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Articolo 415 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Persone che possono essere inabilitate

Dispositivo dell'art. 415 Codice civile

Il maggiore di età infermo di mente, lo stato del quale non è talmente grave da far luogo all'interdizione [414], può essere inabilitato [166, 193, 429; 40 disp. att.; 712 c.p.c.] (1).

Possono anche essere inabilitati coloro che, per prodigalità [776] o per abuso abituale di bevande alcooliche o di stupefacenti (2), espongono sé o la loro famiglia a gravi pregiudizi economici.

Possono infine essere inabilitati il sordo (3) e il cieco dalla nascita o dalla prima infanzia, se non hanno ricevuto un'educazione sufficiente, salva l'applicazione dell'articolo 414 quando risulta che essi sono del tutto incapaci di provvedere ai propri interessi.

Note

(1) L'inabilitazione è lo stato giuridicamente dichiarato di ridotta capacità di agire della persona maggiorenne che per le sue condizioni mentali o fisiche non è pienamente in grado di curare i propri interessi (Noventa). L'infermità mentale di cui si tratta non deve esser così grave da condurre alla fattispecie di cui all'articolo precedente, pur essendo comunque abituale ed attuale. Il curatore non si sostituisce, come il tutore, alla persona inabilitata: egli solamente assiste ma non rappresenta.
(2) La prodigalità deve poter condurre a gravi pregiudizi economici, anche potenziali se suffragati da elementi come frivolezza, ostentazione, tendenza allo sperpero (e non invece l'inettitudine negli affari).
Le altre cause (abuso di alcool e di stupefacenti) devono esser profonde e consolidate, tali quindi da aver alterato la sfera psico-volitiva del soggetto.
(3) L'espressione "sordo" è stata sostituita al termine "sordomuto" dall'art. 1 della L. 20 febbraio 2006 n. 95.

Brocardi

Expedit reipublicae, ne quis re sua male utatur
Imbecillitas mentis
Prodigi nulla voluntas
Prodigus est ille qui neque tempus, neque finem expensarum habet, sed bona sua dilapidando et dissipando profundit

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

206 Per quanto riguarda le persone che possono essere inabilitate, è stato modificato l'art. 410 del progetto per riferire anche al prodigo, in conformità della proposta pervenuta, l'estremo del pericolo di pregiudizio economico: con questo rimane chiarito e meglio precisato il concetto stesso di prodigalità, la quale è presa in considerazione dalla norma in esame in rapporto a chi con lo sperpero e la dilapidazione minacci di rovinare la famiglia. Secondo i voti espressi, nel terzo comma dello stesso articolo, si è parlato, anzichè di "cieco dalla nascita", di "cieco dalla nascita o dalla prima infanzia", consacrando così nel testo legislativo l'interpretazione estensiva che è stata data dalla giurisprudenza all'art. 340 del codice civile del 1865. Si è ritenuto superfluo aggiungere una disposizione per precisare, come fa l'art. 339 del codice predetto, di quali atti sia incapace l'inabilitato. Ciò risulta già chiaramente dal combinato disposto dell'art. 424 del c.c., che rende applicabile alla curatela degli inabilitati le norme riguardanti la curatela dei minori emancipati, e dell'art. 394 del c.c. sulla capacità dell'emancipato.

Massime relative all'art. 415 Codice civile

Cass. civ. n. 786/2017

La prodigalità, cioè un comportamento abituale caratterizzato da larghezza nello spendere, nel regalare o nel rischiare eccessiva rispetto alle proprie condizioni socio-economiche ed al valore oggettivamente attribuibile al denaro, configura autonoma causa di inabilitazione, ai sensi dell'art. 415, comma 2, c.c., indipendentemente da una sua derivazione da specifica malattia o comunque infermità, e, quindi, anche quando si traduca in atteggiamenti lucidi, espressione di libera scelta di vita, purché sia ricollegabile a motivi futili (ad esempio, frivolezza, vanità, ostentazione del lusso, disprezzo per coloro che lavorano, o a dispetto dei vincoli di solidarietà familiare). Ne discende che il suddetto comportamento non può costituire ragione d'inabilitazione del suo autore quando risponda a finalità aventi un proprio intrinseco valore. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto insussistenti gli estremi della prodigalità nella condotta di un soggetto che, con la redistribuzione della propria ricchezza a persone a lui vicine, anche se non parenti, intendeva dare una risposta positiva e costruttiva al naufragio della propria famiglia).

Cass. pen. n. 3277/2013

Il consulente tecnico nominato dal P.M., in sede di indagini preliminari, e da questi non inserito nella propria lista testimoniale, può essere indicato, in assenza di specifiche disposizioni che limitino il potere dispositivo delle parti in materia di prova, nella lista testimoniale dell'imputato e, pertanto, da questi chiamato a deporre, considerato che egli non è compreso tra i soggetti che, ex art. 197 cod. proc. pen., non possono essere assunti come testimoni né riveste la qualità di ausiliario in senso tecnico, riservata al personale appartenente alla segreteria o cancelleria dell'ufficio.

Cass. civ. n. 6549/1988

La prodigalità, contemplata dall'art. 415 secondo comma c.c. quale causa d'inabilitazione (ove concorra un'esposizione dell'inabilitando o della sua famiglia a gravi pregiudizi economici), esprime una tendenza allo sperpero, per incapacità di apprezzare il valore del denaro, per frivolezza, vanità od ostentazione, e, pertanto, non è ravvisabile in relazione ad inettitudine negli affari, la quale indica spirito lucratico e ricerca di guadagno, ancorché senza le doti necessarie a conseguirle.

Cass. civ. n. 6805/1986

La prodigalità, cioè un comportamento abituale caratterizzato da larghezza nello spendere, nel regalare o nel rischiare, eccessiva rispetto alle proprie condizioni socioeconomiche ed al valore oggettivamente attribuibile al denaro, configura autonoma causa di inabilitazione, ai sensi dell'art. 415 secondo comma c c , indipendentemente da una sua derivazione da specifica malattia o comunque infermità, e, quindi, anche quando si traduca in atteggiamenti lucidi, espressione di libera scelta di vita, purché sia ricollegabile a motivi futili (ad esempio, frivolezza, vanità, ostentazione del lusso, disprezzo di coloro che lavorano, dispetto verso vincoli di solidarietà familiare). Ne discende che il suddetto comportamento non può costituire ragione d'inabilitazione del suo autore, quando risponda a finalità aventi un proprio intrinseco valore (nella specie, aiuto economico verso persona estranea al nucleo familiare, ma legata da affetto ed attrazione).

Cass. civ. n. 1680/1980

La prodigalità, giustificativa dell'inabilitazione della persona a norma dell'art. 415 secondo comma c.c., ricorre qualora il ripetersi di spese disordinate, nonché sproporzionate alla consistenza patrimoniale della persona medesima, sia ricollegabile non a mera cattiva amministrazione, ovvero incapacità di impostare e trattare vantaggiosamente i propri affari, ma bensì ad una alterazione mentale, che escluda o riduca notevolmente la capacità di valutare il denaro, di risolvere problemi anche semplici di amministrazione, di cogliere il pregiudizio conseguente allo sperpero delle proprie sostanze.

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Mario chiede
venerdì 16/10/2015 - Lazio
“Mia nonna si trova in una residenza sanitaria riabilitativa e potrebbe non vivere a lungo. Mia madre non comunica informazioni sufficienti sul suo stato di salute a mio nonno, escludendo dalle decisioni, approfittando della non più giovane età, perché lo accusa di eccedere nel comunicare a terzi lo stato di salute confusionario della moglie e di non essere affidabile perché gioca eccessivamente ai gratta e vinci, dilapidando i risparmi. Vorrei capire in che modo aiutare e limitare il comportamento di entrambi.
Mio nonno é obbligato alla riservatezza? Ha diritto a essere informato e coinvolto nelle decisioni? Si può imporre una risoluzione coatta del problema g.a.p. (gioco d'azzardo patologico)?”
Consulenza legale i 19/10/2015
Il quesito proposto pone, in realtà, dei problemi di natura non interamente giuridica, ma si cercherà di tratteggiare comunque un quadro generale.

Ci si chiede se un marito abbia diritto a conoscere lo stato di salute della moglie (sono entrambi anziani), partecipando alle decisioni relative alle cure e terapie, e se debba tenere per sé le informazioni di sua conoscenza.

In generale, può dirsi che la legge molto dice su quel che devono o non devono comunicare medici e personale sanitario sui propri pazienti, ma ben poco su quelli che sono gli obblighi dei parenti stessi del paziente.
Ad esempio, l'art. 30 del codice deontologico dei medici prevede che il medico possa fornire informazioni sanitarie - anche ad un parente - solo se il paziente acconsente; è, quindi, necessario informare il paziente e richiedere il suo consenso a che i suoi parenti o alcuni di essi siano messi al corrente del suo stato di salute.
Anche il Codice della privacy (artt. 75 e seguenti) stabilisce che tali informazioni possono essere rese note ad un prossimo congiunto, ad un familiare, ad un convivente, solo col consenso dell'interessato.
Quindi, in primo luogo, può affermarsi che, poiché la volontà del paziente di non informare sul proprio stato di salute o sul proprio ricovero un certo familiare deve essere assolutamente rispettata, se la moglie ha dato indicazioni nel senso di non informare il marito sul suo stato di salute, il personale medico deve attenersi a questo desiderio. Ovviamente, ciò è possibile solo se l'anziana ha capacità di intendere e volere per prestare un consenso informato.

Per quanto riguarda la figlia della donna e la carenza di informazioni fornite al padre, non vi sono leggi che le "impongano" di informare il padre sullo stato di salute della moglie: solo il buon senso può essere invocato in questa situazione. Il marito, del resto, se non esiste un parere contrario della moglie stessa, può informarsi da sé presso la struttura sanitaria circa le condizioni del suo coniuge.

Molto dipende, però, anche dal fatto che l'anziana signora sia o meno beneficiaria di un amministratore di sostegno (art. 404 del c.c.) o rappresentata da un tutore (che si può ipotizzare sia la figlia stessa).
Se l'anziana è ancora - dinnanzi alla legge - responsabile per sé e per le sue azioni, il comportamento della figlia è legittimo fintanto che non contrario alla volontà di sua madre: per la legge, infatti, la figlia non può prendere decisioni al suo posto unilateralmente.

Se, invece, la figlia fosse amministratrice di sostegno o tutrice della madre, le sue facoltà sarebbero enormemente accresciute, in quanto a lei spetterebbero tutte le decisioni inerenti la persona inferma (più ampie nel caso di tutela, più ristrette e stabilite con precisione dal giudice, in caso di amministrazione di sostegno, v. art. 405): tra i poteri del rappresentante legale può essere compreso quello di limitare i rapporti dell'infermo con un congiunto che, ad esempio, possa turbarne la serenità.

Circa l'obbligo di riservatezza del padre, anche qui v'è una risposta che purtroppo non può essere molto puntuale, vista la delicatezza del tema che stiamo affrontando e i pochi dati di fatto a disposizione. Inoltre, sembra chiaro che nella vicenda in esame il ricorso alla tutela giudiziale non sembra l'approccio corretto per arginare il problema.
In generale, comunque, da un punto di vista giuridico, può dirsi che ogni persona ha diritto a vedere tutelata la propria dignità: quindi, fintantoché il nonno si limita a riferire a terzi qualche informazione sulla salute della moglie, non si possono ravvisare ipotesi particolari di illecito.
Il problema sorge quando egli leda la dignità della moglie, raccontando "in giro" dettagli che possono offendere il decoro e il pudore della donna: a questo punto si possono ipotizzare astrattamente un'azione civile per il risarcimento del danno all'immagine, nonché, dal punto di vista penale, un caso di diffamazione (art. 595 del c.p.). Naturalmente, non conoscendosi le circostanze concrete, non si può in questa sede dare una risposta più precisa. Si può pensare ad una diffida scritta nei confronti dell'uomo, chiedendogli di cessare i comportamenti illeciti, ma probabilmente la missiva non sortirebbe molti effetti.

Infine, concludendo sul problema di dipendenza del nonno, il consiglio è di rivolgersi ad un centro specializzato per la cura di questo tipo di problema mentale (i cosiddetti S.e.r.D.).
Sul piano giuridico, si può ipotizzare una richiesta di inabilitazione del soggetto. L'art. 415 del c.c. stabilisce che possono essere inabilitati coloro che, per prodigalità o per abuso abituale di bevande alcooliche o di stupefacenti, espongono sé o la loro famiglia a gravi pregiudizi economici. La prodigalità è proprio l'atteggiamento di chi sperpera i propri mezzi economici con spese sconsiderate, come quelle per il gioco d'azzardo. Il giudice interpellato attraverso un ricorso (di solito promosso dai parenti della vittima di dipendenza) nominerà un curatore, che dovrà gestire il patrimonio della persona inabilitata, evitando così che questa lo dilapidi.
Ogni caso è a sé, quindi il giudice può anche decidere, dopo aver periziato la persona, che la sua condizione imponga un provvedimento diverso (interdizione, art. 414 - misura più pesante - o amministrazione di sostegno - misura più lieve).
Il procedimento di inabilitazione, che va seguito da un avvocato, è descritto agli artt. 712 e seguenti del codice di procedura civile.