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Articolo 1 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Reati e pene: disposizione espressa di legge

Dispositivo dell'art. 1 Codice penale

Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge(1), né con pene che non siano da essa stabilite(2).

Note

(1) La norma recepisce nel sistema normativo penale il c.d. principio di legalità formale (nullum poena nullum crimen sine lege) secondo cui reato è solo ciò che è previsto come tale dalla legge. Su tratta di un principio di carattere generale, già espresso nell'art.art. 25 Cost., comma 2, in virtù del quale: «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso», e parimenti confermato dagli artt. 7 Cedu e 49 della Carta di Nizza, nonché l'art. 14 delle disp. prel. al codice penale.
(2) Si ribadisce il principio della riserva di legge anche in relazione alle pene, nonostante la Costituzione non vi faccia riferimento. Aspetto che non può non essere considerato, anche a fronte di quanto dispone l'art. art. 25 Cost. comma 3, il quale estende il principio di riserva di legge alle misure di sicurezza.

Ratio Legis

La norma accoglie nel sistema codicistico il principio di legalità nella sua accezione formale, in virtù del quale la norma penale è legittima solo ove il suo oggetto sia stabilito da una legge precisa e determinata.
Non trova quindi spazio la concezione sostanziale, propria degli ordinamenti di tipo assolutistico, che invece individua come reato ogni fatto socialmente pericoloso, a prescindere dalla sussistenza di una previsione di legge che lo configuri espressamente come fatto penalmente rilevante.
Il principio, costituzionalizzato attraverso l'art. 25 Cost., è affermato con riferimento al precetto e alla pena tanto quanto alle misure di sicurezza, come confermato dall'art. 199 c.p., ed è giustificato da esigenze di certezza e di salvaguardia del cittadino dagli arbitri del potere esecutivo e giudiziario. La dottrina ritiene che tale principio assuma quattro diverse caratterizzazioni:

  • la riserva di legge
  • l'irretroattività
  • la determinatezza o tassatività e
  • il divieto di analogia.

Secondo il principio della riserva di legge, l'organo legislativo è l'unico depositario del potere di legiferare in materia penalistica, al fine di possibili abusi del potere esecutivo.

A sua sua volta l'irretroattività, invece, ha la funzione di tutelare il cittadino nei confronti del potere legislativo.

Infine, al fine di proteggere soprusi eventualmente realizzabili dal potere giudiziario, il legislatore ha posto la necessità che la norma sia sufficientemente precisa, determinata (principio di tassatività) e che questa venga applicata sono in relazione ai casi da questa regolati (divieto di analogia), eccetto i casi in cui l'applicazione analogica possa risultare favorevole all'agente (analogia in bonam partem).

Brocardi

Nullum crimen sine poena, nulla poena sine lege

Spiegazione dell'art. 1 Codice penale

L'articolo in oggetto descrive il principio di legalità, sancito in primis dall'art. 25, co. 2 Cost., a tenore del quale “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”.
Strettamente collegato ad esso, costituendone un corollario fondamentale, è il principio di riserva di legge, secondo il quale spetta solo alla legge dello Stato disciplinare fattispecie penalmente rilevanti.
In virtù di tale principio, l'unica fonte normativa in materia penale sarebbe quindi la legge statale, venendo affidato così in via esclusiva al legislatore (Parlamento) il compito di criminalizzare le condotte umane, nel pieno rispetto del principio di separazione dei poteri.
Parte della dottrina ritiene che tale assunto debba essere interpretato in senso restrittivo ovvero solo la legge, qui da intendersi in senso formale, è fonte legittima del diritto penale. Infatti, essendo essa diretta emanazione dell'organo legislativo, si pone come il risultato di scelte di criminalizzazione adeguatamente discusse, con la partecipazione anche delle minoranze e delle forze di opposizione.
Prevale però in dottrina la considerazione per cui, ai fini dell'integrazione del principio della riserva di legge, anche la legge in senso materiale - decreto legislativo (art. 76 Cost.) e decreto-legge (artt. 77 Cost.) - sarebbe legittimata a produrre norme incriminatrici.
Per quanto riguarda le leggi regionali, stante la competenza esclusiva dello Stato in tale materia, queste non si considerano parte delle fonti di produzione del diritto penale, salvo quei casi in cui siano le stesse norme penali statali a fare riferimento a norme di ordinamenti regionali (si veda a tal proposito l'art. 44 del T.U. edilizia, nell'ambito del quale riveste un ruolo fondamentale la normativa regionale, la quale disciplina le zone nelle quali esistono vincoli ambientali o paesaggistici).

Il punto più discusso riguarda però gli atti del potere esecutivo. La dottrina si chiede se quindi la riserva di legge abbia carattere assoluto, imponendo così al legislatore di disciplinare esaustivamente la materia, oppure relativo, rimettendo al legislatore ordinario solo l'individuazione dei principi cardine, con la possibilità di rinvio a fonti subordinate per il completamento della disciplina.
La dottrina dominante e la stessa Corte Costituzionale sostengono che tale riserva abbia carattere “tendenzialmente assoluto”, in quanto il legislatore è l'unico organo deputato alla creazione di norme incriminatrici e il rinvio all'atto normativo secondario è legittimo solo qualora riguardi la determinazione in chiave tecnica di un elemento della fattispecie. Ad esempio, l'art. 73 del T.U. 9-10-1990, n. 309, prevede come reato e punisce gravemente il traffico di stupefacenti. Orbene, nel citato articolo non sono indicate le «sostanze» il cui traffico è vietato, ma si rinvia genericamente ad elenchi previsti in «tabelle» compilate dal Ministero della Sanità. Come si vede, quindi, in tale caso il precetto penale trova un'integrazione necessaria in un atto amministrativo governativo.
Negli stessi limiti, la Suprema Corte ha ritenuto legittime le cosiddette “norme penali in bianco”, in cui la sola sanzione è prevista ex lege, mentre il precetto penale, ovvero il comportamento vietato, in quanto non specificatamente determinato, deve essere integrato da atti normativi di grado inferiore. Classici esempi si riscontrano negli artt. 329 e 650 del codice penale.

Menzione a parte merita il rapporto tra la legge nazionale e ordinamento comunitario.

Il Trattato di Lisbona ha previsto, attraverso l'art. 83 del TFUE, la possibilità per l'Unione Europea di emanare norme di carattere penale. In particolare, il Parlamento e il Consiglio sono autorizzati ad emanare direttive che stabiliscano "norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni in sfere di criminalità particolarmente grave che presentano una dimensione transnazionale derivante dal carattere o dalle implicazioni di tali reati o da una particolare necessità di combatterli su basi comuni".
Si pensi a tal riguardo alle sfere di criminalità legate al terrorismo, alla tratta degli esseri umani, al traffico illecito di stupefacenti, ecc.
Inoltre, le direttive possono stabilire norme minime anche quando si renda indispensabile, al fine di attuare un'efficace politica dell'Unione, un "ravvicinamento delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri in materia penale".
Anche al di fuori delle sue specifiche aree di competenza in materia penale, è opportuno osservare come sia interesse espresso dell'Unione Europea che gli Stati comminino delle sanzioni che risultino "effettive", "proporzionate" e "dissuasive", in modo che l'intero sistema repressivo comunitario risponda alle medesime logiche punitive.
A tal riguardo, merita un'attenzione specifica la nota "vicenda Taricco", nell'ambito della quale veniva contestata dalla Corte di Giustizia la disciplina nazionale della prescrizione la quale, prevedendo un termine massimo pur in presenza di atti interruttivi, avrebbe potuto determinare l'impunità di alcune frodi in materia di IVA, pregiudicando gli interessi dell'Unione Europea.
In particolare, in virtù del principio del "primato del diritto UE", affermato dalla Corte di Giustizia con la sentenza "Simmenthal" del 9 marzo 1978, l'Italia avrebbe dovuto disapplicare la disciplina della prescrizione, pur producendo effetti in malam partem per l'imputato, allorquando l'applicazione degli articoli 160 e 161 del Codice penale potessero ostare in un "numero considerevole di casi" alla repressione di "gravi frodi".
Tale pretesa della Corte di Lussemburgo di disapplicare la disciplina della prescrizione ha prodotto delicati problemi di coordinamento con la disciplina nazionale, in particolare con il principio di legalità.
Per questo motivo, la Corte Costituzionale ha attivato i cosiddetti "controlimiti", costituiti dai principi fondamentali ed inderogabili dell'ordinamento interno, affermando come per il diritto nazionale la prescrizione sia istituto di diritto sostanziale e non processuale e, in quanto tale, richiede il rispetto dell'art. 25 Cost. e dell'art. 2 del c.p..
Inoltre, viene riscontrato dalla Consulta un deficit di determinatezza dell'art. 325 TFUE invocato dalla Corte di Giustizia per quanto attiene alle locuzioni "numero considerevole di casi" e "gravi frodi"; espressioni che, in quanto estremamente vaghe e generiche, rimetterebbero al giudice una decisione che travalica l'ambito fisiologico della sua discrezionalità.
In virtù della considerazione per cui la determinatezza del precetto penale costituisce corollario del principio di legalità, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 115 del 2018, ha affermato che "a prescindere dagli ulteriori profili di illegittimità costituzionale dedotti, la violazione del principio di determinatezza in materia penale sbarra la strada senza eccezioni all'ingresso della 'regola Taricco' nel nostro ordinamento".

Il principio in oggetto si pone sia come baluardo teso a difendere il principio di separazione dei poteri, riservando solamente al legislatore il potere di decidere circa la punibilità di determinate condotte (e quindi escludere la soggezione del cittadino al mero arbitrio del potere esecutivo, nonché di quello giudiziario), sia a tutela della autodeterminazione dei singoli, garantendo dunque loro che non verranno puniti se non in conseguenza di un fatto preventivamente ricondotto nel penalmente rilevante.

La norma penale in oggetto specifica che anche le pene devono essere soggette al principio di legalità e riserva di legge, sia nel tipo di pena (detenzione, sanzione pecuniaria, misura di sicurezza ecc.), sia nella misura, sebbene sia dato al Giudice il potere di determinare la pena all'interno di una cornice edittale.

Al concetto di legalità della pena si riconduce strettamente quello della discrezionalità del giudice nell'ambito della commisurazione in concreto della pena, all'interno della cornice edittale prevista in astratto dal legislatore. Come noto, il giudice, per osservare il principio di legalità della pena, deve esercitare la sua discrezionalità utilizzando nella commisurazione della sanzione i criteri tassativamente previsti dall'art. 133 del c.p. e deve motivare la quantificazione effettuata ai sensi dell'art. 132 c.p.
Altro nodo problematico legato al principio di legalità della pena è poi quello della possibilità per il legislatore di prevedere pene "fisse", ovvero quelle pene che implicano forme di "automatismo sanzionatorio" senza la possibilità per il giudice di adeguare in concreto la sanzione alle peculiarità oggettive e soggettive del caso concreto.
La questione è di scottante attualità se solo si pone attenzione alla recente pronuncia della Corte Costituzionale in relazione alle pene accessorie nell'ambito del delitto di bancarotta. Ebbene, il Giudice delle leggi ha affermato che la durata fissa delle pene accessorie dei delitti di bancarotta non appare compatibile con i principi costituzionali di proporzionalità e necessaria individualizzazione del trattamento sanzionatorio.

Tali principi, unitamente ai loro corollari, ossia il principio di irretroattività, di tassatività ed il divieto di analogia, sono tutti strumenti che la nostra Carta Fondamentale ha inteso fornire al cittadino a fronte di eventuali soprusi del potere giudiziario ed esecutivo, garantendo la prevedibilità della pena, nel senso che il consociato non possa in seguito lamentare alcuna mancata conoscenza delle conseguenze che possono derivare dalla sua condotta.
Vi sono infatti delle condotte, quali l'omicidio, che possono considerarsi reati per antonomasia (c.d. naturalia delicta), di cui ognuno può comprendere il disvalore sociale, mentre altre fattispecie, come ad esempio i reati in materia edilizia, che abbisognano di una predeterminazione da parte del legislatore, di modo che il singolo cittadino sappia, o perlomeno possa sapere, che ad un suo comportamento seguirà la configurazione di un reato e la relativa assoggettabilità ad una pena.
In merito al principio di prevedibilità della pena è necessario citare, oltre alla "vicenda Taricco", un'altra importante sentenza, quella relativa al "caso Contrada", nell'ambito del quale ci si chiedeva se l'imputato potesse ragionevolmente prevedere una applicazione estensiva di un determinato reato (nella specie si trattava di concorso esterno in associazione mafiosa) sulla base dello "stato dell'arte giurisprudenziale", al momento della commissione del fatto.
Ebbene, in tal caso la Corte Edu, in ossequio dell'art. 7 della CEDU, ha affermato come ci fosse in quel caso un difetto di prevedibilità da parte di Contrada, al momento della commissione del fatto, della rilevanza penale del concorso esterno in associazione mafiosa.
Solo in epoca successiva è stata pronunciata la "sentenza Demitry", che ha chiarito i dubbi in merito all'ammissibilità della fattispecie criminosa del concorso esterno.
Molto di recente, il 3 marzo 2020, le Sezioni Unite hanno affermato il seguente principio di diritto: "i principi affermati dalla sentenza della Corte EDU del 14/4/2015, Contrada c. Italia, non si estendono nei confronti di coloro che, estranei a quel giudizio, si trovino nella medesima posizione quanto alla prevedibilità della condanna per il reato di concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso, in quanto la sentenza non è una “sentenza pilota” e non può considerarsi espressione di una giurisprudenza europea consolidata".


Massime relative all'art. 1 Codice penale

Cass. pen. n. 40076/2017

L'inosservanza delle prescrizioni generiche di «vivere onestamente» e «rispettare le leggi», da parte del soggetto sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno, non integra la norma incriminatrice di cui all'art. 75, comma 2, D.L.vo n. 159 del 2011. Essa può, tuttavia, rilevare ai fini dell'eventuale aggravamento della misura di prevenzione personale.

Cass. pen. n. 6240/2015

L'applicazione di una pena accessoria extra o contra legem dal parte del giudice della cognizione può essere rilevata, anche dopo il passaggio in giudicato della sentenza, dal giudice dell'esecuzione purché essa sia determinata per legge ovvero determinabile, senza alcuna discrezionalità, nella specie e nella durata, e non derivi da errore valutativo del giudice della cognizione.

Cass. pen. n. 7505/1994

Il principio di legalità della pena è vincolante non solo quando venga applicata una pena non prevista o diversa da quella contemplata dalla legge, ma anche quando venga applicata una pena che esula dalle singole fattispecie legali penali perché pena legale è anche quella risultante dalle varie disposizioni incidenti sul trattamento sanzionatorio, tra le quali rientrano le norme sulle circostanze aggravanti. (Affermando tale principio la Cassazione ha eliminato la pena della multa inflitta per il reato di corruzione ai sensi dell'art. 24, comma 2, c.p. che consente l'aggiunta della pena della multa per i delitti determinati da motivi di lucro puniti con la sola reclusione: all'uopo ha considerato che il reato ascritto all'epoca dei fatti era punito con la pena congiunta della reclusione e della multa e che pertanto, per il principio di legalità della pena, esso rimaneva fuori della previsione aggravatoria di cui al suddetto articolo).

Cass. pen. n. 435/1994

Il principio di stretta legalità vigente in diritto penale impone al giudice di attenersi alla precisa dizione della norma incriminatrice, senza indulgere a interpretazioni analogiche e, ove la norma del tutto chiara non sia, di attenersi all'interpretazione giurisprudenziale imperante, che la abbia esplicitata, ad evitare diverse interpretazioni che espongano il cittadino a responsabilità di maggior contenuto a quelle cui il cittadino medesimo, in base al principio di cui all'art. 1 c.p., era espressamente chiamato dalla norma incriminatrice e dalla giurisprudenza al riguardo. (Nella specie, relativa ad annullamento senza rinvio perché il fatto non costituisce reato di sentenza di condanna per avere l'imputato effettuato scarichi dai servizi civili, in un fosso adiacente alla propria fabbrica senza avere richiesto la prescritta autorizzazione, la S.C. ha osservato che la coincidenza dell'epoca dell'accertamento dello scarico con quella del mutamento della giurisprudenza imperante, che non richiedeva l'autorizzazione, avrebbe imposto come soluzione obbligata l'assoluzione dell'imputato, la quale, oltreché dettata dall'art. 5 c.p. nella lettura fattane dalla Corte costituzionale, è suggerita, prima ancora, dal principio di stretta legalità).

Cass. pen. n. 6176/1984

La norma o la prescrizione di rinvio, espressamente richiamata a completamento del precetto, viene a svolgere una funzione integratrice della norma penale in bianco e ad essere, quindi, in essa incorporata. Ne discende che la norma in bianco non è in contrasto con la riserva di legge di cui all'art. 25 Cost. poiché, attraverso il suddetto procedimento di integrazione, la fonte immediata della norma penale resta pur sempre la legge (in senso formale o sostanziale), mentre la norma regolamentare o l'atto della pubblica amministrazione riveste il ruolo di completamento ed integrazione del precetto nei limiti e con il contenuto indicati con sufficiente specificazione dalla norma primaria. (Nella specie tale rapporto di integrazione è stato individuato nell'art. 58 del regolamento di esecuzione del t.u. delle leggi di P.S. e l'art. 221 del t.u. medesimo, definita norma penale in bianco).

Cass. pen. n. 5655/1984

La norma intesa come imperativo o come giudizio ipotetico è sempre un unicum che proviene dal legislatore, il quale, anche quando collega il precetto alla sanzione, pur se attraverso un rinvio ad altre norme, è investito al riguardo di una competenza esclusiva, non esercitabile in funzione surrogatoria dall'interprete della legge. (Fattispecie in tema di reati militari).

La sanzione da applicare ad una fattispecie che ne sia priva non può essere rinvenuta attraverso l'interpretazione analogica. In caso contrario l'interprete della legge si trasformerebbe in legislatore con mancata incidenza negativa sia sul principio di sia sulla stessa efficacia deterrente delle disposizioni penali coinvolte in siffatta operazione interpretativa, diretta a correlare, con l'intervento del giudice il comportamento del soggetto attivo del reato ad una pena non costituente oggetto di specifica commentoria legislativa. (Applicazione in tema di reati militari puniti dagli artt. 186 e 189 cod. pen. mil. pace dichiarati costituzionalmente illegittimi nella parte sanzionatoria con la prospettazione delle punibilità da applicare a tutte le fattispecie di insubordinazione militare le sanzioni punite dalla legge penale comune).

Cass. pen. n. 5690/1981

Il principio di legalità della pena (art. 1 c.p.) è violato qualora venga applicata una pena non prevista o diversa da quella prevista dalla legge per un determinato reato. Rientra, tuttavia, nel concetto di legalità anche la pena comminata dalle singole fattispecie penali, nonché quella risultante dalle varie disposizioni incidenti sul trattamento sanzionatorio, nelle quali disposizioni, oltre le norme sulle circostanze (aggravanti o attenuanti) va ricompresa la normativa concernente il trattamento sanzionatorio previsto dall'art. 81 c.p.

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