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Articolo 428 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Atti compiuti da persona incapace d'intendere o di volere

Dispositivo dell'art. 428 Codice civile

Gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta [414], si provi essere stata per qualsiasi causa (1), anche transitoria, incapace d'intendere o di volere (2) al momento in cui gli atti sono stati compiuti, possono essere annullati su istanza della persona medesima o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio all'autore (3).

L'annullamento dei contratti non può essere pronunziato se non quando, per il pregiudizio che sia derivato o possa derivare alla persona incapace d'intendere o di volere o per la qualità del contratto o altrimenti, risulta la malafede (4) dell'altro contraente [1425].

L'azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui l'atto o il contratto è stato compiuto [1442] (5).

Resta salva ogni diversa disposizione di legge [120, 775].

Note

(1) La formulazione letterale ampia consente di ricomprendere ogni transitoria impossibilità di rendersi conto del contenuto e degli effetti dell'atto giuridico che si compie; così, saranno rimesse all'apprezzamento del giudice di merito (e quindi con valutazione ex post, in sede di richiesto annullamento dell'atto pregiudizievole) le circostanze idonee a determinare l'annullamento. Tra esse sono state positivamente ritenute idonee le infermità mentali patologiche da malattia tipica o non (come l'impeto da intenso dolore o la perturbazione da gioco d'azzardo, l'ubriachezza e la suggestione ipnotica).
(2) Tale stato di incapacità è una condizione personale dell'individuo: non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive (anche se ne scemasse radicalmente una sola delle due): è sufficiente la menomazione di esse tale da impedire la formazione di una volontà cosciente.
(3) Il grave pregiudizio, quanto si tratti di un atto patrimoniale, deve consistere in una grave sproporzione oppure in una eccessiva onerosità. Si può trattare anche di un grave danno di carattere morale: dipende dal tipo di atto posto in essere.
(4) Il presupposto della mala fede dell'altro contraente (ossia la consapevolezza dell'altrui menomazione) viene rivelata indiziariamente dalla sussistenza del grave pregiudizio (anche solo potenziale) derivato all'incapace; esso deve essere un elemento inequivocabilmente e indistintamente induttivo del turbamento della sfera volitiva o intellettiva della parte.
(5) Con riguardo all'onere della prova, esso incombe sulla parte che chiede l'annullamento dell'atto: dovrà nello specifico provarsi l'effettivo stato di incapacità invalidante al momento della conclusione del negozio.

Ratio Legis

La ratio della norma consiste nella tutela dei soggetti che non sono (ancora) stati dichiarati incapaci, ma abbiano compiuto atti a loro pregiudizievoli o con la mala fede della controparte: in loro soccorso è previsto il potere di azione costitutiva di annullamento del negozio stesso.

Spiegazione dell'art. 428 Codice civile

Per l'annullabilità relativa degli atti compiuti in uno stato di semplice incapacità naturale, da persona incapace d'intendere o di volere ma non interdetta, diventa presupposto necessario "un pregiudizio grave" dell'autore, ossia un molto sensibile danno risentito da chi, per le sue speciali condizioni, appare essersi trovato, al momento dell'atto, in uno stato d'incoscienza o comunque in uno stato di perturbamento tale da non permettergli la comprensione e la valutazione del rilevantissimo nocumento cui con quell'atto si esponeva.
Bene, poi, è stata avvertita qui la opportunità di regolare "distintamente i negozi giuridici bilaterali e quelli unilaterali, compiuti dalla persona incapace d'intendere o di volere, esigendo per l'annullabilità dei primi la mala fede dell'altro contraente e per quella dei secondi il grave pregiudizio dell'autore".
La innovazione è notevole, perché ripara alla formulazione incompleta delle norme sugli atti incoscienti o inconsulti nel codice antico. A tutto rigore, però, tali atti, per esigenza di tecnicismo anche legislativo, si dovevano dichiarare inesistenti, non già annullabili. Tuttavia, pare preferibile invocare ed applicare criteri di opportunità pratica. "Si è fatto presente che, se pure gli atti compiuti dall'incapace naturale sono affetti da nullità assoluta (rectius: inesistenza), per ragioni di ordine sociale non si può fare a meno di contemperare tale principio con quello della tutela della buona fede dei terzi, la quale appare come un'esigenza fondamentale della vita pratica, mentre se non vi è alcun pregiudizio per l'incapace, né vi sia stata mala fede dell'altro contraente, non si vede quale inconveniente possa sorgere dall'ammettere la possibilità che l'atto sia valido".
Si è inoltre rilevato: "che l'ipotesi considerata in questo articolo non dovrebbe riferirsi al caso in cui il consenso sia inesistente, perché in tale ipotesi, anche senza una determinata norma, deriva dai principi generali del diritto che l'atto sia nullo in via assoluta. L'articolo in questione riguarderebbe invece il consenso dato da una persona che nel momento in cui l'ha prestato non era in condizioni tali da valutare la portata effettiva delle sue azioni. Così appare tanto più naturale che non possa parlarsi che di annullabilità e non di inesistenza del negozio giuridico, e che l'annullamento sia subordinato al concorso di determinate circostanze che devono essere provate".
Tutto ciò non è giuridicamente molto preciso; ma spiega le ragioni di opportunità pratica sulle quali è fondata la norma qui accolta.
In rapporto alla prima parte di questo articolo (riguardante gli atti, cioè i negozi giuridici unilaterali compiuti da chi è incapace naturale al momento in cui li pone in essere) si è già chiarito il diverso presupposto d'impugnabilità richiesto, viceversa, per i contratti a cui l'incapace sia addivenuto: ossia la mala fede dell'altro contraente nel trarre un illecito profitto dalla altrui incoscienza o deficienza di valutazione. Così, per il presupposto del "grave pregiudizio" nei negozi giuridici unilaterali, da parte dell'agente incapace, come per il presupposto della "mala fede" nei negozi giuridici bilaterali, da parte dell'altro contraente, tutto si riduce a questione di prova mediante fatti concludenti.
"A tutela ulteriore (oltre la tutela normale della buona fede negoziale) in favore dell'altro contraente, è stabilito che l'azione di annullamento non si possa far valere che in un termine relativamente breve, ossia entro cinque anni dalla cessazione dello stato di incoscienza".
Si è "ritenuto necessario far salva ogni diversa disposizione di legge, per evitare che i principi posti in questo articolo si debbano ritenere applicabili ai testamenti e alle donazioni. È ovvio che per tali materie devono avere vigore le norme degli articoli #763# e #1052# del codice del 1865, secondo le quali chi non è capace di intendere o di volere è senz'altro incapace di testare e di donare".

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

211 L'ultimo comma dell'art. 427 del c.c., che la Commissione delle Assemblee legislative avrebbe voluto sopprimere, prevede l'ipotesi generica degli atti compiuti da persona non sana di mente, prescindendo dall'eventualità che contro di essa sia stato promosso giudizio di interdizione. Poiché si tratta di atti compiuti prima della sentenza di interdizione e prima della nomina del curatore provvisorio, è necessario richiamare la disciplina giuridica dettata nell'articolo successivo per gli atti compiuti da persona non sana di mente, per escludere il dubbio che essi possano essere sottoposti a una disciplina diversa. A particolare discussione ha dato luogo, in seno alla Commissione delle Assemblee legislastive, l'art. 423 del progetto, che regola la cosi detta incapacità naturale. E' stato riconosciuto che tale norma costituisce un notevole miglioramento nella disciplina degli atti compiuti da persona non sana di mente, quantunque non interdetta, di fronte agli imprecisi articoli 336 e 337 del vecchio codice, che tanta difficoltà hanno presentato nella loro interpretazione. La Commissione ha però segnalato la opportunità di prevedere distintamente i negozi giuridici bilaterali e quelli unilaterali, compiuti dalla persona non sana di mente, esigendo per l'annullabilità dei primi la malafede dell'altro contraente e per quella dei secondi il grave pregiudizio per l'autore. Per verità, l'art. 423 del progetto definitivo comprendeva implicitamente due distinte norme, e cioè l'una che affermava l'annullabilità degli atti compiuti in genere dalla persona non sana di mente e l'altra che richiedeva per l'annullamento dei contratti la mala fede dell'altro contraente. E' stata accolta peraltro la proposta, prevedendosi separatamiente per maggior chiarezza di dettato, nell'art. 428 del c.c., le due ipotesi, e richiedendo, per l'annullamento degli atti unilaterali, il grave pregiudizio per l'autore, per non scuotere, senza un serio motivo, posizioni giuridiche già consolidate. Si è ritenuto necessario tuttavia far salva ogni diversa disposizione di legge, per evitare che i principii posti in questo articolo si debbano ritenere applicabili ai testamenti e alle donazioni. E' ovvio che por tali materie devono avere vigore le norme degli articoli 591 e 775, secondo le quali chi non è sano di mente è senz'altro incapace di testare e di donare. Lo stesso dicasi per il matrimonio al quale provvede l'art. 120 del c.c.. Per quanto riguarda il grado d'intensità del vizio di mente, esso deve essere di tale gravità da togliere la capacità d'intendere e di volere, qualunque ne sia la causa, anche cioè se di carattere transitorio,

Massime relative all'art. 428 Codice civile

Cass. civ. n. 13659/2017

Ai fini della sussistenza dell'incapacità di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio ex art. 428 c.c., non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente che esse siano menomate, sì da impedire comunque la formazione di una volontà cosciente; la prova di tale condizione non richiede la dimostrazione che il soggetto, al momento di compiere l'atto, versava in uno stato patologico tale da far venir meno, in modo totale e assoluto, le facoltà psichiche, essendo sufficiente accertare che queste erano perturbate al punto da impedirgli una seria valutazione del contenuto e degli effetti del negozio e, quindi, il formarsi di una volontà cosciente, e può essere data con ogni mezzo o in base ad indizi e presunzioni, che anche da soli, se del caso, possono essere decisivi per la sua configurabilità, essendo il giudice di merito libero di utilizzare, ai fini del proprio convincimento, anche le prove raccolte in un giudizio intercorso tra le stesse parti o tra altre, secondo una valutazione incensurabile in sede di legittimità, se sorretta da congrue argomentazioni, scevre da vizi logici ed errori di diritto.

Cass. civ. n. 4316/2016

In tema di incapacità naturale conseguente ad infermità psichica (nella specie, demenza senile grave), accertata la totale incapacità di un soggetto in due periodi prossimi nel tempo, la sussistenza di tale condizione è presunta, "iuris tantum", anche nel periodo intermedio, sicché la parte che sostiene la validità dell'atto compiuto è tenuta a provare che il soggetto ha agito in una fase di lucido intervallo o di remissione della patologia.

Cass. civ. n. 19458/2015

Ai fini dell'annullamento di un contratto, perché concluso in stato d'incapacità naturale, il gravissimo pregiudizio a carico dell'incapace costituisce elemento indiziario dell'ulteriore requisito della malafede dell'altro contraente, ma, di per sé, non è idoneo a costituirne la prova. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva respinto la domanda di annullamento di un accordo transattivo, non avendo il lavoratore assolto all'onere di allegazione e prova circa la sussistenza del requisito della malafede dell'altro contraente).

Cass. civ. n. 17977/2011

Ai fini della sussistenza della incapacità di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio (nella specie, dimissioni), non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, tale comunque da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all'atto che sta per compiere. La valutazione in ordine alla gravità della diminuzione di tali capacità è riservata al giudice di merito e non è censurabile in cassazione se adeguatamente motivata, dovendo l'eventuale vizio della motivazione emergere, in ogni caso, direttamentamente dalla sentenza e non dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità.

Cass. civ. n. 8886/2010

In caso di dimissioni presentate dal lavoratore in stato di incapacità naturale, il diritto a riprendere il lavoro sorge con la sentenza di annullamento ai sensi dell'art. 428 c.c., i cui effetti retroagiscono al momento della domanda giudiziaria in applicazione del principio generale secondo cui la durata del processo non deve andare a detrimento della parte vincitrice. Ne consegue che anche il diritto alle retribuzioni maturate sorge solo dalla data della domanda giudiziale, dovendosi escludere che l'efficacia totalmente ripristinatoria dell'annullamento del negozio unilatelare risolutivo del rapporto di lavoro si estenda al diritto alla retribuzione che, salvo diversa espressa eccezione di legge, non è dovuta in mancanza dell'attività lavorativa.

Cass. civ. n. 4677/2009

Ai fini dell'annullamento del contratto per incapacità di intendere e di volere, ai sensi dell'art. 428, secondo comma, cod. civ., non è richiesta, a differenza dell'ipotesi del primo comma, la sussistenza di un grave pregiudizio, che, invece, costituisce indizio rivelatore dell'essenziale requisito della mala fede dell'altro contraente; quest' ultima risulta o dal pregiudizio anche solo potenziale, derivato all'incapace, o dalla natura e qualità del contratto, e consiste nella consapevolezza che l'altro contraente abbia avuto della menomazione della sfera intellettiva o volitiva del contraente. Peraltro, la prova dell'incapacità deve essere rigorosa e precisa ed il suo apprezzamento, riservato al giudice del merito, non è censurabile in sede di legittimità tranne che per vizi logici o errori di diritto.

Cass. civ. n. 7292/2008

Le dimissioni del lavoratore subordinato costituiscono atto unilaterale recettizio (avente contenuto patrimoniale) a cui sono applicabili, ai sensi dell'art. 1324 c.c., le norme sui contratti, salvo diverse disposizioni di legge. Ne consegue che l'atto delle dimissioni è annullabile, secondo la disposizione generale di cui all'art. 428, comma primo, c.c., ove il dichiarante provi di trovarsi, al momento in cui è stato compiuto, in uno stato di privazione delle facoltà intellettive e volitive — anche parziale purché tale da impedire la formazione d'una volontà cosciente — dovuto a qualsiasi causa, pure transitoria, e di aver subito un grave pregiudizio a causa dell'atto medesimo, senza che sia richiesta — a differenza che per i contratti, per i quali vige la specifica disposizione di cui al secondo comma dell'art. 428 c.c. — la malafede del destinatario.

Cass. civ. n. 4967/2005

L'incapacità di intendere e di volere, prevista nell'art. 428 c.c. quale causa d'annullamento del negozio giuridico (artt. 1425, secondo comma e 1324 c.c.) e detta anche incapacità naturale, consiste nella transitoria impossibilità di rendersi conto del contenuto e degli effetti dell'atto giuridico che si compie e non può essere data da dispiaceri anche gravi, quale ad esempio la consapevolezza di una malattia propria, o di un prossimo familiare, salvo che essa abbia cagionato una patologica alterazione mentale. (Nella specie, la Corte ha confermato la sentenza impugnata che, con motivazione adeguata e priva di vizi logici giuridici, in un caso di dimissioni della lavoratrice, aveva escluso la sussistenza della detta situazione patologica, osservando che, prima di scrivere la lettera di dimissioni, la medesima lavoratrice si era consultata con un rappresentante sindacale e che, comunque, un'alterazione mentale non poteva essere determinata dal proposito, manifestato dalla datrice di lavoro, di denunciare alla polizia la sottrazione di merce, non essendo ragionevole impedire a chi ha subito, o ha ritenuto di subire, un furto di esprimere la volontà di rivolgersi alla polizia, a causa del pericolo di turbare la psiche del presunto reo).

Cass. civ. n. 2210/2004

Qualora sia proposta domanda di annullamento di un contratto per incapacità naturale, l'indagine relativa alla sussistenza dello stato di incapacità del soggetto che abbia stipulato il contratto ed alla malafede di colui che contrae con l'incapace di intendere e di volere si risolve in un accertamento in fatto demandato al giudice di merito, sottratto al sindacato del giudice di legittimità ove congruamente e logicamente motivato. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto esente da vizi la sentenza di merito, che aveva ritenuto irrilevante la circostanza che l'atto di alienazione avesse coinvolto tutti i beni immobili di proprietà dell'alienante, in quanto — essendo questa in età avanzata — la vendita poteva essere giustificata dall'esigenza di procurarsi i mezzi economici per provvedere alle spese necessarie per essere assistita e curata, ed aveva ritenuto non provata la malafede dei terzi acquirenti, in assenza di elementi probatori relativi ad un loro rapporto interpersonale con l'anziana venditrice).

Cass. civ. n. 515/2004

Ai fini dell'annullamento di un negozio per incapacità naturale non è necessaria una malattia che annulli in modo assoluto le facoltà psichiche del soggetto, essendo sufficiente un turbamento psichico risalente al momento della conclusione del negozio tale da menomare gravemente, anche senza escluderle, le facoltà volitive ed intellettive, che devono risultare diminuite in modo da impedire o ostacolare una seria valutazione dell'atto o la formazione di una volontà; l'accertamento di tale incapacità costituisce valutazione di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato. (Nel caso di specie, la S.C. ha ritenuto viziata per insufficiente motivazione la sentenza di merito in cui il giudice, pur rilevando nel lavoratore che agiva per l'annullamento delle proprie dimissioni perchè rassegnate in stato di incapacità naturale un quadro psichico connotato da aspetti patologici, non aveva verificato l'incidenza causale tra l'alterazione mentale del lavoratore e le ragioni soggettive che lo avevano spinto alle dimissioni, nè le circostanze di fatto in cui esse erano maturate, omettendo di verificare se la dichiarazione di dimissioni — resa da una lavoratrice che non aveva maturato trattamento pensionistico e il cui marito era in quel momento disoccupato — fosse stata effettivamente frutto di una scelta consapevole o fosse stata resa in un momento di alterata percezione sia della situazione di fatto che delle conseguenze dell'atto che andava a compiere).

Cass. civ. n. 4834/2002

L'art. 75 c.p.c., nell'escludere la capacità processuale delle persone che non hanno il libero esercizio dei propri diritti, si riferisce solo a quelle che siano state legalmente private della capacità di agire con una sentenza di interdizione o di inabilitazione o con provvedimento di nomina di un tutore o di un curatore provvisorio e non alle persone colpite da incapacità naturale. Pertanto, poiché l'incapacità processuale è collegata all'incapacità di agire di diritto sostanziale e non alla mera incapacità naturale, l'incapace naturale conserva la piena capacità processuale sino a quando non sia stata pronunciata nei suoi confronti una sentenza di interdizione, ovvero non gli sia stato nominato, durante il giudizio che fa capo a tale pronuncia, il tutore provvisorio ai sensi dell'art. 419 c.c.

Cass. civ. n. 9007/1998

Ai fini dell'annullamento del contratto concluso da un soggetto in stato d'incapacità naturale è sufficiente la malafede dell'altro contraente senza che sia richiesto un grave pregiudizio per il soggetto incapace.

Cass. civ. n. 5402/1998

Il pregiudizio patrimoniale di una parte di un contratto non costituisce indizio sufficiente a provare la malafede della controparte — requisito essenziale per annullarlo — non essendo inequivocabilmente e indistintamente induttivo del turbamento e della menomazione della sfera volitiva o intellettiva dell'una e dell'intento dell'altra di giovarsene, potendo esser molteplici le ragioni che inducono un soggetto a disporre del suo patrimonio in modo svantaggioso, e pertanto la prova per presunzioni della consapevolezza di una parte, secondo l'ordinaria diligenza, dell'incapacità naturale dell'altra, se basata su presunzioni, necessita di una pluralità di elementi indiziari, gravi, precisi e concordanti.

Cass. civ. n. 10505/1997

Il convincimento del giudice di merito circa l'esistenza dell'incapacità di intendere e di volere del soggetto nel momento in cui ha posto in essere l'atto del quale è chiesto l'annullamento a norma dell'art. 428 c.c. costituisce un apprezzamento di tatto che si sottrae a qualsiasi controllo in sede di legittimità se sorretto da motivazione esente da vizi logici ed errori giuridici, quale è quella che consideri non decisiva, ai fini della ricorrenza della suddetta incapacítà, la presenza di uno stato d'ansia, per quanto marcato, e di una personalità fornita di eccesso di affettività, trattandosi di circostanze non idonee a far parlare di turbe della personalità così gravi da integrare il requisito richiesto dalla citata norma del codice civile. (Fattispecie in tema di annullamento di dimissioni).

Cass. civ. n. 6756/1995

Ai fini della sussistenza dell'incapacità di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio (nella specie, dimissioni) non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, tale comunque da impedire la formazione di una volontà cosciente, secondo un giudizio che è riservato al giudice del merito ed è incensurabile in sede di legittimità, se adeguatamente motivato.

Cass. civ. n. 1484/1995

L'incapacità di intendere e di volere prevista dall'art. 428 c.c. ai fini dell'annullamento del contratto consiste in un turbamento dei normali processi di formazione ed estrinsecazione della volontà, che può essere causato anche da grave malattia e tale comunque da impedire la capacità di cosciente e libera autodeterminazione del soggetto (nella specie, in base all'enunciato principio la S.C. ha confermato la sentenza del giudice di merito che aveva escluso l'incapacità per carenza di prova di tale incidenza del turbamento psichico, causato da una grave malattia, sulla sfera intellettiva e volitiva del soggetto).

Cass. civ. n. 1388/1994

A differenza dell'infermità mentale che viene in considerazione per la dichiarazione d'inabilitazione, consistente in un'alterazione delle facoltà mentali in un grado tale da determinare l'incapacità parziale di curare i propri interessi, per cui si richiede, a tal fine la cooperazione di un altro soggetto, la incapacità naturale idonea a determinare, nel concorso di altri elementi, l'annullabilità degli atti giuridici compiuti dalla persona che ne è affetta richiede che, sia pure in via provvisoria, questa abbia le facoltà intellettive gravemente menomate, sì da essere totalmente incapace di valutare l'opportunità degli stessi atti ed anche di determinare, in relazione ad essi, una cosciente volontà. Ne deriva che il grado e l'intensità della malattia mentale necessaria e sufficiente per la pronuncia d'inabilitazione sono inferiori a quelli richiesti per l'accertamento dell'incapacità naturale, tal ché l'avvenuta declaratoria d'inabilitazione non equivale alla dimostrazione dell'incapacità naturale dell'abilitato.

Cass. civ. n. 7784/1991

Al fine dell'annullamento del negozio per «incapacità naturale», a norma dell'art. 428 c.c., non è necessaria l'incapacità totale ed assoluta del soggetto, ma è sufficiente che le sue facoltà intellettive o volitive risultino diminuite in modo da impedire od ostacolare una seria valutazione dell'atto e la formazione di una volontà cosciente.

Cass. civ. n. 1036/1989

Lo stato emotivo conseguente alla consapevolezza di essere affetto da grave malattia (nella specie, un linfogranuloma maligno) non comporta, di per sé, una situazione di incapacità naturale ed, in via generale, non rileva ai fini dell'annullabilità del contratto ai sensi dell'art. 1425 c.c., ove non risulti provato che esso abbia inciso sulla sfera psico-intellettiva del soggetto, producendo un vero e proprio squilibrio mentale. Il relativo accertamento non è censurabile in sede di legittimità ove sorretto da congrua motivazione, esente da vizi logici e giuridici.

Cass. civ. n. 3411/1978

Gli stati passionali non costituiscono, di per sé, causa di riduzione della capacità psichica, ma producono incapacità solo se provocano nel soggetto un disordine psichico di tale intensità da privarlo, sia pure transitoriamente, della capacità di intendere e di volere. (Nella specie, il principio è stato affermato in relazione alla incapacità naturale del testatore).

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Domenico M. chiede
giovedì 10/10/2019 - Puglia
“Quesito
In data 23.04.2018 la mia sorella gemella mi comunicava per iscritto che la nostra anziana madre le aveva rilasciato una procura notarile (non so se generale o speciale in quanto non l’ho mai vista) per affidare la vendita di un immobile di proprietà esclusiva della nostra genitrice ad un’agenzia immobiliare. Detto immobile è attualmente locato al titolare di un’attività commerciale che lì la esercita. Tengo a precisare che nostra madre vive da circa tre anni presso l’abitazione di mia sorella gemella, in un altro comune, in quanto a causa dell’età, ha grossi problemi di deambulazione e un inizio di patologia mentale degenerativa. Preciso anche che non ho a disposizione una documentazione medica completa in ordine alla evoluzione della (probabile) demenza senile di mia madre, in quanto detta documentazione è nel possesso di mia sorella; ho solo sporadici certificati del medico di famiglia di mia madre e di un paio di specialisti. Purtroppo, a causa di dissapori con mia sorella, non posso richiedere alla stessa la documentazione medica completa delle patologie. La patologia mentale di mia madre non è stata comunque ufficialmente acclarata da nessuna commissione medica, anche al fine di ottenere benefici economici previsti in questi casi.
Ad aprile di quest’anno ho chiesto al Tribunale competente di nominare un amministratore di sostegno a favore di mia madre, chiedendo che fosse nominata amministratrice la mia sorella gemella (per darle fiducia e tentare di ricucire i rapporti con lei e anche per evitare che un amministratore esterno possa decidere di ricoverare mia madre in una struttura per anziani, preferendo io, invece, farla rimanere a casa di mia sorella ove si trova bene). Preciso che mia madre, oltre al detto immobile è intestataria anche di altri beni. All’udienza tenutasi i primi di luglio ho appurato che mia sorella aveva stipulato un preliminare di compravendita con cui, in virtù della detta procura, si impegnava a vendere l’immobile di proprietà di mia madre al conduttore stesso dell’immobile, che, come detto, vi esercita la propria attività commerciale. Da quanto mi è dato sapere il rogito dovrebbe essere definito a fine di questo mese. Alla fine di settembre il Giudice Tutelare si è recata presso l’abitazione di mia sorella per appurare le condizioni fisiche e mentali di mia madre (io ero presente e ho rivisto mia madre dopo due anni); il Giudice ha fatto alcune domande, mia madre ad alcune ha risposto a monosillabi ad altre non è stata in grado (non ha riconosciuto me, non ha riconosciuto le banconote, non ha saputo dire il comune dove si trovava al momento ma ha fatto riferimento al comune di nascita). Alla fine il Giudice ha detto che passerà il fascicolo al vaglio del pubblico ministero e sarà fissata udienza per il giuramento di mia sorella quale amministratrice di sostegno. L’udienza ci sarà comunicata ma credo che ci vorrà ancora qualche tempo per la fissazione.
Ritengo di essere stato leso nei miei diritti sia perché mia sorella non mi ha informato per tempo della procura rilasciata da mia madre, ma solo a cose fatte e dopo aver affidato a mia insaputa l’incarico di vendita dell’immobile ad un’agenzia immobiliare, sia perché sarei stato pronto ad acquisire la piena proprietà dell’immobile o direttamente acquistandolo io da mia madre o, un lontano domani al decesso della stessa, riscattare la quota di spettanza di mia sorella (siamo gli unici eredi di madre vedova) per impiantarvi all’interno un’attività commerciale.
Domande:
1) Che rimedi giuridici ho a disposizione (di carattere civile e/o provvedimenti urgenti e/o penali per impugnare la vendita? (da quel che mi è stato riferito da persone di comune conoscenza mia sorella è intenzionata a perfezionare il rogito tra pochi giorni, in data 30.10.2019 e vuole farlo perché altrimenti si espone a penali da parte dell’acquirente).
2) Posso denunciare mia sorella per essersi fatta rilasciare procura senza che lo stato mentale di mia madre fosse stato ben acclarato da una commissione medica?
3) Ho diritto di prelazione da far valere sull’immobile?
4) Posso far valere i miei diritti anche dopo la vendita dell’immobile davanti al Giudice Tutelare o devo investire della questione un altro giudice? E con quale tipo di azioni, con quali rimedi civilistici anche a vendita già effettuata?
5) Vorrei sapere anche se ci sono state prescrizioni per azionare i miei diritti.
Grazie.
10 ottobre 2019
Domenico M.”
Consulenza legale i 06/11/2019
Nel caso di designazione di un amministratore di sostegno, è il decreto di nomina che stabilisce, di volta in volta, quali categorie di atti il beneficiario può compiere da solo e quali, invece, necessitano della rappresentanza o dell’assistenza dell’amministratore di sostegno.
Nel nostro caso, tuttavia, l’iter di nomina non risulta ancora concluso; ad ogni modo, anche in presenza di un amministratore di sostegno già “in carica”, la vendita di un immobile del soggetto che si assume incapace di intendere e di volere è un atto per cui l’art. 375 del c.c. richiede l’autorizzazione del tribunale.

La norma cui fare riferimento, nella vicenda in questione, è data dall’art. 428 del c.c. (che disciplina la cosiddetta “incapacità naturale”), ai sensi del quale “gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d'intendere o di volere al momento in cui gli atti sono stati compiuti possono essere annullati su istanza della persona medesima o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio all'autore”.
Nel caso dei contratti, l’annullamento non può essere pronunciato “se non quando, per il pregiudizio che sia derivato o possa derivare alla persona incapace d'intendere o di volere o per la qualità del contratto o altrimenti, risulta la malafede dell'altro contraente”.
Dunque, ai fini dell’annullamento dell’atto compiuto dall’incapace naturale, occorrerà innanzitutto provare che quest’ultimo fosse incapace di intendere e di volere: tale incapacità deve sussistere al momento del compimento dell’atto.


Nel nostro caso, peraltro, l’atto da annullare non è il contratto di vendita dell’immobile, bensì la “procura a vendere”.
Di tale procura non conosciamo il contenuto, quindi non è facile stabilire nemmeno se si tratti di una vera e propria procura, ovvero di un negozio giuridico unilaterale che trova la propria fonte negli artt. 1387 ss. c.c., oppure di un mandato (artt. 1703 ss. c.c.) a vendere, e dunque di un contratto.
La differenza è rilevante non solo in termini di disciplina applicabile ma anche ai fini, che qui particolarmente interessano, dell’annullamento ex art. 428 c.c.
Infatti, come si è visto, in caso di atto unilaterale occorrerà dimostrare, oltre allo stato di incapacità, anche il grave pregiudizio che ne risulti all’autore; nel caso di contratto sarà necessario provare altresì la malafede dell’altro contraente, da intendersi come conoscenza della condizione d'incapacità.
Ora, qualora l’atto da annullare fosse un mandato a vendere, l’“altro contraente” sarebbe la figlia (la quale difficilmente potrebbe sostenere di essere stata all'oscuro delle condizioni della madre...).
Naturalmente, estremi e contenuto dell’atto (procura o mandato) che conferisce il potere di rappresentanza dovranno risultare dall’atto di vendita ed anzi essere allo stesso allegati.

Per rispondere al secondo quesito, il semplice rilascio della procura a vendere non è, di per sé, penalmente rilevante. Potrebbero in astratto ricorrere gli estremi del reato di cui all’art. 643 del c.p. (circonvenzione di persone incapaci), secondo cui “chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d'infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da duecentosei euro a duemilasessantacinque euro”.
Tuttavia non si possiedono, al momento, elementi sufficienti per esprimere una valutazione più precisa in proposito.

Quanto alla terza domanda, la risposta è negativa. Il figlio non è titolare di un diritto di prelazione sull'immobile.
Per rispondere, infine, agli ultimi due interrogativi sollevati nel quesito, l’azione ex art. 428 c.c. va proposta non davanti al giudice tutelare, ma di fronte al giudice ordinario, che in questo caso è il tribunale. L’azione può certamente essere proposta a vendita già compiuta: ricordiamo comunque che l’atto da annullare sarebbe in questo caso la procura o il mandato a vendere, cioè l’atto con cui è stato conferito il potere di rappresentanza, la cui caducazione travolgerebbe la successiva vendita.
Occorrerà dunque chiedere in primis l’annullamento del primo atto e, per l’effetto, una pronuncia che dichiari l’inefficacia della successiva vendita (secondo Cassazione Civile, Sezioni Unite, 11377/2015 “il contratto stipulato in difetto o in eccesso di rappresentanza non vincola il falsamente rappresentato verso il terzo, perchè chi ha agito non aveva il potere di farlo. Si tratta di un contratto - non nullo e neppure annullabile - ma inefficace in assenza di ratifica”).

L’azione ex art. 428 si prescrive in cinque anni dal giorno in cui l'atto o il contratto è stato compiuto (parliamo sempre della procura a vendere o comunque del negozio che conferisce il potere di rappresentanza).
Come visto in precedenza, l’azione può essere promossa sia dallo stesso incapace, sia dai suoi eredi o aventi causa.
Naturalmente l’incapace, nel susseguente giudizio, non potrebbe essere rappresentata dall’amministratore di sostegno (nel caso di nomina della figlia), per un evidente conflitto di interessi, per cui si renderebbe necessaria la nomina di un curatore speciale ex art. 78 del c.p.c.

Gerardo L. chiede
mercoledì 22/11/2017 - Calabria
“Oggetto: Risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Annullabilità.

Salve, avvalendomi dei consigli da Voi saggiamente suggeriti e quindi prima di intraprendere eventuale vertenza legale, pongo alla Vostra cortese attenzione la documentazione allegata alla presente ai fini di una consulenza legale sull'applicazione dell'art. 428 c.c.
Nel ringraziare, colgo l'occasione per inviare distinti saluti.

Consulenza legale i 04/12/2017
La disciplina prevista nell’art. 428 c.c. relativa all’annulabilità degli atti compiuti dal soggetto incapace, riguarda sia gli atti unilaterali che i contratti. In questo secondo caso, per ottenere l’annullamento occorre provare anche la malafede dell’altro contraente. Per malafede si intende la consapevolezza che quest'ultimo abbia della incapacità di intendere e di volere dell’altra parte.
L’esistenza del pregiudizio, nel caso dei contratti, non è condizione necessaria ai fini dell’annullamento ma costituisce comunque un indizio della malafede del contraente non incapace. Sul punto, si veda -ad esempio- la sentenza della Corte di Cassazione sez. III Civile n.26729 del 2011.

Nel caso in esame, oltre alla dichiarazione di dimissioni del lavoratore (atto unilaterale recettizio) abbiamo anche il verbale di accordo sottoscritto dalle parti (contratto) seguito dal successivo verbale di conciliazione in sede sindacale (anche questo avente natura contrattuale).
Ipotizziamo di voler impugnare le dimissioni ai sensi dell’art. 428 c.c. (la cui azione, ricordiamolo, si prescrive in cinque anni da quando l’atto è stato compiuto).
In primo luogo, occorre dar prova della incapacità di intendere o di volere (detta "incapacità naturale") al momento del compimento dell'atto.
Sul punto, la Suprema Corte ha statuito che (Cfr. Sentenza Sez. Lav. n.22836 del 2014) “perché l'incapacità naturale del dipendente possa rilevare come causa di annullamento delle sue dimissioni, non è necessario che si abbia la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, ma è sufficiente che tali facoltà risultino diminuite in modo tale da impedire od ostacolare una seria valutazione dell'atto e la formazione di una volontà cosciente, facendo quindi venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all'atto che sta per compiere.” Tale principio è stato sostanzialmente ribadito anche recentemente in un’altra sentenza della Cassazione: “Il lavoratore dipendente che invochi l’annullamento, per incapacità naturale ai sensi dell’art. 428, comma 1, c.c., delle dimissioni da lui presentate, deve dimostrare che, al momento del compimento dell’atto, a lui pregiudizievole, si trovava in uno stato di turbamento psichico, anche parziale, idoneo ad impedirne od ostacolarne una seria valutazione o la formazione della volontà, nonché di avere subito un grave pregiudizio a causa dell’atto medesimo” (Cassazione civile, sez. lav., 31/01/2017,n. 2500).
Nel caso oggetto del quesito, come risulta dalla documentazione trasmessa, l’incapacità naturale del lavoratore potrebbe essere provata dalla condizione di inabilità (anche mentale) accertata dalla commissione medica presso l’INPS due anni prima della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Anzi, sul punto, come ha statuito la Corte di Cassazione nella ordinanza 17.09.2013 n. 21148: “vi è un principio giurisprudenziale dominante in materia secondo cui, una volta provata l'infermità mentale permanente, è onere di chi afferma la validità dell'atto” (in questo caso il datore di lavoro in un ipotetico giudizio) “dimostrare che sia stato compiuto in occasione di una temporanea regressione della patologia, ovvero in un lucido intervallo, secondo la corretta interpretazione delle norme di cui all’art.2697 c.c. e 428 c.c. (cfr. Cass. Civ. n. 17130/2011, Cass. Civ. n. 9662/2003 e Cass. Civ. n. n. 4539/2002)”.
Accanto all’incapacità, in un ipotetico giudizio di annullamento ex art. 428 c.c. andrebbe tuttavia provato anche il pregiudizio occorso al lavoratore che ha dato le dimissioni, aspetto che verrebbe valutato dal giudice di merito. Nella più recente giurisprudenza tale pregiudizio viene ravvisato in re ipsa, cioè nel fatto stesso delle dimissioni; tuttavia, nel caso in esame, si dovrà tenere conto anche del fatto del beneficio economico erogato al lavoratore quale incentivo per l’esodo volontario.
Ciò evidenziato, nel quesito prospettato, le dimissioni sono state seguite da ben due atti aventi natura contrattuale: il verbale di accordo sottoscritto dalle parti con cui è intervenuta la risoluzione consensuale ed il successivo verbale di conciliazione in sede sindacale. In tali ipotesi, un azione di annullamento ai sensi dell’art. 428 c.c. vorrebbe la prova della malafede del datore di lavoro. Tale prova deve essere fornita dal lavoratore. Un indizio di ciò potrebbe essere il fatto che il datore di lavoro non potesse ignorare la situazione di patologia mentale del lavoratore considerato che si tratta di soggetto dichiarato “invalido con totale e permanente inabilità lavorativa al 100%” con disabilità rilevate sia sul piano mentale che neurologico (V. copia certificazione medica trasmessa).
Di contro, però, il lavoratore ha percepito comunque un beneficio economico dato dall’incentivo per l’esodo.

Fermo quanto precede, occorre tenere presente anche le seguenti ulteriori considerazioni riguardo la somma percepita dal lavoratore e riguardo le retribuzioni maturate nel frattempo: ciò in relazione ai risultati che il lavoratore vorrebbe ottenere mediante l’azione ex art. 428 c.c.
Circa il primo aspetto, in caso di annullamento degli accordi, la somma di euro cinquantamila percepita dal lavoratore potrebbe essere chiesta in restituzione dal datore di lavoro. Tuttavia, nell’interpretazione consolidata dell’art. 1443 c.c. da parte della giurisprudenza di legittimità (Cfr. la recentissima sentenza della Cassazione Sez. II Civile 7 luglio 2017,n. 16888) a fronte della restituzione chiesta dal contraente non incapace, si contrappone la presunzione di non profitto del contraente incapace. "L’esonero dalla restituzione è determinato dalla presunzione che il contraente incapace non abbia tratto profitto dalla controprestazione ricevuta” (Cass. civ., Sez. Prima, Sent. 4 marzo 1968, n. 681). L’altro contraente, quindi, per ottenere la restituzione dovrà dimostrare il vantaggio che l’incapace ha ottenuto dal contratto.
Mentre, per quanto riguarda le retribuzioni maturate “il principio secondo il quale l’annullamento di un negozio giuridico ha efficacia retroattiva non comporta il diritto del lavoratore alle retribuzioni maturate dalla data delle dimissioni a quella della riammissione al lavoro, atteso che la retribuzione presuppone la prestazione dell’attività lavorativa, onde il pagamento della prima in mancanza della seconda rappresenta un’eccezione che, come nelle ipotesi di malattia o licenziamento non sorretto da giusta causa o giustificato motivo, deve essere espressamente prevista dalla legge, per cui nell’ipotesi di annullamento delle dimissioni le retribuzioni spettano dalla data della sentenza che dichiara la loro illegittimità “ (Cass.17 ottobre 2014, n. 22063).

Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, riassumendo, laddove si voglia intentare una azione di annullamento ai sensi dell’art.428 c.c. si dovrà tenere presente che:
1. l’azione si prescrive entro in cinque anni da quando l’atto è stato compiuto e quindi, nel nostro caso, nel febbraio 2018;
2. In caso di impugnazione delle dimissioni, il lavoratore dovrà provare l’incapacità naturale ed il grave pregiudizio (per entrambi potrà essere utilizzata la certificazione medica attestante l’invalidità che comporterà un inversione dell’onere della prova a carico del datore di lavoro laddove affermi la validità dell’atto);
3. In caso di impugnazione dei due atti aventi natura contrattuale dovrà essere provata, oltre l’incapacità, anche la malafede del contraente non incapace.


Anonimo chiede
lunedì 01/02/2016 - Trentino-Alto Adige
“Vi scrivo nella speranza che il quesito che Vi pongo di seguito, sia ritenuto di importanza rilevante e di ricevere, quindi, al più presto una Vostra risposta": in data OMISSIS il mio datore di lavoro ha sollevato nei miei confronti una contestazione disciplinare per fatti che in un procedimento penale sono stati successivamente totalmente archiviati dalla procura! Entro 5 giorni ho presentato le mie memorie difensive nelle quali ho sottolineato che, i fatti che mi erano stati contestati, sarebbero stati archiviati e ho ribadito la mia volontà di proseguire il mio rapporto di lavoro.
Il giorno OMISSIS dopo aver spedito le memorie, mia moglie è stata colpita da un grave problema fisico e a causa di varie operazioni è dovuta restare in ospedale per OMISSIS mesi e lontana dal lavoro per OMISSIS mesi. Il giorno OMISSIS il mio datore di lavoro mi ha convocato per comunicarmi l'esito del procedimento e con mio grande stupore voleva licenziarmi. In quel momento e in quella situazione io sono scoppiato e ho rassegnato le mie dimissioni. Non volevo assolutamente, ero in corto circuito e non sapevo realmente cosa stessi facendo, tanto è vero che non mi sono nemmeno presentato con le dimissioni pronte, le hanno scritte loro e io le ho firmate!! In base all'art. 428 posso annullare le mie dimissioni? Fino a dicembre del OMISSIS sono stato seguito da uno psicologo che ha steso una perizia nella quale sottolinea che io a causa dell'incidente successo a mia moglie mi trovavo probabilmente in uno stato di incapacità transitoria.
Il datore di lavoro mi ha contestato la violazione di una norma inesistente ma, grazie ad un sindacalista a loro vicino, io ho creduto di aver violato. La presenza nei due incontri del sindacalista da me non chiamato, può causarmi dei problemi nell'eventuale causa per l'annullamento delle dimissioni che vorrei intraprendere?
Il trauma di avere la madre dei propri figli in fin di vita, l'impossibilità di farsi assistere da un professionista, la contestazione mi è stata consegnata il OMISSIS e nel periodo natalizio tutti gli uffici dei migliori professionisti sono chiusi. In aggiunta la pressione di credere di aver violato una norma interna inesistente ma che io non potevo verificare, possono essere delle solide basi per intraprendere una causa di reintegro?

Grazie per il vostro prezioso contributo.”
Consulenza legale i 05/02/2016
L'art. 428 c.c. è posto a tutela di soggetti che, pur legalmente capaci, compiano determinati atti trovandosi in stato di incapacità di intendere o volere. La situazione di incapacità non deve essere permanente, potendo anche essere transitoria; l'atto deve essere gravemente pregiudizievole per l'autore.
La disposizione si riferisce genericamente agli "atti" (co. 1), dettando una disciplina parzialmente diversa per i contratti (co. 2), richiedendosi in tal caso anche la mala fede dell'altro contraente. La scelta si spiega con la necessità, in questo caso, di salvaguardare anche l'affidamento della controparte. L'azione di annullamento va proposta entro 5 anni dal compimento dell'atto (co. 3).
La possibilità di agire ax art. 428 c.c. per l'annullamento delle dimissioni del lavoratore subordinato viene espressamente riconosciuta dalla giurisprudenza. Così Cass. 11900/2011: "Le dimissioni del lavoratore subordinato costituiscono atto unilaterale recettizio avendo contenuti patrimoniali a cui sono applicabili, ai sensi dell'art. 1324 c.c. le norme sui contratti, salvo diverse disposizioni di legge. Ne consegue che l'atto delle dimissioni è annullabile ove il dichiarante provi di trovarsi al momento in cui l'atto è stato compiuto in uno stato di privazione delle facoltà intellettive o volitive, anche parziale purché tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, dovuta a qualsiasi causa, pure transitoria, e di avere subito un grave pregiudizio a causa dell'atto medesimo, senza che sia richiesta la malafede del destinatario". Pertanto, dalla pronuncia si evince che i presupposti sono lo stato di incapacità ed il grave pregiudizio subito dalle dimissioni. Trattandosi di elementi che fondano la sua domanda di annullamento, è il lavoratore che deve provarne l'esistenza.
Quanto allo stato di incapacità rilevante per l'annullamento la giurisprudenza ha più volte specificato che "non è necessario che si abbia la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, ma è sufficiente che tali facoltà risultino diminuite in modo tale da impedire od ostacolare una seria valutazione dell'atto e la formazione di una volontà cosciente, facendo quindi venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all'atto che sta per compiere" (Cass. 22836/2014 richiamando Cass. 17977/2011; in senso analogo Cass. 11900/2011).
Inoltre, trattandosi di atto unilaterale, la Cassazione ha ritenuto che l'annullamento prescinda dalla dimostrazione della malafede della controparte (Cass. 11900/2011 cit., Cass. 7292/2008).
Nel caso di specie, quindi, il lavoratore che intenda agire per annullamento e reintegro dovrà dare la prova della propria incapacità temporanea come sopra descritto. Le circostanze indicate (grave problema di salute della moglie pochi giorni prima dell'atto, periodo nel quale gli uffici sono tendenzialmente chiusi, dimissioni non predisposte ecc.) potranno essere fatte valere al fine di dimostrare una situazione di incapacità che, ripetiamo, dovrà comunque essere provata dal lavoratore. A tal fine rilevante risulta la perizia psicologica indicata.
Quanto alla presenza del sindacalista, infine, è possibile che in un eventuale giudizio il datore di lavoro lo citi come testimone a proprio favore se ritiene che il lavoratore fosse in realtà capace e che il sindacalista possa deporre in tal senso. In tal caso, la sua testimonianza dovrà essere valutata dal giudice sotto vari aspetti (ad esempio: non si tratta di un esperto di psicologia). Va anche considerato che dal quesito si evince che non sia stato chiamato dal lavoratore ma dal datore di lavoro.

ALESSANDRO chiede
giovedì 08/03/2012 - Piemonte

“Alessandro, giovedì 7 marzo 2012 , chiede :
Vi scrivo nella speranza che il quesito che Vi pongo di seguito, sia ritenuto di importanza rilevante e di ricevere, quindi, al più presto una Vostra risposta.
il 13 dicembre del 2009 mia mamma viene operata di urgenza di aneurisma cerebrale e , dopo 6 mesi di vari ospedali ne viene dimessa e rimandata a casa durante il periodo di degenza presso i nosocomi ove versava in uno stato di non poter assolvere alle proprie facoltà economiche e amministrative , in quanto essendo stata operata alla testa avrebbe portato un danno cognitivo per il resto della sua vita,(documentato da parte dei dottori neurologici dei vari nosocomi ).

In data 26 febbraio del 2009 si presentavano 2 funzionari della banca intesa sanpaolo all'ospedale ove era ricoverata mia mamma e, ove, ovviamente, versava in uno stato di incapacità di intendere e di volere.
Questi 2 funzionari della banca erano stati invitati da mio padre all'interno dell'ospedale per far far firmare, a mia mamma appunto, il consenso di delega su conto corrente bancario intestato in quel momento solo a mia mamma e non anche a mio padre.
Preciso che la presenza dei 2 personaggi qui sopra citati , era semplicemente quella di 2 semplici impiegati bancari e non di notai , messo comunale o altro.
In poche parole da quel giorno per 3 anni mio padre ha acceduto al conto corrente bancario di mia mamma , riscuotendo tutte le pensioni e facendo firmare a mia mamma un contratto di finanziamento con una finanziaria esterna per una somma di Euro 200.00,00 ( cifra che appena arrivata sul conto mio padre ha pensato bene di prelevare in un periodo di 20 giorni!).
Ad oggi, dopo 3 anni, siamo stati chiamati dal giudice per l'interdizione o inabilitazione di mia mamma.
La mia domanda e' questa :

POTRA' MIA MAMMA A MEZZO DI TUTORE NOMINATO DAL GIUDICE , FAR CAUSA ALLA BANCA INTESA SANPOALO E ALLA FINANZIARIA PER LE FIRME AUTORIZZATE SIA PER LA DELEGA , CONCESSA A MIO PADRE SUL PROPRIO CONTO CORRENTE SENZA L'AUTORIZZAZIONE DI UN TUTORE UFFICIALE , E SIA PER IL CONTRATTO DI FINANZIAMENTO STIPULATO CON LA FINANZIARIA E FIRMATO ANCH'ESSO IN PIENO STATO DI INCAPACITA'
OVVIAMENTE TUTTO QUESTO CON LA PARTECIPAZIONE IN REATO DA PARTE DI MIO PADRE.
MI SCUSO ANTICIPATAMENTE PER L'ITALIANO ESPRESSO IN SCRITTURA.
SPERO VIVAMENTE IN UNA VOSTRA RISPOSTA
GRAZIE MOSCA ALESSANDRO”

Consulenza legale i 12/03/2012

Ai sensi dell'art. 428 del c.c. gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta, si trovi essere stata per qualsiasi causa incapace di intendere e di volere al momento in cui gli atti sono stati compiuti, possono essere annullati su istanza della persona medesima o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio per l'autore. L'annullamento dei contratti non può essere pronuziato se non quando risulta la malafede dell'altro contraente. L'azione si prescrive nel termine di 5 anni dal giorno in cui l'atto o il contratto è stato compiuto.

Ai fini della sussistenza della incapacità di intendere e di volere non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, tale comunque da impedire la formazione di una volontà cosciente. La prova dell'incapacità può essere data con ogni mezzo, in base anche ad indizi e presunzioni che da soli possono essere decisivi ai fini della sua configurabilità. In più, l'annullamento del contratto per incapacità di intendere e di volere di cui all'art. 428 del c.c. può essere pronunziata anche qualora, per il pregiudizio che possa derivare alla persona incapace, risulti la malafede dell'altro contraente, intesa come consapevolezza che quest'ultimo abbia avuto della menomazione della sfera intellettiva o volitiva del contraente. Il fatto che i funzionari della banca si siano recati presso il nosocomio dove la signora aveva subito un'importante intervento per aneurisma cerebrale fa presumere che gli stessi funzionari avrebbero potuto cogliere con facilità lo stato di infermità mentale in cui si trovava la paziente. Si ricorda, inoltre, che l'azione di annullamento di un negozio per incapacità naturale può essere proposto anche da uno solo dei coeredi dell'incapace(nel caso di specie il figlio), ancorchè in contrasto con gli altri (ad esempio il padre nel caso posto all'attenzione) senza che ciò comporti un frazionamento dell'azione.

Dal punto di vista penale, ma solo ove ne ricorrano i presupposti, potrà ulteriormente ravvisarsi il reato di circonvenzione di persone incapaci, disciplinato dall'art. 643 del c.p.. Il reato in questione punisce la condotta di "colui che, per procurare a sè o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato di infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso". Scopo dell'incriminazione è quello di proteggere lo stato di minorazione psichica di determinate persone da ogni forma di subdolo sfruttamento.


Simona chiede
giovedì 24/11/2011 - Calabria
“Vi scrivo nella speranza che il quesito che Vi pongo di seguito, sia ritenuto di importanza rilevante e di ricevere, quindi, al più presto una Vostra risposta.
Il Dirigente Scolastico dei nostri figli (Scuola Elementare - 7 e 9 anni)ci ha chiesto (ovviamente per iscritto) l'autorizzazione ad un'uscita con fini didattici chiedendo, però, di "ESONERARE L'ISTITUTO E GLI INSEGNANTI DA OGNI RESPONSABILITA' PER INIZIATIVE PRESE DALL'ALUNNO AL DI FUORI DELLE ISTRUZIONI IMPARTITE DAI DOCENTI".
Vorremmo cortesemente sapere se LA LEGGE consente questo tipo di richiesta di esonero. Noi non abbiamo dato il consenso con il risultato che i nostri figli sono stati fatti rimanere in Istituto, accorpati ad altre classi. Ora, quindi, ci chiediamo se per il futuro i nostri bambini dovranno rinunciare alle gite didattiche o se c'è una legge che sottolinea il loro diritto a parteciparvi senza, però, che l'Istituto chieda l'esonero da ogni responsabilità...
Grazie per l'attenzione e buon lavoro.”
Consulenza legale i 25/11/2011

Tra la scuola e l'alunno si instaura, per effetto della iscrizione di quest'ultimo, un rapporto di natura contrattuale (da c.d. contratto protettivo), in base al quale si pone a carico dell'istituto l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e sull'incolumità dell'allievo nel periodo in cui questo fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, pertanto anche in occasione di gite scolastiche. Tale vigilanza ha anche lo scopo di evitare che l'alunno procuri danni a se stesso.

Nel caso di specie, va subito rilevato che, secondo il nostro ordinamento giuridico, è nullo il patto in forza del quale la responsabilità del debitore (nel nostro caso, la scuola) venga preventivamente esclusa o limitata per dolo o per colpa grave (art. 1229 del c.c., primo comma).

E' inoltre prescritta la nullità di qualsiasi patto di esonero o limitazione di responsabilità per i casi in cui il fatto del debitore o dei suoi ausiliari costituisca violazione di obblighi derivanti da norme di ordine pubblico (art. 1229 del c.c., secondo comma).

La clausola di esonero da "OGNI RESPONSABILITA' PER INIZIATIVE PRESE DALL'ALUNNO AL DI FUORI DELLE ISTRUZIONI IMPARTITE DAI DOCENTI" è del tutto generica e non idonea a realizzare una effettiva esclusione della responsabilità dell'istituto: se non sottoscritta dal genitore, è priva di qualsiasi efficacia in quanto vessatoria ex art. 1341 del c.c..

In ogni caso, anche se la clausola venisse sottoscritta, oltre ai casi di nullità già richiamati ai sensi dell'art. 1229 c.c., sussisterà la responsabilità dell'istituto in vigilando ex art. 2048 del c.c. qualora l'alunno cagioni danni a terzi durante il periodo in cui è assoggettato alla vigilanza degli operatori scolastici. L'istituto avrà l'onere di fornire la difficile prova liberatoria di aver adottato tutte le misure disciplinari o organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo.

Non va comunque scordato che in capo al genitore residua una responsabilità in educando per gli illeciti commessi dal proprio figlio: egli dovrà dimostrare di aver impartito al minore un'educazione consona alle proprie condizioni sociali e familiari (Cass. 20.4.2007 n. 9509).


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