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Articolo 157 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Prescrizione. Tempo necessario a prescrivere

Dispositivo dell'art. 157 Codice penale

(1)La prescrizione estingue il reato(2) decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria.

Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato [56], senza tener conto della diminuzione per le circostanze attenuanti e dell'aumento per le circostanze aggravanti, salvo che per le aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e per quelle ad effetto speciale, nel qual caso si tiene conto dell'aumento massimo di pena previsto per l'aggravante(3).

Non si applicano le disposizioni dell'articolo 69 e il tempo necessario a prescrivere è determinato a norma del secondo comma.

Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.

Quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, si applica il termine di tre anni.

I termini di cui ai commi che precedono sono raddoppiati per i reati di cui agli articoli 375, terzo comma, 449 e 589, secondo e terzo comma, e 589 bis, nonché per i reati di cui all'articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale. I termini di cui ai commi che precedono sono altresì raddoppiati per i delitti di cui al titolo VI-bis del libro secondo, per il reato di cui all'articolo 572 e per i reati di cui alla sezione I del capo III del titolo XII del libro II e di cui agli articoli 609 bis, 609 quater, 609 quinquies e 609 octies, salvo che risulti la sussistenza delle circostanze attenuanti contemplate dal terzo comma dell'articolo 609 bis ovvero dal quarto comma dell'articolo 609 quater(4)(5).

La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall'imputato.

La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell'ergastolo, anche come effetto dell'applicazione di circostanze aggravanti.

Note

(1) La norma in esame è stata fortemente modificata attraverso la legge 5 dicembre 2005, n. 251 (art. 6, comma 1), la c.d. legge ex Cirielli che ha mutato profondamente il modo di calcolare la prescrizione. Fino al 2005 infatti la durata della prescrizione veniva calcolata in scaglioni, a seconda della fascia a cui apparteneva la pena massima dell’illecito contestato al reo (fissando, per es., la prescrizione in 10 anni, per i delitti puniti, nel massimo, con la pena della reclusione non inferiore a 5 anni). L'attuale configurazione della norma invece rimanda direttamente alla pena massima,fermo restando i limiti dell soglia minima di 6 anni per i delitti e di 4 per le contravvenzioni.
(2) La prescrizione è quell'istituto il cui effetto è quello di estinguere il reato, ad eccezione dei casi in cui è prevista la pena dell'ergastolo, qualora sia decorso un certo periodo di tempo dalla commissione del reato senza che sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna.
(3) Si ricordi quindi che nel caso di reato circostanziato trova applicazione il criterio previsto dalla disposizione in esame e non le disposizioni generali relative al concorso di circostanze.
(4) Comma così modificato dall’art. 1, comma 1, lett.c-bis), D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito, con modificazioni, dalla L. 24 luglio 2008, n. 125, dall’art. 4, comma 1, lett. a), L. 1° ottobre 2012, n. 172, dall’art. 1, comma 6, L. 22 maggio 2015, n. 68, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015 e, successivamente, dall’art. 1, comma 3, lett. a), L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8 della medesima L. 41/2016 e, successivamente, dall’art. 1, comma 4, L. 11 luglio 2016, n. 133.
(5) La Corte costituzionale, con sentenza 19-25 maggio 2014, n. 143 (Gazz. Uff. 4 giugno 2014, n. 24 - Prima serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente comma nella parte in cui prevede che i termini di cui ai precedenti commi del presente articolo sono raddoppiati per il reato di incendio colposo (art. 449, in riferimento all'art. 423 c.p.).

Ratio Legis

L'istituto della prescrizione del reato trova la propria ratio nel cosiddetto principio di economia dei sistemi giudiziari, nonchè nell'esigenza di garantire un effettivo diritto di difesa all'imputato. Per quanto attiene al primo aspetto, infatti, il passare del tempo spesso affievolisce l'interesse dello Stato a perseguire reati, per cui di conseguenza è sentita in misura minore l'esigenza di una tutela penale, nel pieno rispetto della concezione rieducativa della pena. Al contempo poi, in linea con quanto previsto in materia di equo processo dall'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, viene considerata rilevante la durata non troppo eccessiva del processo, così che la prescrizione rappresenta lo strumento per evitare abusi da parte del sistema giudiziario.

Spiegazione dell'art. 157 Codice penale

La prescrizione, probabilmente la più importante e frequente causa di estinzione del reato, fa cessare la pretesa punitiva dello Stato per il decorso del tempo prescritto dalla legge senza che sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna.

La prescrizione è comunque sempre rinunciabile da parte dell'imputato, dato che quest'ultimo potrebbe avere interesse ad ottenere una sentenza assolutoria sei suoi confronti.

Per calcolare il tempo necessario a prescrivere un determinato reato si deve guardare al massimo della pena edittale stabilita per esso, tenendo comunque conto del fatto che i delitti non si prescrivono prima di sei anni e le contravvenzioni prima di quattro anni.

Quando vi siano circostanze attenuanti o circostanze aggravanti del reato (artt. 59 e ss.), di esse non si tiene conto ai fini del calcolo di cui sopra, tranne nel caso in cui vengano riconosciute circostanze aggravanti speciali o ad effetto speciale (art. 63), nel qual caso si tiene conto dell'aumento massimo di pena previsto per l'aggravante.

Inoltre, il quarto comma stabilisce che quando per il reato la legge preveda congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, si deve aver riguardo solamente alla pena detentiva ai fini del calcolo del tempo necessario a prescrivere.

Per quanto riguarda l'ergastolo, i reati che lo prevedono come pena non sono suscettibili di prescrizione, anche nel caso in cui il giudice lo disponga per effetto dell'applicazione di circostanze aggravanti.

Oltre all'ergastolo, vi sono determinati gravi delitti per il quali il legislatore ha previsto una maggiore estensione temporale della pretesa punitiva statale, raddoppiando il tempo necessario a prescrivere. Essi sono elencati al comma 6.

///SPIEGAZIONE ESTESA

La ratio dell’istituto della prescrizione viene generalmente individuato nel venir meno dell’interesse dello Stato alla punizione di reati dalla commissione dei quali sia trascorso un certo, significativo, lasso di tempo.
Unitamente a ciò, si ritiene che con il passaggio di un certo periodo di tempo, anche il reo abbia avuto modo di “risocializzare”, comprendendo gli effetti pregiudizievoli della condotta posta in essere, non rendendo più necessaria la pena, che è volta a perseguire una funzione rieducativa e di reinserimento sociale, ai sensi dell’art. 27 Cost..
Da un punto di vista più pratico, la prescrizione è anche uno strumento di garanzia per il privato il quale, entrato nel meccanismo del processo penale, è sicuro di non doverci comunque rimanere in eterno, senza ottenere prima o poi una conclusione della vertenza che lo riguarda.
Una importante riforma della prescrizione è stata attuata dal legislatore con la L. n. 251 del 5 dicembre 2005, che ha individuato il tempo necessario a prescrivere nella pena massima stabilita dalla legge per ogni singolo reato, discostandosi dal sistema precedente che distingueva i tempi di prescrizione dei vari reati sulla base di classi di reato individuate per fasce di pena.
La disciplina attualmente vigente prevede, quindi, che il tempo necessario a prescrivere corrisponda, per ciascun reato, alla pena massima stabilita per il reato stesso, consumato o tentato. Per alcuni reati ritenuti di particolare gravità, comunque, il termine di prescrizione è pari al doppio della pena edittale massima. In ogni caso, come previsione generale, è fissato un termine minimo di prescrizione in sei anni per i delitti e in quattro anni per le contravvenzioni.
La L. 251 del 2005, tra le altre cose, ha innovato in punto di prescrizione del reato continuato.
Infatti, prima della riforma legislativa, l'inscindibilità del reato continuato aveva condotto ad optare per una termine di prescrizione che decorresse dalla conclusione della continuazione, e quindi del medesimo disegno criminoso.
Con la legge 251 del 2005 si è tolto rilievo alla continuazione, prevedendo che la prescrizione decorra, anche nel caso di reato continuato, dal momento di consumazione di ciascun reato.
Tale modifica è parsa irragionevole ad una certa parte della giurisprudenza, la quale ha osservato che difficilmente i singoli reati potranno iniziare a prescriversi allorquando sia ancora in corso il “medesimo disegno criminoso”, che determina lo svolgimento di una attività unitaria e complessiva.
Per quanto riguarda il rapporto tra l’istituto della prescrizione e quello della successione delle leggi nel tempo, disciplinato dall’art. 2 del c.p., si ritiene che il giudice debba, nell’indagine relativa alla norma più favorevole, tenere conto anche della prescrizione. Quest’ultima, infatti, è istituto di diritto sostanziale e non processuale, soggetto quindi alla disciplina di cui all’art. 2 c.p.
Un’importante dibattito sorto in merito all’istituto della prescrizione è quello della sua natura sostanziale oppure processuale con riguardo alla normativa e alla giurisprudenza dell’Unione Europea.
Quest’ultima, infatti, esige che il termine di prescrizione, scelto liberamente dagli Stati, sia in ogni caso idoneo a tutelare gli interessi finanziari dell’Unione Europea.
Tale obiettivo potrebbe non essere raggiunto in presenza di un termine di prescrizione troppo breve.
Le misure adottate dagli Stati, infatti, devono essere dissuasive ed effettive, e volte ad evitare frodi e lesioni agli interessi finanziari dell’Unione e, in particolare, non meno repressive ed efficaci di quelle adottate per reprimere il crimine interno.
Con la nota “vicenda Taricco”, la corte di Giustizia dell'Unione Europea ha censurato l’art. 161 del c.p. nell’”ipotesi in cui detta normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, o in cui preveda, per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato, termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione Europea”.
In tali casi, infatti, la normativa nazionale sulla prescrizione sarebbe idonea a pregiudicare gli obblighi imposti agli Stati membri.
Tali censure poste dall’Unione Europea hanno suscitato diversi dibattiti nella giurisprudenza interna, la quale ha innanzitutto ricondotto l’istituto della prescrizione ad istituto di natura sostanziale e non processuale, con tutte le conseguenze che ne derivano in ordine alla successione delle leggi penali nel tempo e alla prevedibilità della sanzione, ai sensi dell’art. 25 Cost..
Inoltre, ed è questo il punto cruciale del dibattito, sono state sollevate dalla giurisprudenza interna diverse critiche in merito al requisito della determinatezza assunto dall’ordinamento penale in base all’art. 325 del TFUE, con riguardo al potere del giudice di valutare quando la normativa nazionale osti “in un numero considerevole di casi” alla repressione di “gravi frodi”.
Entrambe le espressioni, infatti, contrastano apertamente con il requisito di tassatività e determinatezza, entrambi corollari del fondamentale principio di legalità, che deve possedere la normativa penale.
Al giudice sarebbe quindi rimesso un potere discrezionale eccessivamente vasto, di cui egli stesso non sarebbe in grado di ridurre la portata, non essendo a conoscenza di dati oggettivi che possano offrire indicazioni certe in merito alla “gravità” delle frodi o al numero di casi “considerevole".

///FINE SPIEGAZIONE ESTESA

Massime relative all'art. 157 Codice penale

Cass. pen. n. 9956/2018

Ai fini della prescrizione del delitto di "stalking", che è reato abituale, il termine decorre dal compimento dell'ultimo atto antigiuridico, coincidendo il momento della consumazione delittuosa con la cessazione dell'abitualità.

Cass. pen. n. 3391/2018

La declaratoria di estinzione del reato per prescrizione non può essere pronunciata anche nei confronti del coimputato non impugnante in forza dell'effetto estensivo dell'impugnazione previsto dall'art. 587, comma 1, cod. proc. pen., se il giudicato di colpevolezza nei suoi confronti si è formato prima del verificarsi della predetta causa estintiva. (In motivazione la S.C. ha chiarito che l'opzione del coimputato impugnante di protrarre il procedimento configura una scelta processuale "esclusivamente personale" che rende perciò inoperante l'art. 587, comma 1, cod. proc. pen. con riguardo alla prescrizione).

Cass. pen. n. 46467/2017

In tema di cause di estinzione del reato, il principio del "favor rei", in base al quale, nel dubbio sulla data di decorrenza del termine di prescrizione, il momento iniziale va fissato in modo che risulti più favorevole all'imputato, opera solo in caso di incertezza assoluta sulla data di commissione del reato o, comunque, sull'inizio del termine di prescrizione, ma non quando sia possibile eliminare tale incertezza, anche se attraverso deduzioni logiche, del tutto ammissibili.

Cass. pen. n. 22127/2017

Ai fini del calcolo dei termini di prescrizione ai sensi degli artt. 157, comma secondo, e 161, comma secondo, cod. pen., oltre che dell'aggravamento della pena edittale, la recidiva reiterata infraquinquennale è del tutto equiparata alla recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale, essendo sufficiente, per la determinazione dei predetti effetti, la presenza anche di due soli elementi specializzanti rispetto alla recidiva semplice.

Cass. pen. n. 14767/2017

In tema di ricettazione, l'ipotesi attenuata prevista dal secondo comma dell'art. 648 cod. pen. non costituisce una autonoma previsione incriminatrice, ma una circostanza attenuante speciale; ne consegue che, ai fini dell'applicazione della prescrizione, deve aversi riguardo alla pena stabilita dal primo comma del predetto articolo.

Cass. pen. n. 6369/2017

In tema di prescrizione dei reati colposi, è legittima, in quanto non viola il principio di legalità, la contestuale applicazione della disposizione di cui all'art. 157 cod. pen., nel testo previgente alla legge 5 dicembre 2005 n.251 (in quanto legge più favorevole al reo), e la disposizione dell'art. 4 della stessa legge, che ha abolito la previsione della recidiva nei reati colposi, attesa l'autonomia degli istituti della prescrizione e della recidiva.

Cass. pen. n. 53667/2016

In tema di frode in danno di enti previdenziali per ricezione indebita di emolumenti periodici, è configurabile il reato di truffa c.d. a consumazione prolungata quando le erogazioni pubbliche, a versamento rateizzato, siano riconducibili ad un originario ed unico comportamento fraudolento, mentre si configurano plurimi ed autonomi fatti di reato quando, per il conseguimento delle erogazioni successive alla prima, sia necessario il compimento di ulteriori attività fraudolente; ne consegue che, ai fini della prescrizione, nella prima ipotesi il relativo termine decorre dalla percezione dell'ultima rata di finanziamento, mentre nella seconda dalla consumazione dei singoli fatti illeciti.

Cass. pen. n. 48578/2016

Il termine di prescrizione del reato di omessa dichiarazione, di cui all'art. 5 D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, decorre dal novantunesimo giorno successivo alla scadenza del termine ultimo stabilito dalla legge per la presentazione della dichiarazione annuale; termine che, con riferimento alla dichiarazione 2008 relativa al periodo di imposta 2007, deve essere individuato nel 30 settembre 2008, anzichè nell'ordinario 31 luglio, per effetto della proroga disposta dall'art. 3 del D.L. n. 97 del 2008, convertito con modificazioni dalla L. n. 129 del 2008.

Cass. pen. n. 44335/2016

Nel reato di lesioni personali colpose provocate da responsabilità medica, la prescrizione inizia a decorrere dal momento dell'insorgenza della malattia "in fieri", anche se non ancora stabilizzata in termini di irreversibilità o di impedimento permanente.

Cass. pen. n. 35404/2016

Il raddoppio dei termini di prescrizione di cui all'art. 157, comma sesto, cod. pen., introdotto (anche) per il reato di cui all'art. 609-bis cod. pen. dall'art. 4, comma primo, legge 1 ottobre 2012, n. 172, non è applicabile a fatti di violenza sessuale arrestatisi sulla soglia del tentativo.

Cass. pen. n. 29869/2016

In tema di riciclaggio, ove più siano le condotte consumative del reato, attuate in un medesimo contesto fattuale e con riferimento ad un medesimo oggetto, si configura un unico reato a formazione progressiva e consumazione prolungata, che viene a cessare con l'ultima delle operazioni poste in essere. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza che aveva escluso che la decorrenza del termine di prescrizione dovesse essere valutata in relazione alle singole condotte di "sostituzione" del danaro provento di reato, attuate attraverso operazioni su conti correnti bancari).

Cass. pen. n. 29627/2016

In tema di contravvenzioni, la disciplina della prescrizione introdotta dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251 non trova applicazione ai procedimenti od ai processi in corso alla data della sua entrata in vigore e relativi ai reati contravvenzionali, in quanto, per i predetti reati, i termini di prescrizione previsti dalla nuova disciplina sono sempre maggiori rispetto a quella previgente, sia per la prescrizione ordinaria che per quella massima

Cass. pen. n. 44826/2014

Il giudice di appello che, nel pronunciare declaratoria di estinzione del reato per prescrizione, accerti che la prescrizione del reato è maturata prima della sentenza di primo grado deve contestualmente revocare le statuizioni civili in essa contenute, con la conseguenza che è illegittima, in tal caso, la condanna dell'imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile.

Cass. pen. n. 45158/2013

In tema di prescrizione del reato, nell'ipotesi di imputazione plurima, il principio che impone l'applicazione integrale della disciplina più favorevole tra quella introdotta dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251 e quella precedente trova applicazione con riferimento a ogni singolo fatto di reato, ben potendo darsi il caso che per un reato sia più favorevole il vecchio regime prescrizionale e per un altro, pur contestualmente contestato, sia più favorevole il nuovo.

In tema di prescrizione del reato, la Corte di cassazione può procedere all'immediata declaratoria dell'estinzione del reato solo in presenza di riferimenti temporali che siano di per sé sufficientemente univoci o di riferimenti temporali la cui incertezza sia insanabile; diversamente, si rende necessario l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata, per consentire al giudice di merito una nuova valutazione sul punto.

Cass. pen. n. 34568/2013

La rinunzia alla impugnazione, in quanto unica causa di inammissibilità che si connota come sopravvenuta, non opera con riferimento ad un reato, il cui termine di prescrizione sia maturato anteriormente ad essa.

Cass. pen. n. 28290/2013

In materia di prescrizione, nel caso in cui tra un atto interruttivo ed il successivo non sia interamente decorso il termine ordinario di cui all'art. 157 cod. pen., la prescrizione non matura prima della decorrenza del termine massimo di cui al comma secondo dell'art. 161 cod.pen.

Cass. pen. n. 23944/2013

Il raddoppio dei termini prescrizionali previsto dall'art. 157, comma sesto, c.p. è applicabile esclusivamente alle ipotesi di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale (art. 589, commi secondo e terzo, c.p.) o sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro. (Fattispecie nella quale è stato ritenuto inapplicabile l'aumento dei termini di prescrizione all'ipotesi di concorso formale di più omicidi colposi).

Cass. pen. n. 7553/2013

In tema di prescrizione, nel caso di sospensione del procedimento a seguito di trasmissione degli atti alla Corte costituzionale per la risoluzione di una questione di legittimità costituzionale, la data di cessazione dell'effetto sospensivo e, pertanto, la data finale del periodo di sospensione del termine prescrizionale coincide con quella in cui gli atti sono restituiti al giudice remittente.

Cass. pen. n. 15933/2012

Ai fini dell'operatività delle disposizioni transitorie della nuova disciplina della prescrizione, la pronuncia della sentenza di primo grado, indipendentemente dall'esito di condanna o di assoluzione, determina la pendenza in grado d'appello del procedimento, ostativa all'applicazione retroattiva delle norme più favorevoli.

Cass. pen. n. 26826/2011

Non deve tenersi conto, ai fini del calcolo dei termini di prescrizione del reato, della circostanza aggravante di cui all'art. 7 D.L. n. 152 del 1991, conv. nella L. n. 203 del 1991, una volta riconosciuta all'imputato l'attenuante dell'art. 8, comma primo, del medesimo D.L. (Nella specie la Corte ha ritenuto che il riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 8 D.L. n. 152 del 1991 abbia come effetto l'elisione automatica della circostanza aggravante di cui all'art. 7 del medesimo D.L.)

Cass. pen. n. 20832/2011

La causa estintiva della prescrizione, una volta dichiarata con sentenza, non può essere oggetto di rinuncia nei gradi successivi. (In motivazione la Corte ha precisato che, ove ciò avvenisse, sarebbe violato il divieto di "reformatio in peius").

Cass. pen. n. 14248/2011

Non deve tenersi conto, ai fini del calcolo dei termini di prescrizione del reato, dell'aumento di pena collegato alla recidiva che non sia stata contestata.

Cass. pen. n. 12400/2011

È manifestamente infondata, in riferimento all'art. 117 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma terzo, L. n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude l'applicazione dei nuovi termini di prescrizione, se più brevi, ai processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione.

Cass. pen. n. 10725/2011

La disciplina della prescrizione del reato introdotta con la novella codicistica apportata con la L. n. 251 del 2005 non trova applicazione, seppure i termini di prescrizione risultino per i reati per cui si procede più brevi, nei processi in cui già prima dell'entrata in vigore della indicata legge di modifica era stata emessa la sentenza di primo grado, e ciò pur quando il processo sia successivamente regredito a seguito della dichiarazione di nullità della sentenza medesima.

Cass. pen. n. 45023/2010

La prescrizione maturata prima della sentenza di patteggiamento può essere fatta valere con ricorso per cassazione, in quanto la rinuncia alla prescrizione richiede una dichiarazione di volontà espressa e specifica che non ammette equipollenti. Ne deriva che la richiesta di applicazione di una pena concordata ai sensi dell'art. 444 del codice di rito, non costituisce ipotesi di rinuncia alla prescrizione non più revocabile.

Cass. pen. n. 43771/2010

In tema di prescrizione del reato, quando il giudice abbia escluso la circostanza aggravante facoltativa della recidiva qualificata (art. 99, comma quarto, c.p.), non ritenendola in concreto espressione di una maggiore colpevolezza o pericolosità sociale dell'imputato, la predetta circostanza deve ritenersi ininfluente anche ai fini del computo del tempo necessario a prescrivere il reato.

Cass. pen. n. 43343/2010

In tema di prescrizione, non è consentita l'applicazione simultanea di disposizioni introdotte dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251 e di quelle precedenti, secondo il criterio della maggiore convenienza per l'imputato, occorrendo applicare integralmente l'una o l'altra disciplina. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto applicabili le nuove norme sulla prescrizione, in quanto la sentenza di condanna di primo grado era stata pronunciata dopo l'entrata in vigore della L. n. 251 del 2005).

Cass. pen. n. 33871/2010

Ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere, deve aversi riguardo, in caso di concorso di circostanze aggravanti ad effetto speciale, all'aumento di pena così come determinato in forza dell'art. 63. comma quarto, c. p.. (In motivazione, la S.C. ha affermato che il principio di cui in massima trova applicazione anche nel vigore della disciplina introdotta dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251).

Ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere, l'aumento di pena per la circostanza aggravante è valutabile anche se la stessa sia stata oggetto di contestazione suppletiva dopo la decorrenza del termine di prescrizione previsto per il reato non aggravato, purché la contestazione abbia preceduto la pronuncia della sentenza.

Cass. pen. n. 26312/2010

La disciplina della prescrizione più favorevole in riferimento ai reati di usura commessi prima dell'entrata in vigore della L. n. 251 del 2005, la quale ha contestualmente modificato i termini di prescrizione dei reati in generale ed ha aumentato la pena detentiva edittale massima per il reato di usura portandola da sei a dieci anni, è quella contenuta nell'indicata novella. (La Corte ha escluso in motivazione che l'applicazione del nuovo più breve termine prescrizionale parametrato alla pregressa più lieve pena si risolva nella indebita creazione di una "tertia lex" ).

Cass. pen. n. 22357/2010

Non è manifestamente infondata, in riferimento all'art. 117 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma terzo, della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude l'applicazione dei nuovi termini di prescrizione, se più brevi, ai processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione.

Cass. pen. n. 21947/2010

La determinazione del termine di prescrizione del reato va effettuata secondo il calendario comune con decorrenza dal giorno successivo al verificarsi del fatto e senza tenere conto dei giorni effettivi di cui è composto l'anno o il mese.

Cass. pen. n. 20567/2010

Non rientra nei poteri del giudice dell'esecuzione la dichiarazione di estinzione per prescrizione del reato oggetto della sentenza definitiva di condanna, pur se la prescrizione sia maturata prima del passaggio in giudicato della sentenza, in ragione della immodificabilità, in sede esecutiva, del giudicato.

Cass. pen. n. 6306/2010

La prescrizione del reato maturata anteriormente alla rinuncia all'appello proposto dal solo P.M. avverso sentenza di condanna dell'imputato va dichiarata dalla Corte di cassazione, qualora non vi abbia provveduto il giudice di secondo grado che erroneamente abbia dichiarato inammissibile l'impugnazione, sempre che non emergano elementi certi per un proscioglimento dell'imputato nel merito.

Cass. pen. n. 3368/2010

In tema di prescrizione, ai fini dell'applicabilità retroattiva del termine prescrizionale più favorevole, di cui all'art. 10, comma terzo, L. 7 dicembre 2005, n. 251, è rilevante il "tempus commissi delicti" e non già la formale pendenza del procedimento penale, connessa alla data di iscrizione del reato nel registro previsto dall'art. 335 c.p.p.. (Nella fattispecie, il P.M. ricorrente aveva sostenuto che doveva essere applicato il più lungo periodo prescrizionale previsto dalla nuova normativa, in quanto, benchè il reato risultasse consumato nel gennaio 2005, alla data dell'entrata in vigore della L. 251 del 2005 non era stata effettuata la relativa iscrizione nel registro delle notizie di reato) della disciplina transitoria di cui all'art. 10, L. 7 dicembre 2005, n. 251.

Cass. pen. n. 48042/2009

In tema di prescrizione dei reati è consentita la simultanea applicazione della disciplina del termine di prescrizione anteriore alla L. 5 dicembre 2005, n. 251, se più favorevole all'imputato, e della disciplina relativa alla durata massima della sospensione del medesimo termine dettata dall'art. 159, comma primo, n. 3 c.p., come modificato dalla legge indicata, qualora all'entrata in vigore di quest'ultima il procedimento non risulti pendente in grado di appello non essendo stata pronunciata la sentenza di condanna di primo grado. (In motivazione la S.C. ha affermato che dal secondo e dal terzo comma dell'art. 10 L. n. 251 del 2005 deve trarsi l'implicazione che il criterio ispiratore della disciplina dell'istituto è quello del "favor rei", come è reso evidente dall'espresso richiamo all'art. 2 c.p.).

Cass. pen. n. 41964/2009

L'esclusione della prescrizione dei delitti per i quali la legge prevede la pena dell'ergastolo, quantunque oggetto di formalizzazione con L. 5 dicembre 2005 n. 251 (modifiche al c.p. e alla L. 26 luglio 1975 n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), è antecedente ad essa. Ne consegue che il reato punito con detta pena commesso prima dell'entrata in vigore della citata legge è imprescrittibile pur senza una specifica disposizione in tal senso. (Fattispecie concernente misura cautelare personale disposta in relazione a delitto di omicidio volontario aggravato, ritenuta dall'imputato illegittima per l'intervenuta prescrizione del reato).

Cass. pen. n. 13523/2009

In tema di prescrizione del reato, ai fini del meccanismo di calcolo delle circostanze attenuanti speciali, deve ritenersi che, a seguito della disciplina transitoria prevista dall'art. 10, comma terzo, L. 5 dicembre 2005, n. 251, nella parte in cui esclude per i processi già pendenti l'applicabilità dei termini che risultino più brevi per effetto delle nuove disposizioni, continui ad applicarsi ai medesimi anche la previgente disposizione di cui all'art. 157, comma secondo, c.p., con la conseguenza che alla diminuzione minima corrisponde il massimo della pena edittale autonomamente stabilita per questo tipo di attenuanti rispetto alla pena ordinaria del reato. (Fattispecie relativa all'attenuante di cui all'art. 73, comma quinto, D.P.R. n. 309 del 1990).

Cass. pen. n. 12374/2009

Gli effetti della rinuncia alla prescrizione non sono limitati alla fase processuale nella quale è intervenuta (nel caso di specie, il giudizio di primo grado).

Cass. pen. n. 7112/2009

In tema di prescrizione, ai fini dell'applicazione delle disposizioni transitorie previste dall'art. 10, comma terzo, della L. 5 dicembre 2005, n. 251, quando il giudizio di primo grado si sia concluso con una sentenza di assoluzione, il momento determinante per stabilire la pendenza del procedimento in appello va individuato nell'emissione del decreto di citazione per il giudizio ex art. 601 c.p.p..

Cass. pen. n. 47380/2008

Il reato di omicidio colposo plurimo non è configurabile come reato unico ma come concorso formale di più reati, unificati soltanto "quoad poenam", sicché il termine di prescrizione del reato va computato con riferimento a ciascun evento di morte o di lesioni, dal momento in cui ciascuno di essi si è verificato.

Cass. pen. n. 43372/2008

La sospensione del termine di prescrizione disposta dal giudice su accordo delle parti, ma fuori dai casi previsti dalla legge, è priva di effetti.

Cass. pen. n. 38558/2008

Il termine di prescrizione applicabile ai reati di guida in stato d'ebbrezza commessi prima dell'entrata in vigore della L. n. 251 del 2005 in relazione a fatti sussumibili nella più favorevole fattispecie incriminatrice di cui all'art. 186, comma secondo, lett. a ), c.s., ora in vigore, è in ogni caso quello previsto dall'art. 157 c.p., nel testo precedente alle modifiche introdotte dalla legge menzionata. (In motivazione la Corte ha precisato che l'applicazione della norma incriminatrice come modificata dal D.L. n. 117 del 2007 comporta anche l'applicazione dei più lunghi termini di prescrizione introdotti per le contravvenzioni punite con la sola pena pecuniaria dalla L. n. 251 del 2005 e dunque determina un risultato meno favorevole per l'imputato ).

Cass. pen. n. 33344/2008

La rinuncia alla prescrizione inequivocabilmente portata a conoscenza dell'organo procedente è irrevocabile.

Cass. pen. n. 31702/2008

La presenza del giudizio d'appello, rilevante, secondo la normativa transitoria dettata dall'art. 10, comma 3, L. n. 251 del 2005 (come interpretato dalla Corte costituzionale a seguito della declaratoria di incostituzionalità di cui alla sentenza n. 393 del 2006), ai fini dell'applicazione delle “vecchie” o delle “nuove” norme in tema di prescrizione, ha inizio nel momento della pronunzia della sentenza di primo grado, che coincide con il momento della lettura del dispositivo e non con quello, eventualmente successivo, del deposito della motivazione.

Cass. pen. n. 26101/2008

In tema di prescrizione, ai fini dell'applicazione delle disposizioni di cui all'art. 10, comma terzo, L. n. 251 del 2005, la pendenza del grado di appello, che rileva per escludere la retroattività delle norme sopravvenute più favorevoli, ha inizio nel momento in cui è proposto l'appello.

Cass. pen. n. 18382/2008

In tema di prescrizione del reato, il deposito dell'atto di appello segna il momento nel quale si determina la pendenza del giudizio di secondo grado, che rappresenta il discrimine temporale per l'applicazione dei termini prescrizionali più favorevoli all'imputato nei processi in corso alla data di entrata in vigore della legge 5 dicembre 2005, n. 251.

Cass. pen. n. 16701/2008

La norma transitoria di cui all'art. 10, comma terzo, della L. n. 251 del 2005, anche come integrata con la sentenza della Corte costituzionale n. 393 del 2006, esclude la retroattività della sopravvenuta più favorevole disciplina della prescrizione in tutti i giudizi di impugnazione, incluso quello di rinvio, che non consiste nella semplice rinnovazione del giudizio conclusosi con la sentenza annullata, ma rappresenta una fase a sé stante, condizionata dalla pronuncia della Corte di cassazione.

La norma transitoria di cui all'art. 10. comma terzo, della L. n. 251 del 2005, anche come integrata con la sentenza della Corte costituzionale n. 393 del 2006, esclude la retroattività della sopravvenuta più favorevole disciplina della prescrizione in tutti i giudizi di impugnazione, incluso quello di rinvio, che non consiste nella semplice rinnovazione del giudizio conclusosi con la sentenza annullata, ma rappresenta una fase a sé stante, condizionata dalla pronuncia della Corte di cassazione.

Cass. pen. n. 2126/2008

In tema di prescrizione dei reati contravvenzionali non è consentita la simultanea applicazione di disposizioni introdotte dalla L. 5 dicembre 2005 n. 251 (modifiche al c.p. in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi di usura e di prescrizione) e di quelle precedenti, secondo il criterio della maggiore convenienza per l'imputato, occorrendo applicare integralmente l'una o l'altra disciplina in relazione alle previsioni della norma transitoria di cui all'art. 10, comma secondo, della legge citata. (Nella specie, il ricorrente pretendeva di applicare la disciplina previgente, quanto all'applicazione del termine di prescrizione ordinario e quella sopravvenuta quanto al computo dei periodi di sospensione del suo corso).

Cass. pen. n. 1574/2008

In tema di prescrizione, ai fini dell'applicazione delle norme transitorie previste dall'art. 10, comma terzo, L. n. 251 del 2005 la pendenza del grado d'appello ha inizio dopo la sentenza di primo grado, che deve ritenersi intervenuta all'atto della lettura del dispositivo.

Cass. pen. n. 41965/2007

In tema di prescrizione del reato, la sentenza della Corte costituzionale n. 393 del 2006 non comporta un'applicazione indistinta della previsione di cui all'art. 6 L. n. 251 del 2005, avendola limitata ai procedimenti pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della legge. (La Corte ha precisato che, con la pronuncia della sentenza, il giudizio di primo grado è definitivamente concluso e che la proposizione dell'atto di appello determina automaticamente la competenza del giudice di appello a conoscere del processo).

Cass. pen. n. 34915/2007

In tema di prescrizione, qualora sia stato contestato un reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di delitti di contrabbando di tabacchi lavorati esteri, punibile ai sensi dell'art. 416 c.p., in quanto costituito da condotta posta in essere anteriormente all'entrata in vigore della L. 19 marzo 2001 n. 92 — introduttiva, con l'art. 1, comma primo, lett. a), della specifica figura di reato di cui all'art. 291 quater D.P.R. 23 gennaio 1973 n. 43 — deve tenersi conto, ai fini dell'individuazione, ai sensi dell'art. 10, comma secondo, L. 5 dicembre 2005 n. 251, di quale sia la disciplina più favorevole, anche del raddoppio dei termini previsto dall'art. 157, comma sesto, c.p., nel testo introdotto dall'art. 6 della cit. Legge n. 251 del 2005, per il caso di delitti compresi tra quelli di cui all'art. 51, commi terzo bis e terzo quater c.p.p., tra i quali è stato inserito il delitto di cui all'art. 291 quater D.P.R. n. 43 del 1973, fermo restando che la pena da assumere a base del computo dev'essere sempre quella, meno grave, prevista dalla norma incriminatrice vigente all'epoca del fatto. (Nella specie, in applicazione di tale principio, è stato ritenuto che fossero quindi più favorevoli i termini di prescrizione previsti dall'art. 157 c.p. nel testo previgente).

Cass. pen. n. 28539/2007

Il termine di prescrizione dei delitti di competenza del giudice di pace è quello ordinario e non quello di tre anni previsto dall'art. 157, comma quinto, c.p. in relazione ai reati per i quali la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, a nulla rilevando la circostanza che nel procedimento dinanzi al predetto giudice possano essere irrogate solo le pene pecuniarie vigenti, se esclusive, ovvero quelle paradetentive della permanenza domiciliare o del lavoro di pubblica utilità in sostituzione di quelle detentive, sole o congiunte a pene pecuniarie, in quanto le citate sanzioni paradetentive sono considerate per ogni effetto giuridico come pena detentiva della specie corrispondente a quella della pena originaria. (Fattispecie relativa a concorso dei reati di ingiuria e lesione personale)

Cass. pen. n. 18391/2007

La rinuncia alla prescrizione — esercitabile dall'imputato di persona ovvero con il ministero di un procuratore speciale, solo dopo la maturazione del relativo termine di legge — presuppone, ai sensi dell'art. 157 c.p., così come novellato dall'art. 6 della L. 5 dicembre 2005 n. 251, una dichiarazione di volontà espressa e specifica che non ammette equipollenti. Ne consegue che la richiesta di applicazione concordata della pena ai sensi dell'art. 444 c.p.p. non costituisce un'ipotesi tipica di rinuncia alla prescrizione non più revocabile.

L'art. 157 c.p., come modificato dall'art. 6 della legge n. 251 del 2004, prevede che la rinuncia alla prescrizione debba essere operata espressamente dall'imputato; ne consegue che è necessaria, per la sua efficacia, una dichiarazione di volontà espressa e pacifica che non ammette equipollenti, come ad esempio la proposizione della istanza di applicazione della pena.

Cass. pen. n. 17399/2007

È legittima la decisione con cui il giudice di pace applichi — in ordine al reato di lesioni personali volontarie (art. 582 c.p.) — il termine di prescrizione triennale di cui all'art. 157, comma quinto, c.p. (nel testo novellato dalla L. n. 251 del 2005), considerato che esso ne prevede l'applicabilità per il reato per il quale «la legge stabilisce pene diverse da quelle detentive» e che, ai sensi dell'art. 18 c.p., sono pene detentive l'ergastolo, la reclusione e l'arresto. Ne deriva che le pene della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità (applicabili nella specie) non possono essere considerate pene detentive ai fini dell'applicazione dell'art. 157, comma quinto, c.p., ancorché l'art. 58 D.L.vo n. 274 del 2000 assegni ad esse tale valenza giuridica ad ogni altro effetto di legge, sia pure in contrasto con l'art. 53, comma secondo, del suddetto D.L.vo n. 274, in virtù del quale il condannato alla permanenza domiciliare non è considerato in stato di detenzione.

Cass. pen. n. 39086/2006

In materia di contravvenzioni, la nuova disciplina della prescrizione, introdotta con la L. 5 dicembre 2005 n. 251, è meno favorevole di quella previgente, con la conseguenza che essa non si applica ai procedimenti in corso.

Cass. pen. n. 19472/2006

In tema di prescrizione, l'onere di provare con precisione la data di commissione del reato non grava sull'imputato ma sull'accusa, con la conseguenza che in mancanza di prova certa sulla data di consumazione, in applicazione del principio del favor rei deve essere dichiarata l'estinzione del reato per prescrizione.

Cass. pen. n. 27449/2005

In ipotesi di subordinazione della sospensione condizionale della pena all'adempimento di un obbligo da parte del condannato, qualora questi non ottemperi all'obbligo il termine iniziale della prescrizione del reato coincide non con la data di scadenza del termine originariamente assegnato dal giudice per l'adempimento, ma con la data in cui il provvedimento di revoca del beneficio è divenuto definitivo.

Cass. pen. n. 23412/2005

La rinuncia alla prescrizione non rientra nel novero degli atti processuali che possono essere compiuti dal difensore a norma dell'art. 99 c.p.p., in quanto costituisce, dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l'art. 157 nella parte in cui non prevedeva tale possibilità a favore dell'imputato, un diritto personalissimo dello stesso che è a lui personalmente ed esclusivamente riservato. (Fattispecie in cui la Corte di cassazione ha escluso altresì la possibilità che il silenzio dell'imputato, in presenza di una richiesta avanzata dal difensore, possa essere equiparato ad un comportamento concludente diretto a manifestare una positiva volontà alla rinuncia).

Cass. pen. n. 12380/2005

È inefficace la rinuncia alla prescrizione proveniente dal difensore non munito di apposita procura speciale, ancorché la relativa dichiarazione sia stata avanzata alla presenza dell'imputato.

Cass. pen. n. 6986/2005

Il reato di omesso pagamento della somma applicata a titolo di sanzione sostitutiva, dal giudice in sede di condanna su richiesta dell'imputato (art. 83 legge 24 novembre 1981, n. 689), ha natura omissiva e l'antigiuridicità della condotta permane fino a quando permane l'interesse dello Stato all'adempimento, con la conseguenza che non inizia a decorrere il termine di prescrizione fino a quando non si adempia all'ordine di pagamento.

Cass. pen. n. 42557/2004

L'estinzione per prescrizione di una contravvenzione (nella specie: art. 186 codice della strada) che commini oltre alla sanzione penale anche una sanzione amministrativa, non comporta anche l'estinzione di quest'ultima, atteso che l'accertamento del fatto-reato cui consegue la sanzione amministrativa deve ritenersi effettuato anche nel caso in cui il processo si concluda con declaratoria di prescrizione.

Cass. pen. n. 3900/2004

In tema di prescrizione del reato (art. 157 c.p.), il diritto di rinuncia può essere esercitato solamente dopo che la prescrizione sia maturata, in quanto solo da quel momento l'interessato può valutarne gli effetti. (Contrasto segnalato con relazione n. 50 del 1999).

Cass. pen. n. 49540/2003

In tema d'impedimento del difensore per concomitanza di altro impegno professionale, questi ha l'onere di prospettare, in modo tempestivo e motivato, le ragioni che gli impediscono di presenziare, nonchè di fornire specifica ragione della impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell'art.102 c.p.p., sia nel processo a cui intende partecipare, sia in quello di cui chiede il rinvio; da parte sua il giudice deve valutare accuratamente le deduzioni documentate, bilanciando le esigenze di difesa dell'imputato con quelle dell'amministrazione della giustizia, accertando che l'impedimento non sia funzionale a manovre dilatorie (fattispecie in cui la Corte ha ritenuto motivato il diniego di rinvio dell'udienza per impedimento del difensore, oltre che per insufficiente giustificazione, anche in considerazione del fatto che il difensore aveva ottenuto in precedenza già due rinvii e che si trattava di reato prossimo alla prescrizione).

Cass. pen. n. 47437/2003

In tema di estinzione del reato, la declaratoria di falsità documentale, dovendo essere adeguatamente motivata, va emessa solo se le risultanze processuali siano tali da consentire di affermare che essa sia stata positivamente accertata, sulla base delle norme che regolano l'acquisizione e la valutazione della prova nel processo penale. Essa dunque non può essere fatta meccanicamente conseguire, quale inevitabile effetto della causa estintiva, la cui applicazione nulla sta a significare, né in ordine alla sussistenza del fatto, né in ordine alla colpevolezza dell'imputato. (Fattispecie in tema di prescrizione, nella quale la Suprema Corte ha annullato la statuizione di falsità documentale relativa ad una domanda di condono edilizio con riferimento ad imputati, per i quali era stata applicata, nella fase di merito, la causa estintiva).

Cass. pen. n. 34481/2003

L'ipotesi criminosa prevista dall'art. 368 c.p. (calunnia) si realizza anche quando il reato attribuito all'innocente è estinto per prescrizione al momento della denuncia.

Cass. pen. n. 25680/2003

Il termine di prescrizione deve essere computato in riferimento alla specifica e concreta configurazione finale che del fatto il giudice abbia ritenuto in sentenza, avuto riguardo alla qualificazione giuridica ed agli elementi circostanziali, e ciò anche in relazione alle fasi processuali precedenti, dovendosi in base ad esso stabilire, nella verifica di eventuale estinzione del reato, l'efficacia dei fatti interruttivi o sospensivi di volta in volta intervenuti.

Cass. pen. n. 23251/2003

L'estensione dell'impugnazione, ai sensi dell'art. 587 c.p.p., non preclude il formarsi ab initio del giudicato, con la conseguenza che l'operatività, in via di estensione, di una causa estintiva del reato derivante, come la prescrizione, dal decorso del tempo, presuppone che essa preesista alla proposizione del ricorso da parte dell'imputato non appellante, restando altrimenti preclusa la sua operatività dal passaggio in giudicato della decisione nei suoi confronti.

Cass. pen. n. 13710/2003

Il giudice che decide sulla richiesta di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 c.p.p., una volta escluso, sulla base degli atti, che debba essere pronunciato proscioglimento a norma dell'art. 129 c.p.p., non può successivamente dichiarare estinto per prescrizione il reato nella fase in cui valuti positivamente l'accordo concluso fra le parti in ordine al riconoscimento di attenuanti e al conseguente loro bilanciamento, accordo finalizzato alla determinazione della pena da infliggere in concreto e non già ad ottenere la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione a seguito dell'abbreviazione del relativo termine derivante dalla riduzione della pena edittale.

Cass. pen. n. 7307/2003

Ai fini della determinazione del tempo necessario per la prescrizione delle contravvenzioni attribuite alla cognizione del giudice di pace, punite con la pena pecuniaria o, in alternativa, con le sanzioni c.d. paradetentive, deve farsi riferimento all'art. 157 comma 1 n. 5) c.p., che per le contravvenzioni punite con la pena dell'arresto determina il termine prescrizionale in tre anni e ciò in forza della disposizione contenuta nell'art. 58, secondo cui per ogni effetto giuridico la pena dell'obbligo di permanenza domiciliare e il lavoro di pubblica utilità si considerano come pena detentiva della specie corrispondente a quella della pena originaria. (Nel caso di specie si trattava delle contravvenzioni di guida in stato di ebbrezza e di rifiuto di sottoporsi al controllo alcoolimetrico, previste dall'art. 186 commi 2 e 6 c.s.).

Cass. pen. n. 22648/2001

L'omessa citazione dell'imputato nel giudizio di appello nel quale sia stata dichiarata la prescrizione integra una nullità assoluta che, nonostante l'intervenuta estinzione del reato, prevale sull'obbligo di dichiarare immediatamente le cause di non punibilità ed impone l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Cass. pen. n. 13992/2001

In materia di inquinamento atmosferico, la fattispecie punita dall'art. 25, sesto comma, del D.P.R. n. 203 del 1988, per l'omessa richiesta di autorizzazione in caso di modificazione o trasferimento dell'impianto producente emissioni, è reato a condotta mista (omissivo-commissiva) i cui effetti permanenti, consistenti nella mancata conoscenza delle caratteristiche dell'impianto e/o della relativa sua ubicazione (c.d. informazione ambientale) da parte dell'autorità amministrativa, cessano o per ottemperanza tardiva dell'agente oppure per la conoscenza che l'amministrazione ne abbia comunque avuto. (Fattispecie in materia di applicazione della prescrizione del reato a seguito di cessazione degli effetti per la sopravvenuta conoscenza da parte della P.A.).

Cass. pen. n. 12369/2000

La prescrizione del reato, maturatasi nel corso del giudizio di secondo grado promosso da uno degli imputati, può operare, in virtù dell'effetto estensivo dell'impugnazione, anche a favore di altro imputato non appellante, solo a condizione che nei confronti di quest'ultimo la sentenza non fosse già divenuta esecutiva prima che il termine prescrizionale venisse a scadenza.

Cass. pen. n. 12048/2000

Nel caso in cui venga pronunciata sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, a norma dell'articolo 531 c.p.p., al giudice non è consentito inserire nel dispositivo alcuna indicazione assertiva della responsabilità penale dell'imputato essendovi incompatibilità logica fra l'affermazione di responsabilità e la statuizione di non doversi procedere; tuttavia, qualora alla declaratoria di estinzione del reato per prescrizione si giunga dopo la concessione di circostanze attenuanti, la sentenza di proscioglimento deve contenere in motivazione l'accertamento incidentale della responsabilità penale.

Cass. pen. n. 4146/2000

Quando con l'impugnazione si faccia questione unicamente della mancata applicazione di sanzioni amministrative accessorie al reato, gli aspetti penali della regiudicanda sono intangibili in quanto coperti dal giudicato ed è pertanto irrilevante l'eventuale prescrizione del reato maturata nel frattempo.

Cass. pen. n. 9031/2000

In tema di immediata declaratoria di una causa di non punibilità, l'accertamento della nullità del decreto di citazione a giudizio non è di ostacolo al riconoscimento degli effetti della prescrizione, nel frattempo maturata, atteso che la predetta nullità, se pur fosse dichiarata, farebbe semplicemente regredire il processo nella fase preliminare al giudizio di secondo grado, fase nella quale il giudice dovrebbe comunque prendere atto della estinzione del reato.

Cass. pen. n. 1217/2000

Le cause di estinzione del reato che possono essere dichiarate in sede esecutiva sono esclusivamente quelle che operano successivamente al passaggio in giudicato della condanna, sicché dal novero di esse va esclusa la prescrizione del reato i cui effetti estintivi operano soltanto in relazione al decorso del tempo durante la fase di cognizione, e anteriormente al passaggio in giudicato della sentenza, mentre l'eventuale compimento del termine prescrizionale dopo tale evento non può avere effetto.

Cass. pen. n. 5496/2000

Non rientra nei poteri del giudice dell'esecuzione penale quello di dichiarare estinti per prescrizione i reati in ordine ai quali sia intervenuta sentenza definitiva di condanna, anche se la prescrizione si fosse verificata prima del passaggio in giudicato della sentenza, nella pendenza del procedimento da essa definito. Ed invero, la decisione di condanna del giudice di merito passata in giudicato, non può essere suscettibile di alcuna modificazione in sede esecutiva, poiché ciò comporterebbe una inammissibile violazione del principio di intangibilità del giudicato penale.

Cass. pen. n. 1018/2000

In tema di prescrizione, pur in presenza di più atti interruttivi, perché possa ritenersi non verificata la estinzione del reato, è necessario, non solo che non sia superato il termine massimo previsto dall'ultima parte del terzo comma dell'art. 160 c.p. (vale a dire il termine ordinario, più la sua metà), ma anche che, tra un atto interruttivo ed un altro, non sia superato il termine ordinario previsto, nelle sue sei ipotesi, nel comma primo dell'art. 157 stesso codice. Conseguentemente, come è indubbio che il termine prescrizionale deve ritenersi spirato se, tra la data di commissione del reato ed il primo atto potenzialmente interruttivo, sia trascorso il termine ordinario, così è altrettanto evidente che il medesimo effetto si verifica nella ipotesi in cui, dopo il compimento di un atto interruttivo, non risulti compiuto nel procedimento, entro i termini temporali normativamente prefissati dall'art. 157 c.p., alcun altro atto idoneo a determinare la interruzione.

Cass. pen. n. 14109/1999

In tema di patteggiamento, nel caso in cui la scelta pattizia volta all'applicazione della pena su richiesta ricada anche su una ipotesi di reato la cui prescrizione sia maturata anteriormente alla scelta stessa, deve ravvisarsi da parte dell'imputato una dichiarazione legale tipica di rinuncia alla prescrizione, non più revocabile.

Cass. pen. n. 13300/1999

La rinuncia alla prescrizione è consentita solo dopo il maturarsi di tale causa estintiva; invero la rinuncia presuppone che il diritto il cui esercizio essa ha ad oggetto sia già maturato, dato che, solo da quel momento, l'interessato può realmente valutarne gli effetti. (Nella fattispecie, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza con la quale il giudice di appello, in presenza della rinuncia alla prescrizione operata dall'imputato, aveva ugualmente dichiarato la estinzione del reato ai sensi degli artt. 157-160 c.p., ritenendo che la rinuncia alla prescrizione, intervenuta dopo lo spirare del termine previsto per il suo maturare, fosse ininfluente).

Cass. pen. n. 11945/1999

La finalità della richiesta di patteggiamento è quella di condurre alla applicazione della pena concordata; pertanto la indicazione, nell'accordo, di circostanze attenuanti ha come scopo unicamente la determinazione, in concreto, della pena e non certo quello di conseguire la estinzione del reato per prescrizione, nel qual caso il giudice deve non ratificare l'accordo delle parti.

Cass. pen. n. 7018/1999

Nel giudizio di legittimità non può essere dichiarata la prescrizione di un reato laddove in punto di responsabilità, ritenuta ed accertata, si sia determinato il giudicato prima del maturarsi del termine di prescrizione, sussistendo il limite del principio della formazione progressiva del giudicato, per cui la mancanza di impugnazione di quel capo della sentenza rende definitivo il relativo iter processuale sul punto.

Cass. pen. n. 4383/1999

In tema di assegno bancario, la tesi della emissione del titolo in una data diversa da quella che appare sullo stesso deve essere rigorosamente provata, in quanto, fino a dimostrazione del contrario, avrà vigore la prova derivante dal dato formale e documentale evidenziato dal titolo e dalla disciplina sostanziale del sistema di norme che regola la materia, sistema che, imponendo rigidi requisiti formali e vietando il patto di successivo riempimento, comporta la presunzione semplice della corrispondenza della data apposta sul titolo a quella di compilazione e di effettiva traditio. (Nella fattispecie, il ricorrente aveva eccepito la prescrizione, sostenendo che il titolo era stato emesso prima della data sullo stesso apposta e denunciando che, in sede di appello, si era omessa l'assunzione di prova decisiva sul punto. La Suprema Corte, sulla base dei principi sopra esposti e rilevando che la mancata rinnovazione del dibattimento in secondo grado era da addebitarsi all'inerzia del ricorrente, in ossequio al principio dispositivo che regola il processo accusatorio, ha rigettato il ricorso).

Cass. pen. n. 4704/1998

In tema di prescrizione del reato, il permanere dell'interesse dello Stato al perseguimento del reato resta giuridicamente rilevante solo entro le cadenze temporali indicate dal combinato disposto degli artt. 157 e 160 c.p. e pertanto si verifica la prescrizione qualora dopo un atto interruttivo non sia compiuto alcun atto del procedimento per il periodo fissato dall'art. 157 detto codice. (Fattispecie in cui è stato ritenuto prescritto il reato di falsa testimonianza commesso il 31 maggio 1991, per il quale era stata pronunciata sentenza di primo grado il 19 marzo 1992 ed emesso decreto di citazione a giudizio il 23 giugno 1997).

Cass. pen. n. 4307/1998

Per determinare il tempo della prescrizione il giudice non può non tenere conto del bilanciamento delle circostanze, onde nell'ipotesi in cui con la sentenza di annullamento venga confermato il reato-base ma rinviata al giudice di merito la valutazione sulle circostanze, non può dirsi che il fatto-reato nella sua interezza abbia ormai autorità di giudicato, stante la connessione essenziale tra il reato base e le circostanze. Pertanto, qualora il giudice del rinvio, investito sul punto dalla sentenza di annullamento, ritenga l'esistenza delle attenuanti o la loro prevalenza sulle aggravanti, e, per tale ragione, si concretizzi il tempo della prescrizione, è tenuto a dichiarare estinto il reato.

Cass. pen. n. 2809/1998

La regola secondo la quale l'inizio del termine di prescrizione del reato coincide con l'esaurimento del reato continuato è applicabile anche nell'ipotesi in cui il vincolo della continuazione, non enunciato nella formale contestazione, sia individuato successivamente nella sentenza, dal momento che, ai fini dell'estinzione per decorso del tempo, il reato continuato va considerato in modo unitario, sicché la prescrizione non può avere inizio finché sussiste ed è in corso la condotta determinata dall'unitario disegno criminoso.

Cass. pen. n. 2522/1998

In materia di malattia professionale eziologicamente connessa a fattori determinanti una evoluzione nel tempo, come nel caso di ipoacusia, il momento consumativo del reato non è quello in cui sarebbe venuto meno il comportamento del responsabile bensì quello dell'insorgenza della malattia prodotta dalle lesioni, sicché ai fini della prescrizione il dies commissi delicti deve essere retrodatato al momento in cui risulti comunque la malattia in fieri, anche se non stabilizzata.

Cass. pen. n. 11541/1997

È ammissibile il ricorso per cassazione proposto unicamente al fine di far valere la prescrizione del reato, intervenuta nel periodo intercorrente tra il deposito della sentenza di merito e la scadenza del termine per proporre ricorso per cassazione. Invero, fino a quando la sentenza non sia divenuta irrevocabile, il giudice, salvo eventuali preclusioni, deve sempre applicare la legge penale e, nella specie, l'art. 129 c.p.p. impone al giudice il dovere di dichiarare l'estinzione del reato in qualsiasi stato e grado del processo.

Cass. pen. n. 9553/1997

L'effetto estintivo della prescrizione che maturi nella pendenza del ricorso per cassazione produce i suoi effetti anche con riferimento agli imputati non ricorrenti indipendentemente dalla fondatezza dei motivi prospettati dal ricorrente, purché non di natura strettamente personale.

Cass. pen. n. 7739/1997

Al reato di porto di armi improprie senza giustificato motivo, ancorché punito in concreto con la sola ammenda in virtù del riconoscimento dell'attenuante della lieve entità del fatto di cui all'art. 4, terzo comma, L. 18 aprile 1975, n. 110, si applica il termine prescrizionale di tre anni previsto dall'art. 157, primo comma, n. 5 c.p. (In motivazione la Corte ha osservato che dovendosi ritenere la circostanza attenuante in parola di tipo «discrezionale» — per essere meramente facoltativa l'irrogazione della sola pena pecuniaria anche in presenza di un fatto ritenuto lieve — il riconoscimento della sua sussistenza è inidoneo ad influire sulla durata del termine utile per la prescrizione, dato che il reato rimane sempre astrattamente sanzionato anche con la pena detentiva, precludendo così il ricorso al termine di due anni fissato dalla legge per le contravvenzioni punite con la sola ammenda; ed ha altresì precisato che neppure può invocarsi il principio secondo il quale la durata della prescrizione deve essere determinata in relazione al reato ritenuto in sentenza, la cui operatività è esclusa dalla disposizione contenuta nell'ultimo comma dell'art. 157 c.p., in forza della quale «quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva»).

Cass. pen. n. 5354/1997

Ai fini dell'individuazione del termine di prescrizione di un reato occorre avere riguardo alla fattispecie criminosa nella sua concreta e specifica configurazione finale così come accertata e descritta dal giudice in sentenza a seguito dell'applicazione delle circostanze attenuanti e aggravanti; e ciò, nell'ipotesi di reati in continuazione, con riferimento a ciascuno di essi, sicché è indifferente, una volta concesse le attenuanti generiche, che esse siano state ritenute equivalenti alle aggravanti contestate in ordine ad altri reati, se per uno o per alcuni di essi non sia stata contestata o ritenuta aggravante alcuna: in tal caso, ed in relazione a questi, la pena edittale deve essere pertanto ridotta — ai sensi del secondo comma dell'art. 157 c.p. — nella misura minima di un giorno, e sulla base dell'esito di tale operazione deve essere apprezzato il termine per la prescrizione. (Fattispecie in cui, essendo stato contestato il delitto di partecipazione ad associazione per delinquere in continuazione con altri reati, solo essi aggravati, ed essendo state riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, la Corte ha ritenuto prescritto il reato associativo in quanto, non risultando esso aggravato, la riduzione di un giorno operata sulla pena edittale massima in virtù della concessione delle predette attenuanti aveva reso applicabile il più breve termine di estinzione del reato di cui all'art. 157, primo comma, n. 4 c.p.).

Cass. pen. n. 2626/1997

Anche nel giudizio speciale di cui all'art. 444 c.p.p. (cosiddetto patteggiamento) il tempo necessario per la prescrizione dei reati va determinato con riguardo alla pena stabilita per il reato ritenuto in sentenza ed in particolare tenendo conto delle attenuanti che hanno formato oggetto dell'accordo. Invero la verifica in ordine all'insussistenza dei presupposti per far luogo ad un proscioglimento è imposta al giudice dall'art. 444 comma secondo in virtù dell'esercizio del potere giurisdizionale attuato anche nel procedimento in questione. Né d'altro canto può rinviarsi, nella richiesta di applicazione della pena, alcuna forma negoziale né legale di rinuncia alla prescrizione.

Cass. pen. n. 604/1997

Il reato di cui all'art. 1164 c.n. (inosservanza di provvedimento di demolizione e sgombero di opere abusive), consistendo nell'inosservanza di una disposizione legislativa o regolamentare o di un provvedimento amministrativo, è reato omissivo permanente, la cui permanenza cessa quando il contravventore non è più in grado di ottemperare alla disposizione o al provvedimento. (Nella specie la S.C. ha ritenuto che la permanenza era cessata alla data in cui il sequestro preventivo era stato notificato all'imputato, poiché solo da questa data egli — perdendo anche la disponibilità materiale del bene — era giuridicamente impossibilitato ad ottemperare all'ingiunzione; che, invece, è infondato sostenere che la permanenza sia cessata dopo la scadenza dei trenta giorni stabiliti nell'ingiunzione, oltre i quali l'esecuzione poteva avvenire d'ufficio a spese dell'interessato, poiché la scadenza di questo termine ha solo l'effetto di facultare l'ufficio all'esecuzione diretta e di caricare sul contravventore le eventuali spese ulteriori, ma non espropria il contravventore della possibilità (ora concorrente) di provvedere personalmente, possibilità che invece resta esclusa dopo l'esecuzione di un sequestro sull'opera da demolire).

Cass. pen. n. 630/1996

La decisione che dichiari l'estinzione del reato per prescrizione — quantunque l'imputato sia deceduto — sul presupposto che la prescrizione si era verificata prima della morte, deve qualificarsi inesistente. E ciò in quanto, rivestendo la pronuncia di estinzione del reato per prescrizione carattere di accertamento costitutivo, si compia in tal modo un accertamento nei confronti di una persona non più in vita ed a fronte di un rapporto processuale ormai estinto.

Cass. pen. n. 11226/1994

Ai fini della produzione dell'effetto interruttivo della prescrizione del reato, è sufficiente che l'atto idoneo a determinarlo sia emesso, non occorrendone anche la notificazione. (Fattispecie relativa a decreto di citazione non notificato all'imputato perché questi era sconosciuto all'indirizzo risultante dagli atti).

Cass. pen. n. 8470/1994

L'estinzione del reato per prescrizione deve essere dichiarata anche nell'ipotesi in cui il relativo termine sia maturato nel periodo intercorrente tra l'emissione del decreto di citazione e la notifica all'imputato: il decreto di citazione a giudizio, infatti, per conseguire il suo effetto di diritto sostanziale quale atto idoneo ad interrompere il decorso del termine, deve essere notificato all'imputato. All'atto interruttivo deve riconoscersi invero natura recettizia, in quanto non esula dalle finalità dell'istituto della prescrizione l'esigenza di certezza dei rapporti giuridici, esigenze al cui appagamento è interessato anche ed in primo luogo l'imputato.

Cass. pen. n. 5333/1993

Poiché la prescrizione costituisce un'ipotesi di rinuncia dello Stato alla pretesa punitiva la sua operatività va verificata con riferimento all'azione penale esercitata per il reato che — nelle sue componenti essenziali ed accessorie — abbia ricevuto la qualifica definitiva; non, quindi — ove intervengano statuizioni innovative dell'accusa genetica, rilevanti ai fini del tempo necessario al maturarsi della prescrizione — con riguardo al fatto storico che ha determinato la formulazione dell'imputazione. E ciò anche considerando la funzione delle cause interruttive del decorso della prescrizione, connaturate alla logica stessa dell'istituto, quale manifestazione dell'interesse dello Stato alla punizione del reato, un interesse da rapportare necessariamente — condizionato come esso appare al disvalore del fatto — alla decisione ritenuta in sentenza. Ne deriva che il compimento del termine di prescrizione di un reato in data anteriore alla emissione del decreto di citazione a giudizio non può mai considerarsi un fatto sopravvenuto alla condanna, trattandosi di un evento ad essa anteriore che la decisione di merito si limita a verificare utilizzando gli strumenti più articolati e complessi propri della fase del giudizio, il cui epilogo si sostanzia, per il profilo riguardante la valutazione retrospettiva delle vicende cronologiche, in un atto di accertamento costitutivo. (In applicazione di tale principio, la Corte ha statuito che, nel caso in cui il giudice conceda le attenuanti generiche dichiarando la loro equivalenza con la contestata aggravante, i termini di prescrizione vanno stabiliti con riferimento al reato ritenuto in sentenza e non a quello originariamente contestato: un'operazione da utilizzare, non soltanto ai fini della individuazione della distanza cronologica concretamente esistente fra tempus commissi delicti e sentenza di condanna, ma anche allo scopo di verificare la susseguente efficacia di un atto interruttivo allorché l'imputazione originaria venga ad essere adottata — ed eventualmente ridotta quanto alla sua valenza antisociale — alle esigenze teologiche proprie della decisione di merito).

Corte cost. n. 275/1990

È costituzionalmente illegittimo, per contrasto con il principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost., l'art. 157 c.p., nella parte in cui non prevede che la prescrizione del reato possa essere rinunciata dall'imputato.

Cass. pen. n. 5610/1988

In tema di determinazione del tempo necessario a prescrivere ai sensi dell'art. 157 c.p. deve tenersi conto dell'aumento di pena stabilito per la recidiva in quanto, il carattere facoltativo dell'aumento della pena stabilito nell'art. 9 della L. 7 giugno 1974, n. 220 che ha modificato l'art. 99 c.p. attiene soltanto ai poteri discrezionali del giudice di cognizione nell'apprezzamento complessivo del fatto sottoposto al suo esame. Tuttavia, non può tenersi conto dell'aumento di pena ai fini della prescrizione ove la circostanza non sia stata contestata anteriormente allo spirare del tempo necessario a prescrivere, calcolato secondo la originaria configurazione del fatto - reato; ciò in relazione alla natura costitutiva della contestazione dell'accusa. Pertanto, quando la prescrizione si è già verificata in relazione alla contestazione originaria, deve pronunciarsi l'estinzione del reato per tale causa non potendo valere la contestazione della recidiva, come di ogni altra circostanza aggravante, avvenuta successivamente alla scadenza del termine di prescrizione.

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Consulenze legali
relative all'articolo 157 Codice penale

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Rosaria P. chiede
lunedì 02/03/2020 - Liguria
“argomento prescrizione: nel settembre 2013 tizio ha denunciato sempronio per truffa per grossa entità di denaro e per estorsione avvenuti nell'agosto 2013 . Il pubblico ministero nel 2015 rinvia a giudizio sempronio solo per estorsione e non per truffa, pur se denunciata. Tizio chiede al suo avvocato se entro agosto 2019 sarebbe stato possibile agire in via civilistica per recuperare le somme truffaldinamente percepite da sempronio. L'avvocato di tizio risponde di si e agisce proprio ad agosto 2019 ma la notifica a sempronio della citazione in giudizio non va a buon fine entro lo stesso mese di agosto 2019 e viene rifatta il dopo 1 mese;
Tizio adesso crede che ormai il suo diritto a procedere per via civilistica sia prescritto stando che la notifica doveva essere fatta entro agosto 2019,ovvero entro sei anni dalla prescrizione per truffa, e anche perché la prescrizione in ambito civilistico per il reato di truffa non può essere considerata di 7 anni e mezzo come nel diritto penale, anche ai sensi dell'articolo 157 c.p. secondo comma.
L'avvocato di tizio invece insiste sul fatto che per i motivi di cui sopra il diritto a non è prescritto ma si prescrive dopo 7 anni e mezzo dal momento in cui tizio ha denunciato il fatto nel 2013.
si chiede parere a brocardi.it sulla fondatezza della continuazione dell'azione civile .”
Consulenza legale i 06/03/2020
Per rispondere al quesito in esame, occorre preliminarmente far riferimento ad alcune norme del codice penale.
L’art. 157 c.p. stabilisce che la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto.
Laddove vi siano stati eventi interruttivi, quali la richiesta di rinvio a giudizio (art. 160 c.p.) il decorso della prescrizione è interrotto.
Salvo che si proceda per i reati di cui all'articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale, in nessun caso l'interruzione della prescrizione può comportare l'aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere (art. 161 c.p.).

Nella presente vicenda, stando a quanto riferito, parrebbe che non vi siano stati eventi interruttivi dal momento che il rinvio a giudizio non è stato richiesto per il reato di truffa nè è stata compiuta alcuna delle attività di cui all'art. 160 c.p.
Il suo termine di prescrizione è quindi di sei anni e non di sette anni e mezzo.
Tale termine decorre, come previsto dall’art. 158 c.p., dal giorno della consumazione del reato e quindi, nella presente vicenda, da agosto 2013.

Quanto all’azione civile per il risarcimento del danno derivante da reato, occorre far riferimento all’art. 2947 c.c. che espressamente prevede che a meno che il reato sia estinto per causa diversa dalla prescrizione o sia intervenuta sentenza irrevocabile nel giudizio penale, “se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga (di cinque anni ndr), questa si applica anche all'azione civile.

Pertanto, nella presente vicenda, non essendo intervenuta una sentenza irrevocabile nel giudizio penale, né altra causa di estinzione diversa dalla prescrizione, il termine di sei anni sarà applicabile anche all'azione civile che appare, quindi, sulla base degli elementi in nostro possesso, effettivamente prescritta.

Vincenzo chiede
sabato 30/11/2019 - Puglia
“Sono stato rinviato a giudizio per presunte numerose violazioni di falso ideologico e truffa. I fatti contestati si sono verificati fino al mese di aprile 2007. Dopo 10 anni di dibattimento, il p.m. ha chiesto le aggravanti e il Tribunale colleggiale non si è ancora pronunciato sulla accettazione o meno delle aggravanti. Nell'ultima udienza devono iniziare le escussioni dei testi a mio favore. L'udienza è prevista per il 13.03.2020. Durante tutto il dibattimento, ci sono stati circa 7 mesi di sospensione per motivi vari. Desidero conoscere,i n quanto io non sono stato in grado di addivenirlo, quando si prescrive questo processo. Dai calcoli da me eseguiti, già a ottobre 2019 si era prescritto. Ho fatto bene i calcoli? Grazie.”
Consulenza legale i 03/12/2019
L’articolo art. 157 del c.p. stabilisce che il tempo necessario ai fini della prescrizione è uguale al massimo della pena edittale per lo stesso prevista.

Ciò a meno che non vi siano degli atti, tecnicamente detti “sospensivi” o “interruttivi”, che, di fatto, dilatano leggermente il termine di prescrizione: in sostanza in caso di sospensione della prescrizione, per calcolare il termine andranno via via aumentati i periodi di sospensione a quelli già decorsi. Se invece è intervenuta l’ interruzione della prescrizione, il termine comincerà a decorrere ex novo dal momento di verificazione dell’atto interruttivo.

In ogni caso, come afferma l’art. 161 del codice penale, in nessun caso gli atti interruttivi e sospensivi possono protrarre il termine di prescrizione per più di un quarto del tempo necessario affinché il reato si prescriva.
I termini di prescrizione di cui all’art. 157 sono definiti intermedi mentre quelli di cui all’art. 161 sono detti massimi.

Partendo dal presupposto che, in questo caso, è impossibile fare un calcolo preciso dei termini intermedi allorché non si conoscono con esattezza gli atti interruttivi e sospensivi, occorre capire se è scattato il termine massimo di prescrizione.

A tal fine, non essendo chiaro quale reato di falso sia stato contestato, si prenderà come esempio quello di cui all’art. 476 del codice penale, ovvero il reato di falso punito con la pena più aspra, e cioè 10 anni di reclusione.

Ebbene, stando alle disposizioni del codice penale, il termine massimo di prescrizione per questo reato va calcolato aumentando di 1/3 la pena massima di reclusione prevista per il reato di falso preso in considerazione.
Si arriva, in tal modo, ad un totale di 160 mesi di reclusione che equivalgono a ca. 13 anni e 4 mesi di reclusione. Conseguentemente, nel caso di specie le ipotesi di falso si prescriverebbero all’incirca nell’agosto 2020.

Per le medesime ragioni, la truffa si prescrive in 7 anni e mezzo.

Ad oggi, dunque, i reati di falso non sono ancora prescritti mentre per la truffa la causa estintiva risulta maturata da parecchio tempo e, nello specifico, nell’ottobre del 2014.

Si consideri, in ogni caso, che se la prescrizione non dovesse maturare in primo grado, di certo maturerebbe in appello. Ciò, ovviamente, salverebbe l’imputato sul fronte della responsabilità penale ma non sotto l’aspetto del risarcimento del danno a eventuali parti civili.

Anonimo chiede
venerdì 11/01/2019 - Sicilia
“Oggetto : Peculato : Art. 314 c.p. - Richiesta finalizzata a conoscere la data di prescrizione di un processo nel quale l'ultimo episodio si è verificato il 19/03/2007.

La vicenda in esame fa riferimento ad un processo di 1° grado per peculato relativo ad un episodio verificatosi in data 19/03/2007. Di seguito si indicano le sospensioni ed interruzioni della prescrizione

Art. 159 c.p.p. SOSPENSIONE GG. MESI ANNI
Adesione allo sciopero degli avvocati 2

Art.160 - INTERRUZIONE
- Provvedimento giudice di fissazione udienza in Camera di Consiglio
per la richiesta di archiviazione del 16/02/2011 e 18/02/2011 2 2 -----
- Richiesta del GUP di rinvio a giudizio (dal 26/02/2012 al 29/01/2013 23 6 ----
- Decreto fissazione dell'udienza preliminare
Non si è a conoscenza delle date tuttavia ai sensi dell'art.418 c.p.p.
non può intercorrere un periodo superiore a 30 giorni 1
-------------------------------
25 9

N.B. Nel corso dell'ultima udienza del11.12.2018 il presidente del collegio dopo l'audizione di alcuni testimoni riteneva di continuare il processo con l'intervento del P.M. e successivamente con quello degli avvocati. Questi ultimi non condividevano tale proposta per motivi tecnici e chiedevano il rinvio a successiva seduta . A questo punto il presidente fissava la nuova udienza al 12/03/2019. In considerazione di quanto sopra si chiede cortesemente conoscere la data entro la quale il processo dovrà considerarsi estinto per prescrizione
Ringraziando anticipatamente

Consulenza legale i 18/01/2019
Per conoscere la data di prescrizione del reato in questione è necessario analizzare la normativa applicabile per un fatto datato 19.03.2007.
In primo luogo, ai sensi dell'art. 314 c.p., la pena massima nel 2007 era stabilita in anni 10 e dunque, il tempo necessario a prescrivere detto reato sarà di anni 10.
Per quanto attiene all'interruzione della prescrizione del reato, rileva il primo atto interruttivo che fa ricominciare il decorso della prescrizione, con la limitazione, stabilita dall'art. 160 c.p., secondo cui: "in nessun caso i termini stabiliti nell'articolo 157 possono essere prolungati oltre i limiti di cui all'art 161 secondo comma".

Ciò significa che, visto quanto disposto dall'art. 161 c.p. comma secondo, la prescrizione , ancorché interrotta, non può durare più di un quarto in più rispetto al tempo necessario a prescrivere; nel caso di specie, dunque, essendo il tempo di prescrizione di anni 10, l'interruzione comporta un aumento di 2 anni e 6 mesi portando così la prescrizione a 12 anni e 6 mesi.
A questo deve essere aggiunto il tempo in cui la prescrizione è rimasta sospesa, ovvero, nel caso di specie, nei due momenti in cui si è aderito allo sciopero (astensione) degli avvocati.

A norma dell'art. 159 c.p., la prescrizione rimane sospesa dal giorno in cui vi è l'adesione all'astensione fino alla data in cui viene rinviata l'udienza. Non avendo nel suo quesito indicato precisamente la durata delle due sospensioni non è possibile stabilire con precisione per quanto tempo la prescrizione sia rimasta sospesa.

Sempre a norma dell'art. 161 c.p., tuttavia, il tempo di differimento massimo dell'udienza, in caso di impedimento del difensore, è di giorni 60 con la conseguenza che per le due sospensioni relative al suo caso il tempo massimo di sospensione è di giorni 120.
In conclusione il tempo necessario a prescrivere un fatto di peculato avvenuto in data 19.3.2007 è di 12 anni 6 mesi più il tempo in cui il processo è rimasto sospeso nei casi di astensione (un massimo di 120 giorni) e, dunque, ipotizzando la sospensione massima (120 giorni) il delitto si prescriverà in data 19 gennaio 2020 (corrispondente a 12 e 6 mesi più 4 mesi di sospensione). Per sapere la data esatta in cui si prescriverà occorrerà calcolare la durata esatta dei due periodi di sospensione e sommarla ai 12 anni e 6 mesi.

Giuseppe L. chiede
giovedì 22/03/2018 - Marche
“Sono imputato del reato ex artt 38 R.D. 18/06/1931, art. 697 cp, perché all'interno della mia abitazione, in armadietto metallico chiuso, insieme ad armi regolarmente denunciate, un milite della polizia tributaria ha rinvenuto delle cartucce a palla , per fucili da caccia ,non denunciate. A causa di una difesa impronunciabile e pur avendo sostenuto che ne ero entrato in possesso all'atto dell'acquisto della relativa arma, per la quale peraltro ho la regolare licenza di caccia, sono stato condannato a 15 gg di arresto, visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.. Il milite, durante la perquisizione ha sequestrato le cartucce. Ho fatto appello. Vorrei sapere in quanti anni il presunto reato va in prescrizione. Segnalo che nel 2002 in un cantiere di cui ero direttore dei lavori un operaio si è fatto male per cui ho scoperto che ha distanza di 16 anni risulto ancora iscritto per ferite colpose.”
Consulenza legale i 29/03/2018
L’art. 697 c.p. “detenzione abusiva di armi”, punisce con l’arresto fino a 12 mesi o con l’ammenda fino a € 371 chiunque, senza averne fatto denuncia all’Autorità, detiene armi o caricatori soggetti a denuncia ex art. 38 TU 773/31.

Il reato in questione è una contravvenzione e non un delitto e questo incide sul termine prescrizionale. Ai sensi dell’art. 157 c.p., infatti, i reati si prescrivono in un tempo corrispondente al massimo della pena previsto per legge; se, dunque, un reato prevede una pena nel massimo di 10 anni la prescrizione avrà durata decennale.

Lo stesso art. 157 c.p., tuttavia, prevede altresì che il termine prescrizionale non può essere mai inferiore a 6 anni nel caso di delitto ed a 4 anni nel caso di contravvenzione.

Il reato di detenzione abusiva di armi prevede una pena nel massimo di 12 mesi e dunque, essendo una contravvenzione, la prescrizione sarà di anni 4.

E’ importante considerare, tuttavia, che l’art. 160 c.p., prevede l’istituto dell’interruzione della prescrizione; quando ricorrono determinati presupposti (indicati specificatamente dal suddetto articolo), la prescrizione si interrompe e ricomincia a decorrere. Secondo l’art. 161 c.p., tuttavia, l’interruzione della prescrizione non può comportare un aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere il reato.

Tra le cause interruttive di cui all’art. 160 c.p. è presente anche la sentenza di condanna; di conseguenza la prescrizione nel caso di specie non sarà di anni 4 ma di anni 4 aumentati di un quarto.

In definitiva, il reato in questo caso si prescriverà in anni 5 (quattro anni + 1 anno per la causa interruttiva).

Per quanto attiene al reato di lesioni colpose di cui all’art. 590 c.p. Le ricordiamo che, essendo questo un delitto e non una contravvenzione, la prescrizione avrà una durata di anni 6; essendo il fatto del 2002 ad oggi è sicuramente prescritto.


FABIOLA N. chiede
venerdì 04/08/2017 - Lazio
“Salve, vorrei sapere una denuncia con relativo sequestro preventivo per art 10 del 388 cp in cui le indagini non proseguono, dunque ferma d' ufficio dal Dicembre 2013, quando si prescrive definitivamente.

grazie
Fabiola”
Consulenza legale i 09/08/2017
L’art. art. 388 del c.p. c.p. punisce varie ipotesi di mancata esecuzione dolosa di provvedimenti del giudice.

Le pene variano da un minimo di due mesi fino a un massimo di tre anni.

Dal quesito pare che la denuncia si stata presentata nel 2013, ma ai fini del corso della prescrizione è necessario stabilire la data di commissione del reato perché è da qui che inizia a correre il tempo necessario a prescrivere il reato.

Il tempo necessario a prescrivere un reato aumenta proporzionalmente alla gravità del reato preso in considerazione, cioè aumenta con l’aumentare della pena edittale prevista per quel determinato reato.

L’art. art. 157 del c.p. c.p., come modificato dalla legge 5.12.2005 n. 215, stabilisce che la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto, e a quattro anni se si tratta di contravvenzioni, anche se puniti con la sola pena pecuniaria.

Tutte le ipotesi criminose disciplinate dall’articolo in questione sono delitti, quindi nel caso di specie il termine ordinario di prescrizione è di anni sei.

L’art. art. 160 del c.p. c.p. indica le cause di interruzione della prescrizione (in tali casi il corso della prescrizione si interrompe e comincia a decorrere un nuovo tempo di prescrizione dal giorno dell’interruzione):
- la sentenza di condanna;
- decreto penale di condanna;
- l'ordinanza che applica le misure cautelari personali e quella di convalida del fermo o dell'arresto;
- l'interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice;
- l'invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l'interrogatorio;
- il provvedimento del giudice di fissazione dell'udienza in camera di consiglio per la decisione sulla richiesta di archiviazione;
- la richiesta di rinvio a giudizio;
- il decreto di fissazione della udienza preliminare;
- l'ordinanza che dispone il giudizio abbreviato;
- il decreto di fissazione della udienza per la decisione sulla richiesta di applicazione della pena;
- la presentazione o la citazione per il giudizio direttissimo;
- il decreto che dispone il giudizio immediato;
- il decreto che dispone il giudizio e il decreto di citazione a giudizio.

Ai sensi dell’art. art. 161 del c.p. c.p., tuttavia, l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento fino a:
- un quarto del tempo necessario a prescrivere nei casi ordinari;
- la metà del tempo necessario a prescrivere nei casi di recidiva specifica (art. art. 99 del c.p. c.p. II comma);
- i due terzi del tempo necessario a prescrivere nel caso in cui il recidivo commetta altro delitto non colposo (Art. art. 99 del c.p. c.p. IV comma);
- l’aumento del doppio del tempo necessario nel caso in cui a commetterlo sia il delinquente abituale (Artt. art. 102 del c.p. e [[103]] c.p.), oppure il delinquente di professione (Art. art. 105 del c.p. c.p.).

Per rispondere al quesito, quindi, in assenza di cause di interruzione del reato, questo si prescrive in sei anni dalla data di commissione del reato stesso.

In caso di atti interruttivi la prescrizione potrebbe aumentare da sette anni e mezzo fino a dieci anni.

Vincenzo chiede
venerdì 02/10/2015 - Puglia
“Buongiorno.Sono imputato x la presunta violazione dell'art. 479 del c.p.x aver suggerito fatti non veri nella compilazione di un verbale di arresto a dei miei collaboratori.(non è cosi)Il reato lo avrei commesso nel mentre ero in convalescenza per gravi motivi di salute e pertanto non in comando.Lo stesso articolo mi è stato contestato per un verbale di fine intercettazione ambientale che io non ho firmato ma firmato solamente da mio sottoposto.Per non farmi mancare nulla,lo stesso articolo mi viene per la 3^ volta contestato per aver truffato 2 ore di lavoro straordinario quando lo stesso giorno,ne avevo rinunciato a 8 e lo stesso mese rinunciato,con dichiarazione del comandante a ore 24.Il mio quesito è:trovano fondamento queste contestazioni?;i fatti risalgono al mese di gennaio-febbraio 2007;quando si prescrivono?;per la presunta violazione dell'art.368 1° comma quali sono i tempi per la prescrizione.Grazie.”
Consulenza legale i 06/10/2015
Nel caso di specie, non è semplice poter affermare se il reato contestato sussiste o meno per tutte le ipotesi elencate brevemente nel quesito. Si può, però, precisare quanto segue.

Il reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici punisce il pubblico ufficiale che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità (art. 479 del c.p.).

Che il fatto sia avvenuto mentre il pubblico ufficiale era in convalescenza, cioè, quindi, che il fatto non sia imputabile a quel soggetto (a prescindere dalla firma dell'atto, egli avrebbe potuto comunque formarne il contenuto), dovrà essere ovviamente oggetto di prova, e quindi nulla di preciso si può dire in proposito in questa sede.

Quanto alla circostanza che un verbale sia stato firmato da un sottoposto, va premesso che viene considerato atto pubblico ogni documento redatto dal pubblico ufficiale per uno scopo inerente alle sue funzioni, che contenga attestazioni di verità suscettibili di produrre effetti giuridici per la pubblica amministrazione. Il pubblico ufficiale è considerato "autore" dell'atto anche quando non coincide con il soggetto che lo ha scritto, posto che chi scrive può essere semplicemente un dattilografo: è possibile dire che l’autore è colui in nome del quale lo scritto è formato. Di norma, però, l'autore del documento lo sottoscrive. Quindi, nel caso di specie, si dovrebbero capire le ragioni per cui l'imputato è stato considerato autore del verbale anche se non lo ha firmato: probabilmente, l'atto è stato considerato come da lui formato, in quanto atto di sua competenza. Sul punto si dovrebbero analizzare meglio gli atti del processo.

In merito alle ore straordinarie, che presuntivamente sono state falsamente dichiarate, il quesito non fornisce sufficienti riferimenti per dare una risposta precisa. Si può comunque richiamare il principio sancito dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione, per cui "i cartellini marcatempo ed i fogli di presenza dei pubblici dipendenti non sono atti pubblici, essendo essi destinati ad attestare da parte del pubblico dipendente solo una circostanza materiale che afferisce al rapporto di lavoro tra lui e la pubblica amministrazione (oggi soggetto a disciplina privatistica), ed in ciò esauriscono in via immediata i loro effetti, non involgendo affatto manifestazioni dichiarative, attestative o di volontà riferibili alla pubblica amministrazione" (Cass. pen., SS.UU, 11.4.2006 n. 15983).

I tempi di prescrizione del reato di cui all'art. 479 c.p. sono 6 anni in relazione al primo comma dell'art. 476 c.p., e 10 anni in relazione al secondo comma dell'art. 476.
Invece, il reato ex art. 368, comma primo, c.p. (calunnia), si prescrive ordinariamente in sei anni (ma se dal fatto deriva una condanna superiore a 5 anni, si prescrive in 12 anni), prescrizione massima 7 anni e 6 mesi.

Vincenzo B. chiede
martedì 15/09/2015 - Puglia
“Lo stesso ufficiale di p.g., nel periodo in cui anche lui era indagato a causa mia e per i fatti che poi sono sfociati nella pseudo calunnia,dal nulla ebbe a crearmi 3 processi compreso uno militare da ove sono stato assolto con formula piena.Il nel secondo processo tutt'ora in atto(quello per calunnia è il 3°),dalle ambientali che mi collocarono in caserma,oltre ad emergere la mia estranietà dal reato di calunnia x cui su energica opposizione del p.m.il giudice neanche ai sensi dell'art.507 ha voluto acquisire la prova della mia innocenza,dall'ascolto delle predette ambientali ho scoperto che la stessa p.g. oltre a non trascrivere quanto accadde la sera del sequestro da dove poi sono diventato"calunniatore",omise di trascrivere altri fatti reato commessi da loro e da personale da me all'epoca dipendente.Presentai regolare denuncia e dopo u n palleggio tra i due magistrati interessati alla mia vicenda giudiziaria,chiese la archiviazione,in quanto i reati erano stati accertati ma a suo dire si erano prescritti.Esercitata l'opposizione all'archiviazione,dopo 15 mesi non si hanno notizie ma ho accertato che chi la sta trattando è lo stesso Gip. che mi ha rinviato a giudizio due volte,ovvero per tutti e due i processi in atto.Sempre dalle ambientali esercitate in caserma e dai relativi 9 dvd su 33 che avevo richiesto,ho accertato che la p.g. ha mentito anche sulla installazione delle microspie,in quanto nel mentre dichiarano di averle installate in una determinata data,viene certificato da loro stessi,che il giorno prima,l'ambientale piazzata nel mio ufficio era già funzionante.Allora mi chiedo e vi chiedo che valore probatorio può avere "un'indagine" enucleata in tale modo? Parte di queste "stranezze" le ho documentate e con relative memorie depositate in Tribunale,ma il processo continua.Voglio evidenziare inoltre che nel corso del processo,non sono mancate false testimonianze. Vi chiedo:cosa posso fare per far stoppare detto processo? Devo ancora inghiottire veleno? Vi ringrazio per le Vostre eccellenti consulenze.”
Consulenza legale i 23/09/2015
Con riferimento al quesito sottoposto alla Redazione di Brocardi, allo stato attuale della ricostruzione degli elementi in fatto, si evidenzia quanto segue.

Il quesito attiene all'eventuale rimedio processuale nella disponibilità della parte (indagato e imputato) volto a contestare sia la regolarità delle indagini svolte, sia la pronuncia di inammissibilità delle prove da parte del Giudice.

Al fine di rispondere a tale quesito occorre ricapitolare sinteticamente la disciplina, per quanto rileva in questa sede, dell'ammissibilità delle prove nel processo penale.

Nel processo penale "1. Le prove sono ammesse a richiesta di parte. Il giudice provvede senza ritardo con ordinanza escludendo le prove vietate dalla legge e quelle che manifestamente sono superflue o irrilevanti" (art. 190, comma 1, c.p.p.). Pertanto, la parte può richiedere al Giudice di valutare l'ammissibilità e la rilevanza della prova ed il Giudice decide con ordinanza circa la stessa ammissibilità e rilevanza della stessa al fine dell'accertamento della responsabilità penale.

Tra l'altro, il c.p.p. prevede che in determinati casi il Giudice abbia il potere di disporre l'ammissione di determinate prove, ove le ritenga utili (art. 190, comma 2, c.p.p.).

I provvedimenti sull'ammissione della prova possono essere revocati sentite le parti in contraddittorio (art. 190, comma 3, c.p.p.).
Pertanto, come sembra già essere accaduto nel caso di specie, è data la possibilità alle parti di opporsi ai provvedimenti del Giudice che hanno ritenuto non ammissibili determinate prove.

Ai sensi dell'art. 495 del c.p.p., il quale disciplina proprio l'adozione di provvedimenti del Giudice in ordine alle prove: "3. Prima che il giudice provveda sulla domanda, le parti hanno facoltà di esaminare i documenti di cui è chiesta l'ammissione. 4. Nel corso dell'istruzione dibattimentale, il giudice decide con ordinanza sulle eccezioni proposte dalle parti in ordine alla ammissibilità delle prove. Il giudice, sentite le parti, può revocare con ordinanza l'ammissione di prove che risultano superflue o ammettere prove già escluse".

Tra l'altro, anche nella fase processuale successiva al momento dell'acquisizione delle prove, il Giudice se risulta assolutamente necessario, può disporre anche di ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prove (art. 507, comma 1, c.p.p.).

Pertanto, con riferimento al caso di specie, ove la fase di contraddittorio si sia già svolta (cioè, la parte si sia opposta ai provvedimenti adottati dal Giudice in ordine alle prove, sia nella fase dell'acquisizione delle prove, sia nella fase successiva dell'istruzione dibattimentale), i medesimi vizi sembrerebbero potersi rilevare nell'atto di appello avverso l'eventuale sentenza di condanna (ai sensi dell'art. 593, c.p.p.), nel quale occorrerebbe evidenziare che il Giudice avrebbe dovuto assolvere l'imputato perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto (formula utilizzata in caso manchi la prova della sussistenza di un elemento oggettivo del reato, cioè condotta, nesso di causalità, evento).

Infatti, nella fase dell'impugnazione della sentenza di primo grado "1. Quando una parte (...) ha chiesto la riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o l'assunzione di nuove prove, il giudice, se ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti, dispone la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale" (art. 603, comma 1, c.p.p.).

Tra l'altro, anche nella fase di appello "La rinnovazione dell'istruzione dibattimentale è disposta di ufficio se il giudice la ritiene assolutamente necessaria" (art. 603, comma 3, c.p.p.).

Analogamente al giudizio di primo grado, anche nel giudizio di impugnazione, il Giudice provvede con ordinanza, nel contraddittorio delle parti.

Infine, anche laddove nella fase di appello dovesse essere pregiudicato il diritto di difesa dell'imputato, si potrebbe valutare la ricorribilità in Cassazione, che può avvenire solo per motivi "tassativi", ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. d, c.p.p., in caso di "mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta anche nel corso dell'istruzione dibattimentale limitatamente ai casi previsti dall'articolo 495, comma 2".

Vincenzo B. chiede
martedì 08/09/2015 - Puglia
“Facendo seguito alle mie precedenti e ad integrazione di quanto da me a Voi richiesto gradirei conoscere
1°:tra qualche giorno,ovvero prima del 30 settembre, maturerà la prescrizione nel processo che attualmente è al 1* grado. In caso di accettazione da parte del sottoscritto, il capitano che si è costituito parte civile in questo processo per" calunnia", potrà ancora chiedere il risarcimento?
2°Il giudice,quando non era ancora maturata la prescrizione, mi chiese se ero intenzionato ad accettarla e io risposi di no. Quel no,tenuto conto che il periodo non era ancora maturato acchè il reato si prescrivesse è ancora valido? Se non valido, perchè da parte del giudice proposto con largo anticipo,vi sono sentenze della suprema corte che invalidano tale modus operandi del predetto Magistrato?
3°per i 4 falsi testimoni,dello stesso processo,nel caso di accettazione della prescrizione,potrei richiedere,con giudizio civile il risarcimento del danno?
Vi ringrazio di cuore anticipatamente”
Consulenza legale i 09/09/2015
Ai sensi dell'art. 157 del c.p., la prescrizione del reato è causa estintiva della fattispecie criminosa, sulla base del principio per cui, trascorso un certo periodo di tempo, l'interesse dello Stato alla punizione di certi reati si attenua, all'affievolirsi del loro disvalore sociale.
La prescrizione, quindi, determina l’estinzione non solo della pena, ma del reato stesso: per questo, il giudice penale è privato del motivo fondante l'esercizio della sua giurisdizione e deve pronunciare sentenza di non doversi procedere, enunciandone la causa nel dispositivo (art. 531 del c.p.p.).

Veniamo, quindi, a rispondere alle domande poste nel quesito.

1.
Quando nel corso del primo grado viene emessa sentenza di assoluzione per prescrizione, il giudice non decide sulla domanda per le restituzioni e il risarcimento del danno, in quanto ai sensi del primo comma dell'art. 538 del c.p.p. egli può farlo solo quando pronuncia sentenza di condanna. Costituisce, infatti, principio generale del nostro ordinamento che il giudice penale può pronunciare sulla domanda risarcitoria civile solo se abbia previamente giudicato ed accertato la sussistenza della responsabilità penale alla quale consegue la statuizione sulla responsabilità civile.
In altre parole, quando l'imputato in primo grado sia stato prosciolto (o comunque non vi sia una pronuncia di condanna, come quando si dichiari la prescrizone del reato) e, quindi, difetti qualsiasi delibazione in punto di responsabilità, in sede di impugnazione, la declaratoria di prescrizione è ostativa in ordine a qualsiasi indagine finalizzata alla decisione sugli effetti civili. Di conseguenza, in tal caso, con l'estinzione del reato che la prescrizione determina, viene meno anche il presupposto per una condanna al risarcimento dei danni ed alle spese.

La parte civile nel processo di calunnia, pertanto, non potrà ottenere la pronuncia sul risarcimento dei danni.

2.
L'art. 157 sancisce che la prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall'imputato. Come e quando?
Va premesso che la rinuncia "costituisce un diritto personalissimo dell’imputato che è a lui personalmente ed esclusivamente riservato e presuppone una dichiarazione di volontà espressa e specifica che non ammette equipollenti" (v. ex multis, Cass. pen., sez. II, 21.6.2005, n. 23412; Cass. pen., sez. V, 22.12.2010, n. 45023).
Quanto al momento in cui la rinuncia può essere validamente espressa, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che essa "va effettuata dall’imputato dopo che i termini massimi sono maturati [...] ma prima che si giunga alla sentenza che conclude il giudizio in corso, così che il giudice, ormai esclusa per espressa volontà dell’imputato l’applicazione della prima parte dell’art. 129 c.p.p., possa pronunciarsi “liberamente” sul merito della contestazione con affermazione di assoluzione o di condanna" e che "[..] Una volta che il giudice si sia pronunciato sulla contestazione dichiarando l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione, non può ammettersi che nei successivi gradi di giudizio l’imputato manifesti per la prima volta la propria rinuncia alla prescrizione che, in presenza del principio di divieto di reformatio in pejus, altererebbe la pienezza della valutazione del giudice e la parità tra le parti processuali" (Cass. pen., sez. III, 24.9.2009, n. 37583).

Nel caso di specie, la rinuncia espressa prima della maturazione dei termini non appare valida.

3.
In caso di sentenza che dichiara la prescrizione del reato nel giudizio avente ad oggetto il reato di calunnia, l'imputato avrà la possibilità di agire in sede civile per chiedere ai quattro testimoni che hanno reso false dichiarazioni di risarcirlo dei danni da questi subiti.
Ovviamente, si applicheranno le norme regolanti il diritto e il processo civile, quindi il danneggiato dovrà provare, ai sensi dell'art. 2043 del c.c. l'esistenza e l'entità del danno, la condotta antigiuridica dei danneggianti, e il nesso causale che lega tale condotta al pregiudizio subito.

Aldo C. chiede
martedì 12/05/2015 - Emilia-Romagna
“chiedo se, quando un reato è caduto in prescrizione, si deve comunque procedere al processo per legge in quanto quel reato c'è stato (rendendo una sentenza sfavorevole al reo ovviamente inefficace) oppure, quando un reato è prescritto, non si procede a nulla.”
Consulenza legale i 18/05/2015
La prescrizione è quell'istituto il cui effetto è quello di estinguere il reato, ad eccezione dei casi in cui è prevista la pena dell'ergastolo, qualora sia decorso un certo periodo di tempo dalla commissione del reato senza che sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna. (art. 157 del c.p.).
Tale istituto è tipicamente ricondotto all’attenuarsi dell’interesse dello Stato alla punizione dei reati il cui disvalore sociale si sia affievolito per il trascorrere del tempo.

Quando il reato risulta prescritto, il giudice penale non può pronunciare la condanna, anche se sono evidenti gli elementi della colpevolezza dell'imputato.

In merito al quesito proposto, bisogna specificare quali soggetti possono valutare il fatto che il reato sia prescritto.
Difatti, va anche considerato che non è sempre pacifico che un reato sia caduto in prescrizione, poiché vi possono essere interpretazioni diverse:
- sulla qualificazione del fatto come un reato piuttosto che come un altro;
- sul dies a quo (giorno da cui inizia) del decorso della prescrizione del reato, che risulta diverso a seconda della tipologia e della struttura del reato medesimo (es. per i reati consumati il termine prescrizionale decorre dal giorno della consumazione, per i reati permanenti dal giorno della cessazione della permanenza, ...);
- etc.

Il pubblico ministero che viene a conoscenza di una notizia di reato, ha l'obbligo di compiere le dovute indagini, iscrivendo la notizia nell'apposito registro (art. 335 del c.p.p.: l'istituzione del registro delle notizie di reato trova il proprio fondamento nell'esigenza di garantire il rispetto dei termini massimi di durata delle indagini preliminari), anche se sospetta che il reato possa essere prescritto. In questa fase, la legge impone al P.M. di compiere ogni attività necessaria per assumere gli elementi conoscitivi necessari all'esercizio dell'azione penale, compreso lo svolgimento di accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini (è in questo modo che il pubblico ministero decide se formulare o meno un capo di imputazione contro l'indagato).

Naturalmente, se poi appare evidente che il reato è estinto, e se per accertare ciò non è necessario procedere al dibattimento, il giudice, in camera di consiglio, sentiti il pubblico ministero e l'imputato e se questi non si oppongono, pronuncia sentenza inappellabile di non doversi procedere enunciandone la causa nel dispositivo (come stabilito dall'art. 469 c.p.p.).
Vi è, però, una precisazione da fare: l'art. 469 c.p.p. fa salvo quanto previsto dall'articolo 129 comma 2, secondo il quale quando ricorre una causa di estinzione del reato ma dagli atti risulta evidente che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere con la formula prescritta. Un tale provvedimento non può essere pronunciato nel pre-dibattimento (dove non è contemplato il proscioglimento nel merito), dunque la sentenza non può essere anticipata ed occorre procedere al dibattimento.
La giurisprudenza di legittimità ha precisato che "All'esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, nel caso di contraddittorietà o insufficienza della prova, non prevale rispetto alla dichiarazione immediata di una causa di non punibilità" (Cass. pen. , SS.UU., 15.9.2009, n. 35490). In altre parole, il giudice dovrebbe sempre pronunciare immediatamente l'estinzione del reato se la prova offerta non è tale da far emergere con assoluta evidenza la non colpevolezza.

P. C. chiede
lunedì 30/06/2014 - Estero
“Desidererei sapere con certezza in quanto tempo si prescrive la possibilita´di fare una querela di falsa testimonianza a carico di un teste che,in una udienza(civile) al tribunale, dichiara consapevolmente e volutamente il falso ,allo scopo di danneggiare la controparte.Il tutto e´verbalizzato e puo´essere sconfessato da diversi altri testimoni,anche tramite dichiarazioni scritte.Si parte dalla data dell'udienza o da quando si e´venuti a conoscenza? Grazie e tanti saluti.”
Consulenza legale i 30/06/2014
Il reato di falsa testimonianza è commesso da chi, deponendo davanti all’autorità giudiziaria in qualità di testimone, affermi il falso o neghi il vero, ma anche a chi ometta di riferire, anche solo parzialmente, i fatti sui quali è interrogato (art. 372 del c.p.).
Innanzitutto va chiarito che la querela compete a ogni persona offesa da un reato per cui non debba procedersi d’ufficio o dietro richiesta o istanza (art. 120 del c.p.). Pertanto, in relazione al delitto di cui all'art. 372 c.p., che è procedibile d’ufficio, la parte danneggiata dalla falsa testimonianza non presenterà una querela, bensì una semplice denuncia.
L’unico limite temporale per presentazione della denuncia è quello della prescrizione del reato, che è pari a sei anni (in assenza di atti interruttivi) ai sensi dell'art. 157 del c.p., cioè il massimo della pena edittale prevista dall'art. 372.
La prescrizione del reato decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l'attività del colpevole; per il reato permanente, dal giorno in cui è cessata la permanenza (art. 158 del c.p.). Quindi, per il delitto di falsa testimonianza, il termine prescrizione decorre dalla consumazione che avviene nel momento in cui all'udienza il giudice prende definitivamente coscienza delle dichiarazioni mendaci, anche se non è ancora scaduto il termine per ritrattare.

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