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Articolo 2049 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Responsabilità dei padroni e dei committenti

Dispositivo dell'art. 2049 Codice civile

I padroni e i committenti (1) sono responsabili per i danni [2056 ss.] arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell'esercizio delle incombenze a cui sono adibiti [1900] (2) (3).

Note

(1) La norma si applica se esiste un rapporto che attribuisce il potere direzionale e decisionale a padroni e committenti, di cui è tipico quello di lavoro subordinato.
(2) E' necessario, cioè, che lo svolgimento dell'attività costituisca l'occasione che ha originato l'illecito (c.d. nesso di occasionalità necesaria).
(3) Il danneggiato non ha l'onere di provare dolo o colpa del danneggiante mentre rimane, ovviamente, l'onere di dimostrare gli altri elementi costitutivi dell'illecito. Secondo il dettato della norma, invece, padroni e committenti non hanno la possibilità di fornire la prova contraria. Tuttavia, la giurisprudenza ammette la dimostrazione del fortuito a loro discolpa.

Ratio Legis

In passato si riteneva che la colpa di padroni e committenti derivasse da una loro negligenza nella scelta dei sottoposti (c.d. culpa in eligendo) o nella loro sorveglianza (c.d. culpa in vigiliando). Le teorie più recenti, invece, la riconducono al principio cuius commoda et eius incommoda: chi ha il beneficio dell'opera dei sottoposti ne sopporta anche i rischi.

Brocardi

Cuius commoda, eius et incommoda
Culpa in eligendo
Culpa in vigilando
Qui habet commoda, ferre debet onera

Spiegazione dell'art. 2049 Codice civile

II rapporto institorio o di preposizione. Inammissibilità della prova libe­ratoria

Il rapporto institorio, o di preposizione, importa responsabilità rigorosa da. parte del padrone o committente pel fatto illecita (doloso o col­poso) del dipendente. Responsabilità indiretta, ma senza ammissibilità della prova che non si sia potuto da esso padrone o committente impedire il fatto dannoso. Così pel codice del 1865, così pel nuovo. Secondo gli scrittori fran­cesi il criterio fu quello di rendere attenti i padroni nella scelta dei loro do­mestici, e l'altro di non essere deboli o negligenti nella vigilanza.

Secondo altri il criterio è quello della rappresentanza, che andrebbe qui oltre i limiti del mandato, e sarebbe comprensivo di ogni caso nel quale si compia un fatto nell’adempimento di un' incombenza in nome e nello interesse di altri. La responsabilità del padrone e del committente viene anche fondata da altri scrittori sul criterio dell'arricchimento, concretato nella formula « cuius commoda eius et incommoda » ma sembró più consono il principio della culpa in eligendo et in vigilando, pure meritando considerazione rilievo che chi si avvantaggia dell'opera altrui deve soffrirne il pregiudizio nella esecuzione. Dalla relazione ministeriale che accompagna il progetto definitivo del libro delle obbligazioni si evince che il nostro legislatore ha mantenuto la norma, fondandola « su una colpa in vigilando oltre che su quella in eligendo ».

La prova di non avere potuto impedire fatto non è consentita. Parte della dottrina (Laurent, Venzi) rilevò che non essendo possibile fare a meno di domestici e di commessi sia iniquo che permanga la responsabilità se nella scelta si sia stati diligentissimi. Il codice civile austriaco (ai §§ 1314 e 1315) ed il tedesco (§ 831) esentano in tali casi da responsabilità il com­mittente: che anzi, nel codice germanico l'obbligo cessa se il committente sia nella scelta del dipendente, sia in quanto debba fornirgli gli apparecchi ed utensili necessari, o, dirigere la esecuzione, abbia usato la cura richiesta nei comuni rapporti, o se il danno, anche supponendo che questa non sia stata adoperata, sarebbe avvenuto egualmente.

Sia però nel progetto del 1927, sia nei successivi, non, si è dubitato della bontà della norma del codice del 1865, che si riporta al codice civile francese ed alla teorica del Pothier. Il Ministro nella accennata relazione manifestò qualche dubbio « in con­siderazione delle regole poste dall'ordinamento fascista per l'assunzione dei lavoratori », pel quale ordinamento, allora in vigore, «appositi uffici regolano il collocamento dei dipendenti presso le aziende» onde il criterio della culpa in eligendo verrebbe per lo meno attenuato, sennonchè il Ministro stesso si riportò in definitiva all'altro criterio della culpa in vigilando.


Domestici, e commessi. Esercizio delle incombenze

La norma è di rigore, e pertanto, sia nella determinazione di chi sia « domestico » o « commesso », sia nella precisazione « dell'esercizio della incombenze a cui sono adibiti » occorre procedere con ponderatezza. Agevole la nozione di domestico; qui il significato risponde al filologico. Commesso deriva da committere, è colui cui siano affidate incombenze, in conseguenza del rapporto : si è formata in materia larga letteratura giuridica, giurispru­denza, nè sembra il caso indugiarsi su di esse.

Il fatto illecito deve porsi in essere dal dipendente nell'esercizio delle incombenze a lui affidate, deve, cioè, riattaccarsi alla funzione. Esistendo, tale rapporto non pure causativo, ma anche semplicemente occasionale, il padrone risponde. Ogni distinzione tra eccesso ed abuso, a prescindere dal fatto che non è esauriente, si palesa improduttiva di conseguenze giuridiche; dicasi lo stesso della distinzione tra operato colposo e doloso. Se l'operato del dipendente per eccesso o per abuso, per dolo o per colpa, trovi nell'eser­cizio delle incombenze causa, o anche semplice occasione, o, comunque, attinenza, il padrone o committente è tenuto. Bisogna che sussista un nesso logico, il che vale che senza l'affidamento di quelle incombenze il danno non si sarebbe verificato, o, quanto meno, che l'esercizio delle incombenze abbia agevolato la consumazione del fatto. Anche su questo punto vi è larga giurisprudenza.

Il rapporto di domestico a padrone, di commesso a committente non implica necessariamente che l'opera al primo affidata importi utilità al secondo, onde il committente, qualunque sia il fine dal quale venga mosso, nell'attribuire a terso un incarico o una commissione, deve rispondere del malo operato di costui, nello espletamento di essi. E qui rimane confermato che la responsabilità cosiddetta indiretta non deve riguardarsi come fondata sul criterio assoluto del comodo e dello incomodo, per il quale dovrebbe affermarsi che ove non ricorra utilità pel committente non possa sussistere obbligo d' indennizzo. Il criterio fondamentale è quello della culpa in eligendo ed in vigilando, per il quale anche chi si sia assunto un ufficio a scopo di filantropia deve esaurirlo in modo da non pregiudicare colui che se ne dovrebbe avvan­taggiare, nè i terzi, onde occorre che scelga a ministri ed esecutori persone che senza danno altrui sappiano disimpegnarlo.

La responsabilità del preponente sussiste anche se il danno sia arrecato da qualcuno dei commessi ad altro commesso, sempre, s' intende, che vi sia relazione con l’ incombenza.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

656 Nell'articolo 771, il cui testo riproduce l'articolo 80 del progetto del 1936 alla più felice formulazione dell'articolo 1153 cod. civ., ho mantenuto fermo il principio della responsabilità dei padroni e dei committenti per i danni prodotti dai domestici e dai commessi.
Ma, mentre tali regole non concernono, per ora, tutte le categorie di lavoratori, peraltro, mi è parso che, fondandosi la norma su una culpa in vigilando, oltre che su quella in eligendo, la base di una responsabilità del committente del padrone si verrebbe a giustificare anche ammesso che essi non abbiano un diritto di scelta di fronte all'ufficio di collocamento.

Massime relative all'art. 2049 Codice civile

Cass. civ. n. 22058/2017

In tema di fatto illecito, la responsabilità dei padroni e committenti per il fatto del dipendente ex art. 2049 c.c. non richiede che tra le mansioni affidate all'autore dell'illecito e l'evento sussista un nesso di causalità, essendo sufficiente che ricorra un rapporto di occasionalità necessaria, nel senso che le incombenze assegnate al dipendente abbiano reso possibile o comunque agevolato il comportamento produttivo del danno al terzo. (Nella specie, la S.C. ha ravvisato responsabilità dell'azienda ospedaliera per i danni provocati da un medico autore di violenza sessuale in danno di paziente, perpetrata in ospedale e in orario di lavoro, nell'adempimento di mansioni di anestesista, narcotizzando la vittima in vista di un intervento chirurgico).

Cass. civ. n. 12283/2016

Ai fini della configurabilità della responsabilità ex art. 2049 c.c., è sufficiente che il fatto illecito sia commesso da un soggetto legato da un rapporto di preposizione con il responsabile, ipotesi che ricorre non solo in caso di lavoro subordinato ma anche quando per volontà di un soggetto (committente) un altro (commesso) esplichi un'attività per suo conto.

Cass. civ. n. 10757/2016

In tema di responsabilità dei preposti, il fatto dannoso deve essere illecito sotto il profilo oggettivo e soggettivo, e in particolare, sotto il primo aspetto, può essere sia doloso che colposo, senza che sia necessario identificare l'autore del fatto, perché è sufficiente accertare che quest'ultimo, anche se rimasto ignoto, sia legato da rapporto di preposizione con il preponente, ravvisabile tutte le volte in cui un soggetto utilizzi e disponga dell'attività altrui.

Cass. civ. n. 6528/2011

In tema di responsabilità civile derivante da fatto illecito, la norma dell'art. 2049 c.c. - che pone a carico dei padroni e committenti la responsabilità per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi, nell'esercizio delle incombenze cui sono adibiti - trova applicazione limitatamente al danno cagionato ad un terzo dal fatto illecito del domestico o commesso, ma non è invocabile al fine di ottenere il risarcimento del danno che quest'ultimo abbia procurato al committente oppure a se stesso

Cass. civ. n. 215/2010

In caso di distacco del dipendente presso altra organizzazione aziendale, il datore di lavoro distaccante, in capo al quale permane la titolarità del rapporto di lavoro, è responsabile, ai sensi dell'art. 2049 c.c., dei fatti illeciti commessi dal dipendente distaccato, atteso che il distacco presuppone uno specifico interesse del datore di lavoro all'esecuzione della prestazione presso il terzo, con conseguente permanenza della responsabilità, secondo il principio del rischio di impresa, per i fatti illeciti derivati dallo svolgimento della prestazione stessa.

Cass. civ. n. 17836/2007

La responsabilità indiretta ex art. 2049 c.c. del datore di lavoro per il fatto dannoso commesso dal dipendente non richiede che tra le mansioni affidate all'autore dell'illecito e l'evento sussista un nesso di causalità, essendo sufficiente che ricorra un rapporto di occasionalità necessaria tale per cui le funzioni esercitate abbiano determinato o anche soltanto agevolato la realizzazione del fatto lesivo. E irrilevante, pertanto, che il dipendente abbia superato i limiti delle mansioni affidategli, od abbia agito con dolo e per finalità strettamente personali. (In applicazione di tale principio la S.C. ha ritenuto la correttezza della sentenza impugnata con cui era stata riconosciuta la responsabilità del Ministero della Difesa per le violenze subite da un militare di leva da parte di soldati e graduati in quanto realizzate proprio in virtù del vincolo di sovrardinazione gerarchica esercitato sul danneggiato).

Cass. civ. n. 21685/2005

Per la sussistenza della responsabilità dell'imprenditore ai sensi dell'art. 2049 c.c. non è necessario che le persone che si sono rese responsabili dell'illecito siano legate all'imprenditore da uno stabile rapporto di lavoro subordinato, ma è sufficiente che le stesse siano inserite, anche se temporaneamente od occasionalmente, nell'organizzazione aziendale, ed abbiano agito, in questo contesto, per conto e sotto la vigilanza dell'imprenditore. (Nella specie, la S.C., enunciando il riportato principio, ha rigettato il motivo di ricorso proposto da una società di gestione di un impianto di risalita di una pista da sci, affermando, anche sulla scorta dell'interpretazione della specifica legislazione della Provincia autonoma di Trento, la correttezza della motivazione dell'impugnata sentenza di appello, con la quale era stata affermata la responsabilità della predetta società in ordine ai danni conseguenti ad un infortunio occorso ad una sciatrice che, nel mentre trovavasi ferma sulla pista, era stata urtata dal toboga condotto da un addetto volontario al soccorso, sul presupposto che quest'ultimo svolgesse un servizio di assistenza per conto della medesima società, sulla quale incombeva l'obbligo di organizzare l'impresa in modo da assicurare il servizio stesso nel rispetto delle specifiche disposizioni regolamentari contemplate in materia e ricadeva, pertanto, il derivante obbligo di vigilanza e la responsabilità per l'operato dell'addetto, ancorché espletato a titolo di volontariato).

Cass. civ. n. 14096/2001

Per l'affermazione della responsabilità indiretta del committente per il danno arrecato dal fatto illecito del commesso ai sensi dell'art. 2049 c.c. è sufficiente che sussista un nesso di occasionalità necessaria tra l'illecito stesso ed il rapporto che lega i due soggetti, nel senso che le mansioni o le incombenze affidate al secondo abbiano reso possibile o comunque agevolato il comportamento produttivo del danno; non può, pertanto, farsi carico al committente delle conseguenze di un fatto posto in essere dal preposto non durante l'espletamento delle incombenze demandategli e non a fine di adempiere ad esse ma al di fuori di esse e per soddisfare un bisogno estraneo alle stesse, venendo meno in tal caso il vincolo di occasionalità tra le incombenze e il fatto generatore del danno. (Sulla base di tale principio la Suprema Corte ha confermato la sentenza di merito di esclusione della responsabilità del committente in un caso in cui il preposto, incaricato di impiantare cavi elettrici presso un privato, aveva acceduto alla richiesta di questi di fissare al soffitto di una stanza una plafoniera, dalla cui caduta erano derivati danni).

Cass. civ. n. 5957/2000

La responsabilità (diretta) dei genitori, ai sensi dell'art. 2048 c.c., per il fatto illecito dei figli minori imputabili può concorrere con quella dei precettori, essendo esse rispettivamente fondate sulla colpa in educando e su quella in vigilando. La presenza di questi astratti titoli di responsabilità, fra loro concorrenti, non impedisce che — trattandosi di illecito commesso da minore nell'esercizio della sua attività di apprendista — possa essere accertata la responsabilità esclusiva, ex art. 2049 c.c., del datore di lavoro. Tale responsabilità, essendo fondata sul presupposto dell'esistenza di un rapporto di subordinazione fra l'autore dell'il¬lecito ed il proprio datore di lavoro, e sul collegamento dell'illecito stesso con le mansioni svolte dal dipendente, prescinde del tutto dalla colpa in eligendo o in vigilando del datore di lavoro, è quindi insensibile all'eventuale dimostrazione dell'assenza di colpa dello stesso, e può ricorrere anche in caso di dolo del commesso.

Cass. civ. n. 6233/1999

La responsabilità del preponente ex art. 2049 c.c. si fonda sulla mera circostanza dell'inserimento dell'agente nell'impresa, senza che assuma, all'uopo, rilievo, il carattere della continuità, o meno, dell'incarico affidatogli — essendo sufficiente, per converso, che il comportamento illecito del preposto sia stato agevolato o reso possibile dalle incombenze a lui demandate dall'imprenditore — e senza che, ancora, risulti necessaria la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra l'agente ed il preponente.

Cass. civ. n. 10034/1998

La presunzione di responsabilità stabilita dall'art. 2049 c.c. postula l'esistenza di un incarico di esecuzione di opere che importi un vincolo di dipendenza, vigilanza e sorveglianza, anche solo temporaneo, ed un collegamento, anche solo di occasionalità necessaria, fra tale incarico e colui che nell'interesse del committente lo esegue, anche se l'esecutore è persona normalmente alle dipendenze di altri.

Cass. civ. n. 6691/1998

Il preponente o committente non può essere chiamato a rispondere, ai sensi dell'art. 2049 c.c., del fatto illecito commesso dal preposto o commesso dopo la cessazione del rapporto di preposizione.

Cass. civ. n. 9984/1996

Il dolo del commesso nel compiere il fatto dannoso non esclude il rapporto di occasionalità necessaria con le mansioni affidategli, da intendersi nel senso che l'illecito è stato reso possibile o comunque agevolato dal rapporto di lavoro con il committente, che pertanto ne risponde ai sensi dell'art. 2049 c.c.

Cass. civ. n. 11807/1995

L'art. 2049 c.c., pur disciplinando la responsabilità del committente per danni arrecati dai commessi ai terzi, trova la sua ratio nel principio di carattere più generale per cui l'azione compiuta dal commesso nell'esercizio delle sue incombenze è sempre riferibile al committente, il quale di conseguenza ove sia stato danneggiato dal commesso deve, nei rapporti con qualsiasi terzo, imputare il danno a sè stesso, salva la responsabilità del commesso nei suoi confronti.

Cass. civ. n. 9100/1995

La responsabilità extracontrattuale di cui all'art. 2049 c.c., essendo fondata sul presupposto della sussistenza di un rapporto di subordinazione tra l'autore dell'illecito e il proprio datore di lavoro e sul collegamento dell'illecito stesso con le mansioni svolte dal dipendente, prescinde del tutto da una culpa in eligendo o in vigilando del datore di lavoro ed è quindi insensibile all'eventuale dimostrazione dell'assenza di colpa, con la conseguenza che l'accertamento della non colpevolezza del datore di lavoro compiuto dal giudice penale non vale ad escluderla.

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Renato C. chiede
sabato 18/01/2014 - Lazio
“Montaggio tende da sole sul balcone: in caso di caduta accidentale dell'operaio, chi ne risponde?
Proprietario casa o ditta?”
Consulenza legale i 28/01/2014
La normativa in tema di sicurezza sul lavoro (d.lgs. 81/2008, successivamente modificato dal d.lgs. 106/09) ha introdotto una serie di principi circa la corretta gestione degli adempimenti previsti per legge che coinvolge, oltre ai lavoratori e al datore di lavoro, anche il committente delle opere.

Il committente è colui che commissiona gli interventi di una o più ditte, o di lavoratori autonomi, come l'elettricista e l'idraulico. Spesso il lavoro va svolto nella propria abitazione o in un condominio: committente sarà quindi, rispettivamente, il proprietario della casa (o l'usufruttuario, ad esempio) e il condominio.

L'art. 15 del d.lgs. 81/2008 indica una serie di misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, che anche il committente è tenuto a rispettare (ai sensi dell'art. 90 del T.U. Sicurezza): ad esempio, la valutazione dei rischi per la salute e sicurezza; l’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo; la sostituzione di ciò che è pericoloso con ciò che non lo è, o è meno pericoloso; etc.

E' chiaro che la situazione presenta risvolti diversi a seconda che l'operaio che svolge i lavori presso una abitazione privata sia dipendente di una azienda con struttura organizzata, con cui il committente conclude un contratto di appalto (verbale o scritto che sia), o il privato si affidi direttamente all'artigiano o al lavoratore autonomo, che svolga l'attività prevalentemente da solo.

Nel primo caso, il committente, anche se esonerato da specifici compiti inerenti alla progettazione dei sistemi di sicurezza, ha comunque la responsabilità di valutare la regolarità e l'affidabilità dell'impresa incaricata. Per far ciò, egli è tenuto ad esaminare una serie di documenti relativi all'impresa, come, banalmente, l'iscrizione alla Camera di Commercio e il DURC (che attesta la regolarità contributiva della ditta), oltre a tutti quelli elencati all'art. 90 del d.lgs 81/2008. Di conseguenza, può essere ravvisata in capo al committente - anche di lavori di modesta entità - la responsabilità circa la verifica dei sistemi di sicurezza (impalcature, imbragatura, etc.) utilizzati nel concreto dall'operaio che svolge l'opera presso la sua abitazione. Il citato articolo 90 prevede una serie di sanzioni penali e amministrative per il mancato ottemperamento agli obblighi previsti in capo al committente (o al responsabile dei lavori).

Nel secondo caso, quando il committente si affida a un artigiano, un lavoratore autonomo o un dipendente di ditta che fa lavoretti "extra" dopo il lavoro, il proprietario di casa è tenuto ad ancora maggiore diligenza. Difatti, i giudici della Suprema Corte hanno dichiarato che al proprietario compete di vigilare se il soggetto stia utilizzando sistemi infortunistici idonei alla prestazione che è chiamato ad adempiere. Con sentenza del 21 settembre 2009 n. 36581, la Cassazione ha condannato il proprietario-committente per omicidio colposo dell'operaio, morto per infortunio occorso in occasione dello svolgimento dei lavori commissionati, il quale aveva omesso di adottare idonee misure di protezione. In particolare, "l'avere utilizzato le prestazioni lavorative della vittima nelle descritte condizioni costituiva circostanza che imponeva alla Corte di merito di verificare se (il committente-privato) avendo commissionato un lavoro pericoloso, dovesse o meno vigilare affinché le opere da realizzare fossero poste in essere in condizioni di sicurezza e nel rispetto della normativa antinfortunistica. I giudici del merito non potevano non accertare se (l'esecutore) fosse persona munita di capacità tecnica e professionale proporzionata al tipo di attività commissionata".
Anche con sentenza del 1 dicembre 2010 n. 42465, la Cassazione ha sancito la responsabilità per omicidio colposo del committente in caso di morte di un lavoratore causata dalla caduta da un’impalcatura, posta all’interno di un'abitazione.

Quanto detto vale sotto il profilo penalistico-amministrativo.
Dal punto di vista civilistico, può sempre ipotizzarsi una responsabilità del proprietario di casa per custodia (art. 2051 del c.c.), scaturente dalla mancata vigilanza di una cosa su cui si abbia un effettivo "potere fisico", che implica l'onere di accertarsi che dalla cosa stessa non derivi danno ad altri. Si pensi al caso in cui l'operaio sia scivolato perché la mancata manutenzione di un muro o di una pavimentazione da parte del proprietario abbia causato la caduta di una scala. Naturalmente, affinché il proprietario sia tenuto a risarcire il danno, deve sussistere un nesso causale tra la cosa e l’evento dannoso, che può essere interrotto anche dal mero comportamento colposo del danneggiato, ascrivibile ad esempio al mancato uso dell’ordinaria diligenza (per es., l'operaio posiziona la scala senza accertarsi della scivolosità di un pavimento - si parla in senso tecnico di "prova liberatoria", che deve essere molto rigorosa).

Infine, laddove possa essere individuata una specifica colpa in capo al proprietario, il quale abbia cagionato un danno al lavoratore mentre questi operava presso la sua abitazione, può sempre ipotizzarsi anche una responsabilità civile generica, ai sensi dell'art. 2043 del c.c.. Si pensi, ad esempio, al caso in cui il proprietario abbia causato con un suo comportamento negligente la caduta dell'operaio da una scala.

Tutto ciò premesso, al quesito proposto non può essere data risposta certa, in quanto andrebbe esaminata con estrema attenzione tutta la vicenda concreta. Tuttavia, è bene che il proprietario di casa-committente ricordi che anche in capo a sé può sorgere una responsabilità, addirittura penale, per gli incidenti che possono capitare ai lavoratori prestanti attività presso la propria abitazione.

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