Brocardi.it - L'avvocato in un click! CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 1372 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Efficacia del contratto

Dispositivo dell'art. 1372 Codice civile

Il contratto ha forza di legge tra le parti (1). Non può essere sciolto che per mutuo consenso (2) o per cause ammesse dalla legge [1399 3, 1453, 1896; l.f. 72] (3).

Il contratto non produce effetto rispetto ai terzi (4) che nei casi previsti dalla legge [1411, 1415] (5).

Note

(1) Il momento a partire dal quale il contratto vincola le parti è quello della sua conclusione: prima rimangono libere di scegliere se stipulare o meno e anche l'eventuale responsabilità precontrattuale (v. 1337, 1338 c.c.) non può mai pregiudicare tale libertà. Il concetto di "forza di legge" si riferisce solo a quanto dispone il contratto stesso (v. 1374 c.c.) ed indica il fatto che le parti sono tenute ad osservarlo.
(2) La dottrina usa l'espressione "mutuo dissenso" per indicare il venir meno del consenso. E' discussa l'operatività del mutuo dissenso nei contratti ad effetti reali (v. 1376 c.c.): mentre secondo alcuni è necessario un atto contrario, che, cioè, produca l'effetto inverso a quello prodottosi, secondo altri è sufficiente anche per essi il mutuo dissenso.
(3) La legge ammette non solo lo scioglimento concorde ma anche quello unilaterale (v. 1373, 1453, 1671, 2227 c.c.) il quale, proprio perchè è eccezione alla regola generale, non può essere rimesso alla volontà di una parte.
(4) Terzi possono essere definiti tutti coloro che non sono parte del contratto.
(5) La norma stabilisce che verso i terzi il contratto non può produrre effetti diretti e ciò rappresenta, da un lato, corollario del principio di relatività del contratto e, dall'altro, espressione della regola per cui la sfera patrimoniale dei singoli non può essere pregiudicata dall'attività altrui. Il contratto può, però, produrre effetti riflessi verso i terzi, nel senso che questi possono in qualche modo esserne coinvolti: ad esempio, chi subisce un danno a causa di un veicolo può agire per il risarcimento del danno (2043 c.c.) anche contro il proprietario del veicolo (v. 2054 3, c.c.) ed, in tal caso, il diritto di proprietà conseguito, si supponga, mediante compravendita (v 1470 c.c.) è la base su cui agire.

Ratio Legis

La norma esprime innanzitutto il principio di relatività, nel primo periodo del primo comma e nel secondo comma. In base ad esso il contratto produce effetti solo tra le parti e non verso i i terzi i quali, erstanei alla stipula, non possono di regola esserne coinvolti.
La norma sancisce, però, anche il diritto delle parti di sciogliersi dall'accordo purché, come principio generale, con un atto che sia espressione della volontà di entrambe.

Brocardi

Alterius contractu nemo obligatur
Contractus ab initio voluntatis est, post facto necessitatis
Contrarius consensus (dissensus)
Conventio legem dat contractus
Mutare consilium quis non potest in alterius detrimentum
Mutuus consensus
Pacta legem dant contractus
Pacta sunt servanda
Quod ab initio erat voluntatis postea fit necessitatis
Res inter alios acta, tertio neque nocet neque prodest

Spiegazione dell'art. 1372 Codice civile

L'autonomia contrattuale e gli effetti del contratto

Il primo comma dell'art. 1372 che riproduce, sostanzialrnente, l'art. #1123# del codice del 1865, intende affermare il carattere giuridico del rapporto convenzionale, nei limiti posti all'autonomia delle parti, dall'art. 1322.

Lo stretto collegamento tra l'art. 1372 e l'art. 1322 è espressarnente avvertito nella ricordata Relazione. Per il codice del 1942, nel suo originario orientamento, il contratto è bensì ammesso a costituire norme giuridiche convenzionali, ma purché non esca dai limiti della privata autonomia, quale è posta all'art. 1322, onde nulla si può pattuire con efficacia che non sia conforme alla legge, all’ordine pubblico, e, per i contratti innominati, ad interessi meritevoli di tutela, secondo l’ordinamento giuridico. E la ricordata Relazione, commenta la norma, negando tutela al mero capriccio individuale, come ai patti per i quali taluno coasenta, dietro compenso, ad una astensione da un'attività produttiva, ad una gestione antieconomica, ad una esplicazione sterile della propria attività, senza plausibile ragione.

Simili restrizioni poste all'art. 1372, per effetto dell'art. 1322 siffattamente inteso, non sono del tutto estranee a criteri peculiari al passato regime, per i quali l’attività privata non sembrava legittima, se non fosse conforme al pubblico bene, come era da quel regime concepito e patrocinato. Di qui il delicato problema relativo ad una eventuale mutazione di significato dell'art. 1322, nel regime odierno, e, di riflesso, dei limiti posti all'art. 1372.

A nostro avviso, nulla è mutato nella funzione limitatrice dell'articolo 1322, quanto al campo di applicazione dell'art. 1372. L’impero della legge sulla privata volontà, limite che il legislatore pone all'autonomia contrattuale e di riflesso all'efficacia della norma convenzionaile, non è questione di regime politico, ma di giuridico coordinamento fra la legge ed i1 contratto. Invece è mutata senza dubbio la portata dell'art. 1322. Anzitutto ha perduto rilevanza i1 richiamo all'ordine corpo-rativo. Ma in secondo luogo, e soprattutto, la limitazione ai patti innominati ha mutato carattere. Parlando di interessi meritevoli di tutela secondo l'ordinamento giuridico, legislatore alludeva a finalità reputate coriformi alla coscienza civile e politica, all’economia nazionale, al buon costume e all'ordine pubblico. Ora si noti che, quanto all'ordine pubblico ed al buon costume provvede l'art. 1343. Quanto alla coscienza civile e politica ed all'economia nazionale, simili espressioni sono riflesso di una influenza pubblica sulla vita privata, superiore a quanto consente, a nostro avviso, l’orientamento politico odierno. Riteniamo pertanto che le restrizioni che ne derivano debbano ritenersi implici tamente abrogate. Oggi non sembra lecito che il giudice tolga ad un contratto l'efficacia prevista all'art. 1372, solo perché il fine che esso persegue gli sembri in contrasto con l'economia della nazione. Il giudizio, su questo punto, si è nuovamente trasferito dal potere giudiziario a quello legislativo.


Gli effetti del contratto fra le parti – Il contratto e la legge

L'equiparazione del contratto e della legge, quanto alla efficienza della obbligazione che ne consegue, ha un'antica tradizione.

Contractus enim legem ex conventions accipiunt. I moderni scrittori dicono che si tratta di una formula pittoresca, ma metaforica. Alcuni autori parlano di autonomia i cui effetti sono recepiti dalla legge, altri parlano di autonomia precettiva, in contrasto con quella normativa, che nel passato regime sarebbe spettata ai contratti collettivi.

A nostro avviso si tratta, più generalmente parlando, del riconoscimento esplicito da parte del legislatore che i contratti hanno giuridica efficacia e determinano obbligazioni altrettanto vincolative quanto quelle che scaturiscono dalla legge. Di qui la conseguenza che il contratto ha efficacia autonoma incondizionata, indipendente da atti o formalità ulteriori, ciò che esclude ogni ingerenza di organi pubblici o di private autorizzazioni per l'efficacia del vincolo, quante volte una legge particolare non disponga il contrario.

Il rilievo contenuto nel primo alinea dell'art. 1372, concernente l'efficacia del contratto fra le parti, si ricollega alla disposizione del 2° comma, che vedremo fra poco.


Le cause di scioglimento del contratto

Il secondo alinea del 1° comma dell'art. 1372 nel testo del 1942, ha riprodotto quasi letteralmente il testo dell'art. #1123# del 1865; ma, mentre l'art. #1123# diceva che i contratti non possono essere revocati che per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge, il nuovo testo dice che il contratto, soltanto per tali cause può essere sciolto. Sotto il codice del 1865, dunque, l’espressione usata dal legislatore faceva ostacolo a chi voleva giustamente distinguere il contrarius consensus dalla revoca, osservando che la revoca è un atto unilaterale, mentre il contrarius consensus è bilaterale. L'ostacolo si superava osservando che l’espressione revoca non era usata in senso. tecmco. Ora, col nuovo testo, l’ostacolo scompare, e la distinzione accennata emerge evidente. Si è disputato se il contrarius consensus abbia effetto retroattivo. Riteniamo fondata l'opinione che nega la retroattivita, tanto più nel testo del 1942, e non solo la retroattività reale, cio che è evidente, ma anche quella obbligatoria. Tuttavia, a nostro avviso, nulla vieta alle parti di pattuire il ripristino di quanto fra loro sussisteva prima del contratto, senza pregiudizio die terzi, integrando il contrarius consensus con un accordo speciale a tale effetto.

Giustamente è stato osservato che il contrarius consensus integra un nuovo contratto estintivo, che dovrà avere la forma richiesta per il contratto da da sciogliere, e che, se il contratto è stato eseguito immediatamente, non si avrà più un contratto estintivo, ma un nuovo contratto di per sè stante.

Il richiamo alle cause di scioglimento ammesse dalla legge, (articolo 1372, I° comma, 2a alin.) non è che una norma di rinvio.


Il contratto ed i terzi

II 2° comma dell'art. 1372 limita il vincolo contrattuale alle parti stipulatrici. Ciò costituisce un principio già adombrato, come si è visto, al 1° comma dello stesso articolo, principio al quale possono bensì portarsi varie eccezioni, ma soltanto dal legislatore, cosicché in difetto di deroga legislativa, esso impera su tutti i rapporti contrattuali. Pertanto il gestore d'affari, il socio di fatto, il mandatario senza rappresentanza e tutti coloro i quali trattano in nome proprio e per conto altrui, vincolano soltanto se medesimi.

Ma il principio riceve numerose deroghe. Alcune si trovano nel codice civile, per es. al cap. IX di questo titolo II del Libro IV, ove si tratta del contratto a favore di terzi. Altre sono segnalate in dottrina a proposito dei negozi unilaterali, per i quali giustamente s'insegna che essi hanno inevitahilmente effetto nei confronti di persone estranee alla costituzione dell'atto. Invece, l'art. 1381 che concerne la promessa dell'obbligazione o del fatto del terzo, non solo non costituisce una deroga, ma al contrario costituisce un'applicazione manifesta del principio in esame.

Si insegna che è terzo, agli effetti del rapporto contrattuale, chi non è parte nel contratto, né avente causa dalla parte. Tuttavia giustamente si è rilevato che l'avente causa fra vivi talora è parificato, e talora non è parificato alla parte. Indubbiamente non è terzo né chi contrae, né il suo erede. Per l'avente causa a titolo particolare, bisogna rimettersi alla natura del titolo ed agli effetti di questo, sulla partecipazione agli effetti contrattuali, partecipazione che può essere ammessa od esclusa, od ammessa con maggiori o minori limitazioni.

Il terzo è estraneo alle obbligazioni contrattuali, ma d'altra parte, com'è noto, il contratto come fatto giuridico, esiste di fronte a tutti. Di qui il problema se sia da riconoscersi ai terzi la facoltà di insorgere contro negozi stipulati a loro danno, come fatti lesivi dei loro diritti. La questione è sorta a proposito dei patti di vietata concorrenza, dei patti di boicottaggio, e in altro campo, a proposito dei patti di simulazione in frode dei terzi. Noi pensiamo che tutti codesti casi siano estranei all'argomento. Quando si dice che il contratto non produce effetto rispetto ai terzi, si afferma che non crea vincoli giuridici a beneficio od a carico loro, salve le debite eccezioni; non si dice già che come fatto non debba influire sui loro interessi. Chi compra una casa al cui acquisto aspirava un terzo, o chi aliena ilsuo patrimonio nonostante abbia contratto dei debiti col terzo, certamente nuoce agli ineressi di costui. Ma il legislatore, quando vuol provvedere a favore di tali interessi, non considera ilcontratto come fonte di obblighi o di diritti per il terzo, ma lo considera come un fatto qualsiasi da reprimere, per i pregiudizi riflessi che ne derivano. Ora, per esempio nel caso di boicottaggio, pue forse invocarsi l'uso ovvero la morale come giuridicamente rilevante, per considerare illecito il complotto di alcune persone ai danni di talune altre, ma ciò concerne la loro cooperazione pregiudizievole a certi interessi meritevoli di tutela, prescindendo dal rapporto giuridico contrattuale nella sua portata normativa.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

627 Nel sistema di limiti alla autonomia della volontà sul quale, come si è detto (n. 603), è costruito il nuovo codice, la regola dell'art. 1123, primo comma, del codice precedente, secondo cui il contratto è legge tra le parti, non può avere perduto il significato di affermare la giuridicità del rapporto convenzionale; per tale sua funzione, e solo per questa, essa è stata riprodotta nell'art. 1372 del c.c.primo comma, in pieno collegamento con l'art. 1173 del c.c., di cui applica il principio secondo cui la volontà privata non può creare in modo indipendente effetti giuridici (cfr anche articoli 1987 e 2004). Questo principio afferma l'immanente e perenne soggezione della volontà individuale al comando della legge. E se ne intende la necessità, in base alla considerazione che il riconoscimento della giuridicità si fonda sulla valutazione dell'utilità generale degli effetti che ne derivano; il compito di fare questa valutazione non può attribuirsi al singolo senza porre in pericolo l'uniformità a cui essa deve ispirarsi, senza cioè far luogo ad una relatività di giudizi che scompone disordinatamente gli scopi della pluralità organizzata.
E' escluso ogni arbitrio individuale anche nella determinazione dell'estensione soggettiva dei contratti. L'effetto di questi è limitato in via di massima alla sfera di coloro che contraggono (art. 1372, secondo comma), perchè l'autonomia non può legittimare invasioni nell'orbita del diritti del terzo.

Massime relative all'art. 1372 Codice civile

Cass. civ. n. 27321/2017

Il patto obbligatorio di non concorrenza, consistente in un vincolo di modo nell'utilizzo di un cespite immobiliare, astringe il soggetto che l'ha stipulato, ma non il suo avente causa; esso, per produrre effetti anche nei confronti del nuovo acquirente, deve essere specificamente richiamato nell'atto di acquisto del terzo, in quanto la realità di un vincolo può configurarsi solo ove sia ipotizzabile un rapporto tra fondi mentre l'esclusione della concorrenza è utile non al fondo acquistato ma all'azienda che l'acquirente esercita su esso cosicché deve escludersi la sussistenza di una servitù.

Cass. civ. n. 8604/2017

In tema di mutuo consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro, non costituisce elemento idoneo ad integrare la fattispecie di tacita risoluzione consensuale il fatto che il lavoratore abbia, nelle more, percepito il TFR, ovvero cercato o reperito un'altra occupazione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto irrilevante lo svolgimento di altra attività lavorativa, per soli quindici giorni, circa quattro anni dopo il licenziamento intimato in forma orale).

Cass. civ. n. 3471/2017

Lo statuto di una società “in house”, che ha natura negoziale, non produce effetto rispetto ai terzi, se non nei casi previsti dalla legge, ai sensi dell’art. 1372 c.c. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che aveva ritenuto applicabile, al direttore generale di una siffatta società, la clausola di decadenza automatica alla cessazione dalla carica dell’amministratore unico, prevista dallo statuto, pur in carenza di un suo richiamo nel contratto individuale).

Cass. civ. n. 6900/2016

Il comportamento del titolare di una situazione creditoria che per lungo tempo trascuri di esercitarla, e generi un affidamento della controparte nell'abbandono della relativa pretesa, è idoneo a determinare la perdita della stessa, sicché l'inerzia del lavoratore può ingenerare nel datore di lavoro un ragionevole affidamento in ordine ad una sua volontà di recedere dal rapporto. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva dedotto la volontà di non dare seguito al rapporto dall'inerzia del lavoratore che, sottoposto ad un intervento chirurgico, era rientrato al lavoro dopo un mese senza inviare alcuna certificazione medica attestante il suo stato di salute, né comunicare anche oralmente alcuna notizia al riguardo).

Cass. civ. n. 2732/2016

Nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell'illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, il decorso di un significativo lasso temporale tra la cessazione dell'ultimo contratto e la messa in mora del datore da parte del lavoratore, in uno al reperimento, nelle more, di altra occupazione a tempo indeterminato, costituiscono indici sufficienti della volontà delle parti di porre definitivamente fine a ogni rapporto lavorativo e da configurare la risoluzione del rapporto per mutuo consenso. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della corte d'appello che aveva accertato la risoluzione consensuale del rapporto atteso il decorso di cinque anni tra la cessazione dell'ultimo contratto e la contestazione stragiudiziale della legittimità del termine, nonché l'avvenuta assunzione della ricorrente a tempo indeterminato da parte di altro datore prima dell'instaurazione del giudizio).

Cass. civ. n. 12781/2012

Per il principio di relatività dell'efficacia del contratto, accolto dall'art. 1372 c.c., la conciliazione giudiziale di una controversia attinente al rapporto di lavoro vincola solo gli stipulanti. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha respinto il ricorso del lavoratore che, avendo conciliato con l'azienda municipalizzata Centrale del Latte di Roma una controversia per superiore inquadramento, pretendeva di opporre la transazione al Comune di Roma, presso il quale era transitato a seguito di accordo sindacale prevedente la costituzione del rapporto "ex novo").

Cass. civ. n. 3245/2012

La risoluzione consensuale di un contratto, per il quale la legge non prescriva alcuna forma particolare, può avvenire anche con una manifestazione tacita di volontà.

Cass. civ. n. 2363/2012

La clausola di un contratto di appalto, nella quale si preveda che tutti i danni che i terzi dovessero subire dall'esecuzione delle opere siano a totale ed esclusivo carico dell'appaltatore, rimanendone indenne il committente, non può essere da quest'ultimo invocata quale ragione di esenzione dalla propria responsabilità risarcitoria nei confronti del terzo danneggiato per effetto di quei lavori, atteso che tale clausola, operando esclusivamente nei rapporti fra i contraenti, alla stregua dei principi generali sull'efficacia del contratto fissati dall'art. 1372 c.c., non può vincolare il terzo a dirigere verso l'una, anziché verso l'altra parte, la pretesa nascente dal fatto illecito occasionato dall'esecuzione del contratto.

Cass. civ. n. 8504/2011

Lo scioglimento per mutuo consenso di un contratto di trasferimento della proprietà immobiliare, per il quale la legge richiede la forma scritta a pena di nullità, deve anch'esso risultare da atto scritto.

Cass. civ. n. 8124/2010

In tema di appalti pubblici, qualora un consorzio di cooperative di produzione e lavoro (costituito ai sensi del r.d. 25 giugno 1909, n. 422), aggiudicatario di un appalto, abbia assegnato ad una cooperativa consorziata l'esecuzione dei lavori appaltati e quest'ultima ne abbia subappaltato una parte ad altra impresa estranea al consorzio, in caso di inadempimento dell'impresa consorziata subappaltante nei confronti dell'impresa fornitrice, il consorzio non ne è responsabile in solido con l'impresa assegnataria consorziata, atteso che - in assenza di disposizioni di legge speciali contrarie e non potendo trovare applicazione l'art. 13 della legge 11 febbraio 1994, n. 109, rilevante "ratione temporis", che si riferisce alla partecipazione alle procedure di affidamento di imprese e consorzi in "associazione temporanea" - valgono la regola generale di cui all'art. 1372, secondo comma, c.c., a norma del quale il contratto non produce effetti rispetto ai terzi se non nei casi previsti dalla legge, e quella di cui all'art. 1292 c.c., per il quale la solidarietà passiva nel rapporto obbligatorio presuppone una specifica previsione della legge o del titolo.

Cass. civ. n. 24133/2009

L'erede è vincolato dal contratto, anche se non trascritto, concluso dal "de cuius" e dalle obbligazioni dallo stesso nascenti, atteso che soltanto l'avente causa a titolo particolare "mortis causa" o per atto fra vivi è terzo e, come tale, non è tenuto, senza il suo consenso, a subire il debito del suo dante causa.

Cass. civ. n. 10741/2009

Gli effetti del contratto debbono essere individuati avendo riguardo anche alla sua funzione sociale, e tenendo conto che la Costituzione antepone, anche in materia contrattuale, gli interessi della persona a quelli patrimoniali. Ne consegue che il contratto stipulato tra una gestante, una struttura sanitaria ed un medico, avente ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza, riverbera per sua natura effetti protettivi a vantaggio anche del concepito e del di lui padre, i quali in caso di inadempimento, sono perciò legittimati ad agire per il risarcimento del danno.

Cass. civ. n. 15603/2007

Il principio secondo cui il contratto non può avere effetto che tra le parti, salvo che nei casi previsti dalla legge, esclude che possano ritenersi legittimati ad agire per la nullità di una clausola arbitrale i garanti di una delle parti contrattuali, coobbligati in virtù di altro contratto, non potendo i medesimi essere convenuti innanzi all'arbitro né farsi promotori di un giudizio arbitrale.

Cass. civ. n. 17503/2005

In tema di risoluzione consensuale del contratto, il mutuo dissenso, realizzando per concorde volontà delle parti la ritrattazione bilaterale del negozio, dà vita a un nuovo contratto, di natura solutoria e liberatoria, con contenuto eguale e contrario a quello del contratto originario; pertanto, dopo lo scioglimento, le parti non possono invocare cause di risoluzione per inadempimento relative al contratto risolto giacché ogni pretesa od eccezione può essere fondata esclusivamente sul contratto solutorio e non su quello estinto.

Cass. civ. n. 3122/2003

La transazione intervenuta tra lavoratore e datore di lavoro è estranea al rapporto tra quest'ultimo e l'Inps, avente ad oggetto il credito contributivo derivante dalla legge in relazione all'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, giacché alla base del credito dell'ente previdenziale deve essere posta la retribuzione dovuta e non quella corrisposta, in quanto l'obbligo contributivo del datore di lavoro sussiste indipendentemente dal fatto che siano stati in tutto o in parte soddisfatti gli obblighi retributivi nei confronti del prestatore d'opera, ovvero che questi abbia rinunziato ai suoi diritti. Pertanto, attesa l'autonomia tra i due rapporti, la transazione suddetta non spiega effetti riflessi nel giudizio con cui l'Inps fa valere il credito contributivo.

Cass. civ. n. 12476/1998

L'efficacia del negozio di risoluzione per mutuo dissenso non può decorrere da un momento successivo alla sua stipulazione, attribuendo così efficacia ultrattiva al precedente contratto, in quanto ciò contraddirebbe l'essenza del negozio solutorio e la natura degli interessi che, in riferimento alla sua causa, esso è destinato a soddisfare.

Cass. civ. n. 7270/1997

Il negozio risolutorio ha, per sua natura, efficacia ex nunc, nel senso che da esso deriva la caducazione delle obbligazioni scaturenti dal contratto originario relative alla prosecuzione del rapporto, onde non può configurarsi responsabilità in relazione al mancato adempimento delle ulteriori prestazioni previste; nessun effetto liberatorio, invece, esplica la risoluzione consensuale in ordine ad eventuali aspetti di responsabilità per un corretto adempimento relativo a prestazioni già eseguite, ovvero per danni cagionati da comportamenti accessori in cui una delle parti possa incorrere nell'esecuzione dello stesso accordo risolutorio, ferma restando, ovviamente, la possibilità per le parti di prevedere, nell'esercizio della loro autonomia contrattuale, l'estensione dell'effetto liberatorio dell'accordo risolutorio ad altri titoli di responsabilità, al di là dei limiti propri di detto accordo.

Cass. civ. n. 2713/1996

Con riguardo alla risoluzione del contratto per mutuo dissenso, l'obbligo di restituzione della somma ricevuta a titolo di anticipo del corrispettivo costituisce debito di valuta insensibile, come tale, al fenomeno della svalutazione monetaria, salvo che il creditore non dimostri di avere risentito a causa della indisponibilità della somma anticipata eventuali ulteriori danni e perciò anche quello sofferto in conseguenza della svalutazione monetaria.

Cass. civ. n. 8341/1995

Qualora l'acquirente di un immobile urbano adibito ad uso diverso da quello di abitazione si trovi in regime di comunione legale dei beni con il coniuge, il giudizio di riscatto iniziato dall'avente diritto alla prelazione ai sensi dell'art. 39 della L. 27 luglio 1978 n. 392 deve essere promosso nei confronti di entrambi, ancorché il coniuge sia rimasto estraneo al contratto stipulato dall'acquirente, posto che il coniuge, in forza dell'art. 177 c.c. ed in conformità della previsione contenuta nell'art. 1372 secondo comma c.c., assume ope legis le vesti di destinatario diretto dello stesso effetto traslativo verificatosi in favore del contraente, di modo che le situazioni giuridiche soggettive di entrambi i coniugi nell'ambito del rapporto giuridico originato dal contratto rivestono carattere di inscindibilità, essendo l'un coniuge divenuto, in forza dello stesso contratto, comproprietario del bene acquistato dall'altro.

Cass. civ. n. 6656/1993

L'accordo risolutorio di un contratto per il quale sia richiesta la forma scritta ad substantiam è soggetto alla stessa forma stabilita per la conclusione di esso. L'anzidetto requisito formale può ritenersi sussistente solo in presenza di un documento che contenga in modo diretto la dichiarazione della volontà negoziale e che venga redatto al fine specifico di manifestare tale volontà.

Cass. civ. n. 5065/1993

Poiché la cosiddetta risoluzione del contratto per mutuo dissenso, a differenza dalla risoluzione per inadempimento, non ha, in difetto di specifica pattuizione negoziale, l'effetto retroattivo che per questa ultima è invece previsto dall'art. 1458, primo comma, c.c., alla stessa non consegue il ripristino delle status quo ante, che deve, anzi, ritenersi implicitamente escluso per effetto della globale valutazione datane dalle parti all'atto dello scioglimento del contratto. Ne consegue che in caso di contratto di compravendita in difetto di contraria pattuizione gli interessi sulle somme dovute in restituzione dalla parte venditrice devono ritenersi compensati dal godimento della cosa che la parte compratrice abbia medio tempore avuto (ex art. 1282 ultimo comma c.c.).

Cass. civ. n. 100/1991

Il patto che concerne l'adozione di una determinata forma per la futura conclusione di un contratto (o anche per porre validamente in essere un negozio unilaterale) non può estendersi in via analogica ad altre convenzioni non specificamente previste, come la risoluzione consensuale del rapporto, la quale non soggiace ai limiti di prova testimoniale previsti dall'art. 2723 c.c. con riguardo ai «patti posteriori alla formazione del documento», dovendosi considerare tali solo quelli che apportano alle clausole contrattuali, stipulate in forma scritta, aggiunte o modifiche destinate a regolare diversamente per il futuro particolari aspetti dei rapporto tra le parti, nel presupposto della persistenza e prosecuzione del medesimo. In tema di contratto di agenzia, la sostanziale diversità, per natura ed effetti, fra il recesso il quale consiste in una dichiarazione unilaterale ricettizia, volta a far cessare il rapporto a tempo indeterminato, che non richiede accettazione della controparte e produce effetto solo che quest'ultima ne abbia avuto conoscenza (salvo, ex art. 1350 c.c., l'obbligo della parte recedente di dare il prescritto preavviso o di corrispondere l'indennità sostitutiva) e la risoluzione consensuale, che è invece un negozio bilaterale volto a porre fine al vincolo contrattuale (art. 1372 c.c.) comporta che la prescrizione dell'uso della forma scritta (nella specie, raccomandata con ricevuta di ritorno e preavviso di trenta giorni), pattuita per l'esercizio del recesso, non è estensibile all'ipotesi di risoluzione per mutuo consenso, la cui manifestazione di volontà non solo non è soggetta ad alcuna prescrizione di forma, che non risulti previamente pattuita con specifico riferimento al negozio in questione, ma può anche implicitamente desumersi dal comportamento delle parti che concordemente cessino di dare ulteriore corso alle prestazioni reciproche.

La regola dettata dall'art. 157 c.p.c., secondo cui la nullità non può essere opposta dalla parte che vi ha dato causa, è propria della materia processuale ma è estranea alla materia sostanziale, nella quale l'azione è concessa anche a chi abbia partecipato alla stipulazione del contratto nullo. In tema di contratto di agenzia, la sostanziale diversità, per natura ed effetti, fra il recesso - il quale consiste in una dichiarazione unilaterale ricettizia, volta a far cessare il rapporto a tempo indeterminato, che non richiede accettazione della controparte e produce effetto solo che quest'ultima ne abbia avuto conoscenza (salvo, ex art. 1350 c.c., l'obbligo della parte recedente di dare il prescritto preavviso o di corrispondere l'indennità sostitutiva) - e la risoluzione consensuale - che è invece un negozio bilaterale volto a porre fine al vincolo contrattuale (art. 1372 c.c.) - comporta che la prescrizione dell'uso della forma scritta (nella specie, raccomandata con ricevuta di ritorno e preavviso di trenta giorni), pattuita per l'esercizio del recesso, non è estensibile all'ipotesi di risoluzione per mutuo consenso, la cui manifestazione di volontà non solo non è soggetta ad alcuna prescrizione di forma, che non risulti previamente pattuita con specifico riferimento al negozio in questione, ma può anche implicitamente desumersi dal comportamento delle parti che concordemente cessino di dare ulteriore corso alle prestazioni reciproche.

Cass. civ. n. 6118/1990

Nella disciplina del diritto di famiglia, introdotta dalla L. 19 maggio 1975, n. 151, l'obbligazione assunta da un coniuge, per soddisfare bisogni familiari, non pone l'altro coniuge nella veste di debitore solidale, difettando una deroga rispetto alla regola generale secondo cui il contratto non produce effetti rispetto ai terzi. Il suddetto principio opera indipendentemente dal fatto che i coniugi si trovino in regime di comunione dei beni, essendo la circostanza rilevante solo sotto il diverso profilo dell'invocabilità da parte del creditore della garanzia dei beni della comunione o del coniuge non stipulante, nei casi e nei limiti di cui agli artt. 189 e 190 (nuovo testo) c.c.

Cass. civ. n. 1496/1977

La risoluzione per mutuo consenso di un contratto per il quale non sia richiesta la forma scritta ad substantiam può risultare - oltre che da un esplicito accordo dei contraenti diretto a sciogliere il rapporto - anche dalla lor comune tacita volontà di non dare ulteriore corso al contratto, liberandosi delle rispettive obbligazioni.

Cass. civ. n. 1109/1977

I contratti di compravendita di autoveicoli possono essere conclusi anche con il solo scambio orale del consenso, del quale può darsi dimostrazione con ogni mezzo di prova ammesso dalla legge, comprese le presunzioni semplici, costituendo la trascrizione dell'atto nel pubblico registro soltanto un mezzo di pubblicità inteso a dirimere gli eventuali conflitti fra più aventi causa dal medesimo venditore. Ne consegue che la forma scritta non è necessaria, né ad substantiamad probationem, neanche per l'accordo con il quale le parti sciolgono per mutuo consenso un precedente contratto di vendita di un autoveicolo.

Cass. civ. n. 3772/1976

Se in astratto il negozio risolutivo per mutuo consenso ha efficacia ex nunc, spetta però al giudice, con indagine di fatto, accertare se le parti, nel concludere il negozio risolutivo di un contratto, abbiano inteso attribuire ad esso anche carattere liberatorio rispetto agli effetti del primo negozio, ed eventualmente rispetto alle conseguenze di una pretesa inadempienza della parte, e se perciò intesero o meno far sopravvivere l'azione di danni.

Cass. civ. n. 1142/1976

L'erede, subentrando nella posizione giuridica del de cuius soltanto a partire dalla morte di questi, non può essere considerato parte dei contratti conclusi dal defunto per il periodo anteriore al suddetto evento, ma, al contrario, conserva la sua posizione di terzo rispetto a tutti gli effetti non aventi carattere di durata che siano ricollegabili al momento della conclusione dei detti contratti; ne consegue che, ai fini dell'opponbilità al nudo proprietario delle locazioni poste in essere dall'usufruttuario, anche nel caso in cui il nudo proprietario sia succeduto mortis causa a quest'ultimo dopo la rinunzia all'usufrutto, il contratto di locazione resta opponibile al nudo proprietario soltanto se e dal momento in cui abbia acquistato, per effetto della registrazione, data certa.

Cass. civ. n. 1666/1975

A norma dell'art. 1372 c.c., il contratto produce effetti soltanto nei confronti delle parti e dei loro eredi e non anche nei confronti dei successori a titolo particolare mortis causa o per atto fra vivi; pertanto le obbligazioni assunte dal proprietario di un immobile nei confronti di un terzo non si trasferiscono - tranne che siano configurabili come obbligazioni propter rem, costituenti numerus clausus all'acquirente dello stesso immobile, se non attraverso uno degli strumenti negoziali tipici all'uopo predisposti dall'ordinamento (delegazione, espromissione, accollo e cessione del contratto).

Cass. civ. n. 2274/1971

Il contratto preliminare, come qualsiasi altro contratto, non può essere sciolto, se non per volontà concorde delle parti o per cause ammesse dalla legge.

Notizie giuridiche correlate all'articolo

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: una volta effettuato il pagamento sarà possibile inviare documenti o altro materiale relativo al quesito posto; indicazioni sulle modalità dell'invio verranno fornite via email.

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Consulenze legali
relative all'articolo 1372 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Livio D. D. chiede
lunedì 28/03/2016 - Veneto
“All'inizio di ottobre 2010 mia figlia stipulava un contratto di affitto con canone agevolato
per un piccolo appartamento sito ad Udine.
Il contratto era del tipo 3+2 “agevolato”e prevedeva il versamento alla proprietaria di un canone mensile anticipato di 410 Euro e il versamento di un importo forfettattario mensile di 110 Euro al
Condominio per le spese. L'appartamento è stato usato solo per alcuni giorni alla settimana per seguire le lezioni universitarie, rimaneva comunque vuoto durante le vacanze e durante l'estate.
In marzo dello scorso anno mia figlia si è laureata e dovendo cambiare sede ha chiesto la risoluzione anticipata del contratto che sarebbe scaduto naturalmente il 15/10/2015.
La proprietaria ha accettato la richiesta chiedendo comunque il versamento dall'affitto per
i successivi 6 mesi e rendendosi disponibile ad accettare il subentro di un nuovo inquilino se nel frattempo l'agenzia immobiliare delegata fosse riuscita a stipulare un nuovo contratto. A fine marzo mia figlia ha quindi consegnato tutte le chiavi dell'appartamento all'agenzia immobiliare che curava gli interessi della proprietaria. L'agenzia non è riuscita a trovare alcun affittuario e il contratto è scaduto per disdetta anticipata il 17/09/2015.
All'atto della consegna delle chiavi ho che ho fatto personalmente ( era presente anche mia figlia)
ho segnalato alla persona di fiducia dall'agenzia il fatto di non aver ricevuto nei vari anni alcuna dococumentazione delle spese condominiali come previsto da contratto e che era mia ferma intezione ottenere i documenti a breve. Ho fatto in seguito numerosi solleciti alla proprietaria a anche all'agenzia per ottenere i consuntivi ma senza successo. La risposta (anche scritta) era che l'amministratore non li forniva....
Ho deciso a quel punto quindi di sospendere i pagamenti forfettari delle spese e dell'affitto che fino a quel momento erano stati puntualmente effettuati e di inviare una dellega alla proprietaria affinchè utilizzasse il deposito cauzionale per compensare gli affitti mancanti (3 mesi e 17 giorni)
ovviamente rivendicando il diritto a ricevere i consuntivi spese di tutti periodi.
Alla fine i consuntivi delle spese gli ho ottenuti dopo la scadenza del contratto di affitto
ma non direttamente dalla proprietaria bensì dall'amministratore condominiale il quale
non aveva risposto ad una mia precedente richiesta (circa un anno prima).
Ovviamente c'era la sorpresa e guarda caso i consumi di acqua calda e fredda erano stati calcolati
con metodo previsionale imputando consumi di gran lunga superiori a quelli effettivi.
Il regolamento condominiale prevedeva la lettura semestrale dei contatori e nei consuntivi
le caselle delle letture erano “vuote”.In seguito al mio reclamo essendo l'appartamento ancora non occupato l'addetta dell'agenzia accompagnata dalla proprietaria ha fotografato i contatori
e mi ha inviato le foto. Riassumendo nei 5 anni erano stati imputati consumi per circa 200 mq
di acqua calda e 200mq di acqua fredda invece dei 20 e 15 misurati rispettivamente dai contatori.
Ho richiesto quindi il conguaglio e dopo vari scambi epistolari (e-mai), la proprietaria mi ha inviato il documento per tutto il periodo di detenzione dell'appartamento.
Nel prospetto fornito dall'amministratore sotto riportato non vengono considerate le spese imputate in eccesso per i consumi di acqua fredda. che ammontano a 320 Euro( secondo miei calcoli). Per l'acqua calda sono stati imputati 10 mq/anno anche se il consumo effettivo è stato inferiore ( probabilamente è previsto dal regolamento del condominio che non possiedo). Ho per questo contestato il conguaglio (vedi sotto) sia per la mancata detrazione delle spese acqua fredda in eccesso che per il calcolo delle spese generali del primo periodo e ultimo periodo di occupazione in quanto non sono proporzionali ai giorni di godimento 197 e 139 rispettivamente .
La proprietaria non ha risposto alle mie contestazioni (neanche l'amministratore) e pretende
di considerare il conguaglio fornito dall'amministratore come non discutibile.
In conclusione il conguaglio spese attuale fornito dell'amministratore riporta attualmente un credito nei confronti di mia figlia di Euro 1025,11 .
La proprietaria sostiene di non essere riuscita a prelevare il deposito cauzionale e che sono in debito nei suoi confronti di 3 mensilità ma allo stesso tempo non restituisce il libretto al portatore
consegnato all'atto della stipula.


A questo punto avrei bisogno di una risposta alle seguenti domande e eventualmente un Vostro consiglio su come muovermi per chiudere la vicenda.

- Il credito nei confronti del condominio può essere riscosso da mia figlia e se sì in che modo?

- La proprietaria può impedire all'amministratore di restituire a mia figlia il credito vantato ?

- Il mancato invio dei consuntivi annuali e la mancata risposta alla contestazione (inviata con e-
mail semplice) per le spese imputate in eccesso da parte della proprietaria la pone in una posizione di illegalità ?

-La mia intenzione di chiedere la revisione del conguaglio all'amministratore e comunque la restituzione diretta del credito risultante e, in seguito, regolare i conti con la proprietaria.
è legalmente ammissibile ?


Non esistate a chiedermi eventuali chiarimenti .

Grazie per la collaborazione









Consulenza legale i 05/04/2016
In primo luogo, al fine della quantificazione delle spese che, nel caso di specie, avrebbero dovuto essere a carico del conduttore o locatario, occorrerebbe visionare quanto prevedeva il contratto di locazione.
In generale, al fine di potere sostenere che le spese non spettassero al conduttore nei periodi di assenza (vacanze Pasquali, natalizie, estive, etc.) dovrebbe risultare un accordo in tal senso; tuttavia, trattandosi di un contratto 3+2, si dubita che possa esservi una tale esplicita previsione; in sostanza, anche se la studentessa effettivamente non usufruiva dell'abitazione in determinati giorni e/o periodi dell'anno, non per questo si può sostenere che non le spettasse il pagamento delle spese, alla luce del fatto che il contratto, dalla ricostruzione prospettata, continuava, anche in questi periodi, ad essere pienamente vigente. Infatti, il locatore, in ogni caso, in tali periodi di assenza del conduttore, non era comunque nella disponibilità dell'immobile, che continuava ad essere occupato dalla studentessa o comunque nella sua piena disponibilità
Tale premessa ci è utile per evidenziare che una parte del credito vantato dal conduttore potrebbe essere contestato dal locatore alla luce del fatto che, anche nei periodi di assenza della studentessa dall'appartamento, quest'ultima in ogni caso doveva contribuire alle spese.
In secondo luogo, occorre altresì verificare se il contratto di locazione prevedeva che il versamento di euro 110,00 mensili a titolo di spese condominiali fosse effettivamente "forfettario" (come risulterebbe dalla narrazione) e pertanto fosse dovuto a prescindere dai consumi effettivi, oppure, al contrario, se fosse previsto espressamente che il conduttore avrebbe potuto (o comunque potrebbe ora) richiedere il conguaglio (come si vorrebbe sostenere).
Ammesso che dal contratto di locazione risultasse tale seconda ipotesi, ovvero la possibilità di ottenere un conguaglio tra le somme versate "in misura fissa" a titolo di spese condominiali e le somme che effettivamente risultano dalla rendicontazione inviata dall'amministratore, si procedede ora a rispondere in maniera necessariamente sintetica ai singoli quesiti formulati.
1. Il credito nei confronti del condominio può essere riscosso da mia figlia e se sì in che modo?
La risposta è negativa.
In generale, come già evidenziato, il credito vantato dal conduttore non è un credito certo; bisognerebbe accertare, alla luce di quanto previsto dal contratto di locazione, in capo a chi gravino le spese nei periodi di vacanza e se è effettivamente previsto un conguaglio a fronte dell'importo forfettario versato.
In ogni caso, ciò che più rileva, è che l'unico interlocutore per il condominio, e quindi per l'amministratore, è il proprietario dell'immobile, non il conduttore.
Per comodità, come spesso accade nella quotidianità, si può pattuire - formalmente o informalmente - che il versamento delle spese condominiali ordinarie venga effettuato concretamente dal conduttore.
Tuttavia, laddove vi fosse una morosità del conduttore nel pagamento delle spese condominiali, l'amministratore non potrebbe intimare al conduttore il pagamento degli arretrati, dovendone rispondere solamente il proprietario dell'immobile, come confermato da pacifica giurisprudenza (cfr. a titolo meramente esemplificativo, Cassazione Civile, sez. II, 9 dicembre 2009, n. 25781: "In tema di spese condominiali non pagate, il debitore è sempre il condomino locatore che, tuttavia, può rivalersi sul conduttore. L'amministratore del condominio, infatti, è legittimato solo nei confronti del proprietario, che è il soggetto tenuto a corrispondere i contributi concernenti i beni e i servizi comuni. Mentre il proprietario può pretendere il versamento dall'inquilino che non vi abbia provveduto direttamente, secondo gli accordi convenuti con il contratto di locazione").
A contrario, ma in applicazione dello stesso principio, laddove il conduttore abbia versato più del dovuto a titolo di spese condominiali, potrebbe richiedere la liquidazione delle differenze solamente al proprietario. Tali versamenti, si ribadisce, per il condominio risulta come se fossero stati effettuati dal proprietario dell'immobile e la quietanza di pagamento viene rilasciata a a favore del proprietario.
2. La proprietaria può impedire all'amministratore di restituire a mia figlia il credito vantato?
Alla luce di quanto illustrato, in astratto, la proprietaria potrebbe impedire all'amministratore si restituire al conduttore il credito vantato; peraltro, si ritiene che in ogni caso l'amministratore non procederà alla restituzione di quanto versato, alla luce del fatto che non sarebbe legittimato a tal fine; inoltre, solamente con riferimento alla differenza tra le spese presunte indicate nella rendicontazione inviata dall'amministratore e le letture effettuate dopo cinque anni, l'amministratore potrebbe derivare un credito a titolo di spese condominiali in capo alla proprietaria dell'immobile. Infatti, risulta ultroneo ribadire, anche in questa sede, che l'amministratore neppure conosce che tipo di accordi vi erano tra il locatore ed il conduttore con riferimento alla spettanza delle spese nei periodi di assenza temporanea del conduttore. Si ribadisce che il rapporto tra locatore-conduttore è estraneo al rapporto con il condominio.
3. Il mancato invio dei consuntivi annuali e la mancata risposta alla contestazione (inviata con e-mail semplice) per le spese imputate in eccesso da parte della proprietaria la pone in una posizione di illegalità?
Con riferimento al rapporto locatore-conduttore, bisognerebbe verificare se il contratto di locazione prevedeva, tra gli obblighi in capo al locatore, la trasmissione dei consuntivi annuali, al fine di potere calcolare il conguaglio.
Inoltre, come già illustrato, al fine di poter pretendere il conguaglio da parte del locatore, nel contratto dovrebbe essere stato previsto un "meccanismo" che consentisse al conduttore di derogare alla regola del versamento "forfettario" pari ad euro 110 mensili; infatti, laddove tale meccanismo non fosse stato previsto, si ritiene che il conduttore, nella vigenza del contratto di locazione, comunque doveva provvedere al pagamento di tale quota fissa (oltre che, ovviamente, del canone di locazione).
4. La mia intenzione di chiedere la revisione del conguaglio all'amministratore e comunque la restituzione diretta del credito risultante e, in seguito, regolare i conti con la proprietaria è legalmente ammissibile?
E' stato ampiamente motivato che il conduttore non può rivalersi direttamente nei confronti del condominio (tramite l'amministratore), pertanto tale richiesta diretta non risulterebbe ammissibile. O, se si preferisce, potrebbe validamente essere respinta dall'amministratore.
Per concludere, con riserva di approfondire ulteriormente la questione, il credito che potrebbe essere vantato da parte del conduttore uscente sembrerebbe essere pari "solamente" alla differenza tra le spese versate e i consumi effettivi risultanti dalle letture, tralasciando lo scomputo dei periodi in cui la studentessa si assentava temporaneamente dall'immobile, che non ci sembrano possano avere rilievo.
Dal punto di vista pratico, sulla base del contratto di locazione, della rendicontazione fornita dall'amministratore, delle letture effettuate, potrebbe calcolarsi a quanto ammonta l'importo preciso del credito vantato dal conduttore per i maggiori versamenti effettuati a titolo di spese condominiali; dovrebbe quindi verificarsi se tale credito vantato dal conduttore possa essere compensato con le tre mensilità che, stando al contratto, sembrano tuttora dovute al locatore.
Quindi, si suggerisce, all'esito della verifica dei passaggi illustrati sopra, l'invio al locatore di una raccomandata A/R, meglio se sottoscritta da un legale, nella quale si chiarisca definitivamente la questione (eventualmente intimando il pagamento dell'importo dovuto, nel caso in cui all'esito della compensazione, il conduttore vantasse ancora un credito).

gino claudio g. chiede
sabato 07/06/2014 - Veneto
“Buongiorno, l'anno scorso a maggio ho firmato un contratto con un portale web per della pubblicità del mio negozio. Il costo è stato piuttosto oneroso (2500 euro circa) ma dopo alcuni mesi ho capito che il portale era inefficace ed oltretutto per tenere attiva la pubblicità era molto laborioso per me che non ho molto tempo a disposizione per queste cose. Messomi il cuore in pace non ho più usufruito del servizio ed ho anche tolto il modem wi-fi datomi in dotazione per sfruttare al meglio secondo il portale l'efficacia della pubblicità nel mio negozio. Ora è passato un anno e ricevo sempre dallo stesso operatore un'altra fattura da pagare per il rinnovo annuo avvenuto con il tacito consenso che io nemmeno immaginavo. Ho cercato di comunicare tramite mail con loro e di spiegare le mie ragioni in quanto non usufruisco e tanto meno desidero i loro servizi ma senza successo. Come posso salvarmi da questa situazione? Anticipatamente vi ringrazio per la vostra attenzione e cortesia, distinti saluti”
Consulenza legale i 16/06/2014
Nella vicenda proposta è stato sottoscritto un contratto per la fornitura di un servizio web.
Il contratto è stato firmato su carta e una copia dello stesso dovrebbe essere stata consegnata al cliente.
E' prassi che contratti di fornitura di servizi di tal genere prevedano il rinnovo automatico annuale del servizio, o meglio: nel contratto che viene fatto sottoscrivere al cliente, esiste una clausola che prevede che, salvo disdetta del cliente da dare entro un certo termine (precedente alla scadenza annuale del contratto), il contratto è rinnovato per un altro anno. Di regola, il rinnovo ha un costo inferiore al compenso pagato il primo anno.
Dobbiamo distinguere due ipotesi.
A. Il cliente ha ricevuto la copia del contratto
Se il contratto è stato validamente sottoscritto dal cliente, purtroppo, esso è vincolante a tutti gli effetti.
Il rinnovo potrebbe essere contestato in un unico caso: se la clausola che prevede l'obbligo di disdetta stabilisce un termine eccessivamente anticipato rispetto alla scadenza naturale del contratto (supponiamo, 6 mesi prima della scadenza annuale), tale clausola potrebbe considerarsi vessatoria (art. 33, comma 2, lett. i), Codice del Consumo: "Si presumono vessatorie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di: stabilire un termine eccessivamente anticipato rispetto alla scadenza del contratto per comunicare la disdetta al fine di evitare la tacita proroga o rinnovazione").
Nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.
Pertanto, la clausola vessatoria, ai sensi dell'art. 36 del Codice del Consumo è nulla, mentre il contratto rimane valido per il resto.
B. Il cliente non ha ricevuto la copia del contratto
In questo caso, il cliente ha la possibilità di dimostrare di non essere stato a conoscenza delle condizioni generali di contratto le quali, quindi, non avranno efficacia nei suoi confronti.
Dice infatti l'art. 1341 del c.c.: "Le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell'altro, se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l'ordinaria diligenza".
Se il cliente non ha mai posseduto copia del contratto, egli non poteva conoscere le condizioni generali del contratto. Quindi, in questa ipotesi, il rinnovo non può dirsi avvenuto e il cliente potrà recedere dal contratto comunicando disdetta alla controparte (consigliabile farlo a mezzo raccomandata a.r., specificando che le clausole del contratto non gli sono opponibili per le ragioni sopra specificate e menzionando che risulta violato l'art. 1341 c.c.).