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Articolo 52 Codice del consumo

(D.lgs. 6 settembre 2005, n. 206)

[Aggiornato al 29/04/2022]

Diritto di recesso

Dispositivo dell'art. 52 Codice del consumo

1. Fatte salve le eccezioni di cui all'articolo 59, il consumatore dispone di un periodo di quattordici giorni per recedere da un contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali senza dover fornire alcuna motivazione e senza dover sostenere costi diversi da quelli previsti all'articolo 56, comma 2, e all'articolo 57.

2. Fatto salvo l'articolo 53, il periodo di recesso di cui al comma 1 termina dopo quattordici giorni a partire:

  1. a) nel caso dei contratti di servizi, dal giorno della conclusione del contratto;
  2. b) nel caso di contratti di vendita, dal giorno in cui il consumatore o un terzo, diverso dal vettore e designato dal consumatore, acquisisce il possesso fisico dei beni o:
  3. 1) nel caso di beni multipli ordinati dal consumatore mediante un solo ordine e consegnati separatamente, dal giorno in cui il consumatore o un terzo, diverso dal vettore e designato dal consumatore, acquisisce il possesso fisico dell'ultimo bene;
  4. 2) nel caso di consegna di un bene costituito da lotti o pezzi multipli, dal giorno in cui il consumatore o un terzo, diverso dal vettore e designato dal consumatore, acquisisce il possesso fisico dell'ultimo lotto o pezzo;
  5. 3) nel caso di contratti per la consegna periodica di beni durante un determinato periodo di tempo, dal giorno in cui il consumatore o un terzo, diverso dal vettore e designato dal consumatore, acquisisce il possesso fisico del primo bene;
  6. c) nel caso di contratti per la fornitura di acqua, gas o elettricità, quando non sono messi in vendita in un volume limitato o in quantità determinata, di teleriscaldamento o di contenuto digitale non fornito su un supporto materiale, dal giorno della conclusione del contratto.

3. Le parti del contratto possono adempiere ai loro obblighi contrattuali durante il periodo di recesso. Tuttavia, nel caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, il professionista non può accettare, a titolo di corrispettivo, effetti cambiari che abbiano una scadenza inferiore a quindici giorni dalla conclusione del contratto per i contratti di servizi o dall'acquisizione del possesso fisico dei beni per i contratti di vendita e non può presentarli allo sconto prima di tale termine.

Spiegazione dell'art. 52 Codice del consumo

La norma in esame accorpa, sotto il profilo della disciplina del diritto di recesso, sia i contratti a distanza che quelli negoziati fuori dai locali commerciali.
La ratio, su cui si fonda il riconoscimento dell’esercizio del diritto di recesso, può individuarsi per le vendite a distanza nella circostanza che il consumatore non è in grado di vedere i beni prima di concludere il contratto (ciò che si ritiene essenziale per stabilirne la natura, le caratteristiche ed il funzionamento), mentre nel caso dei contratti negoziati fuori dei locali commerciali, il consumatore dovrebbe disporre del diritto di recesso in virtù del potenziale elemento di sorpresa e/o di pressione psicologica.
Si vuole sostanzialmente riequilibrare la posizione di disuguaglianza strutturale delle parti, al fine di consentire al consumatore una scelta più consapevole e razionale.

Il diritto di recesso disciplinato da questa norma, definito di “protezione”, non può essere ricondotto al tradizionale istituto del recesso preso in considerazione dal nostro codice civile.
Diverse sono le tesi elaborate in ordine alla sua natura giuridica.
Da alcuni è stato qualificato come una revoca della dichiarazione contrattuale del consumatore, da altri come condizione sospensiva negativa, nel senso che l’efficacia del contratto rimarrebbe sospesa fino al termine stabilito per esercitare il recesso, sicché gli effetti dello stesso inizierebbero a prodursi a seguito del mancato esercizio del recesso nel termine normativamente previsto.
Altri lo hanno qualificato come una vera e propria condizione risolutiva, ricollegando al positivo esercizio del diritto di recesso, nel termine previsto dalla legge, la cessazione degli effetti del contratto, o, ancora, come una sorta di opzione ex art. 1331 del c.c. o come figura riconducibile per certi versi al rifiuto espresso di cui all’art. 1333 del c.c..

In ogni caso, ciò che è certo è che l’ effetto del recesso sarà quello di far cessare le obbligazioni delle parti sia di adempiere al contratto a distanza o concluso fuori dai locali commerciali sia di perfezionare il relativo accordo nel caso in cui la proposta provenga dal consumatore ed abbia un carattere vincolante.

Rispetto all’analoga previsione della disciplina previgente, la norma in esame innalza a quattordici giorni il termine breve per l’esercizio del diritto di recesso ad nutum, facendolo decorrere, sia per i contratti a distanza che per quelli negoziati fuori dei locali commerciali, dalla consegna dei beni o, in caso di servizi, dalla conclusione del contratto (non viene fatto alcun riferimento a “ giorni lavorativi”).
Viene precisato che il recesso si esercita “senza dover fornire alcuna motivazione e senza dover sostenere costi diversi da quelli previsti dall’ art. 56, co. 2, e all’ art. 57”; il consumatore, dunque, non è esonerato da tutti i costi, dovendo sostenere quelli supplementari di consegna, nonché quelli ordinari, relativi alla successiva restituzione dei beni al professionista, conseguente all’esercizio del diritto di recesso, salvo che il professionista non abbia concordato di sostenerli in proprio o abbia omesso di informare il consumatore che tali costi diretti di restituzione dei
beni sono a suo carico.

Si tenga, comunque, presente che nel caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, con beni consegnati al domicilio del consumatore al momento della conclusione del contratto, il professionista è comunque tenuto a ritirare tali beni a proprie spese qualora, per loro natura, gli stessi non possano essere restituiti a mezzo posta.

Il secondo comma contiene un’articolata statuizione per ciò che concerne il computo del termine utile all’esercizio del diritto di recesso.
Durante la pendenza del termine per l’esercizio del recesso, le parti possono decidere di adempiere alle rispettive obbligazioni, non potendo tale circostanza costituire un ostacolo per lo ius poenitendi (anzi, argomentando a contrario dall’ art. 59, lett. A), neanche la circostanza che le prestazioni siano state eseguite per intero fa da schermo allo scioglimento del contratto).
Va soltanto evidenziato che, durante quest’arco temporale, al professionista è precluso, nel caso si sia in presenza di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, di accettare a titolo di corrispettivo effetti cambiari aventi scadenza inferiore a quindici giorni dalla conclusione del contratto (per i contratti di servizi) o dall’acquisizione del possesso fisico dei beni (per i contratti di vendita), né di presentare i medesimi effetti allo sconto prima di tale termine.

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Massimo C. chiede
mercoledė 10/08/2016 - Puglia
“Se il consumatore, in vigenza del codice del consumo antecedente l'anno 2014, allega in giudizio, in qualità di attore, di aver esercitato il diritto di recesso da un contratto di fornitura di un servizio (frequenza corso d'inglese), omettendo tuttavia di precisare di averlo stipulato presso la sede del fornitore-convenuto, su quale parte incombe l'onere di provare la circostanza omessa che, all'epoca, escludeva l’esperibilità del recesso?
Preciso, per completezza, che il giudice della causa - nonostante la puntuale contestazione del fornitore che ha negato l’esistenza stessa del fatto costitutivo la pretesa attorea per l’avvenuta stipulazione del contratto presso la propria sede – ha condannato il convenuto per non aver sufficientemente provato quanto eccepito.”
Consulenza legale i 17/08/2016
Va fatta una doverosa premessa a parziale correzione di quanto viene detto nel quesito.
I contratti del consumatore trovano, in effetti, una differente disciplina sostanziale a seconda che essi siano negoziati all'interno dei locali commerciali oppure al di fuori di essi (inclusi i contratti a distanza e del commercio elettronico): i primi sono quelle intese negoziali concluse nei luoghi in cui il commerciante-professionista esercita abitualmente la propria attività e che sono chiaramente individuati e conosciuti come esercizi commerciali aperti al pubblico. Per “locale commerciale” deve intendersi quello posto all'interno di un edificio che può essere individuato come esercizio commerciale aperto al pubblico, ove il commerciante-professionista esercita abitualmente e stabilmente la propria attività commerciale. A questi si applica la disciplina contenuta nel Decreto Legislativo n. 114/1998 (“Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell'art. 4, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59”), mentre ai contratti conclusi fuori dai locali commerciali si applica la differente disciplina, notevolmente più garantista, contenuta nel "Codice del Consumo" (D.Lgs n. 206/2005), sul presupposto che in tali casi il consumatore tende a prestare una minore attenzione al regolamento negoziale ed alla convenienza economica dell'affare.
Questi contratti sono stati disciplinati in sede comunitaria dalla Direttiva 85/577/CEE che incentra la tutela in capo al consumatore nel riconoscimento al diritto di "ripensamento" dell'affare, con l'esercizio del diritto di recesso dal contratto.

Il "Codice del Consumo" ha poi subito rilevanti modifiche in seguito all’emanazione del Decreto Legislativo n. 21 del 21 febbraio 2014 (che ha recepito anche in Italia la direttiva n. 2011/83/UE).

Tale codice costituisce la normativa di riferimento posta a protezione dei diritti dei consumatori ma, si noti bene, non tutte le norme del medesimo, anche dopo la novella del 2014, si applicano indistintamente a tutti i contratti: la riforma ha certamente ampliato l’ambito di applicazione del "Codice del Consumo" anche ai contratti conclusi all’interno dei locali commerciali, ma la disciplina relativa all’esercizio del diritto di recesso rimane differente per le varie tipologie di contratto.
Per quanto riguarda il caso concreto in esame, quindi, se il contratto era stato effettivamente concluso nei locali del fornitore – secondo la predetta definizione di locale commerciale – il recesso previsto dal "Codice del Consumo" era escluso.

Per quanto riguarda, nello specifico, la domanda posta nel quesito, la regola generale sull’onere della prova è quella dettata dall’art. 2697 cod. civ.: “Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto di è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda.”.

Anche nel caso di specie, pertanto, troverà applicazione la suddetta regola.

Il consumatore che intenda far valere il suo diritto al recesso avrà, così, l’onere di provare le circostanze di fatto che hanno giustificato il recesso, i presupposti e le regole per il legittimo esercizio dello stesso ed infine le circostanze comprovanti l’avvenuto rispetto di tali regole.
Viceversa, il convenuto fornitore che intenda contestare il recesso come illegittimo, avrà l’onere di provare che non esistevano, nella fattispecie concreta, i presupposti per l’esercizio o per l’esercizio legittimo del medesimo: pertanto, ad esempio, dovrà provare che la transazione era stata conclusa all’interno dei locali commerciali e che quindi la disciplina applicabile non era quella di cui al "Codice del Consumo" ed escludeva le restituzioni.

Gli elementi di prova sono fondamentali all’interno del processo per ottenere il riconoscimento delle proprie pretese: pertanto, quand’anche – come pare a chi scrive di aver inteso nel caso di specie – l’attore abbia omesso una circostanza importante ai fini del giudizio perché a sé sfavorevole, sarà la controparte ad avere l’onere di dedurla in atti al fine di far rigettare la domanda avversaria e se non lo farà, potrà risultare soccombente: probabilmente ciò è quanto avvenuto nel procedimento descritto, nel quale il convenuto non è riuscito a provare in maniera convincente né sufficiente che i fatti escludevano l’applicazione della normativa a maggior tutela del consumatore.

Va per completezza aggiunto che il Giudice è tenuto a conoscere solamente la legge, mentre spetta alle parti provare i fatti (è il cosiddetto principio del iura novit curia, facta sunt probanda): pertanto, il Giudice sarà tenuto, nel caso in esame, a conoscere la normativa applicabile alle fattispecie coinvolte nel giudizio ("Codice del Consumo" e disciplina sui contratti commerciali), ma non potrà, evidentemente, applicarla correttamente al caso concreto se le parti non gli forniscono le circostanze di fatto che consentono di ricondurre la fattispecie sotto il campo di applicazione di una norma piuttosto che di un’altra.


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