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Articolo 2473 Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 31/08/2021]

Recesso del socio

Dispositivo dell'art. 2473 Codice Civile

L'atto costitutivo determina quando il socio può recedere dalla società e le relative modalità. In ogni caso il diritto di recesso compete ai soci che non hanno consentito al cambiamento dell'oggetto o del tipo di società, alla sua fusione o scissione, alla revoca dello stato di liquidazione al trasferimento della sede all'estero alla eliminazione di una o più cause di recesso previste dall'atto costitutivo e al compimento di operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell'oggetto della società determinato nell'atto costitutivo o una rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci a norma dell'articolo 2468, quarto comma. Restano salve le disposizioni in materia di recesso per le società soggette ad attività di direzione e coordinamento.

Nel caso di società contratta a tempo indeterminato il diritto di recesso compete al socio in ogni momento e può essere esercitato con un preavviso di almeno centottanta giorni; l'atto costitutivo può prevedere un periodo di preavviso di durata maggiore purché non superiore ad un anno.

I soci che recedono dalla società hanno diritto di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione del patrimonio sociale. Esso a tal fine è determinato tenendo conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso; in caso di disaccordo la determinazione è compiuta tramite relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale, che provvede anche sulle spese, su istanza della parte più diligente; si applica in tal caso il primo comma dell'articolo 1349.

Il rimborso delle partecipazioni per cui è stato esercitato il diritto di recesso deve essere eseguito entro centottanta giorni dalla comunicazione del medesimo fatta alla società. Esso può avvenire anche mediante acquisto da parte degli altri soci proporzionalmente alle loro partecipazioni oppure da parte di un terzo concordemente individuato da soci medesimi. Qualora ciò non avvenga, il rimborso è effettuato utilizzando riserve disponibili o, in mancanza, corrispondentemente riducendo il capitale sociale; in quest'ultimo caso si applica l'articolo 2482 e, qualora sulla base di esso non risulti possibile il rimborso della partecipazione del socio receduto, la società viene posta in liquidazione.

Il recesso non può essere esercitato e, se già esercitato, è privo di efficacia, se la società revoca la delibera che lo legittima ovvero se è deliberato lo scioglimento della società.

Ratio Legis

Il recesso è lo strumento più efficace di tutela dei soci di minoranza in una società.

Spiegazione dell'art. 2473 Codice Civile

Il sistema del recesso è imperniato su di un duplice principio:
1) fissazione di cause legali di recesso, per lo più inderogabili (fanno eccezione le due cause di cui all'art. 2437, comma 2), in relazione alle quali si garantisce il diritto di uscita a condizioni tali da assicurare al recedente il valore effettivo della partecipazione;
2) libertà, per le società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, di prevedere e regolamentare il recesso in via statutaria in ipotesi diverse da quelle stabilite dalla legge.

Le cause di recesso si distinguono in legali inderogabili e statutarie.
Le cause legali inderogabili sono le seguenti:
a) relative al cambiamento dell'oggetto sociale che possa determinare un cambiamento significativo dell'attività sociale;
b) relative al cambiamento del tipo di società (trasformazione), alla fusione o scissione;
c) revoca dello stato di liquidazione;
d) trasferimento della sede all'estero;
e) eliminazione di cause di recesso previste dall'atto costitutivo;
f) modifica dei diritti particolari (2468);
g) società contratta a tempo indeterminato: in tal caso il recesso compete al socio in ogni momento;
h) introduzione o soppressione di clausole compromissorie (art. 34 D. Lgs. 5/2003);
i) limiti alla circolazione delle quote (2469);
l) aumento del capitale con esclusione del diritto di sottoscrizione (2481 bis);
m) società soggette a direzione e coordinamento (2497 quater).

Le cause statutarie sono quelle determinate dall'atto costitutivo. Lo statuto può prevedere il recesso per giusta causa o il recesso ad nutum, in quest'ultimo caso con preavviso di 180 giorni.

I termini e le modalità di esercizio del diritto di recesso devono essere stabiliti dall'atto costitutivo. È applicabile per analogia il 1° comma dell'art. 2437 bis, per cui può essere esercitato mediante lettera raccomandata spedita entro 15 giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese della delibera che legittima il recesso.

Il recesso è privo di efficacia se la società revoca la delibera che lo legittima.

Il valore della quota è determinato in base al valore di mercato. Lo statuto non può prevedere che al socio recedente sia rimborsato un importo diverso dal valore di mercato (Comitato Triveneto dei notai - massima I.H.13).

Il rimborso delle partecipazioni per cui è stato esercitato il recesso deve essere eseguito entro 180 giorni. Si tratta di termine inderogabile.
Per quanto riguarda l'acquisto da parte di altri soci o di terzi, deve essere posto in essere un negozio di cessione di quota, legittimato è il proprietario della quota , cioè il socio recedente.

Relazione al D.Lgs. 6/2003

(Relazione illustrativa del decreto legislativo recante: "Riforma organica della disciplina delle societÓ di capitali e societÓ cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366.")

Massime relative all'art. 2473 Codice Civile

Cass. civ. n. 28987/2018

In caso di recesso del socio di s.r.l. esercitato successivamente alla trasformazione in s.p.a., in considerazione del rafforzamento della tutela del diritto al disinvestimento dei soci di minoranza, rispetto a quella della stabilitÓ del vincolo associativo, dovuto alle nuove caratteristiche personalistiche del tipo societario della s.r.l. configurato dalla riforma del 2003, la disciplina del diritto di recesso Ŕ quella dettata per le s.r.l. dall'art. 2473, comma 2, c.c. che non prevede termini di decadenza, essendo contrario alla lettera del comma 1 della citata norma, nonchÚ alla "ratio legis" e alla buona fede, assoggettare il socio dissenziente ai ridotti termini di esercizio del recesso fissati per le s.p.a. dall'art. 2437 bis c.c., da ritenersi non applicabile analogicamente per la diversitÓ di presupposti del recesso nei due tipi societari; pertanto, in detta ipotesi, il diritto di recesso del socio va esercitato nel termine previsto nello statuto della s.r.l., prima della sua trasformazione in s.p.a., e, in mancanza di detto termine, secondo buona fede e correttezza, quali fonti di integrazione della regolamentazione contrattuale, dovendo il giudice del merito valutare di volta in volta le modalitÓ concrete di esercizio del diritto di recesso e, in particolare, la congruitÓ del termine entro il quale il recesso Ŕ stato esercitato, tenuto conto della pluralitÓ degli interessi coinvolti. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto legittimo il recesso dei soci della s.r.l. trasformata in s.p.a., il cui statuto sociale era stato approvato nel 1987 senza previsione delle modalitÓ di recesso, comunicato, in concreto non entro il termine di 15 giorni previsto per le s.p.a. dall'art. 2437 bis c.c. ma poco oltre i 60 giorni).

Cass. civ. n. 22349/2015

La pretesa lesione del diritto di sottoscrizione dell'aumento di capitale sociale, spettante a tutti i soci proporzionalmente alle partecipazioni da essi possedute, non pu˛ legittimare il recesso del socio alla stregua del combinato disposto degli artt. 2473, comma 1, e 2468, comma 4, c.c., riferendosi questi ultimi alla sola ipotesi in cui vengano attribuiti a singoli soci, dall'atto costitutivo, źparticolari diritti in materia di amministrazione della societÓ o distribuzione degli utili╗, ovverosia diritti diversi, quantitativamente o qualitativamente, da quelli normalmente spettanti a ciascun socio sulla base della partecipazione detenuta.

Cass. civ. n. 9662/2013

In tema di societÓ a responsabilitÓ limitata, la previsione statutaria di una durata della societÓ per un termine particolarmente lungo (nella specie, l'anno 2100), tale da superare qualsiasi orizzonte previsionale anche per un soggetto collettivo, ne determina l'assimilabilitÓ ad una societÓ a tempo indeterminato; ne consegue che, in base all'art. 2473, comma secondo, cod. civ., compete al socio in ogni momento il diritto di recesso, sussistendo la medesima esigenza di tutelare l'affidamento del socio circa la possibilitÓ di disinvestimento della quota da una societÓ sostanzialmente a tempo indeterminato.

Cass. civ. n. 13760/2009

╚ inammissibile il ricorso straordinario per cassazione di cui all'art. 111, settimo comma, Cost. avverso il decreto pronunciato dal giudice designato dal presidente del tribunale, ai sensi dell'art. 28 del D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 5, con il quale sia stato nominato, su istanza del socio, l'esperto per la valutazione della sua partecipazione sociale, ai sensi dell'art. 2473, terzo comma, c.c., essendo tale decreto un atto di volontaria giurisdizione privo dei caratteri della decisorietÓ e della definitivitÓ, da un lato perchŔ la stima operata dall'esperto non ha valore decisorio fra le parti ed Ŕ sindacabile dal giudice ove sia manifestamente erronea od iniqua (art. 1349 c.c., richiamato dall'art. 2473 c.c.), dall'altro perchŔ il decreto pu˛ essere revocato o modificato in presenza di nuove circostanze, ai sensi dell'art. 26 del D.L.vo citato; nÚ la conclusione muta ove il ricorrente lamenti la lesione di situazioni aventi rilievo processuale, quali espressione del diritto di azione, atteso che la pronuncia sull'osservanza delle norme sul processo ha la medesima natura dell'atto giurisdizionale cui il processo Ŕ preordinato, e non pu˛ dunque avere autonoma valenza di provvedimento decisorio e definitivo.

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Consulenze legali
relative all'articolo 2473 Codice Civile

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M.R. chiede
martedý 02/11/2021 - Emilia-Romagna
“Buon giorno. Sono socio al 16.67% e amministratore delegato di una società SRL con sede a Piacenza e costituita nel 2010.
Per ragioni personali che riguardano differenti visioni con gli altri soci, sono intenzionato ad uscire dalla società cercando una liquidazione totale delle mie quote, senza rimanere nel cda e interrompendo poi quindi ogni rapporto di collaborazione, naturalmente in maniera bonaria.
I miei soci non sanno della mia decisione e vorrei arrivare quindi preparato al dialogo.
Vorrei quindi sapere se posso chiedere di essere liquidato, anche in assenza di particolari motivi legali, e se i soci possono rifiutarsi e obbligarmi a rimanere socio di una società senza poterne mai uscire.
In caso sia possibile chiedere la liquidazione in modo volontario, poi si aprirà il problema del valore delle quote, ma credo ci si debba basare su una perizia per determinare il valore.
Se serve una visura camerale e lo statuto posso fornirlo, basta che mi indichiate dove inviarlo.
In sunto quindi vorrei essere liquidato ed andarmene, non rinnovando il mio mandato che scade ad aprile in corrispondenza del bilancio 2022. Come devo fare?
Grazie”
Consulenza legale i 10/11/2021
Ai sensi dell’art. 2385 del c.c., l'amministratore può rinunciare alla carica in qualsiasi momento dandone comunicazione scritta al consiglio di amministrazione e al presidente del collegio sindacale a mezzo raccomandata a/r o PEC.
L’amministratore di una s.r.l., infatti, non è vincolato da un contratto di lavoro e può, in qualsiasi momento, rinunciare al proprio incarico.
Per farlo non ha neppure la necessità di attendere aprile 2022, mese di scadenza del Suo mandato, ma può farlo anche immediatamente.
Nel caso di specie, poiché il consiglio di amministrazione è composto di soli due membri, con le Sue dimissioni si intenderà decaduto l’intero consiglio, con la conseguenza che il presidente dovrà chiedere ai soci la nomina del nuovo organo amministrativo, come previsto dall’art. 15 dello statuto.

Altra questione, invece, è quella inerente alla volontà di recedere dalla società.
L’art. 2473 del c.c., al secondo comma permette il recesso del socio in ogni momento esclusivamente nelle società contratte a tempo indeterminato, comunque con un preavviso di almeno centottanta giorni (termine innalzabile dallo statuto fino a un anno).

Se, al contrario, la società è contratta a tempo determinato, la facoltà di recesso del socio è limitata ad alcune occasioni e momenti della vita associativa: infatti, secondo l’art. 2473 del c.c., primo comma, il diritto di recesso compete in ogni caso ai soci che non hanno consentito al cambiamento dell'oggetto o del tipo di società, alla sua fusione o scissione, alla revoca dello stato di liquidazione al trasferimento della sede all'estero alla eliminazione di una o più cause di recesso previste dall'atto costitutivo e al compimento di operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell'oggetto della società determinato nell'atto costitutivo o una rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci a norma dell'art. 2468 del c.c., quarto comma.

La medesima norma, tuttavia, lascia all’atto costitutivo la facoltà di determinare quando il socio possa recedere dalla società e le relative modalità.
L’atto costitutivo, tuttavia, non disciplina nello specifico alcunché in merito, anzi all’art. 6 rimanda in relazione al recesso del socio alle norme di legge.
Ciò rende applicabile in toto la disciplina di cui all’art. 2473 del c.c. sopra esposta.

A riguardo, tuttavia, va considerato che la giurisprudenza maggioritaria è concorde nel senso di parificare nella sostanza una società a tempo indeterminato con una con termine di durata molto lungo, tanto da considerarsi, appunto, sostanzialmente contratta per tutta la vita del socio.
Si segnalano sul punto alcune pronunce della giurisprudenza di merito: “La ratio sottesa al disposto dell’art. 2473, comma 2, c.c. induce a ritenere che il recesso ad nutum del socio ivi contemplato possa essere utilmente esercitato non solo nelle ipotesi di società contratta “formalmente” a tempo indeterminato, ma anche nei casi di previsione di un termine di durata talmente lungo da far ritenere la società come costituita sine die. Se è vero infatti che la ratio della norma è ravvisabile nella esigenza di salvaguardia del principio privatistico - ritenuto di ordine pubblico - della inammissibilità di vincoli perpetui, sussiste certamente l’eadem ratio allorché la società, in via di fatto, risulti “sostanzialmente” a tempo indeterminato, dacché contratta per un termine eccedente le ragionevoli aspettative di vita di uno dei soci (nel caso di specie, il termine statutario era fissato al 31/12/2050). Trib. Roma, sez. spec. in materia di imprese, 28/11/2017; dello stesso tenore: Trib. Roma, sez. spec. in materia di imprese, 22/10/2015).
Si segnala un'ulteriore pronuncia significativa nel senso sopra espresso: “Ai sensi dell’art. 2473, comma 2, c.c., il socio di società a responsabilità limitata costituita a tempo indeterminato può recedere dalla stessa in ogni momento, con un preavviso di centottanta giorni, salvo che l'atto costitutivo non preveda un preavviso maggiore, comunque non superiore all’anno. Le s.r.l. costituite per un termine particolarmente lungo, tale per cui sia superato l’orizzonte temporale ragionevolmente ricollegabile al raggiungimento dello scopo della società, sono assimilabili alle s.r.l. a tempo indeterminato. Si considera, altresì, a tempo indeterminato, la società che preveda un termine di durata superiore alla normale vita umana.” Trib. Torino, sez. I, 05/05/2017.

La stessa Corte di Cassazione si è espressa sul punto, statuendo che: “Nella società a responsabilità limitata in cui la durata è fissata in epoca lontana, tale da oltrepassare qualsiasi orizzonte previsionale, non solo della persona fisica ma anche di un soggetto collettivo, il socio ha diritto di recedere, sussistendo le stesse ragioni che hanno indotto il legislatore ad attribuire il diritto di recesso nelle società contratte a tempo indeterminato.” (Cass. civ., 22 aprile 2013, n. 9662)

Tanto premesso, considerando la Sua età (che ricaviamo dalla visura della società) e il termine di durata della società, che dovrà protrarsi sino al 2060, presupponendo una durata media della vita umana per gli uomini in Italia pari a circa 80 anni, si ritiene legittimo un Suo recesso dalla società, con il preavviso di legge di 180 giorni.
Anche in questo caso, potrà procedere immediatamente, senza attendere la scadenza del proprio mandato.
Per poter esercitare il Suo diritto di recesso dovrà inviare una comunicazione alla società e al presidente del consiglio di amministrazione, informandoli che sta esercitando il Suo diritto di recesso, con il dovuto preavviso.
Si tenga presente che tale atto potrà essere contestato dalla società, adducendo argomentazioni contrarie a quelle ivi esposte, mutuate dall'opinione prevalente.

Le modalità di liquidazione della quota sono definite dal medesimo art. 2473 del c.c..
Il terzo comma dispone che i soci che recedono dalla società hanno diritto di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione del patrimonio sociale, determinato tenendo conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso; per determinarlo il socio recedente e la società, generalmente, incaricano dei professionisti di propria fiducia per redigere delle perizie di parte, così da discutere su dei valori per giungere ad un accordo sulla liquidazione. Nell’eventualità in cui dovesse sorgere disaccordo in merito, la determinazione sarà compiuta mediante una perizia giurata redatta da un esperto nominato dal tribunale.

A norma del quarto comma, la liquidazione della quota deve essere eseguita entro centottanta giorni dalla comunicazione del recesso fatta alla società (ciò non esclude un diverso accordo in merito). Può avvenire anche mediante acquisto da parte degli altri soci proporzionalmente alle loro partecipazioni oppure da parte di un terzo concordemente individuato da soci medesimi. Qualora ciò non avvenga, il rimborso è effettuato utilizzando riserve disponibili o, in mancanza, corrispondentemente riducendo il capitale sociale; in quest'ultimo caso si procede alla riduzione del capitale sociale ai sensi dell’art. 2482 del c.c.. Qualora sulla base di esso non risulti possibile il rimborso della partecipazione del socio receduto, la società viene posta in liquidazione.


Stefano T. chiede
sabato 24/10/2020 - Toscana
“Questa seconda richiesta di consulenza, fa riferimento alla mia prima consulenza Q202026450 di Stefano T. del 3/10/20.
Riassumo brevemente la situazione già in parte descritta in quel primo ticket.
All'inizio della mia vicenda, possedevo una quota pari al 46% del capitale sociale di una società di tipo s.r.l. e recentemente ho concluso la mia richiesta di "recesso parziale" per una parte della mia quota (25%) rimanendo socio per la parte restante (21%). Con il Consiglio di Amministrazione della Società, siamo arrivati ad un accordo bonario per la liquidazione rateizzata della quota recessa, ricorrendo alle riserve patrimoniali della Società, senza dunque intaccare il capitale sociale. Dall’ultima visura in Camera di Commercio, ho visto però che il CdA ha rimodulato la partecipazione sociale dei soci suddividendo la quota da me recessa in misura proporzionale tra tutti gli altri soci ad eccezione del sottoscritto, che rimaneva pur sempre socio al 21%. Le quote di tutti gli altri soci sono così salite proporzionalmente grazie alla mia parte recessa, mentre la mia partecipazione sociale è rimasta ferma al 21%.
CHIEDO SE QUESTA SUDDIVISIONE SIA STATA CORRETTA O SE INVECE ANCHE IL SOTTOSCRITTO, PUR CEDENDO UNA PARTE DELLA SUA QUOTA, RIMANEVA TUTTAVIA SOCIO A TUTTI GLI EFFETTI PER LA QUOTA RESTANTE E DUNQUE MANTENEVA IL DIRITTO A PARTECIPARE, IN MISURA PROPORZIONALE AL 21%, ALLA REDISTRIBUZIONE DELLA QUOTA RECESSA.
Poiché prevedo una possibile controversia con il CdA della Società, chiedo inoltre di conoscere i riferimenti giuridici, le sentenze o quant’altro possa formalizzare senza incertezze la riposta al mio quesito. Domando infine, in caso di contesa legale, se il Vs. Studio fornisce, oltre alla consulenza on line, anche eventuale assistenza legale.”
Consulenza legale i 27/10/2020
Ai fini della risposta al quesito occorre, prima di tutto, inquadrare la cornice normativa applicabile al caso di specie.

In caso di recesso (anche parziale) delle quote di una srl, il quarto comma dell’art. 2473 c.c., alla cui lettura si rimanda, si occupa di disciplinare le singole modalità con le quali procedere alla liquidazione della quota.

In particolare, dall’analisi di detta disposizione si evince che in capo agli altri soci diversi da quello che recede viene riconosciuto un diritto di opzione all’acquisto della quota del socio recedente proporzionalmente alla loro partecipazione. Gli amministratori della srl, infatti, dovranno, in caso di esercizio di recesso da parte di un socio, interpellare, prima di tutto, gli altri soci al fine di permettergli di poter esercitare il diritto d’opzione d’acquisto della quota del socio recedente proporzionalmente alle rispettive partecipazioni nella srl.

Pertanto, non si rinvengono nell’operato di suddivisione proporzionale tra gli altri soci alcun motivo di illegittimità, atteso che, ovviamente, il socio che recede non partecipa a questa riassegnazione proporzionale delle quote del socio recedente in forza dell'esercizio del diritto d’opzione da parte degli altri soci.

ROBERTO M. chiede
lunedý 18/02/2019 - Lazio
“Argomento : RECESSO DEL SOCIO DI SRL ART.2473 COD. CIV

Dalla sentenza di cassazione civ. n. 9662/2013 si evince che il diritto di recesso di un socio compete anche nel caso di durata della società per un periodo particolarmente lungo ( nella specie fino all'anno 2100).

La domanda è : E' SUFFICIENTE QUESTA SOLA CONDIZIONE PER ESERCITARE IL DIRITTO DI RECESSO ?

Cordiali saluti

Roberto”
Consulenza legale i 23/02/2019
La sentenza n. 9662/2013 della Corte di Cassazione, a cui si fa riferimento nel quesito, sembra essere molto chiara in ordine a ciò che viene chiesto: nella s.r.l. la previsione statutaria di una durata della società per un termine particolarmente lungo, tale da oltrepassare qualsiasi orizzonte previsionale, non solo per la persona fisica ma anche per un soggetto collettivo, ne determina l'assimilabilità ad una società a tempo indeterminato, con la conseguenza che dovrà trovare applicazione il secondo comma dell'art. 2473 c.c., con attribuzione al socio di esercitare in ogni momento, e sulla base di tale sola ragione, il diritto di recesso.

Precisa la Suprema Corte, infatti, che in entrambi i casi (tempo indeterminato e termine particolarmente lungo) si pone l’esigenza di far sì che il socio non diventi prigioniero della società e di dover così tutelare il suo affidamento circa la possibilità di disinvestimento della quota da una società sostanzialmente a tempo indeterminato.

Già con altre e ben più remote sentenze la giurisprudenza si era espressa in tal senso, argomentando dall’art. 2285 del c.c., dettato in materia di società di persone, il quale, a differenza dell’art. 2473 c.c. e dell'art. 2437 del c.c. (quest’ultimo per le Spa), riconosce al socio di società personale il diritto di recesso sia nel caso in cui una società risulti contratta a tempo indeterminato sia nel caso in cui venga contratta per tutta la vita di uno dei soci.
E’ stato così osservato che se il legislatore ha voluto equiparare, accomunandole nella medesima norma, l’assenza di termine alla previsione di un termine vitalizio, tale equiparazione deve per forza di cose estendersi anche all’ipotesi in cui il termine previsto superi statisticamente l’aspettativa di vita dei soci (così in giurisprudenza App. Bologna, 5 aprile 1997; App. Napoli, 17 gennaio 1997; Trib. Milano, 13 novembre 1989; Trib. Milano, 30 ottobre 1986); da tale considerazione si è poi giunti ad una applicazione analogica dell’art. 2285 c.c. anche alle società di capitali, ed in particolare alle s.r.l., caratterizzate rispetto alle S.p.a. da un maggiore aspetto personalistico.

Quest’ultimo concetto, peraltro, viene anche ripreso dalla sentenza della S.C. n. 9662/2013, nella parte in cui è detto che i dati distintivi della s.r.l. possono frequentemente rinvenirsi nella ristrettezza della compagine societaria e nel carattere familiare dell’investimento e della gestione. Tali caratteri non consentono di ascrivere la s.r.l. al modello della società aperta, come può essere una Spa, ove l’investimento effettuato dai soci può risultare facilmente trasferibile a terzi.

Infatti, solo la prospettiva di poter alienare in qualsiasi momento ad un terzo la propria quota, potrebbe costituire un ostacolo all’esercizio ad nutum del diritto di recesso in una srl avente come durata un termine particolarmente lungo anziché indeterminato, ed è proprio l’argomento su cui ha fondato la propria tesi quella corrente di pensiero che, escludendo un’applicazione analogica dell’art. 2258 c.c. alle srl, ritiene che la formulazione dell’art. 2473 c.c. debba considerarsi tassativa, e dunque che il diritto di recesso possa esercitarsi solo se la società è contratta a tempo indeterminato.
Anche tale argomento, però, è stato sconfessato dalla S.C. nella sentenza richiamata, né si rinvengono, almeno per il momento, successive sentenze di segno contrario alla stessa.

In conclusione, dunque, secondo la tesi accolta dalla Corte di Cassazione del 2013, se nel caso di specie il termine di durata della società è così lungo da superare le concrete aspettative di vita dei soci che vi fanno parte o comunque da mettere in dubbio che una data così lontana possa essere effettivamente necessaria per il conseguimento dell’oggetto sociale, si ritiene che non sussista alcun ostacolo all’esercizio ad nutum del diritto di recesso da parte di ciascuno dei soci.

A questo punto, tuttavia, non ci si può esimere da alcune considerazioni di carattere prettamente personale: malgrado l’indiscussa correttezza e linearità logica delle argomentazioni addotte dalla S.C., vi sono tuttavia anche altri aspetti che non dovrebbero essere trascurati nel valutare se al socio spetti o meno il diritto di recesso ad nutum in una società che abbia come durata un termine “abnorme”.
Innanzitutto potrebbe non essere così scontato applicare sistematicamente l’art. 2285 c.c. alle s.r.l. pensando che sia stata una svista del legislatore non riprodurre all’art. 2473 cc il contenuto della prima norma, e precisamente nella parte in cui una durata indeterminata viene equiparata ad una durata vitalizia.

In secondo luogo, ammettere il recesso ad nutum in ipotesi non testualmente previste lederebbe di fatto la certezza del diritto e potrebbe costituire fonte di pregiudizio per l’interesse dei creditori, i quali non possono che fare affidamento su quel patrimonio sociale che, in ipotesi di recesso, verrebbe inevitabilmente indebolito a causa dell’esborso di denaro che la società deve fare in favore del socio recedente.

Con ciò vuol dirsi che, qualora l’esercizio del diritto di recesso dovesse essere in qualche modo contestato e sfociare in un giudizio civile, il giudice a cui la controversia verrebbe sottoposta potrebbe anche tener conto di tali argomenti, sicuramente da non sottovalutare, per negare il legittimo esercizio del recesso.
Forse la soluzione più equa sarebbe quella di riconoscerlo in quelle srl in cui non solo come durata venga indicato un termine eccessivamente lungo, ma in cui lo statuto ponga anche dei limiti alla circolazione delle quote.

Si tiene a precisare, comunque, che queste ultime sono valutazioni di carattere personale, volte semplicemente a mettere in guardia in ordine agli effetti che potrebbero conseguire dall’esercizio del recesso per il caso esaminato, ma che tuttavia, almeno fin quando la S.C. non interverrà con un orientamento di segno opposto, non precludono in alcun modo il libero esercizio del recesso secondo l’orientamento giurisprudenziale attualmente vigente.


Luigi B. chiede
giovedý 07/12/2017 - Veneto
“Una SRL con tre soci - quote sociali 1/3 ciascuno. Tutti e tre i soci che rappresentano l'intero capitale sociale eseguono il recesso ad nutum nel mese di giugno 2017, in quanto la società è a tempo indeterminato.
Viene convocata dal notaio l'Assemblea dei soci nel mese di Dicembre (entro i sei mesi dal recesso) per la messa in liquidazione della società ai sensi art. 2473 c.c.
DOMANDA: Il notaio insiste che i soci devono votare la messa in liquidazione. Personalmente credo che il notaio, una volta preso atto dei vari recessi, che rappresentano l'intero capitale sociale, debba chiudere l'Assemblea deliberando la messa in liquidazione, senza ricorrere alla votazione.
Chi ha ragione?”
Consulenza legale i 18/12/2017
Va in primo luogo messo in evidenza che l’art. 2473, che disciplina il recesso del socio nella s.r.l., nulla dice circa il momento in cui si scioglie il rapporto sociale per effetto del recesso (e dunque quando il recesso diventa definitivo ed irrevocabile).
Secondo alcuni studiosi, il rapporto cesserebbe solo con l’acquisto della quota da parte dei consoci o del terzo oppure ancora con l’annullamento della stessa, per cui il recedente avrebbe diritto di partecipare alle assemblee e di sottoscrivere, addirittura, aumenti di capitale.
Secondo altri, invece, la perdita della qualità di socio si avrebbe nel momento del ricevimento della comunicazione di recesso, con la precisazione che le partecipazioni per le quali è stato esercitato il recesso – pendente il termine per la loro liquidazione – non vanno computate nei quorum costitutivi e deliberativi previsti per le decisioni dei soci.

Per quanto concerne la (poca e solo di merito: non c’è alcuna Cassazione che aiuti a chiarire la questione) giurisprudenza sul punto, tuttavia, parrebbe doversi preferire questa seconda tesi.

Si cita in primo luogo il recente Tribunale Roma, Sez. spec. Impresa, 25/01/2017, il quale afferma chiaramente: “La dichiarazione di recesso del socio da una società a responsabilità limitata deve ritenersi immediatamente produttiva di effetti, non appena ricevuta dalla società, e comporta l’immediato scioglimento del rapporto sociale, con riferimento al socio receduto. Questi diventa, dal momento in cui la società ha ricevuto la comunicazione, titolare del diritto alla liquidazione delle azioni per le quali ha esercitato il recesso.”
Ancora, il Tribunale di Catanzaro, nella pronuncia del 26/02/2014, statuisce: “Il recesso è atto unilaterale recettizio giuridicamente efficace dal momento in cui, con qualsiasi mezzo, la società prende atto della volontà del socio, con la conseguenza che da tale momento il socio perde il relativo status e la legittimazione ad esercitare i diritti sociali”.
Infine, sempre il Tribunale di Roma, in una sentenza del 24/05/2010, così precisa: “Sebbene il recesso del socio da una società a responsabilità limitata sia negozio unilaterale recettizio, i suoi effetti sono destinati a prodursi alla scadenza del termine di preavviso, giusta le previsioni dello statuto, dettate dalle esigenze proprie del settore in cui la società opera.
Da ultimo, si cita Tribunale Arezzo, 16/11/2004, secondo il quale: “L'esercizio del diritto di recesso da parte del socio di una s.r.l. è atto unilaterale recettizio e pertanto il socio recedente non può esercitare il diritto di controllo di cui all'art. 2476 comma 2, c.c. poiché ad egli spetta esclusivamente il rimborso della partecipazione come previsto dall'art. 2473 comma 3 c.c.”.

Ciò detto, tuttavia, la citata norma va necessariamente coordinata con le altre relative alla messa in liquidazione della società: nel caso particolare che ci occupa, infatti, il recesso riguarda tutti i soci e quindi determina il venir meno del capitale sociale.
L’art. [n2484cc]] c.c., che concerne la cause di scioglimento della società, ne prevede – tra le altre – tre che possono riguardare il caso in esame: oltre al caso specifico del 2473 c.c., infatti, si potrebbe anche parlare di sopravvenuta impossibilità di conseguimento dell’oggetto sociale (2484 c.c., 1° comma n. 2) oppure di impossibilità di funzionamento della società (2484 c.c., 1° comma n. 3).
In tutti i casi, però, la legge comunque stabilisce (art. 2484, 3° comma) che “Gli effetti dello scioglimento si determinano (…) dalla data di iscrizione presso l’ufficio del registro delle imprese della dichiarazione con cui gli amministratori ne accertano la causa (…)”.
Ebbene, l’iscrizione nel registro delle imprese ha efficacia costitutiva, vale a dire che gli effetti dello scioglimento non si possono produrre fino a che non venga eseguita tale formalità pubblicitaria.

Gli amministratori hanno l’obbligo di verificare senza indugio le cause di scioglimento e di procedere con la messa in liquidazione (art. 2485 c.c.) altrimenti sono personalmente responsabili, in via solidale, dei danni subìti dalla società, dai soci, dai creditori sociali e dai terzi.
Infine, l’art. 2486 c.c. specifica che, quando si verifica una causa di scioglimento, gli amministratori comunque conservano il potere di gestire la società, e se ne assumono le medesima responsabilità di cui sopra.

Alla luce di quanto appena detto, occorre capire che alternative vi sono alla delibera di messa in liquidazione.
In primo luogo, nel quesito non è specificato se, nel caso in esame, l’amministrazione sia affidata dallo statuto ai soci oppure a qualcuno esterno alla compagine sociale.
Nel caso in cui l’amministratore o gli amministratori siano degli esterni, ad avviso di chi scrive la risposta al quesito che ci occupa diventa forse più semplice: l’organo amministrativo prende atto della causa di scioglimento, lo dichiara e provvede agli adempimenti pubblicitari di cui sopra, senza che sia necessaria una delibera dei soci receduti.

Nel caso, al contrario, in cui gli amministratori siano tutti o alcuni dei soci receduti (ed è legittimo presumere che sia questo il nostro caso) allora la questione si fa complessa e, ad avviso di chi scrive, la soluzione deve individuarsi a livello interpretativo.
Si ritiene nel caso ipotizzato (anche a maggior tutela degli stessi soci coinvolti) che il ruolo di amministratore debba prevalere su quello di socio e che quindi essi debbano dichiarare lo scioglimento e provvedere come per legge agli adempimenti pubblicitari. Rimane comunque il fatto, in ogni caso, che anche in tale eventualità la delibera dei soci non sarebbe necessaria, come pretende il notaio.
Se i soci, eventualmente, non intendessero esercitare il proprio ruolo di amministratori dichiarando l’intervenuta causa di scioglimento, potrebbe venire in aiuto il comma secondo del 2485 c.c., secondo il quale: “Quando gli amministratori omettono gli adempimenti di cui al precedente comma, il tribunale, su istanza di singoli soci o amministratori ovvero dei sindaci, accerta il verificarsi della causa di scioglimento, con decreto che deve essere iscritto a norma del terzo comma dell’articolo 2484”.
La legge prevede quindi un’ipotesi di intervento esterno, da parte dell’Autorità Giudiziaria, qualora gli organi deputati alla dichiarazione (soci o amministratori) rimangano inerti: attenzione, però, che l’istanza – se non proveniente da questi ultimi – dovrebbe provenire dai sindaci.
Dalla lettura del quesito non si comprende se nella fattispecie in esame sia presente un organo di controllo: pertanto, in caso affermativo, i sindaci potrebbero rivolgersi al Giudice, mentre in caso contrario, si ritiene che – nel silenzio della legge sull’ipotesi qui prospettata - i soci, qualora non ritengano di svolgere il proprio ruolo di amministratori, come già detto (e si consiglia di procedere così, viste le responsabilità sottese) debbano seguire il consiglio del notaio e mettere formalmente in liquidazione la società.

PAOLA G. chiede
lunedý 16/10/2017 - Calabria
“Oggetto: Recesso socio da una S.R.L. ex art. 2473 c.c. -
Il socio della S.r.l. "Beta" esercitava per giusta causa, il diritto di recesso ex art. 2473 c.c., comunicando con Racc A/R tale sua volontà alla predetta società in data 10 Aprile 2012, giorno in cui è pervenuta la missiva alla società destinataria.
Il 12 Aprile 2012, la società "Beta" replicava con Racc A/R dichiarando, sulla scorta di pretestuosi motivi, di "non dovere accettare il recesso difettandone i presupposti".
Nel riscontrare tale replica, con Racc A/R pervenuta alla predetta società il 20 Aprile 2012, il socio recedente confermava e ribadiva gli stessi motivi di recesso riportati nella prima raccomandata (10 Aprile 2012), senza ricevere più alcun riscontro o rilievo da parte della società "Beta".
Decorsi abbondantemente 180 giorni dalla predetta comunicazione ex art. 2473, comma 4°, c.c. e viste le infruttuose richieste di liquidazione della quota sociale, il socio recedente, al fine di scongiurare il rischio della prescrizione dei propri diritti ex art. 2949 c.c., adiva, come da Statuto sociale, in data 20 Gennaio 2017 il Collegio arbitrale.
Detto Organo, regolarmente costituitosi, convocava le parti in causa (attore e convenuto) il giorno 8 Giugno 2017, per la presentazione delle proprie memorie.
In tale data (8 Giugno 2017), la società "Beta" si costituiva eccependo "l'invalidità e l'inefficacia del recesso esercitato".
DOMANDE: E' legittima l'eccezione sollevata dalla S.r.l. "Beta" sulla invalidità ed inefficacia del recesso, a distanza di oltre 5 ani dall'avvenuta comunicazione del recesso stesso (10 Aprile 2012), stanti i termini di cui all'art. 2949 c.c.?
Per far valere tale eccezione, la società "Beta" non avrebbe dovuto adire nei termini di legge (5 anni) l'Organo giurisdizionale competente (Collegio arbitrale)?
Per ultimo, si evidenzia che lo Statuto sociale prevede che il recesso si intende esercitato nel giorno in cui la comunicazione è pervenuta alla sede sociale.”
Consulenza legale i 23/10/2017
In primo luogo va osservato che, come previsto dal primo comma dell'art. 2473 c.c., è l'atto costitutivo della società a stabilire quando il socio possa legittimamente recedere dalla società e le relative modalità.

Di conseguenza, per accertare se lei abbia esercitato legittimamente il diritto di recesso, occorerebbe esaminare l'atto costitutivo della società in questione.

Passando al quesito da lei posto, occorre evidenziare che l'art. 2949 c.c. stabilisce che si prescrivono in 5 anni i "diritti che derivano dai rapporti sociali".

Nel caso di specie - oltre a rilevarsi che la società, già in data 12.04.2012 ha contestato la legittimità del recesso da lei esercitato - va osservato come non appaia applicabile alla società il suddetto termine prescrizionale, dal momento che essa non ha fatto valere un "diritto che deriva dai rapporti sociali", essendosi la stessa limitata a contestare la legittimità di un diritto esercitato da un socio.

Di conseguenza era lei, in quanto socio, a dover adire (come, peraltro, ha fatto) il Collegio arbitrale, al fine di dirimere la vertenza insorta con la società.



Mario G. chiede
sabato 08/10/2016 - Toscana
“Siamo 4 soci di una SRL commerciale di articoli tecnici che vive da sempre con i flussi di cassa, non abbiamo capitali o riserve patrimoniali di altra natura se non il magazzino e le attrezzature necessarie allo svolgimento dell'attività(scaffali, pc, ecc) Oltre a noi soci ci sono altri 5 dipendenti, abbiamo un capannone abbastanza piccolo (250mq) di proprietà, che non riusciamo a vendere e attualmente lavoriamo in un altro(500mq) sul quale abbiamo un mutuo che scadrà alla fine del 2017. Un socio con il 23% delle quote vuole recedere ed essere liquidato al valore di mercato in virtù del fatto che lo statuto prevede la durata della società fino al 2060 ed avendo lui 67 anni, in base all'art.2473 c.2 chiede il recesso e la liquidazione al valore di mercato, ossia da stabilire mediante perizia legale entro 180 gg. Pur avendogli già comunicato l'intenzione di acquistare le sue quote, crediamo voglia con questo porsi nella trattativa in una posizione di vantaggio tale per cui, se non arriviamo alle sue pretese, potrebbe obbligare la società alla liquidazione e forse al fallimento. Noi soci di controparte, che abbiamo oltre i 2/3 delle quote, abbiamo pensato di indire una convocazione dei soci per cambiare la durata della società al 2025(quando lui avrà 78 anni) al fine di opporsi al suo recesso, aggiungo la nota che il socio in questione è il fondatore della società ed ha sempre lavorato come amministratore e anche presidente del cda, vorrei anche sottolineare che lui, come tutti noi del cda percepisce un compenso lordo di oltre 60.000 euro/anno più benefit. Aggiungo anche che avendo lui manifestato più volte l'intenzione di ritirarsi in pensione(che già percepisce) abbiamo assunto ben 2 persone da due anni per sostituirlo nelle sue mansioni, ma lui anno dopo anno ha rinviato le sue dimissioni da amministratore e ora addirittura ci ha detto che non intende lasciare fino a quando non verrà liquidato. Tengo a ripetere che abbiamo intenzione di acquistare le sue quote allo stesso valore e alle stesse modalità (5 anni) già pattuito in passato (nel 2004) con un altro socio fondatore che è andato in pensione e con il quale ci siamo trovati subito d'accordo.
In sostanza vorrei sapere se quanto abbiamo deciso è coerente allo scopo di resistere alle sue pretese e salvare l'azienda, tuttavia resta il dubbio di cosa potrebbe succedere allo scadere della durata della società.
Grazie per la risposta”
Consulenza legale i 12/10/2016
Il socio di s.r.l. può recedere dalla società nei casi espressamente previsti per legge o nell’atto costitutivo. La dichiarazione di recesso ha natura di atto unilaterale recettizio, che deve comunque essere legittimato da una delibera dell’assemblea della società: in caso di mancata legittima o di revoca della delibera de quo o, ancora, di messa in liquidazione della società, il recesso non ha effetto.

Nella s.r.l. il socio che recede ha diritto al rimborso del valore della propria partecipazione, determinato in proporzione al valore di mercato del patrimonio sociale al momento della dichiarazione di recesso.

Ai sensi dell’art.2473 c.c. è l’atto costitutivo della s.r.l. che deve indicare le possibilità del diritto di recesso del socio, informazione che nel suo quesito manca.

Ai sensi del secondo comma dell’articolo in commento, il recesso compete al socio in ogni momento (salvo un preavviso di 180 giorni – o maggiore, ove previsto un diverso termine nell’atto costitutivo) solo quando la società sia stata contratta a tempo indeterminato: non è così il vostro caso, posto che la scadenza della s.r.l. è fissata per il 2060; per ciò che concerne la pretesa della liquidazione della quota, è il terzo comma dell’art. 2473 che la stabilisce.
Interessante è l’ultimo comma dell’art. 2473 c.c., il quale prevede che “il recesso non può essere esercitato e, se già esercitato, è privo di efficacia, se la società revoca la delibera che lo legittima ovvero se è deliberato lo scioglimento della società”.
Naturalmente, lo scioglimento della società non è auspicabile, in quanto la stessa è comunque titolare di rapporti attivi. Una delle cause di scioglimento (si vedrà oltre) è proprio la data di scadenza della stessa.

Ciò che possiamo consigliare di fare è di formalizzare la proposta di acquisto delle quote del socio che ha intenzione di recedere, con un’eventuale liquidazione a 5 anni (portando l’esempio già seguito nel 2004: il socio che intende recedere era firmatario della delibera in questione? È presente una statuizione in tal senso nell’atto costitutivo o nello statuto?), lasciando in sospeso la delibera di legittimazione del recesso stesso. Anche perché la proposta di acquisto delle quote equivale – di fatto – al rimborso della quota sociale che spetta al socio in caso di recesso.

Nel caso in cui non si trovasse un accordo in tal senso (che naturalmente sarebbe auspicabile), ben si potrebbe convocare un’assemblea dei soci con cui chiedere l’anticipazione della scadenza della società.

Alla data di scadenza, salvo proroga da comunicarsi secondo gli iter di legge alla Camera di Commercio, la società sarà posta in liquidazione, con conseguente divisione degli utili e delle partecipazioni tra i vari soci. La scadenza della società è infatti una delle cause di scioglimento della stessa.

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