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Articolo 2473 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Recesso del socio

Dispositivo dell'art. 2473 Codice civile

L'atto costitutivo determina quando il socio può recedere dalla società e le relative modalità. In ogni caso il diritto di recesso compete ai soci che non hanno consentito al cambiamento dell'oggetto o del tipo di società, alla sua fusione o scissione, alla revoca dello stato di liquidazione al trasferimento della sede all'estero alla eliminazione di una o più cause di recesso previste dall'atto costitutivo e al compimento di operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell'oggetto della società determinato nell'atto costitutivo o una rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci a norma dell'articolo 2468, quarto comma. Restano salve le disposizioni in materia di recesso per le società soggette ad attività di direzione e coordinamento.
Nel caso di società contratta a tempo indeterminato il diritto di recesso compete al socio in ogni momento e può essere esercitato con un preavviso di almeno centottanta giorni; l'atto costitutivo può prevedere un periodo di preavviso di durata maggiore purché non superiore ad un anno.
I soci che recedono dalla società hanno diritto di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione del patrimonio sociale. Esso a tal fine è determinato tenendo conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso; in caso di disaccordo la determinazione è compiuta tramite relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale, che provvede anche sulle spese, su istanza della parte più diligente; si applica in tal caso il primo comma dell'articolo 1349.
Il rimborso delle partecipazioni per cui è stato esercitato il diritto di recesso deve essere eseguito entro centottanta giorni dalla comunicazione del medesimo fatta alla società. Esso può avvenire anche mediante acquisto da parte degli altri soci proporzionalmente alle loro partecipazioni oppure da parte di un terzo concordemente individuato da soci medesimi. Qualora ciò non avvenga, il rimborso è effettuato utilizzando riserve disponibili o, in mancanza, corrispondentemente riducendo il capitale sociale; in quest'ultimo caso si applica l'articolo 2482 e, qualora sulla base di esso non risulti possibile il rimborso della partecipazione del socio receduto, la società viene posta in liquidazione.
Il recesso non può essere esercitato e, se già esercitato, è privo di efficacia, se la società revoca la delibera che lo legittima ovvero se è deliberato lo scioglimento della società.

Ratio Legis

Il sistema del recesso è imperniato su di un duplice principio:
1) fissazione di cause legali di recesso, per lo più inderogabili (fanno eccezione le due cause di cui all'art. 2437, comma 2), in relazione alle quali si garantisce il diritto di uscita a condizioni tali da assicurare al recedente il valore effettivo della partecipazione;
2) libertà, per le società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, di prevedere e regolamentare il recesso in via statutaria in ipotesi diverse da quelle stabilite dalla legge.

Relazione al D.Lgs. 6/2003

(Relazione illustrativa del decreto legislativo recante: "Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366.")

Massime relative all'art. 2473 Codice civile

Cass. n. 9662/2013

In tema di società a responsabilità limitata, la previsione statutaria di una durata della società per un termine particolarmente lungo (nella specie, l'anno 2100), tale da superare qualsiasi orizzonte previsionale anche per un soggetto collettivo, ne determina l'assimilabilità ad una società a tempo indeterminato; ne consegue che, in base all'art. 2473, comma secondo, cod. civ., compete al socio in ogni momento il diritto di recesso, sussistendo la medesima esigenza di tutelare l'affidamento del socio circa la possibilità di disinvestimento della quota da una società sostanzialmente a tempo indeterminato.

Cass. n. 13760/2009

È inammissibile il ricorso straordinario per cassazione di cui all'art. 111, settimo comma, Cost. avverso il decreto pronunciato dal giudice designato dal presidente del tribunale, ai sensi dell'art. 28 del D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 5, con il quale sia stato nominato, su istanza del socio, l'esperto per la valutazione della sua partecipazione sociale, ai sensi dell'art. 2473, terzo comma, c.c., essendo tale decreto un atto di volontaria giurisdizione privo dei caratteri della decisorietà e della definitività, da un lato perchè la stima operata dall'esperto non ha valore decisorio fra le parti ed è sindacabile dal giudice ove sia manifestamente erronea od iniqua (art. 1349 c.c., richiamato dall'art. 2473 c.c.), dall'altro perchè il decreto può essere revocato o modificato in presenza di nuove circostanze, ai sensi dell'art. 26 del D.L.vo citato; né la conclusione muta ove il ricorrente lamenti la lesione di situazioni aventi rilievo processuale, quali espressione del diritto di azione, atteso che la pronuncia sull'osservanza delle norme sul processo ha la medesima natura dell'atto giurisdizionale cui il processo è preordinato, e non può dunque avere autonoma valenza di provvedimento decisorio e definitivo.

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Quesiti degli utenti
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Luigi B. chiede
giovedì 07/12/2017 - Veneto
“Una SRL con tre soci - quote sociali 1/3 ciascuno. Tutti e tre i soci che rappresentano l'intero capitale sociale eseguono il recesso ad nutum nel mese di giugno 2017, in quanto la società è a tempo indeterminato.
Viene convocata dal notaio l'Assemblea dei soci nel mese di Dicembre (entro i sei mesi dal recesso) per la messa in liquidazione della società ai sensi art. 2473 c.c.
DOMANDA: Il notaio insiste che i soci devono votare la messa in liquidazione. Personalmente credo che il notaio, una volta preso atto dei vari recessi, che rappresentano l'intero capitale sociale, debba chiudere l'Assemblea deliberando la messa in liquidazione, senza ricorrere alla votazione.
Chi ha ragione?”
Consulenza legale i 18/12/2017
Va in primo luogo messo in evidenza che l’art. 2473, che disciplina il recesso del socio nella s.r.l., nulla dice circa il momento in cui si scioglie il rapporto sociale per effetto del recesso (e dunque quando il recesso diventa definitivo ed irrevocabile).
Secondo alcuni studiosi, il rapporto cesserebbe solo con l’acquisto della quota da parte dei consoci o del terzo oppure ancora con l’annullamento della stessa, per cui il recedente avrebbe diritto di partecipare alle assemblee e di sottoscrivere, addirittura, aumenti di capitale.
Secondo altri, invece, la perdita della qualità di socio si avrebbe nel momento del ricevimento della comunicazione di recesso, con la precisazione che le partecipazioni per le quali è stato esercitato il recesso – pendente il termine per la loro liquidazione – non vanno computate nei quorum costitutivi e deliberativi previsti per le decisioni dei soci.

Per quanto concerne la (poca e solo di merito: non c’è alcuna Cassazione che aiuti a chiarire la questione) giurisprudenza sul punto, tuttavia, parrebbe doversi preferire questa seconda tesi.

Si cita in primo luogo il recente Tribunale Roma, Sez. spec. Impresa, 25/01/2017, il quale afferma chiaramente: “La dichiarazione di recesso del socio da una società a responsabilità limitata deve ritenersi immediatamente produttiva di effetti, non appena ricevuta dalla società, e comporta l’immediato scioglimento del rapporto sociale, con riferimento al socio receduto. Questi diventa, dal momento in cui la società ha ricevuto la comunicazione, titolare del diritto alla liquidazione delle azioni per le quali ha esercitato il recesso.”
Ancora, il Tribunale di Catanzaro, nella pronuncia del 26/02/2014, statuisce: “Il recesso è atto unilaterale recettizio giuridicamente efficace dal momento in cui, con qualsiasi mezzo, la società prende atto della volontà del socio, con la conseguenza che da tale momento il socio perde il relativo status e la legittimazione ad esercitare i diritti sociali”.
Infine, sempre il Tribunale di Roma, in una sentenza del 24/05/2010, così precisa: “Sebbene il recesso del socio da una società a responsabilità limitata sia negozio unilaterale recettizio, i suoi effetti sono destinati a prodursi alla scadenza del termine di preavviso, giusta le previsioni dello statuto, dettate dalle esigenze proprie del settore in cui la società opera.
Da ultimo, si cita Tribunale Arezzo, 16/11/2004, secondo il quale: “L'esercizio del diritto di recesso da parte del socio di una s.r.l. è atto unilaterale recettizio e pertanto il socio recedente non può esercitare il diritto di controllo di cui all'art. 2476 comma 2, c.c. poiché ad egli spetta esclusivamente il rimborso della partecipazione come previsto dall'art. 2473 comma 3 c.c.”.

Ciò detto, tuttavia, la citata norma va necessariamente coordinata con le altre relative alla messa in liquidazione della società: nel caso particolare che ci occupa, infatti, il recesso riguarda tutti i soci e quindi determina il venir meno del capitale sociale.
L’art. [n2484cc]] c.c., che concerne la cause di scioglimento della società, ne prevede – tra le altre – tre che possono riguardare il caso in esame: oltre al caso specifico del 2473 c.c., infatti, si potrebbe anche parlare di sopravvenuta impossibilità di conseguimento dell’oggetto sociale (2484 c.c., 1° comma n. 2) oppure di impossibilità di funzionamento della società (2484 c.c., 1° comma n. 3).
In tutti i casi, però, la legge comunque stabilisce (art. 2484, 3° comma) che “Gli effetti dello scioglimento si determinano (…) dalla data di iscrizione presso l’ufficio del registro delle imprese della dichiarazione con cui gli amministratori ne accertano la causa (…)”.
Ebbene, l’iscrizione nel registro delle imprese ha efficacia costitutiva, vale a dire che gli effetti dello scioglimento non si possono produrre fino a che non venga eseguita tale formalità pubblicitaria.

Gli amministratori hanno l’obbligo di verificare senza indugio le cause di scioglimento e di procedere con la messa in liquidazione (art. 2485 c.c.) altrimenti sono personalmente responsabili, in via solidale, dei danni subìti dalla società, dai soci, dai creditori sociali e dai terzi.
Infine, l’art. 2486 c.c. specifica che, quando si verifica una causa di scioglimento, gli amministratori comunque conservano il potere di gestire la società, e se ne assumono le medesima responsabilità di cui sopra.

Alla luce di quanto appena detto, occorre capire che alternative vi sono alla delibera di messa in liquidazione.
In primo luogo, nel quesito non è specificato se, nel caso in esame, l’amministrazione sia affidata dallo statuto ai soci oppure a qualcuno esterno alla compagine sociale.
Nel caso in cui l’amministratore o gli amministratori siano degli esterni, ad avviso di chi scrive la risposta al quesito che ci occupa diventa forse più semplice: l’organo amministrativo prende atto della causa di scioglimento, lo dichiara e provvede agli adempimenti pubblicitari di cui sopra, senza che sia necessaria una delibera dei soci receduti.

Nel caso, al contrario, in cui gli amministratori siano tutti o alcuni dei soci receduti (ed è legittimo presumere che sia questo il nostro caso) allora la questione si fa complessa e, ad avviso di chi scrive, la soluzione deve individuarsi a livello interpretativo.
Si ritiene nel caso ipotizzato (anche a maggior tutela degli stessi soci coinvolti) che il ruolo di amministratore debba prevalere su quello di socio e che quindi essi debbano dichiarare lo scioglimento e provvedere come per legge agli adempimenti pubblicitari. Rimane comunque il fatto, in ogni caso, che anche in tale eventualità la delibera dei soci non sarebbe necessaria, come pretende il notaio.
Se i soci, eventualmente, non intendessero esercitare il proprio ruolo di amministratori dichiarando l’intervenuta causa di scioglimento, potrebbe venire in aiuto il comma secondo del 2485 c.c., secondo il quale: “Quando gli amministratori omettono gli adempimenti di cui al precedente comma, il tribunale, su istanza di singoli soci o amministratori ovvero dei sindaci, accerta il verificarsi della causa di scioglimento, con decreto che deve essere iscritto a norma del terzo comma dell’articolo 2484”.
La legge prevede quindi un’ipotesi di intervento esterno, da parte dell’Autorità Giudiziaria, qualora gli organi deputati alla dichiarazione (soci o amministratori) rimangano inerti: attenzione, però, che l’istanza – se non proveniente da questi ultimi – dovrebbe provenire dai sindaci.
Dalla lettura del quesito non si comprende se nella fattispecie in esame sia presente un organo di controllo: pertanto, in caso affermativo, i sindaci potrebbero rivolgersi al Giudice, mentre in caso contrario, si ritiene che – nel silenzio della legge sull’ipotesi qui prospettata - i soci, qualora non ritengano di svolgere il proprio ruolo di amministratori, come già detto (e si consiglia di procedere così, viste le responsabilità sottese) debbano seguire il consiglio del notaio e mettere formalmente in liquidazione la società.

PAOLA G. chiede
lunedì 16/10/2017 - Calabria
“Oggetto: Recesso socio da una S.R.L. ex art. 2473 c.c. -
Il socio della S.r.l. "Beta" esercitava per giusta causa, il diritto di recesso ex art. 2473 c.c., comunicando con Racc A/R tale sua volontà alla predetta società in data 10 Aprile 2012, giorno in cui è pervenuta la missiva alla società destinataria.
Il 12 Aprile 2012, la società "Beta" replicava con Racc A/R dichiarando, sulla scorta di pretestuosi motivi, di "non dovere accettare il recesso difettandone i presupposti".
Nel riscontrare tale replica, con Racc A/R pervenuta alla predetta società il 20 Aprile 2012, il socio recedente confermava e ribadiva gli stessi motivi di recesso riportati nella prima raccomandata (10 Aprile 2012), senza ricevere più alcun riscontro o rilievo da parte della società "Beta".
Decorsi abbondantemente 180 giorni dalla predetta comunicazione ex art. 2473, comma 4°, c.c. e viste le infruttuose richieste di liquidazione della quota sociale, il socio recedente, al fine di scongiurare il rischio della prescrizione dei propri diritti ex art. 2949 c.c., adiva, come da Statuto sociale, in data 20 Gennaio 2017 il Collegio arbitrale.
Detto Organo, regolarmente costituitosi, convocava le parti in causa (attore e convenuto) il giorno 8 Giugno 2017, per la presentazione delle proprie memorie.
In tale data (8 Giugno 2017), la società "Beta" si costituiva eccependo "l'invalidità e l'inefficacia del recesso esercitato".
DOMANDE: E' legittima l'eccezione sollevata dalla S.r.l. "Beta" sulla invalidità ed inefficacia del recesso, a distanza di oltre 5 ani dall'avvenuta comunicazione del recesso stesso (10 Aprile 2012), stanti i termini di cui all'art. 2949 c.c.?
Per far valere tale eccezione, la società "Beta" non avrebbe dovuto adire nei termini di legge (5 anni) l'Organo giurisdizionale competente (Collegio arbitrale)?
Per ultimo, si evidenzia che lo Statuto sociale prevede che il recesso si intende esercitato nel giorno in cui la comunicazione è pervenuta alla sede sociale.”
Consulenza legale i 23/10/2017
In primo luogo va osservato che, come previsto dal primo comma dell'art. 2473 c.c., è l'atto costitutivo della società a stabilire quando il socio possa legittimamente recedere dalla società e le relative modalità.

Di conseguenza, per accertare se lei abbia esercitato legittimamente il diritto di recesso, occorerebbe esaminare l'atto costitutivo della società in questione.

Passando al quesito da lei posto, occorre evidenziare che l'art. 2949 c.c. stabilisce che si prescrivono in 5 anni i "diritti che derivano dai rapporti sociali".

Nel caso di specie - oltre a rilevarsi che la società, già in data 12.04.2012 ha contestato la legittimità del recesso da lei esercitato - va osservato come non appaia applicabile alla società il suddetto termine prescrizionale, dal momento che essa non ha fatto valere un "diritto che deriva dai rapporti sociali", essendosi la stessa limitata a contestare la legittimità di un diritto esercitato da un socio.

Di conseguenza era lei, in quanto socio, a dover adire (come, peraltro, ha fatto) il Collegio arbitrale, al fine di dirimere la vertenza insorta con la società.



Mario G. chiede
sabato 08/10/2016 - Toscana
“Siamo 4 soci di una SRL commerciale di articoli tecnici che vive da sempre con i flussi di cassa, non abbiamo capitali o riserve patrimoniali di altra natura se non il magazzino e le attrezzature necessarie allo svolgimento dell'attività(scaffali, pc, ecc) Oltre a noi soci ci sono altri 5 dipendenti, abbiamo un capannone abbastanza piccolo (250mq) di proprietà, che non riusciamo a vendere e attualmente lavoriamo in un altro(500mq) sul quale abbiamo un mutuo che scadrà alla fine del 2017. Un socio con il 23% delle quote vuole recedere ed essere liquidato al valore di mercato in virtù del fatto che lo statuto prevede la durata della società fino al 2060 ed avendo lui 67 anni, in base all'art.2473 c.2 chiede il recesso e la liquidazione al valore di mercato, ossia da stabilire mediante perizia legale entro 180 gg. Pur avendogli già comunicato l'intenzione di acquistare le sue quote, crediamo voglia con questo porsi nella trattativa in una posizione di vantaggio tale per cui, se non arriviamo alle sue pretese, potrebbe obbligare la società alla liquidazione e forse al fallimento. Noi soci di controparte, che abbiamo oltre i 2/3 delle quote, abbiamo pensato di indire una convocazione dei soci per cambiare la durata della società al 2025(quando lui avrà 78 anni) al fine di opporsi al suo recesso, aggiungo la nota che il socio in questione è il fondatore della società ed ha sempre lavorato come amministratore e anche presidente del cda, vorrei anche sottolineare che lui, come tutti noi del cda percepisce un compenso lordo di oltre 60.000 euro/anno più benefit. Aggiungo anche che avendo lui manifestato più volte l'intenzione di ritirarsi in pensione(che già percepisce) abbiamo assunto ben 2 persone da due anni per sostituirlo nelle sue mansioni, ma lui anno dopo anno ha rinviato le sue dimissioni da amministratore e ora addirittura ci ha detto che non intende lasciare fino a quando non verrà liquidato. Tengo a ripetere che abbiamo intenzione di acquistare le sue quote allo stesso valore e alle stesse modalità (5 anni) già pattuito in passato (nel 2004) con un altro socio fondatore che è andato in pensione e con il quale ci siamo trovati subito d'accordo.
In sostanza vorrei sapere se quanto abbiamo deciso è coerente allo scopo di resistere alle sue pretese e salvare l'azienda, tuttavia resta il dubbio di cosa potrebbe succedere allo scadere della durata della società.
Grazie per la risposta”
Consulenza legale i 12/10/2016
Il socio di s.r.l. può recedere dalla società nei casi espressamente previsti per legge o nell’atto costitutivo. La dichiarazione di recesso ha natura di atto unilaterale recettizio, che deve comunque essere legittimato da una delibera dell’assemblea della società: in caso di mancata legittima o di revoca della delibera de quo o, ancora, di messa in liquidazione della società, il recesso non ha effetto.

Nella s.r.l. il socio che recede ha diritto al rimborso del valore della propria partecipazione, determinato in proporzione al valore di mercato del patrimonio sociale al momento della dichiarazione di recesso.

Ai sensi dell’art.2473 c.c. è l’atto costitutivo della s.r.l. che deve indicare le possibilità del diritto di recesso del socio, informazione che nel suo quesito manca.

Ai sensi del secondo comma dell’articolo in commento, il recesso compete al socio in ogni momento (salvo un preavviso di 180 giorni – o maggiore, ove previsto un diverso termine nell’atto costitutivo) solo quando la società sia stata contratta a tempo indeterminato: non è così il vostro caso, posto che la scadenza della s.r.l. è fissata per il 2060; per ciò che concerne la pretesa della liquidazione della quota, è il terzo comma dell’art. 2473 che la stabilisce.
Interessante è l’ultimo comma dell’art. 2473 c.c., il quale prevede che “il recesso non può essere esercitato e, se già esercitato, è privo di efficacia, se la società revoca la delibera che lo legittima ovvero se è deliberato lo scioglimento della società”.
Naturalmente, lo scioglimento della società non è auspicabile, in quanto la stessa è comunque titolare di rapporti attivi. Una delle cause di scioglimento (si vedrà oltre) è proprio la data di scadenza della stessa.

Ciò che possiamo consigliare di fare è di formalizzare la proposta di acquisto delle quote del socio che ha intenzione di recedere, con un’eventuale liquidazione a 5 anni (portando l’esempio già seguito nel 2004: il socio che intende recedere era firmatario della delibera in questione? È presente una statuizione in tal senso nell’atto costitutivo o nello statuto?), lasciando in sospeso la delibera di legittimazione del recesso stesso. Anche perché la proposta di acquisto delle quote equivale – di fatto – al rimborso della quota sociale che spetta al socio in caso di recesso.

Nel caso in cui non si trovasse un accordo in tal senso (che naturalmente sarebbe auspicabile), ben si potrebbe convocare un’assemblea dei soci con cui chiedere l’anticipazione della scadenza della società.

Alla data di scadenza, salvo proroga da comunicarsi secondo gli iter di legge alla Camera di Commercio, la società sarà posta in liquidazione, con conseguente divisione degli utili e delle partecipazioni tra i vari soci. La scadenza della società è infatti una delle cause di scioglimento della stessa.

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