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Articolo 702 bis Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n.1443)

Forma della domanda. Costituzione delle parti

Dispositivo dell'art. 702 bis Codice di procedura civile

Nelle cause in cui il tribunale giudica in composizione monocratica, la domanda può essere proposta con ricorso al tribunale competente(1). Il ricorso, sottoscritto a norma dell’articolo 125, deve contenere le indicazioni di cui ai numeri 1), 2), 3), 4), 5) e 6) e l’avvertimento di cui al numero 7) del terzo comma dell’articolo 163(2).

A seguito della presentazione del ricorso il cancelliere forma il fascicolo d’ufficio e lo presenta senza ritardo al presidente del tribunale, il quale designa il magistrato cui è affidata la trattazione del procedimento.

Il giudice designato fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti, assegnando il termine per la costituzione del convenuto, che deve avvenire non oltre dieci giorni prima dell’udienza; il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, deve essere notificato al convenuto almeno trenta giorni prima della data fissata per la sua costituzione.

Il convenuto deve costituirsi mediante deposito in cancelleria della comparsa di risposta, nella quale deve proporre le sue difese e prendere posizione sui fatti posti dal ricorrente a fondamento della domanda, indicare i mezzi di prova di cui intende avvalersi e i documenti che offre in comunicazione, nonché formulare le conclusioni. A pena di decadenza deve proporre le eventuali domande riconvenzionali e le eccezioni processuali e di merito che non sono rilevabili d’ufficio.

Se il convenuto intende chiamare un terzo in garanzia deve, a pena di decadenza, farne dichiarazione nella comparsa di costituzione e chiedere al giudice designato lo spostamento dell’udienza. Il giudice, con decreto comunicato dal cancelliere alle parti costituite, provvede a fissare la data della nuova udienza assegnando un termine perentorio per la citazione del terzo. La costituzione del terzo in giudizio avviene a norma del quarto comma(3).

Note

(1) Il procedimento sommario di cognizione, introdotto con la legge di riforma 69/2009, trova applicazione nelle ipotesi in cui la questione sia tale da poter essere decisa in maniera sommaria, non presentando punti controversi complessi e che necessitano di un'istruzione probatoria tipica del processo ordinario di cognizione. Tuttavia, è bene precisare che la decisione sommaria attiene solo ed esclusivamente alla celerità che caratterizza tale procedimento, poichè il giudizio è in realtà un processo a cognizione piena in ragione del fatto che svolge in ogni caso la funzione di accertare definitivamente chi ha ragione e chi ha torto tra le parti, diversamente dagli altri procedimenti sommari.
(2) Dall'analisi del presente articolo si evince che la competenza appartiene esclusivamente al tribunale in composizione monocratica escludendosi qualsiasi competenza del collegio o del giudice di pace, che la forma della domanda con la quale si introduce il giudizio è quella del ricorso e che si tratta di un istituto alternativo al processo ordinario di cognizione.
Nel ricorso, modellato sulla falsa riga dell'atto di citazione, è necessario che vengano indicati in maniera completa tutti gli elementi utili affinchè il giudice possa avere già una chiara contezza della questione.
(3) Per ragioni di completezza, si indica che agli artt. 14-30 del D. Lgs. n. 150 del 2011 si trovano i riti speciali che sono regolati dal processo sommario di cognizione, tra cui si annoverano a titolo esemplificativo le controversie in materia di liquidazione degli onorari e dei diritti di avvocato, quelle in materia di mancato riconoscimento del diritto di soggiorno sul territorio nazionale a favore dei cittadini dei paesi membri dell'U.E., le impugnazioni dei provvedimenti disciplinari a carico dei notai etc..

Ratio Legis

La norma in commento apre il Capo III bis, intitolato "Del procedimento sommario di cognizione", introdotto dalla legge di riforma 69/2009 e comprendente gli articoli da 702 bis a 702 quater del c.p.c.. Tali disposizioni regolano un procedimento volto sia ad ottenere la tutela piena del diritto fatto valere in via sommaria sia a snellire la trattazione dei procedimenti meno complessi.

Massime relative all'art. 702 bis Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 11512/2012

È ammissibile il regolamento preventivo di giurisdizione afferente a procedimento sommario ex art. 702 bis e seguenti c.p.c., trattandosi di rito avente natura cognitiva e non cautelare, come è anche esplicitamente affermato dalla rubrica del capo III bis del codice di procedura civile, introdotto dall'art. 51 della legge 18 giugno 2009, n. 69.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 11512 del 10 luglio 2012)

Cass. civ. n. 3/2012

Qualora, nel corso di un procedimento introdotto con il rito sommario di cognizione, di cui all'art. 702 bis c.p.c., insorga una questione di pregiudizialità rispetto ad altra controversia, che imponga un provvedimento di sospensione necessaria, ai sensi dell'art. 295 c.p.c., o venga invocata l'autorità di una sentenza resa in altro giudizio e tuttora impugnata, ai sensi dell'art. 337, secondo comma, c.p.c., si determina la necessità di un'istruzione non sommaria e, quindi, il giudice deve, a norma dell'art. 702 ter, terzo comma, c.p.c., disporre il passaggio al rito della cognizione piena. Ne consegue che, nell'ambito del rito sommario, è illegittima l'adozione di un provvedimento di sospensione ai sensi dell'art. 295 c.p.c. o dell'art. 337, secondo comma, c.p.c..
(Cassazione civile, Sez. VI, sentenza n. 3 del 2 gennaio 2012)

Cass. civ. n. 23691/2011

Il procedimento sommario, previsto dagli artt. 702 bis e seguenti c.p.c. (introdotto dall'art. 51 della legge 18 giugno 2009 n. 69), è applicabile esclusivamente alle controversie di competenza del tribunale in composizione monocratica, con la conseguenza che in tutte le ipotesi in cui la competenza appartenga ad un diverso giudice (nella specie, il giudice di pace), non se ne può invocare l'applicazione.
(Cassazione civile, Sez. VI, sentenza n. 23691 del 11 novembre 2011)

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Quesiti degli utenti
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Sergio C. chiede
martedì 24/01/2017 - Emilia-Romagna
“Ho incaricato un avvocato di presentare un ricorso ex legge Pinto per una controversia civile svoltasi a Palermo e protrattasi per ben 21 anni.Nell'aprile 2016 la Cassazione accoglieva il mio ricorso cassando la sentenza d'appello che mi vedeva soccombente e rinviando la causa a nuova sezione della C.A. di Palermo.Controparte,nelle more del processo, si era posta in liquidazione trasformandosi da S.p.A. in S.r.l. ,praticamente senza un patrimonio da attaccare.Per tale ragione ritenni di non riassumere la
causa.Preciso che tutto l'iter processuale si è svolto con il c.d. "vecchio rito" durante il quale non era previsto né il rito sommario di cognizione né la richiesta di trattazione orale,che costituiscono i c.d. "rimedi preventivi" indispensabili per l'accoglimento del ricorso.
L'Avv. incaricato preparava il ricorso,incaricava un legale a Palermo per l'acquisizione degli atti in originale da allegare al ricorso.Emetteva fattura pari a € 2030,08 e bonificavo € 1100,00 all'avv. di Palermo a titolo fondo spese. Successivamente,dopo un paio di settimane,l'avvocato incaricato del ricorso mi comunicava che,da notizie ricevute dal collega di Palermo,mi sconsigliava di presentare il ricorso in quanto privo dei richiesti rimedi preventivi onde evitare anche una condanna al pagamento della soccombenza processuale.
La domanda è: non poteva l'avvocato incaricato,verificare a monte i requisiti per presentare il ricorso anziché redigerlo,estrarre l'ingentissimo numero di atti in originale ed in definitiva farmi pagare,oltre alle sue competenze,anche le spese di tutto il procedimento ? Posso richiedere il rimborso del tutto,detratto l'onorario per la consulenza che avrebbe dovuto essere quella che indicava la mancanza dei requisiti richiesti?

Grazie e cordiali saluti.”
Consulenza legale i 29/01/2017
Dall’esposizione dei fatti di cui al quesito non si comprendono bene, in realtà, le ragioni per le quali il ricorso ai sensi della “Legge Pinto” non sia stato presentato.

La citata norma, L. n. 89 del 24/3/2001, ha conosciuto una rilevante modifica per effetto dei commi 777, 781 e 782 dell’art. 1 della legge di stabilità n. 208 del 28.12.2015, che hanno reso più difficile ricorrere per ottenere un indennizzo per irragionevole durata del processo.
La legge n. 208/2015, infatti, che è entrata in vigore il 1/1/2016, introduce una disciplina transitoria secondo cui (nuovo art. 6, co. 2-bis) ai processi che abbiano già raggiunto un’irragionevole durata alla data del 31/10/2016, oppure che alla medesima data siano già stati decisi, non dovranno essere applicabili le nuove norme e dunque non sarà necessario esperire i “rimedi preventivi”, introdotti con la normativa in commento, ai fini dell’ammissibilità della domanda di equa riparazione: “Nei processi la cui durata al 31 ottobre 2016 ecceda i termini ragionevoli di cui all'articolo 2, comma 2-bis, e in quelli assunti in decisione alla stessa data non si applica il comma 1 dell'articolo 2.”

Per il processo civile, costituisce “rimedio preventivo” la proposizione del giudizio con rito sommario di cognizione ex artt. 702 bis-bis e ss. c.p.c. o la richiesta di passaggio dal rito ordinario al rito sommario ai sensi dell’art. 183 bis-bis c.p.c. nonché, nei casi in cui non si applica il rito sommario, nei quali rientrano anche le cause in grado di appello, la richiesta di trattazione orale ai sensi dell’art. 281 sexies-sexies c.p.c., ora resa possibile anche se vi è competenza collegiale del Tribunale (nuovo art. 1-ter, comma 1).

La Legge Pinto stabilisce ancora che (art. 4): “La domanda di riparazione può essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva.”
Sotto quest’ultimo profilo, tornando al quesito specifico, se la decisione di rinvio della Cassazione è intervenuta nell’aprile 2016, ed è dunque presumibile che il termine per la riassunzione scadesse nel successivo mese di giugno, non essendo stata effettuata la riassunzione in questione, il procedimento si è estinto ed ogni precedente e già intervenuta decisione è divenuta definitiva. Da quel momento (da giugno 2016), decorreva quindi il termine di 6 mesi per la presentazione del ricorso ex Legge Pinto, termine che, come correttamente ha spiegato l’avvocato al cliente che ha posto il quesito, sarebbe scaduto nel mese di dicembre 2016.

Va tuttavia tenuta presente un’importante circostanza, ovvero che il procedimento di cui al quesito era soggetto al cosiddetto “vecchio rito”: per cause di “vecchio rito” si intendono i giudizi già pendenti in primo grado al 30 aprile 1995. La pendenza era data dalla notifica dell'atto di citazione oppure dal deposito del ricorso (come precisato dalla pronuncia 16347/2004 della Cassazione). Alle cause di vecchio rito «si applicano le disposizioni vigenti anteriormente a tale data» (articolo 90 della legge 353/1990).
Le cause “vecchio rito” costituiscono – si noti bene - una delle ipotesi che fanno eccezione all'applicabilità delle nuove norme della Legge Pinto sopra richiamate, poiché non prevedevano né la distinzione tra rito ordinario e rito sommario né la trattazione orale ai sensi dell’art. 281-sexies c.p.c..

Di conseguenza, ad avviso di chi scrive, nel caso di specie si sarebbe potuto tranquillamente presentare il ricorso per irragionevole durata del processo.

Se il legale incaricato non aveva studiato a fondo le modifiche normative sopra richiamate, potrà essere ritenuto responsabile di negligenza ed è senz’altro corretta l’osservazione per la quale egli avrebbe dovuto esaminare meglio la disciplina applicabile al caso di specie prima di iniziare il lavoro ed addebitarlo quindi al cliente.
Al fine di evitare, in ogni caso, un contenzioso per responsabilità professionale nel quale chiedere il risarcimento di ogni danno subito, si potrà suggerire – come ragionevolmente ipotizzato nel quesito – al legale in questione di chiudere il tutto con il rimborso dell’onorario dovuto per la redazione del ricorso poi non depositato e relative spese.

GIUSEPPE V. chiede
martedì 28/04/2015 - Campania
“SULLA RINGHIERA DEL BALCONE DELL'APPARTAMENTO DEL PIANO SUPERIORE SECONDO PIANO DEL MIO APPARTAMENTO PRIMO PIANO SONO STATI ESPOSTI N. 2 CARTELLONI PUBBLICITARI MOLTO GRANDI DI UNA SCUOLA DI FORMAZIONE , ROVINANDO L'ESTETICA DEL FABBRICATO E CAUSANDO RUMORI IN CASO DI VENTO . A SEGUITO DI MIEI DUE RICORSI SONO STATI MULTATI PER BEN DUE VOLTE EURO 400,00 CADAUNA DALLA POLIZIA ANTIEVASIONE DI ... PERCHE' ILLEGITTIMI E ILLEGALI, TANTE' CHE IN DATA 12122014 L'UFFICIO TRIBUTI HA EMESSO ORDINANZA DI RIMOZIONE NOTIFICATA IN DATA 05012015 TERMINE DIECI GIORNI , MA A TUTT'OGGI I RESPONSABILI DELLA SCUOLA NON LI HANNO RIMOSSI .
L'ENTE PUBBLICO DIETRO MIA INSISTENZA ANCHE CON TELEGRAMMA , SOSTIENE CHE NON E' ATTREZZATO ALLA RIMOZIONE COATTA.
MI CHIEDO A QUESTO PUNTO, POSSO CHIEDERE L'APPLICAZIONE DELL'ART. 700 DEL CODICE CIVILE, AVENDO IN MIO POSSESSO RELAZIONE SCRITTA SU CARTA INTESTATA DEL COMUNE DI ..., SOTTOSCRITTO DAL CORPO ANTIEVASIONE UFFICIO TRIBUTI SIA DEI DUE VERBALI CHE DELL'ORDINANZA DI RIMOZIONE?”
Consulenza legale i 04/05/2015
L'art. 23 comma 13-bis del Codice della Strada è molto chiaro: qualora vengano collocati cartelli, insegne di esercizio o altri mezzi pubblicitari privi di autorizzazione o comunque in contrasto con quanto disposto dal comma 1, l'ente proprietario della strada, dopo aver inutilmente diffidato l'autore della violazione e il proprietario o il possessore del suolo privato, nei modi di legge, a rimuovere il mezzo pubblicitario a loro spese entro e non oltre dieci giorni dalla data di comunicazione dell'atto, è tenuto, trascorso tale termine, ad effettuare la rimozione del mezzo pubblicitario e alla sua custodia ponendo i relativi oneri a carico dell'autore della violazione e, in via tra loro solidale, del proprietario o possessore del suolo. La legge precisa addirittura che a tal fine tutti gli organi di polizia stradale di cui all'articolo 12 sono autorizzati ad accedere sul fondo privato ove è collocato il mezzo pubblicitario.

Viste anche le foto che ben rappresentano la situazione, sembra assolutamente inverosimile che gli agenti di polizia stradale non abbiano i mezzi per la rimozione coatta (si tratta semplicemente di sganciare i teli dalla ringhiera del palazzo, operazione che può compiere qualsiasi persona).
Pertanto, prima di intraprendere un giudizio cautelare ai sensi dell'art. 700 c.p.c., che avrebbe buone probabilità di successo, ma che al contempo avrebbe dei costi iniziali importanti per il ricorrente (certo, solo anticipati, ma è noto che i procedimenti giudiziali si protraggono sempre per molto tempo e che non è sempre certo di riuscire a recuperare dalla controparte le somme anticipate), è assolutamente consigliabile insistere affinché la rimozione avvenga in modo coattivo ad opera dell'ente pubblico interessato.

La rimozione costituisce una sanzione accessoria che ha ad oggetto l'obbligo di ripristino dello stato dei luoghi o di rimozione di opere abusive.
Il comma 13 bis è stato modificato dapprima con la legge 1 agosto 2003, n. 214, che ha convertito con modificazioni il D.L. 27 giugno 2003, n. 151 e poi da ultimo con la legge 29 luglio 2010, n. 120 (art. 5, comma 2, lett. c), che ha aggiunto l'espressione "a tal fine tutti gli organi di polizia stradale di cui all'articolo 12 sono autorizzati ad accedere sul fondo privato ove è collocato il mezzo pubblicitario".

L'art. 24 del d.lgs. 15 novembre 1993, n. 507 dispone in generale che il comune è tenuto a vigilare sulla corretta osservanza delle disposizioni legislative e regolamentari riguardanti l'effettuazione della pubblicità. Il secondo comma, in particolare, stabilisce che le violazioni di norme regolamentari stabilite dal comune nonché di quelle contenute nei provvedimenti relativi all'installazione degli impianti, implicano la rimozione degli impianti pubblicitari abusivi e che in caso di inottemperanza all'ordine di rimozione entro il termine stabilito, il comune provvede d'ufficio, addebitando ai responsabili le spese sostenute.

Sembra, quindi, che il legislatore abbia voluto stabilire un preciso obbligo in capo all'ente pubblico di rimozione dell'opera abusiva, quando non vi provveda il trasgressore stesso.

Nel caso di specie, la rimozione avrebbe un costo certamente contenuto. Del resto, è prassi di molti grandi comuni quella di rinviare sine die la rimozione, accampando scuse quali la mancanza di fondi o di personale.

Uno strumento di pressione, visto il danno alla salute lamentato dai proprietari dell'appartamento confinante, può essere quello di paventare una azione di risarcimento del danno da ritardo contro la p.a. interessata. E' stato infatti riconosciuto in giurisprudenza il diritto ad ottenere il risarcimento in caso di ritardi puramente burocratici nell'adempimento dei propri obblighi (Consiglio di Stato, sez. V, 28.2.2011, n. 1271: “l’inerzia della pubblica amministrazione, dettata da una condotta dell’ente rivelatasi inutilmente dilatoria, risulta lesiva di un diritto della persona tutelato dalla Costituzione e fa scattare il risarcimento del danno biologico laddove ha inciso sull’equilibrio psico-fisico dell’interessato”). Si può quindi, innanzitutto, diffidare il comune a provvedere immediatamente alla rimozione, riservandosi la quantificazione del danno.

Nel caso in cui il comune continuasse a disinteressarsi, ferma la possibilità di chiedergli il risarcimento danni, qualora il vicino volesse muoversi autonomamente per far rimuovere i cartelli abusivi, egli potrebbe, come suggerito nel quesito, procedere ad una azione di tipo cautelare ai sensi dell'art. 700 del c.p.c.: l'azione potrà basarsi sul mancato rispetto delle norme di legge sulla collocazione di pubblicità stradali, ma soprattutto sul fatto che i cartelli creano un danno alla salute ai ricorrenti e, pertanto, si impone la necessità di provvedere con urgenza alla rimozione.
Poiché i rumori creati dai cartelli in caso di vento sono particolarmente forti, si può valutare anche una azione dinnanzi al giudice di pace (causa più semplice e più veloce), il quale è competente per le cause relative a rapporti tra proprietari o detentori di immobili adibiti a civile abitazione in materia di immissioni di fumo o di calore, esalazioni, rumori, scuotimenti e simili propagazioni che superino la normale tollerabilità (art. 7 c.p.c., art. 844 c.c.). Si dovrà effettuare una perizia per valutare se i rumori superano il livello di "normalità".

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