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Articolo 2237 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Recesso

Dispositivo dell'art. 2237 Codice civile

Il cliente può recedere dal contratto [1373] (1), rimborsando al prestatore d'opera le spese sostenute e pagando il compenso per l'opera svolta [1671, 2227, 2231].

Il prestatore d'opera può recedere dal contratto per giusta causa [2119]. In tal caso egli ha diritto al rimborso delle spese fatte e al compenso per l'opera svolta, da determinarsi con riguardo al risultato utile che ne sia derivato al cliente [1672, 2228].

Il recesso del prestatore d'opera deve essere esercitato in modo da evitare pregiudizio al cliente.

Note

(1) Si tratta di recesso ad nutum esercitabile in qualunque momento e senza giustificazione causale.
Stante l'amplia facoltà di recedere prevista a favore del cliente, questi dovrà corrispondere al prestatore d'opera un compenso per l'attività svolta.
Ciò nonostante l'esercizio del diritto di recesso ha carattere derogabile, cossichè le parti possono escludere tale facoltà sino al termine del rapporto.

Ratio Legis

Tale norma si contrappone all'art. 2227 che non prescrive di corrispondere un compenso al prestatore d'opera per il mancato guadagno.

Massime relative all'art. 2237 Codice civile

Cass. civ. n. 16596/2016

In tema di contratto d'opera professionale, ove il committente abbia receduto "ad nutum" ex art. 2237 c.c., il professionista (nella specie, un geometra) che abbia agito nei suoi confronti in via risarcitoria, chiedendone la condanna a titolo di responsabilità contrattuale, non può successivamente, in tale giudizio, invocare l'applicazione delle clausole contrattuali che fissano il compenso per il caso di recesso del committente ovvero dell'indennità di cui all'art. 10, comma 1, della l. n. 143 del 1949, trattandosi di domanda nuova, di natura indennitaria, che si fonda sull'esercizio di una facoltà spettante "ex lege" al committente e non già su di un suo atto illegittimo.

Cass. civ. n. 4459/2016

Il recesso dal contratto di prestazione d'opera professionale non richiede una specifica manifestazione di volontà in tal senso, essendo sufficiente un comportamento chiaramente indicativo della determinazione che l'opera del professionista non venga condotta a termine.

Cass. civ. n. 469/2016

In tema di contratto di opera professionale, la previsione di un termine di durata del rapporto non esclude di per sé la facolta di recesso "ad nutum" previsto, a favore del cliente, dal primo comma dell'art. 2237 c.c., dovendosi accertare in concreto, in base al contenuto del regolamento negoziale, se le parti abbiano inteso o meno vincolarsi in modo da escludere la possibilità di scioglimento del contratto prima della scadenza pattuita. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, visto il carattere altamente fiduciario di un incarico conferito ad un medico ed avente ad oggetto anamnesi, diagnosi, informazione, consulenza ed assistenza per la cura di una malattia rara, aveva escluso che la clausola di durata biennale del contratto potesse univocamente intendersi quale rinuncia del paziente alla facoltà di recesso)

Cass. civ. n. 9220/2014

Il recesso per giusta causa del prestatore d'opera intellettuale, ai sensi dell'art. 2237, terzo comma, cod. civ., particolare applicazione del principio di buona fede oggettiva, va esercitato con modalità tali da evitare al cliente il pregiudizio dell'improvvisa rottura del rapporto, concedendogli il tempo di provvedere agli interessi sottesi al contratto.

Cass. civ. n. 14510/2012

L'art. 2237 c.c., il quale pone a carico del cliente che receda dal contratto d'opera il compenso per l'opera svolta (indipendentemente dall'utilità che ne sia derivata), può essere derogato dai contraenti, i quali possono subordinare il diritto del professionista al compenso alla realizzazione di un determinato risultato, con la conseguenza che il fatto oggettivo del mancato verificarsi dell'evento dedotto come oggetto della condizione sospensiva comporta l'esclusione del compenso stesso, salvo che il recesso "ante tempus" da parte del cliente sia stato causa del venir meno del risultato oggetto di tale condizione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, in applicazione dell'enunciato principio, aveva negato il diritto al compenso al professionista per l'assistenza medico-legale svolta in un giudizio risarcitorio, avendo le parti condizionato il compenso stesso all'esito positivo della lite, laddove la causa si era conclusa con il definitivo rigetto della domanda di risarcimento, escludendo altresì che il recesso, operato dal cliente già al termine del procedimento di primo grado, potesse valutarsi come causa del mancato avveramento del risultato auspicato).

Cass. civ. n. 6170/2011

Il prestatore d'opera intellettuale che receda dal contratto in presenza di una giusta causa ha diritto al compenso per le prestazioni già eseguite, a condizione che provi l'esistenza del suo credito e, dunque, anche il risultato utile derivato al cliente per la sua opera; ove, invece, il professionista receda senza giusta causa, lo stesso è tenuto al risarcimento del danno di cui il cliente abbia dimostrato l'esistenza.

Cass. civ. n. 24367/2008

In tema di contratto d'opera, risponde ad interessi meritevoli di tutela per entrambe le parti, "ex" art. 1322 cod. civ., la pattuizione di predeterminazione della durata in deroga alla regolamentazione legale del recesso dal contratto, con la conseguenza che l'interruzione del rapporto contrattuale, per l'inadempimento di una delle due parti alla detta pattuizione, comporta per l'altra il diritto al risarcimento integrale del danno per la mancata esecuzione del rapporto nel periodo di tempo residuo rispetto alla scadenza del termine medesimo.

L'istituto del recesso per giusta causa, previsto dall'art. 2119 cod. civ., in relazione al rapporto di lavoro subordinato, è applicabile anche al contratto d'opera, ove vi sia un fatto imputabile ad una delle parti che impedisca la prosecuzione anche temporanea del rapporto, secondo una valutazione rimessa al giudice di merito e insindacabile in sede di legittimità se adeguatamente e correttamente motivata. (Nella specie, il committente aveva mutato il contesto nel quale l'obbligazione doveva essere eseguita in modo tale da snaturarne oggetto e. contenuto, ed aveva preteso l'adempimento di una obbligazione diversa e più onerosa da quella assunta, con obblighi di collaborazione, se non di sott'ordinazione, originariamente non contemplati; la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto che tale condotta, in quanto volta ad incidere sulle condizioni originariamente pattuite, da ritenersi essenziali in ragione della natura dell'incarico che era stato accettato, costituisse un inadempimento grave alle obbligazioni assunte con il contratto e legittimasse il recesso per giusta causa).

Cass. civ. n. 9996/2004

Il recesso ingiustificato dal contratto di una delle parti (nel caso di specie, del professionista mandatario incaricato di svolgere una perizia contrattuale) giustifica la condanna generica di questa al risarcimento del danno, indipendentemente dal concreto accertamento di uno specifico pregiudizio patrimoniale, posto che l'anticipato scioglimento del rapporto è di per sé un evento potenzialmente generatore di danno, avendo turbato e compromesso le aspettative economiche della parte adempiente, anche se fatti specifici di violazione contrattuale non abbiano, in ipotesi, prodotto direttamente alcun pregiudizio patrimoniale al contraente incolpevole.

Cass. civ. n. 3062/2002

L'art. 2230 c.c., relativo alla prestazione d'opera intelletuale, stabilisce che il relativo contratto è disciplinato dalle norme contenute nel capo secondo del titolo terzo del libro quinto del codice civile, nonché, se compatibili, da quelle contenute nel capo precedente riguardanti il contratto d'opera in generale. Pertanto, poiché la disciplina del recesso unilaterale dal contratto dettata dall'art. 2237 cod. cit. non è compatibile con quella dettata dall'art. 2227 per il contratto d'opera in generale (stabilendo il primo che, in caso di recesso del cliente, al prestatore d'opera spetta il rimborso delle spese sostenute ed il corrispettivo per l'opera eseguita, non anche il mancato guadagno, come previsto dal secondo), ne deriva che la norma speciale (art. 2237) prevale sulla seconda (art. 2227), di carattere generale, in ragione delle peculiarità che contraddistinguono la prestazione d'opera intelletuale.

Cass. civ. n. 5738/2000

La previsione della possibilità di recesso ad nutum del cliente nel contratto di prestazione d'opera intellettuale, quale contemplata dall'art. 2237, comma primo, c.c., non ha carattere inderogabile e quindi è possibile che per particolari esigenze delle parti sia esclusa tale facoltà di recesso fino al termine del rapporto; sicché anche l'apposizione di un termine ad un rapporto di collaborazione professionale continuativa può essere sufficiente ad integrare la deroga pattizia alla facoltà di recesso così come disciplinata dalla legge, senza che a tal fine sia necessario un patto specifico ed espresso.

Cass. civ. n. 5775/1999

L'art. 2237 c.c. nel consentire al cliente di recedere dal contratto di prestazione di opera intellettuale ammette, in senso solo parzialmente analogo a quanto stabilito dall'art. 2227 c.c. per il contratto d'opera, la facoltà di recesso indipendentemente da quello che è stato il comportamento del prestatore d'opera intellettuale, ossia prescindendo dalla presenza o meno di giusti motivi a carico di quest'ultimo. Tale amplissima facoltà — che trova la sua ragion d'essere nel preponderante rilievo attribuito al carattere fiduciario del rapporto nei confronti dei cliente — ha come contropartita l'imposizione a carico di quest'ultimo dell'obbligo di rimborsare il prestatore delle spese sostenute e di corrispondergli il compenso per l'opera da lui svolta, mentre nessuna indennità è prevista (a differenza di quanto prescritto dall'art. 2227 cit.) per il mancato guadagno. Ciò non esclude, tuttavia, che ove si inseriscano nel contratto clausole estranee al suo contenuto tipico, alle stesse possano applicarsi, in mancanza di più specifiche determinazioni, le normali regole relative all'inadempimento dei contratti, con la possibilità, nel caso di contratto a prestazioni corrispettive, di avvalersi di quella forma di autotutela rappresentata dall'exceptio inadimplenti non est adimplendum.

Cass. civ. n. 10444/1998

In materia di prestazioni professionali, il recesso operato ai sensi dell'art. 2237 c.c. non fa perdere al prestatore d'opera recedente il diritto al compenso per le prestazioni eseguite, tale compenso non può che essere determinato alla stregua dei criteri previsti dall'art. 2225 c.c., che pone in primo piano la determinazione negoziale. Sicché, in caso di pattuizione forfettaria del corrispettivo, correttamente la parte di esso spettante per le prestazioni rese alla data del recesso viene determinata in misura proporzionale rispetto all'intero compenso.

Cass. civ. n. 3145/1998

Le parti di un contratto di opera professionale, pur subordinando la facoltà di recesso a determinate condizioni, non perciò rinunciano alla generale facoltà di recesso stabilita dall'art. 2237 c.c., dovendo invece tale rinuncia esser inequivoca, in base all'interpretazione demandata al giudice del merito.

Cass. civ. n. 4501/1996

Il carattere fiduciario del rapporto avente ad oggetto una prestazione d'opera intellettuale comporta, stante il principio del recesso ad nutum da parte del cliente di cui all'art. 2237 c.c., che la pattuizione di una scadenza contrattuale debba intendersi come termine di durata massima del rapporto. Ciò non esclude, tuttavia, il potere delle parti di derogare, anche implicitamente, al detto principio, stabilendo che l'intenzione di far cessare il rapporto debba essere manifestata all'altra parte entro un dato termine prima della scadenza del contratto e che, in difetto di ciò, il rapporto debba intendersi tacitamente rinnovato.

Cass. civ. n. 7606/1995

Nell'ipotesi di rapporto d'opera professionale al quale sia stato apposto un termine finale (inteso unicamente a determinare la durata massima del rapporto), il risarcimento del danno cagionato dal recesso anticipato del cliente deve essere liquidato secondo i criteri generali di cui agli artt. 1223 e ss. c.c., avuto riguardo alla peculiarità del rapporto — di carattere fiduciario — ed alle singole clausole di esso; in particolare, pur potendo il danno concretarsi nella mancata percezione, da parte del professionista, dei compensi che gli sarebbero spettati durante il periodo compreso fra la data della anticipata cessazione del rapporto e quella della sua scadenza contrattuale, è compito del giudice procedere ex officio all'accertamento di tutti i fattori causali del pregiudizio subito dal professionista e dell'eventuale concorso di colpa del medesimo, rilevante ai sensi dell'art. 1227, primo comma, c.c., secondo cui se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate. Compete invece al debitore provare i danni (ex art. 1227, secondo comma, c.c.) che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza.

Cass. civ. n. 7753/1992

La semplice apposizione di un termine finale al contratto di prestazione d'opera professionale non implica rinuncia alla facoltà di recesso a norma dell'art. 2237 c.c. — applicabile anche all'attività degli spedizionieri doganali — a meno che la rinuncia stessa non sia stata univocamente espressa dalle parti.

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Consulenze legali
relative all'articolo 2237 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

FRANCO G. chiede
mercoledì 25/09/2019 - Veneto
“Un cliente privato ha instaurato un contratto con un professionista Ingegnere, con sottoscrizione tra le parti di un "conferimento di incarico professionale". Detto contratto, prevede un importo forfetario di euro 14.000 riportante" a titolo indicativo e non esaustivo "le diverse prestazioni da effettuarsi allo scopo:
1-progetto edilizio per riduzione in pristino
2-progetto edilizio piano casa
3-rapporti con ente concedente
4-pratica edilizia D.M. 236/89
5-pratica autorizzazioni allo scarico
6-pratica rilascio agibilità
7-rilascio diverse autorizzazioni.
Il contratto sottoscritto prevede le seguenti modalità di pagamento:
-15% per il punto 1
-15% per il punto 2
-15% a 30 gg dal punto 2
-15% ad inizio lavori
-10% al completamento dei tamponamenti
-10% al complet. delle coperture
-10% al complet. delle chiusure esterne
-10% al rilascio dell' agibilità
In data odierna sono state completate le prestazioni n. 1-2
Il cliente per motivi personali ha deciso di recedere dal contratto.
Il cliente sostiene di dover pagare al massimo il 45% dell'opera complessiva, visto che il lavori non sono mai iniziati. Inoltre il 45% corrisponderebbe a 6.300 euro, e lo stesso ne ha già anticipati 7.500 e vorrebbe la restituzione della differenza versata in eccesso, oltre alla documentazione cartacea ed elettronica relativa alla concessione edilizia D.I.A. presentata, in possesso del professionista
Il professionista sostiene che il prezzo forfetario non puo' essere applicato in quanto le tariffe per il solo lavoro svolto, conteggiate singolarmente, sarebbero ben piu' elevate e si riserva di conteggiarle, richiedendo la differenza a suo favore e trattenendo la riconsegna dei documenti necessari al cliente fino a definizione del contenzioso.
Vorrei sapere che cosa prevede la legge e come consigliate di procedere.
Posso inviare il contratto sottoscritto tra le parti”
Consulenza legale i 28/09/2019
Ai sensi dell’art. 2237 c.c. il cliente può recedere dal contratto, rimborsando al prestatore d'opera le spese sostenute e pagando il compenso per l'opera svolta.
Sul punto, la Corte di Cassazione con sentenza n.22786/2013 ha osservato che “in tema di contratto d'opera, la previsione della possibilità di recesso "ad nutum" del cliente contemplata dall'art. 2237, comma 1, c.c., non ha carattere inderogabile e quindi è possibile che, per particolari esigenze delle parti, sia esclusa tale facoltà fino al termine del rapporto, dovendosi ritenere sufficiente - al fine di integrare la deroga pattizia alla regolamentazione legale della facoltà di recesso - la mera apposizione di un termine al rapporto di collaborazione professionale, senza necessità di un patto espresso e specifico. Ne consegue che, in tale evenienza, l'interruzione unilaterale dal contratto da parte del committente comporta per il prestatore il diritto al compenso contrattualmente previsto per l'intera durata del rapporto”.

Nella presente vicenda, il conferimento di incarico professionale non ha previsto un termine di durata né, tanto meno, una qualche penale in caso di recesso.
Tra l’altro, a voler essere pignoli, l’importo del compenso ivi indicato in lettere è difforme da quello indicato in cifre (diecimila contro 14.000). A voler applicare la legge sugli assegni dovrebbe prevalere l’importo in lettere rispetto a quello in cifre.
Ad ogni modo, tralasciando questo aspetto (che comunque, a nostro parere, toglie certezza all’importo effettivamente dovuto) rimane la circostanza che il cliente deve rimborsare al professionista le sole spese sostenute e pagare il compenso per l’opera svolta sino al momento del recesso. Le eccezioni di quest’ultimo secondo cui “il prezzo forfetario non puo' essere applicato in quanto le tariffe per il solo lavoro svolto, conteggiate singolarmente, sarebbero ben più elevate e si riserva di conteggiarle, richiedendo la differenza a suo favore e trattenendo la riconsegna dei documenti necessari al cliente fino a definizione del contenzioso” appaiono prive di pregio.
In primo luogo, non è dato sapere in base a quale norma quanto disposto nel contratto in merito al prezzo non possa essere applicato in caso di recesso del cliente.
In secondo luogo, quanto all’aspetto del trattenere i documenti, si osserva quanto segue.
L’art. 2235 c.c. dispone che “il prestatore d'opera non può ritenere le cose e i documenti ricevuti, se non per il periodo strettamente necessario alla tutela dei propri diritti secondo le leggi professionali.
Il codice deontologico degli ingegneri italiani all’art. 12 prevede espressamente che “l’ingegnere è tenuto a consegnare al committente i documenti dallo stesso ricevuti o necessari all’espletamento dell’incarico nei termini pattuiti, quando quest’ultimo ne faccia richiesta.”
A ben vedere, “la documentazione cartacea ed elettronica relativa alla concessione edilizia D.I.A. presentata” non rientra tra i “documenti ricevuti” di cui all’art. 2235 c.c.
Pertanto, la loro ritenzione (anche alla luce di quanto disposto dal codice deontologico di categoria) appare del tutto illegittima anche nella prospettiva del professionista di far valere i propri diritti in giudizio.

Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, se non sia già stato fatto, consigliamo di esercitare il recesso in modo formale mediante lettera raccomandata a/r o pec da inviare al professionista, precisando di aver già corrisposto quanto dovuto per l’opera prestata, riservandosi eventualmente di agire per somme pagate in eccesso, ed intimando la consegna della documentazione.


Maria chiede
mercoledì 19/06/2019 - Lombardia
“Buongiorno,per ottenere il conto da un avvocato revocato o in alternativa una attestazione che nulla è più dovuto si ricorre direttamente al CDD oppure si inoltra la richiesta prima al COA e sarà poi questo a decidere se trasmetterla o meno al CDD.Molte grazie.”
Consulenza legale i 20/06/2019
In base all’art. 2237 c.c. il cliente può recedere dal contratto, rimborsando al prestatore d'opera (in questo caso l’avvocato) le spese sostenute e pagando il compenso per l'opera svolta sino al momento della revoca.
Dunque per ottenere il conto da un avvocato revocato o “una attestazione che nulla è più dovuto” occorre rivolgersi in primo luogo direttamente al professionista. In caso di mancata risposta o di rifiuto di quest’ultimo, ci si potrà rivolgere al COA (di cui fa parte l’avvocato revocato) il quale provvederà poi a trasmettere al consiglio distrettuale la notizia di illecito disciplinare per l’apertura del procedimento.

Infatti, il nuovo procedimento disciplinare a carico degli avvocati introdotto dalla legge n. 247/2012 di riforma dell'ordinamento della professione forense, ha stabilito all’art. 50 che il potere disciplinare dei consigli dell’ordine viene devoluto ai Consigli Distrettuali di Disciplina, istituiti presso ciascun Consiglio dell'ordine distrettuale.
Per la precisione, il quarto comma del predetto articolo prevede testualmente che: “Quando e' presentato un esposto o una denuncia a un consiglio dell'ordine, o vi e' comunque una notizia di illecito disciplinare, il consiglio dell'ordine deve darne notizia all'iscritto, invitandolo a presentare sue deduzioni entro il termine di venti giorni, e quindi trasmettere immediatamente gli atti al consiglio distrettuale di disciplina, che è competente, in via esclusiva, per ogni ulteriore atto procedimentale.”

Quindi, in risposta al quesito formulato, possiamo affermare che il cliente inoltra la richiesta direttamente al COA. Sarà poi quest’ultimo a trasmettere gli atti al consiglio distrettuale di disciplina.

Marcello P. chiede
lunedì 28/12/2015 - Emilia-Romagna
“In qualita’ di dottore tributarista regolarmente qualificato dalla legge n.4/2013 ho subito un rifiuto al pagamento della parcella da un cliente titolare di azienda individuale.
Premesso che il cliente non ha mai firmato un contratto con lo scrivente per il conferimento d’incarico alla tenuta della contabilita’e relativi adempimenti accessori; nè tantomeno ha firmato un preventivo scritto che è stato però fatto verbalmente e tramite email è stata presentata fattura con specifica indicazione delle prestazioni effettuate nel 2013 ed anche nel 2014;
ad oggi il cliente contesta la mancanza di preventivo rifiutandosi di pagare alcune prestazioni del 2015. Si chiede:
1 In assenza di preventivo firmato, puo’ avere egual valore la parcella inviata tramite email e regolarmente pagata dal cliente per due anni consecutivi, oppure questo comportamento non sana l’anno 2015 in quanto da considerarsi autonomamente?
2 in caso di contrasto sul quantum del compenso, agendo in giudizio il giudice quantifica l’onorario in base ai parametri del mercato oppure sancisce che nulla è dovuto per violazione dell’obbligo del preventivo firmato?
3 in caso di recesso immediato da parte del professionista (vista l’assenza di un contratto firmato con clausola di preavviso), questo è ancora obbligato agli adempimenti successivi (dichiarazioni dei redditi) che comunque potrebbero essere facilmente svolte da altro professionista?
4 nel caso il cliente volesse fare svolgere allo scrivente le dichiarazioni dei redditi, è lecito formulare un nuovo preventivo per questi adempimenti, essendo prestazioni ancora da effettuarsi anche se collegate alla tenuta delle scritture contabili?
5 qualora tale ultimo preventivo non fosse accettato esplicitamente dal cliente , il professionista si puo’ considerare liberato dagli adempimenti delle dichiarazioni dei redditi e relative responsabilita’?
Ringrazio anticipatamente per la consulenza fornita.”
Consulenza legale i 04/01/2016
1. La parcella riguarda prestazioni già eseguite, di cui si chiede il compenso, mentre con il preventivo si prospettano i costi di un'attività da eseguire, per cui si tratta di documenti del tutto diversi. Tuttavia, ciò non toglie che l'esistenza di parcelle relative agli anni precedenti, e regolarmente pagate, possa costituire una prova utile al fine di dimostrare l'esistenza di un precedente incarico conferito dal cliente al professionista per un dato corrispettivo, fermo restando che questi dovrà provare l'esistenza dell'incarico per l'ultimo anno (2015).

2. Innanzitutto, è dubbio che per le professioni non regolamentate (cui appartiene quella dei dottori tributaristi ex l. 4/2013) si imponga l'obbligo del preventivo. Infatti il d.l. 1/2012 convertito con modificazioni dalla l. 27/2012 lo prevede in una norma (art. 9) rubricata "Disposizione sulle professioni regolamentate". Peraltro essa introduce il solo obbligo di concordare il compenso al momento del conferimento dell'incarico, senza prevedere che ciò debba obbligatoriamente avvenire per iscritto (anche se è sempre consigliabile che ciò avvenga). In ogni caso, anche laddove si dovesse ritenere sussistente tale obbligo, la violazione di esso non determina la perdita del diritto al compenso da parte del professionista. La questione sarà, piuttosto, di stabilirne la misura. Se non si riuscirà a dare in giudizio la prova del quantum pattuito per la mancanza di un accordo scritto, allora spetterà al giudice la liquidazione (i.e.: determinazione dell'ammontare).
Il citato art. 9 indica anche le regole che il giudice deve seguire per determinare il compenso del professionista, demandando ad un successivo decreto ministeriale (D.M. 140/2012). Tuttavia, come detto, è dubbia l'applicabilità di tale disciplina alle professioni non regolamentate; in tal caso il riferimento è l'art. 2233 del c.c. che pone come criteri sussidiari all'accordo tra le parti le tariffe e gli usi ovvero, in mancanza, ne rimette la determinazione al giudice, sentito il parere delle associazioni professionali cui il professionista appartiene.

3. Il recesso dei professionisti nelle prestazioni d'opera intellettuali, cui appare riconducibile quella descritta, è disciplinato dall'art. 2237 del c.c. ai sensi del quale "Il prestatore d'opera può recedere dal contratto per giusta causa. In tal caso egli ha diritto al rimborso delle spese fatte e al compenso per l'opera svolta, da determinarsi con riguardo al risultato utile che ne sia derivato al cliente." (co.2). Secondo il successivo comma 3 "Il recesso del prestatore d'opera deve essere esercitato in modo da evitare pregiudizio al cliente." La norma è ritenuta derogabile (ad esempio le parti possono convenire che l'incarico durerà un certo numero di anni), pertanto essa si applica in quanto le parti non ne abbiano concordato in qualche modo una deroga. Ai sensi di tale disposizione per recedere (ed essere liberati dalle prestazioni residue) è necessario innanzitutto che sussista una giusta causa. A riguardo, la Cassazione ha in passato stabilito, in un caso relativo all'esercizio della professione forense, che l'asserito ritardo del cliente nel versare il compenso può giustificare il recesso (Cass. 2661/1991). Pertanto, seguendo tale pronuncia, il mancato pagamento del compenso potrebbe essere ricondotto al concetto di "giusta causa"; a tal fine prima di recedere, comunque, si dovranno sempre considerare anche le concrete circostanze del caso (es.: entità del dovuto, giorni di ritardo ecc.). La valutazione circa la sussistenza del requisito attiene, in ogni caso, ad una questione di merito, per cui è rimessa alla valutazione del giudice di merito.
In secondo luogo, è comunque necessario che il recesso sia esercitato in modo da evitare pregiudizi al cliente, quindi il professionista dovrà tenere conto anche di questo elemento, valutando la situazione in concreto. In tal senso, di recente, Cass. 9220/2014: "Il recesso per giusta causa del prestatore d'opera intellettuale, ai sensi dell'art. 2237, terzo comma, cod. civ., particolare applicazione del principio di buona fede oggettiva, va esercitato con modalità tali da evitare al cliente il pregiudizio dell'improvvisa rottura del rapporto, concedendogli il tempo di provvedere agli interessi sottesi al contratto" (ad esempio, si pensi al caso in cui il recesso comporti per il committente il mancato rispetto di una scadenza di legge oppure un inadempimento per cui è tenuto a pagare una penale).
Se il recesso è esercitato in modo illegittimo il professionista è tenuto al risarcimento del danno.

4. Se si tratta di un incarico per il quale è previsto un nuovo conferimento il preventivo potrebbe essere anche obbligatorio (se si ritiene di applicare il richiamato art. 9 alle professioni non regolamentate); comunque, anche se non obbligatorio, è fortemente consigliato pattuirlo e farlo per iscritto, così come il conferimento d'incarico.
Se, invece, si tratta di incarico già conferito, con compenso già pattuito, si può invitare il cliente a redigere per iscritto quello che si è concordato solo oralmente (anche per tutelarsi da eventuali inadempimenti), fermo restando che se si è già pattuito un compenso sarà necessario un nuovo accordo tra cliente e professionista per modificare il quantum dovuto.
In ogni caso, un incarico esiste già e se il cliente rifiuta di mettere per iscritto la somma pattuita al tempo, il professionista non sarà solo per questo liberato dai suoi obblighi professionali.

5. Se il professionista vuole stipulare con il cliente un nuovo incarico, al conferimento d'incarico propone anche un preventivo, e, se non viene accettato, l'incarico può considerarsi non conferito.

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