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Articolo 1373 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Recesso unilaterale

Dispositivo dell'art. 1373 Codice civile

(1) Se a una delle parti è attribuita la facoltà di recedere dal contratto, tale facoltà può essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione (2).

Nei contratti a esecuzione continuata o periodica [1467] (3), tale facoltà può essere esercitata anche successivamente, ma il recesso non ha effetto per le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione (4).

Qualora sia stata stipulata la prestazione di un corrispettivo per il recesso (5), questo ha effetto quando la prestazione è eseguita.

È salvo in ogni caso il patto contrario (6).

Note

(1) La legge prevede anche delle ipotesi particolari di recesso, quali, ad esempio, quella di cui agli art. 64 ss. del d.lgs. 6 settmebre 2005, n. 206 (c.d. codice del consumo) e quella di cui all'art. 6 della legge 18 giugno 1998, n. 192 in tema di subfornitura. Il recesso non deve essere confuso con la disdetta che costituisce il diniego alla rinnovazione di un contratto per il quale questa sia automatica ed è prevista, ad esempio, in materia di locazione di immobili urbani (artt. 2 e 3 l. 9 dicembre 1998, n. 431 e artt. 28 e 29 l. 27 luglio 1978, n. 392).
(2) Tale comma si riferisce ai contratti ad esecuzione immediata, i quali, cioè, non producono effetti nel tempo ma solo quando vengono eseguiti; è tale, ad esempio, il contratto di compravendita (v. 1470 c.c.).
(3) Ad esempio, il contratto di somministrazione (v. 1559 c.c.). Si ritiene che, in base anche all'art. 1375 del c.c., si possa sempre recedere anche dai contratti a tempo indeterminato, atteso che vale anche per essi il principio per cui nessun vincolo obbligatorio può essere perpetuo.
(4) Si ritiene che la norma esprima un principio di ordine generale, per cui il recesso in tali tipologie di contratto è sempre ammesso, anche se manca una previsione specifica per il singolo tipo. Inoltre, la non retroattività degli effetti andrebbe attribuita solo al recesso e non alla revoca, e ciò costituirebbe il tratto distintivo tra le due figure.
(5) Il recedente può versare il corrispettivo in via anticipata, nel qual caso esso si configura come caparra penitenziale (1386 c.c.) ovvero al momento del recesso ed in tal caso esso costituisce multa penitenziale (1373 3, c.c.).
(6) La salvezza del patto contrario è contemplata in un comma a sè stante, ciò che induce a ritenere che essa possa riferirsi all'intera norma.

Ratio Legis

Il primo comma si spiega considerando che se il contratto ha già ricevuto una seppur minima esecuzione non appare conforme a buona fede sacrificare l'interesse della parte non recedente.
Il secondo comma risponde all'idea per cui nei c.d. contratti di durata deve essere consentito ad una parte di interrompere il vincolo, in quanto nessun vincolo obbligatorio può durare all'infinito. In tal caso, però, le prestazioni eseguite sono salve in quanto ciascuna di esse è autonoma.
Il terzo comma si spiega considerando che il corrispettivo è posto nell'interesse del non recedente in quanto egli subisce una lesione dal recesso della controparte.

Brocardi

Ad nutum
Ius poenitendi

Spiegazione dell'art. 1373 Codice civile

I tre tipi di recesso unilaterale

La forma tipica di recesso unilaterale si manifesta allorché il diritto di recesso deriva da una clausola inserita nel contratto. Non appare esplicitamente dalla lettera dell'art. 1373, ma risulta dalla ricordata Relazione, che tale articolo concerne solo questa forma di recesso, che possiamo chiamare convenzionale.

Una seconda forma di recesso deriva direttamente dalla legge, allorché essa, date talune contingenze, consente, per motivi di equità, ad una parte, di sciogliersi unilateralmente dal contratto. Tale è il caso degli articoli 1660, 1671 e 1674 del codice civile concernenti l'appalto; tale è il caso degli articoli 1893, 1897, 1898, 1899, 1918, concementi l'assicurazione; tale è anche il caso degli articoli 2227 e 2237 concernenti il contratto di locazione d'opera.

Nei due casi dinanzi menzionati, il recesso ha effetto interruttivo, vale a dire la parte che non potrebbe sciogliersi, in base ai principi sull'obbligatorietà del vincolo contrattuale, può tuttavia unilateralmente recedere, ed interrompere l'ulteriore corso del contratto, perché autorizzata, nel primo caso dal contratto stesso, nel secondo caso della legge. Vi è invece un terzo caso in cui il contratto non s'interrompe, ma, essendo a tempo indeterminato, consente il naturale esaurimento del vincolo obbligatoria, quante volte una parte ne manifesti la volontà, posto che nessuno può rimanere obbligato indefinitamente per un vincolo che non conosce termine finale. In questo caso, il recesso unilaterale ha natura molto diversa da quella del recesso considerato precedentemente; esso non costituisce se non una modalità che deve seguire la parte per porre fine ad un contratto, esercitando una facoltà che la natura stessa dell'accordo le consente; possiamo dire che questo recesso ha carattere non interruttivo, bensì estintivo. Questo recesso estintivo non si può dire, propriamente, né convenzionale, nel senso che formi materia di un patto di per sè stante, né legale, nel senso che la parte abbia bisogno dell'aiuto di una particolare autorizzazione del legislatore per svincolarsi; tuttavia, in senso lato, può considerarsi come legale, in base al principio giuridico della unilaterale risolvibilità dei rapporti obbligatori aiquali non è prefisso termine. Di più, il legislatore stesso in alcuni istituti ha disciplinato l'esercizio di questo diritto; così all'art. 1569 concernente la somministrazione; all'articolo 1616 concernente l'affitto; all'art. 1750 sul contratto di agenzia; all'art. 1833 sal conto corrente; agli articoli 2218 e 2219 sul contratto di lavoro; all'art. 2285 sul contratto di società.


Regole dettate dal codice per il recesso convenzionale interruttivo

L'art. 1373, regolando il solo recesso convenzionale interruttivo, detta alcune norme di carattere dispositivo, per regolare le modalità di esercizio:

a) se il contratto è ad esecuzione momentanea (come può essere una compravendita) il recesso si intende ammesso soltanto finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione. Se l'inizio di esecuzione da parte di chi vuol recedere può valere come rinunzia al recesso, invece l'inizio di esecuzione proveniente dall'altra parte chiude la via al recesso dell'avversario, soltanto se la legge così consente cosicché il primo impedimento al recesso potrebbe anche ammettersi nel silenzio del codice, ma il secondo è ammissibile soltanto perché l'art. 1373 lo prevede. Il legislatore ha manifestamente pensato che, nel silenzio, il recesso deve essere limitato al tempo di pendenza di qualsivoglia obbligazione contrattuale, tanto a carico dell'una come dell'altra parte;

b) se il contratto è ad esecuzione continuata o periodica, il legislatore ha ritenuto che, nel silenzio delle parti, il recesso convenzionale debba presumersi esteso anche a tempo posteriore all'inizio dell'esecuzione, tuttavia senza spiegare effetti sulle prestazioni già eseguite od in corso di esecuzione, ciò che corrisponde al più verosimile interesse delle parti;

c) se il recesso è pattuito contro corrispettivo, esso si intende convenuto contro corrispettivo non soltanto promesso, ma anche versato; cosicché prima del versamento, la riserva consensuale del recesso rimane inoperativa.

L'ultimo comma dell'art. 1373 permette tuttavia alle parti di derogare alle disposizioni sopra espresse. Così, per es., si può pattuire che il recesso contro corrispettivo sia esercitabile, anche prima che la prestazione sia eseguita.

Si ricordi infine che i1 recesso deve formare oggetto di specifica approvazione per iscritto ai sensi dell'art. 1341, secondo comma.


Applicazione per analogia di tali regole alle altre forme di recesso unilaterale

Sorge ora il problema di stabilire quali effetti spieghi l’articolo 1373 sul recesso legale interruttivo e sul recesso estintivo inerente ai contratti a tempo indeterminato.

Una stretta affinità fra questi molteplici istituti è innegabile, emerge anche dalla ricordata Relazione ed è parimenti avvertita dalla dottrina.

Ora si noti che i recessi legali interruttivi non sono soltanto quelli menzionati dal codice civile, ma altresì quelli che pcssono essere disciplinati da leggi speciali. A noi sembra che, in massima, le regole poste all'art. 1373 si possano applicare per analogia anche ai recessi legali interruttivi, quando speciali disposizioni che li riguardano non abbiano altrimenti stabilito in modo espresso od implicito. Tuttavia, nell'applicare per analogia l'ultimo comma dell'art. 1373, che fa salvo in ogni caso il patto contrario, dovrà usarsi molta cautela, giacché è piuttosto da presumersi che se un recesso è disciplinato dalla legge anche per le modalità, queste siano cogenti.

Nel caso invece di recesso estintivo inerente al contratto a tempo indeterminato, l'art. 1373 non può, secondo noi, applicarsi in nessuna maniera. Il 1° ed il 3° comma non possono venire in considerazione, perché concernono appunto quella facoltà di interrompere il rapporto che qui non ha bisogno di essere accordata, data la natura del contratto. Ma neanche il 2° comma non trova applicazione, perché il recesso dal contratto, a tempo indeterminato deve, di regola, rispettare il periodo in corso, limitandosi ad impedire che prenda vita un periodo ulteriore. L'efficacia del recesso è pertanto determinata dalla fine del periodo.

Infine non si può nemmeno dire, coll'ultimo comma dell'art. 1373, che sia salvo in ogni caso il patto contrario. In alcuni casi potrà essere salvo, ma in altri no. Per esempio, è noto che il preavviso di licenziamento o la sostituzione di esso con la dovuta indennità, non si può contrattualmente escludere nei contratti di lavoro; non vi è alcun dubbio che le disposizioni dell'art. 2118 del codice civile, su questo argomento, hanno carattere cogente.


Natura giuridica dell’atto di recesso

Dal diritto di recesso devesi distinguere l'atto di recesso. Quest'ultimo è una manifestazione di volontà, posteriore alla nascita del contratto, ed ha per scopo di esercitare il diritto di recesso che la legge od il contratto prevedono, ovvero che è insita nel rapporto a tempo indeterminato. La dottrina giustamente qualifica questo atto come negozio unilaterale, recettizio, estintivo, con effetto ex nunc e senza pregiudizio dei terzi.

Trattasi infatti di un negozio giuridico, essendo esso un atto di volontà di una parte che deve pervenire all'altra parte. E’ indubbiamente un negozio unilaterale, perché esige la volontà di una parte sola e spiega i suoi effetti anche contro la riluttanza dell'altra. E’ un negozio recettizio, perché la volontà di una parte non deve incontrarsi con quella dell'altra, ma deve soltanto giungere a conoscenza dell'altra; il momento in cui il negozio spiega effetti è quello in cui la volontà arriva a destinazione.

Il negozio è estintivo, perché non intende mettere nel nulla il rapporto, ma farne cessare gli effetti; è solamente estintivo quando pone fine a un contratto a tempo indeteriminato, e estintivo con effetto interruttivo, come si è accennato, e quindi più propriamente interruttivo, quando tronca rapporti a termine. In dottrina si sono poi distinti i contratti bilaterali, nei quali il rapporto prende fine, dai contratti plurilaterali, come quelli di società, nei quali il rapporto prende fine soltanto per il recedente, continuando inalterato per le altre parti. Nel primo caso si è detto che si estingue il contratto, nel secondo che si estingue il rapporto obbligatorio concernente la parte che recede.

Per lo stesso motivo per il quale il recesso è estintivo, esso spiega effetti ex nunc e non ex tune; tuttavia nulla vieta alle parti di pattuire che il recesso esercitato, per esempio per le prestazioni periodiche, abbia anche effetto retroattivo in maggiore o minore misura. In tal caso l'atto di recesso, nel silenzio, si presume efficace così come le parti lo previdero e lo intesero.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

220 Immediatamente dopo l'affermazione dell'art. 241 che vuole dichiarare la risolubilità del contratto solo per volontà delle parti o per cause ammesse dalla legge, ho ritenuto di disciplinare il diritto di recesso unilaterale che sia stato attribuito ad uno dei contraenti (art. 242).
Il principio generale è che questo diritto è subordinato ai presupposti e alle condizioni di tempo previsti dal contratto; ma se il contratto non ha all'uopo alcuna clausola, e normale che si può recedere solo quando ancora il contratto non ha avuto inizio di esecuzione. Questo principio di esecuzione deve considerarsi con riguardo alla eventuale autonomia delle obbligazioni contrattuali; e così, quando è prevista un'esecuzione continuata o periodica, esistono tante obbligazioni quante sono le prestazioni o i periodi di prestazione, è ovvio che l'inizio di esecuzione di una dello prestazioni o l'inizio di un periodo di esecuzione impedisce l'esercizio del diritto di recesso, per le prestazioni o per il periodo di prestazioni future.
Possono le parti aver convenuto un corrispettivo per il recesso: allora questo non si potrà esercitare senza la correlativa esecuzione della controprestazione speciale.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

628 Il recesso è una causa di scioglimento del contratto, legittimato da una particolare disposizione di legge o dalla volontà delle parti: il codice regola solo l'esercizio del recesso convenzionale, con norme sulle quali prevale la contraria volontà delle parti (art. 1373 del c.c., quarto comma). In base a queste norme, il recesso è precluso quando del contratto si è iniziata l'esecuzione (art. 1373, primo comma); se si tratta di contratto ad esecuzione continuata o periodica, il recesso può essere esercitato anche durante l'esecuzione del contratto, ma non ha effetto per le prestazioni già eseguite o in corso d'esecuzione (art. 1373, secondo comma). La disciplina posta nell'art. 1373 è integrata dall'art. 1385 del c.c., che regola la caparra penitenziale (n. 633). ll recesso contro corrispettivo ha effetto soltanto dopo la prestazione di questo (art. 1373, terzo comma). Non si è voluta dare una disciplina più dettagliata dell'istituto, perchè esso appare con particolarità proprie in ogni contratto nel quale può ammettersi; basti pensare alle differenze che involge quando concerne la somministrazione (art. 1569 del c.c.), l'affitto (art. 1616 del c.c.), l'appalto (art. 1660 del c.c., secondo e terzo comma, art. 1671 del c.c., art. 1674 del c.c.), il contratto di agenzia (art. 1750 del c.c.), il conto corrente (art. 1833 del c.c.), l'assicurazione (art. 1893 del c.c., primo comma, art. 1897 del c.c., primo comma, art. 1898 del c.c., secondo comma, art. 1899 del c.c., primo comma, art. 1918 del c.c. terzo e quarto comma), la ceesione del beni al creditori (art. 1985 del c.c.), il lavoro (art. 2118 del c.c., primo comma, e art. 2119 del c.c., primo comma), il contratto d'opera (art. 2227 del c.c. e art. 2237 del c.c.) rispetto ai casi di recesso nel contratto di società (art. 2285 del c.c., primo e secondo comma).

Massime relative all'art. 1373 Codice civile

Cass. civ. n. 227/2013

In tema di recesso dal contratto, l'obbligo del preavviso ha la funzione di tutelare il contraente receduto, al quale viene concesso, attraverso la dilazione degli effetti della volontà espressa dal recedente, il tempo sufficiente a regolare i suoi interessi; la sua violazione, peraltro, non comporta una danno in re ipsa, da risarcire a prescindere da qualunque effettivo pregiudizio.

Cass. civ. n. 15629/2005

In base ad una lettura conforme a buona fede deve ritenersi che, in un contratto di durata, in presenza di una pattuizione che riconosca ad una parte, in difetto di una unilaterale manifestazione di una volontà di disdetta dell'altra da compiersi entro un certo termine prima della scadenza del periodo di durata del contratto, il diritto potestativo di determinare la rinnovazione con una sua unilaterale dichiarazione, quest'ultima deve avvenire necessariamente entro il termine di scadenza del contratto, perché altrimenti l'effetto tipico della rinnovazione — cioè la nascita in prosecuzione di un nuovo contratto con lo stesso contenuto di quello originario, ma di questo sostitutivo, di modo che il rapporto fra le parti possa, pur cambiando la fonte, continuare senza soluzione con le stesse regole — non potrebbe realizzarsi (principio affermato dalla Suprema Corte relativamente ad un contratto di sponsorizzazione di un atleta).

Cass. civ. n. 14970/2004

Il recesso unilaterale rappresenta una causa estintiva ordinaria di qualsiasi rapporto di durata a tempo indeterminato, rispondendo all'esigenza di evitare la perpetuità del vincolo obbligatorio, la quale è in sintonia con il principio di buona fede nell'esecuzione del contratto. Tuttavia, non trattandosi di principio inderogabile che coinvolga interessi pubblici o generali, le parti possono derogare alla recedibilità ad nutum purché la rinuncia — sia pure implicita — investa direttamente la stessa recedibilità. Pertanto qualora, come nella specie, il contratto rechi la disciplina pattizia soltanto di alcune ipotesi di inadempimento, tale previsione, in difetto di specifiche determinazioni ulteriori, non può incidere sulla recedibilità ad nutum che rappresenta la causa estintiva ordinaria del rapporto di prestazione d'opera professionale (dedotto nella specie).

Cass. civ. n. 8360/1996

Qualora un contratto collettivo — che costituisce uno strumento di composizione di conflitti sorti in un determinato momento — venga stipulato senza l'indicazione di una scadenza, detta mancanza non implica che gli effetti del contratto perdurino nel tempo senza limiti, atteso che — in sintonia con il principio di buona fede nell'esecuzione del contratto ex art. 1375 c.c. ed in coerenza con la naturale temporaneità dell'obbligazione — deve essere riconosciuta alle parti la possibilità di farne cessare l'efficacia, previa disdetta, anche in mancanza di una previsione legale, non essendo a ciò di ostacolo il disposto dell'art. 1373 c.c. che regola il recesso unilaterale nei contratti di durata quando tale facoltà è stata prevista dalle parti, senza nulla disporre per il caso di mancata previsione pattizia al riguardo.

Cass. civ. n. 10300/1994

L'art. 1373 c.c. — il quale, nel disciplinare l'istituto del recesso unilaterale (diverso da quello per inadempimento previsto dall'art. 1385 c.c.), stabilisce che la parte cui è attribuita pattiziamente detta facoltà può esercitarla finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione — non prescinde, in virtù sia del suo testo letterale, sia della sua ratio (ravvisabile nell'incompatibilità concettuale tra proposito di sciogliere unilateralmente il rapporto e consenso precedentemente manifestato a darvi attuazione, sia pure parziale), da una connotazione volontaristica del «principio di esecuzione», nel senso che questo, per poter precludere il recesso, o deve essere stato posto in essere dallo stesso recedente o, se posto in essere da altro contraente, non deve aver trovato opposizione e rifiuto da parte del primo. Ne consegue che la domanda di esecuzione specifica dell'obbligo di concludere un contratto, di cui all'art. 2932 c.c., non può — sempre che l'altra parte non vi abbia aderito o non abbia accettato l'eventuale contemporanea offerta della controprestazione — in alcun modo considerarsi di per sé principio di esecuzione del contratto preliminare ai sensi ed agli effetti dell'art. 1373 c.c. e che il convenuto, a cui favore sia stato attribuito il diritto di recesso, deve ritenersi legittimato a farlo valere in via di azione o di eccezione riconvenzionale ed a paralizzare cosa la pretesa avversaria di sentenza costitutiva ai sensi dell'art. 2932 c.c.

Cass. civ. n. 4473/1993

Nel contratto di associazione in partecipazione agli utili dell'impresa o di uno o più affari, il diritto di recesso deve riconoscersi a ciascuno dei contraenti ove manchi la previsione del termine di durata del rapporto, con la conseguenza che l'istituto del recesso unilaterale a norma del secondo comma dell'art. 1373 c.c. è applicabile sia al contratto sopra richiamato che ai rapporti di cointeressenza agli utili senza partecipazione alle perdite, che costituisce una figura particolare del contratto di cui all'art. 2549 c.c.

Cass. civ. n. 1513/1990

La disposizione dell'art. 1373, primo comma, c.c., per la quale la facoltà di recedere dal contratto, attribuita ad una delle parti, può essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione, non opera relativamente ai contratti ad esecuzione continuata, per i quali il secondo comma della medesima norma espressamente prevede che detta facoltà può essere esercitata anche successivamente; ed è, comunque, suscettibile di deroga per contraria pattuizione, da riconoscersi sussistente allorché la facoltà di recesso sia attribuita in correlazione ed in funzione di un patto di prova, che necessariamente presuppone l'esecuzione delle prestazioni dedotte in contratto.

Cass. civ. n. 987/1990

Il recesso unilaterale, lungi dal costituire una facoltà normale delle parti contraenti, presuppone, invece, a norma dell'art. 1373 c.c., che essa sia specificamente attribuita per legge o per clausola contrattuale e, in quest'ultimo caso, l'onere di provarne l'esistenza ricade sulla parte che intenda farla valere in giudizio. (Nella specie, la C.S. in base all'enunciato principio ha confermato la sentenza con la quale i giudici del merito avevano negato, interpretando l'art. 16 dell'accordo collettivo nazionale 24 aprile 1958, sulla previdenza integrativa per il personale dipendente dall'Assitalia, che a quest'ultima fosse consentito di denunziare unilateralmente gli impegni assunti con l'accordo medesimo).

Cass. civ. n. 1101/1988

La somma di denaro che, all'atto della conclusione di un contratto di compravendita, una parte consegna all'altra a titolo di caparra confirmatoria e principio di pagamento deve intendersi impiegata per la sua intera entità per assolvere la duplice funzione, alternativa, della caparra confirmatoria di preventiva liquidazione del danno per il caso di inadempimento, ovvero di anticipato parziale pagamento per l'ipotesi di adempimento. Pertanto il versamento di essa, costituendo principio di esecuzione del contratto, impedisce l'esercizio del diritto di recesso ai sensi dell'art. 1373 del codice civile.

Cass. civ. n. 8776/1987

La clausola con la quale si attribuisce ad uno o ad entrambi i contraenti la facoltà di recesso ex art. 1373 c.c., siccome derogativa al principio generale per il quale il contratto ha forza di legge tra le parti, pur non richiedendo alcuna formula sacramentale, deve essere sempre redatta in termini inequivoci, tali da non lasciare alcun dubbio circa la volontà dei contraenti di inserirla nel negozio da loro sottoscritto. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Suprema Corte ha ritenuto corretta la decisione del giudice del merito secondo cui le parti non avevano in concreto inteso stabilire un recesso ex art. 1373 c.c., ma una penale per il caso di inadempimento).

Cass. civ. n. 6582/1984

Il principio che il diritto della parte di recedere dal contratto, anche se collegato alla prestazione di una caparra penitenziale, non si sottrae alla regola generale, stabilita dall'art. 1373, primo comma c.c., secondo cui il recesso non può essere esercitato quando dopo la conclusione del contratto questo abbia avuto un principio di esecuzione, quando cioè l'effetto reale del contratto si è in tutto o in parte realizzato o la prestazione obbligatoria è stata in tutto o in parte adempiuta, trova applicazione anche in ordine al contratto preliminare, dal quale conseguono effetti anticipatori delle prestazioni corrispettive delle parti, come il versamento di un acconto sul prezzo e la consegna della cosa anteriormente alla stipulazione del contratto definitivo.

Cass. civ. n. 2625/1984

Costituisce «principio di esecuzione» del contratto preliminare di vendita ostativo, ai sensi dell'art. 1373, primo comma, c.c., all'esercizio del recesso, il versamento di parte del prezzo, anche se con cambiali emesse al momento della stipula, ma scadute e pagate in data successiva al preliminare ed anteriore all'esercizio del recesso, in quanto siffatto regolamento cambiario in luogo dell'immediato pagamento di quella parte del prezzo, dovendosi ritenere pro solvendo, determina l'estinzione dell'obbligazione pecuniaria solo al momento dell'effettivo pagamento delle cambiali.

Cass. civ. n. 6160/1983

Il diritto di recesso ex art. 1373 c.c. — insuscettibile di interpretazione estensiva per la sua natura di eccezione al principio generale della irrevocabilità degli impegni negoziali — non può essere svincolato da un termine preciso o, quanto meno, sicuramente determinabile, in assenza del quale l'efficacia del contratto resterebbe indefinitamente subordinata all'arbitrio della parte titolare di tale diritto, con conseguente irrealizzabilità delle finalità perseguite con il contratto stesso.

Cass. civ. n. 2615/1982

Il «principio di esecuzione» del contratto — che l'art. 1373, primo comma, c.c. considera ostativo all'esercizio della facoltà di recesso attribuita ad uno dei contraenti — deve ravvisarsi nella consegna della cosa promessa in vendita in tempo posteriore alla stipulazione del preliminare, ancorché non prevista in contratto, e nel rilascio contestuale a detta stipulazione, in funzione del pattuito anticipato adempimento della prestazione del prezzo, di cambiali con scadenza fissata in momenti successivi alla stipulazione stessa, trattandosi di comportamenti di attuazione del contratto preliminare.

Cass. civ. n. 6354/1981

Nei contratti di durata, in cui sono previste reciproche prestazioni da attuarsi in un lungo lasso di tempo, qualora la cessazione del rapporto sia pattuita con riferimento alla consumazione di una certa quantità di beni o di merci da parte di uno dei contraenti, non può parlarsi di durata indeterminata, risultando il termine finale del rapporto prefissato in modo indiretto col rinvio al verificarsi della prevista situazione di esaurimento del bene o della merce in questione. Con la conseguenza che l'esistenza del termine finale (certus an incertus quando) preclude la possibilità del recesso unilaterale, che è applicabile ai contratti senza alcuna determinazione di tempo, essendo i suoi effetti in contrasto con un'esplicita, diversa volontà delle parti.

Cass. civ. n. 6482/1980

Se è vero che, fin quando non si sia formato il consenso per il contratto definitivo o non sia passata in giudicato la sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c., il contratto preliminare non si può considerare eseguito, peraltro, quando la parte interessata chiede giudizialmente la pronuncia ex art. 2932 c.c. offrendo anche il dovuto prezzo e gli accessori, ha inizio l'iter che conduce all'esecuzione del preliminare, e, perciò, sussiste quel principio di esecuzione che impedisce alla controparte l'esercizio della facoltà di recesso eventualmente a suo favore.

Cass. civ. n. 4023/1978

Il principio, proprio del recesso unilaterale previsto nell'art. 1373 c.c. - in base al quale, eccezion fatta per i contratti a esecuzione continuata e periodica, la facoltà di recedere non può essere esercitata quando il contratto abbia avuto un principio di esecuzione - non è applicabile al cosiddetto «recesso» che trova il suo presupposto e la sua giustificazione nell'inadempimento dell'altra parte, il quale non è eliminato «in radice» da una parziale esecuzione del contratto. (Nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che il versamento della caparra implicava la natura preliminare del contatto di vendita).

Cass. civ. n. 267/1976

A norma dell'art. 1373 c.c., la facoltà di una delle parti di recedere dal contratto non può essere esercitata se non alle condizioni e nei modi convenzionalmente stabiliti. Pertanto, quando tali condizioni comprendono una prestazione a carico del recedente, sia che tale prestazione abbia il contenuto di un indennizzo o di un prezzo dello jus poenitendi, sia che, invece, si risolva nell'adempimento di un'obbligazione restitutoria o, comunque, avente oggetto diverso da quello indennitario, il recesso non ha effetto se la prestazione non sia stata adempiuta. L'atto con il quale si esercita il diritto potestativo di recesso di cui all'art. 1373 c.c. integra un negozio giuridico unilaterale recettizio che deve sottostare alle medesime garanzie di forma prescritta per la costituzione del rapporto contrattuale alla cui risoluzione il recesso stesso è preordinato. Pertanto, la manifestazione di volontà rivolta allo scioglimento di un contratto preliminare di vendita immobiliare, redatto per iscritto a norma dell'art. 1351 c.c., deve necessariamente assumere la forma scritta e non può, quindi, essere desunta dal comportamento omissivo opposto da una delle parti all'invito rivoltole dall'altro contraente di prestarsi alla stipula dell'atto definitivo.

Cass. civ. n. 3071/1973

Non può configurarsi come recesso unilaterale a norma dell'art. 1373 c.c. una facoltà esercitabile, per espressa previsione delle parti, soltanto a contratto eseguito.

Cass. civ. n. 2417/1971

Il recesso unilaterale convenzionale dal contratto, previsto in via generale dall'art. 1373 c.c., è diverso dal recesso legale disciplinato dall'art. 1898 in tema di assicurazione, il quale contiene una disposizione inderogabile solo a vantaggio dell'assicurato, come stabilisce l'art. 1932 dello stesso codice. Al recesso convenzionale non può quindi essere applicata la disciplina del predetto recesso legale, in quanto le norme che limitano la libertà contrattuale, qualora siano dichiarate inderogabili, costituiscono eccezioni rispetto ai principi generali, e non si applicano oltre i casi previsti (art. 14 delle preleggi).

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Alessandro B. chiede
lunedì 09/09/2019 - Veneto
“Ho sottoscritto un contratto di vendita di un auto senza ricevere alcuna caparra.<br />
Ho cambiato idea e voglio recedere dal contratto.<br />
Sono tenuto a pagamento di penali?<br />
Posso esercitare il diritto di recesso?”
Consulenza legale i 13/09/2019
Il recesso è un atto giuridico con cui una delle parti può sciogliere in modo unilaterale un contratto. Non è un diritto ma una facoltà che può essere esercitata solo se prevista nel contratto medesimo oppure attribuita dalla legge in determinati casi.
In base all’art. 1373 del codice civile tale facoltà, se attribuita, “può essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione.”
Un classico esempio di diritto di recesso legale è quello previsto dal Codice del consumo per i contratti stipulati fuori dei locali commerciali tra consumatore e professionista.

La presente vicenda è relativa ad una compravendita di un auto usata: la normativa del codice del consumo in tema di recesso non è sicuramente applicabile sia perché chi ha acquistato non è persona fisica e non rientra nella categoria del consumatore (art. 3 Codice del Consumo), sia perché il contratto non è stato stipulato fuori del locali commerciali e sia perché comunque chi vorrebbe recedere non è chi ha acquistato ma chi ha venduto il bene.
Nè sono applicabili al caso in esame altre ipotesi di recesso previste dalla legge.

Escluso quindi il recesso legale, occorre verificare se possa essere esercitato il recesso convenzionale.

L’art. 5 comma 3 delle condizioni generali di contratto (che abbiamo consultato sul sito online) prevede espressamente che: “Con la sottoscrizione del contratto di compravendita la proprietà dell’autovettura passerà insindacabilmente ed immediatamente dal Venditore alla Società, la quale si impegna a pagarne il prezzo al Venditore a mezzo bonifico bancario. Dal canto suo, il Venditore si obbliga ad espletare ogni formalità necessaria al trasferimento del bene, ivi compresa la sottoscrizione dell’atto di vendita P.R.A. presso agenzia convenzionata, entro 24 ore dalla consegna dell’autoveicolo in filiale o, comunque, entro il giorno lavorativo successivo.”
Tale disposizione è riportata anche dalla clausola b. del contratto firmato dalle parti.
Non è prevista invece alcuna clausola (né nelle condizioni generali né nel contratto) che attribuisca alle parti il diritto di recedere unilateralmente dal contratto.
Ovviamente, non essendo stata prevista una facoltà di recesso non sono menzionate nel contratto né una multa penitenziale (terzo comma art. 1373 c.c.) né una caparra penitenziale (prevista dall’art. 1386 c.c. e che la ha la funzione di corrispettivo del recesso).

Alla luce di quanto precede, la risposta alla domanda se può essere esercitato il diritto di recesso deve intendersi negativa in quanto tale facoltà non è prevista né dalla legge né dal contratto. Ne consegue che non potendo esercitare il diritto di recesso non è tenuto al pagamento di alcuna penale.

Ad ogni modo, se la parte acquirente non avesse ancora corrisposto il prezzo di vendita, Lei potrebbe verificare se possa trovarsi un accordo per una risoluzione consensuale del contratto.
Tale risoluzione potrebbe aversi anche laddove l’auto sia stata consegnata ed il prezzo già pagato in quanto in tal caso, se entrambe le parti fossero d’accordo, basterebbe restituire vettura e soldi.
In mancanza però di accordo, sia Lei che la parte acquirente siete tenuti al rispetto degli adempimenti previsti nel contratto sottoscritto.

Francesco C. chiede
domenica 08/09/2019 - Veneto
“Ho un contratto di lavoro autonomo come medico a partita iva con incarico di direzione sanitaria. In una voce del contratto viene riportato che il recesso deve avere preavviso di 90 giorni. Io vorrei recedere senza preavviso in quanto vengo pagato sempre con estremo ritardo (sul contratto è scritto che devo essere pagato entro il 15 del mese per le prestazioni effettuate nel mese precedente); ad esempio sto aspettando il pagamento del mese di luglio.
Un’altra domanda: essendo direttore sanitario ed avendo una mia stanza non c’è presunzione di lavoro dipendete?
Grazie”
Consulenza legale i 17/09/2019
Il recesso è l’atto con il quale una delle parti può sciogliersi unilateralmente dal vincolo contrattuale, in deroga al principio sancito dall’art. 1372 c.c. secondo il quale il contratto può essere sciolto solo per mutuo consenso o per le altre cause ammesse dalla legge.

La disciplina generale del recesso dal contratto è prevista dall’art. 1373 c.c. che, con specifico riguardo al contratto di specie, disciplina al comma secondo: «Nei contratti a esecuzione continuata o periodica 1467, tale facoltà può essere esercitata anche successivamente [all’inizio dell’esecuzione], ma il recesso non ha effetto per le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione».
La facoltà di recesso unilaterale dal contratto, ai sensi del primo comma dell’art. 1373 c.c., presuppone «che essa sia specificamente attribuita per legge o per clausola contrattuale» (Cass. n. 987/1990). Si parla pertanto di recesso “convenzionale” o “volontario”.

Dall’analisi dell’art. 1373 c.c. sopra citato, emerge la fissazione di due elementi di natura temporale riguardanti il recesso unilaterale, in base alla circostanza relativa al momento di esecuzione del contratto. Qualora, il contratto sia ad esecuzione immediata, la facoltà di recesso potrà essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione; qualora invece, l’esecuzione del contratto possa qualificarsi come differita o ad esecuzione continuata, come nel caso di specie,la facoltà di recesso potrà essere esercitata anche successivamente all’inizio di esecuzione del contratto, ma gli effetti del recesso non coinvolgono le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione.

È importante considerare quanto previsto al comma terzo dell’art. 1373 c.c., ove è stabilito che qualora sia stata stipulata la prestazione di un corrispettivo per il recesso, questo (il recesso) ha effetto quando la prestazione è eseguita.

Il contratto sottoscritto sottoposto al nostro esame, prevede all’art. VI la facoltà, in capo ad entrambi i contraenti, di esercizio del recesso anticipato con preavviso di 90 giorni. Tale previsione è da ritenersi riconducibile alla disciplina dettata dal sopra richiamato art. 1373 comma 3 c.c.

Orbene, a nostro parere, in relazione al rapporto contrattuale di specie quest’ultima prescrizione normativa ha portata determinante. Infatti, ai sensi del precetto normativo testé citato gli effetti del recesso (cioè la cessazione degli effetti contrattuali) potranno legittimamente verificarsi soltanto una volta trascorsi 90 giorni dalla comunicazione del recesso da parte del prestatore d’opera. Tanto è da tenere in considerazione alla luce dei motivi (mancato o ritardato pagamento del compenso da parte del cliente) che spingono il prestatore d’opera a voler risolvere le obbligazioni contrattualmente assunte.

A tale scopo la fattispecie concreta in esame è più correttamente sussumibile nell’alveo normativo della risoluzione per inadempimento. A tale istituto, da tenere ben distinto dal recesso, si può ricorrere nel caso in cui una delle parti di un contratto a prestazioni corrispettive non adempia alle proprie obbligazioni. La parte adempiente, potrà, alternativamente, chiedere alla parte inadempiente l’adempimento o la risoluzione del contratto.
Il riferimento normativo da tenere in considerazione, in questo caso, va rinvenuto negli articoli [n1453cc]] e seguenti del codice civile. Tali norme soddisfano le ragioni sottostanti alla stipula del contratto a prestazioni corrispettive, ove ognuna delle prestazioni trova giustificazione nell’altra (prestazione d’opera verso corrispettivo), per cui il venir meno di una (ad esempio il pagamento del corrispettivo pattuito) legittima la controparte a chiedere la risoluzione del contratto, sempre che questa non preferisca insistere per l’adempimento. Solo in quest’ultimo caso, però, a fronte del persistere dell’inadempimento, la parte adempiente può ancora agire per la risoluzione, mentre nel caso in cui avesse prima agito giudizialmente per ottenere la risoluzione rimarrà ad essa preclusa la possibilità di chiedere successivamente l’adempimento e, conseguentemente l’inadempiente non potrà più adempiere la propria obbligazione (fermo restando il diritto al risarcimento del danno conseguente all’inadempimento).

In ordine alla successiva domanda, bisogna osservare che sono molteplici le forme con cui un'attività lavorativa può essere resa, ed i confini tra le stesse non sono sempre facili da tracciare. Per ognuna delle varie tipologie, trova applicazione una disciplina differente.
La giurisprudenza è intervenuta a più riprese per individuare alcuni indici di subordinazione, cioè fattori che possono aiutare ad identificare la reale natura del rapporto di lavoro dietro al nome che ad esso le parti hanno dato; questo, con tutta evidenza, per evitare che dietro ad un contratto autonomo o parasubordinato si nasconda l’intento fraudolento del datore di lavoro di limitare i diritti del prestatore di lavoro (contributi, previdenza, etc.).
La Corte di Cassazione ha avuto modo di affermare ripetutamente che laddove si accerti che un rapporto, sebbene qualificato come di collaborazione, abbia in realtà natura subordinata, il lavoratore potrà rivendicare tutti i diritti conseguenti (retributivi e contributivi).
A tal uopo è necessario che ricorrano dei requisiti ben precisi e tra i più significativi indici valutati dalla giurisprudenza vanno senz’altro ricordati:
• il fatto che l'attività lavorativa si svolga presso i locali aziendali;
• una presenza costante sul lavoro, specie se ad orario fisso e caratterizzata da un vero e proprio obbligo di presenza (e dunque con necessità di avvertire e di giustificarsi in caso di assenza);
• il concordare il periodo feriale;
• l'utilizzo, per lo svolgimento dell'attività lavorativa, di strumenti di proprietà del datore di lavoro;
• il ricevere costantemente ordini e disposizioni;
• la mancanza, in capo al lavoratore, di una propria attività imprenditoriale e della relativa struttura, sia pur minima.
Nessuno degli elementi sopra indicati è, di per sé, determinante ma, laddove sia riscontrabile la contemporanea presenza di più indici tra quelli esemplificativamente indicati, ciò potrà costituire una prova della natura subordinata del rapporto.

Va, infine, segnalato che il legislatore, con decreto legislativo n. 81 del 2015 – uno dei decreti attuativi del c.d. Jobs Act –, ha recentemente stabilito che la disciplina del rapporto di lavoro subordinatosi applica anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro” (art. 2, d.lgs. 81/2015).
La norma in parola introduce, dunque, una presunzione legale di subordinazione, destinata a operare allorché:

• la prestazione sia svolta in modo esclusivamente personale (vale a dire senza una minima organizzazione e senza avvalersi dell’apporto di terze persone);
• la prestazione sia svolta con continuità;
• la prestazione sia etero organizzata dal committente, anche con riferimento all’orario e al luogo di lavoro.

In ogni caso, il secondo comma dell’art. 2 dell’ultima citata legge stabilisce che la nuova presunzione di subordinazione non si applica:
• alle collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore;
• alle collaborazioni prestate nell'esercizio di professioni intellettuali per le quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi professionali;
• alle attività prestate nell'esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società e dai partecipanti a collegi e commissioni;
• alle collaborazioni rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I.

Illustrato tutto quanto sopra, per poter porre in essere tutte le opportune valutazioni in ordine alla possibilità di ottenere la riqualificazione del rapporto di lavoro con riconoscimento del carattere della subordinazione, non è sufficiente la disponibilità esclusiva di una stanza dell’ambulatorio medico, è invece necessario approfondire e verificare, attraverso la ricostruzione dell’intero rapporto lavorativo, l’effettivo svolgimento delle mansioni da parte del prestatore con assoggettamento al potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro.

Rimaniamo a completa disposizione per gli ulteriori approfondimenti.

Carmen M. chiede
domenica 30/12/2018 - Piemonte
“Buongiorno,
nel 2014 ho stipulato un contratto con TeleTu per servizio voce e ADSL, a prezzo fisso per sempre. L'azienda chiude (fallisce?), continua ad erogare il servizio pattuito, ma gli aspetti amministrativi vengono assorbiti e gestiti da Vodafone.
In data febbraio 2018, stipulo un contratto direttamente con Vodafone, con una nuova linea telefonica e nuovo numero. Come da prassi, mando comunicazione di recesso dal contratto. Verso metà marzo, vengo contattata sul mobile, un gentilissimo operatore mi spiega che sarei tenuta a pagare circa Euro 40,00 per interruzione del contratto, fatto salvo inviare un fax, in cui chiedo la chiusura gratuita per modifica condizioni contrattuali, entro il 5 aprile. Invio tale fax, alla data del 03/04/2018.
Da allora, ricevo regolare fattura bimestrale, in quanto sostengono che nella data in cui sono stata contattata dall'operatore io abbia attivato una nuova offerta, che ha fatto ripartire il contratto interrotto.
Non ho pagato la prima fattura (che era ridotta, trattandosi di una promozione), né la seconda, sperando che non pagando il servizio, venisse interrotto automaticamente.In data 30/06/2018 mando un altro fax, in cui riassumo tutto e comunico che non pagherò un servizio non richiesto, che non utilizzo. Ad ottobre ricevo una diffida dell'amministrazione Vodafone, che intima di pagare e risolvere in via stragiudiziale, per evitare che si procedesse davanti al giudice. Sperando che pagando gli arretrati, tutto si chiudesse, pago il dovuto. Mi arriva un'altra fattura per novembre. Ricontatto (cosa sempre difficile) Teletu e mi spiegano che la recessione era sbagliata, perché mancante della fotocopia del mia Carta d'Identita. Riinvio, come RA una nuova richiesta di recesso, con i miei dati e la fotocopia della C.I.
Oggi ricevo la mail, che mi anticipa che in data 16/01/2019 scade la nuova fattura.
Dovrò pagare per sempre? Come posso uscire da questo circolo vizioso?
La prego mi aiuti.

Consulenza legale i 09/01/2019
Premesso che le modalità di esercizio del diritto di recesso sono di norma individuate nelle condizioni generali di contratto, le penali per il recesso anticipato sono state abolite dalla legge 40/2007. Tuttavia, in base a tale normativa, in caso di recesso anticipato, la società di telefonia può chiedere all'utente il pagamento di somme pari ai “costi dell'operatore”, che vanno opportunamente motivati. Recentemente, l’AGCOM ha approvato delle nuove linee guida con la delibera 487/18 relative anche al diritto di recesso alle quali, tuttavia, non possiamo far riferimento essendo successive ai fatti della presente vicenda.
Possiamo però tener presente quanto previsto dalla Legge 124/2017 che all’art. 41 lett. a prevede testualmente che: "le spese relative al recesso o al trasferimento dell'utenza ad altro operatore sono commisurate al valore del contratto e ai costi reali sopportati dall'azienda, ovvero ai costi sostenuti perdismettere la linea telefonica o trasferire il servizio, e comunque rese note al consumatore al momento della pubblicizzazione dell'offerta e in fase di sottoscrizione del contratto, nonche' comunicate, in via generale, all'Autorita' per le garanzie nelle comunicazioni, esplicitando analiticamente la composizione di ciascuna voce e la rispettiva giustificazione economica”.

Ciò molto brevemente illustrato dal punto di vista legislativo, passando allo specifico del caso in esame, si osserva quanto segue.

Sulla base dei soli dati in nostro possesso e senza aver visionato né il contratto né la corrispondenza intercorsa, riteniamo che l’importo di euro 40,00 probabilmente era comunque dovuto in quanto rientrante nei costi dell’operatore sopra menzionati.
Di contro, le fatture inviate successivamente alla disdetta appaiono non dovute laddove il diritto di recesso sia stato regolarmente comunicato a mezzo lettera raccomandata a/r oppure a mezzo pec.
La circostanza del mancato invio di copia del documento d’identità non appare sufficiente ad inficiare la validità ed efficacia dell’esercitato diritto di recesso non essendo previsto in alcuna normativa.
Anzi, a tal proposito, il Corecom Lazio con delibera n.36/11 (in un caso analogo) ha sottolineato che tale motivazione addotta dalla compagnia telefonica “sembra in ogni caso non giustificare l’omessa lavorazione della richiesta, dato che si tratterebbe di una prassi stabilita dall’azienda a (pretesa) tutela del cliente, che potrebbe invece essere semplicemente contattato per una verifica sulla sua effettiva volontà”.

Ciò posto, suggeriamo di procedere nel modo seguente.
Non paghi l’ultima fattura ed invii un formale reclamo scritto a mezzo fax, lettera raccomandata a/r o pec con cui contesta tale ennesima fattura inviata, non dovuta, riservandosi:
a) di chiedere la ripetizione di quanto già versato in forza delle precedenti fatture illegittimamente emesse a seguito di regolare invio di comunicazione di recesso;
b) di informare la competente autorità garante.
Se entro 45 giorni (art. 4 delibera 79/09 agcom) dalla ricezione del reclamo la compagnia telefonica non risponde (o risponde in maniera insoddisfacente), è possibile ricorrere al Co.Re.Com. della Sua regione per il tentativo di conciliazione.


Testi per approfondire questo articolo

  • Accordo debole e diritto di recesso

    Autore: Pilia Carlo
    Editore: Giuffrè
    Collana: Univ.Roma-Fac. ec. Ist. dir. priv. Atti
    Data di pubblicazione: dicembre 2008
    Prezzo: 69,00 -5% 65,55 €
    Categorie: Recesso

    L'Autore pone in rilievo l'importanza dell'inquadramento sistematico dell'istituto, condizione per impostare correttamente i tanti problemi pratici sorti e che continuano a sorgere.
    L'opera imbocca la via procedimentale dell'ampio esame dell'istituto, calato nella moderna economia di mercato, nei problemi della grande distribuzione che si riassumono nelle esigenze di piena informazione e tutela del consumatore in rapporto alle tecniche di formazione del consenso.

     

    ... (continua)

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