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Articolo 2395 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Azione individuale del socio e del terzo

Dispositivo dell'art. 2395 Codice civile

Le disposizioni dei precedenti articoli non pregiudicano il diritto al risarcimento del danno spettante al singolo socio o al terzo [2419] che sono stati direttamente danneggiati da atti colposi o dolosi degli amministratori [2393, 2393 bis, 2394, 2394 bis].

L'azione può essere esercitata entro cinque anni dal compimento dell'atto che ha pregiudicato il socio o il terzo.

Ratio Legis

Tale azione, di natura aquiliana, è esperibile dal socio o dal terzo al fine di ottenere il risarcimento del danno subito in conseguenza di fatti illeciti compiuti dagli amministratori.

Spiegazione dell'art. 2395 Codice civile

Il tratto distintivo dell'azione individuale di responsabilità nei confronti degli amministratori viene tradizionalmente identificato nel carattere diretto del danno lamentato dal soggetto legittimato ad esperirla.
Elementi della fattispecie sono:
- la condotta degli amministratori;
- il pregiudizio patrimoniale patito dal socio o dal terzo;
- il nesso di causalità materiale fra la condotta e il danno lamentato dall'attore, qualificato in termini di diretta efficacia causale della condotta.

La responsabilità in oggetto ha natura extracontrattuale.

In caso di fallimento della società, l'azione resta individuale e non si ha la sostituzione del curatore al creditore o al socio.

Massime relative all'art. 2395 Codice civile

Cass. civ. n. 8458/2014

In tema di azioni nei confronti dell'amministratore di società, a norma dell'art. 2395 cod. civ., il terzo (o il socio) è legittimato, anche dopo il fallimento della società, all'esperimento dell'azione (di natura aquiliana) per ottenere il risarcimento dei danni subiti nella propria sfera individuale, in conseguenza di atti dolosi o colposi compiuti dall'amministratore, solo se questi siano conseguenza immediata e diretta del comportamento denunciato e non il mero riflesso del pregiudizio che abbia colpito l'ente, ovvero il ceto creditorio per effetto della cattiva gestione, dovendosi proporre, altrimenti, l'azione, contrattuale, di cui all'art. 2394 cod. civ., esperibile, in caso di fallimento della società, dal curatore, ai sensi dell'art. 146 della legge fall. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto la legittimazione del creditore ad agire ex art. art. 2395 cod. civ. nel caso in cui si accerti che gli amministratori della società fallita, attraverso il sostanziale trasferimento di tutte le attività e passività aziendali in favore di altro soggetto, avessero perseguito l'obiettivo di sottrarre la garanzia patrimoniale con riguardo unicamente all'obbligazione di cui l'attore era titolare).

Cass. civ. n. 4548/2012

L'azione individuale del socio nei confronti dell'amministratore di una società di capitali non è esperibile quando il danno lamentato costituisca solo il riflesso del pregiudizio al patrimonio sociale, giacché l'art. 2395 c.c. esige che il singolo socio sia stato danneggiato "direttamente" dagli atti colposi o dolosi dell'amministratore, mentre il diritto alla conservazione del patrimonio sociale appartiene unicamente alla società; la mancata percezione degli utili e la diminuzione di valore della quota di partecipazione non costituiscono danno diretto del singolo socio, poichè gli utili fanno parte del patrimonio sociale fino all'eventuale delibera assembleare di distribuzione e la quota di partecipazione è un bene distinto dal patrimonio sociale, la cui diminuzione di valore è conseguenza soltanto indiretta ed eventuale della condotta dell'amministratore.

Cass. civ. n. 15501/2011

Quando il testatore provvede alla ripartizione in quote tra gli eredi del suo patrimonio immobiliare, individuando i beni destinati a far parte di ciascuna di esse, non si configura l'ipotesi della cosiddetta divisione regolata (art. 733 cod. civ.), che ricorre se il "de cuius" si limita a dettare norme per la formazione delle porzioni nello scioglimento della comunione ereditaria, in previsione del sorgere di tale status per effetto dell'apertura della successione, bensì si verte in tema di cosiddetta "divisio inter liberos" (art. 734 cod. civ.), ossia di divisione fatta dal testatore attraverso la specificazione dei beni destinati a far parte di ciascuna quota, che, avendo effetto attributivo diretto dei beni al momento dell'apertura della successione, impedisce il sorgere della comunione ereditaria ed il conseguente compimento di operazioni divisionali. Ne consegue che l'erede escluso dall'assegnazione del cespite cui si riferisce la controversia nel corso della quale si è verificato il decesso del dante causa versa in una situazione di carenza di legittimazione passiva per estraneità all'oggetto del giudizio.

Cass. civ. n. 15220/2010

L'art. 2395 c.c. esige, ai tini dell'esercizio dell'azione di responsabilità del socio nei confronti degli amministratori, che il pregiudizio subito dal socio non sia il mero riflesso dei danni eventualmente arrecati al patrimonio sociale, ma gli derivi direttamente come conseguenza immediata del comportamento illecito degli amministratori: pertanto, né l'inattività dell'assemblea, né la perdita del capitale sociale e né l'inadempimento contrattuale posto in essere dall'amministratore integrano, di per sé, i presupposti della disposizione, in quanto la prima inerisce al mero funzionamento degli organi sociali e non comporta necessariamente un danno alla società o al socio, mentre il capitale è un bene della società e non dei soci, i quali dalle perdite subiscono soltanto un danno riflesso a causa della diminuzione di valore della propria partecipazione, ed, infine, il mancato rimborso della somma presa a mutuo dalla società può comportare la responsabilità dell'amministratore soltanto quando derivi da un illecito colposo o doloso dell'organo nell'inadempimento del mutuo. (Fattispecie in tema di s.r.l., anteriore all'entrata in vigore del d.l.vo 17 gennaio 2003, n. 6).

Cass. civ. n. 1195/2010

Il socio di una società di capitali è titolare, già prima che divenga esigibile il suo diritto alla quota di liquidazione, di una situazione giuridica direttamente tutelata, avente ad oggetto innanzi tutto il diritto alla durata tendenzialmente illimitata della società ed alla propria partecipazione al libero svolgimento dell'attività negoziale di essa e delle operazioni sociali. (Nel caso di specie, la C. S. ha cassato la sentenza impugnata, la quale - a fronte della domanda risarcitoria proposta dal socio per gli illeciti commessi, in concorso fra loro, dagli altri soci e dall'amministratore di una società a responsabilità limitata,.consistenti nella falsificazione delle scritture sociali, nella distruzione del libro dei soci e nella sostituzione dello stesso con un nuovo libro attestante falsamente la titolarità delle quote in capo ai soci - aveva omesso di individuare esattamente l'evento di danno lamentato, considerato unitariamente come risultato della condotta concorrente degli autori dell'illecito, e di accertare se tale evento fosse lesivo della situazione giuridica soggettiva del socio direttamente tutelata in capo allo stesso, come sopra individuata).

Cass. civ. n. 6870/2010

In tema di azioni nei confronti dell'amministratore di società, a norma dell'art. 2395 c.c., il terzo (o il socio) è legittimato, anche dopo il fallimento della società, all'esperimento dell'azione (di natura aquiliana) per ottenere il risarcimento dei danni subiti nella propria sfera individuale, in conseguenza di atti dolosi o colposi compiuti dall'amministratore, solo se questi siano conseguenza immediata e diretta del comportamento denunciato e non il mero riflesso del pregiudizio che abbia colpito l'ente, ovvero il ceto creditorio per effetto della cattiva gestione, essendo altrimenti proponibile la diversa azione (di natura contrattuale) prevista dall'art. 2394 c.c., esperibile, in caso di fallimento della società, dal curatore, ai sensi dell'art. 146 della legge fall.

Cass. pen. n. 38578/2008

L'art. 103, comma quinto, c.p.p., nel vietare le intercettazioni delle conversazioni o comunicazioni dei difensori, riguarda l'attività captativa in danno del difensore in quanto tale ed ha dunque ad oggetto le sole conversazioni o comunicazioni individuabili, ai fini della loro inutilizzabilità, a seguito di una verifica postuma inerenti all'esercizio delle funzioni del suo ufficio e non si estende ad ogni altra conversazione che si svolga nel suo ufficio o domicilio. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto utilizzabile, ai fini dell'identificazione della voce dell'indagato captata nel corso di una intercettazione telefonica, una conversazione intervenuta sulla medesima utenza tra la di lui moglie e quello che era il suo difensore ).

Cass. civ. n. 21130/2008

L'inadempimento contrattuale di una società di capitali non può , di per sè, implicare responsabilità risarcitoria degli amministratori nei confronti dell'altro contraente, secondo la previsione dell'art. 2395 cod. civ., atteso che tale responsabilità, di natura extracontrattuale, postula fatti illeciti direttamente imputabili a comportamento colposo o doloso degli amministratori medesimi, come si evince, fra l'altro, dall'utilizzazione dell'avverbio "direttamente", la quale esclude che detto inadempimento e la pessima amministrazione del patrimonio sociale siano sufficienti a dare ingresso all'azione di responsabilità.

Cass. civ. n. 14558/2008

La responsabilità risarcitoria dell'amministratore di una società di capitali nei confronti dei soci e dei terzi non è in alcun modo dipendente, sul piano logico, da quella, di natura contrattuale, eventualmente fatta valere nei confronti della società, cosi come questa seconda non presuppone l'accertamento di quella; ne consegue che, promossa una causa in primo grado nei confronti sia dell'amministratore che della società, e deceduto nelle more l'amministratore, la mancata integrazione del contraddittorio, in grado di appello, relativamente ad uno degli eredi di questo, non si traduce in conseguente inammissibilità del gravame proposto contro la società, non configurandosi una situazione di inscindibilità delle cause, ai sensi dell'art. 331 c.p.c.

Cass. pen. n. 34065/2006

Il divieto di intercettazione di conversazioni o comunicazioni di difensori, previsto dall'art. 103, comma quinto, c.p.p., ha per oggetto soltanto conversazioni o comunicazioni inerenti alla funzione difensiva, individuabili, ai fini della loro inutilizzabilità, anche a seguito di una verifica successiva all'eventuale captazione che non sia stata disposta nei confronti del difensore in quanto tale. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto utilizzabili, ai fini dell'identificazione del presunto responsabile di un reato, la cui utenza telefonica cellulare era stata sottoposta ad intercettazione, elementi tratti da una conversazione del medesimo soggetto con quello che era il suo difensore in un procedimento civile, trattandosi di elementi non attinenti alla funzione difensiva di cui il legale era stato investito).

Cass. civ. n. 10271/2004

Nelle società a responsabilità limitata (nel vigore della disciplina dettata dal codice civile del 1942, anteriormente alla riforma organica di cui al D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 6), posto che gli utili sono parte del patrimonio sociale fin quando l'assemblea eventualmente non ne disponga la distribuzione in favore dei soci, la sottrazione indebita di tali utili ad opera dell'amministratore lede il patrimonio sociale, e solo indirettamente si ripercuote sulla posizione giuridica e sull'interesse economico del singolo socio, compromettendo la sua aspettativa di reddito e comprimendo il valore della sua quota. Pertanto è da escludere che al singolo socio competa, in tal caso, l'azione di responsabilità contemplata dall'ari. 2395 c.c., la quale presuppone invece l'esistenza di un danno subito dal medesimo socio direttamente, non cioè come mero riflesso del danno sociale di cui solo la società, tramite gli organi a ciò abilitati e con il procedimento a tal fine prescritto dal precedente art. 2393 c.c., può chiedere il risarcimento all'amministratore.

Cass. pen. n. 5658/2002

Non costituisce indebita anticipata manifestazione del proprio convincimento sui fatti oggetto dell'imputazione, e non può quindi dar luogo a ricusazione del giudice ai sensi dell'art. 37, comma 2 c.p.p., la pronuncia di ordinanza con la quale venga respinta una richiesta di rinvio del procedimento in attesa della pubblicazione di una sentenza della Corte costituzionale di cui si affermi, da parte della difesa, l'incidenza sulla posizione processuale dell'imputato. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che l'ordinanza emessa nel processo non possa costituire espressione “indebita” del convincimento del giudice, ed ha affermato che il giudizio sui “fatti oggetto dell'imputazione” è rappresentato solo dalle valutazioni di merito circa la colpevolezza o l'innocenza dell'imputato o circa le condizioni di applicabilità dell'art. 129 c.p.p.).

Cass. civ. n. 2850/1996

L'art. 2395 c.c. che, oltre all'azione di responsabilità attribuita alla società ed ai creditori sociali, disciplinata nei precedenti artt. 1393 e 2394, contempla un'azione individuale spettante al socio e al terzo, nel caso in cui abbiano risentito un danno diretto per il comportamento doloso o colposo degli amministratori richiede unicamente che il danno causato dagli amministratori abbia investito in via immediata il patrimonio del socio o del terzo, senza che assuma rilievo che il danno sia stato arrecato dagli amministratori nell'esercizio delle loro incombenze o al di fuori di esso, né, infine, che l'atto lesivo sia stato eventualmente compiuto dagli amministratori nell'interesse della società o a vantaggio della stessa. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto ammissibile, pur affermandone l'infondatezza nel merito, l'azione di annullamento di una delibera del consiglio d'amministrazione di una Spa, con la quale, in occasione di aumento di capitale con emissione di nuove azioni, veniva fissato, per l'assegnazione delle azioni rimaste non optate, un prezzo diverso da quello stabilito per l'opzione).

Cass. civ. n. 9385/1993

Il diritto alla conservazione del patrimonio sociale spetta alla società e non al socio come tale, il quale ha in materia un interesse, la cui eventuale lesione non può concretare quel danno diretto necessario per potersi esperire l'azione individuale di responsabilità contro gli amministratori. Tale danno diretto, peraltro, non sussiste neppure per il solo fatto che nel comportamento degli amministratori possa configurarsi un illecito penale, né può consistere nella mancata distribuzione degli utili, perché questi, prima della distribuzione appartengono alla società, si che il danno derivante dalla loro distrazione ad opera degli amministratori è della società e non dei soci, Che De vengono pre giudicati solo di riflesso, tanto da non essere neppure abilitati a proporre azione di indebito arricchimento per conseguire la quota di utili occultata nel bilancio di esercizio.

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Anonimo chiede
mercoledì 11/05/2016 - Campania
“Salve
(omissis)
Sono socio di una (omissis) con amministratore nominato nello statuto.
Negli anni il rapporto è stato talmente fiduciario tanto che il socio amministratore non rendicontava a fine anno il bilancio come previsto dallo statuto societario.
Da poco tempo, insospettito da alcuni comportamenti ho richiesto e ottenuto con difficoltà indescrivibili i bilanci le chiede contabili ed il libro giornale degli anni (omissis).
Ho trovato distrazione di utili per grandi somme di denaro.
Per essere sintetico cito due esempi soltanto.
Anno (omissis) : utili euro (omissis) (conoscevo questo dato perchè era vicino al modello 101 di cui ho pagato l'IRPEF per la mia quota societaria) distribuzione di utili (omissis) dati come anticipo soci durante l'arco dell'anno.
Considerato il rapporto fiduciario ho chiesto solo verbalmente motivazione che gli utili mi sembravano inferiori ottenendo risposte vaghe quali ad esempio conto corrente in negativo.
Anno (omissis):
L'amministratore (che è socio (omissis) pagato dalla società a fattura) nei mesi di gennaio febbraio e marzo si fa aiutare dal figlio socio biologo pagandolo alla luce del sole con assegno di circa (omissis) euro mensili e questo alla conoscenza di tutti i soci.
La gravità consiste nel fatto che nei mesi di (omissis) il libro giornale documenta che il figlio (omissis) ha emesso nell'arco di (omissis) n. (omissis) fatture di prestazioni per importi variabili tra (omissis) euro e ricevuto il denaro in contanti per circa euro (omissis). (si noti il caso che la società nel mese (omissis) ha ricevuto una sopravvenenza attiva di (omissis) euro che il commercialista ha caricato in bilancio in tre anni).
Alla luce delle distrazioni che i consulenti hanno accertato l'amministratore non da spiegazioni anzi è diventato talmente insolente da cacciarmi fuori dai locali della società in presenza di testimone e di impedirmi di esercitare il mio diritto di socio.
Vorrei sapere se già questi episodi rientrano nel penale, se posso chiedere il rimborso di quanto mi è stato sottratto se posso chiedere la revoca dell'amministratore e l'esclusione da socio.
Quale vie seguire per far valere i miei diritti?”
Consulenza legale i 18/05/2016
La distrazione degli utili, l’omissione di rendiconti obbligatori, il comportamento “ostruzionistico” volto a nascondere o rendere più difficile il controllo da parte dei soci sull’amministrazione e l’andamento della società, costituiscono tutti gravi comportamenti degli amministratori, che rilevano sia sotto il profilo penale che civile.

Dal punto di vista della responsabilità penale, si evidenzia come sia il codice civile stesso a contenere alcune importanti norme di specifica rilevanza penale al Titolo XI del Libro V: “disposizioni penali in materia di società e di consorzi”, tra le quali un intero titolo tratta “Degli illeciti commessi dagli amministratori”.

Potrebbero quindi venire in considerazione, nello specifico caso in esame, i seguenti reati:
- “False comunicazioni sociali” (art. 2621 c.c.), che punisce “gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.(…)”; la condotta punita è quindi quella dell’amministratore che - in violazione degli obblighi di correttezza e chiarezza – abbia reso false informazioni oppure abbia omesso di rendere informazioni che possano incidere sulla valutazione dell’entità economica della società; questo in bilanci, relazioni o altre comunicazioni sociali obbligatorie (ovvero solo quelle previste per legge) e con la finalità specifica di ingannare i soci e trarre per sé o per altri un ingiusto profitto. Nel caso di specie, l’amministratore non ha effettuato il rendiconto annuale obbligatorio (ai sensi dell’art. 2261 cod. civ.) ed ha omesso di comunicare ai soci il reale importo degli utili conseguiti dall’esercizio, in modo da distrarne una parte a favore del figlio;

- “False comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori” (art. 2622 c.c.), il quale punisce la medesima condotta di cui all’articolo sopra richiamato, con la differenza che quest’ultima deve aver prodotto un danno patrimoniale a carico di società, soci o creditori;

- “Infedeltà patrimoniale” (art. 2634 c.c.), che costituisce ipotesi particolare di appropriazione indebita, che stabilisce “Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni (…)”;

- probabilmente, infine, anche “impedito controllo” (art. 2625 c.c.) – fattispecie mista di illecito amministrativo e penale - per il quale “Gli amministratori che, occultando documenti o con altri idonei artifici, impediscono o comunque ostacolano lo svolgimento delle attività di controllo legalmente attribuite ai soci, o ad altri organi sociali, sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10.329 euro. Se la condotta ha cagionato un danno ai soci, si applica la reclusione fino ad un anno e si procede a querela della persona offesa.

Si noti bene che la responsabilità penale dell’amministratore ai sensi e per gli effetti di cui agli articoli 2621 e 2622 c.c. importa di diritto l’interdizione – tra gli altri - dall’ufficio di amministratore e giustifica, quindi, sicuramente l’esclusione del medesimo dalla compagine sociale, per la sua gravità.
Va tenuto tuttavia presente che alcune delle condotte di cui sopra (ad esempio quella punita dall’art. 2622 c.c.), sono perseguibili a querela della persona offesa, ovvero è possibile denunciare il reato a pena di decadenza solo entro 3 mesi dalla effettiva conoscenza del fatto di reato.

In alternativa alla responsabilità penale – oppure in aggiunta e concorrente con quest’ultima – può configurarsi anche la responsabilità dell’amministratore sotto il profilo civilistico, che potrà essere fatta valere (e ciò anche nelle società di persone, secondo la regola dettata dall’art. 2395 cod. civ. per le società di capitali) anche dal singolo socio – oltre che dalla società – (solamente) qualora quest’ultimo abbia subìto un danno diretto a causa di atti colposi o dolosi dell’amministratore.

Si è ritenuto, a tal proposito, che sia legittimato ad esperire l’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore anche il singolo socio quando il primo si sia appropriato degli utili sociali, perché questa è un’ipotesi configurabile come danno “diretto” al socio e non solo alla società.
L’azione suddetta si prescrive in cinque anni.

L’appropriazione degli utili sociali e comunque tutte le condotte tenute dall’amministratore nel caso in esame, configurano sia un’ipotesi di giusta causa di revoca del medesimo, ai sensi dell’art. 2252 cod. civ.- in quanto configurano inadempimento al mandato ad amministrare – sia legittima causa di esclusione del socio per inadempimento agli obblighi sociali, talmente grave che tra i commentatori prevale l’opinione per la quale non sarebbe possibile prevedere nello Statuto una clausola che rimetta tale decisione ad una libera e discrezionale valutazione degli altri soci.

In ordine alle modalità con cui procedere, le norme del codice civile sulle società di persone tacciono sulla necessità della unanimità dei consensi, piuttosto che sulla sufficienza di una sola maggioranza, in ordine alle decisioni assunte dai soci che riguardino la vita sociale.
La dottrina e la giurisprudenza, a partire dall’analisi dell’art. 2252 c.c., per il quale “Il contratto sociale può essere modificato soltanto con il consenso di tutti i soci, se non è convenuto diversamente [2259, 2272 n. 3, 2300].”, nel tempo è giunta ad elaborare una regola, secondo la quale il discrimine è se la decisione riguardi la struttura organizzativa ovvero la gestione della società: la regola dell’unanimità è applicabile quando si tratti di decisione che tocchi le fondamenta organizzative della società, mentre la diversa regola della maggioranza è applicabile quando si tratta di decisioni che afferiscono alla gestione dell’impresa.

Sulla base di questa regola, si può legittimamente ritenere che mentre l’esclusione del soggetto in questione dalla compagine sociale richiede senz’altro l’unanimità, la semplice revoca dall’incarico di amministratore sembrerebbe richiedere solamente la maggioranza. Maggioranza tuttavia, si noti bene, che normalmente viene calcolata per capi (ovvero “per teste”) e non per quote.

Da ultimo, è opportuno ribadire ed evidenziare come il socio che chieda, in sede civile, il risarcimento del danno per inadempimento dell’amministratore avrà l’onere rigoroso di provare che il danno prospettato non sia una mera conseguenza riflessa del danno patito dalla società ma sia un danno che lui ha direttamente patito nel proprio patrimonio; sotto questo profilo, si è ritenuto da parte della giurisprudenza che il risarcimento dovuto non possa comprendere la somma versata dal socio nelle casse sociali - senza la previsione di un obbligo di restituzione in capo alla società - e successivamente imputata a capitale: “il risarcimento dovuto al socio non comprende la somma da lui versata nelle casse sociali senza la previsione di un obbligo di restituzione in capo alla società e successivamente imputata a capitale: tale versamento non è infatti riconducibile allo schema del mutuo, ma costituisce un apporto finanziario che si aggiunge a quelli rappresentati dai conferimenti imputabili alla originaria costituzione della società o al successivo aumento del capitale sociale, non restituibile al di fuori dell'ipotesi di liquidazione della società e liberamente utilizzabile da parte di quest'ultima” (Trib. S.Maria Capua V. 10 ottobre 2006).


Testi per approfondire questo articolo