tizio ha in mente di compiere una determinata operazione (si pensi all’acquisto di un immobile) e, essendo titolare del potere di amministrazione in via disgiuntiva, può procedervi senza il consenso degli altri. Si supponga ora che Tizio comunichi agli altri due amministratori che ha intenzione di comprare l’immobile. Se Caio e Sempronio sanno che l’operazione è dannosa per la società (ad esempio perché l’immobile viene acquistato a un prezzo più elevato del suo valore reale), essi devono esercitare il diritto di opposizione. Altrimenti, realizzatasi l’operazione e verificatosi il danno, rischiano di rispondere in via solidale con Tizio.

Infine, in caso di delega di poteri, si ritiene estensibile alle s.r.l. il principio stabilito per le s.p.a. dall’art. 2392, comma 1°, par. 2, c.c., il quale prevede che gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall’inosservanza di doveri, “a meno che si tratti di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di funzioni in concreto attribuite ad uno o più amministratori”.
Ciò significa che i singoli amministratori, in caso di delega di poteri, rispondono solo per le decisioni assunte nel proprio ambito di competenza. Gli altri amministratori non sono responsabili. E tuttavia l’art. 2392, comma 2°, c.c. chiarisce che in ogni caso gli amministratori sono “solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose”.

Secondo la Corte di Cassazione, all’amministratore di una s.r.l, che si sia reso responsabile di condotta illecita, può essere imputato non ogni effetto patrimoniale dannoso che la società, cui è legato da un rapporto di mandato, sostenga di avere subito, ma solo quello che si ponga come conseguenza immediata e diretta della violazione degli obblighi incombenti sull’amministratore. La società dovrà quindi fornire la prova non solo di una condotta dell’amministratore contraria ai suoi doveri nell’esecuzione del mandato, ma anche quella della sussistenza di un danno effettivo e direttamente ricollegabile a tale condotta.

Per tornare al caso concreto, per quel che concerne le cause in corso, se si è ben compresa la domanda, è senz’altro possibile che venga eseguita – nell’ultima causa in ordine di tempo – una Ctu che abbia presumibilmente il medesimo oggetto di quella già svoltasi nel processo precedente. E’ evidente che il pericolo di – come si usa dire nell’ambito penale – inquinamento delle prove è concreto; il rischio, tuttavia, ad avviso di chi scrive, è basso, proprio a motivo del fatto che esiste una perizia precedente nella quale risultano esaminati ed allegati i medesimi documenti, per cui manometterli comporterebbe il rischio se non la certezza di venire scoperti e denunciati immediatamente.

Ancora, in forza del citato articolo 2476 c.c., il singolo socio ha diritto ai danni che siano conseguenza diretta degli atti dolosi o colposi degli amministratori. In merito alla domanda sulla quantificazione di tali danni, è difficile – anzi impossibile – dare una risposta senza esaminare i fatti ed i documenti di cui alla controversia che si descrive. Va rimarcato, tuttavia, che, per giurisprudenza consolidata ed uniforme, “L'azione individuale di risarcimento del danno attribuita ai singoli soci nei confronti degli amministratori dall'art. 2395 c.c. ovvero, quanto alle società a responsabilità limitata, dall'art. 2476 comma 6 c.c., è di natura aquiliana, ma è connotata da profili di specialità rispetto alla previsione generale dell'art. 2043 c.c., in considerazione della qualità del soggetto danneggiato e del soggetto danneggiante, e presuppone, oltre al compimento di atti gestori dolosi o colposi, la produzione di un danno direttamente incidente sul patrimonio personale del singolo socio. L'azione esige quindi che il pregiudizio non sia il mero riflesso dei danni eventualmente recati al patrimonio sociale, ma si tratti di danni direttamente causati al socio come conseguenza immediata della condotta degli amministratori e grava sull'attore fornire rigorosa prova sia del danno concretamente subito, sia della natura colposa o addirittura dolosa della condotta dell'amministratore, sia del nesso causale esistente tra condotta ed evento, dal momento che, altrimenti, qualora il danno prospettato risulti essere mera conseguenza riflessa del danno patito dalla società si esce dalla previsione invocata” (Trib. Taranto, Sez. I, 18 marzo 2016 n. 963, recentissima, che riprende l’orientamento di Cassazione).

Per quanto riguarda, infine, il tipo di azione da perseguire nei confronti degli amministratori responsabili di mala gestio, va detto che in forza dell'art. 3, comma 2, lett. a), del D.lgs. 27 giugno 2003, n. 168, le cause ed i procedimenti relativi a rapporti societari, ivi compresi quelli concernenti l'accertamento, la costituzione, la modificazione o l'estinzione di un rapporto societario, nonché le azioni di responsabilità da chiunque promosse contro i componenti degli organi amministrativi o di controllo sono attribuite alla cognizione del cosiddetto “Tribunale delle imprese”.
Si tratta di una vera e propria Sezione Specializzata dei Tribunali, presente – tra l’altro – non in tutti i distretti ma solamente in alcuni. Questa natura di Giudice speciale, unitamente alla circostanza che si tratterebbe di causa avente ad oggetto la responsabilità di amministratori di società, esclude tale controversa dal novero di quelle che possono essere decise dal giudice monocratico anziché collegiale, in forza dell’art. art. 50 bis del c.p.c. bis c.p.c..

Essendo dunque il procedimento sommario di cui all’art. 702 bis bis c.p.c. citato (benché impropriamente come solo “702”, ma il riferimento è chiaro) applicabile invece solo alle cause di competenza del Giudice monocratico, non sarà possibile, nel caso in esame, farlo seguire all’ATP già svoltosi per accelerare i tempi di una decisione. Proprio in virtù, anzi, di quanto appena ricordato sulla competenza della Sezione Specializzata in materia di imprese, sarà purtroppo inevitabile procedere con un giudizio ordinario.


Gianpaolo chiede
giovedì 13/01/2011

“Vorrei cortesemente approfondire un aspetto legato alla responsabilità degli amministratori (consiglieri) di una società cooperativa a responsabilità limitata.
In buona sostanza se l'essere partecipe, in qualità di consigliere, alla conduzione della società pur non mettendo in pratica alcun atto, sono responsabile di fronte ai terzi in caso di condotta censurabile di altro consigliere amministratore.
Grazie.”

Consulenza legale i 02/02/2011

In linea di massima, se l’organo cui compete la gestione della società cooperativa a responsabilità limitata è il consiglio di amministrazione, agli amministratori consiglieri, in base alle funzioni determinate dall’atto costitutivo, è possibile applicare il primo comma dell’art. 2476 del c.c. secondo cui “Gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall'inosservanza dei doveri ad essi imposti dalla legge e dall'atto costitutivo per l'amministrazione della società”. Tuttavia “la responsabilità non si estende a quelli che dimostrino di essere esenti da colpa e, essendo a cognizione che l'atto si stava per compiere, abbiano fatto constare del proprio dissenso”.

L'art. 2392 del c.c. impone a tutti gli amministratori un fondamentale dovere di vigilanza sul generale andamento della gestione, che non viene meno neppure nell'ipotesi di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di uno o più amministratori, salvo che sia stata fornita la prova dell'impossibilità di esercitare la predetta vigilanza a causa del comportamento ostativo di altri componenti del consiglio; tale principio vale a maggior ragione quando gli addebiti riscontrati a carico degli amministratori riguardano la redazione del bilancio e vanno quindi a coinvolgere inevitabilmente la responsabilità dell'intero organo collegiale (Cassazione civile, sez. I, 15 febbraio 2005, n. 3032).


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Testi per approfondire questo articolo

  • L'esclusione del socio nella società a responsabilità limitata

    Editore: Aracne
    Collana: Diritto commerciale e fallimentare
    Pagine: 196
    Data di pubblicazione: aprile 2015
    Prezzo: 15 €

    L'estromissione forzosa di un partecipante da un gruppo associativo è causa di gran parte delle controversie che contrappongono il singolo alle altre parti del gruppo. Nel più ampio quadro di un'analisi volta ad individuare le "costanti" sostanziali e procedimentali delle ipotesi di esclusione del singolo dai rapporti associativi pluripersonali - dalle società di persone e cooperative, alle associazioni, consorzi e GEIE, fino alla Società Privata Europea, ai... (continua)